Spedizione dei Mille

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Spedizione dei Mille
parte del Risorgimento
Partenza da Quarto.jpg
La partenza dei Mille da Quarto, Genova.
Data 5 maggio – 26 ottobre 1860
Luogo Sicilia e successivamente Italia meridionale
Esito Vittoria garibaldina, annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna, futura Unità d'Italia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
  • 1.162 (alla partenza)
  • 20.000 (al momento dello sbarco sul continente)
  • 35.000 (nella fase finale[1],[2]
  • 90.000 in tempo di pace
  • 140.000 in tempo di guerra[3]
Perdite
500 (?) tra morti e feriti[senza fonte] 1 000 (?) tra morti e feriti[senza fonte]
Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia
Impresa Garibaldina 1860
Camicie rosse - volontari dei Mille di Brescia colorato a mano
Uniformi dei Volontari garibaldini

La spedizione dei Mille fu l'episodio cruciale del Risorgimento. Avvenne nel 1860 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto, nel territorio del Regno di Sardegna alla volta della Sicilia, nel Regno delle Due Sicilie.

Lo scopo della spedizione fu di appoggiare le rivolte scoppiate nell'isola e capovolgere il governo borbonico. I volontari sbarcarono l'11 maggio presso Marsala e, grazie al consenso di larga parte della popolazione locale, si rafforzarono e mossero verso nord, aumentando di numero anche per lo sbarco di altre spedizioni garibaldine[4].

Dopo una serie di battaglie vittoriose contro l'esercito borbonico, i volontari riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie permettendone l'annessione al nascente Stato italiano.

Indice

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Massacro di Perugia compiuto dai mercenari svizzeri

La seconda guerra di indipendenza terminò l'11 luglio 1859; i termini dell'armistizio di Villafranca, voluto da Napoleone III che riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l'esclusione di Mantova), ma lasciavano Venezia e tutto il Veneto in mano austriaca, crearono malcontento in gran parte dei patrioti unitari italiani.

Già dal maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana, della Legazione delle Romagne (Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì), del Ducato di Modena e del Ducato di Parma scacciavano i propri sovrani e richiedevano l'annessione al Regno di Sardegna, mentre il governo pontificio riprendeva pieno possesso dell'Umbria e delle Marche le cui popolazioni subivano una dura repressione, culminata il 20 giugno 1859 nella sanguinosa repressione di Perugia per opera dalle truppe svizzere pontificie al servizio di Pio IX.

Napoleone III e Cavour erano reciprocamente in debito: il primo poiché si era ritirato dal conflitto prima della prevista liberazione di Venezia, il secondo perché aveva consentito che i moti si estendessero ai territori dell'Italia centro-settentrionale, andando quindi oltre quanto convenuto con gli accordi di Plombières. Lo stallo venne risolto il 24 marzo 1860, quando Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia e ottenne in cambio il consenso dell'Imperatore all'annessione di Toscana ed Emilia-Romagna al Regno di Sardegna.

Il contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

La penisola italiana nel marzo del 1860

Nel marzo 1860, quindi, restavano in Italia tre Stati: il Regno di Sardegna, con Piemonte (inclusa Aosta), Liguria, Sardegna e ora Lombardia (eccetto Mantova), Emilia-Romagna e Toscana; lo Stato Pontificio, con Umbria (inclusa Rieti), Marche, Lazio (con l'intoccabile Roma) e le exclave di Pontecorvo e Benevento; il Regno delle Due Sicilie, con Abruzzo (inclusa Cittaducale), Molise, Campania (incluse Gaeta e Sora), Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. A questi si può aggiungere la piccola Repubblica di San Marino, che tuttavia si mantenne sempre distante da ogni spinta unificatrice col resto della penisola.

Bisogna aggiungere che l'Impero austriaco di Francesco Giuseppe poteva ancora essere considerato una potenza con forti interessi nella penisola italiana, poiché possedeva intere regioni come il Regno Lombardo-Veneto (ora limitato a Veneto, Friuli e Mantovano), il Trentino e la Venezia Giulia, anche se non controllava più indirettamente né la Toscana né Modena governati fino al 1859 dai rami cadetti degli Asburgo-Lorena di Toscana e degli Asburgo-Este, succeduti alle antiche casate dei Medici e degli Este.

Senza dimenticare la Francia, ora nel doppio ruolo di potenza protettrice di Roma e principale alleato del Regno di Sardegna: ciò che permise a Napoleone III di mantenere una decisiva influenza sulle faccende italiane, sino alla fine del suo impero (battaglia di Sedan del 1870), e che sarà determinante nel 1860. Napoleone III, difatti, impediva al Regno di Sardegna tanto un'azione contro l'Austria (senza il suo sostegno), quanto un'azione contro Roma (con la sua opposizione), in base agli accordi di Plombières.

Il Regno delle Due Sicilie era guidato da un monarca giovane e inesperto (Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II solo il 22 maggio 1859, meno di un anno prima della spedizione); nel 1836 il reame borbonico aveva peggiorato le relazioni con il Regno Unito, a cui doveva la sopravvivenza durante il periodo napoleonico, con la Questione degli zolfi[5]. Infine, il Regno delle Due Sicilie era caduto in una sorta di isolamento diplomatico[6]: aveva rifiutato la partecipazione alla guerra di Crimea al fianco di Francia e Regno Unito, al cui fianco viceversa prese parte il Piemonte, e finì con il poter contare solamente sulle proprie forze.

Il regno meridionale era ancora lo stato più esteso e poteva fare affidamento su un esercito (il più numeroso della penisola) di 93 000 uomini (oltre a 4 reggimenti ausiliari di mercenari) e sulla flotta più numerosa di stanza nel Mediterraneo (11 fregate, 5 corvette e 6 brigantini a vapore, oltre a vari tipi di navi a vela)[7]. Come ricordava Ferdinando II, era difeso "dall'acqua salata e dall'acqua benedetta"[7], cioè dal mare e dalla presenza dello Stato della Chiesa, che, protetto dalla Francia, avrebbe teoricamente impedito ogni invasione via terra dal nord Italia.

Nell'autunno-inverno del 1859 Francesco II propose a Francesco Giuseppe (marito di sua cognata l'imperatrice Elisabetta) di intervenire a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Ferdinando IV di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per restaurare i deposti sovrani sui loro troni e territori in Italia centrale[8], spodestati dalle insurrezioni non previste negli accordi di Plombières. Tuttavia l'Austria, appena uscita militarmente sconfitta dal conflitto della seconda guerra d'indipendenza, non era più in grado di rivestire quel ruolo di restauratore che aveva svolto nei passati decenni e declinò la proposta.

L'iniziativa si scontrava direttamente con la politica di Torino e, di conseguenza, di Parigi, dal momento che Napoleone III, per giustificare all'opinione pubblica francese la guerra condotta contro l'Austria, doveva annettere alla Francia i territori oggetto degli accordi di Plombières[9].

Quando negli ambienti diplomatici europei, nell'autunno 1859, circolò l'idea di una conferenza riguardante la risistemazione dell'Italia a seguito dei recenti eventi, Francesco II si dimostrò indifferente, non cogliendo l'opportunità di mostrare una presenza attiva internazionalmente[10].

La situazione nel Regno delle Due Sicilie[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni, erano state diverse le ribellioni che i Borbone avevano dovuto sedare: i moti siciliani del 1820 e del 1837, la rivoluzione calabrese del 1847[11], la rivoluzione siciliana del 1848-1849 e quella calabrese dello stesso anno[12], e il movimento costituzionale napoletano del 1848.

La morte di Carlo Pisacane, massacrato dai contadini di Sanza incitati dai notabili filoborbonici

Dal punto di vista militare, fondamentale era stata l'alleanza e il sostegno militare dell'Impero austriaco. Per due volte, infatti, i Borbone avevano riguadagnato il trono in seguito all'intervento degli eserciti austriaci: nel 1815 l'austriaco Federico Bianchi sconfisse l'esercito napoletano di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, nella battaglia di Tolentino e, ancora, nel 1821 l'austriaco Johann Maria Philipp Frimont sconfisse un secondo esercito napoletano, quello di Guglielmo Pepe, nella battaglia di Rieti-Antrodoco.

Nel giugno 1859 si ebbe una rivolta di una parte dei reggimenti di mercenari svizzeri (il 3º Reggimento Svizzero) (in conseguenza del fatto che il governo elvetico quell'anno decise che i suoi cittadini non avrebbero più potuto prestare servizio militare in potenze straniere)[13] e parte delle truppe mercenarie al soldo dei Borboni vennero disciolte[14].

I liberali napoletani, comunque, non avevano forza sufficiente neanche a imporre una costituzione, nemmeno dopo Solferino. Essi erano, però, presenti in buon numero nelle alte cariche dell'esercito e dell'Armata di Mare, lo storico De Cesare afferma che, fin dallo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Francesco II non poté di fatto più contare sulla marina e solo pochi ufficiali di marina rimasero fedeli alla causa del re di Napoli.[15],[16]
Dopo la vittoria franco-piemontese nella battaglia di Magenta a Napoli si ebbero vivaci manifestazioni anti austriache dei liberali che convinsero Francesco II a nominare il generale Carlo Filangeri primo ministro e ministro della guerra, non lasciandogli tuttavia scegliere i ministri del suo governo[17].

La popolazione delle province continentali conservava la suddivisione in due parti politiche, o "due nazioni" secondo la definizione di Vincenzo Cuoco[18]: la prima di possidenti e la seconda del popolo delle campagne e della capitale (ovvero i lazzari); quest'ultima era generalmente vicina alla dinastia borbonica, come avevano dimostrato il successo del movimento sanfedista, che nel 1799 aveva rovesciato la Repubblica Napoletana, con strage dei giacobini del regno, e la resistenza antifrancese del periodo 1806-1815, il fallimento della Spedizione di Sapri di Carlo Pisacane del 1857 e come dimostrerà anche il successivo e complesso fenomeno del brigantaggio postunitario[19], mentre la prima si era manifestata con i moti costituenti nel 1820 a Napoli, i moti del Cilento nel 1828, i moti di Penne nel 1837, i moti di Reggio Calabria del 1847 e di Sicilia e Calabria del 1848 ancora nel Cilento nel 1848 e nello stesso anno a Napoli con l'ottenimento della Costituzione revocata l'anno seguente.

I prigionieri politici[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Poerio viene portato in carcere

Le condizioni di prigionia dei detenuti politici nelle prigioni borboniche e la mancanza di libertà nel Regno delle Due Sicilie provocarono in Europa e in Gran Bretagna un'opinione molto negativa di quel governo e a quel tempo l’opinione pubblica britannica non trovava scuse per quella che era considerata una sorta di tirannia, a causa dell’elevato numero di prigionieri politici che, secondo stime attendibili, si possono quantificare in almeno 20.000 detenuti politici a vario titolo e per vari periodi nelle prigioni del Regno delle Due Sicilie alla data del 1851 e in 50.000 il numero dei cosiddetti “attendibili”, cioè sospetti sottoposti a misure cautelari limitative della libertà personale.[20]
Lo storico britannico Trevelyan cita anche Gladstone, il quale, dopo avere visitato le prigioni Vicaria, ne aveva constatato le pessime condizioni di vita dei detenuti. Successivamente in visita presso il carcere dell'isola di Nisida, Gladstone aveva visto Carlo Poerio e altri uomini illustri indossare la tenuta rossa di detenuti, ciascuno di loro incatenato o ad un compagno detenuto per motivi politici o ad un criminale comune, le catene non venivano mai rimosse e i detenuti si muovevano zoppicando, i prigionieri malati dovevano trascinarsi a fatica al piano di sopra, perché i medici non scendevano nelle celle scure e in cattive condizioni di abitabilità.[21]. Anche la stampa internazionale criticava i metodi utilizzati dalla polizia del regno, particolarmente in Sicilia, nei confronti degli arrestati per ottenere confessioni.[22]

In una delle sue espressioni, riferendosi ai metodi adottati dal Governo borbonico, Gladstone affermò che:

« "This is the negation of God erected into a system of government.[23] »

(Questa è la negazione di Dio eretta a sistema di governo.” - Va precisato che questa frase pronunciata da Gladstone, era di origine italiana.[24])

Il supposto complotto contro il giovane Francesco II[modifica | modifica wikitesto]

Prima dell’arrivo di Garibaldi si era pensato al complotto contro il nuovo re Francesco II e la giovanissima consorte Maria Sofia di Baviera, l’ascesa al trono dei giovani sovrani avrebbe suscitato sentimenti di gelosia da parte della vedova di Ferdinando II e matrigna di Francesco II, la precedente regina Maria Teresa, che mal si rassegnava alla perdita del potere. Si pensò allora ad una congiura con l’aiuto della “camarilla[25] per sostituire Francesco II con il Conte di Trani, secondogenito della regina madre austriaca, ma le supposte prove raccolte dal Filangieri vennero gettate nelle fiamme del camino dallo stesso Francesco II, che pronunciò le parole “É la moglie di mio padre”.[26].

I mazziniani e la Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Rosolino Pilo

L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1859, era l'indipendentismo siciliano: a partire dall'ottobre di quell'anno si erano registrati sull'isola focolai di protesta e Salvatore Maniscalco, direttore generale della polizia sull'isola, era scampato a un tentativo di assassinio.

I ricordi della lunga rivoluzione che aveva portato ai mesi del regno di Sicilia costituzionale erano ancora vividi, la repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del governo napoletano di giungere a un accomodamento politico. Inoltre, l'insofferenza non era limitata alle classi dirigenti, ma coinvolgeva, anche se con motivazioni e obiettivi differenti, una larga fascia della popolazione cittadina e rurale: congiuntura pressoché unica nel corso dell'intero Risorgimento. A dimostrazione di ciò, infatti, vi sono le adesioni di volontari alle schiere garibaldine da Marsala a Messina, sino al Volturno.

Molti dei quadri dirigenti della rivoluzione del 1848 (tra cui Rosolino Pilo e Francesco Crispi) erano espatriati a Torino, avevano partecipato con entusiasmo alla seconda guerra di indipendenza e avevano maturato un atteggiamento politico decisamente liberale e unitario. Proprio i mazziniani, invero, vedevano nella Sicilia insurrezionalista, nell'intervento di Garibaldi e nella monarchia sabauda gli elementi fondanti per il successo della causa unitaria[27]. Il 2 marzo 1860, infatti, Giuseppe Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani incitandoli alla ribellione e dichiarava: "Garibaldi è vincolato ad accorrere"[27].

In particolare, Rosolino Pilo ebbe un preciso ruolo nel porre le basi per una nuova sollevazione in Sicilia. Sempre nel mese di marzo 1860 questi, intenzionato a salpare alla volta dell'isola, si era rivolto a Garibaldi, prima chiedendo armi e poi invitando il nizzardo a un intervento diretto al di là dello stretto[28]. Garibaldi, però, si era tirato indietro ritenendo inopportuno qualsiasi moto rivoluzionario che non avesse avuto buone probabilità di successo[28]. Il nizzardo avrebbe guidato una rivoluzione solo se a chiederglielo fosse stato il popolo e il tutto fosse avvenuto in nome di Vittorio Emanuele II[29]. Solo con il contributo delle popolazioni locali e l'appoggio del Piemonte, infatti, Garibaldi avrebbe contenuto il rischio di un fallimento, evitando risultati simili a quelli avuti in precedenza dai fratelli Bandiera o da Carlo Pisacane[28].

Pur non avendo ottenuto l'immediato sostegno di Garibaldi, il 25 marzo Rosolino Pilo partì comunque per la Sicilia con l'intento di preparare il terreno per la futura spedizione[30]. Accompagnato da Giovanni Corrao, anch'egli mazziniano, il Pilo giunse nel messinese e prese immediatamente contatti con gli esponenti delle famiglie più importanti. In questo modo egli si assicurò l'appoggio dei latifondisti. I baroni, infatti, una volta sbarcato il corpo di spedizione, avrebbero rese disponibili le bande che erano al loro servizio, i cosiddetti picciotti[31].
La situazione in Sicilia si faceva difficile anche per il capo della polizia Maniscalco, che nonostante i suoi duri metodi non riuscì ad impiegare le “Compagnie d’arme”, specie di vigilantes, per guidarle contro gli insorti, in quanto queste ultime rifiutarono di assolvere a tale compito e il governo non ebbe il coraggio di punirle per tale mancanza.

