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Arbëreshë

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Arbëreshë
Albanesi d'Italia
Italo-Albanesi
Nomi alternativi Arbëreshët e Italisë
Luogo d'origine Albania Albania[1][2][3]
Popolazione 100.000[4][5]
(Popolazione etnica: 260.000)[6]
Lingua arbëreshe/albanese,
italiano
Religione Cristianesimo orientale cattolico di rito bizantino
(Minoranza: cattolici di rito latino)
Gruppi correlati Arbërorët, Albanesi
Distribuzione
Italia Italia 100.000 circa

Gli Arbëreshë (IPA: [ar'bəreʃ], arbëreshët e Italisë in albanese), ossia gli albanesi d'Italia[7][8], detti anche italo-albanesi[9], sono la minoranza etno-linguistica albanese storicamente stanziata in Italia meridionale ed insulare[10].

Provenienti dall'Albania e dalle numerose comunità albanesi della Morea e della Ciamuria, oggi nell'odierna Grecia[11], si stabilirono in Italia tra il XV e il XVIII secolo, in seguito alla morte dell'eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg e alla progressiva conquista dell'Albania e, in generale, di tutti i territori dell'Impero Bizantino da parte dei turchi-ottomani[12]. La loro cultura è determinata da elementi caratterizzanti, che si rilevano nella lingua, nella religione, nei costumi, nelle tradizioni, negli usi, nell'arte iconografica, nella gastronomia, ancora oggi gelosamente conservate, con la consapevolezza di appartenere ad uno specifico gruppo etnico[8].

Dopo più di cinque secoli in diaspora, la gran parte delle cinquanta[13] comunità italo-albanesi conserva tuttora il rito bizantino. Esse fanno capo a due eparchie: quella di Lungro per gli albanesi dell'Italia continentale e quella di Piana degli Albanesi per gli albanesi dell'Italia insulare[14]. Le sorelle eparchie, insieme al Monastero Esarchico di Grottaferrata gestito da monaci italo-albanesi, formano la Chiesa Italo-Albanese, la realtà più importante per il mantenimento dei connotati religiosi, etnici, linguistici, culturali nonché identitari della minoranza albanese in Italia.

Gli arbëreshë parlano la lingua albanese (gjuha arbëreshe) pre-ottomana, nel variante tosco (toskë) parlato in Albania meridionale. La lingua albanese in Italia è tutelata dalla legge 482/1999[15].

Si stima che gli albanesi d'Italia siano circa 100.000[4][16] e costituiscano una delle più antiche e consistenti tra le minoranze etno-linguistiche d'Italia. Per definire la loro "nazione" sparsa usano il termine Arbëria[17][18].

Distribuzione geografica[modifica | modifica wikitesto]

Comunità albanesi d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Arbëria e Comuni dell'Arberia.

Le comunità albanesi d'Italia[19], distribuite in Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia[20], si riconoscono dal mantenimento della lingua. Esse hanno duplice nomenclatura: in lingua italiana e in lingua albanese (nella variante arbëreshe). Quest'ultima è quella con cui gli abitanti conoscono e indicano il posto. Le comunità dell'Arbëria sono divise in numerose isole etno-linguistiche corrispondenti a diverse aree dell'Italia meridionale. Tuttavia, alcune località, circa trenta, sono state assimilate e hanno ormai perso l'identità originaria, oltre all'uso della lingua, mentre altre sono completamente scomparse.

Oggi si contano 50 comunità di provenienza e cultura albanese, 41 comuni e 9 frazioni, disseminati in sette regioni dell'Italia Meridionale e insulare, costituendo complessivamente una popolazione di oltre 100 mila abitanti[7][21]. Sulla reale consistenza numerica degli italo-albanesi non vi sono cifre sicure, gli ultimi dati statisticamente certi sono quelli del censimento del 1921, da cui risulta che erano 80.282, e quello del 1997 dal quale risulta una popolazione di 197.000[22], come emerge nello studio di Alfredo Frega[23], anche se nel 1998 il ministero dell'Interno stimava la minoranza albanese in Italia in 98.000[10] persone.

La Calabria è la regione con la maggiore presenza di comunità arbëreshe, alcune molto vicine fra loro, contando 58.425 persone che abitano in 33 paesi, suddivisi in 30 comuni e tre frazioni della regione, in particolare in provincia di Cosenza. Importanti comunità si trovano in Sicilia, 5 comuni, in particolare nell'area di Palermo, con 53.528 persone. La Puglia ha solo una piccola percentuale di arbëreshë, 4 comuni e 12.816 persone concentrate in provincia di Foggia, a Casalvecchio e Chieuti, in provincia di Taranto a San Marzano e nella città metropolitana di Bari a Cassano delle Murge. Altre comunità albanesi si trovano in Molise, 13.877 persone, nei 4 comuni comuni di Campomarino, Ururi, Montecilfone e Portocannone; in Basilicata, 8.132 persone, nei 5 comuni di San Paolo Albanese, San Costantino Albanese, Barile, Ginestra e Maschito. Molto più piccole le comunità italo-albanesi della Campania, con 2.226 persone, e dell'Abruzzo, con 510 persone.

La comunità italo-albanese storicamente più grande, sia numericamente - riguardante il numero di parlanti in albanese - che nella dimensione dell'abitato, è Piana degli Albanesi (PA). Altri paesi numericamente rilevanti, cresciuti negli ultimi decenni negli abitanti ma non conservanti integralmente la lingua albanese, sono Spezzano Albanese (CS) e San Marzano di San Giuseppe (TA).

L'elenco completo delle comunità arbëreshe è il seguente[7]:

Le regioni d'Italia in cui è presente la minoranza albanese/arbëreshe
Barile (Barilli) in Basilicata
Civita (Çifti) in Calabria
Greci (Katundi) in Campania
Ururi (Ruri) in Molise
Piana degli Albanesi (Hora e Arbëreshëvet) in Sicilia

Esistono, inoltre, più di trenta centri anticamente albanesi che hanno perso, in differenti periodi storici e per diversi motivi, l'uso della lingua albanese e sono così caratterizzate da una mancata eredità storica e culturale arbëreshe: per l'Emilia-Romagna sono Pievetta e Bosco Tosca, frazioni di Castel San Giovanni (PC); per il Lazio è Pianiano (VT), frazione di Cellere; per il Molise è Santa Croce di Magliano (CB); per la Puglia sono Casalnuovo di Monterotaro, Castelluccio dei Sauri, San Paolo di Civitate (FG), Monteparano, San Giorgio Ionico, San Crispieri, Faggiano, Roccaforzata, Monteiasi, Carosino, Montemesola (TA); per la Basilicata sono Brindisi Montagna, Rionero in Vulture (PZ); per la Calabria sono Cervicati (Çervikat), Mongrassano (Mungrasana), Rota Greca (Rrota), San Lorenzo del Vallo, Serra d'Aiello (CS), Amato, Arietta, frazione di Petronà, Gizzeria (Jaceria), Zagarise, Zangarona (Xingarona), frazione di Lamezia Terme, (CZ); per la Sicilia sono Mezzojuso (Munxifsi), Palazzo Adriano (Pallaci, PA), Sant'Angelo Muxaro (AG), Biancavilla (Callìcari), Bronte, San Michele di Ganzaria (CT).

Le comunità di Mezzojuso e Palazzo Adriano, in provincia di Palermo, sono da considerarsi un caso particolare, dal momento che, pur avendo perso la lingua albanese e i costumi d'origine, hanno mantenuto il rito bizantino, peculiare pilastro - insieme a lingua e costumi - dell'identità albanese della diaspora. In questo caso l'identità si conserva nell'aspetto religioso e nella memoria storica. Conservano memoria dell'eredità culturale originaria le comunità di Cervicati, Mongrassano e Rota Greca, in provincia di Cosenza.

Sopravvivono rilevanti isole culturali nelle grandi aree metropolitane di Milano, Torino, Roma, Napoli, Bari, Cosenza, Crotone e Palermo. Nel resto del mondo, in seguito alle migrazioni del XX secolo in paesi come il Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile, esistono forti comunità che mantengono vive la lingua e le tradizioni arbëreshë[19].

Dal 1990, con la caduta del regime comunista post-bolscevico in Albania, comunità significative di shqiptarë (albanesi d'Albania) si sono inserite e integrate nel tessuto sociale dei centri abitati italo-albanesi[19]. Con la lotta per l'Indipendenza del Kosovo (2008) un recentissimo gruppo di albanesi, vittime della pulizia etnica del regime jugoslavo, si è anch'esso integrato nelle varie comunità albanesi d'Italia.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Etnonimo

Gli albanesi d'Italia[24] o gli italo-albanesi, arbëreshë nella lingua con cui si riconoscono[25], con l’etnonimo che significa appunto albanese[26][27], sono stati talvolta erroneamente chiamati con l'appellativo "greco-albanesi"[28] (allorquando confusi con i greci dai "latini" per la lingua greca utilizzata nel rito bizantino professato o tuttalpiù per indicare l'appartenenza all'aspetto religioso di questi, greco/orientale e non romano/occidentale[27][29]) o "arbereschi" (l'italianizzazione impropria e forzata[30][31] di arbëreshë)[32][33]. Prima della conquista del Regno d'Albania da parte dell'Impero ottomano (1478) sino a certo il XVIII secolo, il popolo albanese si identificava con il nome di arbëreshë o arbërorë, prendendo origine dal termine Arbër/Arbëri con il quale s'individuava la nazione albanese[26], e venivano indicati dai bizantini col nome di arbanon, 'aλβανοί o 'aλβανῖται in greco, albanenses o arbanenses in latino[34]. A seguito dell'invasione turca, al disfacimento dell'Impero bizantino e dei Principati albanesi, molti albanesi, per la libertà e per sottrarsi al giogo turco-ottomano, giunsero in Italia[35][36]. Da allora, in diaspora, continuarono a identificarsi come arbëreshë, diversamente dai fratelli d'Albania, che assunsero l'etnonimo shqiptarë, seppure la denominazione originaria arbër o arben sopravvive ancora, per quanto poco usata, fra gli albanesi cattolici del nord. (Sing. Arbëresh, plur. Arbëreshë, femm. Arbëreshe, da cui Arbëria).

Età medievale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'Albania § Epoca medievale.
« ..all'aspetto religioso prima di tutto [...] insieme ad altre cause di natura economica e sociale, lo spirito di libertà e di indipendenza che ha animato il popolo albanese nel corso della sua storia, è stato uno dei moventi che lo hanno spinto all'abbandono dei luoghi aviti e alla ricerca di una nuova patria nei paesi d'oltremare quando l'Albania cadde sotto la dominazione turca. »
(Eqrem Çabej, 1976[37])

Gli arbëreshë, una volta distribuiti tra l'Albania, l'Epiro e la Morea, nell'odierno Peloponneso (vedi arvaniti), sono i discendenti della popolazione albanese sparsa in tutti i Balcani sud-occidentali. Storicamente, a partire dall'XI secolo[38], gruppi di albanesi, con grandi abilità in campo militare, si spostarono verso la parte meridionale della Grecia (Corinto, Peloponneso e Attica) fondando numerosissime comunità[36]. Intanto, la loro bravura li aveva identificati come i mercenari preferiti dei serbi, dei franchi, degli aragonesi, delle repubbliche marinare italiane e degli stessi bizantini[39].

Nel XV secolo si verificò l'invasione progressiva dell'Europa orientale e così anche dell'Albania da parte dei turchi-ottomani. L'unico popolo che seppe resistere all'avanzata turca fu quello albanese. La resistenza albanese si era organizzata in una lega, la Lega Albanese di Alessio (Lidhja e Lezhës), che faceva capo a Giorgio Castriota da Croia, meglio conosciuto come "Scanderbeg", passato alla storia d'Europa come “defensor fidei” e “atleta Christi”, colui il quale, bloccando per cinque lustri l'avanzata militare musulmana, consentì al Vecchio Continente di allontanare lo spettro del terrore, di acquisire rinnovata fiducia sulle sue forze e di sperare in un destino diverso da quello funesto che spazzò via la capitale della cristianità orientale (Bisanzio). In questo periodo, nel 1448, re Alfonso V d'Aragona, chiamato il Magnanimo, re del regno di Napoli e del regno di Sicilia, chiese aiuto a Castriota, suo alleato, per reprimere la congiura dei baroni. La ricompensa per questa operazione furono delle terre in provincia di Catanzaro, e molti arbëreshë ne approfittarono per emigrare esuli in queste terre sicure durante l'avanzata degli Ottomani, mentre altri emigrarono in altre zone dell'Italia peninsulare e insulare sotto il controllo della Repubblica di Venezia[39][40], nella speranza di poter rimpatriare alla fine della guerra turco-albanese.

Una battaglia tra albanesi di Giorgio Castriota e le armate turche

Durante il periodo della guerra di successione di Napoli, a seguito della morte di Alfonso d'Aragona, il legittimo erede Ferdinando d'Aragona richiamò le forze di arbëreshë contro gli eserciti franco-italiani[41] e Scanderbeg sbarcò nel 1461 in Puglia[42]. Dopo alcuni successi, gli arbëreshë accettarono in cambio delle terre in loco, mentre Scanderbeg ritornò per riorganizzare la resistenza albanese contro i turchi che avevano occupato l'Albania.

