Coreno Ausonio

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Coreno Ausonio
comune
Coreno Ausonio – Stemma Coreno Ausonio – Bandiera
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneLazio Coat of Arms.svg Lazio
ProvinciaProvincia di Frosinone-Stemma.png Frosinone
Amministrazione
SindacoSimone Costanzo (lista civica Coreno bene comune) dal 26-5-2019
Territorio
Coordinate41°20′35″N 13°46′36″E / 41.343056°N 13.776667°E41.343056; 13.776667 (Coreno Ausonio)Coordinate: 41°20′35″N 13°46′36″E / 41.343056°N 13.776667°E41.343056; 13.776667 (Coreno Ausonio)
Altitudine318 m s.l.m.
Superficie26,38 km²
Abitanti1 624[1] (28-2-2017)
Densità61,56 ab./km²
Comuni confinantiAusonia, Castelforte (LT), Castelnuovo Parano, Minturno (LT), Santi Cosma e Damiano (LT), Spigno Saturnia (LT), Vallemaio
Altre informazioni
Cod. postale03040
Prefisso0776
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT060030
Cod. catastaleC998
TargaFR
Cl. sismicazona 3 (sismicità bassa)
Nome abitanticorenesi
Patronosanta Margherita
Giorno festivo20 luglio
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Coreno Ausonio
Coreno Ausonio
Coreno Ausonio – Mappa
Posizione del comune di Coreno Ausonio nella provincia di Frosinone
Sito istituzionale

Coreno Ausonio è un comune italiano di 1 624 abitanti, il più meridionale della provincia di Frosinone nel Lazio.

"Questo paese, dall'aspetto selvaggio e ameno... non ha una sua storia di particolare rilievo." Questo brano, estratto dalla presentazione del libro "Storia di Coreno", di Don Giuseppe La Valle, fu redatto dall'autore proprio mentre si accingeva a scrivere quella storia.

Vista panoramica da Ausonia, di Coreno Ausonio

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Coreno Ausonio si trova a 318 m s.l.m., su un altipiano posto sul fianco sud-ovest del Monte Maio (m 940), facente parte della Catena dei Monti Aurunci. L'abitato non dispone di un unico centro storico, ma è diviso nei suoi caratteristici antichi rioni, costruiti di solito intorno a un solo casale originario che s'ingrandiva, stanza dopo stanza, per via dell'incremento demografico delle famiglie, che prendevano i nomi degli edificatori primordiali.

Il territorio comunale presenta le caratteristiche di un territorio montano che digrada a uno collinare, con un andamento da nord-est a sud-ovest. Le altre cime dei monti Aurunci, presenti nel territorio, sono il monte Rinchiuso (778 m), il monte Feuci (830 m) e il monte Reanni (554).

Clima[modifica | modifica wikitesto]

Classificazione climatica: zona D, 1717 GR/G

Origini del nome[modifica | modifica wikitesto]

Il primo documento in cui compare la parola Coreno è il diploma di Carlo Magno del 787, in cui si parla di “un’antichissima Villa Coreni". Tuttavia il vero problema è accertare da dove esso derivi e quale sia il vero significato etimologico del toponimo Coreno. A tale proposito, nel corso degli anni, si sono sviluppate tre o anche quattro scuole di pensiero.

Una farebbe risalire il toponimo Coreno dal nome "Kore" (dea greca degli inferi) e ''Janus" (della dea feritilità).

La seconda e terza opinione, lo deriverebbe dal latino "Corenius", nome proprio di persona. Un antico abitante, o anche un'antica famiglia ausona o aurunca. Ma questo, a sua volta, deriverebbe direttamente o indirettamente, dall'ancora più lontano (perché greco) "korine(m)" o "korune", la clava di Ercole.

Le origini del vitigno "abbuoto".

Nella tesi dell'enologo Davide Biagiotti si legge che le fertili e numerose coltivazioni di uva derivante dal vitigno abbuoto, dalla cui lavorazione, dai tempi degli antichi romani, quindi ab ovo, si produrrebbero i vini citati, tanto apprezzati dagli antichi romani, Cecubo e Falerno, erano tutte posizionate lungo la linea costiera, pertanto non oltre qualche centinaio di metri dal mare, lungo la fascia che va da S.Felice al Circeo fino a Scauri, quella coincidente con la così detta Riviera di Ulisse. Mentre, nel contempo non c'è traccia di tali coltivazioni nell'entroterra, sul territorio più collinoso dell'attuale Coreno, che dista in linea retta almeno sei o sette chilometri dal mare.

Si racconta, infatti, che le fondamenta e i resti di un magnifico tempio in pietra locale dedicato proprio al semi-dio greco Eracle, venerato in zona dagli antichi abitanti pagani, siano stati rinvenuti abbastanza recentemente e poi persi di nuovo, a poca distanza dal centro abitato, e più esattamente nelle campagne di Coreno. C'è chi vorrebbe far coincidere il sito con l'acropoli della vicina Ausonia.

La quarta farebbe derivare il nome Coreno dal greco, "kora"+"oinou", regione o terra del vino, e fino a qualche tempo fa era la più accreditata. Tuttavia, anche se le numerose coltivazioni di viti presenti sul suo territorio, oggi tutte o quasi in completo stato di abbandono, farebbero supporre che veramente Coreno potesse essere la terra del buon vino "Falernum" o "Cecubo". L'enologo Davide Biagiotti, nella sua tesi di laurea ha sviluppato una teoria che escluderebbe il significato che fino a ieri era ritenuto il più probabile: cioè, "terra del vino".

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le prime origini[modifica | modifica wikitesto]

Le primi origini di insediamento umano sul territorio corenese risalgono all'età dei romani. È noto infatti l'uso della pietra calcarea, oggi detta Perlato Royal Coreno, fin dai tempi dei romani; essa è stata abbondantemente utilizzata per la realizzazione della via Appia, della via Ercolanea, di colonne e strade di Pompei, dell'anfiteatro della città romana di Minturnae e anche, in epoca più recente, per erigere l'Abbazia di Montecassino. I romani riuscirono a conquistare il territorio dopo lunghe lotte, solo alla fine della Seconda guerra sannitica, nel 313 a.C.

Nel 744 il duca di Benevento Gisulpo II° donò all’abbazia di Montecassino un vasto territorio già appartenente al gastaldato di Aquino, confinante dalla parte del mare con le nostre montagne: Costa Carosa, Monte Maio, Monte Feuci, Monte Faito. A quel tempo (forse) Coreno non esisteva, ma esistevano certamente le contrade “Serras” e “Casalis”. Intorno al 1000 il territorio di Coreno era costituito da tre contrade: “Casale Acquevive”, “Centro” e “Villa di Casale”, abitate da famiglie di pastori e contadini provenienti dalla vicina “Fratte”. Nel tempo e per effetto del pur lento incremento demografico, essi costruirono altri borghi di pietra: quelli che diventeranno i rioni di Coreno designati dai nomi delle famiglie edificatrici primordiali, oltre a numerosi altri casali, “mantre" e "caselle” disseminate su tutto l'attuale territorio collinare e montano di Coreno.

Tuttavia il nome del paese non appare ancora nel 1158, allorché Papa Adriano IV assegna al vescovo Giacinto i centri abitati e le chiese soggette alla giurisdizione della Diocesi di Gaeta, che terminava poco oltre le “Fratte”.

