Dialetto piacentino

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Dialetto piacentino
Piaṡintëin
Parlato in Italia
Regioni Provincia di Piacenza
Locutori
Totale ~150 mila
Classifica Non in top 100
Tassonomia
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Italo-occidentali
    Occidentali
     Galloiberiche
      Galloromanze
       Galloitaliche
        Emiliano-romagnolo
         Emiliano
          Dialetto piacentino
Statuto ufficiale
Ufficiale in -
Regolato da nessuna regolazione ufficiale
Codici di classificazione
ISO 639-2 roa
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
Tüt i om e il don i nàsan lìbar e cumpagn in dignitä e dirit. Tüt i g'han la ragion e la cusciinsa e i g'han da cumpurtäs voin cun l'ätar cmé sa fìsan fradei.

Il dialetto piacentino[1] (dialët piaśintëin) è un dialetto non codificato della lingua emiliano-romagnola, appartenente al gruppo linguistico gallo-italico, parlato nella provincia di Piacenza.

Presenta tratti di continuità con la lingua lombarda (soprattutto nel lessico e in diverse espressioni idiomatiche), pur evidenziando analogie con quella piemontese[2]. Appaiono dunque evidenti le somiglianze con il lombardo occidentale o insubre, dovute ai secolari rapporti che la città di Piacenza e il suo circondario hanno intrattenuto con Milano.[3]. Tuttavia, già nel 1853 Bernardino Biondelli lo classificava come varietà dialettale di tipo emiliano nel suo Saggio sui dialetti gallo italici[4]. Insieme al dialetto pavese occupa un ruolo centrale nell'ambito delle parlate gallo-italiche, confinando direttamente con tre dei quattro gruppi in cui esse si usano dividere. È nato dal latino volgare innestatosi sulla precedente lingua celtica parlata dai Galli che popolavano parte dell'Italia Settentrionale. Come gli altri dialetti gallo-italici, nella storia ha subíto diverse influenze, tra cui quella longobarda (la città fu sede ducale longobarda nel Medioevo). In epoche più recenti è stato influenzato dal francese e dal toscano.

Diffusione e varianti[modifica | modifica wikitesto]

Il piacentino propriamente detto, con qualche variazione fonetica (legata alla pronuncia delle vocali)[5], è parlato nella città di Piacenza, in Val Nure approssimativamente fino a Ponte dell'Olio incluso, in Val Trebbia approssimativamente fino a Travo incluso, nei comuni di Carpaneto Piacentino e Cadeo. Possono essere aggiunte la pianura ad ovest della città, la Val Tidone e la tributaria Val Luretta, area dove si registra qualche uteriore cambio fonetico (mi, ti, chì e atsì invece di me, te, ché e atsé; andà e taś śu invece di andä e täś śu; e invece di e ; picëi, pëi e deficiëit invece di picin, pin e deficint).

Intorno alla fine della Seconda guerra mondiale esistevano ancora quattro varianti nella sola parlata della città di Piacenza, mentre nelle frazioni era diffusa la pronuncia vocalica della campagna, quella che viene parlata fino in collina e che i piacentini definiscono "dialetto arioso" (dialët ariùṡ). Con questo nome è popolarmente identificato un tipo di pronuncia nel quale la vocale ö corrisponde alla vocale centrale (/ø/) e caratterizzata dalla vocale semimuta ë (/ə/) non dittongata, che in città assumono invece il suono di o chiusa (/o/).

In Val d'Arda e nella Bassa Piacentina il dialetto è comunque da ritenersi collegato al piacentino anche se presenta proprie particolarità, sia lessicali che fonetiche influenzate dalla prossimità con le parlate cremonesi, lodigiane e parmensi (ven e delinquent invece di vëi e delinquëit; picen, pien e deficent invece di picin, pin e deficint; andà invece di andä; nella Bassa anche: cald e giald invece di cäd e giäd; sütà invece di siguitä; tragnèra invece di carpìa). In alcuni comuni della pianura nord-orientale come Monticelli d'Ongina e Castelvetro Piacentino sfuma nel dialetto cremonese.