Giorgio Castriota, principe, condottiero e patriota albanese[43], il principale difensore del Cristianesimo durante le guerre turco-ottomane, che godeva di un'alta considerazione per le sue imprese, morì a causa di una malattia nel 1468, ma le sue truppe combatterono ancora per un ventennio[44].

Dopo ventiquattro anni di coraggiosa resistenza, la guerra fu persa e l'Albania cadde in mano turca, divenendo parte periferica dell'Impero ottomano. I territori albanesi furono saccheggiati, distrutti e aspramente stravolti e, successivamente, forzatamente islamizzati, proprio a causa della loro resistenza. Agli albanesi non rimase che emigrare, così come disse Scanderbeg, non una semplice fuga dall'Albania sottomessa ai turchi, bensì l'espressione più profonda del loro attaccamento alla fede e alla libertà. I primi arbëreshë che approdarono in Italia erano tradizionalmente soldati stradioti, anche al servizio del Regno di Napoli, del Regno di Sicilia e della Repubblica di Venezia[45]. Molti degli esuli delle migrazioni successive alla prima appartenevano alle più rinomate classi sociali albanesi fedeli alla ortodossia cattolica, tra cui capi militari, sacerdoti, nobili e aristocratici consanguinei di Giorgio Castriota, che li aveva guidati nell'epica lotta contro gli infedeli ottomani.

Iniziò, dopo il 1478, la lunga diaspora albanese nelle regioni meridionali della Penisola, compresa la Sicilia, dove il re di Napoli e il re di Sicilia offrirono loro altre zone in Puglia, Basilicata, Molise, Calabria, Campania e Sicilia[19]. Gli albanesi godettero anche di speciali concessioni e di consistenti privilegi, reali, ecclesiastici o baronali, nelle terre in cui furono accolti.

Dettaglio di una mappa etnografica dell'Italia del 1859, in cui sono indicate in verde - con alcuni errori - le comunità arbëreshe

Età moderna[modifica | modifica wikitesto]

Le ondate migratorie si susseguirono, numerosi furono gli albanesi a dover lasciare la propria terra. Per alcune fonti la quinta migrazione si ebbe tra il 1500 e il 1534[36]. Impiegati come mercenari dalla Repubblica di Venezia, gli arbëreshë dovettero lasciare il Peloponneso con l'aiuto delle truppe di Carlo V d'Asburgo, ancora a causa della presenza turca. Carlo V stanziò questi soldati, capeggiati dai cavalieri che avevano partecipato all'assedio di Corone, in Italia meridionale, per rinforzarne le difese proprio contro la minaccia degli ottomani.

Stanziatisi in zone e villaggi isolati (il che permise loro di mantenere inalterata la propria cultura fino a oggi), gli albanesi in Italia fondarono o ripopolarono quasi un centinaio di comunità. Con la loro immigrazione si assiste nel meridione, in genere, a una nuova fase di espansione demografica, che si accentua alla fine del Quattrocento e continua per tutta la prima metà del Cinquecento,[46] con la costituzione di vere e proprie comunità ex novo albanesi fuori dai Balcani.

Gli albanesi non emigrati, per sfuggire all'islamizzazione e conservare l'identità religiosa, divennero criptocristiani, ovvero, usarono nomi musulmani e si comportarono, nella loro vita sociale, come tali. Tuttavia, segretamente in famiglia, mantennero la fede e le tradizioni cristiane. Tale fenomeno, diminuito nel tempo in quanto fenomeno represso dai turchi, durò dalla fine del Seicento al tardo Settecento, primi dell'Ottocento.

Età contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentanti delle comunità albanesi di Basilicata, Puglia e Sicilia a Portella della Ginestra (Piana degli Albanesi 1989)
Distribuzione degli albanesi fuori dell'Albania
Territori etno-linguistici albanesi
Dialetti e varianti della lingua albanese

Per mezzo millennio l'elemento di coesione del gruppo degli esuli albanesi d'Italia è stata la fede cristiana secondo la tradizione orientale di rito bizantino. Questa è tuttora uno dei tratti caratterizzanti dell'etnia, insieme alla lingua e ai costumi, sia rispetto alla restante popolazione italiana sia rispetto agli albanesi rimasti in patria convertiti con l'obbligo all'Islam, e la disponibilità a rinunciare a tale peculiarità ha rappresentato l'elemento che ha permesso loro di non essere assimilati dall'ambiente italiano circostante[27].

L'ondata migratoria dall'Italia meridionale verso le Americhe negli anni tra il 1900 e il 1910 ha causato quasi un dimezzamento della popolazione dei villaggi arbëreshë e ha messo la popolazione a rischio di scomparsa culturale, nonostante la recente rivalutazione.

A partire dalla prima metà del XX secolo, e ancora più chiaramente negli anni '60 e '70, fino ai giorni nostri, si ha un'attenzione sempre crescente per un risveglio culturale e per la valorizzazione e il mantenimento della minoranza etno-linguistica albanese d'Italia.

Oggi, alla luce degli avvenimenti storici, la continuità secolare della presenza albanese in Italia riveste un aspetto di eccezionalità nella storia dei popoli[27].

Migrazioni[modifica | modifica wikitesto]

L'emigrazione albanese in Italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia almeno tre secoli, dalla metà del XV alla metà del XVIII secolo: si trattò in effetti di più ondate successive, in particolare dopo il 1468, anno della morte dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Scanderbeg. Secondo studi sono almeno otto le ondate migratorie di arbëreshë nella penisola italiana, i quali, in genere, non si stabilirono in una sede fissa fin dall'inizio, ma si spostarono più volte all'interno del territorio italiano, e ciò spiegherebbe anche la loro presenza in moltissimi centri e in quasi tutto il meridione.

  • La prima migrazione risalirebbe agli anni 1399-1409, quando la Calabria, del Regno di Napoli, era sconvolta dalle lotte tra i feudatari e il governo angioino e gruppi di albanesi fornirono i loro servizi militari ora ad una parte ora all'altra[47].
  • La seconda migrazione risale agli anni 1416-1442, quando Alfonso I d'Aragona ricorse ai servizi del condottiero albanese Demetrio Reres; la ricompensa per i servizi militari resi fu la concessione, nel 1448, di alcuni territori in Calabria per lui e in Sicilia per i figli[48].
  • La terza migrazione risale agli anni 1461-1470, quando Scanderbeg, principe di Croia, inviò un corpo di spedizione albanese in aiuto di Ferrante I d'Aragona in lotta contro Giovanni d'Angiò; in cambio dei servizi resi fu concesso ai soldati albanesi di stanziarsi in alcuni territori della Puglia.
  • La quarta migrazione (1470-1478) coincide con un intensificarsi dei rapporti tra il Regno di Napoli e i nobili albanesi, anche in seguito al matrimonio tra una nipote dello Skanderberg e il principe Sanseverino di Bisignano e la caduta di Croia sotto il dominio turco. In questo stesso periodo una fiorente colonia albanese era presente a Venezia e nei territori a questa soggetti.
  • La quinta migrazione (1533-1534) coincide con la caduta della fortezza di Corone in Morea, dopo un lungo assedio, che finisce sotto il controllo turco. Questa fu anche l'ultima migrazione massiccia, che si aggiunse ai gruppi di albanesi già presenti in Italia.
  • La sesta migrazione (1664) coincide con la migrazione della popolazione ribellatasi e sconfitta dai turchi, verso la Basilicata, già popolata da arbëreshë in precedenza.
  • La settima migrazione (1744) vede la popolazione dell'Albania meridionale rifugiarsi in Abruzzo e Puglia.
  • L'ottava migrazione (1774) vede un gruppo di albanesi rifugiarsi nuovamente in Basilicata, Puglia (nel brindisino)e in Molise.

Le migrazioni degli albanesi, ora stanziatisi in Italia, non ebbero fine con l'ottava migrazione, ma se ne contano altre:

  • La nona migrazione (XX secolo) è rappresenta degli ultimi gruppi di italo-albanesi della cosiddetta "diaspora della diaspora", riscrivibile nella diaspora italiana verso altri stati europei (Germania, Svizzera, Belgio, Francia, ecc.) e le Americhe (Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Uruguay, Cile, ecc.). La maggior parte di coloro che emigrarono nel XX secolo passarono per italiani e non per arbëreshë. Di fatto tali persone integrate da almeno 2-3 generazioni nei loro paesi di destinazione, tranne rari casi, non hanno mantenuto né la lingua albanese (allora non si parlava italiano) né un legame storico con la comunità-paese di provenienza, se non addirittura un'idea della loro origine.
  • Un altro fenomeno molto importante è quello degli italo-albanesi che dagli anni '50-'60 e '70 del secolo scorso si sono trasferiti nell'Italia settentrionale o nelle grandi città. Indicabile come la decima migrazione, generalmente, al contrario della migrazione precedente, questi non sono stati assimilati dalla cultura predominate in cui vivono, ma hanno mantenuto la lingua albanese e stetti rapporti con la comunità-paese di provenienza, dove spesso ritornano. In molti casi si sono integrati nella comunità religiosa bizantina italo-albanese presente da più tempo nella città (es. Palermo), oppure, trattandosi di una comunità nuova per la comunità arbëreshe (es. Torino), hanno costituito e formato una nuovo gruppo religioso di rito bizantino e/o circoli-associazioni culturali.

Contributo all'Italia e all'Albania[modifica | modifica wikitesto]

La testata principale de La Nazione Albanese, rivista fondata da Anselmo Lorecchio nel 1897

Gli italo-albanesi hanno partecipato attivamente al Risorgimento italiano[49] e alla Rilindja kombёtare shqiptare (la Rinascita nazionale albanese)[50][51], ovverosia il Risorgimento albanese, dando in entrambe un valido contributo alla loro causa[52][53]. Le comunità italo-albanesi mostrarono un dinamismo culturale e un'autocoscienza identitaria che le resero sedi privilegiate della cultura albanese e alimentarono un impegno civile di ispirazione illuministica che condusse personalità italo-albanesi a prendere parte al Risorgimento italiano. Nei primi decenni del XVIII secolo intellettuali arbëreshë, ecclesiastici e laici, ripresero anche i temi fondamentali del nascente romanticismo europeo volti alla creazione dell'identità nazionale, a cui la lingua forniva il principale criterio di integrazione simbolica[54].

Gli arbëreshe hanno avuto nelle vicende dell'Unità d'Italia un ruolo centrale[55], un peso nettamente superiore, in proporzione, a quello demografico. In ogni paese dell’Arbëria (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Molise ed Abruzzo) con la penetrazione degli ideali liberali e laici, sicuramente maggiore nelle classi dirigenti arbëreshe che non in quelle, spesso grettamente conservatrici, "latine" papalina e borbonica, aumentò l'ostilità verso i Borboni nell'obbiettivo di aver una realtà territoriale migliore.

Gli albanesi d'Italia sostennero che "l'amore per la patria adottiva era pari a quella per la patria lasciata"[56]. Numerosi furono quelli che con dedizione si batterono per l'Unità d'Italia, ad esempio: gli abitanti di Piana degli Albanesi, che ospitarono Garibaldi ed emissari mazziniani quali Rosolino Pilo e Giovanni Corrao, giunti in Sicilia con il compito di preparare lo sbarco garibaldino, e fornendo sostegni logistici e un sicuro riparo strategico, cambattendo in prima fila fra i garibaldini contro i Borboni nella conquista di Palermo; i cinquecento abitanti di Lungro, che si unirono alla marcia garibaldina su l'ingresso a Napoli; gli abitanti di San Demetrio Corone, che al passaggio di Garibaldi si unirono alle camice rosse.

Alcuni dei personaggi italo-albanesi più rappresentativi per il Risorgimento italiano furono: Agesilao Milano, Pier Domenico Damis, Raffaele Camodeca, Francesco Crispi, come gli stessi Girolamo De Rada e papàs Demetrio Camarda.

La Rilindja albanese, il cui ideale patriottico era la rinascita nazionale dell'Albania e il desiderio d'indipendenza dai turchi, è nata da un incisivo impulso delle classi intellettuali religiose e colte delle colonie albanesi d'Italia[57], da cui partì, già dal XVIII secolo, sotto l'impulso più ampio dei romanticismi europei. Molteplici furono in quel periodo le manifestazioni a favore della causa albanese, con pubblicazioni, la nascita di riviste, associazioni e varie conferenze in diverse zone dell'Arbëria, con un grande sostegno politico, culturale e anche "militare"[58][59].

