Pittura napoletana

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Le Sette opere di Misericordia di Caravaggio (1606-1607, Pio Monte della Misericordia di Napoli). Il passaggio del Merisi in città fu determinante per lo sviluppo della pittura napoletana

Per pittura napoletana si intende quell'attività creativa pittorica che abbraccia un arco di tempo che va dal XVII alla prima metà del XX secolo e che ha interessato la città di Napoli influenzando poi tutto il meridione.

Tra le principali città d'arte europee, Napoli può vantare una lunga tradizione artistica sebbene non si sia potuta riscontrare una vera e propria scuola pittorica continuativa nei secoli e nota sul piano europeo.

Tuttavia importanti e numerose correnti artistiche si sono affermate nel corso dei secoli nella città partenopea grazie al suo cosmopolitismo, che l'ha portata a contatto prima con la pittura senese e poi a quella emiliana, alla presenza di sovrani illuminati come Roberto d'Angiò e Carlo di Borbone e grazie anche al passaggio in città di Caravaggio, il cui arrivo, avvenuto nel XVII secolo, fu determinante per la nascita della pittura napoletana strettamente intesa con la conseguente fioritura in città di un cospicuo numero di seguaci che contribuirono considerevolmente alla nascita della corrente del caravaggismo.

Nel corso del XIX secolo la pittura napoletana assunse una maggiore consapevolezza individuale grazie all'Accademia di Belle Arti che formò un importante numero di artisti, dei quali, una parte di questi, costituì la cosiddetta scuola di Posillipo, all'avanguardia nella pittura di paesaggio.

Dall'epoca antica al medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Pittura pompeiana.

Ancor prima della formazione del regno di Napoli, la città ha potuto contare su una vasta tradizione artistica, sebbene abbia lasciato scarse tracce storiche. Sono alquanto misere le informazioni sull'arte di Napoli arcaica e greca, mentre per quanto riguarda il periodo romano, oltre alle informazioni derivanti dall'arte paleocristiana, i ritrovamenti archeologici di Pompei hanno fatto intuire che il rosso pompeiano fosse molto in voga tra le città del golfo.

In più, sono state riscontrate varie tracce di interdipendenza sannita (come è anche dimostrato dai ritrovamenti archeologici della necropoli di Castel Capuano). Si sa poco anche sull'influenza artistica normanna, sveva e bizantina. Tuttavia, in quest'ultimo caso, gli studiosi sono concordi nell'affermare che Napoli in quel periodo dovesse apparire di gusto prettamente "orientalizzante". Una delle più importanti tracce bizantine è riscontrabile negli interni della basilica di San Giovanni Maggiore.

Trecento[modifica | modifica wikitesto]

A Napoli con la salita al trono da parte di Roberto d'Angiò nel 1309 s'iniziano ad attirare in città illustri personalità della pittura fiamminga e altri artisti già noti agli ambienti toscani e romani.

Sotto il regno angioino fecero visita in città prima Pietro Cavallini e Filippo Rusuti che eseguirono lavori tra il 1308 ed il 1317 alla chiesa di San Domenico Maggiore ed a quella di Santa Maria Donnaregina; poi Simone Martini, chiamato alla corte sempre nel 1317 per eseguire la tavola celebrativa San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d'Angiò, dipinto questo di particolare importanza per il contenuto e per il soggetto (si tratta infatti del primo dipinto ad aver ritratto una persona ancora in vita).

Appena undici anni dopo dal periodo di Martini, sempre sotto la guida del Saggio, fu chiamato Giotto e la sua bottega ad eseguire alcuni lavori in città negli ambienti interni del Maschio Angioino e nella basilica di Santa Chiara. Di questi lavori oggi rimane ben poco, ma nonostante tutto resta comunque fondamentale il passaggio del maestro toscano a Napoli in quanto col suo arrivo s'istituì il primo filone di seguaci (su tutti Roberto d'Oderisio) che potesse dar vita ad una scuola locale.

Sotto la guida di Renato d'Angiò, Napoli fu il principale centro della arte fiamminga in Italia e nell'Europa meridionale con importanti seguiti che introdussero nuove tecniche nella pittura di tutta Italia; i più importanti sono Colantonio, allievo di Barthélemy d'Eyck e maestro di Antonello da Messina, il quale eseguì a Napoli diverse opere tra cui: Consegna della regola francescana e San Girolamo nello studio.