I comitati patriottici in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

La Sicilia era piena di comitati segreti, che svolgevano la loro opera di informazione capillare sfuggendo ai controlli della polizia di Maniscalco, dei suoi collaboratori Pontillo, Carrega, De Simoni e dei loro informatori. A Palermo c’era un importante comitato rivoluzionario presieduto dal dottor Gaetano La Loggia e tra i membri più importanti il barone Pisani e il figlio Casimiro, Giambattista Marinuzzi, il principe Monteleone, Domenico Corteggiani, Antonino Lo Monaco-Ciaccio, il marchese Rodeni, Rocco Ricci-Grammillo, Narciso Cozzo, Giuseppe Bruno, Pietro Piediscalzi. [32]

La rivolta della Gancia a Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Gli arrestati dopo la rivolta della Gancia vennero richiusi nel forte Castello a Mare (Palermo), che venne in parte demolito dalla popolazione dopo l'abbandono della città da parte dei borbonici.
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Rivolta della Gancia.

A Palermo, il 4 aprile, si accese la fiamma della rivolta con un episodio, subito represso[33], che ebbe tra i protagonisti, sul campo, Francesco Riso e, lontano dalla scena, Francesco Crispi, che coordinò l'azione dei rivoltosi da Genova[34]. Nonostante il fallimento, con la repressione borbonica che portò alla fucilazione in piazza di 13 manifestanti,[35] l'accaduto diede il via a una serie di manifestazioni e insurrezioni nel Distretto di Palermo a Bagheria, Misilmeri, Capaci e infine a Carini che divenne l'epicentro della rivolta,[33] tenute in vita dalla famosa marcia di Rosolino Pilo da Messina a Piana dei Greci, fra il 10 e il 20 aprile. A coloro che incontrava lungo il percorso il Pilo annunciava di tenersi pronti "…che verrà Garibaldi". Lì si riunirono con i rivoltosi provenienti da Palermo e dai circondari.

La notizia della sollevazione fu confermata sul continente da un telegramma cifrato inoltrato da Malta da Nicola Fabrizi, fondatore della Legione italica, il 27 aprile. Il contenuto del messaggio, non eccessivamente incoraggiante, accrebbe le incertezze di Garibaldi tanto da indurlo a rinunciare all'idea di una spedizione. Tale fu la delusione tra i sostenitori dell'impresa, che Francesco Crispi, che aveva decodificato il telegramma, sostenendo di aver commesso un errore, ne fornì una nuova versione. Quest'ultima, molto probabilmente falsificata dal Crispi, convinse il nizzardo a intraprendere la spedizione[36].

La preparazione[modifica | modifica wikitesto]

La politica piemontese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Camillo Benso, conte di Cavour.
Camillo Benso, conte di Cavour

Cavour riteneva rischiosa l'idea di una spedizione che considerava dannosa per i rapporti con la Francia, essenzialmente sospettando che l'obiettivo finale di Garibaldi fosse Roma, per la quale l'imperatore dei francesi era obbligato per ragioni di politica interna a difendere il Papa. Il conte, pertanto, si sarebbe decisamente opposto alla spedizione, ma il suo prestigio era stato scosso dalle cessioni di Nizza e Savoia, per le quali aveva avuto un forte scontro alla Camera con Garibaldi stesso, e non si sentiva abbastanza forte per manifestare il proprio dissenso[37].

Per di più, Garibaldi, nonostante fosse vicino agli ambienti repubblicani e rivoluzionari, era, in tale prospettiva, già da tempo in contatto con Vittorio Emanuele II. Il nizzardo, infatti, a dispetto delle sue idee repubblicane, ormai da 12 anni aveva accettato di collaborare con Casa Savoia convinto che l'unificazione nazionale ormai fosse possibile solamente tramite il Piemonte; d'altronde, le contingenze erano tali che lo stesso Mazzini poteva scrivere: "non si tratta più di repubblica o monarchia: si tratta dell'unità nazionale... d'essere o non essere"[38].

Per Cavour, invece, Garibaldi, pur godendo dell'illimitata stima dell'opinione pubblica liberale italiana, era fonte di grandi preoccupazioni. Solo alla fine del 1859, infatti, questi si era recato in Romagna con l'intento di invadere le Marche e l'Umbria, rischiando di scatenare le ire di Parigi. Secondo alcuni storici il nizzardo, però, rappresentava anche una "opportunità"[39], poiché attraverso di lui avrebbe potuto avere successo la sollevazione dall'interno del Regno delle Due Sicilie e "costretto" il Regno di Sardegna a intervenire per garantire l'ordine pubblico. Il conte, pertanto, decise di assumere un atteggiamento attendista e osservare l'evolversi degli avvenimenti, in modo da poter profittare di eventuali sviluppi favorevoli al Piemonte: solo quando le probabilità di un esito positivo della spedizione appariranno considerevoli, Cavour appoggerà apertamente l'iniziativa[39].

Inizialmente Cavour aveva pensato di affidare l’impresa di una Spedizione in Sicilia al nizzardo Ignazio Ribotti, in quanto Garibaldi era notoriamente legato agli ideali repubblicani e a Giuseppe Mazzini, successivamente la statista piemontese si convinse che Garibaldi era il più adatto a condurre una operazione nell’Isola.[40]

In quest'ottica, il 18 aprile, in seguito ai moti anti-borbonici, Cavour inviò in Sicilia due navi da guerra: il Governolo e l'Authion. Ufficialmente i due vascelli avevano il compito di proteggere i cittadini piemontesi presenti sull'isola. L'effettivo incarico, però, consisteva nel valutare accuratamente le forze degli opposti schieramenti[41]. Nello stesso tempo, il primo ministro piemontese riuscì, attraverso Giuseppe La Farina (che sarà inviato in Sicilia dopo lo sbarco, per controllare e mantenere i contatti con Garibaldi), a seguire tutte le fasi preparatorie della spedizione[42], finché egli stesso, il 22 aprile, non si recò a Genova per rendersi conto di persona della situazione[43].

A fine aprile si svolse a Torino un convegno dei patrioti italiani esuli in Piemonte che presenta l'insurrezione siciliana come una rivolta nazionale che avviene sotto lo stesso tricolore sventolato a Firenze e a Torino, di tale convegno ne viene data notizia anche a Napoli con un articolo sul Corriere di Napoli[44].

Il corpo di spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: I Mille.
Manifesto del comitato di Lodi e Crema per la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili" per Garibaldi

Nel frattempo l'organizzazione della forza di spedizione era in pieno svolgimento. Garibaldi, reduce dalla brillante campagna di Lombardia con i Cacciatori delle Alpi, aveva dimostrato le proprie capacità di capo militare, affrontando con un esercito leggero, costituito da volontari, un esercito regolare. Anche per questa spedizione, avrebbe fatto ricorso all'arruolamento di volontari disposti a combattere sotto la sua guida.

Nell'ottobre 1859, a seguito di un appello di Garibaldi per l'unità d'Italia era cominciata la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili", sostenuta dai comuni e enti nazionalisti, i quali avevano già raccolto notevoli somme: ad esempio la Camera di Commercio di Milano, facendosi voce della borghesia ambrosiana, raccolse 70.226,85 lire per l'acquisto dei fucili[45]; secondo del Boca a questa raccolta fondi sono da aggiungersi somme stanziate dal Piemonte per la spedizione, fino a un ammontare di lire 7.905.607 che saranno computate, a impresa terminata, nel bilancio del nuovo stato unitario[46], è comunque un fatto noto che il governo piemontese appoggiava la causa garibaldina e finanziava, anche indirettamente, con fondi governativi[47].

Il corpo di spedizione, al momento della partenza da Quarto, era composto da 1.162 uomini. I Mille provenivano prevalentemente dalle regioni centro-settentrionali e, tra essi, non c'erano solo italiani, ma anche volontari stranieri. La provincia di Bergamo era quella che contava il numero maggiore di uomini rispetto alle altre e, in virtù di questo contributo, Bergamo è ancora oggi soprannominata la "città dei Mille".

La compagine aveva anche un cappellano, il sacerdote Alessandro Gavazzi, che, criticando radicalmente l'istituzione del Papato, arrivò a fondare la Chiesa libera evangelica italiana. Il più giovane del gruppo, imbarcatosi all'età di 10 anni, 8 mesi e undici giorni, assieme al padre Luigi, fu Giuseppe Marchetti, nato a Chioggia il 24 agosto 1849.

Il Piemonte e il Lombardo[modifica | modifica wikitesto]

La vendita "temporanea" del Piemonte e del Lombardo
Il piroscafo Piemonte

Secondo una ricostruzione già apparsa nel 1862-1865 in due opere (La verità sugli uomini e sulle cose del regno d'Italia rivelazioni di J. A. già agente segreto del conte di Cavour[48] e Delle recenti avventure d'Italia per il conte Ernesto Ravvitti[49]) – e poi ripresa da Giacinto de' Sivo[50] – i due piroscafi necessari all'impresa garibaldina sarebbero stati messi a disposizione tramite un accordo coperto da segreto di Stato. Il 3, o 4, maggio sera in presenza dell'avvocato Ferdinando Riccardi e del colonnello Alessandro Negri di San Front (secondo fonti moderne entrambi dei servizi segreti piemontesi, e incaricati dall'Ufficio dell'Alta Sorveglianza politica e dall'Ufficio Informazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna[51]) l'intesa fu formalizzata con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli, nel suo studio di via Po a Torino, accordo con il quale il Regno di Sardegna acquistava "in via temporanea" e segretamente dall'armatore Rubattino (attraverso la mediazione del direttore della compagnia, Giovanni Battista Fauché) due vapori, il Piemonte e il Lombardo, facendone beneficiario Giuseppe Garibaldi (rappresentato nella circostanza da Giacomo Medici)[51], garanti del debito si costituivano il re sabaudo e il suo primo ministro.[52] Una ricerca svolta presso l'Archivio di Stato di Torino non ha trovato alcun riscontro a conferma di questa versione: dell'atto di "vendita" non c'è alcun riscontro (nonostante vi siano conservate le scritture del notaio Baldioli indicato come estensore del contratto), e lo stesso si può dire per quanto riguarda il "Registro delle Patenti di Nazionalità dei Piroscafi della Marina Sarda" in cui obbligatoriamente dovevano essere riportato i passaggi di proprietà, conservato presso la stessa istituzione; vi è poi da aggiungere che il termine "vendita temporanea" non ha giuridicamente nessun significato – al limite si sarebbe parlato di noleggio – mentre la segretezza dell'accordo avrebbe reso lo stesso nullo (la vendita delle navi è soggetta a pubblicità).[52] A tutto ciò vi è da aggiungere che non tornano i movimenti del Rubattino e non è molto credibile che per una vendita tra privati (Rubbatino e Garibaldi) dovesse intervenire come garante il Re; questi elementi portano a concludere «che non vi fu nessun contratto con Rubattino».[52]

Il vessillo del piroscafo Lombardo
Gerolamo Induno: La partenza del garibaldino
Monumento in onore a Garibaldi e alla sua Spedizione dei Mille presso Quarto dei Mille a Genova.

Il 9 aprile Bixio tornò a Genova con delle istruzioni per Agostino Bertani e una lettera personale di Garibaldi diretta a Giovanni Battista Fauché, dal 1858 procuratore generale e direttore della società di navigazione Rubattino, la lettera fu recapitata dal Bertani il 10 e in essa l'Eroe dei due mondi richiede, per «trasportarmi in Sicilia con alcuni compagni», uno dei due piroscafi, il San Giorgio o il Piemonte, in servizio per Cagliari e per Malta; offre per questo servizio 100.000 franchi che il Fauché rifiutò dicendo che «se li porti pure in Sicilia ove possono essergli necessari».[53][54].

Successivamente, intorno al 24 aprile, Garibaldi aveva richiesto al Fauché la disponibilità di un secondo vapore che il direttore conferma mettendogli a disposizione anche il Lombardo; si trattava di due dei migliori vapori – sugli otto totali – della flotta Rubattino.[55].
I dettagli furono fissati in una riunione il 30 aprile a casa di Bertani, presenti Garibaldi, Fauché e Bixio.

Nella notte fra il 5 e 6 maggio, sotto il comando di Bixio, un gruppo di garibaldini si impadronì delle due navi – simulando, come da accordi, il furto e sorvegliata in ciò dalle autorità piemontesi[42] – e la spedizione salpò dallo scoglio di Quarto. Il Lombardo entrò successivamente a far parte della marina dittatoriale siciliana[56].
Quando la spedizione terminò alla società di navigazione Rubattino sarà anche riconosciuta, con decreto dittatoriale di Garibaldi del 5 ottobre 1860, la somma di 1,2 milioni di lire come risarcimento per la perdita del Piemonte e del Lombardo, valutati 750 000 lire, e del piroscafo Cagliari, valutato 450 000 lire (che era stato adoperato per la fallita spedizione di Pisacane nel 1857 e poi restituito all'armatore dal governo borbonico)[57].

Subito dopo la partenza della spedizione Fouché avvisò le autorità portuali della scomparsa delle due navi e contemporaneamente garantì che il servizio postale, in appalto alla Rubattino, a non sarebbe stato interrotto. Il "furto" provocò una riunione d'urgenza dei soci e dei creditori della Rubattino che il 7 maggio indirizzarono un protesta al governo sardo ritenuto colpevole di negligente sorveglianza e quindi responsabile del danno ricevuto dalla società che finanziariamente non era in buona salute, il Fauché rifiutò, e a lui sarebbe spettato quale direttore generale, di protestare ufficialmente e di sporgere denuncia per il furto; il fatto di aver abusato della sua posizione portò poche settimane dopo al suo licenziamento[58]

L'episodio ebbe anche uno strascico polemico in quanto il Fauché fece pubblicare sui giornali genovesi una lettera scrittagli dal Bertani[59] in cui questo si rammaricava della sua estromissione dalla Rubattino accusando, senza nominarlo, l'armatore di «non capire che per formare la grande Società della Nazione, deve sacrificarsi qualunque società privata»[60]; Raffaele Rubattino si difese scrivendo il 23 giugno a Giacomo Medici chiedendogli che difendesse presso Garibaldi e i conoscenti il suo buon nome di patriota.[61][62], la polemica tra il Rubattino e il Fauché su cui aveva il merito patriottico di aver fornito le navi ai Mille continuò negli anni a venire.

Seguono le caratteristiche delle due navi impiegate per la prima spedizione garibaldina.

Le navi Piemonte e Lombardo[63]
nome nave luogo costruzione anno lungh. m. largh. m. pesca m. peso tonn. HP
Piemonte
Glasgow
1.851
50
7
3
180
160
Lombardo
Livorno
1.841
48
7,40
4,23
238
220
Nave Piemonte
Nave Lombardo


Ad eccezione delle prime due navi, Piemonte e Lombardo, che non potevano fare scalo in Sardegna per espressa disposizione di Cavour, a partire dalla Spedizione Medici, anche tutte le altre spedizioni fecero scalo anche in Sardegna a Cagliari per rifornirsi prima di continuare il viaggio verso le coste della Sicilia.[64]

La lettera di Garibaldi alla società "Vapori Nazionali"[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la partenza delle navi Piemonte e Lombardo e il successivo sbarco in Sicilia, il giornale L'Unità Italiana pubblicava il 14 maggio 1860 un supplemento nel qual,e annunciando la notizia dello sbarco in Sicilia, spiegava le motivazioni del gesto di impadronirsi delle due navi, riportando una lettera di Garibaldi nella quale venivano esposte le profonde e ideali ragioni che lo avevano indotto a tale azione, della quale si assumeva la responsabilità e alla quale intendeva porre rimedio dal punto di vista economico nei confronti della società di navigazione interessata.

Genova 14 Maggio 1860
Supplemento al Numero 44
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SBARCO
SPEDIZIONE NOTIZIA IMPORTANTISSIMA

Il G. Garibaldi colla sua prode legione, ha operato nella notte scorsa da 12 al 13 maggio, lo sbarco presso Marsala in Sicilia; vi fu resistenza dai regii allo sbarco, ma la resistenza fu vinta. Le particolarità più tardi.

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Abbiamo comunicazione della lettera del Generale Garibaldi al Direttore dei Vapori Nazionali dei quali si impadroniva per ….. salvar la Sicilia.
Dica pur “la Patrie”[67] che è un Pirata ! Ce ne fossero di questi Pirati della libertà.