In alcuni dialetti della provincia di Parma, parlati in comuni confinanti con quella di Piacenza quali Fidenza e Salsomaggiore Terme, si rintracciano forti legami con il piacentino. Lo stesso avviene nel Basso Lodigiano dove a San Rocco al Porto, Caselle Landi e Guardamiglio, vicinissimi alla città di Piacenza, la parlata non si discosta eccessivamente da quella qui analizzata, almeno non più di quanto non lo sia quella della Bassa Pianura piacentina.

Varietà orientali[modifica | modifica wikitesto]

[6]

Una della caratteristiche più evidenti delle varietà in uso a Fiorenzuola d'Arda e in Val d'Arda è l'assenza della palatalizzazione di a tonica in sillaba aperta che caratterizza il dialetto di Piacenza e della parte centrale della provincia fino alle colline di Val Trebbia e Val Nure. La palatalizzazione, con varie sfumature, fu tuttavia osservata in alcune frazioni di Fiorenzuola d'Arda, ma svanisce nel capoluogo comunale, ad Alseno, Cortemaggiore, Besenzone e negli altri comuni della Bassa padana piacentina (Caorso, San Pietro in Cerro, Monticelli d'Ongina, Castelvetro Piacentino e Villanova sull'Arda) e a Fontana Fredda, frazione di Cadeo. È stata descritta in passato come a leggermente palatalizzata quella di Castell'Arquato, mentre Lugagnano Val d'Arda, Vernasca e Morfasso sono in linea con i centri della pianura per quanto riguarda l'assenza di palatalizzazione della a tonica. Si hanno così rava e cantà al posto di räva e cantä.

Altro tratto distintivo che emerge a Fiorenzuola d'Arda e Cortemaggiore sotto l'aspetto del vocalismo, avvicinando le varietà di questi paesi a quella del centro di Piacenza, è l'assenza dello schwa - una e semimuta - (/ə/) e della o turbata (/ø/), che sono resi entrambi con o chiusa (/o/).

La zona orientale del Piacentino si distingue anche per quanto riguarda la nasalizzazione delle vocali toniche che eliminano i dittonghi: come in parmigiano si hanno dent e ben accanto a von e cumon invece di dëit e bëi e voi e cumoi delle restanti varietà piacentine centro-occidentali (scritti dëint, bëin, voin, cumoin con -n utilizzata solo per mera convenzione ortografica in questi dittonghi). A Cortemaggiore, inoltre, si ha un dileguo di n, ossia un'assimilazione della nasale dentale alla parte precedente velare negli esiti in

  • –ẽa: galẽa, cantẽa (galena, cantena)
  • –õa: furtõa, lõa (furtona, lona)
  • –ãa: lãa, tãa (lana, tana)

analogamente a quanto avviene a Busseto (provincia di Parma).

Fiorenzuola d'Arda, Bassa padana piacentina e Val d'Arda seguono poi il resto delle varietà piacentine nella caduta della r finale degli infiniti verbali a differenza di quelle parmensi ed emiliane in genere che hanno terminazione in r.

L'Appennino[modifica | modifica wikitesto]

Le varianti piacentine non coprono l'intero territorio della provincia di Piacenza e si arrestano prima del confine con quella di Genova: le alte valli appenniniche sono infatti interessate da forme di transizione tra emiliano e ligure[3] o da dialetti liguri.

Tratti liguri si rintracciano dunque in Val d'Arda a Morfasso, in Val Nure nei comuni di Farini e Ferriere (ma con propaggini fino al comune di Bettola[3]), in Val d'Aveto e in parte della Val Trebbia (parte dei comuni di Coli e Corte Brugnatella). Ciò emerge da un punto di vista

  • lessicale: malä in piacentino, marottu in alcune zone dell'alta Val Nure per ammalato
  • fonetico: desinenza in (-'o) nel participio passato della prima coniugazione (cantó invece di cantä o cantà[7]); rotacismo di l in r anche dove assente in piacentino (einsarata invece di insalata)
  • morfologico: mantenimento di vocali finali diverse da a come nel comune di Morfasso câdu invece di cäd; gat in piacentino e pure gat a Ferriere, ma gattu nelle frazioni di Ferriere e in altri centri montani di Val Nure, Val Trebbia, Val d'Aveto e Val d'Arda; articolo determinativo maschile singolare u invece di al[7], mentre a Bobbio u e ar.