Quattrocento e Cinquecento[modifica | modifica wikitesto]

Sotto la guida di Alfonso V d'Aragona l'afflusso di pittori in città avuto nel secolo precedente cessò bruscamente. Fu questo il periodo della conquista di Napoli da parte degli aragonesi a discapito degli angioini. Simbolo di questa presa militare fu quindi l'esecuzione dell'arco trionfale del Castel Nuovo e con essa, negli anni successivi, la pittura fece posto alla scultura ed all'architettura.

Durante il periodo del viceregno, l'arte pittorica della capitale non riuscì ancora a decollare. Ciò fu dovuto sostanzialmente al fatto che le politiche adottate dai sovrani furono incentrate per lo più a finanziare le guerre in corso sulla scena europea. Inoltre, la città viveva anni di forti mutamenti urbanistici che avrebbero modificato definitivamente l'assetto e la conformazione futura.

Tuttavia, vi furono comunque artisti degni di nota che arrivarono in città, ancora una volta di stampo toscano. Su tutti, si registrano Giorgio Vasari e Marco da Siena. Il primo operò a Napoli tra il 1544 e il 1545 eseguendo i lavori presso la sacrestia vecchia del complesso di Monteoliveto e diverse tele custodite nelle chiesa di San Giovanni a Carbonara, come la Crocifissione. Il secondo invece si trovò ad operare presso la chiesa dei Santi Severino e Sossio, dove operò tra gli altri anche Antonio Solario, ed in altri edifici di culto per i quali compose diverse opere, tra le quali: Arcangelo Michele e l'Adorazione dei magi. L'arrivo del Dal Pino in città sarà un fattore importante per la pittura locale in quanto, dalla sua bottega, uscirà il primo pittore napoletano che apparterrà poi alla grande stagione artistica del secolo successivo: Fabrizio Santafede.

Il Santafede, a sua volta, fu negli anni successivi maestro per altri pittori che si affacciarono alla nuova Napoli artistica che stava per nascere: Massimo Stanzione, Luigi Rodriguez e Giovanni Bernardino Azzolino. Era questo il preludio all'epoca d'oro della pittura napoletana.

Da ricordare nella prima metà del secolo, anche l'attività in città di Marco Cardisco, Giovanni Antonio Amato, Polidoro da Caravaggio e di Giovanni Bernardo Lama.

Seicento[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Caravaggismo.

L'arte napoletana assume una dimensione più forte e radicata solo a partire dal Seicento, quando diversi importanti pittori si fanno eredi della lezione del Caravaggio, che proprio a Napoli tra il 1607 e il 1610 soggiorna e sviluppa la sua arte. Questo fu il periodo che portò alla nascita il caravaggismo, che tra le altre cose coincise sostanzialmente con l'arrivo in città di altri maestri della pittura come Guido Reni e Giovanni Lanfranco. Tutti questi elementi furono indispensabili per la nascita, prima, e per lo sviluppo, poi, della pittura napoletana.

Primo fra tutti a seguire le orme del Merisi fu Carlo Sellitto, non a caso oggi definito il primo caravaggesco napoletano[1]: opere di quest'artista d'origini lucane si trovano disseminate in diverse chiese della città nonché in diversi musei nazionali. La sua prematura morte, avvenuta all'età di soli 33 anni, tuttavia privò ben presto Napoli del ritrattista più ricercato tra i membri dell'aristocrazia partenopea.[2]

Sebbene il Sellitto fu il primo caravaggista, ad essere maggiormente influenzato da Caravaggio è Battistello Caracciolo,[3] già probabilmente allievo di Belisario Corenzio, importante frescante che eseguì numerosi lavori presso diverse chiese napoletane. Il Caracciolo esprime appieno la grande rivoluzione caravaggesca delle tonalità della luce e dell'uso dell'ombra, abbandonando però gradualmente il realismo del maestro e avvicinandosi a modelli idealizzati classicisti probabilmente in seguito ai viaggi a Roma e Firenze:[3] di lui si possono ammirare gli affreschi nella Certosa di San Martino e numerose tele conservate nelle chiese napoletane e nei musei nazionali, su tutte quella presente nella chiesa del Pio Monte della Misericordia a Napoli raffigurante la Liberazione di san Pietro.

