Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui

Dialetto triestino

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

1leftarrow.pngVoce principale: Lingua veneta.

Triestino
Triestìn
Parlato in Italia e Slovenia
Regioni Friuli-Venezia Giulia (Provincia di Trieste)
Locutori
Totale tra 200.000 e 300.000
Altre informazioni
Tipo SVO flessiva - sillabica
Tassonomia
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italooccidentali
    Romanze occidentali
     Galloiberiche
      Galloromanze
       Galloitaliche
        Lingua veneta
         Veneto coloniale
          Dialetto triestino
Codici di classificazione
ISO 639-2 roa (lingue romanze)

Il dialetto triestino[1] (nome nativo triestin [ triesˈtiŋ]) è un dialetto della lingua veneta parlato nella città di Trieste e buona parte della provincia di Trieste. Ma la sua sfera d'influenza e di parziale utilizzo (con la penetrazione e contaminazione delle locali parlate) si è estesa in varie direzioni anche oltre gli attuali confini provinciali.

Si tratta di un tipico dialetto veneto coloniale, ovvero un "veneziano d'importazione" che si è radicato nella zona solo in tempi relativamente recenti.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fino agli inizi dell'800 a Trieste si parlava il tergestino: un dialetto romanzo fortemente correlato con dialetto friulano, specialmente con le varietà friulane occidentali[2]; dialetto con il quale il triestino ha convissuto per secoli per poi soppiantarlo[2]. Fin dal Basso medioevo Trieste era linguisticamente circondata dall'arcaica enclave veneta dei dialetti bisiaco e gradese a nord-ovest, dalla fascia di dialetti sloveni del Carso, dal ladino muglisano e dall'istroveneto del Capodistriano a sud.

Lo sviluppo della nuova città ebbe come conseguenza l'immigrazione di persone venute dal bacino del Mediterraneo e dall'Impero Asburgico. Una parte consistente di popolazione immigrata proveniva dal Friuli, dal Veneto, dall'Istria e dalla Dalmazia. Fu in questo momento che si affermò il triestino e scomparve il tergestino. Le ipotesi degli studiosi su questo processo di sostituzione linguistica sono varie. Il "veneto comune" nella variante veneziana, nota in tutto l'Adriatico orientale e nel Mediterraneo orientale fino a Cipro, che Venezia utilizzava come lingua "franca", potrebbe essere stato scelto come koinè linguistica tra popoli di etnie diverse, oppure potrebbe essere stato il dialetto dominante degli immigrati.

Il dialetto triestino si differenziò in parte dal veneto nei secoli successivi, assimilando - in modo simile all'istroveneto, al veneto fiumano e al veneto dalmata - vocaboli e forme dei popoli di quelle zone o in relazione con quelle zone, in modo particolare slavi e tedeschi.

La vitalità del dialetto triestino emerge anche da alcune affermazioni dello scrittore Italo Svevo nel romanzo La coscienza di Zeno:

« Quell'uomo d'affari avrebbe saputa la risposta da darmi non appena intesa la mia domanda. Mi preoccupava tuttavia la quistione se in un'occasione simile avrei dovuto parlare in lingua o in dialetto. »
(capitolo 5)
« Il dottore presta una fede troppo grande anche a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. »
(capitolo 8)

Anche James Joyce durante la sua permanenza a Trieste all'inizio del Novecento imparò a parlare e a scrivere il dialetto triestino. Di ciò sono testimonianza alcune delle sue lettere a Svevo.

Attualmente il triestino si è limitatamente ridotto per diffusione, ed è conosciuto da quasi tutte le persone originarie della provincia o ivi residenti da lungo tempo. A questo proposito contribuisce forse la sua relativa somiglianza alla lingua italiana, che negli ultimi decenni si è andata progressivamente intensificando. Nella provincia di Trieste il triestino rimane, in ogni caso, la lingua di relazione privilegiata, anche fra estranei di differente condizione sociale, e in città è tuttora molto vitale.

Esiste un certo numero di opere teatrali, poetiche o letterarie scritte in triestino, molte delle quali sono opera di Virgilio Giotti e Carpinteri & Faraguna. Inoltre si deve ricordare Nereo Zeper, che ha tradotto l'Inferno ed il Purgatorio di Dante Alighieri in triestino.

