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Padre nostro

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Il Padre nostro (in latino Pater Noster, in greco Πάτερ ἡμῶν), così chiamato dalle parole iniziali, detto anche Preghiera del Signore (in latino Oratio Dominica), è la più conosciuta delle preghiere cristiane.

Sono note due versioni della preghiera: la formula riportata nel Vangelo secondo Matteo durante il Discorso della Montagna, e la forma più breve secondo quanto riportato nel Vangelo secondo Luca (11,1), quando, mentre egli si era ritirato in preghiera, uno dei discepoli presenti gli chiese che insegnasse loro a pregare, così come Giovanni Battista aveva insegnato ai suoi discepoli.

Nel testo di Matteo, le prime quattro richieste sono rivolte a Dio; mentre le rimanenti quattro riguardano il genere umano. Solamente il Vangelo secondo Matteo presenta le frasi "sia fatta [obbedita] la tua volontà", e "Liberaci dal male (maligno)". Entrambi i due testi greci contengono l'aggettivo epiousios, che non è attestato in altri autori del greco classico né del periodo della koinè; sebbene dibattuta, la parola "[pane] quotidiano" è stata la scelta di traduzione più comune per questo termine greco, sia in italiano che in inglese e altre lingue moderne.

Matteo 6:9-13 (CEI 2008)

Voi dunque pregate così: / «Padre nostro che sei nei cieli, / sia santificato il tuo nome; / venga il tuo regno;/ sia fatta la tua volontà, / come in cielo così in terra. / Dacci oggi il nostro pane quotidiano, / e rimetti a noi i nostri debiti / come noi li rimettiamo ai nostri debitori,/ e non ci indurre in tentazione,/ ma liberaci dal male».

Luca 11:2-4 (CEI 2008)

Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:/ Padre, sia santificato il tuo nome, / venga il tuo regno; / dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,/ e perdonaci i nostri peccati, / perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, / e non ci indurre in tentazione».

Il testo[modifica | modifica wikitesto]

Originale greco (testo di Matteo)[modifica | modifica wikitesto]

Testo greco

Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς
ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου·
ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου·
γενηθήτω τὸ θέλημά σου,
ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς·
τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον·
καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα ἡμῶν,
ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν·
καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν,
ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ.
[Ὅτι σοῦ ἐστιν ἡ βασιλεία καὶ ἡ δύναμις καὶ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας·]
ἀμήν.

Traslitterazione:

Pater hēmōn, ho en tois ouranois
hagiasthētō to onoma sou;
elthetō hē basileia sou;
genethetō to thelēma sou,
hōs en ouranō, kai epi tēs gēs;
ton arton hēmōn ton epiousion dos hēmin sēmeron;
kai aphes hēmin ta opheilēmata hēmōn,
hōs kai hēmeis aphiemen tois opheiletais hēmōn;
kai mē eisenenkēs hēmas eis peirasmon,
alla rhusai hēmas apo tou ponērou.
[Hoti sou estin hē basileia, kai hē dynamis, kai hē doxa eis tous aiōnas;]
Amēn.

Traduzione latina (Vulgata)

Pater Noster qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua,
sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum
da nobis hodie;
et dimítte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus
debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem,
sed libera nos a malo.
Amen.

L'aggettivo supersubstantialem dell'originale traduzione della Vulgata è stato sostituito successivamente da cotidianum, come nella versione qui riportata.

Da notare anche l'espressione ne nos inducas in tentationem, che presenta una particolarità grammaticale tipica del latino post classico: l'imperativo negativo nel latino classico era espresso con la forma ne + congiuntivo perfetto ovvero ne nos induxeris in tentationem, mentre la Vulgata usa il congiuntivo presente.

Traduzioni in lingua italiana per la liturgia[modifica | modifica wikitesto]

Traduzione in lingua italiana e in uso nella liturgia cattolica

Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,[1]
ma liberaci dal male.
Amen.

Traduzione in lingua italiana e in uso presso la Chiesa evangelica valdese

Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà
come in cielo anche in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti,
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori
e non esporci alla tentazione,
ma liberaci dal Male.
Tuo è il Regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli.
Amen.[2]

(Le differenze rispetto alla versione in uso nella liturgia cattolica sono indicate in grassetto. La parte finale, detta dossologia, è presente anche nella liturgia cattolica creata dopo il Concilio Vaticano II, come preghiera a sé stante pronunciata durante la Santa Messa)

Traduzione italiana poetica[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito si riporta una traduzione poetica in lingua italiana del Padre Nostro, scritta da Antonio Beccari da Ferrara (sec. XIV)[3].