Alcuni dei personaggi italo-albanesi più rappresentativi dell'ideale romantico e del Risorgimento albanese furono: Girolamo De Rada, Giuseppe Schirò, paspàs Demetrio Camarda, Gavril Dara junior, padre Giorgio Guzzetta, papàs Giulio Variboba, papàs Paolo Maria Parrino, papàs Nicolò Chetta, papàs Vincenzo Dorsa, papàs Francesco Antonio Santori, papàs Leonardo De Martino, Anselmo Lorecchio, Giuseppe Serembe, papàs Demetrio Chidichimo, mons. Giuseppe Crispi, Francesco Musacchia, mons. Paolo Schirò, Trifonio Guidera, Rosolino Petrotta, papàs Gaetano Petrotta.

Dalla comunità italo-albanese di Piana degli Albanesi, in Sicilia, si sviluppo e si motivò fortemente il movimento dei Fasci siciliani dei Lavoratori (Dhomatet e gjindevet çë shërbejën), con la sezione più forte e numerosa del movimento, a cui parteciparono molte donne arbëreshe[60]. Uno dei suoi abitanti, Nicola Barbato (1856 – 1923), fu cofondatore e principale dirigente dei Fasci siciliani. La stessa cittadina è tristemente nota per i fatti di Portella della Ginestra, prima strage dell'Italia repubblicana.

Molti sono i cognomi di ascendenza albanese diffusi in Italia. Il cognome Albanese nacque come soprannome dato a persone di origine albanese, o perché venivano direttamente dall'Albania o perché originari delle colonie albanesi dell'Italia meridionale. Il cognome si diffuse nel periodo delle repubbliche marinare, quando, specialmente a Venezia, vennero arruolati soldati fra gli albanesi.

Lingua[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua arbëreshe e Lingua albanese.
Classificazione della lingua albanese

La lingua parlata dagli italo-albanesi è l'antica lingua albanese (arbërisht, arbërishtja o gluha arbëreshe), varietà linguistica della parlata tosca (toskë) del sud d'Albania, da dove ha avuto origine in massa la diaspora. In qualche centro è misto con inflessioni tratte dal ghego (gegë), il dialetto parlato nel nord dell'Albania, con il greco liturgico (relativo all'uso secolare nelle funzioni religiose) e con contaminazioni con i dialetti meridionali, venutasi a creare durante la permanenza in Italia. Quella albanese appartiene al gruppo di minoranze di antico insediamento che hanno poca contiguità territoriale con il ceppo d'origine, è, infatti, una vera isola linguistica di antica tradizione, che ha tramandato, attraverso i secoli, e perlopiù oralmente, il patrimonio linguistico, culturale e religioso. Oggi, anche se la lingua contemporanea standard d'Albania si basa quasi esclusivamente sulla parlata meridionale, il dialetto tosco (a causa dell'azione del dittatore Enver Hoxha, nativo di Argirocastro), l'arbërisht è di non immediata comprensione per un madrelingua albanese d'Albania, per i differenti accenti e inflessioni, ma comunque v'è una discreta mutua intelligibilità.

In generale si ritiene che il livello di intercomprensione linguistica tra gli albanesi d'Italia (arbëreshë) e gli albanesi d'Albania e dei Balcani (shqiptarë) sia discreto. Si stima che il 45% dei vocaboli arbëresh siano in comune con la lingua albanese attuale d'Albania[61][62], e che un altro 15% sia rappresentato da neologismi creati da scrittori italo-albanesi e poi passati nella lingua comune; il resto è frutto di contaminazione con l'italiano ma soprattutto con i dialetti delle singole realtà locali del sud Italia[63]. Una delle caratteristiche peculiari della lingua arbëreshe è la mancanza di vocaboli per la denominazione di concetti astratti, sostituiti nel corso dei secoli da perifrasi o da prestiti dalla lingua italiana, e in maniera minore, da grecismi ed esotismi in genere. Le parlate arbëreshe, pur mantenendo nella loro struttura fonetica, morfosintattica e lessicale tratti comuni, registrano variazioni consistenti da paese a paese. La frammentazione territoriale ha naturalmente inciso sulla tipologia linguistica e sulle socio-linguistiche delle comunità arbëreshë, anche per i contatti, se pur rari in passato, con diverse varietà dialettali italoromanze, introducendo così elementi di prestito diversificati da una località all'altra.

Non esiste una struttura ufficiale politica, culturale e amministrativa che rappresenti le comunità albanesi in Italia. È da rilevare il ruolo di coordinamento istituzionale svolto in questi anni dalle singole province del meridione italiano con la presenza arbëreshë, in primis quelle di Cosenza e Palermo, che hanno creato appositi Assessorati alle Minoranze Linguistiche[64]. La lingua arbëreshë dal 1999 è pienamente riconosciuta dallo Stato Italiano come "lingua di minoranza etnica e linguistica", particolarmente nell'ambito delle amministrazioni locali e nelle scuole dell'obbligo[64][65]. Recentemente è influenzata in modo notevole dai dialetti locali e dal lessico italiano. Alcune associazioni la tutelano e la valorizzano attraverso radio private e riviste locali. Gli statuti regionali di Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia fanno riferimento alla lingua e alla tradizione albanese, tramite il suo studio anche nelle sedi scolastiche ed universitarie, ciononostante gli arbëreshë continuano ad avvertire la propria sopravvivenza culturale minacciata[64].

Tradizione linguistico-letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura albanese.

La storia della minoranza arbëreshe presenta caratteristiche singolari e, per molti aspetti uniche, rispetto alle tradizioni linguistiche-letterarie delle altre minoranze esistenti in Italia[66]. Il rapporto dell'arbëresh con le altre tradizioni linguistiche albanesi, presenti nella stessa Albania e in varie parti d'Europa, è di diretta e rilevante partecipazione nella nascita della lingua scritta e letteraria albanese, così come noi oggi la conosciamo. In ogni caso, le comunità albanesi d'Italia hanno mantenuto uno stretto legame interiore con la propria lingua e i propri costumi. Il sentimento di appartenenza a una comunità più ampia, anche a differenza della religione e costumi, è stata cementata prima di ogni altra cosa dalla comunanza della lingua. La tradizione linguistica-letteraria italo-albanese si intreccia con la storia della lingua albanese d'Albania[67] senza altre caratteristiche. Non esiste insomma un rapporto, per così dire di dipendenza gerarchica tra lingua parlata delle popolazioni albanesi dell'Italia e la lingua albanese parlata in Albania. Più che un rapporto di diretta filiazione, e dipendenza, si deve correttamente parlare di tradizione parallela e paritaria, che condivide per un lungo periodo con le altre tradizioni culturali albanofone molti aspetti dello sviluppo della lingua, della letteratura e, d'altre parte, ovviamente, se ne differenzia per gli aspetti legali alla particolarità di luogo, organizzazione sociale, economica e giuridica specifiche di ogni stanziamento.

Gli scrittori e i poeti italo-albanesi hanno contribuito alla genesi e all'evoluzione di tutta la letteratura albanese. Sia per i contenuti sia per il valore poetico, gli autori arbëreshë, compaiono con grande rilievo in tutte le storie della letteratura della Repubblica Albanese[67]. Tra l'altro le parlate arbëreshe hanno avuto anche un ruolo di fonte di arricchimento lessicale della lingua letteraria albanese, con una produzione scritta significativa, con la quale inizia l'intera tradizione letteraria in lingua albanese. La letteratura albanese della diaspora nasce, in variante tosca, con E Mbësuame e Krështerë[68] (la Dottrina Cristiana) di Luca Matranga nel 1592. In questa opera si trova la prima poesia religiosa in lingua albanese.

La tutela della lingua[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Minoranze linguistiche d'Italia.
Cartello bilingue a Maschito in Basilicata
Una tabella di Maida in Calabria
Tabella stradale a Civita in Calabria
Cartello bilingue a Contessa Entellina in Sicilia
Insegne stradali bilingui a Piana degli Albanesi in Sicilia
Il "Centro Studi per le Minoranze Etniche" a San Giorgio Albanese in Calabria

I diritti della minoranza etnica e linguistica arbëreshe sono riconosciuti nei testi normativi alla base delle istituzioni nazionali e internazionali (Unesco, Unione europea, Consiglio d'Europa, Costituzione Italiana e poi a livello regionale). In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princípi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica Italiana tutela, valorizza e promuove il patrimonio linguistico e culturale delle popolazioni albanesi[69].

Dal 1999, con la legge 482 del 15 dicembre, "Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche", si tutelano le minoranze etniche e linguistiche presenti sul territorio italiano, fra cui quella albanese.

Quando le minoranze linguistiche, menzionate nell'articolo 2, si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento. Tra le principali norme emanate dalla legge c'è l'introduzione della lingua minoritaria albanese come materia di studio nelle scuole. Nelle scuole materne dei comuni l'educazione linguistica prevede, accanto all'uso della lingua italiana, anche l'uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto l'uso anche della lingua arbëreshe come strumento di insegnamento.

Frasi in lingua arbëreshe[modifica | modifica wikitesto]

La lingua albanese, gluha arbëreshe, parlata dagli italo-albanesi non è conosciuta da molti visitatori, e di solito ogni tentativo di parlato è accolto con entusiasmo e gratitudine. Queste sono le migliori frasi per essere cortesi e per un dialogo essenziale.

L'incontro tra arbëreshë di diverse località o tra arbëreshë e shqiptarë apre certamente un dialogo in lingua albanese, emotivamente ed umanamente coinvolgente, ed ha concretezza dello spirito di fratellanza nel detto gjaku ynë i shprishur (il sangue nostro disperso), che è l'essenza stessa della comune origine.

Albanese standard Arbëresh (varianti albanesi d'Italia) Italiano
Përshëndetje Falem Ciao
Mirëdita Mirëdita Buongiorno
Mirëmëngjes Mirëmenat Buongiorno (mattina, sino a mezzogiorno)
Mirëmbrëma Mirëmbrëma Buonasera
Çfarë po bën? Çë bën? Che fai?
Si je? je? / Si rrì? Come stai?
Shumë mirë Shumë mirë Molto bene
Faleminderit! Të lutem Haristis / Faleminderit! Mosgjë / Faregjë Grazie! Prego
Flet shqip? Flet / Fjet / Gyjëkon arbërisht? Parli albanese?
Unë flas pak U flas / fjas pak Io parlo poco
Unë banoj në Spixanë U banonj Spixanë Io abito a Spezzano Albanese
Nga je? Nga / Ka je? Di dove sei?
Unë jam / vij nga Korça U jam / vinj nga Korça Io vengo da Coriza
Je shqiptar? Je arbëresh? Sei albanese?
Si quhesh? / Si e ke emrin? Si të thonë? Come ti chiami?
Unë quhem Ëngjëlla Më thonë Ëngjëlla Mi chiamo Angela
Më falni / Më vjen keq Ka më ndjéni / Ndjésë Scusi / Mi scuso
Nuk e kuptova Nëng / Ngë e ndëlgova Non ho capito
Është mirë / Në rregull Vete mirë Va bene
Ju lutem E parkàles Per favore
Qofsh ty i gëzuar Klofsh ty i gëzuar Possa tu essere felice
Gezohem që u njohëm Gezonem të të njoh Piacere di conoscerti
Të jesh mirë / Gjithë të mirat Të jesh mirë Stammi bene
Natën e mirë Natën e mirë Buonanotte
Mirupafshim Qavarrisu / Mirupafshim Arrivederci
Po O / ëj (ëh - ëg - ah - agha- oh - uëg)
Jo Jo No

Note: di solito si dice mirëmenat il mattino presto, mirëdita durante il giorno e si passa a mirëmbrëma verso la sera. Si usa natën e mirë per augurare buonanotte a qualcuno che non si vedrà più per quella sera.

Alcune parole, uguali o simili tra di loro, possiedono significati diversi nell'albanese standard parlato nei Balcani (shqip) e nell'albanese antico parlato in Italia (arbëresh):

Arbëresh italiano (significato) Albanese standard
U shërbenj Io lavoro Unë punoj
U punonj Io aro il terreno Unë punoj tokën
Kopil Ragazzo Djal (kopil = figlio illegittimo)
Brekë Pantaloni Pantallona (brekë = mutande)
U zienj Io cucino Unë gatuaj (unë ziej = io bollisco)

Religione[modifica | modifica wikitesto]

Papàdes/sacerdoti italo-albanesi a Piana degli Albanesi in Sicilia
Sacerdote italo-albanese di rito bizantino a Contessa Entellina in Sicilia
Affresco neobizantino della Chiesa del San Salvatore a Falconara Albanese in Calabria

Il rito religioso seguito dagli albanesi rifugiati in Italia era quello bizantino nella lingua greca antica - da ciò derivò una certa confusione che si è fatto in passato tra greci e albanesi a proposito degli abitanti di queste comunità - e più recentemente in lingua albanese, secondo le antiche parlate locali[70]. In parte essi erano già, dopo vari Concilii, in comunione con la chiesa cattolica; gli altri, una volta in Italia, vi si assoggettarono, continuando a rimanere tenacemente attaccati alla propria identità religiosa bizantina.

Fino alla metà del XVI secolo, queste comunità erano riuscite a mantenere anche costanti rapporti con il Patriarcato di Ocrida (tra l'Albania e l'attuale Macedonia) da cui dipendevano, e che considerò costantemente gli italo-albanesi sotto la sua giurisdizione canonica. Altri rapporti più sporadici furono con le zone di influsso albanese in Morea, con Creta, ancora sotto protettorato veneziano, e successivamente con la zona della Ciamuria.