Più o meno parallela a quella del Caracciolo è l'attività di Jusepe de Ribera detto lo "Spagnoletto", nato in Spagna nei pressi di Valencia ma napoletano di adozione. Dopo un soggiorno a Roma, il maestro spagnolo giunse nella città partenopea nel 1616, forse per sfuggire ai creditori o forse chiamato dal viceré poiché la sua fama era già piuttosto diffusa. La sua arte è violentemente realistica, accentuando Caravaggio anche nelle forti ombre in cui sono immersi i personaggi dei suoi quadri (molti dei quali a tema classico, come il Sileno ebbro al Museo di Capodimonte).[3] Solo dopo l'incontro (sempre a Napoli) nel 1630 con Velázquez, la pittura dello Spagnoletto diventa più chiara e colorata, attirando l'attenzione del re di Spagna che gli commissiona delle tele (oggi all'Escorial e al Museo Del Prado).

A Napoli le tele del Ribera sono pressoché presenti in ogni museo cittadino, mentre le chiese che ospitano suoi lavori sono quella del Gesù Nuovo e la certosa di San Martino. L'arrivo del Ribera in città coincide all'incirca con la chiusura della stagione del Caravaggio. Questo fattore non è da tralasciare perché così si ebbe modo di proseguire la scia artistica intrapresa dal pittore lombardo con un altro maestro di calibro internazionale già noto all'epoca oltre i confini. Prova di ciò fu il fatto che anche lo Spagnoletto ebbe modo di creare un filone di seguaci influenzati e formatesi presso la sua bottega. Fu questo il caso del pittore napoletano più noto su scala mondiale: Luca Giordano.

Il Giordano si annovera tra i più importanti pittori italiani e tra i più prolifici di sempre, avendo all'attivo circa tremila dipinti eseguiti.[4] La sua arte inizia con la scuola riberesca prolungandosi nel tempo fino a superare definitivamente la tradizione del barocco seicentesco, inaugurando così l'arte del secolo successivo con i suoi vivaci colori che riprende dallo studio magistrale della pittura veneta che fece durante un suo soggiorno a Venezia e dall'attento studio altresì di autori del Cinquecento come Raffaello, Annibale Carracci e Michelangelo.[3] Del Giordano si possono ricordare tele e cicli di affreschi di primaria importanza nel contesto artistico nazionale. Gli affreschi nella galleria di Luca Giordano (già galleria degli Specchi) al palazzo Medici Riccardi di Firenze sono tra le opere più note di questo artista, esposto oltre che nei musei e chiese di Napoli anche al Prado di Madrid, alla National Gallery di Londra, al Kunsthistorisches di Vienna, al Louvre di Parigi, agli Uffizi di Firenze ed in altre parti d'Italia.

Se l'ultima parte del Seicento è ampiamente dominata dalla presenza di Luca Giordano, bisogna dire che contemporaneamente a questi un altro pittore che salì alla ribalta nello stesso periodo fu Mattia Preti. Il Preti, pittore calabrese giunto in città nel 1653, ebbe modo di affrescare con pitture votive sul dopo peste del 1656-1657 tutte e quattro le porte onorarie di Napoli, dei cui lavori oggi permane solo quello su porta San Gennaro. Proprio a Napoli avviene l'incontro con Luca Giordano che risulterà di particolare rilevanza per entrambi in quanto fonte per i due di un interscambio di influenze stilistiche. Del Preti si possono ammirare anche alcune tele presenti a Capodimonte nonché gli affreschi sul soffitto della chiesa di San Pietro a Majella.

Massimo Stanzione, Ritratto di donna napoletana (1635). Fine Arts Museums di San Francisco.