Le vere origini certe di quello che sarà l’abitato definitivo si possono fissare (forse) agli inizi del 1300. E, infatti, risalirebbe al 1447 un primo computo ufficiale (censimento) delle famiglie esistenti in paese, al momento della prima numerazione dei fuochi, fatta eseguire dal re Alfonso d’Aragona. La “villa di Coreno" (il centro), all'epoca aveva 54 fuochi corrispondenti a circa 270 abitanti; la “villa di Acquaviva”, ne aveva 16 fuochi (ca. 80 abitanti), ed infine la “villa di Casale” che di fuochi ne aveva 17 (ca. 85 abitanti). Per un totale di 87 fuochi (abitazioni) e 435 abitanti (Lo storico Don Giuseppe La Valle suggerisce, infatti, una media di 4/5 abitanti per ogni fuoco).

La Chiesa di Santa Margherita V.M.[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa venne costruita a Coreno verso la fine del 1300. Tuttora è ancora in paese il principale luogo di culto cattolico. Giovanni Porcaro da Roma, appartenente ad una abbiente famiglia romana e da tempo rifugiato a Coreno, nel 1292, con suo pubblico testamento aveva offerto il suolo per la costruzione di una chiesa di cui il rione "Piazza" era sprovvisto, ma si era giunti al 1395 e pare che l’opera non fosse ancora iniziata. Benedetto e Giovanni Stabile e Nicola Orlando, per il fatto che agli abitanti di questo casale distassero dalla Chiesa Parrocchiale di S. Michele Arcangelo di Fratte circa due miglia ed era quindi molto disagevole recarvisi per i doveri religiosi, chiesero al Cardinal Bartolomeo di S. Pudenziana Legato Apostolico nel Regno di Sicilia residente a Gaeta, l'assenso per l’edificazione di una chiesa, le cui spese dichiararono di voler sostenere con mezzi propri e confidando anche nel concorso del popolo. Con Bolla del 24 ottobre 1395 l’alto Prelato esprime il pieno assenso per la lodevole iniziativa. Il lavoro della chiesa durò 50 anni e solo il 15 marzo 1445 Mons. Iacobo Vescovo di Gaeta poté erigere la parrocchia di S. Margherita della terra di Coreno che contava in quel tempo circa 400 abitanti. Al XV secolo, invece, risale la disputa con Fratte, per la separazione delle parrocchie e l'amministrazione autonoma della giustizia, consacrata dalla redazione di uno statuto comunale solo nel 1591.

I Pozzi di Coreno ("Le Puzzola")[modifica | modifica wikitesto]

“Dal muretto ove siamo seduti, le cisterne sotto sembrano tombe. Una specie di cimitero arabo, perché appunto con mucchi di pietre gli arabi indicano sul terreno il posto in cui seppelliscono. Ma vi sono alberi di acacia a ingentilire il luogo e i ragazzi giocano nel breve spazio che le raccoglie. Finché arrivano donne e pare che rechino offerte: una infila la mano nel seno e caccia una chiave, si china sulla lastra di ferro che chiude sopra il tumulo, ne fa scattare) il lucchetto, la solleva, sale sul rialzo. Un'altra donna le passa un secchio legato a una fune e lei lo cala dentro. Si sente l’urto contro l’acqua, i ragazzi accorrono e a turno si dissetano bevendo dal secchio tirato su colmo, a grandi bracciate, dalla padrona che poi comincia a riempire le conche, i vasi, i mastelli, i barili posati attorno a lei. Le donne discorrono quietamente; son sicure della propria razione. Ha piovuto molto nei giorni passati e i pozzi sono pieni. Tuttavia mai restano aperti; alcuni sono padronali, altri del municipio e le chiavi di questi custodite dalla guardia comunale.” (Dante Troisi, "L’acqua di Coreno" in La Serra, anno I, n. 7-8, luglio-agosto 1961, pag. 3)

In paese, in un rione anticamente chiamata "Pozzi", tra i casali Piazza e Stavoli, in un largo spazio pubblico, erano stati edificati in pietra viva da tempo immemorabile una ventina di pozzi, alcuni pubblici altri privati, dei quali molti presenti "in situ" ancora oggi, restaurati e potenzialmente agibili. In ogni caso, pur avendo un pozzo, approvvigionarsi d'acqua non era per niente agevole. La preziosa materia liquida doveva essere attinta a mano dai pozzi, calando il secchio con una fune di strame (a proposito, la trasformazione e la lavorazione dello strame era un'altra povera risorsa economica del tempo in tutta la zona che ricadeva sotto il nome di Alta Terra di Lavoro) attraverso una bocca di luce, oppure nel migliore dei casi, con una rudimentale pompa a mano, e spostata con contenitori non troppo grandi (in genere di coccio, zinco o rame), perché‘ fossero poco pesanti, quindi facilmente trasportabili da donne o, addirittura, da bambini, essendo gli adulti maschi non disponibili perché impegnati tutti nei lavori agricoli o al pascolo degli ovini. L'acqua, così faticosamente recuperata e attinta, doveva essere filtrata alla meglio (attraverso un canovaccio e un setaccio), infine, trasportata fin dove serviva, non era certamente sprecata inutilmente, ma riservata e utilizzata con parsimonia e solo in caso di vera necessità, ad esempio: per lavare le poche stoviglie; per lavare qualche abito migliore, magari da indossare la domenica; per dissetare, ovviamente, sia le persone sia le bestie. Solo dopo, forse, poteva essere utilizzata, in una modica quantità, anche per l'igiene personale. La natura agricola di gran parte dell’economia dell'epoca richiedeva anche un minimo d’irrigazione, sia in campagna sia negli orti domestici, oltre all'acqua, naturalmente, necessaria alla sopravvivenza degli animali.

La Peste a Coreno nel 1656[modifica | modifica wikitesto]

Cronaca di un’epidemia devastante[modifica | modifica wikitesto]