Sotto il pontificato di papa Clemente XI (1700-1721), di origine albanese, e di Clemente XII (1730-1740), si registra un rinnovato interesse da parte della Santa Sede verso la tradizione ecclesiale bizantina, che si manifesta con la fondazione del "Collegio Corsini" di San Benedetto Ullano (1732), poi trasferito nel 1794 a San Demetrio Corone nel "Collegio Sant'Adriano", per le comunità albanesi di rito bizantino della Calabria e del "Seminario Italo-Albanese" di Palermo (1734) per le comunità albanesi di rito bizantino della Sicilia. La presenza di questi due centri culturali garantì alle comunità albanesi della provincia di Cosenza e di Palermo il mantenimento dell'eredità storica e culturale, su cui si formò un filone di impegno civile ed intellettuale attento alle istanze libertarie e democratiche della società italiana. Ma oltre a formare intellettuali e clerici progressisti, che svolsero un ruolo di protagonisti nel movimento risorgimentale italiano e albanese, queste due istituzioni favorirono con la propagazione delle nuove idee romantiche, il sorgere tra gli arbëreshë di una più matura e diffusa coscienza nazionale.

La vita quotidiana del popolo albanese d'Italia era prima scandito sia dagli agenti atmosferici (molti paesi albanesi hanno climi rigidi data la loro altezza sul livello del mare), sia dal lavoro e quanto dalla preghiera e dalle feste religiose. La società italo-albanese è in buona parte laica, ma la presenza dominante delle chiese di ispirazione bizantina e dei ministri del culto testimoniano visivamente quanto la religione cristiana sia ancora un elemento di riferimento nella società arbëreshe. Non è solo un fatto numerico (le statistiche delle due eparchie parlano di una popolazione di rito bizantino per oltre il 96%; gli italo-albanesi di rito latino sono il 4%), e neppure dottrinale, ma dalla persistenza di un primato "morale" che nasce dai cinque secoli di diaspora, a causa della dominazione ottomana dell'Albania e dei Balcani, in cui la religione cristiana e i suoi sacerdoti-monaci furono i custodi della cultura, della lingua, delle tradizione avite albanesi.

Oggi il rito bizantino sopravvive nelle comunità albanesi in provincia di Potenza, Pescara, nel comune di Lecce e soprattutto nelle comunità albanesi della provincia di Cosenza in Calabria e della provincia di Palermo in Sicilia.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Religione_in_Albania § Medioevo.

Dopo il 1468, anno di morte di Scanderbeg e l'inizio dell'esodo albanese, si ebbe una grande migrazione che portò numerosi albanesi a stabilirsi sia nel Regno di Napoli che nel Regno di Sicilia[36]. Queste persone provenivano in maggioranza dall'Epiro, da tutta la parte centro-meridionale dell'Albania e dalla Morea, e, in quanto parte dell'Impero Bizantino, la popolazione albanese era di tradizione cristiano-ortodossa, sotto la giurisdizione del patriarcato ecumenico orientale di Costantinopoli. Per qualche tempo dopo il loro arrivo, gli albanesi furono affidati a vari metropoliti, nominati dall'arcivescovo di Ocrida, con il consenso del Papa.

I contatti con la madrepatria furono nel tempo ostacolati particolarmente dalle differenze di carattere religioso. Molti degli abitanti dell'Albania storica passarono con forza all'islamismo, dopo la conquista turca del paese - questo specialmente dal XVIII secolo in poi - mentre gli albanesi d'Italia continuarono a conservare, in gran parte, la fede cristiana di rito bizantino, talvolta detto greco per la lingua greca antica utilizzata nelle pratiche liturgiche.

Dopo il concilio di Trento le comunità albanesi vennero poste sotto la giurisdizione dei vescovi latini del luogo, determinando, così, un progressivo impoverimento della tradizione bizantina. Fu in questi anni che molti italo-albanesi, a causa delle pressioni della chiesa cattolica locale, furono costretti ad abbandonare il rito bizantino passando al rito latino (per esempio: Spezzano Albanese[71][72] in Calabria; tre paesi albanofoni del Vulture, quali Barile, Ginestra, Maschito; o i quattro comuni albanesi del Molise, ovvero Campomarino, Montecilfone, Portocannone, Ururi)[73]. Per salvaguardare la loro tradizione religiosa, la chiesa cattolica, spinta dalle comunità arbëreshe e in particolare dal Servo di Dio Papàs Giorgio Guzzetta, decise di creare delle istituzioni per l'istruzione dei giovani di rito bizantino.

Nel 1732 Papa Clemente XII eresse il "Collegio Corsini" di San Benedetto Ullano per gli albanesi di Calabria, poi "Collegio Sant'Adriano" trasferito in San Demetrio Corone (1794)[74], e nel 1734 il "Seminario Italo-Albanese" di Palermo per gli albanesi di Sicilia, poi trasferito a Piana degli Albanesi nel 1945[71]. Tra il 1734 e il 1784 la Santa Sede nominava dei vescovi ordinanti di rito greco, con il compito di formare i seminari, dare le ordinazioni sacre e conferire i sacramenti. Per molto tempo questa situazione rimase immutata e spesso le comunità albanesi avevano espresso a Roma la richiesta di avere dei vescovi propri con piena autorità.

Nel 1867 era stato abbandonato da Pio IX il principio della preminenza del rito latino sugli altri riti; Leone XIII e i papi successivi compirono altri passi distensivi. Fu Benedetto XV a esaudire le loro richieste, creando solo nel 1919 un'Eparchia per gli arbëreshë dell'Italia peninsulare con sede a Lungro (Eparchia di Lungro), staccando dalle diocesi di rito latino le parrocchie che ancora conservano il rito bizantino[71][72]. Poco dopo, nel 1937, per varie cause eretta più tardi, Papa Pio XI istituì l'Eparchia di Piana degli Albanesi per i fedeli arbëreshë di rito bizantino dell'Italia Insulare, riconosciuta civilmente anche dallo Stato italiano[71][75]. Legata storicamente e religiosamente al gruppo etnico albanese, seppur con origini più antiche, è anche la circoscrizione della Chiesa Italo-Albanese del Monastero Esarchico di Grottaferrata, che ottenne lo status di abbazia territoriale nel 1937 dopo l'erezione dell'Eparchia di Piana degli Albanesi.

Nel corso dei secoli gli arbëreshë sono riusciti a mantenere e a sviluppare la propria identità albanese grazie alla loro caparbietà[8] e al valore culturale esercitato principalmente dai due istituti religiosi di rito orientale, i suddetti seminari, la cui memoria e l'eredità spirituale sono oggi delle sedi eparchiali.

Nei centri di formazione religiosa, dal Collegio greco (detto così per distinguerla dal rito romano) in Roma ai due Collegi/Seminari specificatamente destinati alla formazione dei sacerdoti italo-albanesi (in Calabria e in Sicilia) si formarono tutti gli intellettuali albanesi fino a tutto il XIX secolo[76].

Fino all'Unità d'Italia (XIX secolo) per una serie di pubblici impieghi, in molti centri arbëreshë, era necessario essere albanese e dichiararsi di fede bizantina.

La Chiesa Italo-Albanese, seppur suddivisa in tre circoscrizioni, si erge con titolo di garante dell'"unità nazionale" degli albanesi d'Italia.

Chiesa Italo-Albanese[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa cattolica italo-albanese, Eparchia di Lungro, Eparchia di Piana degli Albanesi e Abbazia territoriale di Santa Maria di Grottaferrata.
Il Monastero Esarchico di Grottaferrata con monaci provenienti dalle comunità italo-albanesi
« I fedeli albanesi cattolici di rito greco, che abitavano l’Epiro e l’Albania, fuggiti a più riprese dalla dominazione dei turchi, [...] accolti con generosa liberalità [...] nelle terre della Calabria e della Sicilia, conservando, come del resto era giusto, i costumi e le tradizioni del popolo avio, in modo particolare i riti della loro Chiesa, insieme a tutte le leggi e consuetudini che essi avevano ricevute dai loro padri ed avevano con somma cura ed amore conservate per lungo corso di secoli. Questo modo di vivere dei profughi albanesi fu ben volentieri approvato e permesso dall’autorità pontificia, di modo che essi, al di là del proprio ciel, quasi ritrovarono la loro patria in suolo italiano [...]. »
(Costituzione Apostolica “Catholici fideles”, con la quale il 13 febbraio 1919 Papa Benedetto XV istituiva l’Eparchia di Lungro per gli albanesi dell’Italia continentale[77].)
« Voi siete qui […] il drappello di profughi che, sostenuti dalla loro profonda fede evangelica, più di cinquecento anni fa giunsero in Sicilia, trovarono non solo un approdo stabile per il futuro delle loro famiglie come nucleo della Patria lontana, ma anche l'Isola maggiore del Mare Nostrum, che per la sua posizione naturale, è un centro di comunicazione tra Oriente e Occidente, un provvidenziale congiungimento tra sponde di diversi popoli […]. La Divina Provvidenza, la cui sapienza tutto dirige al bene degli uomini, ha reso la vostra situazione feconda di promesse: il vostro rito, la lingua albanese che ancora parlate e coltivate, unitamente alle vostre centenarie costumanze, costituiscono un'oasi di vita e di spiritualità orientale genuina trapiantate nel cuore dell'Occidente. Si può pertanto dire che voi siete stati investiti di una particolare missione ecumenica [...]. »
(Tratto dal discorso pronunciato da Papa Giovanni Paolo II in occasione del suo incontro con la comunità albanese di Sicilia, avvenuto il 21 novembre del 1982 presso la concattedrale dell'Eparchia di Piana degli Albanesi[78].)

La Chiesa cattolica italo-albanese comprende tre Circoscrizioni ecclesiastiche: l'Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi per gli italo-albanesi dell'Italia continentale con sede a Lungro (CS); l'Eparchia di Piana degli Albanesi per gli italo-albanesi dell'Italia insulare con sede a Piana degli Albanesi (PA); il Monastero Esarchico di Grottaferrata gestito da monaci italo-albanesi a Grottaferrata (RM).

La Chiesa Italo-Albanese, costituendo un'oasi bizantina nell'Occidente latino, è secolarmente propensa all'ecumenismo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Essa è stata l'unica realtà, dalla fine del Medioevo sino al secolo XX, di spiritualità orientale in Italia.

Esistono istituti e congregazioni religiose di rito bizantino nel territorio della Chiesa Italo-Albanese: l'Ordine basiliano di Grottaferrata, le Suore collegine della Sacra Famiglia, Piccole operaie dei Sacri Cuori e la congregazione delle Suore Basiliane Figlie di Santa Macrina.

Rito bizantino degli italo-albanesi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Oriente cristiano e Rito bizantino.

Un elemento di indiscutibile coesione degli albanesi d'Italia è la religione cristiana, il cui rito, bizantino di lingua greca, spesso li ha fatti confondere con i greci. Tuttora l'espressione religiosa di rito bizantino è uno dei tratti caratterizzanti l'etnia albanese, sia rispetto alla restante popolazione italiana sia riguardo agli albanesi rimasti in patria divenuti musulmani.

Le chiese delle comunità italo-albanesi presentano esternamente diversi stili architettonici, ma all'interno sono in stile bizantino, ricche di icone e di mosaici. La lingua liturgica - seppure non mancavano traduzioni e liturgie in lingua albanese - fino agli inizi del XX secolo era perlopiù in greco, ma dalla metà del secolo l'albanese diviene pienamente ufficiale. Molte comunità, ancora oggi albanofone, hanno perso lungo i secoli il rito bizantino che professavano in principio. Ciò è avvenuto dietro le pressioni delle autorità religiose e civili "straniere" a livello locale. La metà delle comunità di origine albanese, nei primi due secoli, sono passate dal rito bizantino a quello latino.

La vita culturale degli albanesi, nei primi tre secoli di permanenza in Italia (XVI – XVII – XVIII) e protraendosi sino al XIX secolo, si sviluppò proprio nell'ambiente ecclesiastico. L'elemento religioso in queste comunità non solo ha avuto una funzione di guida spirituale, ma è stato anche e soprattutto promotore di iniziative per la salvaguardia e la tutela del patrimonio culturale e identitario albanese.

Pasqua[modifica | modifica wikitesto]

La Pasqua (Pashkët) per le comunità italo-albanesi di rito bizantino (riti bizantin) è la ricorrenza centrale, dalla cui data dipendono le altre feste. Rappresenta la festa delle feste, e i riti della Passione, della morte (vdeqa) e della Resurrezione di Gesù (të Ngjallurit e Krishtit) vengono vissuti secondo la ricca simbologia cristiana orientale.