Parallelamente al Ribera, al Giordano ed al Preti, intanto, Massimo Stanzione, già allievo del Fabrizio Santafede, perfeziona la sua pittura grazie ad un viaggio fatto a Roma nel 1617. Fu così che divenne uno dei primi autori napoletani del seicento a staccarsi dall'impronta del Merisi.[3] Divenne di fatto uno dei più importanti e ricercati affrescatori di Napoli,[3] ricevendo in alcuni casi commissioni anche in Spagna. Egli fu grande amico e collaboratore artistico di un'altra pittrice giunta in quegli anni (1630) a Napoli, vista la fiorente attenzione all'arte che la città stava riversando: Artemisia Gentileschi. Della Gentileschi permangono in città diverse opere eseguite dagli anni trenta del XVII secolo fino alla sua morte, avvenuta nel 1653. Infatti l'artista romana, dalla vita travagliata e ricca di sofferenze, decise di adottare la città partenopea come sua seconda patria, trovando infatti nozze e concependo due figlie in loco. L'arrivo a Napoli della Gentileschi, anch'essa sulla scia del Caravaggio, fu motivo di una importante crescita professionale, trovando infatti commissioni tanto di particolare prestigio quanto con una certa frequenza. Furono questi gli anni delle tre tele per la cattedrale di Pozzuoli: il San Gennaro nell'anfiteatro di Pozzuoli, l'Adorazione dei Magi ed il San Procolo e Nicea; dell'Annunciazione di Capodimonte; nonché gli anni delle commissioni spagnole, con la Nascita di san Giovanni Battista, opera questa appartenente ad un ciclo di sei commissioni quattro delle quali affidate allo Stanzione, una a Paolo Finoglia ed una alla Gentileschi.

Gli autori come Ribera, Giordano, Caracciolo, Stanzione e Preti, accompagnati da altri esponenti che sono stati di passaggio a Napoli nella prima metà del Seicento, come Guido Reni, Domenichino, Giovanni Lanfranco, saranno motivo di grande influenza per le generazioni che seguiranno contribuendo direttamente e indirettamente all'evoluzione della pittura locale. In particolar modo, gli arrivi del Domenichino e del Lanfranco (che stazionarono in città per circa un decennio) furono motivo di respiro per la pittura partenopea, fino ad allora troppo incentrata sulla scuola di Caravaggio e sui suoi seguaci. Dai tre pittori "forestieri", che hanno lasciato in città molte opere tra pitture e cicli di affreschi, ci fu dunque modo di ricevere influssi tipici della pittura emiliana donando in questo modo una maggior dimensione artistica alla appena nata scuola locale. A tutti questi nomi, si affiancano quelli di altri artisti le cui opere sono oggi conservate nei più importanti musei d'Europa: Bernardo Cavallino, Aniello Falcone, Micco Spadaro, Andrea De Lione, Salvator Rosa, Francesco Di Maria, Giovanni Balducci, Bernardo De Dominici, Andrea Malinconico, Paolo Finoglio, Lorenzo e Andrea Vaccaro, Giacomo Farelli, Onofrio Palumbo, Francesco Guarini, Giovan Battista Ruoppolo, Giuseppe Recco, Cesare e Francesco Fracanzano, Giuseppe Simonelli, Giuseppe Marullo, Pacecco De Rosa e Belisario Corenzio.

Aniello Falcone, le cui opere si possono ammirare al Duomo, al Gesù Nuovo negli affreschi della volta della Sacrestia, e al Museo di Capodimonte, vede nella sua bottega formarsi altri importanti artisti napoletani, tra cui Micco Spadaro e Salvator Rosa, insieme ai quali - e con molti altri - sembra avesse formato la "Compagnia della Morte", così chiamata perché i suoi affiliati uccidevano gli spagnoli nelle strade della città come vendetta per la morte di un loro amico. La pittura di Micco Spadaro, il cui vero nome era Domenico Gargiulo, è nota per due diversi 'cicli tematici': il primo è quello dei paesaggi e delle vedute architettoniche (Villa di Poggioreale, Storie bibliche, Storie di certosini - queste ultime due a San Martino), l'altro è quello della rappresentazione di eventi a lui contemporanei, tra cui soprattutto la Rivolta di Masaniello del 1647 ed Eruzione del Vesuvio del 1631. Salvator Rosa, nato a Napoli ed attivo in questa città ma anche a Roma e Firenze, fu una personalità poliedrica che abbandonò il barocco e la pittura di genere per dedicarsi alle tematiche più disparate, dalle battaglie all'arte sacra fino all'ultima ma fondamentale produzione di paesaggi selvaggi e fantastici di gusto quasi romantico.

Bernardo Cavallino, invece, è autore di tele religiose di gusto profano di grande luminosità e colore, molte delle quali esposte a Capodimonte.

Settecento[modifica | modifica wikitesto]

Nel Settecento la pittura a Napoli viene dominata essenzialmente da artisti locali che riprendono in qualche modo le ultime pitture di Luca Giordano molto vicine alla scuola veneziana e quindi europea. In particolare fecero da modelli gli affreschi nella certosa di San Martino di Napoli (con il Trionfo di Giuditta) e nel monastero di San Lorenzo del Escorial.