O Padre nostro che nei cieli stai,

Santificato sia sempre il tuo nome.

E laude e grazia di ciò che ci fai.

E venga il regno tuo, siccome pone

Questa orazion: tua volontà si faccia,

Siccome in cielo, in terra in unione.

Padre, dà oggi a noi pane, e ti piaccia

Che ne perdoni li peccati nostri;

Né cosa noi facciam che ti dispiaccia.

E che noi perdoniam, tu ti dimostri

Esempio a noi per la tua gran virtute;

Acciò dal rio nemico ognun si schiostri.

Divino Padre, pien d’ogni salute,

Ancor ci guarda dalla tentazione

Dell’infernal nemico e sue ferrute.

si che a te facciamo orazione,

Che meritiam tua grazia, e il regno vostro

A posseder vegniam con divozione.

Preghiamti re di gloria e signor nostro,

Che tu ci guardi da dolore: e fitto

La mente abbiamo in te, col volto prostro.

Amen.

Analisi del testo secondo la Comunione Anglicana[modifica | modifica wikitesto]

La suddivisione rispetta il Libro delle preghiere comuni (Books of common prayer) del 1662 in uso presso la Chiesa Anglicana:

Introduzione
Padre nostro, che sei nei cieli

Questa frase spiega che Dio Padre è e vive in Paradiso. La parola nostro indica che esiste una famiglia dei Figli di Dio, tali che lo possono chiamare Padre.

In teologia, si parla di trascendenza della Prima Divina Persona della Sacrosantissima Trinità, che è Dio Padre.

Tale trascendenza diventerà vera anche per Gesù Cristo Dio dopo la l'Ascensione al cielo, che segue la resurrezione dalla morte in croce e la Pentecoste. Dopo l'Ascensione, Egli siede alla destra del (trono regale di) Dio Padre, secondo il Vangelo e secondo il Credo.

Con la Pentecoste viene donato lo Spirito Santo Dio, chiamato Paraclito (dal greco Consolatore) col compito di permanere e operare nella vita terrena del genere umano, quindi non trascendente, fino alla Seconda venuta di Gesù Cristo.

Prima richiesta
Sia santificato il tuo nome

L'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams commenta questa frase come la richiesta che i fedeli rivolgono a un Dio il cui nome è sacro, che ispira un timore reverenziale, e che essi non possono ridurre a uno strumento per i propri fini, "per sottomettere il prossimo, oppure come qualcosa di magico per assicurarsi la salvezza". Unendo i due significati della frase, si può concludere che: "Capire di cosa si sta parlando quando si parla di Dio, questo è grave, questa è la realtà più meravigliosa e spaventosa che possiamo immaginare, più meraviglioso e spaventoso di quanto possiamo immaginare."[4]

Seconda richiesta
Venga il tuo regno

Questa petizione ha il suo parallelo nella preghiera ebraica,' possa egli stabilire il suo regno durante la vostra vita e durante i vostri giorni.' nei Vangeli Gesù parla spesso del Regno di Dio, ma non definisce mai il concetto: "egli assunse che questo era un concetto così familiare che non necessitava di ulteriori chiarimenti" riguardo a come il pubblico di Gesù nei Vangeli lo avrebbe capito.

G. E. Ladd pone l'accento sul concetto di fondo della Bibbia ebraica: "la parola ebraica Malkuth [...] si riferisce in primo luogo ad un Regno, dominio, o regola e soltanto secondariamente al Regno su cui un Regno è esercitato. [...] Quando il termine Malkuth è usato in riferimento a Dio, si riferisce quasi sempre alla sua autorità o al suo governo come il re celeste ". Questa richiesta guarda all'istituzione perfetta della legge di Dio nel mondo futuro, un atto del Dio che porta ad un ordine escatologico della nuova era.

La richiesta che venga il Regno di Dio è comunemente interpretata nel modo più letterale: come riferimento alla credenza, comune al momento, che un Messia sarebbe stato inviato da Dio per dare inizio al Suo regno nella vita terrena del genere umano. [citazione stata necessaria] Tradizionalmente, la venuta del Regno di Dio è vista come un dono divino per cui pregare, non come un risultato umano. [citazione stata necessaria] Questa idea è spesso contestata da gruppi che credono che il Regno verrà per mano di quei fedeli che lavorano per un mondo migliore. Questi credono che i comandi di Gesù per sfamare gli affamati e rivestire i bisognosi siano il Regno a cui si riferiva. [citazione stata necessaria]

Hilda C. Graef nota che la parola greca in questione, Basileia, significa sia Regno che regalità (cioè, Regno, dominio, governo, ecc), mentre la traduzione in inglese la parola perde questo doppio significato. Il significato di regalità aggiunge un significato psicologico, soggettivo, alla richiesta: si prega anche perché l'anima nel corpo adatti la sua libera volontà alla volontà di Dio.