La Grande Settimana, corrispondente alla Settimana Santa (Java e Madhe in albanese), è molto suggestiva (guarda anche Settimana Santa di Lungro (Java e Madhe) e Settimana Santa di Piana degli Albanesi (Java e Madhe). Nel rito bizantino, anche detto bizantino-greco, le celebrazioni liturgiche in preparazione alla Pasqua hanno inizio il venerdì precedente la Domenica delle Palme (E Diellja e Rromollidhet o E Diela e Palmavet), con la funzione relativa alla resurrezione di Lazzaro, e continuano con la liturgia delle Palme, la processione del Venerdì santo, il Christòs Anesti / Krishti u Ngjall, la Pasqua.

Il Giovedì santo la lavanda dei piedi e l'Ultima cena con gli apostoli; il Venerdì santo gli uffici delle lamentazioni e la processione che attraversa tutto il paese, accompagnata dai canti della passione in lingua arbëreshë. Il Sabato santo si tolgono i veli neri dalle chiese e suonano a festa le campane per annunciare la Risurrezione di Cristo. Dopo la mezzanotte, per tradizione in molti paesi, le donne si recano ad una fontana fuori dal paese per il rito del "rubare l'acqua": lungo il percorso è proibito parlare e devono resistere ai tentativi di farle parlare operati dai giovani; solo dopo essere giunti alla fontana e aver preso l'acqua è possibile parlare e scambiarsi gli auguri con il Christòs Anesti / Krishti u Ngjall (Cristo è Risorto), e in risposta Alithos Anesti / Vërteta u Ngjall, rronë e ligjëron për gjithëmonë. Ashtù kloftë (È veramente Risorto, vive e regna nei secoli dei secoli. Amin). Il significato di questo rito ha significati sia sociali che religiosi: le donne in silenzio richiamano la scena delle pie donne descritte dal Vangelo che camminano silenziose per non essere scoperte dai soldati romani; ma esiste anche una relazione tra la colpa, che è di tutti gli uomini che hanno crocifisso il Cristo, e il silenzio. L'acqua opererà la catarsi liberatrice e il ritorno alla parola è collegato alla Resurrezione del Cristo, mentre lo scambio degli auguri è anche un ritorno alla comunità e al vivere sociale. La domenica mattina di Pasqua si svolge la funzione dell'aurora, in alcune comunità il sagrestano, all'interno della chiesa, interpreta il demonio e cerca di impedire l'entrata al tempio del sacerdote, che dopo aver bussato ripetutamente entra trionfalmente intonando canti.

Uova di Pasqua colorate in rosso, tipiche della tradizione cristiana di rito orientale degli albanesi d'Italia

A Piana degli Albanesi il solenne pontificale in rito bizantino si conclude con uno splendido e folto corteo di donne in sontuosi costumi tradizionali arbëresh, che, dopo aver partecipato ai sacri e solenni riti, sfila per il Corso Kastriota raggiungendo la piazza principale. Al termine del corteo, in un tripudio di canti e colori, viene impartita dai papàdes la benedizione seguita dalla distribuzione delle uova rosse, simbolo della passione, della nascita e della resurrezione.

Nel lunedì e nel martedì, in alcune comunità arbëreshe di Calabria, si svolgono le tradizionali vallje (danze) nelle piazze e vie del paese.

Icone e iconostasi[modifica | modifica wikitesto]

Iconostasi della Chiesa di San Giorgio Megalomartire a Piana degli Albanesi in Sicilia

Nel rito bizantino ruolo fondamentale è rappresentato dalle icone raffiguranti personaggi biblici, in sostituzione delle statue tipiche delle chiese cattoliche di rito latino. Le chiese di rito bizantino, o detto anche talvolta greco, presentano infatti l'iconostasi, che divide lo spazio riservato al clero officiante da quello destinato ad accogliere i fedeli e allo stesso tempo costituisce il luogo dove vengono poste le icone sacre.

La parola icona deriva dal greco antico eikon (immagine), rappresentano la teologia trasposta in immagini e, secondo i fedeli cristiani orientali, le icone non si dipingono ma si scrivono durante la preghiera costante. Un'icona può essere osservata, ammirata e contemplata, ma per apprezzarla fino in fondo bisogna comprenderla, decodificarne i simboli, conoscerne i soggetti, la storia e i significati, quindi saperla interpretare. Secondo lo stile tradizionale le icone sono dipinte con metodi e colori naturali, a tempera d'uovo su pannelli e supporto in legno.

Le chiese e i musei delle comunità italo-albanesi, in special modo quelle di Sicilia, conservano icone antiche (XV secolo-XVIII secolo) e continuano ancora oggi, con diversi iconografi, a realizzare icone secondo i canoni bizantini.

Cultura[modifica | modifica wikitesto]

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

La bandiera albanese per le strade di Piana degli Albanesi, Sicilia

Tra i tanti aspetti della tradizione arbereshe una è la sua trasmissione legata quasi esclusivamente alla forma orale, nonostante sia cospicua la quantità e la documentazione della lingua e delle tradizioni. Il primo aspetto che si evince della cultura e delle tradizioni delle comunità arbëreshë è il profondo rispetto che attribuiscono all'ospite: secondo cui la casa dell'albanese è di Dio e dell'ospite, al quale si fa onore offrendogli semplici cibarie. Questa consuetudine si ritrova ancora nelle montagne dell'Albania, tuttavia le comunità arbëreshë provano profondo riserbo dallo straniero, detto latino (litìr), che sino alla prima metà del secolo scorso non poteva facilmente accedere nei centri arbëreshë. Motivi della tradizione popolare si ritrovano nella letteratura, che proprio da ciò mosse i primi passi. Altri elementi strutturali della cultura arbëreshë delle origini sono giunti ai nostri tempi, attraverso una storia secolare, e mantengono una loro forza di rappresentazione dei valori dell'organizzazione delle comunità sono: la "vatra" (il focolare), primo centro intorno al quale ruota la famiglia; la "gjitonìa" (il vicinato), primo ambito sociale al di fuori della casa, elemento di continuità tra la famiglia e la comunità; la "vellamja" (la fratellanza), rito di parentela spirituale; la "besa" (la fedeltà) all'impegno, rito di iniziazione sociale con precisi doveri di fedeltà all'impegno preso.

La forte coscienza a un'identità etnico-linguistica diversa è sempre presente nelle produzioni folcloristiche. Nel folclore, in tutte le sue diversificate forme, emerge sempre un costante richiamo alla patria di origine e i canti, popolari o religiosi, le leggende, i racconti, i proverbi, trasudano un forte spirito di comunanza e solidarietà etnica.

La coscienza di appartenere ad una stessa etnia, ancorché dispersa e disgregata, si coglie tra l'altro in un motto molto diffuso, che i parlanti albanesi spesso ricordano quando di incontrano: Gjaku ynë i shprishur, che tradotto letteralmente è "il Sangue nostro sparso". Mantenendo chiara e sensibile la coscienza di essere fratelli nel sangue comune e nella fede cristiana, costituendo un'oasi di spiritualità Orientale trapiantata nell'Occidente, usano così identificarsi come discendenti di una stirpe dispersa ma non distrutta.

I temi ricorrenti nella cultura tradizionale albanese sono la nostalgia della patria perduta, il ricordo delle leggendarie gesta di Skanderberg, eroe riconosciuto da tutte le comunità albanesi del mondo, e la tragedia della diaspora in seguito all'invasione turca. Un discorso a parte merita la "vallja", danza popolare che aveva luogo in occasioni di feste tese a rievocare una grande vittoria riportata dal condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg contro gli invasori turchi. La vallja è formata da giovani in costume tradizionale, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati da due figure alle estremità, si snodano per le vie del paese eseguendo canti epici, augurali o di sdegno e disegnando movimenti avvolgenti. Nella particolare vallja e burravet (la danza degli uomini), composta da soli uomini, viene trattegiata e ricordata, attraverso i loro movimenti, la tattica di combattimento adottata da Skanderberg per imprigionare e catturare il nemico. Oggi le più belle vallje hanno luogo a Civita, San Basile, Frascineto e Eianina. La consapevolezza della necessità di una valorizzazione e tutela della cultura arbëreshë ha favorito la nascita di associazioni e circoli culturali, e ha dato luogo ad iniziative e manifestazioni culturali.

Diverse sono le manifestazioni culturali e sociali in Arbëria. In numerosi centri italo-albanesi[79], per il carnevale, per la Pasqua o per feste particolari, sono organizzate - anche per più giorni di festa - "parate storiche" per rievocare le gesta eroiche degli albanesi (cristiani) e del loro condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg[80], con la creazione delle battaglie contro i turchi (musulmani) e il canto di rapsodie per le vittorie riportate.

Abitualmente nell'"anniversario della morte di Giorgio Castriota", in ogni centro albanese d'Italia e nelle città dove esiste una parrocchia per gli italo-albanesi, viene celebrata la divina liturgia in lingua albanese e viene reso omaggio all’Athleta Christi[81].

Dal vent'anni momento di ritrovo per gli albanesi d'Italia è la manifestazione di "Miss Arbëreshe" a Spezzano Albanese (CS), concorso femminile di bellezza in rassegna di costumi tradizionali, che propone d'esser punto ideale di dialogo e socializzazione tra le comunità italo-albanesi partecipanti[82]. Vetrina sul mondo d'Arbëria, è una finestra che permette di affacciarsi sulle comunità consorelle per condividerne, attraverso i caratteristici costumi tipici, la lingua, la storia, gli usi, le tradizioni culturali comuni d'origine.

Da più di trent'anni, nel mese di agosto, si tiene regolarmente il "Festival della Canzone Arbëreshe" (Festivali i Këngës Arbëreshe) a San Demetrio Corone (CS), in cui diversi gruppi musicali, cantori e poeti da tutte le comunità albanesi d'Italia, e anche d'Albania e dal Kosovo, interpretano canzoni e melodie popolari o ne propongono di nuove, rigorosamente in lingua albanese[83][84].

Carnevale[modifica | modifica wikitesto]

Nel calendario delle festività degli albanesi d'Italia il Kalivari, Kalevari o Karnivalli, ovverosia il Carnevale, occupa un posto di rilievo. Ricorre dall'indomani dell'Epifania al mercoledì delle Ceneri, ed è, per definizione, festa trasgressiva nella quale la normalità viene temporaneamente accantonata per dare libero sfogo al gioco e alla creatività. Il Carnevale, trovandosi in inverno, periodo del freddo e della fame, rappresentava la festa popolare più importante dell'anno. In alcuni centri, mediante le farse, venivano manifestate all'intera popolazione le "malefatte" e i "vizi" dei singoli individui e delle diverse categorie sociali presenti nella comunità. Costituivano essenzialmente un momento di radicale protesta e di denuncia sociale nei confronti dei gruppi dominanti che tenevano oppressa e divisa la popolazione. L'ultimo giorno di carnevale nei paesi di rito bizantino, corrisponde all'ultima Domenica di Quaresima. Tuttavia, suole essere festeggiarlo almeno esteriormente, anche il martedì e il mercoledì che precede le Ceneri.

Nella zona dei paesi albanesi del Pollino, era consuetudine riunirsi di sera, in allegre compagnie cantando i vjershë davanti alla porta degli amici: Oji ma sonde çë ky karnivall, zgiomi ndrikull e kumbar! Ngreu e çel atë hilnar; s'erdha të ha, erdha se jemi kumbar; s'erdha se dua të pi, erdha se jemi gjiri! (O madre, questa sera che è carnevale, svegliamo comare e compare! Alzati e accendi la luce, non sono venuto perché voglio mangiare, sono venuto perché siamo compari; non sono venuto perché voglio bere, sono venuto perché siamo parenti!).

La sera del martedì a San Demetrio Corone, comitive di giovani, in giro per il paese, annunciano la morte del Carnevale (zu/la' Nikolla), un vecchio vestito di stracci che bussando di porta in porta veniva confortato da abbondanti bicchieri di vino e carne di maiale. zu Nikolla veniva rappresentato ogni anno il mercoledì delle cenere con la celebrazione del suo funerale: un corteo che sfilava per tutto il paese dietro la bara dell'ex ghiottone. Davanti, a guidare il corteo, c'erano il prete e la vedova con il figlioletto in braccio, che inscenava lamenti strazianti (vajtimet) e pianti a dirotto. A Cervicati e Mongrassano nei giorni di Carnevale è fatto divieto di lavorare e chi trasgredisce questa regola e viene sorpreso, una volta incatenato, si trascina per le vie del paese e la sua liberazione si ottiene solo dopo un'abbondante bevuta e aver assaggiato i tipici prodotti locali a base di salami e formaggi. Caratteristica di questi paesi è l'esecuzione nei giorni di Carnevale della vala (ridda) con i sontuosi costumi tradizionali arbëreshë.