Dalla Platea Ruggiero, redatta dal Sacerdote Don Francesco Ruggiero, alla metà del XVII° secolo, esattamente a pagina 97, si apprende che nel XVI° secolo a Coreno una cappellina votiva fu dedicata a Maria SS. della Civita. Si sarebbe trattato di un piccolo tempio votivo, del quale si conosce la costruzione certa già nel 1518. Dopo la prima costruzione andò distrutto in seguito a eventi bellici, e fu ricostruito in contrada Cardito, ma che, certamente, fu edificato per la prima volta nel 1504, per celebrare la cessazione della pestilenza di quell'anno. ("Nelle antiche strutture trovo che il 1518 vi stava eretto." Scrive il sacerdote) È noto, infatti, che il flagello pestilenziale apparve più e più volte nelle nostre contrade durante il XVI° e il XVII° secolo, seminando ovunque dolorosi lutti. Ma l'epidemia molto più dolorosa e letale fu quella di cui ci occupiamo qui, e che apparve proprio nell'anno 1656. "Cominciarono a morire di maggio, ad uno ad uno, ed essendo arrivati lì 20 giugno ne morirono tre, nel qual giorno furono seppelliti l'Arciprete Lopez e Don Francesco Ruggiero, mio zio. Da quel giorno cominciò ad avanzarsi la morte che morivano 15-18-24 al giorno... Durò tale strage fino alli 16 di agosto, nel qual giorno morirono sette persone e non più." Così si legge nella tragica descrizione dell'escalation pestilenziale fatta, quasi "dal vivo", dal sacerdote Don Francesco Ruggiero Junior. Naturalmente il merito di aver fatto cessare la pestilenza, lo stesso sacerdote, l’attribuì totalmente alla sacra collaborazione tra la nostra Protettrice Santa Margherita e la misericordiosa Madre Vergine Maria. "Tengo per certo che sia stato miracolo della nostra Protettrice Santa Margherita e della Misericordiosissima Madre Maria Vergine." L'ondata pestilenziale di cui si tratta, solo l'ultima di una lunga serie, ma la più tremenda, si era sviluppata originariamente sulla terraferma, a Napoli, poi in quasi tutto lo stivale, in particolare al centro-sud, pare a causa di un marinaio appestato in arrivo dalla Sardegna. Miracolosamente la peste, che si diffuse velocemente prima quasi in tutto il centro e il sud dell'Italia, poi anche al nord, non colpì mai la Calabria, né le città di Otranto, Bellavista, Gaeta, Sorrento, Paula e Belvedere. E, ancora una volta, com’era successo a Coreno, il merito di aver evitato la contaminazione della città di Gaeta fu attribuito, dal clero, alla santità, e in particolare: "...al valevole patrocinio del protettore S. Erasmo." (Come si legge dalla pubblicazione "Gaeta: Memorie Religiose di Gaeta", di Mr. Ferraro). Pare comunque che a Coreno, a causa della particolare virulenza dell'infezione, morì oltre il 70% della popolazione. Questa percentuale, proiettata su scala europea, renderebbe plausibili le stime spaventose di chi paventava la morte di due terzi della popolazione d'Europa. I decessi a Coreno furono ripartiti, sempre per opera di Don Francesco Ruggiero, tra 537 morti certi, perché‘ "di letto", e 234 morti in campagna e "non annotati". Alla fine le vittime assommarono, quindi, a ben 771 unità. Tenendo conto che gli abitanti del paese intero, all'epoca, erano in totale 1.085, si trattò di una vera e propria strage. La popolazione fu decimata e Coreno rimase, quasi spopolato, con soli 314 abitanti. In totale le abitazioni "vacue" (che rimasero vuote, senza inquilini) furono cinquantatré e un intero casale, i Lormi, rimase completamente disabitato e deserto. Il rione, per la verità non uno dei più popolosi di Coreno, contava in totale almeno una quindicina di abitazioni delle quali almeno tre abitate regolarmente da altrettante famiglie. Tuttavia, essendo una famiglia composta mediamente da 5/6 persone (tante Don Peppino ne contava approssimativamente per ogni "fuoco", cioè: casa), si può affermare che i Lormi precedentemente alla pestilenza fossero popolati "solo" da 15/18 persone (sic!). Da un minuzioso controllo risulta che tutti i morti ricevettero regolarmente i sacramenti, tranne quelli che erano deceduti all'improvviso. Ma, a parziale conforto, c'è da aggiungere pure che le cose, almeno da un punto di vista meramente anagrafico, in paese andarono migliorando fin da subito, dopo l'estinzione del focolaio d'infezione. Infatti: "...in breve successione di tempo i vuoti furono colmati con l'apparire di nuove famiglie. Vennero a risiedere a Coreno, infatti: i Casaregola e i Petricone da Gaeta; gli Aceto, i La Valle, i Quintiliano e i Romanelli da Roccaguglielma (L'attuale Esperia); i Sardelli da Pontecorvo; i Gargano da Agnone (L'attuale Villalatina); i Tucciarone da Pulcherini." Per opera del Sacerdote Don Carlo Luca è ancora possibile leggere l'elenco completo dei nomi delle vittime della pestilenza così come esso fu redatto all'epoca. Egli di suo pugno scrisse, infatti, una quasi completa, "Nota dei morti durante la Peste del 1656". La stessa nota viene, poi, riportata integralmente anche nel libro "Storia di Coreno" di Don Giuseppe La Valle, da pagina 55 a pagina 69. "Tutti li suddetti annotati 537 grandi di letto sono morti nella peste dello anno 1656, cominciata allo primo di giugno di detto anno, senza li figlioli che non sono annotati." Manca dalla nota, insieme a altri otto nomi (altrimenti il numero totale di 528 non coinciderebbe con il numero esatto dei morti che è di 537) solo il nome del farmacista Giovan Battista De Gori, ma che è annotato in "Acta Sanctae Crucis di Coreno". Sappiamo anche che, il De Gori, evidentemente a causa della commorienza dei suoi quattro figli: Cesare, Teodora, Beatrice e Francesco, dispose, per testamento redatto il giorno 26 luglio 1656, che suo erede universale fosse nominata la Cappella di S. Croce, oltre a disporre il condono di tutti i suoi crediti. Ma Don Francesco Ruggiero dissente, evidentemente, da Don Carlo Luca, altro collega sacerdote, per quanto concerne l'inizio esatto della pestilenza. Inspiegabilmente, infatti, il primo la fa iniziare agli inizi di giugno; l'altro alla fine di maggio. Ad ogni modo apprendiamo anche che, tra la fine di maggio o (se si preferisce) tra i primi di giugno e la metà di agosto - tale fu il periodo circoscritto entro il quale fu compresa la durata della pestilenza - a Coreno morirono anche otto preti: l'Arciprete Lopez e Don Francesco Ruggiero (il 20 giugno), Don 19 Tommaso Lucarelli, Don Erasmo Ruggiero e Don Sebastiano De Gori (il primo agosto), Don Marco Antonio Ruggiero e Don Antonio Stabile (il 5 agosto), Don Giovanni Loffredo (l'11 agosto). Dei dodici preti presenti e operanti a Coreno rimasero in vita solo quattro sacerdoti: Don Carlo Luca, Don Giuseppe Luca, Don Lorenzo Longo e Don Angelo Orlando. Nella vicina Fratte (l'attuale Ausonia) per il clero del posto andò ancora peggio che per quello corenese. Di quattordici sacerdoti ne rimasero in vita soltanto due: Don Munzio Leo Arciprete di San Michele e Don Mattia Mattei. (Come riportato dal "Liber Fraternitatis", conservato nell'Archivio Parrocchiale di Ausonia)

Coreno alla fine del 1700[modifica | modifica wikitesto]

"Se chiudo gli occhi le vedo ancora le sue case basse: paiono reggersi lungo il pendio scosceso, puntellate nella terra e nei sassi. Sembrano gatti che si reggono sul sofà con gli artigli ficcati nello schienale. Sono addossate, appiccicate una sull’altra, a modellare i minuscoli, caratteristici borghi, stipati di portici archi e loggiati, che conservano ancora il nome degli edificatori primordiali. Tutte di pietra viva e malta impastata a colpi di badile; tutte coi serramenti di quercia laccati al naturale. Li vedo ancora i suoi tetti coperti di coppi fatti a mano: tutti uguali nella forma, tutti diversi nei colori, estratti a caso dall’impasto di terracotta. Le vedo ancora le sue macere di pietra a segnare i confini delle proprietà - fuori del centro abitato e anche dentro. Appena spaccate, le pietre sono di un bianco abbagliante, quasi lunare; poi, col tempo, diventano grigie - per accompagnarsi meglio alla tristezza del paesaggio circostante." (dal libro: Le Stagioni della Lattaia di Salvatore M. Ruggiero)