Tuttavia, è a sud di Bobbio che si entra in un'area linguisticamente ligure. L'alta Val Trebbia e le valli tributarie, zona che ha subito un forte spopolamento nel XX secolo, presenta dialetti liguri di tipo genovese caratteristici della montagna e con tratti comuni alle parlate della Val Graveglia genovese. I comuni interessati sono quelli di Ottone, Zerba e Cerignale dove sono presenti a livello fonetico diversi elementi arcaici del genovese rurale[8]. In particolare, è Zerba ad aver mantenuto alcune proprietà più arcaiche del ligure di montagna[9].

La zona presenta comunque alcune caratteristiche comuni al piacentino e agli altri idiomi della Pianura padana, che non hanno però tolto validità all'ipotesi di attribuire al gruppo ligure i dialetti di Ottone, Zerba e Cerignale. Ciò si riscontra:

  • nell'assenza della palatalizzazione dei nessi latini PL, BL e FL: piasa, biancu e fiuru come nel piacentino piasa, bianc e fiur e differentemente dal genovese ciasa, giancu e sciù;
  • nell'assenza delle vocali lunghe e brevi del genovese;
  • nei pronomi dimostrativi cul e cust come in piacentino e diversamente dal genovese quest e quel;
  • nel pronome personale tonico di terza persona maschile a Ottone come in piacentino (rimane , identico al femminile come nel genovese, a Cerignale e in alcune frazioni di Ottone);
  • nella presenza di tre coniugazioni verbali come in piacentino (solo all'infinito esiste una quarta) contro le quattro del ligure;
  • a Cerignale nell'adozione della palatalizzazione di A tonica in sillaba libera tipica del piacentino centrale, sebbene non sia presente in altri dialetti piacentini confinanti, quali quello di Bobbio: schéra, réva, ciamé anlaogamente al piacentino schèla, rèva, ciamè e differentemente dal ligure sca-a (genovese) o scara, rava, ciamà.

Infine, sul settore nominale si nota un certo orientamento verso il piacentino[10].

Il circondario di Bobbio[modifica | modifica wikitesto]

[11]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dialetto bobbiese.

Nella fascia di alta collina e montagna anche Bobbio ha sviluppato un dialetto (ar dialèt bubièiś) del tutto peculiare e che vanta proprie peculiarità fonetiche, morfologiche e lessicali rispetto al piacentino propriamente detto. Se oggi la zona è caratterizzata da un forte spopolamento, anticamente il paese era un centro di scambio situato lungo la Via del sale, che collegava la Pianura Padana al Genovesato. Oltre che a Bobbio, detto dialetto è parlato approssimativamente nei luoghi dell'antica Contea di Bobbio sostituita nel 1743 dalla Provincia di Bobbio fino all'unità d'Italia, che comprendeva zone oggi inserite nelle province di Piacenza e di Pavia. Tale area d'influenza del bobbiese, può essere circoscritta alla parte più settentrionale del comune di Corte Brugnatella e a gran parte di quello di Coli, ma anche in alcuni luoghi della Val Tidone e della Val Luretta più prossimi a Bobbio. Si estende inoltre nei più vicini territori della provincia di Pavia (Romagnese e in parte Val Verde).

Detta varietà si contraddistingue per la compresenza di elementi genericamente emiliani e più specificatamente di area piacentino-pavese, lombardo occidentali, piemontesi e liguri. Sul fronte della fonetica mantiene la palatalizzazione emiliana di a tonica in sillaba aperta tipica del piacentino parlato nella parte centrale della provincia fino alla fascia collinare (parlä, bräg). Segue i dialetti dell'Appennino piacentino nella realizzazione in /ø/ da o breve latina quando nei restanti dialetti della provincia è /ò/ (öc’ e śnöc’ invece di òc’ e śnòc’) e di /ø/ da o lunga latina in sillaba aperta dove altrove è /ò/ (bröd e scöra invece di bròd e scòla).

Si nota la dittongazione in corrispondenza di una e breve latina (mèiś, candèira, piemuntèiś), estesa anche ad altre aree dell'Appennino piacentino, tipica del piemontese e del ligure. Tuttavia, il bobbiese non realizza la dittongazione tipica di certe varietà piacentine e pavesi che precede la n o la m (come in lombardo occidentale si hanno vin, cüsin e baśin invece di vëi, cüsëi e baśëi, ma anche vün, ognidün e nün invece di vói, ognidói e nói; come in altri dialetti della montagna e della Bassa Pianura piacentina vent, sempar, sarpent invece di vëit, sëipar, sarpëit).

