Agesilao Milano

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Agesilao Milano

Agesilao Milano (San Benedetto Ullano, 12 luglio 1830Napoli, 13 dicembre 1856) è stato un militare italiano, che attentò alla vita del re delle Due Sicilie Ferdinando II. L'attentato si inserisce in un contesto di continue agitazioni che precedettero l'impresa dei Mille.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Inizi[modifica | modifica wikitesto]

Nacque in una famiglia umile di origini arbëreshë, da Benedetto, sarto, e Maddalena Russo, possidente. Il padre, affiliato alla Carboneria, passò un certo periodo nel carcere di Castelvetere a causa delle sue idee liberali. Milano intraprese i primi studi sotto l'egida di suo zio Domenico, sacerdote. Successivamente, studiò a Cosenza nel Collegio di San Demetrio Corone ed entrò nell'esercito borbonico, soprattutto per mantenere la famiglia.

In quel periodo iniziò a simpatizzare per il movimento mazziniano e partecipò alle rivolte calabresi del 1848 a Spezzano come soldato di Ignazio Ribotti. Arrestato e condannato al carcere duro, venne amnistiato nel 1852 e tenuto sotto sorveglianza. Dopo un periodo di crisi religiosa, pensando di intraprendere la carriera ecclesiastica, anche per motivi economici, fu arrestato con l'accusa di complotto contro la corona durante una visita di Ferdinando II a Cosenza ma venne assolto.

Milano iniziò a premeditare il suo assassinio, incolpandolo di aver represso nel sangue i moti rivoluzionari, nonché ostile ad una forma di governo costituzionale. Nonostante i suoi precedenti, ottenne il rientro nell'esercito borbonico, chiedendo di sostituire il fratello Ambrogio, sorteggiato per il servizio di leva, e riuscì ad arruolarsi nel 3º battaglione Cacciatori, che gli permise di stare vicino al sovrano.

L'attentato e la condanna[modifica | modifica wikitesto]

Attentato di Agesilao Milano

L'8 dicembre del 1856, giorno dell'Immacolata Concezione, Ferdinando II assistette a Napoli alla Santa Messa con tutta la famiglia, gli alti funzionari governativi e molti nobili del suo seguito. Dopo la celebrazione, il sovrano passò in rassegna, a cavallo, allo sfilare delle truppe (25.000 soldati) sul Campo di Marte a Capodichino.

Fu allora che Milano, rotte le righe, si lanciò contro il re e, non potendo caricare tempestivamente il suo fucile, riuscì a ferirlo con un colpo di baionetta, che fu attutito dalla fonda delle pistole sospese sulla sella del cavallo, ma fu comunque profondo. L'aggressore stava per scagliare un secondo colpo ma Francesco de La Tour, tenente colonnello degli ussari, intervenne immediatamente travolgendolo con il cavallo e facendolo cadere a terra , permettendone l'arresto. Il re se la cavò con un grosso spavento e la sera stessa fu salutato con tripudio e feste grandi dal popolo per lo scampato pericolo.
La situazione si era fatta molto tesa e pericolosa, in quanto le truppe svizzere, fedelissime al re di Napoli, temevano una sommossa generale anti-reale ed erano pronte a fare fuoco per difendere il re, che però con il suo sangue freddo riuscì a controllare la situazione. [1]

All'imputato furono sequestrati alcuni oggetti, tra cui una Bibbia in greco, una copia di De regimine principum di Tommaso d'Aquino e alcune poesie di sua composizione. Sottoposto ad una crudele tortura di sei ore, [2] fu poi processato per direttissima pochi giorni dopo. Milano motivò la sua azione dichiarando «di non aver contro S. M. nessuna ragione di odio e di vendetta particolare, ma averlo fatto per essere ai suoi occhi il re tiranno da cui doveva liberarsi la nazione».[3]
Secondo alcuni storici dietro l'azione del Milano vi sarebbe stato un complotto volto ad eliminare la dinastia borbonica, che avrebbe coinvolto anche militari di alto grado. [4] Agesilao Milano scrisse anche una sua difesa nella notte precedente la condanna. [5]

Esecuzione e conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Fu condannato a morte il 12 dicembre dello stesso anno. L'avvocato che lo difese ufficiosamente, Giocondo Barbatelli, presentò la domanda di grazia al re, il quale la respinse e non volle neanche ricevere l'avvocato di persona.[6] Il giorno successivo fuori Porta Capuana, in Via Cavalcatoio, prima dell'esecuzione Milano fu sottoposto a degradazione e, tolta la divisa, il suo corpo mostrava i segni della fustigazione subita durante l'interrogatorio, indossato una veste nera con al petto la scritta "Parricida" [7], dopo tre giri sulla carretta dei condannati attorno alla truppa, fu impiccato in Piazza del Mercato, al grido di «Viva Dio, la religione, la libertà e la Patria» [8], secondo altra fonte le ultime parole sarebbero state:

« Io muoio martire! ..Viva L'Italia!.. Viva l'indipendenza dei popoli.. ! »

(Agesilao Milano o il martire di Cosenza - Pasquale Villani, 1866, pag. 100)

quando il cappio gli strinse in collo impedendogli di parlare; il suo corpo fu gettato nella fossa comune del cimitero della contigua Chiesa del Carmine.

Dopo l'attentato, le repressioni della polizia borbonica diventarono più autoritarie, soprattutto ai danni dei calabresi. Due colleghi di Milano, che erano a conoscenza dei suoi piani sebbene non vi presero parte, furono coperti dagli amici e, in seguito, imbarcati su un vascello inglese.[9] Dopo l'inasprimento della reazione monarchica, avvennero episodi sospettati di terrorismo.