Probabilmente, alla fine del 1700 Coreno, "villa, casalis et pertinentia" di Fratte, era così. Un paese piccolo ma esteso, diviso in tanti piccoli rioni, in parte spalmati su un altopiano, in parte arroccati sulla costa rocciosa di una montagna, che portavano il nome degli edificatori primordiali. Terra di ulivi e roveri; terra di ghiande e di carrube; terra di viti, d'uva e di vino; terra fertile e grassa, dove non sassosa. Infatti terra di macere; le case di pietra come sparse sul terreno o piantate sulla costa di un monte che lo ripara a nord, tra Costamagni e le Perella, affacciato sulla vista fenomenale del Monte Fammera da una parte e dall'altra sull'altrettanto suggestiva Valle dell'Ausente, che lo conduce fin quasi al Golfo di Gaeta; esposto a mezzogiorno e aperto ai venti sia da oriente sia da occidente. Provenendo da Ausonia, per una strada percorribile in carrozza o in calesse, ci s’imbatteva nel primo dei tredici rioni: i Carelli e anche nella prima delle dieci chiese del paese, la chiesa di S Sebastiano. Il rione era in tutto composto di otto case, delle quali sei erano regolarmente abitate, due erano vuote. Nel rione c'era anche un frantoio (montano) per la macina delle olive. Le colline intorno sono tuttora coperte di uliveti. Uscendo da quella specie di labirinto che erano i vicoli stretti del rione e proseguendo per una strada sassosa, poco più di una mulattiera, si arrivava ai Rollagni. Rione composto di otto case; quattro delle quali abitate e quattro disabitate. Proseguendo sempre sulla detta strada, in leggera salita, si giungeva ai Tucci, rione composto di quattordici case; delle quali solo quattro abitate, le altre disabitate o addirittura distrutte. Proseguendo si raggiungevano i Lormi, composti di quindici case, delle quali solo tre abitate, le altre distrutte o disabitate. A destra dei Lormi si trovava il rione Onofri, con ben venticinque case, tutte abitate e adibite anche a fienili, e ben tre frantoi. Proseguendo per altri cento metri si arrivava al rione più centrale, popoloso e importante: la Piazza, con botteghe di scarpari, falegnami, e la Casa della Corte (l'antico Municipio) alla quale si arrivava percorrendo il Vicolo delle carceri. Attraversato il vicolo si giungeva alla Chiesa di Santa Margherita. Uscendo dal portone centrale della Chiesa e prendendo subito a destra, dopo una strettoia si trovava a meno di cento metri il rione Pozzi. Poco lontano dalla Piazza e dai Pozzi, si trovava il rione Stavoli, composto di ventiquattro case, delle quali quattordici abitate e le rimanenti sei disabitate. Nel rione era - ed è ancora - presente la Chiesetta di Santa Maria della Cerqua, oltre a un frantoio per macinare le olive. Sopra gli Stavoli si trovavano gli Vori, con diciotto case (di cui undici abitate) la cappella di Santa Croce e un altro frantoio. A sinistra dei Vori un altro casale detto Magni, risalenti all'anno mille e chiamato "le 'nghette" (un rione con abitazioni malfatte e senza luce, sporco e maltenuto) con quindici case, di cui dieci abitate. A destra il casale Torre con dodici case, di cui otto abitate e quattro vuote. Dalla parte, di sotto un altro casale: i Coreni, con tre case abitate e quattro disabitate. Infine il casale Ranoccoli, abitato da sole cinque persone. Alla fine del '700 Coreno contava 800 abitanti. E ospitava dieci sacerdoti, sei chierici, un dottore e un medico, due notai, due giudici a contratto, due barbieri, un farmacista speziale, due fabbri, due mastri fabbricatori, tre sarti, quattro scarpari, un macellaio, un pizzicagnolo, un'ostetrica. Ed era pure molto sviluppata, tra le genti di Coreno, oltre che la coltivazione dell'uva e delle olive, la zootecnia. Gli abitanti di Coreno possedevano, all'epoca, 100 vacche, 80 buoi, 25 giovenche, 12 cavalli, 30 somari, 100 maiali e 1000 capre.

Brigantaggio e Banditismo a Coreno[modifica | modifica wikitesto]

Scenografia del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Per avere notizie storiche certe dei due fenomeni "gemelli" – banditismo e brigantaggio - a Coreno, bisogna risalire il corso della storia almeno fino all'inizio della seconda metà del XVII° secolo. Dal 1655, infatti - e, come vedremo, fino al 1882 - il territorio di Coreno è stato certamente, nel Lazio, una delle sedi maggiormente nevralgiche per la nascita, ma, soprattutto, per lo sviluppo e la diffusione, sia del banditismo, sia del fenomeno del brigantaggio. E non bisognerebbe confondere le due cose, anche se è possibile e agevole cogliere delle evidenti coincidenze fra di esse. Tanto per cominciare, si può affermare che, con tutta probabilità, tutti i briganti erano banditi; viceversa, di certo, non tutti i banditi erano (veri) briganti. Vanno, infatti, fatte salve, opportunamente, alcune differenze evidenti tra i due fenomeni criminali, pur nella considerazione oggettiva che nel corso degli anni si sono alternati periodi di relativa tranquillità ad altri di particolare recrudescenza ed efferatezza dei due fenomeni, entrambi violenti. In più di qualche caso specifico essi si sono anche, storicamente, sovrapposti. Ad ogni buon conto la causa principale del radicamento e della diffusione del banditismo e del brigantaggio nelle nostre terre va ricercata primariamente, non già nella particolare natura o inclinazione all’illegalità e alla criminalità delle popolazioni indigene (atteso che, pur non ricordandosi imprese perpetrate da briganti autoctoni, essi sono esistiti e se ne conoscono i nomi: Francesco Rotunno, Antonio Valente, Bartolomeo Aceto, Francesco Ciciallo, Benedetto Buongiovanni, Marco Tieri, Francesco Buongiovanni), bensì nelle peculiari caratteristiche fisiche del territorio sul quale il paese e la sua popolazione erano ospitati. Essendo il territorio di Coreno, molto vasto e prevalentemente montano, esso fu giudicato particolarmente adatto a favorire la rapida ritirata delle bande di malviventi al ritorno dalle loro scorribande. Esso, anzi, favoriva eccezionalmente l'alternanza di sortite veloci a ritirate strategiche repentine. Ciò anche e, soprattutto, in quei casi in cui la ritirata delle bande si ritenesse necessaria a causa delle spedizioni di squadre armate di miliziani, di civili o miste, mirate alla sua repressione, che le autorità ordinavano con sempre maggiore frequenza e con sempre maggiore spiegamento di forze. La qual cosa avveniva, con particolare e significativa recrudescenza, soprattutto quando alle autorità arrivava con tempestività notizia delle sortite banditesche. In questi casi le stesse autorità, con l'intento evidente di operare un giro di vite nella repressione dell’illegalità, tentavano subito una veloce reprimenda, ordinando che le squadre armate si mettessero immediatamente sulle 75 orme dei briganti giudicati in vulnerabile ritirata. Nel territorio di Coreno si trova, verso nordest, proprio alle spalle del paese, in posizione dominante, il contrafforte roccioso del Monte Maio, alto 940 m., che sovrasta e guarda, dal versante delle "Chiatemelle" la Valle dell'Ausente; dal versante della "Costa Carosa", la Vallata del Liri. Decisamente più spostata verso oriente, invece, si trova la catena che comprende le tre vette del Faito, Ornito e Fuga, montagne alte, rispettivamente, 800, 725 e 750 m. Questi tre monti dominano agevolmente la vallata del Garigliano, per un buon tratto del suo placido corso, fino alla sua foce. C'è da aggiungere, poi - altro particolare niente affatto trascurabile - che, proprio su questi monti, si possono trovare molte grotte, più o meno piccole, e molti anfratti naturali più o meno profondi, anche di origine carsica, dove i briganti potevano nascondersi agevolmente e altrettanto facilmente trovare riparo per la notte, dalle intemperie e, perché no, dagli occhi indiscreti dei boscaioli e dei pastori abitualmente in transito in quei luoghi. C'è ancora da aggiungere che la posizione geografica di Coreno sul territorio, poteva, genericamente e a buona ragione, definirsi strategica: è vero, infatti, che il paese era tagliato fuori dalle grandi vie di transito, ma nello stesso tempo e opportunamente, era molto vicino a esse. Come pure era posto in posizione baricentrica sul territorio dell'Alta Terra di Lavoro e posto esattamente a metà strada tra il mare e il primo entroterra, oltre che assai prossimo ai grossi centri marinai o montani, nonché alle due città più grandi dell'epoca: Roma e Napoli. Per finire, il piccolo borgo fatto di pietra e sassi era attorniato da diversi altri centri di media grandezza come Cassino, Formia, Minturno, Gaeta e Itri, e anche da paesi più piccoli come Ausonia, Castelnuovo, Spigno, Vallemaio, Esperia e Castelforte.