Assente lo schwa del piacentino extramurario, sostituito da e aperta (dialèt e pès invece di dialët e pës).

In ambito morfologico si registra il dualismo degli articoli indeterminativi, resi con u e ar al maschile e a e ra al femminile: il primo tipo di matrice ligure e il secondo diffuso in alcune aree del Basso Piemonte e riscontrato in alcune varietà dell'Oltrepò pavese. Come negli altri dialetti dell'Appennino piacentino, più prossimi al contatto con il ligure, rotacismo di l si manifesta con maggiore frequenza: candèira e scöra invece di candela e scòla. Se i participi passati della prima coniugazione terminano con la palatalizzazione della a tonica come nel piacentino centrale e urbano (cantä), quelli di altre coniugazioni e gli ausiliari non terminano per vocale tonica ma, con occlusive dentali (stat, finit, avid) analogamente ad alcune varietà lombarde.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Da un punto di vista fonetico e morfologico il piacentino è in linea con alcuni fenomeni caratteristici dell'emiliano-romagnolo, dal quale talvolta si discosta per avvicinarsi maggiormente al lombardo.

Un elemento tipico dell'emiliano-romagnolo, frequentemente rintracciabile nel piacentino, è la prostesi della a. Ciò fa sì che sia possibile aggiungere questa vocale alla forma tradizionale. Esempio: bśont (unto) può diventare abśont e sporc (sporco) asporc se la parola precedente termina per consonante (piat abṡont; tüt asporc).

Un altro tratto peculiare di tutte le parlate emiliane, dunque anche del piacentino, è la sincope delle vocali non accentate, specialmente e. Esempio: rëśga, lcä e rśintä (diversamente dal milanese rèsega, lecà e resentà). Le ultime due forme piacentine indicate nell'esempio, in quanto inizianti per consonante, possono comunemente diventare alcä e arśintä per prostesi (come nel bolognese alchèr e arsintèr). La sincope non è però così diffusa come in altre parlate di tipo emiliano (bolognese sbdèl, ma piacentino uspedäl come milanese uspedal), poiché si riduce notevolmente ad ovest di Parma[12].

Contrariamente a quanto avviene in emiliano-romagnolo, ma analogamente al lombardo, le desinenze dei verbi all'infinito non terminano in -r (piacentino andä come nel milanese andà e differentemente dal bolognese andèr). Si hanno anche casi di “desinenza zero”: piäṡ[13].

Caratteristico di diverse varietà liguri e lombarde, il fenomeno del rotacismo di l intervocalica in r, si riscontra occasionalmente anche in piacentino: saraca (salacca), canarüs (gola, laringe, esofago; è presente anche canalüs). In linea con il ligure e alcuni dialetti del lombardo e del piemontese, il rotacismo si manifesta anche in alcuni nessi nei quali l è seguita da consonante[14]: surc (solco), carcagn (calcagno, tallone), curtel (coltello). Queste particolarità si intensificano nel dialetto bobbiese, in quelli di transizione fra emiliano e ligure e liguri parlati sull'Appennino piacentino.

Rispetto agli altri dialetti dell'Emilia-Romagna, il piacentino è inoltre interessato da un maggiore dileguo consonantico (pòr per povero)[15].

Fonetica e fonologia[modifica | modifica wikitesto]

Il piacentino presenta diverse somiglianze fonetiche tanto con i dialetti dell'emiliano-romagnolo, quanto con quelli del lombardo e del piemontese.

In generale, condivide con gli altri dialetti del gruppo linguistico gallo-italico

  • la generale tendenza all'apocope (caduta) delle vocali finali diverse da a. Tra le eccezioni vi sono le desinenze finali in -i di voci dotte (forsi, quäsi, difati) e in -u, quest'ultima attestata anche nei contigui dialetti della zona di Fidenza, Salsomaggiore e Busseto (PR)[15] (trenu, còcu, diu);
  • l'assenza di consonanti geminate (doppie), ovvero, a partire dal latino si verifica uno scempiamento delle geminate (CATTUS > gat 'gatto'); è stato tuttavia osservato che, pur essendo assente una geminazione come quella dell'italiano, le consonanti assumono un suono un po' più lungo di quello della consonanti singole ma comunque più breve di quello delle consonanti doppie[16];
  • la palatizzazione dei complessi latini CL- e GL- in c(i), g(i) (es. CLAMARE > ciamä 'chiamare', GLAREA > gèra 'ghiaia');
  • la lenizione delle consonanti occlusive sorde intervocaliche (es. FATIGAM > fadiga 'fatica', MONITAM > muneda 'moneta').