Alle grandi tele di stampo religioso fanno posto i cicli di affreschi di gusto religioso-mitologico. La fioritura in città e negli immediati dintorni di importanti palazzi nobiliari e reali ha inoltre fatto sì che l'attenzione venisse distolta dai soli edifici religiosi partenopei. Uno dei più proficui pittori di corte fu senza dubbio Fedele Fischetti, il quale lavorò a palazzo Cellamare, Fondi, Carafa di Maddaloni, alla reggia di Capodimonte, di Carditello, al palazzo reale fino alla reggia di Caserta.

Diversi altri sono gli artisti vissuti in questo secolo, anche se nessuno di questi riuscì comunque ad eguagliare i livelli del Giordano e del Ribera. Oltre al nucleo di pittori che ha vissuto a cavallo tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, come Nicola Malinconico, Giacomo del Pò, Giovanni Battista Lama, Domenico Guarino, Giuseppe Mastroleo, Paolo De Matteis e Domenico Antonio Vaccaro, numerosi altri furono gli autori locali che iniziarono a formarsi. Si ricordano Corrado Giaquinto, Aniello Falcone, Gaspare Traversi, Girolamo Cenatiempo, Pietro Bardellino, Giacinto Diano, Antonio Sarnelli, Giuseppe Bonito, Sebastiano Conca, Lorenzo De Caro e Nicola Maria Rossi. Tuttavia i maggiori autori che si registrano e che fecero da scuola ad altri artisti furono Francesco Solimena e Francesco De Mura.

L'opera di Francesco Solimena, attento a creare scene coreografiche e ricche di complesse architetture, ebbe una certa risonanza europea. A Napoli vi sono numerosi e notevoli affreschi: quelle sulla Virtù nella sagrestia della basilica di San Paolo Maggiore (1690), il Trionfo della fede sull'eresia ad opera dei Domenicani nella sacrestia di San Domenico Maggiore e le sue pale di santi quali San Francesco rinuncia al sacerdozio in Sant'Anna dei Lombardi ed in altri musei e chiese napoletane. Solo dopo la partenza di Luca Giordano e il suo avvicinamento all'Arcadia, la pittura assume nuove sfaccettature in un certo senso più manieristiche ma più vicine al gusto dell'epoca, tra cui La cacciata di Eliodoro dal tempio (1725) nel Gesù Nuovo e soprattutto gli affreschi della Reggia di Caserta su temi più terreni e più laici.

Continuatore di Solimena è Francesco De Mura che si forma nella sua bottega e le cui opere risultano spesso di difficile attribuzione poiché il suo stile si accosta molto a quello del maestro. Di questo pittore rimangono svariate opere dislocate in alcuni musei italiani, molti lavori eseguiti nelle chiese di Napoli, alcuni nei palazzi nobiliari di Napoli e Torino ed infine, rimane un cospicuo numero di opere al complesso del Pio Monte della Misericordia, in quanto donate dall'artista alla sua morte. Il De Mura diviene nel corso del XVIII secolo il pittore più ricercato del Regno di Napoli ricevendo inoltre l'invito ufficiale da parte di Ferdinando IV di Borbone a divenire pittore di corte a Madrid. Tale invito verrà tuttavia declinato da parte del maestro napoletano.

Anche Corrado Giaquinto studia a Napoli presso Solimena, ma la sua lezione tardo-barocca viene nel Giaquinto unita alle prime correnti neoclassiche e all'intensità cromatica di Luca Giordano. Anche se la maggior parte e le più importanti delle sue opere sono altrove, Napoli è dunque il centro della formazione di questo artista nato a Molfetta.

Da poco riscoperta grazie a una grande mostra al Castel Sant'Elmo e in Germania è l'opera di Gaspare Traversi, napoletano sulla cui formazione poco si sa ma che forse studia presso Solimena; attraverso i suoi quadri può essere notata la sua attenzione ai modelli dei seicento napoletano (Caracciolo, de Ribera) e quindi indirettamente al Caravaggio, benché nell'ultima parte della sua vita l'ambiente più borghese di Roma lo porta ad aderire ai canoni illuministici.