Genova 5 maggio 1860

Signori Direttori dei Vapori Nazionali,
Dovendo imprendere un’operazione in favore d’italiani militanti per la causa patria – e di cui il governo non può occuparsi per false diplomatiche considerazioni – ho dovuto impadronirmi di due vapori dell’Amministrazione da V.S. diretta, e farlo all’insaputa del governo stesso e di tutti.
Io attuai un atto di violenza; ma comunque vadano le cose, io spero che il mio procedimento sarà giustificato dalla causa santa servita, e che il paese intiero vorrà riconoscere, come debito suo da soddisfare, i danni da me arrecati all’amministrazione.
Quandocchè non si verificassero le mie previsioni sull’interessamento della Nazione per indennizzarli – io impegno tutto quanto esiste di denaro e materiale appartenente alla sottoscrizione per il milione di fucili, acciocché con questo si paghi qualunque danno, avaria e perdita a V.S. cagionata.
Con tutta considerazione.

G. GARIBALDI

Considerazioni sulle navi delle Spedizioni garibaldine[modifica | modifica wikitesto]

Le modalità di acquisizione delle navi Piemonte e Lombardo, utilizzate da Quarto a Marsala per trasportare la prima spedizione garibaldina, sono state oggetto di dibattito, in particolare le modalità contrattuali allora sottoscritte (vendita, noleggio a altra tipologia), che a taluni osservatori non sarebbero risultate chiare.

A tale riguardo si può osservare che le navi Piemonte e Lombardo, pur essendo famose perché prime a partire, furono solo due, mentre è meno noto che nel periodo dal 24 maggio 1860 al 3 settembre 1860, dai porti di Genova e Livorno, salparono altre 20 navi, che in 33 viaggi hanno trasportato in Sicilia ulteriori 21.000 garibaldini, come risulta dal seguente elenco (vedere: Gli sbarchi successivi al primo di Marsala): Utile (2 viaggi), Charles and Jane, Washington (2 viaggi), Oregon (2 viaggi), Franklin (2 viaggi), Medeah, Provence (5 viaggi), Saumon, Isére (3 viaggi), City of Aberdeen, Amazon (3 viaggi), Città di Torino (2 viaggi), Bizantine, Generale Garibaldi, R.D. Sheperd, Weasel, Sidney Hall, Febo, Veloce, San Nicola.

Per il trasporto dei materiali bellici vennero inoltre utilizzate altre 7 navi: Queen of England[68], Independence, Ferret, Badger, Weasel[69] e le altre navi Spedizione e Colonnello Sacchi. Quindi oltre al Piemonte e al Lombardo vennero impiegate complessivamente altre 26 navi per almeno ulteriori 40 viaggi, prevalentemente di volontari garibaldini e in parte di materiale bellico, una grande quantità di mezzi e di volontari, rispetto alle sole navi Piemonte e Lombardo e ai 1.089 primi garibaldini.

Le tre navi che salparono, due da Genova e una da Livorno, per portare in Sicilia la spedizione Medici erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno), quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da Peard, “l’inglese di Garibaldi”, salì a bordo del Washington e issò la bandiera a stelle e strisce. Dopo la sosta nel porto di Cagliari, dove il Medici attese inutilmente l’arrivo delle altre due navi del gruppo Corte, il piccolo bastimento Utile e la nave Charles and Jane, catturate dalla Marina borbonica, le tre navi della Spedizione Medici si diressero verso la Sicilia, quando vennero affiancate dalla nave piemontese Gulnara, il cui capitano dichiarò di volerle scortare fino a Castellammare, come da accordi tra Cavour e Garibaldi. Su disposizione del Persano Il capitano del Gulnara si informò anche se fosse a bordo il Mazzini, che in tal caso doveva essere consegnato all’ufficiale piemontese.[70]
Il console del Regno delle Due Sicilie Ippolito Garron, scriveva al console americano a Genova William L. Patterson per avere precisazioni sul diritto di quattro navi a mostrare la bandiera degli Stati Uniti di America e il console americano rispondeva confermando la regolarità della situazione.[71]
Ippolito Garron a W. L. Patterson, Genova, 22 giugno 1860.[72]

« Tre bastimenti a vapore e uno a vela che vi entrarono con nomi e bandiera diversi sortirono dal porto di Genova nella notte dal 9 al 10 corrente coi nomi di Franklin, Washington, Oregon e Charles and Jane, e coperti da' colori degli Stati Uniti d’America. Ciò supponendo necessariamente la formale autorizzazione del Consolato degli Stati Uniti in questo porto, sola autorità ch'era competente ad accordarla d'ordine del suo Governo, il sottoscritto, console Generale del Regno delle Due Sicilie, prega il suo collega degli Stati Uniti di volergli far conoscere se realmente autorizzazione fu accordata, e quale era la bandiera che allora portavano i prenominati bastimenti. È con particolare compiacenza che il sottoscritto si vale dell’opportunità per far gradire al suo collega, il console degli Stati Uniti d'America in Genova, gli attestati della sua perfetta considerazione. »

(Rassegna storica del Risorgimento, SICILIA ; GARIBALDI GIUSEPPE ; STATI UNITI D'AMERICA, anno 1957, pagina 29)

W. L. Patterson a Ippolito Garron, Genova, 22 giugno 1860.[72]

« I tre vapori Washington, Franklin, Oregon, essendo divenuti proprietà di cittadini degli Stati Uniti d'America sono autorizzati a portare bandiera del loro paese e partirono da questo porto coperti da detta bandiera. La nave Charles and Jane similmente posseduta da Americani lasciò il porto di Genova sotto la stessa bandiera...[]  »

(Rassegna storica del Risorgimento, SICILIA ; GARIBALDI GIUSEPPE ; STATI UNITI D'AMERICA, anno 1957, pagina 29)

Tale fatto dimostra ancora di più la grande e determinante importanza delle organizzate spedizioni successive, delle quali il Piemonte e il Lombardo, pur importanti come prime navi a salpare, costituirono solo la testa di ponte, che una volta consolidata fu raggiunta dal gran numero di navi sopra descritte, che portarono la forza principale, essenziale per poter continuare l'impresa garibaldina contro un Esercito borbonico, che a piena mobilitazione superava largamente i 100.000 soldati.

I finanziamenti per le Spedizioni garibaldine partite nei mesi di giugno e luglio 1860 provenivano in gran parte dai fondi della cavourriana Società Nazionale e del Fondo per il milione di fucili, mentre le spedizioni del mese di agosto vennero finanziate dai Comitati di Bertani. In particolare il governo del re erogò segretamente centinaia di migliaia di lire per acquistare i vapori ed equipaggiare le Spedizioni di Medici e Cosenz, mentre i Comitati di Bertani inviavano molte delle loro migliori reclute, oltre ai volontari che venivano reclutati dai cavourriani. [73]

Alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze, perché si apprestava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria e a dirigersi verso sud, congiungendosi con Garibaldi e invadere il territorio borbonico.[74]

Garibaldi e i dubbi sulla Spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Forze armate borboniche 1860.
Giuseppe Garibaldi

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare inizialmente Garibaldi non era a favore dello sbarco in Sicilia, in effetti Garibaldi pensava di sfruttare il favorevole momento di giovanile entusiasmo patriottico per tentare un'invasione dello Stato Pontificio con una rapida e fulminea marcia su Roma, impresa sicuramente più facile, come gli prospettavano i suoi più fidi amici, che affrontare una lunga navigazione e sfuggire al controllo delle 24 fregate borboniche senza essere catturati o affondati, inoltre in Sicilia i garibaldini avrebbero dovuto affrontare un forte esercito di 36.000 soldati, senza considerare altre difficoltà, come superare lo Stretto di Messina.[75]

« È a Roma – si diceva – e non a Palermo che si deve e si può sciogliere per l’Italia, il nodo della questione unitaria. »

(da “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 166-167)

I sostenitori dell’azione su Roma ritenevano che la presa di Roma avrebbe avuto un contraccolpo in Francia dando occasione ai repubblicani francesi di liberarsi dell’impero, che si diceva fosse allora il maggiore ostacolo all’unità d’Italia. Nel 1859 la convinzione che l’azione si dovesse svolgere nel territorio pontificio aveva indotto Garibaldi a prepararsi per una spedizione nelle Marche pontificie con il Medici, Bixio e un migliaio di volontari, per partecipare alle insurrezioni che lì si stavano preparando, quando il re lo richiamò convincendolo a desistere dall’intraprendere l’impresa, quanto mai inopportuna in quanto un attacco allo Stato Pontificio in quel momento avrebbe potuto provocare un intervento francese, austriaco o addirittura entrambi, come sostenevano Ricasoli e Rattazzi, che a loro volta avevano convinto anche Farini e Fanti, inizialmente anche essi favorevoli all’azione di Garibaldi per un'insurrezione nelle Marche pontificie.[76] Tutti questi dubbi erano presenti nella mente di Garibaldi e preoccupavano il Crispi il quale conosceva bene l’influenza, che i più intimi collaboratori di Garibaldi avevano su di lui, essendo anche essi in gran parte contrari ad una Spedizione in Sicilia.

Il ruolo di Crispi nella spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Crispi fu il primo nel 1859 a pensare ad una spedizione in Sicilia per aiutare la sollevazione popolare antiborbonica nell’isola ed ebbe anche un ruolo importante nel convincere Garibaldi ad intraprendere la Spedizione e a fugare gli ultimi dubbi sorti due giorni prima della partenza, a causa dei pericoli prospettati da alcuni fedeli di Garibaldi sulla difficoltà dell’impresa, che poteva concludersi male come per Murat, Pisacane e i Fratelli Bandiera. [77]

Francesco Crispi - riconosciuto come l'ideatore della Spedizione dei Mille

Infatti l’antivigilia dell’imbarco da Quarto, nonostante i preparativi in corso, Garibaldi sembrava avere ripensamenti e Crispi era assecondato appena solo da Bertani e da Bixio, quando ad un certo punto Garibaldi attraversò la stanza diagonalmente e rivolgendosi a Crispi si svolse il seguente dialogo:

« Garibaldi – Mi rispondete voi della Sicilia ? Crispi –(non titubò e con l’accento della più sicura calma rispose) Sì generale. Garibaldi – Sulla vostra vita ? Crispi – Sulla mia vita. Garibaldi – Badate guai a chi mi inganna ! Crispi – Se vi inganno farete di me ciò che vorrete. Garibaldi – Sta bene, allora partiremo. »

(da “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 168)

Poi il 5 maggio 1860 la Spedizione dei Mille salpò da Quarto. In precedenza su incarico di Garibaldi il Crispi si era recato a Milano da Enrico Besana per farsi consegnare le armi e i denari necessari all’impresa del “Fondo per il milione di fucili” istituito nel 1859 con una prima donazione dello stesso Garibaldi di 6.000 lire ricavata dalla vendita di una sua casa ereditata a Nizza. I denari furono consegnati da Giuseppe Finzi ma le carabine moderne destinate alla spedizione furono sequestrate per ordine del governatore di Milano Massimo d'Azeglio[78] quindi i volontari partirono solo con le loro armi personali, tranne i Carabinieri genovesi e i Cacciatori di Pavia che erano dotati di ottime carabine svizzere.[79]

Cavour e la partenza dei Mille[modifica | modifica wikitesto]

Sono interessanti le osservazioni che lo storico Trevleyan fa sul comportamento del Cavour nel periodo di preparazione della Spedizione, che in vari momenti fa affermazioni diverse, apparentemente contraddittorie, rendendo difficile allo storico comprendere quali fossero le sue vere intenzioni. Infatti da parecchi giorni il Cavour aveva incaricato La Farina di consegnare armi per una spedizione in Sicilia, quando la sera del 22 aprile scrive ad un amico a Firenze:

« Garibaldi è tuttora qui, in forse se andrà in Sicilia a all'isola di Caprera. Dice di aspettare gli ordini del Re. La presenza di Trecchi al seguito di S. M. dà valore alle asserzioni di Garibaldi.... Certo, questo non è il modo di affrettare la partenza dei francesi da Roma. Ditelo al Re. » (Chiala, IV. pag. CXLI) »

(Garibaldi e i Mille, appendice H, G.M. Trevelyan - pag. 443)

Il giorno 23 aprile, dopo avere incontrato e incoraggiato il Sirtori ad effettuare una spedizione in Sicilia, la sera stessa il Cavour scriveva in francese, come spesso faceva:

« On veut pousser le Gouvernement à secourir la Sicile, et on prépare des expéditions d'armes et de munitions. Je soupçonne le Roi de favoriser imprudemment ces projets. J'ai donne l'ordre de surveiller et d'empêcher, s'il est possible, ces tentatives désésperées. » (Chiala, Dina, 299). »

(Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan - appendice H, pag. 442)

« Si vorrebbe spingere il Governo a soccorrere la Sicilia e si preparano delle spedizioni di armi e munizioni. Io sospetto il re di favorire imprudentemente questi progetti. Ho dato l’ordine di sorvegliare e di impedire, se possibile, questi tentativi disperati. »

A questo proposito lo storico Trevelyan conclude:

« Uno statista che abbia l’abitudine così spiccata di dire una cosa ad uno e un’altra ad un altro, cancella le sue proprie piste agli occhi dello storico che vorrebbe rintracciarle per scoprire i suoi veri moventi. »

(Garibaldi e i Mille, appendice H, G.M. Trevelyan - pag. 443)

Da tale affermazione si potrebbe forse dedurre che il Cavour avesse chiaro il suo intento a favore della spedizione, e diplomaticamente non intendeva dichiararlo apertamente, in quanto, anche se di sera e a Quarto, oltre che a Genova e Foce, tutte le operazioni di preparazione all’imbarco si svolgevano apertamente ed erano presenti ad assistere molte persone e anche agenti di polizia, senza che vi fosse alcun intervento per impedirlo:

« Non si può dire che la partenza della spedizione dallo scoglio di Quarto sia stata molto segreta, perché ivi stavano affollate centinaia di persone, e non mancavano gli agenti della forza pubblica che contemplavano lo spettacolo come fosse la cosa più naturale del mondo e gli stessi non fecero neanche troppe proteste quando videro alcuni uomini, col tenente Bandi, abbattere i pali del telegrafo. È evidente che la consegna era di non vedere, perché certo se Cavour avesse voluto impedire, risolutamente impedire la spedizione non gliene sarebbe mancato il mezzo; …. »

(La spedizione dei I Mille, Federico Donaver, pag. 87)

Le operazioni prima dell’imbarco[modifica | modifica wikitesto]

Partenza da Quarto (nella realtà la partenza avvenne la sera e le navi non erano ancora presenti)

A pochi giorni dalla partenza i preparativi della spedizione si svolgevano ormai apertamente nel porto di Genova, senza che le autorità intervenissero e Nino Bixio si occupava di procurare le navi per la traversata ottenendole dal consenziente patriota e armatore Raffaele Rubattino, si trattava dei vapori Piemonte e Lombardo, separati da una vecchia nave di nome San Giuseppe, scelta come punto base per l’operazione.[80] Il piano di Bixio consisteva nello svegliare a mano armata all’alba i marinai, che fingevano di dormire, costringendoli ad eseguire le manovre e poi dirigersi verso Quarto dove si trovavano i volontari garibaldini in attesa dell’imbarco. A Villa Spinola nel quartiere di Quarto, ospite del suo vecchio compagno d’armi e garibaldino Vecchi, Garibaldi sostituì il suo abbigliamento di abiti civili scuri, con quello che è poi passato alla storia: pantaloni grigi a campana alla marinara, camicia rossa non più sciolta come nel 1849, bensì stretta, con fazzoletto di seta colorata al collo e un gran poncho sudamericano sulle spalle, abbigliamento che Garibaldi indosserà per il resto della sua vita, sia in privato che in pubblico.[81]. A Quarto era in attesa Garibaldi, circondato dai suoi più fedeli aiutanti, tra i quali il Sirtori, che pur non credendo al successo dell’impresa da intraprendere diceva: “Se ci va Garibaldi, vado anch’io”.