In linea con le altre varietà emiliano-romagnole si notano

  • la trasformazione di -CE, -GE in affricate alveolari sorde o in sibillanti (es. GELUM > śel 'gelo');
  • la palatalizzazione di a tonica latina in sillaba libera (æ oppure ɛ), esistente anche in piemontese e francese (es. SAL > säl ‘sale', CANTĀRE > cantä ‘cantare'), spiegata spesso attraverso l'ipotesi del substrato celtico[17]. È diffusa a Piacenza e nella parte centrale della provincia, ma ne restano esclusi i settori orientali, nordorientali e occidentali, oltre alle aree meridionali di transizione con il ligure. Generalmente, infatti, in Emilia è presente in modo discontinuo in pianura e nelle zone collinari, ma è poco diffusa o comunque introdotta recentemente sull'Appennino. Per quanto riguarda il Piacentino, si tratta di un'innovazione irradiatasi da Parma, in maniera non uniforme, almeno dai tempi del Ducato di Parma e Piacenza, e che avrebbe sostituito un più diffuso modello settentrionale in a il cui epicentro era probabilmente Milano.[7]

Avvicinano il piacentino al lombardo, accomunandolo anche ai dialetti emiliani parlati in Lombardia, quali il pavese e mantovano (da alcuni definiti anche “dialetti lombardi di crocevia”[18])

  • la palatalizzazione tipicamente lombarda del gruppo –CT- latino, ormai però solo in alcuni lessemi (es. TECTUM > ticc' ‘tetto')[19]
  • l'esito in u della o lunga e u breve latine in sillaba aperta (FLOS > fiur, ‘fiore');
  • l'esito in u della o lunga latina e il mantenimento della u breve in sillaba chiusa (MUSCA > musca ‘mosca');
  • l'esito in ö (/ø/)[20] della o breve latina in sillaba aperta (NOVU > növ)[21] al di fuori della cinta muraria urbana di Piacenza;
  • l'evoluzione in ö (/ø/) oppure ü (/y/) della u lunga latina (PLUS > pö, pü 'più').

La presenza delle vocali arrotondate ö ed ü ha causato uno "spostamento vocalico", per mezzo del quale la o latina appare come u (POTÌRE > pudì 'potere').

Un tratto che contraddistingue il piacentino centro-orientale è la riduzione ad -ëi della i lunga e della e latine dinanzi a nasale: si hanno vëi e tëip (spesso scritti vëin e tëimp solo per convenzione ortografica) per vino e tempo. Tale elemento è presente a partire dall'Alessandrino con -ei [22] e prosegue ancora nell'Oltrepò pavese, finché la e assume il suono di una e semimuta (/ə/) nel Piacentino. Questa caratteristica si estingue però già nella parte orientale della provincia di Piacenza.

Fenomeno assente nel resto dell'emiliano-romagnolo, ad eccezione dei dialetti della zona di Fidenza, Busseto e Salsomaggiore (PR), tortonese, oltrepadano e alcune varietà mantovane, è l'evoluzione in ë (/ə/) della e lunga e della i breve latine in sillaba chiusa (FRIGIDUS > frëd ‘freddo') in quasi tutto il territorio piacentino ad esclusione di Piacenza, di Fiorenzuola d'Arda e Cortemaggiore, dove è resa come una o chiusa (/o/)[23] (FRIGIDUS > frod ‘freddo'). La ë è radicata anche in piemontese, dove è conosciuta come "terza vocale piemontese".

Estranea ai gruppi dell'emiliano-romagnolo e del lombardo è l'articolazione della vibrante uvulare (ʁ). Tale peculiarità è stata invece osservata in Valle d'Aosta, in alcune vallate del Piemonte occidentale e in una piccola area compresa tra l'Alessandrino e il settore occidentale del Parmense[19][24]. Tuttavia conserva un suo tratto distintivo rispetto a quella francese, parmense o alessandrina, in quanto nel Piacentino appare come una fricativa uvulare sonora.

