Dialetto teatino

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Il dialetto teatino è il dialetto che viene parlato nella città di Chieti.

Questo dialetto appartiene, come il pescarese e il dialetto teramano, al gruppo abruzzese-orientale, quello della metafonesi solo da -i. Il teatino in senso stretto ha la particolarità di essere un idioma comunale, ossia la sua variante più pura è parlata esclusivamente entro i confini della città. È da rilevare peraltro che l'urbanizzazione verificatasi negli anni successivi al dopoguerra ha favorito l'arrivo in città di numerose persone provenienti dai centri vicini che dunque ne hanno influenzato la parlata. Il dialetto teatino in senso stretto è parlato solo nel capoluogo, tuttavia sono considerabili grossomodo assimilati ad esso anche le parlate dei centri limitrofi come San Giovanni Teatino, Torrevecchia Teatina, Ripa Teatina, Miglianico, Villamagna, Casalincontrada e Roccamontepiano, mentre in centri quali Fara Filiorum Petri, Pretoro e Guardiagrele vigono già altri tipi di parlate, sia pure influenzate da quella chietina specie tra le generazioni più giovani.

Si è indecisi se attribuire il dialetto teatino al gruppo adriatico o a quello della sua provincia; elementi che lo farebbero ricondurre a quello diffuso sulla costa e più in generale alle parlate della parte centro-settentrionale dell'Abruzzo sono: la caratteristica cadenza melodica un po' cantilenante, mentre poco più a sud, come a Bucchianico o a Tollo, già si avvertono influssi frentani, molto più pesanti; l'uso nei giovani del verbo stinghë a per "sto", mentre in zone più meridionali, come a Fara Filiorum Petri e anche a Guardiagrele e Lanciano, è usato stenghë; l'uso dell'ausiliare denghë a (a Pescara dinghë a) per il verbo "dovere", tipico di tutta la provincia di Pescara fino a Chieti e Francavilla al Mare, sconosciuto nella campagna teatina dove è adoperato il più comune ajë a, in uso sì pure a Chieti ma in misura minore. Per cui un teatino direbbe la frase interrogativa "Che devo fare?" come "C'ha deng'a fà?", mentre un bucchianichese o un guardiese direbbero "C'ajë a fà?".

Elementi che fanno avvicinare invece la parlata di Chieti a quelle frentane sono l'uso dell'avverbio nijèndë per "niente", mentre nell'area pescarese-teramana si adopera nindë, e anche la presenza dei pronomi dimostrativi maschili e femminili cullù e cullè (quello e quella), oppure cussù e cussè (questo e questa), ampiamente usati anche nella campagna, mentre a Pescara e nella sua provincia sono adoperati rispettivamente cullù, chillì, cussù e chissì. Inoltre da Chieti in giù i verbi col prefisso in "ri-" vengono resi con "are-" e non con "ar-", come nel pescarese e nel teramano: perciò "ricordare" suonerà a Chieti come arecurdà, mentre da Pescara in su come arcurdà, forma che tuttavia ricompare anche in provincia di Chieti nei dialetti dell'area frentana (ortonese, lancianese e vastese).

Per quanto concerne la pronuncia vocalica, la caratteristica principale del dialetto di Chieti - che tende a far sì che gli abitanti della città e della sua provincia siano scambiati spesso per pugliesi quando si recano fuori regione - è il cosiddetto isocronismo sillabico, vale a dire quella tendenza, causata da antiche dominazioni linguistiche che hanno alterato il sostrato latino, ad aprire le vocali chiuse in sillaba complicata, cioè quella terminante per una consonante, e a chiudere le vocali aperte in sillaba libera, cioè quella che termina per una vocale: per cui a Chieti una parola italiana con vocale chiusa in sillaba complicata, come "sótto", si pronuncerà aperta, e dunque sòttë, mentre viceversa una parola "aperta" come "còsa", si dirà cósë, ossia con pronuncia chiusa. Da qui la battuta (Avolio, 1995) per cui la frase italiana 'un poco di pollo', pronunciata da un aquilano un pòco di póllo in modo identico alla pronuncia standard italiana, suonerebbe in bocca, dunque, ad un teatino, un póco di pòllo. Nella forma più stretta di teatino, inoltre, l'isocronismo coinvolge pure le vocali estreme "i" e "u" in sillaba complicata, provocandone l'innalzamento di un grado, cioè a "é" e "ó" chiuse: perciò si avranno forme quali scréttë per "scritto", véštë per "visto", (da "tì") per "tieni", bróttë per "brutto", móltë per "multa".