Erano presenti, tra gli altri, anche i tre Fratelli Cairoli, di Pavia; gli ungheresi Türr e Tükery; il mantovano Acerbi, veterano dei 1848; Ippolito Nievo, Camoens, soldato e poeta pure di Mantova; i calabresi Domenico Mauro e Luigi Miceli; il milanese Giuseppe Missori e il bergamasco Francesco Nullo poi morto generale degli insorti polacchi; Mori, Savi, Stallo, Burlando, i genovesi Canzio e Schiaffino; Giorgio Manin, figlio di Daniele l'ex dittatore di Venezia; Francesco Montanari di Modena, superstite di combattimenti disperati che cadrà a Calatafimi; Giacinto Bruzzesi di Roma; il livornese Giuseppe Bandi e i siciliani Giuseppe La Masa, Giacinto Carini, Mario Palizzolo, Salvatore Calvino, Alessandro Giaccio, Vincenzo Fuxa e Francesco Crispi.

Scoglio dei Mille

I ritardi nell’imbarco[modifica | modifica wikitesto]

A Quarto verso le dieci di sera Garibaldi si allontanò dalla riva di circa mezzo miglio, con una flottiglia di scialuppe piene di volontari, per attendere l’arrivo dei due vapori, mentre il resto dei volontari attendeva il ritorno delle scialuppe per un nuovo imbarco, in quanto le scialuppe non erano sufficienti per contenere tutti i volontari.
A Quarto in mezzo alla flottiglia di imbarcazioni in attesa dei due vapori, c’era una barca con un fanale a fiamma rossa e verde, segnale di riconoscimento per il Piemonte e il Lombardo e nonostante la bonaccia, durante la lunga attesa notturna in barca il dondolio delle onde aveva provocato in molti il mal di mare, con l’attesa che si faceva sempre più penosa, perché i garibaldini erano stipati al massimo dentro le barche. Il mal di mare si farà sentire anche più tardi a bordo delle navi nel mare agitato, in quanto la gran parte dei volontari non era mai stata a bordo di una nave.[82]
Per ritardare il più possibile l’annuncio della notizia al Governo Borbonico, Garibaldi aveva disposto di effettuare tre tagli della linea telegrafica, il primo di notte ai Giardini pubblici di Genova, il secondo a Quarto (eseguito dal gruppo di Bandi) e un terzo nelle vicinanze di Camogli. I tagli vennero eseguiti ai Giardini e a Quarto, ma inutilmente, in quanto il Governo Borbonico era già informato del progetto di Spedizione ancora prima che questa salpasse e il giorno prima della partenza le navi borboniche si preparavano ad intercettare i due piroscafi garibaldini. La sosta a Talamone e la rotta verso le coste africane servirono a nascondere meglio la navigazione alla flotta borbonica.[83]
Dopo un’attesa di 4 o 5 ore, ancora le due navi Piemonte e Lombardo tardavano ad apparire, al punto che Garibaldi preoccupato chiese ai suoi barcaioli di essere portato a Genova per incontrare Bixio, che incrociò mentre navigava fuori dal porto di Genova, perché le operazioni di partenza avevano richiesto più tempo del previsto, in quanto Bixio era riuscito ad accendere le caldaie e a partire solo verso le due di notte del 6 maggio.[84] Secondo Crispi i due vapori Piemonte e Lombardo vennero presi da Bixio e altri 50 uomini alle 11,30 e il ritardo della partenza era dovuto al fatto che ci vollero tre ore per formare il vapore (propulsivo) sul Piemonte e che quest’ultimo era uscito alle 2,30 di notte dal porto di Genova trainando il Lombardo, che aveva le caldaie accese, senza ancora la formazione del vapore sufficiente a creare la pressione propulsiva. [85]

Garibaldi salì quindi a bordo del Piemonte, poi vennero presi a bordo anche la piccola brigata di garibaldini sulle scialuppe provenienti dal quartiere genovese di Foce, vedere: Foce e la Spedizione dei Mille. Ai primi albori del mattino il Piemonte e il Lombardo finalmente arrivarono a Quarto dove le operazioni di imbarco si svolsero con grande concitazione e incredibile confusione, perché la lunga attesa prima dell’imbarco e l’approssimarsi del giorno creavano la necessità di affrettarsi, anche a costo di lasciarsi dietro qualcuno.[86]. Per salire sulle navi gli uomini si aggrappavano a ogni scala di corda in 4 o 8 alla volta, arrampicandosi e spintonandosi come se si trattasse di vita o di morte, con le scialuppe che poi ripiegavano verso la costa per imbarcare altri volontari, issati alla rinfusa con le casse dei materiali.

La partenza[modifica | modifica wikitesto]

Quarto. Partono i Mille, Nodari Giuseppe

Dopo due ore tutti i volontari si erano imbarcati sui due piroscafi, il Lombardo era comandato da Bixio con Augusto Elia come secondo e Giuseppe Orlando macchinista, mentre il Piemonte era comandato dal siciliano Salvatore Castiglia, con Schiaffino come secondo[87] e Achille Carapo macchinista anche lui siciliano, sul Piemonte con Garibaldi erano imbarcati anche Crispi e la moglie Rosalia Montmasson, che fu quindi l'unica donna della spedizione.

Una volta partiti Garibaldi domandò all’ufficiale:

« Quanti siamo in tutto ? e l’ufficiale rispose: Co’ marinai siamo più di mille, Garibaldi rispose - Eh, eh, quanta gente. »

All'appuntamento per l’imbarco i volontari garibaldini indossavano i loro abiti civili, qualcuno indossava la divisa piemontese, quindi allo sbarco di Marsala erano in pochi ad indossare le camicie rosse, perché durante il viaggio ne vennero distribuite solo 50.

Quarto o Foce[modifica | modifica wikitesto]

Pur essendo universalmente noto che i mille si imbarcarono da Quarto, è pur vero che, dopo la partenza del Piemonte e del Lombardo, il primo imbarco fu di un gruppo di volontari su scialuppe provenienti dal quartiere genovese di Foce, i quali si erano avvicinati al porto di Genova, secondo un piano prestabilito, che prevedeva come ultima fase l’imbarco a Quarto del grosso dei volontari.[88] Per questa ragione alcuni rivendicano Foce come luogo di prima partenza dei volontari garibaldini, vedere: Foce e la Spedizione dei Mille, nel quartiere genovese di Foce è presente una targa che ricorda l’evento del gruppo garibaldino che lì si imbarcò per raggiungere le navi appena partite dal porto di Genova.

La mancata consegna delle armi[modifica | modifica wikitesto]

I Mille e il carico di armi di Bogliasco

Una possibile spiegazione sul mancato incontro del battello con le armi per la Spedizione viene fornita dallo storico Federico Donaver, il quale scrive che una squadra di bravi operai di Sampierdarena era stata incaricata di andare a ritirare con le barche e portare a bordo delle navi, le armi di buona qualità e molte munizioni, che si trovavano a Bogliasco.[89] Nel 1874 i partecipanti allora incaricati raccontarono di avere ricevuto istruzioni da Bixio e da Acerbi di recarsi sul ponte di Sori, dove, tramite parola d’ordine avrebbero incontrato i capi incaricati di consegnare le armi e di portarli a bordo, senza dare ulteriori istruzioni, né sul luogo, né sul nome delle navi (Piemonte e Lombardo), per presumibili ragioni di sicurezza. Gli operai incaricati di Sampierdarena trovarono sul Ponte di Sori i capi che avrebbero dovuto guidarli e arrivati, senza essere stati preventivamente informati, trovarono già radunati dalle guide una ventina di giovani in maggior parte marchigiani e romagnoli, inviati in aiuto.

Imbarcate le armi, uno dei due capi si era subito dileguato, mentre l’altro con una scusa si allontanò slanciandosi su un canotto a bordo del quale si allontanò rapidamente, limitandosi a dire:

« Seguitate la luce del fanale che vado ad accendere sulla poppa. »

(La spedizione dei Mille di Federico Donaver - pag. 63)

Ma il fanale rimase acceso per soli venti minuti, poi la luce scomparve nel buio e malgrado tutti e quaranta gli incaricati e aggregati gridassero per chiamare la guida, questa se ne era andata senza tornare. I barcaioli, tutti di Cornigliano, li condussero al largo verso la riviera di ponente assicurando che i piroscafi dovevano prenderli a bordo presso S.Andrea di Sestri, ma poco prima del mattino si resero conto dell'inganno e obbligarono i barcaioli a puntare verso levante, quando avvistarono due navi a vapore che si allontanavano da Portofino. Ritornati a terra, gli incaricati fecero rapporto al Bertani e al Quadrio, che recuperarono le armi, le stesse partiranno successivamente il 24 maggio per la Sicilia sulla nave Utile della spedizione Agnetta[90], insieme a quel gruppo di volontari che erano rimasti tagliati fuori per il mancato appuntamento con le navi. Le barche avrebbero dovuto attendere il Piemonte e il Lombardo di fronte a Camogli e a causa della loro mancata presenza si parlò di tradimento, attribuendo la colpa al Governo, mentre fu riconosciuto nei fatti che il capo-barca Profumo, piantò in asso i volontari con le armi, perché quella notte doveva effettuare certe operazioni di contrabbando, che gli interessavano più della Spedizione.

Secondo il Trevelyan è possibile che il ritardo con cui la Spedizione è partita, abbia indotto in errore il battello delle armi, che, non vedendo i due vapori e senza una guida esperta, invece di attendere ha remato verso ponente nella speranza di incontrarli, finendo per oltrepassarli senza vederli e una volta avvistati i vapori in direzione di Portofino non sono più riusciti a raggiungere il Piemonte e Lombardo. In effetti le guide avrebbero abbandonato il battello delle armi, per approfittare dell’allentamento della sorveglianza tra Genova e Portofino, per favorire la partenza della Spedizione, e fare affari di contrabbando, ritenendo erroneamente che senza guida il battello delle armi avrebbe comunque incontrato le navi.

Garibaldi, allarmato per il mancato incontro delle barche con le armi e munizioni, fermò la navigazione del Piemonte per circa mezzora, poi proseguì sperando che il Lombardo di Bixio avesse preso a bordo il carico di armi, durante una breve sosta a Camogli Garibaldi ricevette da Bixio la conferma che le armi non erano state imbarcate e a quel punto Garibaldi disse:

« Avanti lo stesso. »

(Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 267-268-269)

Lo svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

Il viaggio[modifica | modifica wikitesto]

La sosta a Talamone[modifica | modifica wikitesto]

Talamone - busto di Garibaldi

I volontari, che al momento della partenza ammontavano a 1.162, erano armati di vecchi fucili e privi di munizioni e polvere da sparo. Secondo quanto riferito da Giuseppe Cesare Abba, infatti, i due vapori piemontesi avrebbero dovuto incontrarsi nella notte con alcune scialuppe che avevano il compito di rifornirli, ma non vi riuscirono a causa di misteriose e controverse circostanze[91]. Da ciò conseguì la decisione di Garibaldi di fermarsi il 7 maggio a Talamone, dove recuperò, oltre alle munizioni, anche tre vecchi cannoni e un centinaio di buone carabine presso la guarnigione dell'Esercito del Regno di Sardegna di stanza nel forte toscano. Formalmente Garibaldi ottenne le armi poiché le aveva pretese nella sua qualità di maggiore generale del Regio Esercito, incaricando il Türr di recarsi presso il comando di Orbetello con una lettera[92]:

« Credete a tutto ciò che vi dirà il mio aiutante Türr, aiutatemi con tutti i mezzi che avete nella impresa che intraprendiamo per la grandezza del Piemonte e per la grandezza d’Italia, Viva Vittorio Emanuele ! Viva l’Italia ! »

Il comandante di Orbetello, il colonnello Giorgini si lasciò convincere e consegnò le armi.

A Talamone verso le dieci, a terra e di fronte agli equipaggi schierati sul ponte dei due vapori, con il suo Stato Maggiore accanto, Garibaldi lesse il primo Ordine del Giorno[93],[94]:

ORDINE DEL GIORNO

A bordo del Piemonte, 7 maggio.
La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della Patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompense allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata allorché scomparve il pericolo, ma suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila ilari, volenterosi e pronti a versare il sangue loro per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi. - Italia e Vittorio Emanuele – e questo grido, ovunque pronunziato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.

ORGANIZZAZIONE DEL CORPO

Sirtori Giuseppe - Capo di Stato Maggiore - Crispi - Manin - S.C. - Calvino - Majocchi - Griziotti - Borchetta – Bruzzesi - Turrprimo aiutante di Campo del GeneraleCenniMontanariBandi – Stagnetti -.
Basso GiovanniSegretario del Generale.

COMANDANTI DELLE COMPAGNIE

Nino Bixio, comandante della 1ª Compagnia
Orsini ................“..........“........ 2ª Compagnia
Stocco ...............“..........“....... 3ª Compagnia
La Masa .............“..........“....... 4ª Compagnia
Anfossi................“..........“....... 5ª Compagnia
Carini ..................“..........“....... 6ª Compagnia
Cairoli..................“..........“....... 7ª Compagnia
Intendenza, AcerbiBovi – De Maestri – Rodi.
Corpo Medico, RipariBoldrini – Giulini.
L’organizzazione è la stessa dell’Esercito Italiano a cui apparteniamo ed i gradi, più che al privilegio al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

G. Garibaldi.

Inoltre a comandante del drappello dei Carabinieri genovesi fu nominato Antonio Mosto, per cui risulta corrispondere il numero di otto compagnie citato in altre opere, anche se il drappello era assegnato alla 7ª Compagnia di Cairoli.[95]
Lo scalo a Talamone era reso necessario anche dalla necessità di inquadrare, nominare i sottufficiali e dare le prime istruzioni militari ad un gruppo multidialettale, operazioni che a bordo delle navi erano più difficili da effettuare, [96] quindi i volontari si organizzarono formando sette compagnie, a bordo del Piemonte salirono due compagnie, Garibaldi, lo Stato Maggiore e i carabinieri Genovesi, mentre a bordo del Lombardo salirono le restanti cinque compagnie.

Lo scalo a Porto Santo Stefano[modifica | modifica wikitesto]

Targa in ricordo della sosta dei mille a Porto Santo Stefano il 9 maggio 1860

Una seconda sosta fu effettuata il 9 maggio, nel vicino Porto Santo Stefano, per rifornimento di carbone e acqua potabile[97][98], elementi senza i quali non sarebbero mai arrivati a Marsala. Mentre il Piemonte e il Lombardo erano alla fonda nella rada di Porto Santo Stefano, Garibaldi dette forma e consistenza al suo piccolo esercito, nominò i comandanti e gli ufficiali, assegnò compiti e incombenze, distribuì armi e munizioni[99]. Durante lo scalo decine di bersaglieri, artiglieri e militi della guardia di finanza delle guarnigioni di Orbetello, dettero l’assalto alle navi per partecipare alla spedizione, ma Garibaldi, che aveva dato la sua parola sul fatto che non avrebbe accettato soldati dell’esercito italiano, fece scendere tutti, tranne qualcuno che riuscì a nascondersi nelle stive[100][101].

« Vedevamo lontano un villaggio, una torre svelta, sottile, lanciata al cielo: Talamone, villaggio toscano, sulle coste maremmane. Paese di povera gente! Carbonai e pescatori. La nostra discesa gli ha rallegrati. “Come si chiama quel monte là in faccia?” - “Monte Argentario”. “E quelle case bianche, mezzo tuffate in mare?” - “Porto Santo Stefano”. Con una veduta come questa sempre dinanzi agli occhi, dovete fare una bella vita! “Sì se si mangiasse cogli occhi. Ma... Basta... finché si campa!” Cosi mi diceva un giovane carbonaio, mentre seguitava a discorrere, per farmi dire a sua volta chi siamo, e dove andiamo... »

(Giuseppe Cesare Abba, uno dei Mille, nel suo libro Arrigo. Da Quarto al Volturno[99].)

La diversione del Zambianchi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Diversione del Zambianchi .

Durante la sosta sulle coste toscane Garibaldi ordinò al colonnello Callimaco Zambianchi e a 64 volontari, per unirsi altri volontari che lo attendevano, di distaccarsi dalla spedizione per tentare un'insurrezione nello Stato Pontificio evitando la guarnigione francese nel Lazio. In caso di successo il gruppo del Zambianchi avrebbe dovuto proseguire verso est e poi verso sud, facendo credere che l'attacco garibaldino veniva effettuato su più fronti e provocare un teorico spostamento di forze borboniche verso il nord del Regno delle Due Sicilie, per facilitare l'azione di Garibaldi in Sicilia. L'azione si concluse con un rapido fallimento e ritiro dai territori papali e con l'arresto di Zambianchi, che sarà successivamente liberato per partire per il Sudamerica.