Ortografia e norme di pronuncia[modifica | modifica wikitesto]

Il piacentino manca di una normata codificazione dell'ortografia, pertanto alcune questioni sono state a lungo dibattute. Ad esempio, per decenni è rimasto irrisolto il dubbio riguardante l'opportunità di rendere graficamente il suono della s sonora (come nell'italiano rosa e chiesa) con S o Z (rösla o rözla, cesa o ceza?)[25]; la soluzione contemplata dall'Ortografia piacentina unificata[26], proposta nel 2012 dalla rivista culturale locale L'urtiga, è quella dell'utilizzo di una S sormontata da un punto (conosciuto come punto sovrascritto): . Tale è decisione è però stata superata quattro anni più tardi modificando il segno diacritico sopra la consonante, passando dal punto sovrascritto ad un accento acuto: Ś[27].

Inoltre, il principale dizionario piacentino-italiano moderno[25] solleva il problema dell'opportunità di indicare o meno le consonanti geminate (doppie) sull'esempio del toscano pur risultando assenti nei dialetti gallo-italici (scempiamento): an e caval per anno e cavallo[28]. Il raddoppio delle consonanti è suggerito nelle proposte ortografiche più recenti per evidenziare la brevità della vocale che le precede: péll con vocale breve (pelle) in opposizione a pél con vocale lunga (pelo)[29]. Tuttavia, è stato osservato che in piacentino le vocali che seguono alcune consonanti brevi, pur non essendo raddoppiate come in italiano, paiono avere un suono un po' più lungo di quello corrispondente in altri dialetti gallo-italici. Seppur leggermente più lungo, non sembra un raddoppiamento di durata pari a quella dell'italiano[16].

È ritenuto facoltativo indicare il suono K in finale di parola aggiungendo una h alla c, pertanto sono possibili le ortografie pratic e pratich (pratico).

Non sono qui state considerate le varietà appenniniche, sensibilmente diverse dal piacentino e dai suoi suddialetti, che possono comunque essere trascritte attraverso l'Ortografia piacentina unificata.

