Petelia

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« Queste terre d'Italia e questa riva / vèr noi vòlta e vicina ai liti nostri, / è tutta da' nimici e da' malvagi / Greci abitata e cólta: e però lunge / fuggì da loro. I Locri di Narizia / qui si posaro; e qui ne' Salentini / i suoi Cretesi Idomeneo condusse; / qui Filottete il melibeo campione / la piccioletta sua Petilia eresse. »

(Virgilio, Eneide, libro III. Traduzione di Annibal Caro)

Petelia è una antica città del Bruzio, regione antica con cui i Romani identificavano la parte meridionale della attuale Calabria.

Alcuni studiosi la identificano con l'odierna Petilia Policastro o con Strongoli[senza fonte].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Con la scomparsa di Macalla (non si sa per certo il motivo) i superstiti risalendo il picco del colle (ove oggi si ritiene sorga Strongoli) avrebbero trovato rifugio dopo le vicende di Annibale.

Strabone (storico di Amasia vissuto al tempo di Augusto) ci informa che la città, secondo il mito fondata da Filottete, fu capitale dei Lucani e che fu fortificata per condurre gli attacchi contro Thourioi. La composizione etnica era indigena, ma documenti epigrafici del V secolo a.C. attestano che la comunità era legata a Crotone.

La parte più importante della storia di Petelia è il patto di amicizia con Roma durante le lotte dei Romani contro i Cartaginesi.

Quando nel 264 a.C. ebbero inizio le guerre puniche, Petelia rimase fedele a Roma. Con la sconfitta di Canne (216 a.C.) l'esercito romano venne dimezzato ed Annibale, dopo aver conquistato gran parte della penisola e dopo aver lasciato a Capua una guarnigione di 700 uomini, si dirisse alla conquista dell'Italia meridionale ed in particolare del Bruttium.

Molte città si schierarono con i Cartaginesi; solo Petelia ebbe l'ardire ed il coraggio di opporsi alle truppe puniche per ben undici mesi, arrivano al punto di mangiare tutte le pelli che si trovavano in città, a consumare le cortecce e i ramoscelli teneri di tutte le piante che trovavano in città.[1] Quando, alla fine i cartaginesi si apprestavano ad entrare nella città, ormai ridotta allo stremo, i Petelini gridarono dall'alto delle loro mura il disprezzo all'ineluttabile disfatta col famoso grido, riportato dal poeta latino Valerio Massimo[2]: «Itaque Hannibali non Peteliam, sed fidei Petelinae sepulcrum capere contigit» («Così ad Annibale toccò prendere non Petelia, ma il sepolcro della fedeltà petelina»).

Questa grande prova valse a Petelia l'appellativo di seconda Sagunto (città della Spagna anch'essa fedele a Roma). L'autore latino Silio Italico con molta ammirazione scrive:

«Fumabat versis incensa Petelia tectis, infelix fidei miseraeque secunda Sagunto» («Fumava Petelia incendiata con i tetti riversi, una seconda Sagunto infelice per la fedeltà compassionevole»).

Durante gli undici mesi di assedio, una piccola delegazione di petilini si recò a alla curia romana per chiedere aiuto, ottenendo un netto rifiuto in quanto gli eserciti romani erano impegnati su altri campi di battaglia. I Romani, ben consapevoli delle difficoltà che Petelia avrebbe dovuto fronteggiare, lasciarono libertà di arrendersi alle truppe nemiche, ma Petelia a costo dell'enorme sacrificio si oppose al nemico e riuscì a frenarlo per undici mesi, al contrario città potenti come Crotone che si erano subito arrese.

Dopo la distruzione Petelia venne affidata ai Bruzi. Sotto le mura della città morirà anche il console Marcello (la tomba potrebbe trovarsi nei pressi di Strongoli in località Battaglia; nel tardo 1900 vi sono trovati avanzi di un cadavere con l'elsa di una spada, un anello e due vasi crematoi).

Nel frattempo le truppe romane riacquistarono le loro forze e tutte le città perdute furono riscattate ad opera di Publio Sempronio Tubitano. Ormai la guerra stava per arrivare all'epilogo ed Annibale fu richiamato in patria, ma in attesa del vento favorevole per salpare, fu assalito e molti suoi Numidi rimasero uccisi sulle spiagge di Crotone. Circa 1000 Petilini furono riportati nella loro patria dai romani.

Dichiarata quindi Petelia “libera e federata” (si governava con magistrati e leggi proprie) Roma le concesse il diritto di battere moneta.[senza fonte] Fu un grande privilegio quello di coniare monete in bronzo, con tipi e legenda greci uniformati (diritto concesso a pochi); mantenne questi privilegi fino all'89 a.C. quando in seguito alla legge Plautia-Papira cambiò condizione divenendo municipio e fu classificata nella gens Cornelia. Petelia fu la sola a sopravvivere anche alla decadenza di Crotone. Tutt'oggi il valore della gloriosa città è dimostrata dai continui ritrovamenti archeologici.

Monetazione di Petelia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Monetazione di Petelia.

La monetazione di Petelia, interamente in bronzo, fu l'espressione, a partire del III secolo a.C. dello status di autonomia che la città seppe garantirsi nei rapporti con la potenza di Roma.

Questione sulla identificazione del sito[modifica | modifica wikitesto]

Solitamente viene identificata con Strongoli. Secondo alcuni storici, la città di Petelia del Bruzio non andrebbe confusa con un'altra antica città, denominata Petilia e che avrebbe avuto sede invece più a nord nel Cilento. In mancanza di prove documentali attendibili, molto discussa inoltre, è la tesi se le due città possano essere effettivamente considerate come due distinte realtà urbane o se addirittura possano invece identificarsi come la stessa. Anche l'attuale città di Petilia Policastro (KR) è stata in passato ritenuta da storici corrispondere all'antica Petelia. Nel corso degli anni è stata smentita questa tesi, ma la città ne ha ereditato comunque il nome.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Polibio, VII, 1, 3.
  2. ^ Facta dictaque memorabilia, lib. VI cap. VI Ext 2.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]