Il proseguimento della traversata[modifica | modifica wikitesto]

Oltre ai 64 volontari staccatisi dal gruppo, 9 mazziniani, convinti repubblicani, abbandonarono la spedizione quando compresero che si sarebbe combattuto per la monarchia sabauda, mentre i restanti 1.089 proseguirono nel viaggio.

Nei giorni precedenti, tra il 7 e l'8 maggio, il comandante della marina sarda Carlo Pellion di Persano, alla guida di una divisione composta da tre pirofregate, aveva ricevuto da Cavour, tramite il governatore di Cagliari, l'ordine di arrestare la spedizione dei Mille solo se i legni di Garibaldi avessero fatto scalo in un porto della Sardegna, ma di non inseguirli se fossero stati incrociati in mare[102]. L'11 maggio, in seguito alla richiesta del Persano di ricevere conferma degli ordini ricevuti, il conte di Cavour rispose con un telegramma ribadendo le disposizioni del governo piemontese[103].

Oltre ai legni piemontesi, altre imbarcazioni solcavano le acque del Tirreno: infatti, il contrammiraglio George Rodney Mundy, vicecomandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy, aveva ricevuto ordine, dal suo governo, di assumere il comando del grosso delle unità navali della sua flotta e di incrociare nel Tirreno e nel canale di Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti delle Due Sicilie, oltre che a scopo intimidatorio[104] e di raccolta di informazioni, anche al fine di attenuare la capacità di reazione borbonica[105], anche se tale supposta presenza dissuasiva non ha avuto particolare effetto, in quanto i circa 1.000 del gruppo garibaldino Corte, partito da Genova nella notte tra l'8-9 giugno e in navigazione sulle navi Utile e Charles and Jane, vicini a Capo Corso erano stati intercettati e catturati dalla Marina borbonica, che li aveva condotti a Gaeta e successivamente rilasciati. I circa 1.000 del gruppo Corte si imbarcheranno di nuovo per il Sud il 15 luglio sulla nave Amazon.[106]

Lo sventato incidente tra Piemonte e Lombardo[modifica | modifica wikitesto]

Immagine caricaturale della Mancata collisione tra Piemonte e Lombardo

La navigazione procedette senza problemi l’8 e il 9 maggio, ma nella notte tra il 9 e il 10 in avvicinamento alla Sicilia, Garibaldi decise di navigare coperto dalle due isole Marittimo e Favignana per poi sbarcare nel punto che era più adatto, quindi il Piemonte rallentò per attendere il Lombardo più arretrato e avvertire Bixio dell’operazione, ma a quel punto si presentò una situazione pericolosa, perché a nord e a ponente si vedevano i fanali rossi della flotta nemica e Garibaldi diede l’ordine di spegnere tutte le luci di bordo e di fare silenzio per evitare che il Piemonte fosse individuato.[107]

Mentre il Lombardo di Bixio si avvicinava a Marittimo intravide la massa scura del Piemonte a luci spente e scambiandola per una nave nemica puntò verso di essa alla massima velocità, in quanto, in caso di incontro con nave nemica, Garibaldi aveva in precedenza dato ordine di gettarsi all’abbordaggio, che non avvenne perché dal Piemonte si levò la voce di allarme di Garibaldi:

« Nino ! Oh ! Nino … (i due legni si avvicinano) … Che fai ? Vuoi colarci a fondo ?, Nino Bixio risponde – Generale non vedevo più i segnali. »

Da quel momento le due navi navigarono assieme.

La partenza e la stampa internazionale[modifica | modifica wikitesto]

The Illustrated London News nº 1030
14 maggio 1860 - pag. 442

La partenza di Garibaldi per la Sicilia era stata commentata da molti giornali internazionali e le notizie pubblicate nei giorni successivi risultano diverse da quelle che poi sono state accertate e avvalorate dagli storici più accreditati, è quindi possibile che in una prima fase le fonti dei giornali possano avere commesso errori di valutazione in eccesso, sia sul numero dei volontari, che delle armi imbarcati, oltre che sul numero delle navi, che secondo la stampa di quei giorni, risulterebbero superiori alle due conosciute.
Il giornale settimanale britannico The Illustrated London News, nº 1030, in un articolo del 12 maggio 1860[108], riferendo sulla situazione insurrezionale in Sicilia, riporta quanto pubblicato dai giornali francesi definiti “semi-ufficiali”: Patrie e Pays, che annunciavano la partenza di Garibaldi per la Sicilia, dopo le dimissioni dall’Esercito Sardo e che il Governo Sardo aveva sequestrato le armi e munizioni destinate all’impresa e messo sotto sorveglianza il porto di Genova.
Secondo tali fonti Garibaldi aveva però ottenuto un supplemento di armi, che non erano state sbarcate nello Stato Piemontese e che una nave, il cui nome non è indicato, era salpata dal porto di Genova due giorni prima con destinazione Malta, specificando che Garibaldi avrebbe trovato il modo di unirsi a questa nave in navigazione verso la Sicilia, anziché Malta come previsto.
Viene quindi citato il giornale francese Opinion Nationale, il quale affermava che la spedizione di Garibaldi era composta di parecchie navi, delle quali anche in questo caso non vengono forniti i nomi, navi che si sarebbero incontrate presso l’isola di “Capraja”[109], per poi continuare verso la Sicilia. L’articolo britannico prosegue scrivendo che poco si conosceva della forza degli insorti siciliani, che Garibaldi doveva raggiungere e che poco si conosceva anche della forza che Garibaldi conduceva, nonostante fosse asserito che Garibaldi aveva con sé 1.800 uomini e 24 cannoni.
Si cita anche che i giornali torinesi avevano pubblicato una lettera-appello di Garibaldi, con la quale si ricordava che era dovere di tutti incoraggiare e aumentare il numero di combattenti contro l’oppressione, per aiutare la Sicilia, lettera terminante con le parole: “Italia e Vittorio Emmanuele!”.
Viene poi riportato che, secondo il giornale francese Patrie, indipendentemente dalla nave di Garibaldi, altri due vapori avevano lasciato Genova con a bordo 1.400 uomini, principalmente precedenti Cacciatori delle Alpi, romagnoli, lombardi e parecchi genovesi, mentre una quarta nave lasciava Livorno con la stessa destinazione delle altre, e tre navi erano partite da diversi punti, per riunirsi in mare e che tutte le navi avevano documenti per Malta. La spedizione viene definita ben provvista di armi, munizioni e approvvigionamenti per sostenere una campagna di diversi mesi. In questo caso potrebbe trattarsi delle navi della spedizione Medici, che però sarebbero partite circa un mese dopo, secondo i dati indicati nei documenti considerati dagli storici.
L’articolo conclude riportando l’appello di Mazzini, anche lui sostenitore dell’unificazione italiana, per la quale sacrificava i suoi ideali repubblicani e che il compito degli incrociatori borbonici risultava così difficile, che Garibaldi probabilmente sarebbe riuscito a sbarcare.

The Illustrated London News - nº 1031 - articolo del 19 maggio 1860 pag. 467

In altro articolo del 19 maggio 1860 il giornale The Illustrated London News[110] pubblica la notizia secondo la quale sembra accertato che, oltre alle navi “Piemonte” e “Lombardo”, e alla terza nave partita da Genova, un vapore inglese che si sarebbe unito successivamente alla Spedizione, Garibaldi avrebbe sperato di prendere possesso della nave “Sardegna”, riuscendo poi nel nord della Toscana a rilevare e aggregare la nave “Giglio”, una vecchia cannoniera dell’ex marina toscana, armata di quattro cannoni e con un equipaggio previsto di trenta marinai. Nello stesso articolo del 19 maggio si afferma che dai vecchi forti in abbandono nel sud della Toscana Garibaldi avrebbe prelevato il numero di 24 vecchi cannoni senza affusto, per caricarli sulle navi, utilizzando alcuni dei cannoni per armare la sua flottiglia poco sopra la linea di galleggiamento.
Un altro articolo pubblicato dal The New York Times del 24 maggio 1860[111] parla della partenza di tre navi, anche in questo caso senza elencarne i nomi, 2.200 volontari, 24 cannoni imbarcati e 5.000 persone che auguravano “Good speed”[112] ai partenti per la Sicilia. Rispetto all’articolo precedente del The Illustrated London News l’articolo del The New York Times concorda per la partenza di tre navi e 24 cannoni, aumentando da 1.800 a 2.200 il numero dei volontari con Garibaldi.

Sbarco a Marsala. - La nave a destra è dotata di cannoni, che come nave commerciale non aveva, potrebbero essere i cannoni di cui parlano i giornali dell'epoca[113].

L’articolo sottolinea anche che l’entusiasmo per la partenza di Garibaldi aveva contagiato i soldati di guarnigione a Genova, al punto che era stato necessario confinarli nei loro alloggiamenti per impedire che disertassero per unirsi alla spedizione e che il Medici era pronto a salpare in pochi giorni con oltre 2.000 volontari, dato questo che concorda con quelli ufficiali, in quanto la spedizione Medici partirà effettivamente al termine della prima decade di giugno. La spedizione viene descritta ben fornita di armi e munizioni, indicando che presso la Banca di Genova Garibaldi aveva cambiato in oro l’importo di tre milioni di franchi in banconote e che dopo la partenza le navi di Garibaldi avevano fatto scalo a Talmonia in Toscana.
Nell’articolo viene indicato che era previsto uno sbarco in Calabria per diversione, ma la notizia di un avvenuto sbarco a “Crezza” veniva smentita nelle ultime notizie, nelle quali si segnalava la presenza della flotta britannica che incrociava il mare tra Malta e la Sicilia, con la situazione degli insorti siciliani che mantenevano le posizioni nel loro quartier generale a quindici leghe da Palermo in località indicata come “Cefaleo”. Viene anche fornita notizia di un telegramma pervenuto a Torino in cui si annunciava lo sbarco a Trapani di insorti siciliani e calabresi e che era scoppiato un movimento insurrezionale in Calabria.
Anche in questo articolo viene riportato l’appello di Garibaldi a combattere per la libertà in nome di Vittorio Emanuele II.
Riguardo alle affermazioni sul discordante e maggior numero di navi, volontari e armi partiti alla data dei citati articoli del 12 e 24 maggio 1860, occorre considerare che, secondo i dati contenuti nei testi degli storici più accreditati (vedere: Gli sbarchi successivi al primo di Marsala ), la prima spedizione dopo quella di Garibaldi partirà da Genova il 24 maggio al comando di Agnetta, a bordo della piccola nave Utile con soli 60 volontari e le armi non consegnate alla partenza del Piemonte e Lombardo, mentre la successiva e più numerosa spedizione del gruppo Corte e Medici, composta di cinque navi, partirà da Genova e Livorno nel periodo 8-10 giugno 1860.
Tenendo conto che i giornali esteri in questione avevano una certa rilevanza, sarebbe interessante conoscere in base a quali fonti avevano pubblicato le notizie sul superiore numero di navi, armi e volontari partiti con Garibaldi. Le fonti citate dagli storici relative alle partenze garibaldine, successive alla prima del 5 maggio 1860, sono principalmente ricavate dai resoconti del mazziniano Bertani per le partenze e del garibaldino Turr per gli arrivi e altre fonti generalmente estere e non istituzionali piemontesi[114], mentre non risultano menzionate fonti del Regno di Sardegna, che verosimilmente osservava, annotava e monitorava le partenze dei volontari, in quanto risulta difficile pensare che Cavour non fosse al corrente o non si preoccupasse di venire a conoscenza, tramite apposite relazioni, del quantitativo di navi, volontari e armi in partenza dai porti del Regno di Sardegna o per altre vie.
Non va dimenticato che Cavour era così informato, da impedire le partenze delle spedizioni Medici e Pianciani nel nord dello Stato Pontificio, punto di sbarco inizialmente previsto dai mazziniani bertaniani, indirizzandole poi verso la Sicilia e successivamente bloccando poi del tutto le partenze da Genova verso la fine di agosto[115].
Anche se si tratta di una supposizione, per le ragioni suesposte esiste la ragionevole possibilità che, oltre ai documenti citati dagli storici, ve ne siano stati altri riservati e redatti dello Stato Sardo, non venuti a conoscenza degli storici.

Periodo siciliano[modifica | modifica wikitesto]

Lo sbarco a Marsala[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarco a Marsala.
Lo sbarco dei Mille a Marsala da un disegno di un ufficiale osservatore, a bordo di una nave inglese.
Garibaldi sbarca a Marsala

I due vapori, per evitare navi borboniche, avevano seguito una rotta inconsueta[116], che li aveva portati fin quasi sotto le coste tunisine. I Mille, intenzionati a volgere verso Sciacca, puntarono poi a Marsala, poiché informati dagli equipaggi di un veliero inglese e di una paranza da pesca siciliana che il porto della città non era protetto da vascelli borbonici[116]. L'assenza di borbonici convinse Garibaldi a dirigersi verso Marsala[116], dove i vapori piemontesi giunsero nelle prime ore del pomeriggio.

Lo sbarco dei garibaldini fu favorito da diverse circostanze, come la presenza nel porto di Marsala di due navi da guerra della Royal Navy, giunte per proteggere le imprese inglesi della zona, come i magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham[117] e che finì per condizionare l'operato della Real Marina del Regno delle Due Sicilie[118][119][120] e il ritardo con cui le navi da guerra borboniche giunsero nelle acque marsalesi[121][122], da cui conseguì un'azione difensiva tardiva e sterile[123].

Secondo quanto affermato dallo storico inglese George Macaulay Trevelyan, nel suo libro ‘'Garibaldi e i mille'’, le due navi inglesi Argus e Intrepid non fecero nulla per aiutare Garibaldi[124][125], né avrebbero potuto perché avevano le caldaie spente ed erano ormeggiate al largo, con i loro comandanti Marryat e Winnington-Ingram a terra assieme a parte dell'equipaggio[126][127]. La neutralità della marina inglese fu confermata durante la battaglia di Palermo, quando Garibaldi, rimasto quasi privo di polvere da sparo, la richiese inutilmente ai comandanti delle flotte da guerra ormeggiate al largo della città[128].

Inoltre, i comandanti borbonici, ignorando le segnalazioni dei servizi di informazione napoletani, appena un giorno prima dello sbarco, avevano fatto rientrare a Palermo le colonne del generale Letizia e del maggiore d'Ambrosio, per far fronte al pericolo d'insurrezione nella capitale siciliana[129]. Questo cambiamento, però, fu fatale in quanto, al momento dello sbarco, non vi erano truppe di terra né a Marsala, né nei dintorni.

I garibaldini lasciarono Marsala e si inoltrarono rapidamente verso l'interno. A loro si unirono, già il 12 maggio, 200 volontari siciliani comandati dai fratelli Sant'Anna.

Proclamazione della Dittatura[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Dittatura di Garibaldi.
Garibaldi fotografato a Palermo, nel luglio 1860.
D'Angelo Giuseppe patriota Palermo.jpg

Il 14 maggio a Salemi Giuseppe Garibaldi dichiarò di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele[130]; tutta l'iniziativa garibaldina si mosse sotto il motto "Italia e Vittorio Emanuele". Il 17 Francesco Crispi viene nominato primo Segretario di Stato[131]. Il 2 giugno furono creati sei dicasteri[132]:

Il decreto seguente, opera di Crispi, è il primo atto in cui Vittorio Emanuele II viene definito Re d’Italia.

« ITALIA E VITTORIO EMANUELE Giuseppe Garibaldi, comandante in capo dell’esercito nazionale in Sicilia: dietro l’invito dei principali cittadini e quello dei comuni liberi dell’Isola; considerando che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari siano concentrati nella stessa mano: DECRETA Che egli prende, in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia la dittatura di Sicilia. Salemi 14 maggio 1860. Giuseppe Garibaldi »

Lo stesso giorno Garibaldi emette un altro decreto, controfirmato da Crispi, che istituiva la nuova milizia siciliana, comprendente tutti i siciliani atti alle armi dai 17 ai 50 anni di età, decreto che però risulterà di non agevole applicazione.[133]

Rappresentante presso il governo provvisorio da parte del Regno di Sardegna fu inviato il siciliano Giuseppe La Farina che a luglio fu costretto a dimettersi per disaccordi con Crispi e al suo posto Cavour inviò Agostino Depretis. E il 20 luglio Garibaldi nominava lo stesso Depretis "prodittattore", con l'esercizio di "tutti i poteri conferiti al Dittatore dai comuni della Sicilia". Il 14 settembre tuttavia Depretis si dimise, non avendo potuto convincere il generale all'annessione diretta della Sicilia al Regno di Sardegna e il 17 si insediò al suo posto Antonio Mordini che restò fino alla conclusione del plebiscito d'annessione[134] del 21 ottobre 1860.