Il 17 dicembre a Napoli scoppiò una polveriera militare, provocando la morte di 17 persone e la distruzione di una batteria di artiglieria; si pensò ad una vendetta in onore dell'attentatore ma fu una combustione accidentale di alcuni razzi incendiari.[10] Il 4 gennaio 1857 esplose la fregata Carlo III, in partenza da Napoli verso la Sicilia, dove Luigi Pellegrino, un rivoluzionario sbarcato da Malta nel dicembre 1856, stava cercando di fomentare una rivolta nei pressi di Catania.[11][12] Si registrarono circa 40 morti e numerosi feriti. Anche qui si pensò ad un complotto liberale ma la causa è da attribuirsi ad un tentativo di furto di polvere da sparo, ad opera di un ladro inesperto che provocò la strage con una candela accesa.[13]

Benché si trattasse di incidenti, i provvedimenti divennero sempre più aspri: vi furono arresti a Napoli e in Calabria, sfratto di studenti e espulsione di numerosi militari che facevano parte dello stesso reggimento di Milano. Non sfuggirono alla reclusione anche i fratelli dell'attentatore, Camillo e Ambrogio, e alcuni compagni del Collegio di S. Demetrio.[13]

Dopo la morte[modifica | modifica wikitesto]

Ferdinando II rimase scosso dal fallito attentato, preoccupato che la baionetta dell'attentatore fosse avvelenata, e ciò lo segnò definitivamente, costringendolo a recarsi a Napoli più di rado. Quasi quattro anni dopo, durante la degenza che lo condusse alla morte, il Re chiese al chirurgo Capone di controllare se la ferita al petto infertagli dal Milano si fosse infiammata. Il Chirurgo lo rassicurò che la cicatrice era intatta e senza segni di infiammazione e suppurazione, e concluse qualificando Milano come un infame. Il Re rimproverò il chirurgo: «non si deve dir male del prossimo; io ti ho chiamato per osservare la ferita e non per giudicare il misfatto; Iddio lo ha giudicato, io l'ho perdonato. E basta così».[14]

Se i borbonici dipinsero Agesilao Milano come un criminale e traditore, i repubblicani lo esaltarono come un eroe nazionale. Venne elogiato da Carlo Pisacane e Giuseppe Garibaldi, mentre Cavour ripudiò il suo atto.[15] Quando Garibaldi entrò a Napoli nel 1860, uno dei primi provvedimenti fu quello di riconoscere un vitalizio mensile di 30 ducati alla madre, e una dote di 2000 ducati alle sorelle di Milano. Il gesto di Garibaldi suscitò le polemiche di Francesco II, figlio di Ferdinando II, che da Gaeta, mentre era assediato dalle truppe sabaude, inviò una formale protesta a tutte le corti europee, costringendo il governo di Torino ad abrogare il decreto di Garibaldi qualche mese dopo.[16] Il fratello Camillo si arruolò nelle truppe garibaldine.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale - Vol. IV - Vallardi - 1930
  2. ^ Pasquale Villani, Agesilao Milano o Il martire di Cosenza, L.Chiurazzi, 1866, p.71
  3. ^ Archivio storico per la Calabria e la Lucania, Volumi 25-26, 1956, p.411
  4. ^ Il Nuovo Monitore Napoletano - Agesilao Milano e l'attentato a Ferdinando II di Borbone
  5. ^ Difesa di Agesilao Milano scritta da lui medesimo la notte che fu l'ultima di sua vita pubblicata per cura di I.S.D.L., diligentemente corretta e riveduta dal barone : Agesilao Milano
  6. ^ Raffaele De Cesare, La fine di un regno: parte 1, S. Lapi, 1900, p.171
  7. ^ Agesilao Milano o il martire di Cosenza - Pasquale Villani - Ed. Luigi Chiurazzi - Napoli - 1866 - pagg. 97-98-99
  8. ^ Domenico Cassiano, Risorgimento in Calabria, Marco, 2003, p.178
  9. ^ Raffaele De Cesare, La fine di un regno: parte 1, S. Lapi, 1900, p.172
  10. ^ Raffaele De Cesare, La fine di un regno: parte 1, S. Lapi, 1900, p.174
  11. ^ Società siciliana per la storia patria (Palermo), pag 178, Archivio storico siciliano, Volume 50, 1930
  12. ^ Emanuele De Marco, pag. 36 e seguenti, La Sicilia nel decennio avanti la spedizione dei mille, Monaco e Mollica, 1898
  13. ^ a b Raffaele De Cesare, La fine di un regno: parte 1, S. Lapi, 1900, p.175
  14. ^ Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli, Fratelli Fiorentino
  15. ^ Giacomo Margotti, Memorie per la storia de'nostri tempi dal congresso di Parigi nel 1856 ai primi giorni del 1863, Unione tipogr. editrice, 1863, p.223
  16. ^ Michelangelo Mendella, Governo e cospirazioni a Napoli in età borbonica, Fratelli Conte Editori, 1987, p.64

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Raffaele De Cesare, La fine di un regno: parte 1, S. Lapi, 1900
  • Eugenio Floritta, Rivoluzione e tirannide, Stamperia e leg. clamis E Roberti, 1863
  • Domenico Capecelatro Gaudioso, L'attentato a Ferdinando II di Borbone, Gallina - 1975