Gli albori del Brigantaggio[modifica | modifica wikitesto]

Tutto ciò doverosamente premesso, si deve risalire almeno alla metà del XVII° secolo per scorgere, nelle nostre zone, le prime avvisaglie storiche del banditismo e del brigantaggio. E infatti, si fa un cenno, accertato storicamente attraverso documenti ufficiali (più esattamente attraverso il contenuto del "Liber Mortuorum", conservato nell'Archivio Parrocchiale e della "Platea Ruggiero"), alla presenza in paese di un’intera compagnia di soldati spagnoli, nel 1655. Così dalla lettura attenta del "Libro dei Morti" il lettore apprende del decesso di un soldato spagnolo di stanza a Coreno. "A dì 6 ottobre 1655 io don Giuseppe Lopez curato della Chiesa di S. Margherita di Coreno dico che è morto Martino Gala Tudesco soldato della Compagnia del capitano Andrea Ortiz che sta allogata in detta terra: è morto senza sacramento per essere stato ammazzato ed è stato sepolto nella chiesa di S. Margherita per 78 aver costato per fede del suo alfiere e bollettino del cappellano de l'haver confessato ed haver adempiuto lo precetto ecclesiastico conforme al preinserito folio... Giuseppe Lopez Arciprete." E a che poteva servire, in un paese relativamente piccolo come Coreno, un’intera compagnia di soldati spagnoli, se non a tentare di reprimere o, almeno, di arginare l'annoso problema sociale del banditismo insieme alla ormai prepotente emergenza del fenomeno del brigantaggio detto pre-unitario?

Tre le bande di briganti più famose operanti sul territorio di Coreno vanno ricordate:

la Banda "Spicciarelli". "(Tra coloro che non risposero alla proscrizione forzata ordinata dal Re nell'anno 1744, Ndr.) ...fu Andrea Spicciarelli con i suoi fratelli e suo padre del Casale Ponte di Sessa li quali in diverse volte ammazzarono sbirri di campagna (uomini della polizia, Ndr.) che gli andavano appresso, e perché non godevano né chiesa né compagnia di Roma furono costretti a starsene nelle montagne di Suio e nostre ed essere in ogni tanto tempo sovvenuti da noi 80 benestanti di Coreno e altre terre convicine di vino, di preciotto, pane ed altre cose, e alle volte ammazzavano le vitelle per mangiarsele."

La Banda "Priatorio" di Francesco Giodice. L'ottimo cronista, il sacerdote Don Francesco Ruggiero ci soccorre ancora una volta con un suo appassionante racconto contenuto nella sua Platea. "Nel mentre mio fratello Marco Antonio stava con l'opera (gli operai della sua l'impresa, dr.) a far macera (muri a secco, ndr) in Cardito nel Campo fu ricattato dai banditi di Castelforte ed altri paesi di numero sette il capo dei quali fu Francesco Giodice, per cognome detto "Priatorio" della sopradetta terra di Castelforte i quali pigliarono detto Marcantonio ligato e lo portarono alla nostra selva ivi vicino le Pozzella per il ricatto di 50 ducati e l'oro di sua moglie. Mandò il garzone per la nova in nostra casa, quale tutta disturbata gli mandammo ducati 12, preciotto, salsiccia, caso, pane e vino con due paia di calzonetti e tre camicie quali anco avevamo cercato. Non contenti di ciò fecero molti obbrobri e minacce di morte al ligato dopo 84 avergli apparecchiato due cani corsi (cani lupi, ndr.) per dargli morsi, impugnando le armi ed impaurirlo con altri strazi, al fine mandarono a pigliare il resto di ducati 50, l'oro di sua moglie nella medesima sera, a due di notte. Bisognò cercare per Coreno da più amici la somma di ducati cinquanta tutti ad imprestito con quattro fili di granatella di oro ed inviarli alli detti Leopardi per contentarli; per ultimo, ricevuto ciò lo spogliarono di un paia di calzoni e lo mandarono a casa nostra a ore cinque di notte, e il detto Marcantonio stiede a letto giorni quattro per il timore dopo avergli fatto cavare sangue (da cui sembra che il poveretto, per sovrammercato, fu anche sottoposto a un bel salasso (sic!), ndr), di poi la Dio grazia stiede bene."

La Banda di Angelo Duca. Di Angelo Duca, detto "Angelillo" (ma, ovviamente, era solo omonimo del famoso calciatore degli anni '60 - scherzo, sic! -, ndR) e della sua banda, si tramandano molte notizie. Si sa, ad esempio, che trattava con molta affabilità e umanità i bisognosi, ai quali, quando poteva, elargiva anche aiuti in denaro, oltre che in vettovaglie. Un comportamento che è esattamente agli antipodi rispetto a quello abituale dei briganti, che razziavano tutto a tutti per la loro esclusiva sussistenza. In pratica quasi tutto quello che Angelillo e la sua banda razziava ai ricchi e benestanti cittadini dell'Alta Terra di Lavoro, il buon 90 Duca, altruista ai limiti della prodigalità, lo elargiva in favore dei morti di fame (e quanti ce n'erano allora!) tranne una parte più esigua che lasciava per il vitto suo e della sua banda. Angelo Duca, poi, anche questo, forse, caso più unico che raro fra banditi e briganti, non aveva mai ucciso nessuno. E ne andava fiero.

La Banda di Fortunato Gargano. Rare apparizioni sul territorio di Coreno fece pure il bandito Fortunato Gargano, di Agnone (attuale Villa Latina, nella Val di Comino), ma senza lasciare nella storia una sua particolare impronta. Di lui e delle sue, non gloriosissime, né appassionanti, gesta si apprende qualcosa e alquanto stringatamente, solo dalla lettura delle poche righe contenute nelle "Memorie Statutarie di Fondi". Questo riportano quelle poche parole. "Famoso bandito, il quale era stato il primo ad eccitare la rivolta di Agnone: depose le armi e fu perdonato dopo la distruzione della banda di Fra Diavolo."