Nel settembre Cavour fece nominare prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino Trivulzio. A Salemi Garibaldi incontra Fra Pantaleo, che si unirà alla spedizione garibaldina diventando poi amico di Garibaldi e suo grande elemosiniere.

I progetti di attentato contro Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Mentre Garibaldi avanzava erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita[135], come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano a Giuseppe Garibaldi, nelle quali si rappresenta il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti di Garibaldi, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicarii inviati al medesimo scopo.

LEGATION DE SARDEGNE
All'Ill.mo Signor Marchese d'Aste[136]
Comandante della R. pirofregata sarda "Governolo
Palermo. 8 giugno 1860.

« Ill.mo sig. Comandante, profitto della partenza del vapore inglese, per trasmetterle la qui annessa lettera diretta al Duca della Verdura, cui prego di farla recapitare il più prontamente possibile. Col mezzo dell'avv. Galvani già menzionato nella mia precedente, mi pervennero nuovi ragguagli intorno al caporale Valentini; è uomo di circa 30 anni, alto e magro della persona, pallido in viso, con occhi celesti. Da sorgenti diverse, e non indegne di fede, mi risulta inoltre essere stato inviato allo stesso fine un tale Giosafatte Tallarino, già celeberrimo bandito calabrese. Egli imbarcavasi il 6 corr., alle ore 23 sul legno mercantile alla volta di Palermo. Dicesi accompagnato da 10 o 11 individui per secondarlo. La prego adunque, signor comandante, di volere con ogni maggior diligenza, trasmettere questi nuovi particolari a ciò sia provveduto prontamente e come si conviene. Colgo questa opportunità per offrire i miei anticipati ringraziamenti e rinnovarle le proteste della mia distintissima considerazione.  »

Il Ministro
Villamarina


Lettera dell’ammiraglio Persano a Garibaldi.

GABINETTO PARTICOLARE
DEL CONTR' AMMIRAGLIO
COMANDANTE LA SQUADRA
Palermo. 15 giugno 1860.

« Caro Generale, ho bisogno di sapere, se Medici è partito oggi o se partirà domani, onde mandargli incontro. Medici mi scrive oggi. Il comandante dell’"Ichnusa” , mi assicura, che hanno scritto a voi che partirà domani; avendo cambiata idea schiaritemi su cotal punto. Il Valentini, mandato per assassinarvi, è ritornato ieri sera a nuoto a bordo della fregala napoletana "Partenope”, vestito a modo dei vostri. Egli rapportò che venne da voi, che vi baciò la mano, che si disse disertore di altro corpo che non di marina, e che trovandosi che altri disertori del corpo, che nominò, erano pronti a provare, che egli non vi apparteneva, temendo di essere conosciuto, si diede a gambe per salvarsi. Ciò che preme ora è il Medici; sapere se ha lasciato Cagliari oggi, o se la lascierà domani.  »

Con affetto vostro
C. DI PERSANO

Il primo scontro a Calatafimi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Calatafimi ed Esercito meridionale.
Calatafimi battaglia - SIDVDG 1860.JPG

I Mille, affiancati da 500 "picciotti", ebbero un primo scontro nella battaglia di Calatafimi il 15 maggio 1860, contro circa 4.000 soldati borbonici guidati dal generale Francesco Landi. Qui, con un eroico gesto, Augusto Elia salva la vita al generale Garibaldi, riportando una grave ferita al volto. Sconfitte le truppe borboniche, ritiratesi nell'abitato di Calatafimi, ricevettero l'ordine di mettersi in marcia per raggiungere Palermo; la notizia della vittoria garibaldina si diffuse rapidamente nell'area, spesso accompagnata da mirabolanti narrazioni, fomentando la rivolta nella popolazione siciliana. Ad Alcamo, sulla via per Palermo, le truppe furono attaccate dai siciliani che sparavano dalle case e dai balconi, come rappresaglia i soldati incendiarono molte case[137], a Partinico la popolazione si ribellò al tentativo di requisizione forzata di beni e viveri da parte delle truppe in ritirata con una sanguinosa rivolta popolare.

Dopo Calatafimi Garibaldi proseguì verso Palermo, per Alcamo e Partinico, giungendo in vista della città.

Alla notizia della sconfitta di Calatafimi Francesco II chiese al generale Filangeri di riprendere servizio, ma costui si rifiutò; il re con una cerimonia ufficiale depose ai piedi della statua di San Gennaro lo scettro e la corona nominando il santo re di Napoli e implorando invano il miracolo della liquefazione del sangue; dietro suggerimento della consorte cominciò a considerare di concedere la costituzione, e cominciò a sondare l'opinione di padre Borelli, influente cappellano di corte, ricevendo una netta risposta negativa[138].

Dispaccio del Generale Landi al generale in capo a Palermo, intercettato dalle forze garibaldine.[139]
Calatafimi, 15 maggio 1860

Eccellenza,
Aiuto, e pronto aiuto. La banda armata che lasciò Salemi questa mattina, ha circondato tutte le colline dal sud al sud-ovest di Calatafimi. La metà della mia colonna avanzata è stata colta in tiro, ed attaccò i ribelli che comparivano a mille da ogni dove. Il fuoco fu ben sostenuto, ma le masse dei siciliani unite con le truppe italiane erano d’immenso numero. I nostri hanno ucciso il gran comandante degli italiani, e preso la loro bandiera che noi conserviamo. Disgraziatamente un pezzo delle nostre artiglierie caduto dal mulo è rimasto nelle mani dei ribelli; questa perdita mi ha trafitto il cuore. La nostra colonna fu obbligata a battere un fuoco di ritirata, e a riprendere il suo passo per Calatafimi dove mi trovo io adesso sulla difesa. Siccome i ribelli, in grandissimo numero, mostrano d’attaccarci, io dunque prego V.E. di mandare istantaneamente un forte rinforzo di fanteria, ed almeno un’altra mezza batteria, essendo le masse enormi, ed ostinatamente impegnate a pugnare. Io temo di essere assaltato nella posizione che occupo; io mi difenderò per quanto è possibile; ma se pronto soccorso non giunge, io mi protesto non sapendo come l’affare possa riuscire. La munizione dell’artiglieria è quasi finita, quella della fanteria considerevolmente diminuita, sicché la nostra posizione è molto critica, ed il bisogno di mezzi di difesa mi mette nella più grande costernazione. Io ho settantadue feriti, non posso darvi esatto conto dei morti scrivendovi immediatamente alla nostra ritirata. Con altro rapporto darò a V.E. un preciso ragguaglio. Finalmente io sottometto all’E.V. che se le circostanze mi costringono, io devo senza dubbio, per non compromettere l’intera colonna, ritirarmi, e se lo posso in alto. Io mi affretto di sottomettere tutto ciò a V.E. perché sappia di essere la mia colonna circondata di nemici, di numero infinito, i quali hanno assalito i mulini e preso le farine preparate per le truppe. V.E. non resti in dubbio sulla perdita del cannone di cui ho discorso. Io sottometto all’E.V. che il pezzo fu posto a schiena di mulo, il quale fu ucciso al momento della nostra ritirata, perciò non fu possibile ricuperarlo. Io conchiudo che da tutta la colonna si combatté con fuoco vivo dalle 10 antimeridiane alle 5 pomeridiane quando io feci la nostra ritirata.

Il Generale comandante
M. Landi

I timori di Mazzini[modifica | modifica wikitesto]

The Illustrated London News nº 1031 del 19 maggio 1860

Nel maggio del 1860 Mazzini scriveva una denuncia contro la possibilità della cessione della Sardegna alla Francia per la nascita di uno stato nazionale comprendente altri territori, analogamente a quanto era avvenuto in precedenza per cessione della Savoia e Nizza,[140] (vedere: I timori di Mazzini per la cessione della Sardegna alla Francia).
In un articolo del giornale britannico The Illustrated London News del 19 maggio 1860, intitolato “Situazione in Sicilia - Presagi”,[141] si afferma, tra l’altro, di ritenere che la sostituzione di un altro Borbone con un altro Napoleone a Napoli era tornata attuale e che sarebbe preferibile alla ulteriore cessione di territori alla Francia come compensazione per altri allargamenti di quel Regno d’Italia, che si immagina essere il sogno di il Re galantuomo e il fine ultimo della politica di Cavour.
Nell’articolo si parla quindi della convinzione da parte francese del desiderio inglese di acquisire almeno il protettorato della Sicilia e che tale probabilità potesse essere considerata nella mente di Luigi Napoleone aggiungendo che, anche nei momenti migliori dell’alleanza franco-inglese, la politica sotterranea francese mirava a ridurre la presenza di territori sotto controllo inglese in Mediterraneo.
Il riferimento dell’articolo alla cessione di ulteriori territori alla Francia, sembra quindi alludere alla possibilità di cedere la Sardegna alla Francia, in cambio di un allargamento ai territori che Garibaldi stava occupando in nome di re Vittorio Emanuele II, come risulta dai titoli dei decreti promulgati da Garibaldi nelle funzioni di Dittatore della Sicilia.

La stampa internazionale[modifica | modifica wikitesto]

The Morning Post - 26 maggio 1860 - articolo prima della presa di Palermo

Le vicende militari in Sicilia venivano commentate dalla stampa internazionale in articoli con notizie riferite da fonti, che pur potendo commettere eventuali errori di valutazione, rappresentavano comunque la testimonianza diretta da parte di chi si trovava sui luoghi degli avvenimenti. Si pone l’attenzione sul numero degli insorti che, secondo l’articolo, Garibaldi avrebbe condotto prima della battaglia di Palermo, il cui numero viene indicato tra i 20.000 o 30.000.
Secondo un articolo del giornale britannico “The Morning Post” del 26 maggio 1860[142], redatto a Napoli dal corrispondente della testata il 18 maggio 1860, si menziona che, al ricevimento dei dispacci sulla sulla situazione militare in Sicilia, il re di Napoli aveva consultato Filangieri ed Ischitella, i quali rifiutavano di aderire alle sue richieste di impegnarsi ad essere latori di proposte di conciliazione. Il Filangieri aggiungeva che, essendo fallita la missione del generale Lanza, non rimaneva altra speranza che l’impiego della forza. C’era accordo sul fatto che Palermo dovesse essere difesa.
L’articolo del corrispondente da Napoli evidenzia come il re fosse molto scoraggiato di trovare così pochi e volenterosi nell’ora del bisogno e che questa situazione era dovuta al fatto he, come tutti i despoti superficiali[143] non aveva permesso a persone intelligenti e oneste di avvicinarlo, in pratica il re di Napoli si era circondato di persone non valide e interessate e che le sue guide erano ancora i suoi educatori gesuiti e certi suoi amici, come la matrigna austriaca.
Il ministro degli esteri Carafa[144] aveva spedito dispacci alle corti straniere, facendo un resoconto della situazione in Sicilia, dispacci che sarebbero stati pieni di notizie non corrispondenti alla situazione reale. Il corrispondente da Napoli afferma di non pensare che il governo di Napoli sarebbe arrivato ad un punto di rottura con il Piemonte, perché questo avrebbe avvicinato ancora di più il Governo ai sostenitori di Garibaldi, mentre ora (secondo il corrispondente) il Conte Cavour si comporta come se scoraggiasse la Spedizione in Sicilia.
Prosegue quindi scrivendo che il marchese Villamarina aveva ricevuto istruzioni per assicurare Carafa e il suo sovrano, che il re del Piemonte assisteva con dispiacere all’insurrezione in Sicilia, mentre Elliot e Brenier sembravano spingere il re di Napoli a cambiare la sua politica e a ripristinare la Costituzione del 1848.
Carafa si lamentava delle sottoscrizioni che si erano aperte in Inghilterra e anche in Francia per finanziare la spedizione di Garibaldi, il cosiddetto “Garibaldi Fund” e il gabinetto austriaco non avrebbe concesso aiuti materiali, ma alcuni vascelli austriaci erano stati inviati in Sicilia, senza peraltro che se ne conoscessero gli ordini.
La Corte di Napoli era in totale confusione e, secondo il corrispondente, denaro sarebbe stato inviato recentemente verso l’Inghilterra e il re di Napoli avrebbe ordinato di tenere pronti due vapori a lui riservati, per Gaeta o altra destinazione in base alle circostanze. La flotta agli ordini dell’ammiraglio Salazaro non operava efficacemente, in quanto era pervenuta notizia di altri sbarchi di volontari in Sicilia da parte dei dispacci dei consoli stranieri.
Segue quindi la notizia di un corpo d’armata inviato a Cosenza e Reggio Calabria, dove vi sarebbe stato un movimento, che però secondo le ultime notizie non sarebbe avvenuto, quindi i dispacci comunicavano che parte di quelle forze sarebbero state inviate in nave attorno a Palermo e che c’erano grosse masse di uomini in Calabria, ma le indicazioni pervenute erano sempre che “prendono posizione”.
Per quanto riguarda Napoli, da dove il corrispondente scrive, si ripete che c’era poco materiale per la rivoluzione e che tutti simpatizzavano per Garibaldi, che sarebbe stato accolto con entusiasmo, ma (secondo il corrispondente) i napoletani non erano un popolo combattivo e avrebbero fatto poco per sé stessi. Prosegue quindi esponendo i timori suoi e degli altri che i cosiddetti “lazzaroni” al soldo della Corte, potessero essere lasciati liberi di agire contro i corrispondenti esteri se le cose andavano male, un vecchio trucco borbonico.
I mezzi limitati in possesso dei giornalisti per avere notizie sulla Sicilia erano ancora più diminuiti dal fatto che molti commercianti erano partiti e comunque tutti sapevano a Napoli che Garibaldi si era aperto la strada verso Palermo e che conduceva dai 20.000 ai 30.000 uomini e nella città di Palermo c’erano state dimostrazioni senza che la polizia tentasse di impedirle, le truppe approntavano difese.
L’unico intervistato arrivato dalla Sicilia aveva lasciato Palermo il 15, dove il porto era pieno di navi, anche navi da guerra inglesi, francesi e sarde e, si diceva, due reggimenti erano stati rimandati indietro perché ammutinati, con la città in stato di assedio, la maggior parte dei negozi chiusi e gli abitanti andati via.
Il corrispondente afferma quindi che la sua fonte di informazione viveva a bordo di una nave, perché non era consigliabile per uno straniero trovarsi a Palermo, la fonte affermava che i borbonici avrebbero voluto tenere Palermo, ma che i vapori erano pronti a imbarcare il governatore e le truppe in caso di necessità, le autorità borboniche si erano spostate a Palermo e Messina, le uniche due città che ancora il governo di Napoli controllava, in quanto il resto della Sicilia sarebbe stato sottratto al controllo governativo.
Secondo il parere del corrispondente il re di Napoli avrebbe accettato di perdere la Sicilia in caso di mancato aiuto straniero e che i siciliani non avrebbero accettato promesse da parte del governo borbonico. Ma il re di Napoli, volendo mantenere amiche le potenze straniere, faceva a queste offerte di riforme, pur sapendo che doveva fare assegnamento sulla “spada”, la “spia” e il “prete” e che era troppo tardi per fare quello che avrebbe dovuto fare quando era salito al trono come re.
Il corrispondente conclude l’articolo scrivendo che il re era molto impopolare a Napoli, anche più impopolare del padre, citando il giornale “Le Due Sicilie” e i decreti pubblicati che garantivano amnistia e la promessa di un principe reale come luogotenente o viceré e la nomina del generale Lanza come “Commissario straordinario”.

Insurrezione e conquista di Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Insurrezione di Palermo (1860).
Fattori. Garibaldi a Palermo
Fotografia di una strada di Palermo dopo i combattimenti: sono visibili le barricate e gli edifici distrutti dal bombardamento borbonico

Dopo qualche scaramuccia e varie manovre diversive verso l'interno, (si accamparono sulla montagna di Gibilrossa tra Misilmeri e Belmonte Mezzagno) di lì i garibaldini, il 27 maggio, giunsero a Palermo e si apprestarono a entrare in città, ma prima dovettero attraversare il Ponte dell'Ammiraglio, presidiato dai militari borbonici. Dopo un duro scontro, le truppe reali abbandonarono il campo e rientrarono a Palermo, una colonna attraverso la Porta Termini, l'altra attraverso la Porta Sant'Antonino.[145] Nei successivi scontri tra Porta Sant'Antonino e Porta Termini cadeva l'ungherese Luigi Tüköry, mentre furono feriti, fra gli altri, Benedetto Cairoli, Stefano Canzio e Nino Bixio.