Ottocento e la Scuola di Posillipo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Scuola di Posillipo.
Castel dell'Ovo dalla spiaggia, di Anton Sminck van Pitloo

La pittura napoletana si trasforma completamente nell'Ottocento, abbandonando ogni residuo tardo-barocco o caravaggesco e inserendosi in un più vasto movimento artistico, paesaggistico e in parte romantico, che assume connotati propri con la Scuola di Posillipo tra il 1820 e il 1850.

Questo movimento affonda le sue radici nell'arte paesaggistica seicentesca di Micco Spadaro e del tardo Salvator Rosa, e si fonde con le innovazioni di artisti quali John Constable e William Turner la cui fama viene portata nella capitale del Regno di Napoli dai romantici impegnati nel Grand Tour, il viaggio obbligatorio di ogni artista del tempo nelle grandi città d'arte italiane.

A questo va aggiunto anche il fenomeno dilagante di un'arte minore quale la pittura di paesaggi su fogli e piccole tele da vendere ai turisti giunti a Napoli, immortalando i paesaggi del Vesuvio, di Pompei, delle isole o di altri scorci della città.

A portare alla nascita di una vera corrente pittorica di questo tipo è Antonio Pitloo, giovane olandese che giunge a Napoli nel 1815, dopo un soggiorno a Parigi a contatto con paesaggisti seguaci di Valenciennes, dove muore nel 1837, lasciandovi una grande eredità. Pitloo unisce tutte queste istanze pre-paesaggistiche e "introduce" per primo a Napoli la tecnica della pittura en plein air ("all'aria aperta"), dipingendo in splendidi olii ricchi di luce ed effetti cromatici i paesaggi più classici della città partenopea. Un suo allievo è Jean Grossgasteiger, tirolese di origine, autore di ariosi paesaggi napoletani diurni e di acquarelli in notturno, nei toni del grigio fondo e con rialzi di biacca.

Il laureato, di Giacomo Di Chirico

Simile nel soggetto, ma piuttosto difforme nella tecnica, è invece l'arte di Giacinto Gigante, figlio di un altro pittore, Gaetano, che in tarda età abbraccerà anch'egli la scuola di Posillipo. Dopo aver studiato con Pitloo, Gigante unisce le nuove tecniche acquisite con le sue abilità (era anche tipografo) e crea piccoli quadri - in maggioranza acquerelli - immortalando grandi e suggestivi paesaggi (Amalfi, Capri, Caserta, il Vesuvio) con un taglio quasi fotografico.

La Scuola di Posillipo vanta molti artisti: Gioacchino Toma, Achille Vianelli, Gabriele Smargiassi, Salvatore Fergola, Frans Vervloet, Ercole Gigante, Alessandro Fergola, Francesco Fergola, Beniamino De Francesco, Guglielmo Giusti, Alessandro La Volpe, Gustavo Witting.

Esaurisce completamente il suo corso verso il 1860, lasciando brillare altre personalità slegate da questa corrente quali tra tutti Domenico Morelli, che operò completamente nell'Accademia di Belle Arti (come studente, docente, direttore e presidente) e la cui arte fonde verismo a tardo-romanticismo a modelli neoseicenteschi; tra gli altri, da citare Pasquale Di Criscito, allievo del Morelli, di cui è possibile ammirare il sipario di scena del teatro Bellini e soprattutto il soffitto del teatro Giuseppe Verdi di Salerno. Importante fu anche Giacomo Di Chirico, di origini lucane, le cui opere, inizialmente ritraenti soggetti storici, divennero poi rappresentazioni folkloristiche della sua regione, che riscossero un grande successo all'estero (in particolare in Francia). Tra i suoi meriti, Di Chirico ricevette la croce di “Cavaliere d'Italia” dal re Vittorio Emanuele II.[5]

Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del novecento[modifica | modifica wikitesto]

La pittura napoletana di questo periodo riprende le esperienze dalla Scuola di Posillipo, dell'Impressionismo e del Post-impressionismo francese, con artisti molto valenti fra cui si ricordano: Carlo Brancaccio, Vincenzo Caprile, Giuseppe Carelli, Clementina Carrelli, Angela Carugati, Giuseppe Casciaro, Arnaldo De Lisio, Vincenzo Gemito, Vincenzo Irolli, Antonio Mancini, Vincenzo Migliaro, Salvatore Petruolo, Salvatore Postiglione, Attilio Pratella, Raffaele Ragione, Oscar Ricciardi, Rubens Santoro, Pietro Scoppetta, Raffaele Tafuri, Amelia Tessitore Gelanzè, Vincenzo Volpe, etc.