Classificazione[modifica | modifica wikitesto]

Il triestino è un dialetto venetomorfo, quindi assimilabile alla lingua veneta, ma con proprie peculiarità.

Distribuzione geografica[modifica | modifica wikitesto]

Il dialetto triestino è parlato nella città di Trieste e in tutta la sua provincia storica. Nei comuni del Carso di lingua slovena è usato come lingua veicolare, come pure nelle zone confinarie della Slovenia. I dialetti veneti usati a Gorizia e Cervignano sono considerati un'irradiazione del triestino piuttosto che del veneto udinese, ma presentano anche influenze del veneto dialetto bisiaco. Lo stesso bisiaco non è rimasto immune dall'influenza del triestino, che lo ha sostituito nei centri urbani, ed una penetrazione e contaminazione da parte del triestino si nota pure nell'attuale istroveneto, in particolare in quello parlato nell'area più prossima e connessa alla città.
Vanno infine segnalati i numerosi triestini emigrati all'estero nella seconda metà del '900, presso le cui comunità, in particolare per le generazioni più anziane, si registra un notevole grado di conservazione del dialetto nativo in ambito familiare (con l'interessante peculiarità che dialetto da loro utilizzato si mantiene ancor oggi nella forma in cui era all'epoca della loro partenza, non avendo essi recepito e partecipato all'evoluzione e contaminazioni più recenti).

Fonologia[modifica | modifica wikitesto]

Il triestino presenta cinque vocali fonologicamente distintive: [i], [e], [a], [o], [u]. A livello fonetico il grado di apertura delle vocali medie può variare, senza che ciò abbia valore fonologicamente distintivo.

Le consonanti consonanti fonologiche sono:

A livello fonetico vanno aggiunti la nasale velare (che si ha per assimilazione davanti a consonante velare) e la laterale approssimante palatalizzata (che è un allofono della laterale alveolare).

Il triestino non ha consonanti geminate. La grafia “ss” non indica una consonante geminata ma la fricativa alveolare sorda in posizione intervocalica.

Grammatica[modifica | modifica wikitesto]

La grammatica del triestino è accuratamente descritta in una serie di studi linguistici (vedi bibliografia). Le sue caratteristiche più importanti, in particolar modo in confronto ai dialetti euganei della lingua veneta, sono le seguenti:

  • tendenza a sostituire il congiuntivo con il condizionale e viceversa. Per esempio sono considerate corrette sia la frase se fussi libero, ‘nderia sicuro (se fossi libero, ci andrei di sicuro), sia la frase se saria libero, ‘ndassi sicuro, come pure addirittura se saria libero, ‘nderia e se fussi libero, ‘ndassi.
  • l'elisione della vocale finale per le parole che finisco per "no", "ne", "lo", "le" e altre (solo maschili) e per l'infinito dei verbi, ad esempio:
    vagòn (vagone)
    pan (pane)
    quel (quello)
    gavèr (avere)
  • la coniugazione del verbo essere, indicativo presente:
    mi son
    ti te son
    lu el xe/ ela la xe
    noi semo
    voi se
    lori i xe/ lore le xe
  • la coniugazione del verbo essere, indicativo imperfetto:
    mi jero
    ti te jeri
    lu el jera/ ela la jera
    noi jerimo
    voi jeri
    lori i jera/ lore le jera
  • la coniugazione del verbo avere, indicativo presente:
    mi go
    ti te ga
    lu el ga/ ela la ga
    noi gavemo
    voi gavè
    lori i ga/ lore le ga
  • la coniugazione del verbo avere, indicativo imperfetto:
    mi gavevo
    ti te gavevi
    lu el gaveva/ ela la gaveva
    noi gavevimo
    voi gavevi
    lori i gaveva/ lore le gaveva

Vocabolario[modifica | modifica wikitesto]

Il lessico del triestino è in maggior parte di origine latina. Tuttavia presenta influenze di altre lingue, soprattutto dello sloveno, del croato e del tedesco. Sono presenti anche parole derivate dal greco moderno a causa della presenza storica di una comunità greca nella città.