A San Benedetto Ullano, la tradizione vuole che gruppi di giovani rappresentanti i dodici mesi dell'anno, guidati da un loro padre, sfilino per le vie del paese a cavallo di somari e, fermandosi negli spazi più ampi del paese recitino in albanese le caratteristiche e la funzione di ciascun mese. Grande interesse e partecipazione suscita il Carnevale che si svolge a Lungro. Anche un'antica rapsodia albanese, kënga e Skanderbekut, mette in evidenza la consuetudine di riunirsi e consumare varie prelibatezze: Por më ish ndë Karnival. / Skanderbeku një menat / po m'e mbjodhi shokërinë, / e m'e mbjodhi e m'e mbitoj / me mish kaponjsh e lepuresh, / me krera thllëzazish, / me filìjete me shtjerrazish (Era il periodo di Carnevale. / Skanderbeg una mattina / radunò la compagnia / e la invitò a banchetto, / con carni di capponi e di lepri, / con teste di pernici, / con fianchi di vitelli).

Particolare è il kalivari di Piana degli Albanesi, alla quale festa popolare gli arbëreshë di Sicilia sono profondamente legati. I vari circoli, associazioni, bar, case private, ai lati del Corso Kastriota e nella piazza principale di Piana degli Albanesi, si trasformano in questo periodo in sale da ballo. Ogni giovedì, sabato e domenica sera, nel segno del sano divertimento, donne accuratamente mascherate, e quindi irriconoscibili, invitano gli uomini al ballo. In modo rivoluzionario per la condizione femminile del passato, soltanto le donne possono invitare al ballo, con il divieto di invitare o scherzare con i forestieri non arbëreshë (litinjët), non solo perché appunto non arbëreshë, ma anche per le risse causate dal loro comportamento poco ortodosso. Durante il Carnevale, una volta, erano abituali diversi giochi: l'albero della cuccagna (ntinë), su cui ci si arrampicava per afferrare i premi posti in cima; e, appese su una corda, le pignatte di terracotta (poçet), contenenti “sorprese”, che dovevano essere rotte, a turno, da una persona bendata. Numerosi sono i detti carnevaleschi in albanese, i più celebri e ricorrenti sono “Kalivari papuri papuri merr një cunk e e vu te tajuri” (Carnevale tra saggi e matti, prendi una cacca e te la metti sul piatto) o Kalivari të divërtirej shiti kalin (Carnevale per divertirsi ha venduto il cavallo). Tuttora a Piana degli Albanesi l'ultimo lunedì di Carnevale si preparano e si consumano frittelle a forma sferica o schiacciata, di pasta lievitata, fritta e zuccherata, detti “Loshka" e "Petulla”. Vietato usare, nell'occasione, il costume tradizionale albanese o suoi componenti, conservati gelosamente dalle donne arbëreshe e legati decisamente a momenti più sacri e rilevanti.

Valle[modifica | modifica wikitesto]

Donne arbëreshe in tipico costume durante la Vallje a San Basile in Calabria
Vallje tradizionali a Civita, Calabria
Vallje a Civita (CS)

Le danze arbëreshe (vallje), in albanese letterale valle, sono degli antichi balli di gruppo albanesi che prendono vita in alcune particolari feste, legate alle celebrazioni della Pasqua e ad altre occasioni di festa. Le vallje sono l'espressione folclorica di un popolo che non ha dimenticato la propria storia, le proprie radici. Questi balli rievocano una grande vittoria riportata da Giorgio Castriota Skanderbeg contro gli invasori turchi, per difendere la cristianità e la libertà del popolo albanese, proprio nell'imminenza della Pasqua. Si vuole infatti che proprio il martedì di Pasqua del 24 aprile del 1467, l'eroe albanese ha riportato una decisiva ed importante vittoria sull'esercito turco. La vallja, quindi, da un ricordo bellico è stata trasformata come occasione di raduno dei vari paesi appartenenti alla etnia così che, almeno per un giorno all'anno, ci si sente uniti e accomunati da lingua, usi e costumi da non dimenticare.

Sono eseguite dalle donne in costume tradizionale albanese disposte in semicerchio, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati all'estremità da due giovani, chiamati flamurtarë (portabandiera), si snodano per le vie del paese arbëresh accompagnate da canti di contenuto epico, che narrano la resistenza contro i turchi, rapsodie, storie di amore e di morte, canti augurali o di sdegno. Il più famoso di questi canti epici, il Canto di Scanderbeg, cantato il martedì di Pasqua, rievoca il terzo assedio turco della città di Croia. Molto popolari sono la rapsodia di Costantino il piccolo (Kostantini i vogëli), nota in Albania come la ballata di Ago Ymeri, il cui tema è il riconoscimento del marito dopo molti anni; e quella di Costantino e Garentina, una rapsodia diffusa nella penisola balcanica, registrata nelle raccolte dei folcloristi ottocenteschi, le cui suggestioni hanno ispirato la prima letteratura romantica europea.

Il ritmo della danza a volte grave e a volte aggressivo si rintraccia soprattutto nella vallja e burravet (la danza degli uomini). Questa vallja è composta da soli uomini che tratteggiano e ricordano nei loro movimenti la tattica di combattimento adottata da Castriota Skanderbeg per catturare il nemico. Ancora oggi si ama rinnovare questo senso di appartenenza ad una etnia che da oltre mezzo millennio vive in Italia, ed è uno degli appuntamenti più interessanti e significativi della tradizione e della comunità albanese d'Italia.

La vallja si svolgeva anticamente in quasi tutti i paesi arbëreshë il pomeriggio della Domenica di Pasqua, il lunedì e il martedì. Attualmente ha luogo solo il martedì dopo Pasqua (Vallja e martës së Pashkëvet), principalmente nelle comunità albanesi di Calabria di Barile, Cervicati, Civita, Lungro, San Benedetto Ullano, San Demetrio Corone, Santa Sofia d'Epiro e in parte Ejanina, Firmo, Frascineto e San Basile. Alcune valle sono state riprese e interpretate dalle donne in costume di Piana degli Albanesi nella seconda metà del secolo scorso.

La vallja compie fantasiose evoluzioni, e con improvvisi spostamenti avvolgenti "imprigiona" qualche cortese turista che, di buon grado, offre generosamente nei bar per ottenere il "riscatto. Essi, quali nobili bulerë vengono ringraziati con i seguenti versi ed altri improvvisati al momento: "Neve kush na bëri ndër / akuavit na dha për verë. / Po si sot edhe nga herë / shpia tij mos past vrer! " (A noi chi fece onore / non diede vino, ma liquore. / Come oggi e in ogni tempo / la sua casa non abbia sventura!).

Costume[modifica | modifica wikitesto]

« Il costume di gala degli albanesi d'Italia, con le sue preziose stoffe di raso, broccato, di seta e oro, in una armonica combinazione di colori, con ricami preziosi, testimonia, come i canti, le prosperità dell’Albania quando gli esuli l’abbandonarono »
(Ernest Koliqi, 1964?[85])
Costume tradizionale albanese da San Martino di Finita (CS)
Disegno del tipico costume femminile usato per i giorni festivi a Lungro (CS)
Ricco costume da sposa di Piana degli Albanesi (PA)
Tipologie di costumi albanesi di Piana degli Albanesi in Sicilia

Il costume tradizionale costituisce ancora oggi per gli arbёreshë uno degli elementi distintivi della loro identità. Parlando di costume degli albanesi d'Italia ci si riferisce in maniera assolutamente esclusiva al costume femminile, poiché quello maschile è scomparso da secoli, sostituito ed evolutesi con le forme standardizzate dell'abbigliamento moderno, anche se dal dopoguerra, per iniziativa di privati, enti o dai vari comuni si è ripreso il costume maschile d'Albania.

Il costume degli arbёreshë rappresenta uno dei tre secolari pilastri dell'antica identità albanese trapiantata in Italia, insieme alla lingua albanese e al rito bizantino. Per la policromia e la preziosità dei tessuti, testimoniata dall'utilizzo dei ricchi ricami in oro e argento, il costume tradizionale è uno dei segni più evidenti della diversità e della creatività culturale arbёreshë. Esso accompagna la donna italo-albanese nei momenti più significativi della propria vita.

Quasi ogni comunità albanese d'Italia possiede un tipico costume albanese, altri li hanno persi completamente. Esso difficilmente è uguale alle altre comunità, può esser simile a quello delle comunità albanesi vicine, ma varia dalla zona di origine da cui provengono. Di certo ha particolari in comune, come ad esempio la Keza, ed è di base di foggia bizantino-medievale.

Di singolare bellezza è il costume tradizionale di gala, indossato dalle donne in particolari ricorrenze come il matrimonio o le festività della Pasqua, dei battesimi e del santo patrono. I costumi sono veri e propri capolavori artistici che ripropongono l'antica simbologia orientale, alcuni attraverso il ricamo.

Famosissimo per lo splendore e la bellezza è il costume tradizionale arbëresh di Piana degli Albanesi.

Interessanti sono i costumi tradizionali femminili di San Costantino Albanese (costituito da un copricapo caratteristico, una camicia di seta bianca con merletti, un corpetto rosso con maniche strette ricamate in oro e una gonna su cui sono cucite tre fasce di raso bianche e gialle), Firmo (dal collo ampio e ricamato (mileti); una gonna lunga ed ampia, plissettata e bordata), e Santa Sofia d'Epiro, San Demetrio Corone, Lungro, Frascineto, Plataci, Spezzano Albanese, San Basile, Vaccarizzo Albanese.

In linea di massima, ad eccezione delle comunità della bassa valle del Crati, di San Costantino Albanese, San Paolo Albanese (PZ), Caraffa e Vena di Maida (CZ), dove, nella variante giornaliera, è ancora largamente indossato dalle persone anziane, sia pure in una versione notevolmente più corta di quella tradizionale, e di qualche rarissimo caso nelle comunità della presila greca, nel corso degli ultimi decenni, con un processo che si è accentuato soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, il costume tradizionale è del tutto scomparso dall'uso quotidiano.

In alcune comunità, in particolare nel catanzarese, in Puglia e nel Molise, è addirittura impossibile rintracciare un esemplare completo autentico e quelli esistenti sono ricostruzioni recenti, non sempre aderenti al modello originale. Ciò nonostante, nella maggior parte delle comunità, ed in particolare in quelle del cosentino, del potentino ed a Piana degli Albanesi (PA), esso conserva un valore simbolico pregnante, al punto che ogni anno artigiani specializzati continuano a confezionarne un grande numero di esemplari di gala, commissionati dalle famiglie per le figlie adolescenti che si affacciano alla ribalta della società, e che li indosseranno in occasione delle grandi feste folcloristiche o semplicemente li conserveranno come testimonianza estrema di identità. Il problema dell'origine dei costumi degli albanesi è uno dei tanti che ancora devono essere approfonditi.

È verosimile che ad elementi originali, che gli arbёreshë portarono con sé da oltre Adriatico, nel tempo si siano aggiunti alcuni elementi presi a prestito dai costumi della gente con cui i profughi vennero in contatto in Italia, e che, dalla rielaborazione dell'insieme, influenzata anche dalle mutate esigenze quotidiane, sia nata la foggia attuale dei costumi arbёreshë. Tali tesi, pur nella sua plausibilità, lascia aperti numerosi interrogativi, legati ad esempio, alla omogeneità della foggia del costume in aree a volte molto estese, alle relazioni tra i costumi degli albanesi d'Italia e quelli delle loro zone di provenienza oltre Adriatico all'epoca delle migrazioni ed a quelle con i costumi delle comunità romanze, spesso grossi centri, su cui le comunità arbёreshe gravitano.

Esistono varie tipologie, seppur i materiali di studio non sono molto nuemrosi. Il lucano, a San Paolo Albanese e San Costantino Albanese (PZ), è una delle zone dove il costume tradizionale mostra ancora oggi la maggiore varietà e vitalità.

La provincia di Cosenza è quella che comprende il maggior numero di comunità arbёreshe e, tutto sommato, insieme alla zona di Piana degli Albanesi (PA), anche quella in cui il costume tradizionale ha conservato più a lungo la sua funzione e la sua vitalità.

Nonostante la prassi seguita ancora in anni recenti di seppellire l'abito nuziale con la sua proprietaria, utilizzandolo come abito funebre, sono infatti molto numerosi gli esemplari relativamente antichi dell'abito di gala o di suoi elementi particolari, e molti sono anche gli esemplari che vengono confezionati ogni anno da artigiani specializzati delle varie aree arbёreshe, che si attengono scrupolosamente al modello tradizionale.

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Canti e valle tradizionali albanesi a Greci in Campania
Musiche popolari albanesi cantate durante le Vallje a Civita, Calabria

L'oralità è la caratteristica più lampante del popolo albanese della diaspora in Italia. La musica da sempre è uno degli strumenti più diretti e immediati con il quale il popolo arbëresh racconta sé stesso. Esso rafforza quel profondo senso d'identità e quell'innato orgoglio etnico rimasto immutato per secoli. Nelle canzoni arbëreshe c'è tutta l'essenza di un popolo, sfuggito dalla Penisona Balcanica e guidato dal condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg, che andò ad abitare nelle terre dell'Italia centro-meridionale per sfuggire alla dominazione turco-ottomana.