Al riguardo c'è da segnalare una chiusura più marcata delle vocali nella parte alta della città, dove peraltro il dialetto teatino è parlato nella forma più pura, mentre nelle aree fuori il centro storico e nella parte bassa la pronuncia è più simile alle zone circostanti. In particolare, il motivo per cui le vocali assumono un suono così stretto - al punto da essere divenuto una sorta di "blasone" della città per gli altri abruzzesi - può essere riconducibile al fatto che Chieti non solo è stata capoluogo dell'Abruzzo Citeriore, e pertanto si è relazionata con abitanti di aree più meridionali di essa, ma faceva anche parte del Regno di Napoli, ed essendo una delle città abruzzesi più importanti, in essa si recavano funzionari napoletani e meridionali in genere, che hanno inevitabilmente lasciato come retaggio questo tipo di pronuncia. Attualmente essa è ancora molto vitale anche tra i giovani, specie nella parte alta, che assume pertanto un atteggiamento molto "conservativo" rispetto alle innovazioni linguistiche che negli ultimi 50 anni hanno interessato la sottostante area metropolitana pescarese.

L'isocronismo è un fenomeno presente soprattutto in Puglia, tra la provincia di Foggia e la linea Taranto-Ostuni, e che in Abruzzo compare in modo del tutto distaccato e autonomo a partire dalla Marsica orientale (Celano, ma solo per l'apertura delle vocali in sillaba complicata), e si intensifica nell'area sulmonese (in parte a Sulmona, specie per le "o", e soprattutto ad Introdacqua, Pettorano sul Gizio, Pacentro e Campo di Giove). Tuttavia, l’isocronismo è presente in modo più compatto soprattutto lungo il versante adriatico della Maiella, e parrebbe essersi originato proprio da Chieti, da dove dev’essersi diffuso in primo luogo verso l’interno, cioè da Casalincontrada in direzione dei centri ora pescaresi ma un tempo appartenenti alla provincia di Chieti, ossia Manoppello, Scafa, San Valentino in Abruzzo Citeriore, e Caramanico Terme; verso il mare, esso si è esteso a Sambuceto, fino ad interessare anche la parte meridionale di Pescara, ossia a Portanuova e ancor più nella frazione di San Silvestro, poiché anche tali territori erano parte un tempo della provincia di Chieti. Invece in un'area immediatamente a sud del capoluogo, a partire da Francavilla al Mare, Torrevecchia Teatina e Bucchianico, l'isocronismo è limitato alla sola chiusura delle aperte in sillaba libera, ma ricompare in modo completo nei centri di Ripa Teatina (ma solo per le "e"), Villamagna (ma solo per le "o"), Miglianico, Giuliano Teatino, Canosa Sannita e Orsogna, e poi nelle località pedemontane di Roccamontepiano, Pretoro, Guardiagrele, San Martino sulla Marrucina Pennapiedimonte e Fara San Martino; si presume che questi ultimi centri abbiano questa pronuncia per effetto del guardiese più che del chietino. Esso si presenta dunque in maniera guizzante, e le ragioni non sono certamente facili da desumere. A ciò si aggiunge che al di là del fiume Pescara, a partire da Spoltore, Cepagatti, Rosciano, ricompare un isocronismo solo parziale anch'esso limitato alla sola chiusura delle aperte in sillaba libera (ma a Spoltore come a Villamagna è completo solo per le "o"), con una tendenza però ad una maggiore apertura delle vocali, essendo stati tali centri parte della provincia di Teramo, dove le vocali sono pronunciate aperte in ogni posizione, e dunque vige un sistema definibile come “pentavocalico” (“a”, “è” aperta, “i”, “ò” aperta, ”u”). Nel resto della provincia di Chieti, specie in area frentana, l’isocronismo è quasi sempre attestato nella sua forma parziale, come dimostrato dalle parlate di Ortona, Lanciano e Vasto, ma si presenta completo a Pollutri e a Scerni (in quest’ultimo solo per le “o”). Superato il fiume Trigno, in Molise, i centri di Petacciato e Montenero di Bisaccia presentano un sistema “pentavocalico”, con vocali cioè tutte aperte, mentre in una vasta area che parte da Termoli e si spinge nell’entroterra fino a Casacalenda, l’isocronismo è parziale e limitato alla sola “e” (“béne”, “probléma”), ma non coinvolge la “o”, che presenta dunque una pronuncia simile a quella dell’italiano standard: è da notare che una situazione analoga è riscontrabile anche in Abruzzo nella città di Popoli, in provincia di Pescara.