  • a può essere come la a italiana ([a]), ma spesso è soggetta a dileguo e ammutolisce, appare indistinta, poco accennata e in questo caso è di difficile definizione fonetica[30], tra [ɐ] e [ə] con la quale può essere confusa (esempio: La Varnasca o La Vërnasca per indicare il comune di Vernasca, dove nella seconda versione la e turbata è appunto pronunciata come la [ə] delle varietà extraurbane). Riconosciuto come tratto caratteristico del piacentino, del pavese, dell'oltrepadano e del tortonese, questo fenomeno si registra in diverse situazioni: sempre in finale di parola, ma anche ad inizio, ad esempio in al (l'articolo determinativo maschile singolare), quando la vocale non è accentata o si trova davanti a m e n[31];
  • à come a italiana;
  • ä è pronunciata come un suono intermedio tra a ed è ([æ]), oppure come una è ([ɛ]). Il fenomeno non si è esteso alla Val Tidone, alla Val d'Arda e alla Bassa Pianura nord-orientale, dove è pronunciata come a. Peculiarità della zona collinare a sud della città è quella di pronunciarla come una semplice a esclusivamente nel dittongo -äi o nel trittongo -äia (mäi, caväi, tuäia);
  • e può avere due suoni. Uno è quello aperto di è in italiano ([ɛ]), l'altro è quello chiuso di é ([e]). Tuttavia si possono riscontrare alcune differenze nel piacentino parlato entro le mura del centro storico di Piacenza e quello rustico. Ad esempio in città ricorre una e chiusa (suréla) quando in campagna la vocale si apre (surèla). Vi sono comunque parole in cui il suono chiuso [e] è mantenuto anche fuori città (vérd) e quello aperto è presente anche in città (lègn);
  • ë in città (e a Cortemaggiore, dove il dialetto si discosta parzialmente dal piacentino) appare come una o chiusa ([o]) (biciclëtta, vëd). Più frequentemente, al di fuori della città, è una semivocale affine alla e semimuta ([ə]) nel francese recevoir (come nel dittongo –ëi, presente anche nel piacentino urbano)[23]. Il fenomeno è conosciuto anche in piemontese, dove è noto come "terza vocale piemontese". Spesso vi sono ambiguità ed incertezza tra ë pronunciata come [ə] ed [ɐ], cioè una a attenuata, tant'è che il principale dizionario moderno[25] riporta alcune parole scritte in due versioni (bëgulëin e bagulëin);
  • o può assumere due suoni. Il primo è quello chiuso di ó ([o]), come nell'italiano dono, ed è reso graficamente con o; l'altro è quello aperto di ò ([ɔ]), come nell'italiano parola, ed è indicato con o;
  • ö in città (e nella zona di Fiorenzuola d'Arda e Cortemaggiore) è pronunciato come una o chiusa ([o]). Al di fuori delle mura cittadine e si pronuncia come il dittongo francese eu in beurre, oppure come la ö tedesca in schön ([ø])[23];
  • u come [u] in italiano;
  • ü vocale centrale nota popolarmente come ü lombardo (y) corrispondente alla u francese di but o alla ü nel tedesco brüder;
  • n è nasale in finale di parola (ɑ̃ in mɑn e ɔ̃ in bon, ma nelle zone orientali del Piacentino anche in ven) o quando è seguito da consonante in sillaba aperta (banca, muntagna, cuntör). Non nasalizza, rimanendo come in italiano, fra due vocali in sillaba chiusa. Preceduta dal dittongo –ëi (dëint) non è in realtà pronunciata, ma utilizzata solo per radicata consuetudine ortografica, pertanto è possibile non scriverla (dëit)[32];
  • m è nasale quando è seguita da consonante in sillaba aperta (compit, gambar). Non nasalizza, rimanendo come in italiano, fra due vocali in sillaba chiusa[32]. Preceduta dal dittongo –ëi (stëimbar) non è in realtà pronunciata, ma utilizzata solo per radicata consuetudine ortografica;
  • r caratteristica molto comune tra i piacentini, soprattutto della città, che col passare del tempo sembra in fase di declino[33], è quella di pronunciare una vibrante uvulare (ʁ), in particolare appare come una fricativa uvulare sonora;
  • s s sorda dell'italiano sole (sul, ragas, castel);
  • ś s sonora dell'italiano casa (śia, bräśa, pianś);
  • c: ha un suono palatale di "c" dell'italiano cena (śnocc, ciacc'ra, cavicc');
  • gg (o g): ha un suono palatale di g dell'italiano gelo (arlogg' , magg' , śgagg' ecc.);
  • s'c: s+c' palatale e disgiunte (s'ciüss, s'ciappa, s'cianc, brus'ciä);
  • gl: suona g+l (disgiunte) se di fronte a ë;
  • cc (o "c"): "k" davanti ad a, o, u e in posizione finale (cicch o cich, ciacc o ciac, cicca o cica, biślacc o biślac);
  • ch: k (chippia, simpatich, alfabetich).

Confronto con l'italiano[modifica | modifica wikitesto]

  • Il piacentino ha una maggiore ricchezza vocalica dell'italiano. La pronuncia delle vocali, inoltre, cambia da una zona all'altra risultando più aperta o più chiusa.
  • Le sillabe latine ce/ci/ge/gi sono diventate sibilanti: gingiva ha dato śinśìa;
  • Al contrario dei pronomi soggetto dell'italiano che derivano direttamente dai pronomi soggetto latini, quelli del piacentino derivano dai pronomi oggetto del dativo latino. Per questo i pronomi oggetto del piacentino assomigliano ai pronomi oggetto dell'italiano (fatto che in tempi di minor scolarizzazione e diffusione dell'italiano creava problemi e confusione): me/mi (io), te/ti (tu), (egli), le (ella), nuätar/noi (noi), viätar (voi), lur (essi, esse).
  • A differenza dell'italiano dove la negazione precede il verbo (es: non bevo), nel piacentino avviene il contrario e la negazione segue il verbo: bev mia. La negazione miga, utilizzata, dai due principali poeti dialettali piacentini sembra ormai un arcaismo scomparso, sostituita da mia.
  • Sono molto frequenti i verbi seguiti da una preposizione o da un avverbio che ne modifica il significato, come avviene in inglese con i "phrasal verb" (es: "to take", "to take off", "to take down"). Ad esempio il verbo lavä (lavare) può diventare lavä śu (lavare i piatti); tirä (tirare, trainare) può diventare tirä via (togliere); trä (tirare, lanciare) può diventare trä sö ()/trä indré (vomitare), trä via (gettare, buttare), trä śu (buttare giù, demolire). Specialmente trä sö/, trä via e lavä śu ricordano curiosamente le forme inglesi "to throw up", " to throw away" e "to wash up", di cui hanno lo stesso significato. Analogamente, dä via (regalare) ricorda l'inglese "give away".
  • È più diffuso l'uso del modo finito del verbo (forma esplicita) al posto dell'infinito: so di scrivere male è reso con so ca scriv mäl.