I canti (këngat) degli albanesi d'Italia narrano dei fidanzamenti, dei matrimoni, delle ninnananne, dei lamenti funebri ma anche dei suoi antichi eroi, della guerra contro il turco e dello sconforto per la Madrepatria perduta per sempre. C'è la gioia, la tristezza, l'orgoglio di un popolo fiero delle proprie radici e della propria diversità culturale. Canti struggenti o gioiosi, cadenzati da un ritmo veloce oppure lunghi e prolissi come interminabili nenie, in essi c'è tutta la storia di un popolo e di un'identità che costantemente rischia di andare perduta. La musica degli albanesi d'Italia riafferma la diversità culturale, rinsaldando i legami e la comune appartenenza di tutti gli arbëreshe con l'Albania. Alcuni dei canti più conosciuti sono: O e bukura Moré, Kostantini i vogëlith, O mburonjë e Shqipërisë.

La musica popolare arbëreshe' presenta caratteristiche che l'avvicinano alle tradizioni musicali più antiche dei popoli del Mediterraneo. Le espressioni più autentiche del canto albanese in Italia sono identificabili nella polifonia e nei vjershë, le cui diverse modalità di esecuzione sono descritte nell'ambito del ciclo dell'uomo. Essa è lo strumento con cui la comunità italo-albanese racconta se stessa e la sua diaspora, riaffermando la discendenza comune e rinsaldando i vincoli identitari, rammemora i valori condivisi e condanna le infrazioni sociali, socializza il lutto e sottolinea le occasioni sociali d'incontro. In quanto espressione privilegiata dell'oralità, accompagna e spiega la dimensione individuale e collettiva. Sul piano socio-antropologico la musica riproduce tutto il travaglio storico e psicologico del Popolo della Diaspora, esplica il sistema valoriale e la dimensione emica dell'identità[86].

Da anni a San Demetrio Corone (CS) la musica, il canto e le nuove sonorità degli albanesi d'Italia sono raggruppate ne "Il Festival della Canzone Arbëreshe" (Festivali i Këngës Arbëreshe). Nella ricerca di nuove sonorità e linguaggi musicali molti gruppi si sono formati dalla metà del XXI secolo in poi, accomunati dall'utilizzo della lingua albanese e dalla voglia di comunicare e mantenere le sonorità e i balli tradizionali d'appartenenza. Tra i tanti gruppi ci sono i Peppa Marriti Band e gli Spasulati Band da Santa Sofia d'Epiro in Calabria. Molti sono musicisti professionisti che compongono e cantano sonorità albanesi: Silvana Licursi da Portocannone (CB), Pino Zef Cacozza da San Demetrio Corone (CS), Anna Stratigò da Lungro (CS), Caterina Clesceri e Pierpaolo Petta da Piana degli Albanesi (PA). Numerosi sono i gruppi folcloristici che coltivano tradizioni musicali, cultura e canti polifonici dell'antica cultura albanese, non meno numerosi sono i gruppi corali delle varie parrocchie della Chiesa Italo-Albanese sparse in Italia, che tramandano gli antichi inni della tradizione bizantina.

Da un punto di vista puramente musicale, le melodie sono molto legate alla propria musica liturgica bizantina. Per gli arbëreshë hanno un ruolo importante, se non essenziale, i canti della propria tradizione liturgica. I canti bizantini di Piana degli Albanesi, mantenutosi sostanzialmente intatti dal tempo della diaspora albanese in Italia, fanno parte del Registro delle Eredità Immateriali di Sicilia (REI) e sono dal 2005 patrimonio dell'Unesco[87][88].

Cucina[modifica | modifica wikitesto]

Come per ogni popolo, anche nella cucina si esprime tanto della tradizione e della cultura albanese. Col trascorrere del tempo, l'integrazione e la contaminazione coinvolgono inevitabilmente anche l'arte gastronomica. Ma si è mantenuta inalterato qualcosa di diverso, un difforme modo di lavorazione, l'associazione di un cibo ad un particolare contesto, per annoverare un piatto tra quelli tipici ed unici della cucina arbëreshe.

Il rinomato pane tipico di Piana degli Albanesi (PA), Sicilia

Essa è del tutto completa, in quanto spazia dagli antipasti ai dolci, dai primi ai secondi piatti, dalle zuppe alle minestre, dai piatti di carne a quelli di pesce, dai contorni alle verdure. Un cenno particolare per le conserve, i farinacei e le focacce, nonché per i dolci tradizionali, vero caposaldo della cucina albanese.

La cucina albanese in taluni paesi è molto semplice, ma saporita per gli aromi utilizzati nei piatti. Alcune ricette, estrapolate dal folto gruppo di soluzioni culinarie degli Albanesi d'Italia, sono: fra i primi piatti vanno segnalati la dromesat, pasta fatta con grumi di farina cucinati direttamente nei sughi, e le shtridhelat, tagliatelle ottenute con una particolare lavorazione e cotte con ceci e fagioli. Tra i secondi in alcune comunità è molto utilizzata la carne di maiale; ottime le frittate come la veze petul di cicoria, cardi selvatici, scarola e cime di capperi. Nelle grandi ricorrenze c'è un grande uso dei dolci, come i kanarikuj, grossi gnocchi bagnati nel miele, le kasolle megijze, un involtino pieno di ricotta, la nucia, dolce con la forma di fantoccio con un uovo che raffigura il viso, e molti altri. Caratteristico è il dire sia prima che dopo mangiato: "Ju bëftë mirë!" (Buon appetito!, lett. Buon pro vi faccia).

Personalità arbëreshe[modifica | modifica wikitesto]

Girolamo De Rada (1814 – 1903)
Giuseppe Schirò (1865 – 1927)
  • Andrea Alessi (1425 – 1505), scultore e architetto.
  • Luca Baffa (1427? – 1517), condottiero.
  • Marin Barleti (1450 – 1513), scrittore e religioso.
  • Giovanni de Baffa (1460? – 1483), religioso.
  • Demetrio Reres (XV secolo), nobile condottiero albanese al servizio di Alfonso V il Magnanimo. I suoi seguaci ed i figli Giorgio e Basilio diedero origine all'insediamento di colonie albanesi in Calabria e in Sicilia.
  • Demetrio Capuzzimati (XV secolo), combattente albanese fedele di Skanderbeg.
  • Papàs Luca Matranga (1567 – 1619), sacerdote e letterato, autore della prima espressione letteraria arbëreshe degli albanesi in diaspora.
  • Papa Clemente XI (1649 – 1721), Papa della Chiesa cattolica.
  • Padre Giorgio Guzzetta (1682 – 1756), Servo di Dio e Apostolo degli Albanesi di Sicilia, si prodigò nella difesa del rito orientale degli albanesi d'Italia.
  • Papàs Giuseppe Niccolò Brancato (1675 – 1741), sacerdote e poeta.
  • Mons. Felice Samuele Rodotà (1691 – 1740), primo vescovo ordinante di rito bizantino per gli albanesi di Calabria.
  • Papàs Nicolò Figlia (1693 – 1769), sacerdote e poeta.
  • Papàs Paolo Maria Parrino (1710 – 1765), sacerdote e letterato, iniziatore dell'ideologia romantica illirica-albanese.
  • Mons. Giorgio Stassi (1712 – 1801), primo vescovo ordinante di rito bizantino per gli albanesi di Sicilia.
  • Francesco Avati (1717 – 1800), scrittore umanista e docente di cultura patria albanese.
  • Papàs Giulio Variboba (1725 – 1788), sacerdote e scrittore, precursore della poesia albanese moderna.
  • Papàs Nicolò Chetta (1741 – 1803), sacerdote, ellenista, orientalista, storico, etnografico, teologico e partriota, promotore della rinascita albanese.
  • Mons. Francesco Bugliari (1742 – 1806), vescovo ordinante di rito bizantino per gli albanesi di Calabria.
  • Pasquale Baffi (1749 – 1799), patriota.
  • Angelo Masci (1758 – 1821), giurista e studoso.
  • Mons. Giuseppe Crispi (1781 – 1859), sacerdote, filologo e storico, vescovo ordinante di rito bizantino per gli albanesi di Sicilia.
  • Giovanni Emanuele Bidera (1784 – 1858), poeta e drammaturgo.
  • Pasquale Scura (1791 – 1868), politico e patriota.
  • Luigi Giura (1795 – 1864), ingegnere e architetto.
  • Papàs Pietro Matranga (1807 – 1855), sacerdote, scrittore e paleografo.
  • Vincenzo Torelli (1807 – 1882), giornalista, scrittore, editore e impresario d'opera.
  • Papàs Nicolò Camarda (18071884), sacerdote di rito bizantino, glottologo ed ellenista.
  • Tommaso Pace (1807 – 1887), storico, letterato, grecista e patriota.
  • Domenico Mauro (1812 – 1873), letterato e patriota.
  • Papàs Angelo Basile (1813 – 1848), scrittore.
  • Girolamo De Rada (1814 – 1903), scrittore, poeta e pubblicista, fra le più importanti figure del movimento culturale e letterario albanese del XIX secolo.
  • Luigi Petrassi (1817 – 1842), raccoglitore delle tradizioni popolari e traduttore in albanese delle maggiori opere del romanticismo,
  • Papàs Francesco Antonio Santori (1819 – 1894), sacerdote, poeta e scrittore, scrisse il primo dramma della letteratura albanese.
  • Papàs Demetrio Camarda (1821 – 1882), sacerdote, linguista, grammatologo, storico e filologo, il più importante studioso della lingua albanese dell'Ottocento.
  • Vincenzo Statigò (1822 – 1886) scrittore, prima voce socialista della letteratura albanese.
  • Papàs Vincenzo Dorsa (1823 – 1855), sacerdote, albanologo, demologo e filologo.
  • Padre Luigi Lauda (1824 – 1892), abate, storico e scrittore.
  • Domenico Damis (1824 – 1904), patriota, generale e politico.
  • Gavril Dara junior (1826 – 1885), poeta e politico, fra i primi scrittori del Risorgimento albanese.
  • Gennaro Placco (1826 – 1896), patriota e poeta.
  • Attanasio Dramis (1829 – 1911), patriota risorgimentale.
  • Agesilao Milano (1830 – 1856), militare.
  • Giuseppe Angelo Nociti (1832 – 1899), scrittore.
  • Demetrio Baffa (1834 – 1911), patriota.
  • Papàs Giuseppe Musacchia (1837 – 1910), sacerdote, scrittore e pubblicista.
  • Papàs Antonio Argondizza (1839 – 1918), sacerdote, traduttore in lingua albanese e pubblicista.
  • Papàs Leonardo De Martino (1840 – 1923), sacerdote, scrittore e poeta, missionario apostolico in Albania, maestro di Gjergj Fishta.
  • Anselmo Lorecchio (1843 – 1924), avvocato, giornalista, politico, poeta e scrittore, fondatore della rivista La Nazione Albanese ed autore di opere per l'indipendenza dell'Albania.
  • Giuseppe Serembe (1844 – 1901), poeta e scrittore.
  • Papàs Demetrio Chidichimo (1846 – 1922), sacerdote, poeta e patriota, che ebbe un ruolo importante nella lotta per l'indipendenza dell'Albania.
  • Papàs Pietro Camodeca de Coronei (1847 – 1918), sacerdote archimandrita e scrittore.
  • Francesco Musacchia (1852 – 1931), attivista politico, fondatore della "Lega Nazionale Albanese" (1902) poi "Lega Italo-Albanese" di Palermo, che diede un singolare contributo presso le cancellerie degli stati europei a favore del movimento per l'indipendenza dell'Albania dall'Impero ottomano.
  • Cristina Gentile Mandalà (1856 – 1919), novellista.
  • Nicola Barbato (1856 – 1923), politico e medico, fondatore e dirigente dei Fasci Siciliani, tra le figure più importanti del socialismo del secondo Ottocento.
  • Michele Marchianò (1860 – 1921), scrittore e filologo.
  • Vincenzo Muricchio (1861 – 1960), generale di artiglieria e inventore.
  • Giuseppe Schirò (1865 – 1927), poeta, storico, linguista, pubblicista e patriota arbëreshë, fautore e continuatore del movimento indipendentista albanese e maggior rappresentante della tradizione culturale e letteraria albanese di Sicilia.
  • Mons. Paolo Schirò (1866 – 1941), vescovo ordinante degli albanesi di rito bizantino in Sicilia, albanologo, pubblicista e studioso, che scoprì il Meshari di Gjon Buzuku, la prima opera della letteratura albanese (1555).
  • Padre Cosma Buccola (1869 – 1934), jeromonaco basiliano della Badia bizantina di Grottaferrata.
  • Padre Nilo Borgia (1870 – 1942), monaco basiliano, bibliofilo, filologo, scrittore, letterato e teologo.
  • Trifonio Guidera (1873 – 1936), scrittore, poeta e patriota, sostenitore dell'indipendenza dell'Albania.
  • Padre Sofronio Gassisi (1873 – 1923), jeromonaco basiliano a Grottaferrata, liturgista, paleografo e anticipatore dell'ecumenismo.
  • Vito Stassi Karushi (1876 – 1921), sindacalista e politico, assassinato dalla mafia.
  • Terenzio Tocci (1880 – 1945), studioso, editorialista, politico, con una grande attenzione per i Balcani e l'Albania.
  • Papàs Gaetano Petrotta (1882 – 1952), sacerdote, albanologo, filologo bizantino, scrittore e linguista, fondò e insegnò alla Cattedra di Lingua e letteratura albanese di Palermo.
  • Papàs Marco La Piana (1883 – 1958), sacerdote, teologo, scrittore e studioso, si occupò di importanti studi storici e critici sulla lingua albanese.
  • Padre Lorenzo Tardo (1883 – 1967), jeromonaco basiliano della Badia di Grottaferrata, studioso di musica bizantina e pioniere nella scoperta, lettura, trascrizione, interpretazione, pubblicazione ed esecuzione delle melodie bizantine delle comunità albanesi d'Italia.
  • Eparca Giovanni Mele (1885 – 1979), primo Vescovo ordinario dell'Eparchia di Lungro.
  • Tito Schipa (1888 – 1965), tenore e attore, considerato il più grande dei "tenori di grazia" della storia dell'opera.
  • Giuseppe Salvatore Bellusci (1888 – 1972), insegnante e politico.
  • Costantino Mortati (1891 – 1985), giurista e costituzionalista, fra i più autorevoli giuristi d'Italia del XX secolo.
  • Gennaro Cassiani (1903 – 1978), politico, avvocato penalista e saggista, ministro della Repubblica Italiana.
  • Eparca Giuseppe Zef Perniciaro (1907 – 1981), primo vescovo ordinario dell'Eparchia di Piana degli Albanesi.
  • Esarca Teodoro Minisci (1907 – 1990), monaco basiliano, archimandrita del Monastero di Grottaferrata.
  • Padre Stefano Altimari (1909 – 1993), jeromonaco basiliano del Monastero di Grottaferrata.
  • Papàs Matteo Sciambra (1914 – 1967), sacerdote e albanologo, docente di lingua e letteratura albanese all'Università di Palermo.