La Banda del Bandito Crispino. Tragica, come quasi tutte le storie di briganti, fu pure la storia del Bandito Crispino. Non sappiamo per quali motivi, ma è facile intuirli, egli attese e freddò con un colpo di fucile tale Ruggiero Antonio, mentre il malcapitato percorreva la strada nei pressi di Cardito, per recarsi a Napoli, dove studiava all'università. Ovviamente il malvivente aveva l'intenzione di depredarlo delle poche cose che portava con sé: vettovaglie per il viaggio e per la permanenza in città, e qualche ducato di riserva. Appena qualche giorno dopo il fatto, lo speziale (farmacista, ndr) di Castelforte, che, per un patto scellerato stretto con lui, era costretto a passare le vivande al bandito, forse per il rimorso dei crimini efferati da quello perpetrati, si decise a mettere del sonnifero nel piatto che gli era destinato. Permettendo, così, a un sicario di ucciderlo comodamente. 96 Pare che avvertiti i primi sintomi dell'avvelenamento, essendo ancora lucido mentalmente ma preconizzando la fine vicina, il Crispino abbia proferito ai presenti queste sue ultime parole: "Me l'avete fatta!" Ma siccome da violenza proviene solo violenza, dopo poco tempo la casa Ruggiero subì un altro grave lutto. Racconta ancora Don Francesco Ruggiero. "Mio zio Don Crispino Ruggiero junior è morto di fiacca morte ucciso: gli hanno tirato tre colpi di fucile, e la prima botta l'ha tirata Pietro Di Bello, la seconda Michelangelo Ruggiero, la terza Erasmo Pitirano di Castelforte alli 10 maggio 1824. Pietro Di Bello campò un mese. Michele morì alle galere. Erasmo Pitirano fu pure ucciso con tre colpi di fucile l'anno 1825."

La Banda di Francesco Guerra detto "Ciccio". Il 15 agosto del 1863 alle 14,30 avvenne, al centro esatto di Coreno, una spettacolare impresa perpetrata dalla banda di Francesco Guerra, detto "Ciccio", di Marzano Appio. Al comando di una compagnia di 52 banditi armati di tutto punto, il brigante assalì, saccheggiò e depredò Casa De Siena, ubicata nel Vicolo delle Carceri, a due passi dalla Piazza Centrale e dalla Chiesa di S. Margherita. In quella occasione furono portati via 2.086 ducati e oro per un valore di ca. 500 ducati, ma senza arrecare alcun danno alle persone. Gli abitanti della casa, infatti, restarono tutti illesi; nonostante le effrazioni, le distruzioni e i vetri in frantumi, nessuno di loro restò ferito. Si legge sempre dalla Platea Ruggiero. "Si nota da me sacerdote Andrea De Siena che il giorno 15 agosto del 1863 circa l'ora 14 e mezzo venne in questo comune una banda di briganti in numero di cinquanta capitanati da un certo Ciccio Guerra di Marzano all'improvviso di questa nostra famiglia e saggheggiò questa nostra abitazione con scassare il portone e porta di sala, tutti i burò, buffettini, bauli e casse, rubò in denaro ducati duemilaottantasei, biancheria abiti e tutt'altro in ducati quattrocentocinquanta e più, tutto il danaro passa il numero di duemilaseicento. Coreno Ausonio 21 agosto 1863." Da un'altra abitazione vicina, Casa Cristino, ubicata al rione "Quarto", anch'essa poco lontano dal centro, i briganti presero in ostaggio e portarono con loro, per coprirsi la fuga, un giovane seminarista, Don Alessandro Cristino, che più avanti sarebbe diventato canonico della Cattedrale di Albano Laziale e che morì molto avanti negli anni, a Coreno, il primo aprile del 1934. L'ostaggio fu poi rilasciato nei pressi delle "Perelle", per la supplica continua e insistente di alcune donne che gli erano particolarmente legate e devote. Il brigante Ciccio, ricercato, braccato e inseguito da una compagnia di miliziani regolari capitanata dal Delegato di P.S. Vincenzo Tofano, incaricato dalle autorità e arrivato apposta da Pico, fu ucciso ad appena venti giorni dalla sua ultima impresa, presso Suio, mentre cercava di attraversare il Garigliano, per mezzo della scafa (una rudimentale chiatta-traghetto con propulsione a remi o anche a braccia, che avanzava sull'acqua tirando energicamente una corda legata da riva a riva).

Frà Diavolo a Coreno[modifica | modifica wikitesto]

Il primo decennio del XIX secolo fu fortemente caratterizzato dalle imprese del più famoso tra i briganti pre-unitari, Michele Pezza da Itri, detto Fra Diavolo, morto in odore di leggenda. Esattamente il 2 febbraio del 1806 Fra Diavolo si recò personalmente a Coreno. Ma non per una operazione militare, ne per una razzia. Quasi certamente la spedizione fu organizzata solo per raccogliere denaro e per reclutare volontari da impegnare nella sua personale, infinita guerra contro gli invasori Francesi. Il bandito, fortunato, valoroso e stimato dalla popolazione, raccolse, tra Coreno e Fratte, la ragguardevole somma di 200 ducati, formando anche una compagnia di 93 uomini armati. Molti di più di quanti non ne affiliò a Traetto, Maranola, Castelforte e Fratte. Le cronache del tempo raccontano, poi, che nel suo giro di propaganda venne accompagnato dal sig. Giuseppe Alfano, un noto e benvoluto medico locale, che con la sua autorevole presenza, contribuì in maniera determinante alla buona riuscita dell'operazione. "Quivi fece molti proseliti perché contava grandi simpatie e aderenze.“ (Dalle Memorie del Dott. Carlo Fantacone).

La morte del Bandito Chiavone[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1863 fece molto scalpore la morte del brigante "Chiavone", alias Luigi Alonzi, di Sora. Egli aveva talmente tanti sostenitori, ed aveva così tanto stimolato la fantasia popolare, che alla sua morte molti decisero di farsi chiamare Chiavone, come lui, anzi, in qualche caso, qualcuno tentò addirittura di farsi passare per lui. Naturalmente i "Chiavoni" furono tanti "...ma senza l'ardimento, la popolarità, il seguito del famoso guardaboschi di Sora." (scrive B. Amante nel suo libro "Fra Diavolo e il suo tempo".) Anche a Coreno la fama del brigante "Chiavone", ma anche di tutti gli altri briganti che vi arrivarono, fece proseliti, al punto che i nomi dei briganti più noti sono rimasti appiccicati alle famiglie e con essi, molte di quelle che ancora esistono, vengono ancora individuate: Mingone, Nardella, Ferro, Cellitto, Chiavone, Conte, Angelo Duca, Cuccitto, Scialone, Cifro, Feturso, Cangiarro, Ciavarro, Terzitto. Molte di esse ancora hanno in paese rappresentanti al momento. E, per ultimo, oltre tutti quelli già citati, ci fu pure "Ciociò". Secondo la vulgata il "Ciocio" corenese fu tale Giovanni Ruggiero fu Angelo, individuo di pessima fama. Doveva essere davvero un tipaccio se addirittura il figlio adottivo, dimostrandosi molto poco indulgente e anche poco riconoscente, ebbe a dire di lui: "Era niente di buono."