Nella tabella seguente si riportano alcuni esempi di parole triestine di varia origine.[3] Viene segnato, ma a titolo solamente indicativo, anche l'accento tonico

Dialetto significato in italiano origine
Armeròn armadio accrescitivo di 'armer' (v.)
Armèr cassettone dal latino ARMARIU(M), 'cassa dove si tengono le armi'
(Un) bic' (Un) pochino utilizzato solo nella locuzione un bic'. Dal ted. Bisschen 'un pochino' (letter. 'un piccolo morso'); meno probab. dall'inglese a bit.
Bìsnis (bìsniz) pateracchio, intrallazzo, anche in senso amoroso plur. bisnìzi. Dall'inglese business, probabilmente risalente al periodo di occupazione alleata alla fine della seconda guerra mondiale
Bòri soldi, denaro Da un antico *"borro" 'oggetto rotondo'.
Brisiòla braciola di maiale, cotoletta dal latino *BRASIATA, cotta sulla brace. Utilizzato anche nel veneto standard.
Carèga sedia da *'catreda', metatesi del latino CATHEDRA. Utilizzato anche nel veneto standard.
Chèba gabbia dal latino CAVEA. Utilizzato anche nel veneto standard.
Chez sciò dar el chez = mandare via, far scappare. O dal tedesco dialettale gehe z(um Teufel), 'va al diavolo!' o dallo sloveno kec (pron. kez) , interiezione per scacciare il gatto, che però potrebbe essere un prestito dal ted. hetzen 'aizzare, istigare'. Più fondata parrebbe la derivazione dal tedesco dialettale meridionale "gehtz!", letteralmente "andate!", ordine assai comune per lo scioglimento dei ranghi tra le truppe austro-ungariche.
Cìsto privo di denaro, in miseria dallo sloveno o croato čist, 'pulito'
Cocàl gabbiano probabilm. dal greco kaukalìas (uccello non identificato). La parola è comunemente utilizzata nel veneto standard.
Còfe stupido, incosciente dal tedesco Kopfweh, 'matto'. Sembra che il termine risalga alla prima guerra mondiale e si riferisca ai soldati scartati alla visita di leva in quanto malati di mente
Flìche soldini, monetine dal ted. Flicken 'rattoppo. cencio', in quanto durante le guerre del Risorgimento l'Austria era solita sostituire le monete metalliche con buoni di carta che si riducevano ben presto a brandelli
Flòsca schiaffo dal tedesco viennese Flazka, 'manrovescio'
Clùca maniglia dal croato e sloveno kljuka, 'maniglia'
Mlecherza - Mlecarza lattaia dallo sloveno "mlekarica", con lo stesso significato. Reliquia dei tempi in cui il latte veniva venduto in città da donne provenienti dal vicino contado massicciamente slovenofono.
Mùlza sanguinaccio, grasso adiposo sui fianchi (maniglie dell'amore) dal dialetto sloveno del Carso mulca (pron. mùlza con la "z" sorda), 'sanguinaccio'
Papùza ciabatta tramite forse il franc. babouche, prestito dall'ar. bābūš, a sua volta tratto dal pers. pāpūš, 'ciò che copre (pūš) il piede (pā)'. La parola è presente nel veneziano.
Patòc ruscello dallo sloveno potok (patok nel dialetto del Carso), stesso significato
Petès bevanda superalcolica (per lo più di cattiva qualità) da peto, 'flatulenza'
Plafòn soffitto dal francese plafond, stesso significato
Puf debito voce gergale presente in vari dialetti italiani, oltre che in francese e tedesco.
Remitùr caos, confusione molte le proposte sull'origine del termine, che comunque resta oscura.
Ribòn specie di pesce dal lat. RUBRONE(M), pesce dal colore rossastro.
Safèr autista, conducente (anche di mezzi pubblici) dal francese chauffeur.
Scàfa acquaio etimo incerto: dal gr. skáphē 'truogolo, vasca'. Per alcuni, invece, è voce di origine longobarda.
Scurton ritaglio finale (per lo più di corde, tessuti ecc.) dal verbo scurtar «accorciare»
Sìna rotaia dal tedesco Schiene, 'rotaia'
Spàrgher cucina a legna dal tedesco Sparherd, 'cucina economica'.
Slaif freno o dal ted. Schleifzeug 'martinicca', oppure, dal ted. schleifen 'tirare a forza indietro, arrotare' e, per estensione, 'frenare'.
Sluc sorso, sorsata dal tedesco Schluck, sorso
Smùzzig sporco, imbrattato dal tedesco "schmutzig", con pronuncia prettamente austriaca ed adattato alla fonetica del triestino. Ormai in procinto di scomparire, il termine sopravvive solo nella varietà di alcuni parlanti, soprattutto se provenienti dal circondario slovenofono.
Trapolèr intrallazzatore, truffatore di bassa lega dall'italiano trappola. La parola è presente anche nel veneto standard.
Tàulig - Tàulic abile al servizio militare dal Tedesco "Tauglich", "abile al servizio militare. Era di uso corrente tra le fila dell'esercito austro-ungarico per designare coloro ritenuti idonei al servizio. Termine ormai desueto, sopravvive solo nella memoria di alcuni anziani.
Tùmbaro - Tùmbano duro di comprendonio, ignorante dall'alto tedesco medio tumb (ora dumm), 'sciocco'. La parola è presente anche nel dialetto veneziano.
Visavì di fronte dal francese vis-à-vis
Viz spiritosaggine, gioco di parole dal tedesco Witz, stesso significato
Zìma ("z" sonora, come in zoo) freddo intenso, pungente dallo sloveno zima, inverno, freddo (sost.)