Aiutati dall'insurrezione di Palermo, tra il 28 maggio e il 30 maggio i garibaldini e gli insorti, combattendo spesso strada per strada, conquistarono tutta la città, nonostante il bombardamento indiscriminato condotto dalle navi borboniche e dalle postazioni presenti presso il piano antistante Palazzo dei Normanni e il Castello a Mare. Il 29 maggio si ebbe un deciso contrattacco delle truppe regie che, però, veniva arginato. Il giorno 30 maggio i borbonici, asserragliati nelle fortezze lungo le mura, chiesero un armistizio. Garibaldi, ormai padrone della città, si proclamò "dittatore" nominando un governo provvisorio in cui risaltava il ruolo di Francesco Crispi. Dopo un armistizio dal 30 maggio al 3 giugno, il giorno 6 giugno le truppe che difendevano il capoluogo siciliano capitolavano in cambio del permesso di lasciare la città e ottenendo l'onore delle armi.

Uno dei primi atti di Garibaldi fu l'emanazione del decreto del 28 maggio[146] con il quale disponeva che le terre del demani comunali (in mancanza di queste quelle appartenenti al demanio statale) fossero divisi tra i contadini nullatenenti e i volontari che avrebbero combattuto ai suoi ordini.

In quei giorni il porto di Palermo divenne un affollato crocevia dei più disparati personaggi, compresi molti cronisti di giornali inglesi e americani, tra cui l'ungherese naturalizzato britannico Ferdinand Nandor Eber, corrispondente del Times che entrò a far parte dei Mille con il grado di colonnello. Il 30 maggio sbarcò dal suo panfilo personale Alexandre Dumas con armi e champagne. Il 6 giugno arrivò Giuseppe La Farina, inviato da Cavour, che temeva una possibile influenza dei mazziniani. La Farina avrebbe dovuto, nel desiderio di Cavour, prendere il controllo politico della situazione a favore del Regno di Sardegna, ma non trovò al momento un'accoglienza favorevole. Lascerà nelle lettere di quei giorni severi giudizi sui garibaldini e il governo dittatoriale e continuerà a complottare per l'immediata annessione, fino alla sua espulsione dall'isola.

Il decreto per vedove e orfani dei caduti[modifica | modifica wikitesto]

Garibaldi firmò anche un decreto che assegnava pensioni alle vedove e assistenza di stato agli orfani dei caduti per la causa nazionale, assimilando a questi anche i tredici fucilati del 14 aprile 1860, durante la cosiddetta Rivolta della Gancia.

Decreto di Garibaldi in Sicilia[147]
Stemma Sabaudo Sicilia Garibaldi 1860.png
Italia e Vittorio Emmanuele
––––––––––––––
GIUSEPPE GARIBALDI, Comandante in capo le forze Nazionali in Sicilia,
In virtù dei poteri a lui conferiti;
DECRETA :

Art. 1. I figli dei morti in difesa della causa nazionale sono adottati dalla patria. Saranno educati, e nutriti a spese dello Stato; se donne fino agli anni sedici, se uomini fino agli anni diciassette. Giunte le donne agli anni sedici avranno una dote conveniente alla loro origine.
Art. 2. Le vedove de’ morti in difesa della causa nazionale avranno una pensione conveniente al loro stato. La pensione durerà finché si troveranno in vedovanza. La stessa pensione è accordata alle vedove de’ tredici individui che subirono la fucilazione nel giorno 14 aprile 1860. I loro figli vanno compresi nella disposizione dell’antecedente articolo.
Art. 3. Tutti coloro che per causa di ferite riportate, battendosi in difesa della patria e della causa nazionale, resteranno storpi o mutilati e inabili al lavoro, cui prima erano addetti, saranno raccolti in apposito Ospizio, e mantenuti dallo Stato.
Art. 4. Il Segretario di Stato dello Interno è incaricato per l’esecuzione del presente decreto.

Palermo 6 giugno 1860
Il dittatore G. GARIBALDI
Il Segretario di Stato dell’Interno F. Crispi

Stamperia Carini e Meli

Insurrezione di Catania[modifica | modifica wikitesto]

Insurrezione di Catania

La città di Catania era duramente provata da 15 giorni di stato di assedio, che si aggiungeva ai disagi dovuti alla situazione in cui da due mesi si trovava l’Isola.[148]
Il 31 maggio alle 5 antimeridiane gli insorti, guidati dal maggiore Giuseppe Poletti al grido “Italia e Vittorio Emanuele” attaccavano 2.000 soldati delle truppe regie asserragliate nel centro della città, dove avevano occupato anche molte case di cittadini, in quanto venuti a conoscenza che gli insorti stanziati presso Lentini minacciavano i sobborghi Misterbianco e Mascalucia.
Le truppe regie avevano occupato il seminario, l’arcivescovado, il palazzo della città, il convento di S. Francesco, le logge del monastero femminile di S.Agata e l’Università, dove parecchi pregiati volumi finirono gravemente danneggiati, in quanto utilizzati dai militari per creare dei parapetti difensivi. Dopo otto ore di attacco gli insorti, aiutati dal popolo, erano riusciti ad avere un certo successo, strappando due cannoni ai regi, ma l’avvicinarsi di altri 2.000 soldati e la scarsità di munizioni costrinsero gli insorti a retrocedere con poche perdite, mentre i regi borbonici perdettero parecchi effettivi. Durante gli scontri si distinse la patriota Giuseppa Bolognara Calcagno nota anche come "Peppa la cannoniera[149], in quanto riuscì a sottrarre un cannone alle forze nemiche.
I soldati regi borbonici si abbandonarono quindi a rappresaglie nei confronti della popolazione civile, effettuando eccidi senza distinzione di sesso o di età, appiccando il fuoco a diverse case dopo averle saccheggiate.[150] A questo si aggiunse anche il bombardamento della città da parte di un vapore da guerra regio ancorato nel porto, gli incendi appiccati non si propagarono a tutta la città a causa del fatto che le abitazioni in muratura offrivano poco materiale combustibile.
Il 3 giugno le truppe regie si ritirarono via terra verso Messina, scortate da parte di mare da una nave da guerra seguita da altre navi noleggiate e caricate di munizioni e di tutto quanto avevano potuto prendere nella città da loro abbandonata. Il generale Clary aveva anche ritirato tutto il denaro depositato nella ricevitoria generale, che rimaneva quindi con le casse vuote.
Mentre si ritiravano le forze borboniche imponevano ai paesi attraversati il pagamento della tassa di guerra, gravandoli con il pagamento di ingenti somme, ad Acireale, partite le truppe, la popolazione esasperata si abbandonò a ritorsioni nei confronti di diversi “birri”[151], che vennero uccisi, ma la situazione venne presto riportata alla calma dai cittadini più influenti.

L'insurrezione nel resto dell'isola[modifica | modifica wikitesto]

Dipinto di Cesare Bartolena che raffigura l'imbarco dei volontari livornesi avvenuto il 9 giugno 1860, con l'ultimo contingente di volontari toscani
Lapide presso il Palazzo Pretorio di Palermo

Durante il mese di giugno ai garibaldini si aggregarono altri volontari siciliani e quelli provenienti da altre parti d'Italia, i cui arrivi si succedevano quasi quotidianamente, inquadrandosi in quello che poi fu chiamato esercito meridionale; sempre in giugno si formò il primo nucleo della Marina dittatoriale siciliana. Il 1º giugno, proveniente da Malta, sbarcò a Pozzallo, ancora sotto controllo borbonico, Nicola Fabrizi con 20 volontari della Legione italica, che muoverà verso Catania, raggiunta il 20 giugno, formando la colonna dei Cacciatori del Faro accrescendosi di volontari durante la marcia fino a raggiungere il numero di 300 uomini[152].

Il 2 e il 3 giugno arrivarono a Catania, che intanto era insorta, due imbarcazioni con diversi volontari e rifornimenti provenienti da Genova, dopo un lungo viaggio che aveva toccato Malta. Il 7 giugno arrivarono 1.500 fucili da Malta (forniti dagli inglesi). Sbarcò a Marsala una nave di rifornimenti (l'Utile) con 69 uomini al comando di Carmelo Agnetta, 1.000 fucili e molte munizioni, che incontrarono Cesare Abba l'11 giugno a Palermo. Secondo Abba avevano portato "... due migliaia tra schioppi e schioppacci, e molte munizioni e i loro cuori".[153],[154]

Il 18 giugno sbarcò a Castellammare del Golfo la seconda vera e propria spedizione, proveniente da Genova e comandata dal generale Giacomo Medici, con tre navi[155], circa 2.500 volontari dei 3.500 partiti, 8.000 fucili moderni e munizioni[156], sbarcarono solo 2.500 volontari, in quanto i circa 1.000 del gruppo Corte, in navigazione sulle navi Utile e Charles and Jane erano stati intercettati e catturati dalla Marina borbonica, che li aveva condotti a Gaeta e successivamente rilasciati. I circa 1.000 del gruppo Corte si imbarcheranno di nuovo per il Sud il 15 luglio sulla nave Amazon.[157]

Il 5 e il 7 luglio sbarcarono a Palermo oltre 2.000 volontari[158] comandati da Enrico Cosenz. Il 9 luglio su una vecchia carboniera arrivarono diverse centinaia di volontari. Il 22 luglio su due navi arrivarono a Palermo circa 1.535 volontari[159], quasi tutti lombardi, al comando di Gaetano Sacchi.

I garibaldini furono riorganizzati e verso la fine del mese di giugno mossero da Palermo, divisi in tre colonne, verso la conquista dell'isola. La brigata di Stefano Türr (poi comandata da Eber), con circa cinquecento uomini, s'incamminò per l'interno, Bixio con circa 1.700 uomini verso Catania, passando da Agrigento, e Medici con Cosenz, al comando della colonna più importante, avanzarono lungo la costa settentrionale.

Nel frattempo il 25 giugno Francesco II concesse la costituzione, assieme ad altre riforme; a spingerlo a ciò aveva contribuito il consiglio contenuto in una paterna lettera di Pio IX; venne cambiata anche la bandiera del regno: da bianco gigliata a tricolore conservando al centro il giglio borbonico[160].

La Costituzione[modifica | modifica wikitesto]

Atto sovrano.[161]

Desiderando di dare ai nostri amatissimi sudditi un attestato della nostra sovrana benevolenza, ci siamo determinati di concedere gli ordini costituzionali e rappresentativi nel regno in armonia coi principii italiani e nazionali, in modo da garantire la sicurezza e prosperità in avvenire, e da stringere sempre più i legami che ci uniscono ai popoli che la Provvidenza ci ha chiamati a governare.
A quest’oggetto siamo venuti nelle seguenti determinazioni:
1.° Accordiamo una generale amnistia, per tutti i reati politici fino a questo giorno.
2.° Abbiamo incaricato il commendatore D. Antonio Spinelli della formazione di un nuovo ministero, il quale compilerà nel più breve tempo possibile gli articoli dello Statuto sulla base delle istituzioni rappresentative italiane e nazionali.
3.° Sarà stabilito con Sua Maestà il re di Sardegna un accordo per gli interessi comuni delle due corone in Italia.
4.° La nostra bandiera sarà d’ora innanzi fregiata dei colori nazionali italiani in tre fasce verticali, conservando sempre nel mezzo le armi della nostra dinastia.
5.° In quanto alla Sicilia, accorderemo analoghe istituzioni rappresentative che possano soddisfare i bisogni dell’Isola, ed uno dei principi della nostra real casa ne sarà il nostro viceré.
Portici, 25 giugno 1860.

Francesco.

Gli sbarchi successivi al primo di Marsala[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarchi dei rinforzi alla Spedizione dei Mille .
Medici entra a Palermo

«  21 giugno 1860 Medici è arrivato con un reggimento fatto e vestito. Entrò da Porta Nuova sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali coll’uniforme dell’Esercito Piemontese, formavano la vanguardia. Noi della spedizione dispersi nell’onda dei sopravvenienti, porteremo con noi le memorie di venticinque giorni vissuti come nella solitudine, faticando, combattendo e credendo. »

(Da Quarto al Faro libro di Giuseppe Cesare Abba (pag. 199)[162])
Sbarchi garibaldini in Sicilia nel 1860

Così Giuseppe Cesare Abba, dopo lo sbarco di Marsala, descrive l’arrivo della prima delle altre spedizioni garibaldine costituita dal Medici con circa 2.500 garibaldini, a questa seguiranno altre spedizioni descritte con dettaglio dallo storico britannico George Macaulay Trevelyan, nella sua opera Garibaldi e la formazione dell’Italia[163]. La prima parte della Spedizione Medici, composta di due navi, l'Utile e il Charles and Jane, con a bordo circa 930 volontari venne catturata dalla marina borbonica. (vedere: La cattura del gruppo Corte).
Le partenze delle successive spedizioni garibaldine avvennero quasi tutte dal porto di Genova e due da Livorno nel periodo dal 24 maggio 1860 fino al 20 agosto 1860, quando le partenze dal porto di Genova cessarono per poi riprendere con un’ultima spedizione dal porto di Livorno avvenuta tra il 1 al 3 settembre (spedizione Nicotera), complessivamente partirono più di venti spedizioni navali, riepilogate nell’appendice B dell’opera, per un totale di circa 21.000 volontari oltre ai primi 1.000, in calce il Trevelyan specifica che alla fine di agosto 1860 le partenze dal nord vennero sospese dal Cavour, che intendeva invadere lo Stato Pontificio e il territorio del Regno delle due Sicilie.[164] Al termine dell’appendice B[165] lo storico britannico Trevelyan descrive anche le partenze di spedizioni navali con materiali e armi destinati a rifornire l’armata garibaldina, a mezzo delle navi: Queen of England (chiamata anche Anita -[166]), Independence, Ferret, Badger, Weasel e le altre navi Spedizione e Colonnello Sacchi, mentre nell’appendice C vengono illustrate le altre organizzazioni che aiutarono, anche finanziariamente, l’impresa garibaldina, come la Società nazionale italiana, il Fondo per il milione di fucili, i Comitati organizzati da Agostino Bertani, nonché le altre fonti di finanziamento provenienti da quanto l’impresa garibaldina raccoglieva confiscando nei territori occupati i valori della zecca di Palermo.[167].
Le fonti del prospetto delle spedizioni garibaldine sintetizzato dallo storico Trevelyan è desunto principalmente dai diari e carteggi di Bertani, che annotava le partenze e Türr, che registrava anche gli arrivi nel Sud delle spedizioni[168] e altre fonti citate.

Le rivolte contadine[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fatti di Bronte.

Durante l'estate del 1860, in alcuni centri della Sicilia nord-orientale, prima dell'arrivo dei garibaldini che avanzavano sulle tre direttrici verso Messina e verso Catania, scoppiarono violente rivolte contadine, non contro eventuali guarnigioni militari ma contro i rappresentanti dei ceti dominanti. I braccianti esasperati da condizioni di vita disperate e nutrendo aspettative di riscatto e giustizia sociale per la notizia dell'imminente arrivo dei garibaldini assaltarono i nobili locali, causando fatti di sangue molto brutali.

Il 17 maggio 1860, Alcara li Fusi fu interessata da una rivolta che anticipò le altre, localizzate principalmente sui Nebrodi e dintorni. I contadini assaltarono il "casino dei nobili" trucidando con falci e coltelli numerose persone tra cui un bambino. I garibaldini della colonna Medici, sopraggiunti dopo alcune settimane di anarchia, imprigionarono alcuni dei rivoltosi che, dopo un rapido processo, furono giustiziati.[169]

Il 2 agosto a Bronte il malcontento popolare causò la più conosciuta tra queste insurrezioni. Vennero appiccate le fiamme a decine di case e edifici pubblici e furono trucidati sedici fra nobili, ufficiali e civili, prima che la rivolta si placasse. Bixio intervenne con un reparto di garibaldini e, con un processo lampo, fece fucilare cinque rivoltosi il 10 agosto. Altre analoghe rivolte si svolsero con modalità analoghe a Caronia e Francavilla.