Terza richiesta

In cielo così come in terra In Paradiso si trovano soltanto i santi: angeli rimasti fedeli a Dio, pochi assunti al cielo in anima e corpo, e le anime dei morti già salvate. Per tutti loro, ciò è sempre vero: volontà e operato di tutti loro nella vita terrena sempre compiono, sono adatti e graditi alla volontà di Dio.

La traduzione della liturgia valdese esplicita questa idea, comune anche al credo cattolico, e non solo. La richiesta diviene che anche in terra il genere umano ancora peccatore, e che deve salvarsi, adegui (o dia forma a) il proprio volere secondo ciò che vuole Dio: in pensieri, parole ed opere. Non solo anche, ma così in terra, con la stessa determinazione e perfezione propria delle creature che vivono in cielo, pienamente partecipi della vita trinitaria e della Sua perfezione in ogni qualità.

John Ortberg interpreta questa frase del Padre Nostro, come segue: "molte persone pensano che il compito di ognuno di noi sia soltanto quello di curarsi e infine ottenere la propria salvezza dopo la morte. Ma Gesù non disse mai a nessuno, né ai suoi discepoli né a noi, di pregare,' Portami fuori di qui così posso andare lassù .' La sua preghiera era quella di vivere e operare qui in terra così come in cielo. Quindi, la richiesta che "la tua volontà sia fatta" è l'invito di Dio a "unirsi a lui nel rendere le cose qui il modo in cui sono in cielo."[5]

Agostino d'Ippona scrisse De civitate dei, descrivendo una società terrena costruita dal genere umani mediante l'aiuto ed imitazione di Gesù Cristo Dio, ad immagine e somiglianza della Gerusalemme Celeste, ordinata alla verità e giustizia proprie di ogni parola ed opera divina.

Il Padre Nostro nella Bibbia[modifica | modifica wikitesto]

Il racconto evangelico[modifica | modifica wikitesto]

Nei due vangeli, è Gesù che insegna il Padre Nostro ai suoi discepoli per insegnar loro il modo corretto di pregare. Si deve ricordare che la religiosità ebraica del tempo era molto rigida e aveva riti e orazioni molto precisi. La relazione con Dio era qualcosa di molto delicato, e per questo i discepoli chiesero a Gesù di indicar loro il modo corretto di rivolgersi a Lui, evidenziando così la completa fiducia che riponevano nel suo insegnamento.

Con la preghiera che insegnò loro, Gesù cercò di rompere con l'attitudine che tendeva ad allontanare l'uomo da Dio, e trovò nella semplicità lo strumento che facilitasse il dialogo con Dio, che Gesù chiamò ed insegnò a chiamare "Padre".

In altri passi della Bibbia chiamò Dio anche con un più confidenziale e meno tradizionale ebraico Abbà, citato per la sua importanza anche nei testi tradotti in italiano, e che può essere reso col nostro papà.

Versioni del Padre Nostro[modifica | modifica wikitesto]

Nei vangeli sinottici la preghiera del Padre Nostro è presente in due forme leggermente diverse in Matteo e Luca.

Racconto di Matteo[modifica | modifica wikitesto]

La versione di Matteo (Mt 6,9-13) è di tenore più ebraico. La preghiera appare nel contesto del Discorso della Montagna: Gesù aveva già iniziato la sua vita pubblica e, per il fatto di essere un predicatore già conosciuto, raccolse molta gente disposta a ricevere i suoi insegnamenti. Decise dunque di salire su un monte perché tutti potessero sentirlo, e da qui pronunciò, secondo Matteo, un discorso che riunisce molti dei passaggi salienti di tutta la sua predicazione: le beatitudini (Mt 5,1-12), la comparazione dei discepoli con la luce del mondo (Mt 5,14-16), le sue posizioni sulla Legge di Mosè (Mt 5,17-20) e i suoi commenti ai comandamenti (Mt 5,21-37).