Novecento: dalla secessione dei ventitré alla Transavanguardia[modifica | modifica wikitesto]

La pittura napoletana di inizio Novecento è influenzata enormemente dalle esperienze precedenti e soprattutto dalla Scuola di Posillipo, limitandosi però talora ad un vedutismo locale e ad un pittoricismo di facile fruizione, pur in presenza di artisti di altissimo profilo tecnico ed artistico, quali Antonio Asturi, Gaetano Bocchetti, Giovanni Brancaccio, Antonio Bresciani, Ezelino Briante, Leon Giuseppe Buono, Rubens Capaldo, Roberto Carignani, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo, Luigi Crisconio, Nicolas De Corsi, Giovanni De Martino, Francesco De Nicola, Antonio De Val, Francesco Di Marino, Salvatore Federico, Francesco Galante, Saverio Gatto, Umberto Giani, Felice Giordano, Antonio Madonna, Ermogene Miraglia, Giovanni Panza, Luca Postiglione, Paolo Pratella, Francesco Paolo Priscarndro, Eugenio Scorzelli, Gaetano Spagnuolo, Carlo Striccoli, Amerigo Tamburrini, Clemente Tafuri, Attilio Toro, Carlo Verdecchia, Gennaro Villani, Eugenio Viti.

L'inizio del secolo vede comunque un gruppo di giovani artisti napoletani, tra i quali Eugenio Viti, Edgardo Curcio, e Gennaro Villani, che in contrapposizione alla pittura accademica e ufficiale di quegli anni, danno vita alla cosiddetta secessione dei ventisette. In polemica con la pittura accademica del chiaroscuro e della prospettiva, rifiutando i temi storici e mitologici alla Morelli, si rivolgono con occhio attento alle esperienze impressioniste e post-impressioniste di oltralpe.

Sono di questi anni altri movimenti artistici napoletani come il “Gruppo Flegreo” che intendeva rivitalizzare la tradizione pittorica meridionale, quello degli “Ostinati”, più vicino alle esperienze artistiche del ‘900 o i pittori del Quartiere latino”, accomunati da uno stile di vita e artistico bohemiènne fra questi si ricorda Giuseppe Uva.

Un caso a parte rappresenta Mario Cortiello denominato lo Chagall napoletano.

Futurismo napoletano[modifica | modifica wikitesto]

Sempre ad inizio secolo anche Napoli subisce il fascino del futurismo, soprattutto con Emilio Notte e Francesco Cangiullo, oltre ai circumvisionisti di Carlo Cocchia, Guglielmo Peirce e Luigi Pepe Diaz.

La Transavanguardia campana[modifica | modifica wikitesto]

È però il critico napoletano Achille Bonito Oliva, teorico della “Transavanguardia” a ridare, più di ogni altro, energia e respiro internazionale alla pittura napoletana e campana. La Transavanguardia, con caratteristiche peculiari in ogni artista, recupera la tradizione pittorica e il genius loci, superando il concettualismo dei movimenti artistici del '900. Ben tre dei “magnifici cinque” della Transavanguardia sono campani: Mimmo Paladino, Nicola De Maria e Francesco Clemente.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Carlo Sellitto, primo caravaggesco napoletano (catalogo mostra), Napoli 1977.
  2. ^ Ulisse Prota - Giurleo, Pittori montemurresi del '600, Comune di Montemurro, 1952
  3. ^ a b c d e f Ragione
  4. ^ Ferrari, Luca Giordano - Nuove ricerche e inediti, Editrice Electa (2003)
  5. ^ Enrico Castelnuovo, La Pittura in Italia: l'Ottocento, Volume 2, Electa, 1991, p. 805

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • A.A.V.V. (2001), Luca Giordano, 1634-1705, Editrice Electa, Napoli (2001), ISBN 88-435-8579-7
  • DELLA RAGIONE Achille (2001), Il secolo d'oro della pittura napoletana, Napoli 1997 - 2001
  • RICCI Paolo (1981),Arte ed artisti a Napoli, 1800-1943, Edizioni Banco di Napoli, Napoli 1981, pp. 394.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]