Sistema di scrittura[modifica | modifica wikitesto]

Il triestino si scrive con l'alfabeto latino. La grafia del triestino non è stata standardizzata o fissata normativamente. Le recenti proposte di standardizzazione ortografica delle lingua veneta non sono state recepite per il triestino, per il quale il modello ortografico di riferimento rimane quello dell'italiano. Da quest'ultimo, tuttavia, il triestino si discosta per alcuni aspetti:

  • la lettera x viene usata per indicare la fricativa alveolare sonora, ma solo nelle terze e seste persone dell'indicativo presente del verbo essere el xe, la xe, i xe, le xe (egli è, lei è, essi sono, esse sono).
  • Il digramma ss viene usato per indicare la fricativa alveolare sorda in posizione intervocalica, come nelle parole cossa (che cosa?) e rossa (rossa). Tale digramma non indica, come invece avviene in italiano, un suono doppio.
  • Il nesso s'c indica la successione della fricativa alveolare sorda e della affricata palatoalveolare sorda, come nelle parole s'cioca (schiocco), s'cenza (scheggia), ras'ciar (raschiare).
  • Benché oggi sempre più frequenti, non sono del dialetto schietto i digrammi gl (dell'ital. aglio) e sc (dell'ital. scemo).

Padre Nostro in dialetto[modifica | modifica wikitesto]

Non esiste una versione ufficiale del Padre Nostro in dialetto triestino. Di seguito si riportano due versioni in triestino di tale preghiera: la prima è quella tradotta dall'italiano in triestino corrente. La seconda è stata sentita e annotata durante la seconda guerra mondiale. Quest'ultima si discosta in più punti dalla versione liturgica cattolica in lingua italiana, come si può notare dalla traduzione italiana riportata di seguito.

Forma corrente
Pare nostro che te son inte i zieli
che sia benedido el tuo nome
che vegni el tuo regno
sia fata la tua volontà
come in ziel cussì in tera
dane ogi el nostro pan de uni giorno
e rimetine i nostri puf'
come noi ghe li rimetemo ai nostri debitori
e no indurne in tentazion
ma liberine de'l mal.
Amen
Forma annotata durante la Seconda Guerra Mondiale
Pare nostro che te sta in zel
che fussi benedido el tu nome
che venissi el tu podèr
che fussi fato el tu volèr
come in zel cussì qua zo.
Mandine sempre el toco de pan
e perdònine quel che gavemo falà
come noi ghe perdonemo a chi che ne ga intajà[4].
No sta mostrarne mai nissuna tentazion
e distrìghine de ogni bruto mal.
Amen
Traduzione italiana della forma annotata durante la Seconda Guerra Mondiale
Padre nostro che sei in cielo
sia benedetto il tuo nome
venga il tuo potere
sia fatto il tuo volere
come in cielo così quaggiù.
mandaci sempre il pezzo di pane
e perdonaci quello che abbiamo sbagliato
come noi perdoniamo chi ci ha imbrogliato.
Non mostrarci mai nessuna tentazione
e liberaci da ogni brutto male.
Amen
Forma liturgica cattolica in lingua italiana
Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Amen.

Esempi[modifica | modifica wikitesto]

Dialogo tratto da: Carpinteri e Faraguna. Noi delle vecchie provincie. Trieste, La Cittadella, 1971.