Il contesto in cui Gesù espose il Padre Nostro è in risposta a coloro – sia giudei sia gentili – che hanno convertito la preghiera, come anche la carità, in un atto meramente esteriore (Mt 6,5-8). Gesù raccomanda di pregare in segreto e con semplicità, ed offre il Padre Nostro ai suoi come esempio di preghiera con la quale rivolgersi al Padre.

Racconto di Luca[modifica | modifica wikitesto]

In Luca il testo della preghiera viene inserito in un contesto diverso: l'evangelista racconta infatti (cf. Lc 11,1-4) che, dopo che Gesù ebbe finito di pregare in un luogo, uno dei suoi discepoli gli chiese di insegnar loro a pregare, ed Egli dunque pronunciò il Padre Nostro.

Confronto delle versioni[modifica | modifica wikitesto]

Luca racconta che uno dei discepoli chiese a Gesù di insegnar loro a pregare subito dopo un suo momento di preghiera personale. In Matteo non si legge della richiesta del discepolo, ma fu iniziativa di Cristo l'insegnamento del Padre Nostro.

Le differenze fra le due versioni sono le seguenti:

  • L'invocazione: Luca invoca Dio solo come "Padre", mentre Matteo come "Padre nostro che sei nei cieli";
  • In Luca non c'è la richiesta della realizzazione della volontà di Dio sulla terra come in cielo;
  • In Luca non si menziona l'invocazione finale "liberaci dal male / Maligno".
  • Luca usa "peccati" invece del più giuridico "debiti".

La concordanza è per tutte le traduzioni fra Luca 11:1-4 e Matteo 6:9-15.

Ci sono solo due differenze, invece, nelle due versioni di Luca a Matteo nelle bibbie Bibbia di re Giacomo e Bibbia (versione di Diodati) di seguito citate:

  • In Luca 11:1-4, Gesù dice " E perdona i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore; e non esporci alla tentazione, ma liberaci dal maligno".
  • In Matteo 6:9-15, Gesù termina la preghiera in questo modo:

«Voi adunque orate in questa maniera: PADRE NOSTRO che sei ne' cieli, sia santificato il tuo nome. 10 Il tuo regno venga. La tua volontà sia fatta in terra come in cielo. 11 Dacci oggi il nostro pane cotidiano. 12 E rimettici i nostri debiti, come noi ancora li rimettiamo a' nostri debitori. 13 E non indurci in tentazione, ma liberaci dal maligno; perciocché tuo è il regno, e la potenza, e la gloria, in sempiterno. Amen. 14 Perciocchè, se voi rimettete agli uomini i lor falli, il vostro Padre celeste rimetterà ancora a voi i vostri. 15 Ma se voi non rimettete agli uomini i lor falli, il Padre vostro altresì non vi rimetterà i vostri.»

(Matteo, capitolo 6, versi 9-15)

Il verso "eccedente" in Matteo 6:13, non è presente nelle altre traduzioni della Bibbia (e nemmeno nel testo greco), e in ogni caso è una preghiera che si pronuncia durante la Santa Messa. Le altre traduzioni, rendono Matteo 6:14 con un <<perdonare i peccati>>, dove peccato è sinonimo di debito con Dio, come nel testo di Luca.

Lo sfondo dei due racconti è lo stesso: Gesù mostra alla sua gente qual è la forma corretta di rivolgersi a Dio. Matteo presenta Gesù mentre parla alle folle, mentre Luca riferisce la preghiera in un secondo momento, dove Gesù risponde <<ad uno dei suoi discepoli, [..] dicendo loro>> (Luca 11:1-2), parlando comunque ad una pluralità persone presenti.

Ipotesi sulle differenze fra Matteo e Luca[modifica | modifica wikitesto]

Vi sono tre ipotesi sulle differenze fra i racconti del Padre Nostro che ci rendono i due vangeli. Se si assume che Gesù abbia pronunciato una sola volta il Padre Nostro, si conclude che uno dei due vangeli è più fedele ai fatti, e l'altro un po' meno:

  • se il testo di Luca fosse quello più vicino alle parole di Gesù, significherebbe che, al momento di trasmetterle, in alcuni casi si sarebbero aggiunte piccole perifrasi, pervenendo così alla versione di Matteo;
  • se fosse il testo di Matteo quello più fedele al discorso originale, allora i cristiani abbreviarono, nella tradizione raccolta da Luca, la preghiera, verosimilmente per dimenticanza.