L'ultimo atto di Banditismo a Coreno[modifica | modifica wikitesto]

L'ultimo atto di banditismo - più che di brigantaggio post-unitario, giacché è noto che anche lo studioso Bruno Amante, nel suo libro "Fra Diavolo e il suo tempo", afferma che dopo il 1860 il brigantaggio si fondò essenzialmente su "fautori e manutengoli di ogni paese" - regolarmente documentato, avvenuto sul territorio di Coreno, si ebbe il giorno dopo il 20 marzo del 1882, all'indomani della Festa di S. Giuseppe, patrono del paese. L'orefice Francesco Testa, fratello dell'Onorevole Avvocato Tommaso Testa, Deputato del Collegio di Gaeta, si era recato a Coreno per questioni di affari e vi aveva soggiornato per due giorni. Il pomeriggio del 21 era ripartito. Mentre si trovava più o meno a metà strada tra Coreno e Ausonia, esattamente all'altezza del ponte del Fossato, venne fatto oggetto di diversi colpi di fucile da quattro banditi giunti da Vallemaio che avrebbero ucciso anche il figlio se non lo avesse coperto e protetto col suo corpo Civita Coreno, la donna presso cui i due erano stati ospitati. Un testimone oculare, tale Arcangelo Di Siena, meglio conosciuto in paese col soprannome di "Mastrarcangelo", affermò che i banditi erano travestiti da donne. Proprio tale curioso particolare, rivelato da quell'unico testimone, diventerà determinante per la cattura dei banditi. In base alla circostanziata testimonianza del buon Di Siena, infatti, i banditi furono braccati fin da subito e presi in poco tempo. Il bottino fu recuperato totalmente, benché, dai banditi fosse stato sparso, per disfarsene, per i campi vicini. Il testimone, coraggioso e dotato di grande senso civico, ribadirà la sua testimonianza anche al successivo processo. I banditi, come fu appurato dalle successive rapide indagini, avevano un "palo" del posto, del quale le fonti non rivelano il nome, né altri particolari. Dicono solo che, arrestato anch'esso, finì i suoi giorni in carcere a Civitavecchia.

La Grotta delle Fate[modifica | modifica wikitesto]

Caso archeologico più unico che raro, sul territorio del comune di Coreno è perfettamente conservata la cd. “Grotta delle Fate”. Una vasca, destinata probabilmente ad abluzioni sacre legate al culto della Dea Marìca (i resti del tempio dedicato a questa dea delle acque si trovano a pochi km di distanza, presso la foce del fiume Garigliano) e non un sarcofago (come affermato in passato, troppo frettolosamente) ospitata in un antro posto ai piedi di uno sperone roccioso del Monte Schiavone, scavato e scolpito a scalpello nella roccia calcarea, da molti considerato sito archeologico antichissimo, databile intorno al VII-VIII secolo a.C. Sicuramente originale, ma del tutto simile, se non addirittura uguale, ad alcune delle cd. “Domus de Janas” (“Casa delle Fate”) sarde. Alcuni archeologi sostengono che le prime “Domus de Janas” siano state scavate intorno alla metà del IV millennio a.C. durante il periodo in cui sull'isola si sviluppò la Cultura di San Ciriaco (Neolitico recente 3400-3200). Con la Cultura di Ozieri (Neolitico finale 3200-2800) si diffusero in tutta la Sardegna, ad eccezione della Gallura. La presenza, anche sul territorio di Coreno, di una grotta molto simile alle “Domus de Janas”, chiamata appunto, da tempo immemorabile, “La Grotta delle Fate”, insieme ad altri elementi, come le similitudini esistenti due i due dialetti (il sardo e il corenese) porterebbe a ipotizzare che in epoca precristiana alcuni esploratori sardi possano essere approdati sulle coste della Riviera d’Ulisse e, proseguendo fino all’interno del territorio aurunco, si siano poi insediati alle falde del Monte Maio, dando origine ad una comunità artefice del manufatto. Se tutto ciò fosse accertato, retrodaterebbe di alcuni secoli la data di nascita di Coreno, che la storiografia moderna ritiene fondato, intorno all’inizio dell’ottavo secolo del primo millennio da pastori ausoniesi (o frattesi), spintisi su quello che era già territorio di Ausonia (l'antica Aùsona, una delle città della Pentapoli Aurunca), anzi era sua “…villa, casalis et pertinentia”.

La Linea Gustav[modifica | modifica wikitesto]

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il territorio di Coreno fu attraversato dalla Linea Gustav. Molto interessante a tale proposito e assolutamente da leggere il libro "Il Passaggio della Guerra a Coreno" di Antonio Lisi. In esso l'autore è proteso nel tentativo, peraltro riuscito appieno, di raccontare un importante capitolo della Grande Storia attraverso il racconto della sua personale storia di guerra, e delle tante piccole storie dei suoi concittadini e parenti coinvolti, e si riferisce ad uno degli avvenimenti storici più interessanti e cruenti accaduti dal settembre 1943 al maggio 1944 lungo la cd. Linea Gustav. Coreno era, all'epoca, sede del comando della 71ª divisione tedesca, punto strategico e base logistica e di rifornimento delle linee tedesche arroccate sugli anfratti dei monti Ornito, Faito, Feuci e Maio. L'abitato venne devastato, quasi completamente distrutto, dai pesanti bombardamenti alleati. Molte persone persero la vita e furono ferite e mutilate, non solo tra i soldati, ma anche tra i civili. Di gravissimi episodi di violenza si macchiarono in queste zone le soldatesche tedesche e franco-maghrebine (i cd. goumiers). Recentemente nella zona Pozzi, ospitato, provvisoriamente, all'interno dei locali dell'ex-mattatoio comunale è stato allestito il Museo della Linea Gustav, per interessamento dell'amministrazione comunale e con l'aiuto fattivo e determinante di alcuni giovani del posto, appassionati raccoglitori di militaria. Il museo, piccolo ma significativo, offre una testimonianza bellica di notevole spessore; ricchissimo di mostreggiature, fregi, distintivi, gradi, uniformi, granate, bombe, proiettili, zaini e gavette, fotografie e documenti originali, insomma di tutto l'equipaggiamento dei militari di tutte le forze armate che hanno partecipato agli scontri bellici: prima, raccolto in mille e mille perlustrazioni sui posti della guerra; poi schedato, letto e interpretato in maniera certosina; infine esposto all'osservazione e alla curiosità dei visitatori, spesso ignari della violenza e della banalità della guerra. Il museo si può visitare previa prenotazione, telefonando e contattando gli uffici comunali.

Altra pregevole iniziativa, anche questa legata alla Linea Gustav, è la App "Sentieri Linea Gustav": sono stati individuati i tratturi, sterrati o lastricati di pietra, percorsi dalle soldatesche, dai cittadini sfollati, dai mezzi bellici e dalle bestie da soma, 75 anni fa. Essi si snodano fuori dal centro abitato, sulle colline e sulle montagne che circondano il paese. Tutti i sentieri, mappati e indicati con appositi cartelli, rientrano all'interno dei percorsi e itinerari storico-naturalistici lungo la Linea Gustav e consentono di porre i propri passi sulle orme della storia e, al tempo stesso, di immergersi in un connubio tra mare e montagna, ammirando suggestivi paesaggi e panorami meravigliosi. Lo sguardo dell'escursionista potrà posarsi sui Monti Aurunci Occidentali, sul Golfo di Gaeta, sulle Isole Pontine, sull'entroterra della Valle del Liri, sulla Valle dell'Ausente, sui monti abruzzesi e molisani. In giornate particolarmente terse può spingersi fino al promontorio del Circeo (verso nord) e al Vesuvio e all'isola d'Ischia (verso Sud).

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'argento al merito civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al merito civile
«Situato in posizione nevralgica, all'indomani dell'armistizio subì con animo fiero la spietata reazione tedesca. Sebbene privata dell'essenziale dalle razzie dell'occupante e provata dalle violenze e dai bombardamenti subiti, la popolazione tutta offrì splendidi esempi d'umana solidarietà e grande spirito d'abnegazione.»
— Coreno Ausonio (FR), 1943 - 1944

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto]

  • Chiesa di Santa Margherita V.M. (1445)
  • Chiesa di Santa Maria della Quercia (1649)
  • Chiesa di San Sebastiano (1563)
  • Chiesa di Sant'Erasmo (1705)
  • Chiesa di Santa Croce (VIII sec.)
  • Chiesa di San'Eleuterio (XVII sec.)