Àle, àle, siora Nina, che el sol magna le ore!
No per vù, me par, sior Bortolo che sé qua sempre in gamba a contarne una roba e l'altra, tuto de tuti ... anca quel che se gavemo dismentigado ...
Memoria, graziando Idio, no me ga mai mancado. Ma el mal xe che el sol magna le ore e le ore, pian pian, ne magna anca a nualtri!
Ma disème la sinzera verità: quanti ani gavé vù, sior Bortolo?
Indiferente. No conta i ani che se ga fato, conta quei che resta ...

Traduzione italiana

Alé, alé, signora Nina, che il sole mangia le ore!
Non per Voi, mi pare, signor Bortolo che siete qui sempre in gamba a raccontarci una cosa e l'altra, tutto di tutti… anche quello che ci siamo dimenticati…
Di memoria, ringraziando Iddio, non me n'è mai mancata. Ma il male è che il sole mangia le ore e le ore, pian piano, mangiano anche noi!
Ma ditemi la sincera verità: quanti anni avete Voi, signor Bortolo?
Non importa. Non contano gli anni che si sono compiuti, contano quelli che restano…

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ a b Sabine Heinemann e Luca Melchior, Manuale di linguistica friulana, Walter de Gruyter GmbH & Co KG, 16 giugno 2015, ISBN 9783110310771. URL consultato il 28 gennaio 2016.
  3. ^ Il Nuovo Doria - M. Doria - N. Zeper - Trieste 2012
  4. ^ il verbo "intaiar" è qui palesemente errato (errore di citazione?): in triestino significa "insospettirsi", "subodorare"

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Collussi, G. Osservazioni sul triestino di Carpinteri e Faraguna: la concordanza dei tempi, in Holtus - Metzeltin, Linguistica e dialettologia, G. Narr Verlag, Tübingen, 1983, pp. 49–53.
  • Doria, M. Grande dizionario del dialetto triestino. Trieste, Il Meridiano, 1987.
  • Doria, M. Sugli slavismi del dialetto triestino giunti per intermediazione friulana, in Studi forogiuliesi in onore di C. C. Mor, Udine, 1983.
  • Doria, M. - Zeper N. Il Nuovo Doria - Trieste 2012
  • Fontanot, R. Gli elementi turchi nel dialetto triestino, in Trieste e la Turchia. Storie di commerci e di cultura, a cura di G. Pavan, Trieste 1996, pp. 122–125.
  • Fontanot, R. Integrazioni semantiche ed idiomatiche al GDDT, in “Archeografo Triestino”, CIII, 1995, pp. 11–52.
  • Fontanot, R. Noterelle etimologiche triestine, in “Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia patria”, XCV, 1995, pp. 423–427.
  • Fontanot, R. Nuovo supplemento al dizionario del dialetto triestino, in “Atti e memorie della società istriana di archeologia e storia patria”, XCIII, 1993, pp. 341–396.
  • Fontanot, R. Sui suffissi nel dialetto triestino, in “Quaderni del Dipartimento di Linguistica – Università di Firenze”, 6, 1995, pp. 55–94.
  • Kosovitz, E. Dizionario-vocabolario del dialetto triestino e della lingua italiana, Trieste, Tip. figli di C. Amati, 1889.^
  • Loffredo A. Morfologia flessiva del dialetto triestino: tesi di laurea in dialettologia, Trieste, Università degli Studi, 2001-2002.
  • Pinguentini, G. Dizionario storico etimologico fraseologico del dialetto triestino. Trieste, Borsatti, 1954.
  • Rosamani, E. Vocabolario giuliano. Trieste, Lint Editoriale, 1990.
  • Tamas R. Cenni sul dialetto triestino, in Per seguir virtute e canoscenza: miscellanea di studi per Lajos Antal. Szombathely, Berzsenyi Daniel Foiskola, 2004, pp. 299–321.
  • Vidossich, Giuseppe Studi sul dialetto triestino. Trieste, Caprin, 1901.
  • Pellegrini Renzo, Per un profilo linguistico, in Storia economica di Trieste, vol.I La città dei gruppi 1719-1918, Trieste 2001, pp. 293–316
  • Zeper Nereo, Grammatica del Dialetto Triestino - confrontata con la grammatica della lingua italiana - Trieste, Bianca&Volta Edizioni, 2015

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]