La terza ipotesi presume che Gesù avesse pronunciato in più occasioni il Padre Nostro:

  • la preghiera era un elemento fondamentale per Gesù, e quindi molto probabilmente ripeté molte volte il Padre Nostro, anche per favorirne l'apprendimento da parte dei suoi discepoli. Matteo e Luca avrebbero raccolto questa orazione in momenti diversi.

In effetti, le differenze fra le due versioni del Padre Nostro sono piuttosto marginali: la Chiesa primitiva optò per il testo di Matteo, probabilmente perché più adorno e bilanciato. La differenza fra le due versioni può altresì indicare che Gesù non volesse indicare una preghiera da recitare a memoria, ma un modello da seguire rivolgendosi al Padre.

L'incorporazione della dossologia finale[modifica | modifica wikitesto]

Esistono alcune formule di dossologia che possono in alcune occasioni specifiche concludere la preghiera:

  • "Perché tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli" di uso liturgico cattolico;
  • "Perché tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli" di uso cattolico, secondo il rito ambrosiano
  • "Perché tuo è il regno, la potenza e la gloria, nei secoli dei secoli" di uso protestante;
  • "Perché tuo è il potere e la gloria Padre, Figlio e Spirito Santo nei secoli" di uso bizantino.

In questa parte della preghiera si manifesta il totale riconoscimento da parte dell'orante che Dio è un essere assoluto e supremo, che non ha inizio né fine. Molto verosimilmente si tratta di un'aggiunta sorta attorno al II-III secolo: secondo Joachim Jeremias, non sarebbe stato accettabile che la preghiera terminasse con la parola "tentazione", e per questo motivo la Chiesa primitiva aggiunse per l'uso liturgico tale dossologia, basandosi probabilmente sul testo di 1 Cronache 29,11-13.

Uso del Padre Nostro[modifica | modifica wikitesto]

Il Pater Noster in cantus planus
Pater Noster, canto gregoriano

Questa preghiera ha un largo impiego sia nella preghiera privata che nella preghiera pubblica delle Chiese cristiane, dove viene recitata o cantata coralmente. Il canto gregoriano la presenta in una melodia probabilmente molto antica.

I cattolici di rito latino e di rito bizantino usano recitarla o cantarla durante la Messa, dopo la preghiera eucaristica. Nella liturgia delle ore viene recitata nelle lodi mattutine e nei vespri. Nel Rosario viene anteposta a ogni decina di Ave Maria. Ricorre poi nella recita di innumerevoli devozioni, talvolta accompagnata da un Ave Maria e da un Gloria.

Alcuni ordini religiosi hanno introdotto delle innovazioni nella recita del Padre Nostro. L'ordine dei ricostruttori nella Preghiera è solito celebrare il Padre Nostro durante la Messa con pause di silenzio di alcuni secondi, per separare e sottolineare i punti più importanti della preghiera. Altra innovazione è la recita del Padre nostro tenendosi per mano, come nelle Agape cristiana.

Questioni teologiche e di traduzione[modifica | modifica wikitesto]