Alcune delle personalità italo-albanesi contemporanee più rappresentative sono:

Sono di origine italo-albanese: Giorgio Basta (1544 – 1607), generale nato da famiglia albanese/arbëreshe della Puglia; Francesco Crispi (1818 – 1901), deputato al Parlamento italiano, ministro e Presidente del Consiglio dei ministri d'Italia, nato da famiglia arbëreshe di Sicilia; Antonio Gramsci (1891 – 1937), filosofo, fondatore del partito comunista in Italia, nato da famiglia arbëreshe di Calabria; Andrea Varipapa (1891 – 1984), giocatore di bowling negli USA, nato da famiglia arbëreshe di Calabria; Thomas J. Valentino (1900 – 1986), nato da famiglia di ascendenza albanese di Sicilia, fu fondatore negli anni'20 della Major Records a New York City (la prima casa di produzione di effetti sonori negli Stati Uniti), successivamente direttore della RIAA (Recording Industry Association of America) e vincitore di un Grammy award per la colonna sonora di Saturday's night fever; Enrico Cuccia (1907 – 2000), uno dei banchieri più importanti in Italia, nato da famiglia arbëreshe di Sicilia; Ernesto Sabato (1911 – 2011), famoso scrittore in Argentina, figlio di madre arbëreshe; Regis Philbin Boscia (1931), attore, doppiatore e conduttore televisivo statunitense, è oriundo albanese da parte di madre (Filomena Boscia); James Joseph Schiro (1946 – 2014), uomo d'affari statunitense, nato da famiglia albanese di Sicilia; Joe Lala (1947 – 2014), attore, doppiatore e musicista statunitense, nato da famiglia albanese di Sicilia; Charles Camarda (1952), astronauta e ingegnere negli USA, nato da famiglia arbëreshe di Sicilia; Steven Parrino (1958 – 2005), artista e musicista negli USA, nato da famiglia di ascendenza albanese dalla Sicilia; Randy Mamola (1959), pilota motociclistico negli USA, nato da famiglia albanese di Sicilia; Salvo Cuccia (1960), regista e sceneggiatore, nato da famiglia di ascendenza albanese in Sicilia; Tom Perrotta (1961), scrittore e sceneggiatore statunitense, nato da famiglia albanese della Campania; Gianni Gebbia (1961), nato da famiglia arbëreshe di Sicilia?, sassofonista jazz e compositore; Fabio Stassi (1962), scrittore di origine italo-albanese di Sicilia; Rich Gaspari (1963), culturista statunitense, nato da famiglia arbëreshe del Molise; Nicholas Scutari (1968), senatore americano per lo Stato del New Jersey, nipote di nonni italo-albanesi emigrati dalla Basilicata; Claudia Conserva (1974), attrice e conduttrice televisiva in Cile; Antonio Candreva (1987), calciatore, originario di Falconara Albanese[89][90] in Calabria; Giuseppe Bellusci (1989), calciatore, nato da famiglia arbëreshe di Calabria; Mateo Musacchio (1990), calciatore in Argentina, nato da famiglia arbëreshe del Molise; Tatiana Búa (1990), tennista in Argentina.

Personalità illustri come Mons. Nilo Catalano (1637 – 1694), monaco basiliano operante nelle comunità albanesi d'Italia e d'Albania e arcivescovo di Durazzo, o il noto Padre Giuseppe Zef Valentini S. J. (1900 – 1979), albanologo e bizantinista, furono naturalizzate arbëreshe. Significative sono alcune personalità di albanesi d'Albania, in special modo religiosi (monaci, sacerdoti e suore), ma anche studiosi e artisti, che si sono inserite - nella fattispecie dal XX secolo - nelle comunità albanesi d'Italia: Ernest Koliqi (1903 – 1975), scrittore, poeta e drammaturgo, operante a Roma e presente nelle comunità albanesi di Sicilia e Calabria; Papàs Josif Papamihali (1912 – 1948), sacerdote di rito bizantino, martire della Chiesa bizantina albanese, arrestato, condannato ai lavori forzati e ucciso durante la dittatura comunista in Albania, formatosi presso le comunità albanesi d'Italia; Padre Sofron Prençe (1928 – 1997), jeromonaco basiliano e studioso, presente nelle comunità albanesi di Sicilia, nel Monastero di Grottaferrata e residente a Piana degli Albanesi; Josif Droboniku (1952) mosaicista e iconografo, operante in numerose comunità italo-albanesi e residente a Lungro; Hevzi Nuhiu (1956), scultore, "discepolo" di Ibrahim Kodra, residente a San Demetrio Corone; Suor Elena Rregjina Lulashi (1967), superiora generale delle Suore basiliane figlie di Santa Macrina, operante presso le comunità albanesi d'Italia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gli albanesi della diaspora (vedi sezione Storia: Migrazioni) hanno origine da un'Albania tardo-medievale, allora divisa in principati. I gruppi della seconda diaspora, oltre all'odierna Albania del sud, si possono inquadrare nei territori delle attuali Macedonia (confine con Ohrid) e Grecia (Ciamuria e Morea), originarie da famiglie albanesi provenienti dall'Albania che storicamente, a partire dall'XI secolo, si spostarono - per vari motivi - più nei Balcani meridionali occidentali, fondando numerosissime comunità.
  2. ^ "[..] È indubbio che l'esodo e la fuga degli albanesi verso altre realtà territoriali si addensò nelle coste di un Albania colpita pesantemente dal turco. I principati d'Albania, loro patria d'origine, ebbe a mancare delle migliori personalità e di una continuità con il passato." Ernest Koliqi in Shejzat (Le Pleiadi), 1961.
  3. ^ Gaetano Petrotta, Popolo, lingua e letteratura albanese (PDF), unibesa.it. URL consultato il 14 marzo 2016.
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  16. ^ Una fonte del 1976 riporta, tuttavia, una popolazione complessiva, inclusi coloro che non parlano più la lingua arbëreshe, di 250.000 persone. Cfr. (EN) Meic Stephens, Linguistic Minorities in Eastern Europe, 1976.
  17. ^ Cfr., per esempio, Marina Mazzoni, Porta d'Otranto: incontri di mare, luoghi e civiltà, Terrelibere.org, giugno 2000. URL consultato il 21 aprile 2010. e Nicola Scalici, La memoria arbereshe in Carmine Abate, "Lo specchio di Carta", Università degli Studi di Palermo. URL consultato il 21 aprile 2010.
  18. ^ L'Arbëria è la denominazione dell'area geografica degli insediamenti albanesi in Italia; tale termine, fino al XVII secolo, era diffuso per indicare i territori dell'attuale Albania, ora chiamata dagli albanesi dei Balcani Shqipëria.
  19. ^ a b c d Per l'elenco completo dei villaggi cfr. Comunità albanesi d' Italia, Arbitalia.it. URL consultato il 21 aprile 2010.
  20. ^ Leonardo M. Savoia, Albanese, comunità (JPG), Treccani. URL consultato il 31 gennaio 2016.
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  29. ^ Secondo la tradizione delle Chiese orientali, prima dell'avvento delle traduzioni nelle lingue locali e nazionali in epoca moderna, la lingua liturgica veicolare per tutti i popoli dell'Oriente cristiano è stata la lingua greca antica, così come è stata la lingua latina per la Chiesa d'Occidente. Questa tradizione è rimasta agli albanesi emigrati in Italia non toccati dal fenomeno delle traduzioni in lingua madre, seppure numerose sono state le traduzioni liturgiche nelle varie parlate albanesi, con l'adozione della lingua albanese nella liturgia degli italo-albanesi a partire dal XVIII secolo e l'introduzione ufficiale nel 1968, riconosciuta dalla congregazione per le Chiese orientali e la Santa Sede.
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  35. ^ Ne seguirono molteplici migrazioni, dal XV sino al XVIII secolo.
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  40. ^ Studi Albanologi.
  41. ^ Alla morte di Alfonso V d'Aragona l'erede legittimo al trono era Ferdinando d'Aragona, ma altri principi tramavano per imporre il Duca Giovanni d'Angiò. Giorgio Castriota Scanderbeg, amico del defunto Alfonso I d'Aragona, era stato chiamato a difendere anche Ferdinando. Cfr. La storia, Greci.org. URL consultato il 21 aprile 2010.
  42. ^ Storia, Vaccarizzoalbanese.asmenet.it. URL consultato il 21 aprile 2010.
  43. ^ In numerose comunità italo-albanesi, in onore di Giorgio Castriota Scanderbeg, la piazza o la strada principale gli è intitolata.
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  70. ^ Con il primo Sinodo della Chiesa Italo-Albanese, nel dopoguerra, si è deciso di prendere in adozione ufficialmente la lingua albanese nelle pratiche liturgiche e di uniformare le diverse parlate, ove possibile, sotto un'unica forma "standard" (simile a quella in uso già dagli ortodossi albanesi negli USA e in Albania).
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  73. ^ Ecco un elenco completo delle comunità albanesi passate al rito latino: Andali, Barile, Campomarino, Caraffa, Carfizi, Casalvecchio, Cerzeto, Chieuti, Ginestra, Greci, Marcedusa, Maschito, Montecilfone, Pallagorio, Portocannone, Santa Caterina Albanese, Santa Cristina di Gela, San Martino di Finita, San Marzano di San Giuseppe, San Nicola dell'Alto, Spezzano Albanese, Ururi, Vena di Maida, Zangarona.
  74. ^ Archimandita Eleuterio F. Fortino, Il Pontificio Collegio Corsini degli Albanesi di Calabria, Jemi.it, 30 maggio 2008. URL consultato il 21 aprile 2010.
  75. ^ La Chiesa Italo-Albanese: aspetti generali, Eparchiapiana.it, 10 novembre 2008. URL consultato il 21 aprile 2010.
  76. ^ Numerosissime sono le figure di spicco della cultura e spiritualità albanese d'Italia che hanno studiato nei due Seminari. Tra i più importanti: Luca Matranga, Nicolò Figlia, Nicolò Brancato, Giovanni Tommaso Barbaci, Giulio Variboba, Nicolò Chetta, Pietro Pompilio Rodotà e tanti altri, tutti scrittori ecclesiastici.
  77. ^ L'Eparchia Italo-albanese di Lungro verso il I centenario, www.dimarcomezzojuso.it. URL consultato il 30 aprile 2016.
  78. ^ Storia > cenni storici, www.eparchiapiana.it. URL consultato il 28 marzo 2006.
  79. ^ Parate storiche che rievocano le gesta eroiche del condottiero albanese Giorgio Castriota Scanderbeg sono ad esempio abituali a Barile, Ginestra e Maschito in Basilicata, Lungro in Calabria, San Marzano di San Giuseppe in Puglia.
  80. ^ Rievocazione storica di Skanderbeg, jemi.it. URL consultato il 12 febbraio 2016.
  81. ^ Il 548° anniversario della morte di Giorgio Castriota detto Scanderberg, arbelmo.it. URL consultato il 12 febbraio 2016.
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  83. ^ Festival della Canzone Arbëreshe, arberia.it. URL consultato il 12 febbraio 2016.
  84. ^ Festivali i Këngës Arbëreshe / Festival della Canzone Arbëreshe, festivalarberesh.it. URL consultato il 12 febbraio 2016.
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