Usi attuali[modifica | modifica wikitesto]

Come per tutti i dialetti d'Italia, anche per il piacentino è iniziata una progressiva e costante diminuzione del numero di parlanti a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Sono ancora diffuse le rappresentazioni teatrali in piacentino, prevalentemente commedie, che portano in scena sia opere di autori piacentini, sia di autori di altre regioni tradotte e adattate, sia di stranieri. Brani di musica folk rock in piacentino sono stati pubblicati negli album Da parte in folk (2011) e La sirena del Po (2012) del cantautore Daniele Ronda.

La principale associazione impegnata nella conservazione e promozione del dialetto piacentino è la Famiglia Piasinteina, analogamente a Ra Familia Bubiéiza per il bobbiese. Intervento a favore del piacentino da parte di una banca locale è invece l'istituzione di un Osservatorio permanente del dialetto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ Il dialetto piacentino, Leopoldo Cerri, Tipografia Solari, Piacenza, 1910, pag. 1
  3. ^ a b c Daniele Vitali, Dialetti delle Quattro province, Dove comincia l'Appennino. URL consultato il 28 gennaio 2014.
  4. ^ Bernardino Biondelli, Saggio sui dialetti Gallo-italici, archive.org. URL consultato l'11 maggio 2014.
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  9. ^ Lotte Zörner, L'ottonese: un dialetto ligure, in: Studi linguistici sull'anfizona ligure-padana, Alessandria, 1992, pag. 115
  10. ^ Lotte Zörner, L'ottonese: un dialetto ligure, in: Studi linguistici sull'anfizona ligure-padana, Alessandria, 1992, pagg. 115-116, 137, 174-175
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Saggio sui dialetti Gallo-italici, Bernardino Biondelli, Milano, 1853
  • Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Fabio Foresti, Editori Laterza, Bari, 2010
  • Introduzione alla dialettologia italiana, Corrado Grassi, Alberto A. Sobrero, Tullio Telmon, Editori Laterza, Bari, 2003
  • Il dialetto di Piacenza, Egidio Gorra, Max Niemeyer Verlag, 1890
  • Il dialetto piacentino, Leopoldo Cerri, Tipografia Solari, Piacenza, 1910
  • Studi sui dialetti della Valdarda. Fonologia del dialetto di Fiorenzuola, Mario Casella, Unione tipografica cooperativa, Perugia, 1922
  • Il dialetto bobbiese, Enrico Mandelli, Tipografia Columba, Bobbio, 1995
  • Bobbio che parla, Pietro Mozzi, Bobbio
  • L'ottonese: un dialetto ligure, in: Studi linguistici sull'anfizona ligure-padana, Lotte Zörner, Alessandria, 1992
  • Grammatica Bobbiese, Gigi Pasquali, Bobbio, 2009
  • Vocabolario Piacentino-Italiano, Lorenzo Foresti, Forni Editore, Sala Bolognese, 1981 (ristampa anastatica)
  • Piccolo Dizionario del Dialetto Piacentino, Luigi Bearesi, Editrice Berti, Piacenza, 1982
  • Vocabolario Piacentino - Italiano, Guido Tammi, Ed. Banca di Piacenza, Piacenza, 1998
  • Vocabolario del Dialetto Bobbiese, Gigi Pasquali - Mario Zerbarini, Edizioni Amici di San Colombano, Bobbio, 2007
  • Dizionario del dialetto dell'alta val d'Arda, Andrea Bergonzi, Lir, Piacenza, 2012
  • Maràssa & Curiàtta, il primo dizionario del dialetto groppallino, Claudio Gallini, Lir, Piacenza, 2015
  • Prontuario ortografico piacentino, Luigi Paraboschi, Andrea Bergonzi, Ed. Banca di Piacenza, Piacenza, 2016

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