  • Pane quotidiano: il termine greco epiousion rimaneva, già per Origene, di dubbia interpretazione. Esso potrebbe essere tradotto letteralmente "supersostanziale" ("al di sopra della ousìa", dell'essenza), ma anche più semplicemente potrebbe significare "quotidiano" (la razione che sta sopra il piatto di ogni giorno). Da questa ambiguità del testo greco originale derivano le differenti traduzioni della parola nelle diverse lingue moderne.
  • Rimetti a noi i nostri debiti (pronunciato da Gesù Cristo): poiché la preghiera chiede il perdono dei peccati, alcuni si sono chiesti se Gesù l'avesse proposta per sé stesso o per i suoi discepoli. Nel primo caso parrebbe in contrasto con il dogma della impeccabilità di Gesù, e quindi tradizionalmente l'espressione è stata interpretata come una richiesta formulata per i discepoli.
    • Il Sacramento della Penitenza è proprio basato su questo assunto, secondo il quale il perdono non può mai essere un atto gratuito e unilaterale di Dio, ma oltre al pentimento sincero del richiedente, impone anche una ulteriore e diversa azione riparatoria, che appunto dà il nome al sacramento di cui parliamo.
    • Anselmo d'Aosta, santo e Dottore della Chiesa, in Cur Deus homo spiega che il peccato è un tipo di debito (Luca 11:4: e perdonaci i nostri peccati, / perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,/ e non ci indurre in tentazione».), un debito di pena dell'uomo verso Dio, che può essere compensato con un atto meritorio e risarcitorio del debito contratto col disonore recato da qualcuno a Dio. Non necessariamente il peccatore è chi prega, l'azione riparatoria può essere un atto in nome e per conto di persone terze.
    • La preghiera è un sacrificio riparatorio offerto a Dio, che, onorando e glorificando Lui, ripara, pone rimedio al singolo o al prossimo che hanno offeso Dio, violando la Sua legge. Pertanto, come il peccato è un debito, così anche rimettere i debiti equivale a perdonare i peccati: è la giustizia compensatoria, non la giustizia distributiva, vale a dire un tipo di giudizio e di esperienza di Dio in cui ancora nulla viene creato o donato gratuitamente e con prodigalità, ma dove semplicemente Egli usa nei confronti di chi Lo invoca, il medesimo metro che l'uomo ha verso il suo prossimo. In tutto questo, resta sottinteso il fatto che Dio è Sommo Bene e Somma Perfezione di ogni qualità, e in quanto tale mai può avere né peccati né debiti (o responsabilità, o doveri) verso alcuna delle Sue creature.
  • Non ci indurre (inducas) in tentazione: le traduzioni nelle varie lingue moderne non sempre rendono al meglio il significato originale di questa richiesta; in particolare la parola italiana "indurre" è un calco fedele del latino inducas, a sua volta traduzione del greco. La frase probabilmente va interpretata come «Non permettere che cadiamo quando siamo tentati»: la preghiera chiederebbe dunque la forza necessaria per vincere la tentazione, piuttosto che di essere esentati dalla prova che, oltre tutto, giungerebbe da Dio stesso.
    • Agostino d'Ippona a più riprese sul Problema del male morale, dell'anima, afferma che Dio non può compiere il male, ma lascia che accada, che Satana e i suoi angeli lo pongano in atto. Propriamente, Dio non tenta nessuno verso il peccato, ma lascia che altri inducano i cristiani a cadervi, come prova della fede, e come fu anche per Gesù nelle tentazioni subite nel deserto.
    • il latino in-ducas e il greco eis-enenkes riflettono anche un aspetto peculiare della teologia biblica, in cui l'affermazione dell’unicità di Dio e della sua azione nel mondo porta alla drammatica consapevolezza che sia Dio stesso a "condurre" il credente "verso la prova" (come è narrato, per esempio, nel Libro di Giobbe).
    • La versione presente nel lezionario pubblicato nel dicembre 2007 dalla Conferenza Episcopale Italiana, ispirandosi a quello che poteva essere un originale aramaico, propone la traduzione «non abbandonarci alla tentazione»[6]. Alcuni vangeli apocrifi[senza fonte] hanno un'altra forma per la frase in questione, argomentando implicitamente che Dio non può tentare i suoi fedeli.
  • Liberaci dal male: sia il latino malo (ablativo), sia il greco ponerou (genitivo), non permettono di distinguere se si tratti di un sostantivo neutro (che si riferisca al "male" come concetto astratto) o maschile (il "maligno", cioè il tentatore, il diavolo, Satana). Entrambe le interpretazioni rimangono, dunque, legittime.

Legami con l'ebraismo[modifica | modifica wikitesto]

La preghiera presenta alcune affinità con il Kaddish ebraico, dal quale si distingue principalmente per l'invocazione al "Padre nostro" e per l'uso confidenziale della seconda persona[7].

Padre Nostro nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Nella musica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nella versione della Bibbia della Conferenza Episcopale Italiana, 2008, et ne nos inducas in tentationem è tradotto con e non abbandonarci alla tentazione; l'edizione del Messale Romano in lingua italiana attualmente in uso (1983) non recepisce questo cambiamento. Da "Famiglia Cristiana"
  2. ^ Innario cristiano, Torino: Claudiana, p. 18
  3. ^ Per approfondire vedi la voce Pater noster (Verdi)
  4. ^ Rowan Williams, The Lord's Prayer
  5. ^ Ortberg, John Ortberg. “God is Closer Than You Think”. Zondervan,2005, p.176.
  6. ^ PETRUS - Il quotidiano online sull'Apostolato di Benedetto XVI Archiviato il 12 gennaio 2008 in Internet Archive.
  7. ^ Enzo Bianchi, "Il Padre nostro", Edizioni San Paolo, 2008.
  8. ^ Biblioteca del Congresso Copyright Office USA. The Lord's Prayer, Compositore- John Serry Sr., 2 Settembre 1992, #PAU 1-665-838

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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