Architetture civili[modifica | modifica wikitesto]

  • Monumento per la Pace in località Marinaranne (eretto nel maggio del 1994)
  • Monumento ai Cavatori (eretto il 3 dicembre 2004)
  • Monumento ai Caduti di Tutte le Guerre, in Piazza Umberto I (eretto nel 2000, su progetto dell'Architetto Pasquale Cardillo Piccolino)

L'ulivo monumentale di Coreno.[modifica | modifica wikitesto]

È molto probabile che sul territorio del comune di Coreno si trovi uno degli alberi più vecchi del Mondo. All'interno di una proprietà privata ma perfettamente visibile dalla strada ed anche accessibile fisicamente per eventuali sopralluoghi, poco lontano dal centro del paese, si trova un ulivo molto antico. In realtà gli ulivi sono due, con forme e dimensioni e caratteristiche diverse, ma probabilmente coevi e molto vicini l'uno all'altro, ed entrambi ancora fruttificano. Non esistono stime approssimative della loro età. Chi dice 1000 chi dice addirittura 2000. Ma, seppure rispettabili, si tratta solo di opinioni personali di non addetti ai lavori. Purtroppo (o per fortuna) per certificare scientificamente l'importanza dei due monumenti naturali non è possibile una datazione con la conta degli anelli del tronco, né si può cercare aiuto dallo studio dell'ambiente circostante, dato che intorno agli alberi non sono stati trovati reperti archeologici, ma ci sono solo edifici di recente costruzione. A fare fede sul fatto che gli ulivi siano pluricentenari ci sono solo i primi documenti consultabili che si riferiscono alla probabile nascita di Coreno e che risalgono alla seconda metà del 7° secolo d.C., mentre le prime notizie certe del paese risalgono all'anno 1000. È possibile comunque una datazione per analogia, e l'analisi e lo studio botanico di altri ulivi monumentali simili (ad esempio dell'ulivo di Vouves, sull'isola di Creta) potrebbero riportare ancora più indietro (sicuramente oltre i 1000 anni e, secondo i più ottimisti, anche oltre i 2000 anni) l'età degli ulivi monumentali di Coreno.

Le Scalette[modifica | modifica wikitesto]

Le Scalette collegano la parte alta del paese a quella bassa. La parte vecchia, più antica, a quella nuova, più moderna, con un camminamento di ampi gradini chiusi in due muretti paralleli, che parte, più o meno, a metà di Via IV Novembre e, salendo a zig-zag per i prati e per gli orti della collina, sbuca in un vicolo che sta, più o meno, a metà del percorso di Via Roma, poco prima del punto dove incrocia a perpendicolo Via S. Pellico. Certo, le Scalette avevano più senso quando si andava essenzialmente a piedi, e in paese non c'erano le macchine. Anzi, diciamo che, sessant'anni fa non aveva senso raggiungere la parte alta del paese percorrendo a piedi Via S. Pellico; mentre oggi non ha senso andare a piedi per le Scalette, avendo a disposizione le automobili.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[2]

Religione[modifica | modifica wikitesto]

Lingue e dialetti[modifica | modifica wikitesto]

Per la parlata corenese, e per i comuni circonvicini valgono le seguenti considerazioni: dialetti altomeridionali, con presenza di elementi di raccordo con i dialetti mediani, soprattutto a livello di vocalismo. In questo dialetto, si ha la presenza della preposizione "re" (di) al posto di "de" dei comuni vicini, e il particolare sviluppo -th- prima di alcune vocali. Abbiamo così "Corenhe" (Coreno), "vetthe" (vecchi), "thiune" (più), "iatthu" (gatto), "fatthu" (fatto).

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

  • Festeggiamenti di Santa Margherita, 20 luglio;
  • Palio delle Contrade, prima domenica di agosto;
  • La Serra - trimestrale di vita corenese (dal 1986);

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

Biblioteche[modifica | modifica wikitesto]

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

  • Carnevale corenese
  • Palio delle Contrade e Corsa degli Asini

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Industria[modifica | modifica wikitesto]

Il motore dell'economia della comunità è, senza dubbio, lo sfruttamento della pietra calcarea: sotto forma del pregiato marmo denominato Perlato Royal Coreno. Da 60 anni, sul territorio sono presenti molte cave di estrazione, segherie e agenzie di trasporto che si occupano della sua escavazione, della lavorazione e del trasporto, anche a livello internazionale. Dopo un trentennio di iniziale successo, negli ultimi anni, purtroppo, molte cave e segherie sono entrate in crisi, per effetto della crisi economica mondiale, degli aumentati costi di escavazione, della concorrenza nazionale e internazionale, per difetto di una adeguata programmazione, per errori di marketing e di comunicazione. Oltre a un ridimensionamento della produzione, la crisi ha avuto anche l'effetto di una diversificazione dello sfruttamento dei giacimenti e una modificazione degli stessi sistemi di escavazione e lavorazione del marmo. Sono così comparsi i primi frantoi, nei quali la pietra calcarea informe, non suscettibile di altro sfruttamento economico, viene triturata, a volte perfino polverizzata, per poter essere utilizzata, sotto questa nuova forma, nell'industria delle costruzioni e finanche nell'industria cosmetica. Questa attività, relativamente nuova, "potrebbe" contribuire al rilancio del bacino marmifero in difficoltà, ma anche avere dei risvolti positivi sul ripristino dei luoghi soggetti alla escavazione, incentivando gli imprenditori a cercare materiale da sfruttare, non dalla escavazione "tout court", ma dal recupero dei cosiddetti "sfridi". Essi erano depositati e "dimenticati" nelle discariche a cielo aperto che, accessorio irrinunciabile delle originarie miniere, anch'esse a cielo aperto, contribuivano a deturpare il bel paesaggio collinare.

Agricoltura[modifica | modifica wikitesto]

Rimane inattuata da anni una auspicata pianificazione e diversificazione degli obiettivi economici del paese. L'attività agricola è stata in gran parte abbandonata; le antiche figure dell'agricoltore e del mezzadro sono ormai scomparse; tranne qualche rara eccezione, sul territorio comunale molti terreni appaiono incolti e abbandonati. Anche se mostrano ancora buone potenzialità tra le varie attività economiche l'antichissima e tradizionale vocazione agro-pastorale del territorio, la zootecnia, l'enogastronomia, la produzione e la lavorazione dei prodotti gastronomici tipici.

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1862 cambia denominazione da Coreno a Coreno Ausonio.

Nel 1927, a seguito del riordino delle circoscrizioni provinciali stabilito dal regio decreto n. 1 del 2 gennaio 1927, per volontà del governo fascista, quando venne istituita la provincia di Frosinone, Coreno Ausonio passò dalla provincia di Terra di lavoro a quella di Frosinone.

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 28 febbraio 2017.
  2. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Storia di Coreno di Giuseppe Lavalle
  • Lo Statuto di Coreno a cura di Giuseppe Lavalle
  • Chiese e Cappelle di Coreno di Giuseppe Lavalle
  • Guerra e Dopoguerra di Tommaso Lisi
  • Il Passaggio della guerra a Coreno di Antonio Lisi
  • Rapére la Serra di Gaetano Di Massa
  • La Storia di Coreno di Salvatore M. Ruggiero
  • Le Stagioni della Lattaia di Salvatore M. Ruggiero
  • Storie dalla Valle dell'Ausente di Salvatore M. Ruggiero

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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