In relazione ai problemi dei lavoratori e con l’intento di conciliare libertà e rivoluzione, Garibaldi emanò un decreto che stabiliva un compenso per i volontari consistente in una quota delle terre demaniali comunali dei numerosi e vasti latifondi posseduti dalle comunità e da tempo immemorabile lasciati ad uso di boschi o di pascoli, terre che spesso versavano in condizioni di abbandono e di deplorevole incuria e improduttive.
Negli ultimi anni del regno borbonico erano stati fatti piani e progetti per dividere tra i cittadini quelle proprietà, ma sempre senza successo, anche per l'avversione del governo alle novità, oltre che per i pregiudizi popolari e le tristi condizioni dell'Isola, fatti questi ultimi che concorrevano a rendere inefficaci i progetti di riforma.
Anche Carlo Afan de Rivera, importante funzionario dell'amministrazione borbonica, con le sue "Considerazioni su i mezzi da restituire il valore proprio ai doni che la natura ha largamente conceduto al Regno delle Due Sicilie", descrive la situazione arretrata dell'agricoltura nel Sud preunitario.[170]

Decreto di Garibaldi[171]
G. Garibaldi, in nome di S. M. Vittorio Emanuele, Dittatore in Sicilia.
DECRETA:

Art. 1. Sopra le terre dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota certa senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la patria. In caso di morte del milite, questo diritto apparterrà al suo erede.
Art. 2. La quota di cui è parola nell'articolo precedente, sarà uguale a quella che verrà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti, e le cui quote saranno sorteggiate. Tuttavia, se le terre di un Comune siano tanto estese da sorpassare i bisogni della popolazione, i militi o i loro eredi otterranno una quota doppia a quella degli altri condividendi.
Art. 3. Qualora i Comuni non abbiano demanio proprio, vi sarà supplito con le terre appartenenti al demanio dello Stato o della Corona.
Art. 4. ll segretario di Stato sarà incaricato della esecuzione del presente decreto.

Palermo, 2 giugno 1860.
Il Dittatore Firm. G. GARIBALDI.

Il segretario di Stato Firm. FRANCESCO CRISPI.

La battaglia di Milazzo e la caduta di Messina[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Milazzo (1860).
Milazzo - scontri sul fianco sinistro

Qui il 20 luglio le truppe borboniche vennero sconfitte nella battaglia di Milazzo, a cui partecipò lo stesso Garibaldi, giunto da Palermo con 1.200 volontari[172] a bordo del vecchio vapore a pala scozzese “City of Aberdeen”, già utilizzato per portare in Sicilia la Spedizione Strambio, partita da Genova il 10-11 luglio con 900 volontari.[173] Il vapore “City of Aberdeen” era stato noleggiato grazie alle sottoscrizioni raccolte in Scozia, dove Garibaldi era molto popolare, in quanto considerato il Wallace italiano.[174],[175]

I garibaldini guidati da Medici giunsero a Messina il 27 luglio, quando già una parte delle truppe borboniche aveva lasciato la città.[176] Il giorno seguente, giunse Garibaldi. Con la città in mano ai Mille, il generale Tommaso Clary, comandante dei borbonici, e Medici sottoscrissero una convenzione, che prevedeva l'abbandono di Messina da parte delle milizie borboniche, a patto che non venisse arrecato alcun danno alla città e che il loro imbarco verso Napoli non fosse molestato.[176] Garibaldi aveva ottenuto così campo libero, e i soldati borbonici si reimbarcarono verso il continente. Il 28 luglio capitolarono anche le fortezze di Siracusa e Augusta, controllate dalla 2ª Brigata della 1ª Divisione garibaldina stanziata a Taormina. Così veniva completata la conquista dell'isola.

A difesa della Real Cittadella di Messina affacciata sul porto, rimase solo una guarnigione borbonica di circa 4.000 soldati[177], ultimo baluardo siciliano del Regno borbonico che non tenterà alcun'azione bellica, ma che si arrenderà il 13 marzo 1861 con la resa delle truppe del generale Fregola al contingente piemontese del generale Cialdini.

« Splenda nella memoria dei secoli - l'epopea del 27 maggio 1860 - preparata da cuori siciliani - scritta col miglior sangue d'Italia - dalla spada prodigiosa - di Garibaldi. - Riecheggi nella coscienza dei popoli - il tuo ruggito, o Palermo - sfida magnanima - a tutte le perfide signorie - auspicio di liberazione a tutti gli oppressi del mondo »

(Mario Rapisardi per il monumento dei Mille a Palermo.)

Con la conclusione della campagna di Sicilia a Messina, mentre si preparava lo sbarco in Calabria, molti volontari siciliani lasciarono le forze garibaldine facendo ritorno alle loro case, a seguire Garibaldi fino al Volturno rimasero il cosiddetto “battaglione inglese” composto di seicento volontari siciliani guidati dal colonnello Dunne, ottocento “Cacciatori dell’Etna” e la brigata siciliana guidata da La Masa, Corrao e La Porta.[178]

Operazioni sul continente[modifica | modifica wikitesto]

Dipinto che raffigura lo sbarco dei Mille a Palmi, il 22 agosto 1860
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarco a Melito, Insurrezione lucana e Battaglia di Piazza Duomo.

Con la neutralizzazione di Messina, Garibaldi cominciò i preparativi per il passaggio sul continente, nominando Agostino Depretis prodittatore, per governare la Sicilia.

Cavour esercitava fortissime pressioni per procedere subito ai plebisciti in Sicilia, preoccupato che la benevola neutralità di Francia e Inghilterra potesse rovesciarsi, inficiando le conquiste compiute. Più aggressivo si dimostrava, sicuramente, Vittorio Emanuele II, il quale incoraggiava il generale a passi decisi.

Il 13 agosto Luigi di Borbone, zio di Francesco II e comandante della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, propose in una seduta del Consiglio di Stato di Napoli assieme al principe d'Ischitella, di riunire la flotta napoletana e attaccare il porto di Messina per distruggervi le navi di Garibaldi, questa proposta fu respinta violentemente in consiglio, con grandi discussioni, Luigi di Borbone abbandonò la sala e venne pesantemente accusato di personali ambizioni e ne venne chiesto l'esilio. Sospettato di volersi fare un partito e di aspirare ad un vicariato generale, sul tipo di quello di Luigi Filippo, Luigi di Borbone ricevette lo stesso giorno l'ordine di esilio scritto da Francesco II che gli nego' la possibilità di un colloquio e dovette abbandonare il regno[179].

La notte fra il 13 e 14 agosto i garibaldini, salpando da Palermo con la pirofregata Tukery tentarono la cattura del pirovascello borbonico Monarca ormeggiata nella baia di Castellammare di Stabia, l'attacco fallì grazie alla pronta risposta del comandante Guglielmo Acton che venne lievemente ferito. Tuttavia l'attacco mise in allarme le truppe borboniche e Ritucci, comandante della piazza e provincia di Napoli, ne proclamò lo stato d'assedio.

Volontari calabresi di Stocco pronti a bloccare le truppe borboniche
Battaglia del Volturno - combattimento di Porta Romana, verso Santa Maria Maggiore

Sbarco sul continente[modifica | modifica wikitesto]

Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio, Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo, con lo sbarco a Melito (30 chilometri da Reggio), il 19 agosto, sulla spiaggia ionica, e il 22 agosto su quella tirrenica di Palmi. Già dai primi di Agosto i comitati insurrezionali controllavano la provincia di Cosenza, dove Garibaldi aveva inviato nelle loro terre Plutino, Stocco, Pace per preparare la via, mentre aveva inviato il Mignona in Basilicata.[180]

Il generale Giuseppe Ghio era rimasto chiuso tra i volontari calabresi a nord e Garibaldi che avanzava da sud[181] e che disponeva ormai di circa ventimila volontari, in Calabria i borbonici non seppero offrire una dignitosa resistenza: interi reparti dell'esercito borbonico si disperdevano o passavano al nemico. Il 30 agosto, a Soveria Mannelli, il giovane Eugenio Tano e il prete Ferdinando Bianchi con un'azione diplomatica ottennero la resa senza combattere dell'intero corpo di diecimila uomini, comandato dal generale Giuseppe Ghio, all'arrivo della colonna di garibaldini guidata da Francesco Stocco[182].

Il giorno seguente Garibaldi spedì un telegramma esaltando il successo:

« Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella »

(La fine di un regno, Raffaele De Cesare, cap. XVII[183])

A Napoli il 25 agosto venne diffusa la stampa di una lettera scritta da Leopoldo di Borbone, zio di Francesco II, con la quale chiedeva al sovrano di seguire il nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma che, all'irrompere della guerra civile, sciolse i sudditi dalla obbedienza e li fece arbitri dei proprii destini. Il 31 agosto Leopoldo si imbarcò sulla fregata sarda Costituzione, messagli a disposizione da Persano, alla volta del Piemonte[184].

Sempre in agosto, il giorno 16 a Corleto Perticara iniziava la rivolta in Basilicata che in pochi giorni portò alla formazione di un governo proto-dittatoriale guidato da Nicola Mignona e Giacinto Albini.

Il 2 settembre Garibaldi e i suoi uomini entrarono in Basilicata (la prima regione della parte continentale del regno a insorgere contro i Borboni),[185] precisamente a Rotonda. Il suo passaggio in terra lucana si concluse senza problemi, poiché fu instaurato il governo prodittatoriale ben prima del suo arrivo (19 agosto), grazie all'apporto di Giacinto Albini e Pietro Lacava, autori dell'insurrezione lucana in favore dell'unità nazionale. Il giorno seguente, Garibaldi attraversò in barca la costa di Maratea e presso Lagonegro raccolse gli uomini lucani che lo seguirono fino alla Battaglia del Volturno (tra questi vi fu Carmine Crocco, in seguito famoso brigante post-unitario).[186] Il medesimo giorno Pianell, ministro della Guerra di Francesco II presentò le sue dimissioni, che non ritirò nonostante il re l'invitasse a rimanere in carica. Il suo gesto fu seguito da altri ministri il giorno seguente.

Rimasto senza governo e abbandonato dagli uomini della corte, Francesco II, con Garibaldi che proseguiva senza ostacoli la sua avanzata verso Napoli, il 5 settembre prese la decisione di rinunciare alla difesa della capitale e di rifugiarsi a Gaeta. Il 6 settembre Garibaldi incontrò Albini ad Auletta e nominò il patriota Governatore della Basilicata. La notte dello stesso giorno dormì a Eboli nella casa di Francesco La Francesca e poi partì per Napoli.

Aspirazioni al trono di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Napoli - Palazzo Reale - il trono

L'avanzata di Garibaldi e le debolezze del regno borbonico misero alla luce alcune manovre attorno al trono di quel regno.

Il 29 giugno H. di Lazen, segretario dell'infante Giovanni di Borbone, consegnò, una lettera all'ambasciatore piemontese a Londra, in cui riportando la volontà dell'infante, deprecava l'intervento del governo spagnolo «nelle cose d'Italia» e nello specifico «trattando in singolare maniera la questione dei diritti eventuali de' Borboni di Spagna al trono delle Due Sicilie» puntualizzava che: «Anche nel caso, in cui tutti i Borboni di Napoli venissero a mancare, i diritti della corona sarebbero riversibili nella persona del principe D. Giovanni e non mai nella persona d'Isabella di Borbone– S. A. mi ordina di dirvi ch'egli non vuole punto immischiarsi nelle questioni d'Italia […] S. A. è oggi, inoltre, decisa a farne la rinuncia, se così conviene all'ordine e alla tranquillità dell'Europa. Il Principe desidera che voi abbiate la bontà di far conoscere la sua risoluzione al Governo del Re»[187].

Un gruppo di napoletani si recò a Parigi da Luciano Murat per offrirgli la corona di Napoli, a cui rispose il 19 agosto con una lettera il cui contenuto venne diffuso, nella quale scrisse: «Quando la rivoluzione agita un popolo, la sola volontà popolare, liberamente espressa, può spegnere le discordie e le incertezze, […] Nello stato presente delle cose, giova all'Italia che venga stabilito in Napoli, più presto che si può, il Governo costituzionale, acciocchè sia assicurata la libertà e cansato il pericolo dell'anarchia o di un'invasione. […] Sacrifico adunque ogni mio privato interesse, […] ripetendo […] che l'Italia, a parer mio, ritroverà in una confederazione l'antica sua potenza e il prisco splendore.»

Queste sue affermazioni vennero interpretate come una decisa rinuncia al trono di Napoli in un commento del Moniteur, per cui il 4 settembre con una lettera al giornale puntualizzò: «ho voluto dire, se, fuori di ogni influsso straniero, il suffragio universale si manifestasse in mio favore, il voto delle popolazioni non sarebbe senza dubbio meno rispettato per Napoli, di quel che lo fu per le altre parti d'Italia»[188].

Le ambizioni dei murattiani[modifica | modifica wikitesto]
Luciano Murat

La “Storia documentata della diplomazia Europea” riporta, che già dall’epoca della Guerra di Crimea erano presenti progetti segreti francesi per riportare sul trono di Napoli la dinastia dei Murat e il consiglio dato allora dall’imperatore Napoleone III era di aspettare una guerra dell’Italia contro l’Austria.[189]
Secondo Nicola Nisco i timori di un risveglio del murattismo, che ambiva alla restaurazione di casa Murat nel sud, avevano indotto i mazziniani napoletani Giuseppe Fanelli e Nicola Dragone ad organizzare la spedizione di Pisacane, per anticipare un analogo tentativo di sbarco insurrezionale, che i murattiani stavano preparando a Marsiglia. Anche in caso di insuccesso il tentativo di Pisacane avrebbe comunque impedito o reso molto difficile l’attuazione di un secondo tentativo murattiano di prendere il potere nel sud.[190]
Il progetto murattiano si ispirava al trattato di Aix in Savoia, alla redazione del quale presero parte Pietro Leopardi e Antonio Scialoja, con il Saliceti e il generale Talabot, questi ultimi due in rappresentanza di Luciano Murat. Il trattato di Aix prevedeva la creazione di una confederazione italiana di due regni, uno del nord e un altro del sud, mentre il papato restava indipendente, progetto che preoccupava i sostenitori dell’unità nazionale, in particolare i repubblicani.[191]
In un articolo del giornale torinese “Il Mondo Illustrato” dell’8 settembre 1860 si afferma che le pretese sul trono di Napoli dei discendenti di casa Murat erano state ufficialmente sconfessate dal governo francese e che tale dichiarazione aveva comunque prodotto un effetto negativo sull’opinione pubblica, l’articolo scriveva che, nonostante tali dichiarazioni, il principe Murat si atteggiava a pretendente e che i suoi collaboratori erano anche più espliciti.[192]

Il progettato colpo di stato contro Francesco II[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il De Cesare non vi sarebbero prove storiche certe di una cospirazione contro Francesco II da parte del conte dell’Aquila per divenire reggente e poi re, anche se effettivamente vennero sequestrate alcune casse di armi e di abiti confezionati con scritte e indirizzati al Conte, che facevano pensare ad una cospirazione.[193]

Il conte dell'Aquila

Secondo l’opera di Nicola Nisco, già detenuto politico ed esiliato dal Regno delle Due Sicilie, rientrato dall'esilio nel periodo dei fatti,[194] il conte dell’Aquila, durante il regno del fratello Ferdinando II aveva contribuito a rafforzare il dispotismo, ma la prospettiva di diventare reggente del nipote, da lui definito “poco capace”[195], lo aveva indirizzato in favore di cambiamenti liberali e difensore dei liberali perseguitati dall’Aiossa[196], già capo della polizia e per attuare il suo piano ispirava continuamente paura al sovrano suo nipote, pensando al tempo stesso a crearsi un nucleo di sostenitori liberali e tramite la consorte di un esiliato, la principessa della Rocca, intavolò trattative col generale Girolamo Ulloa, già difensore di Venezia, organizzatore e comandante dell’esercito toscano, nonché oppositore di Garibaldi, che, anche per torti subiti dal partito unitario, aveva deciso di schierarsi in difesa del Regno delle Due Sicilie.
Era stato richiamato in servizio un ufficiale, che era stato amico di Manin, Guglielmo Pepe, difensore della causa italiana a Parigi ed escluso dall’amnistia, che accettava e arrivato da Firenze si metteva agli ordini del principe Luigi al quale prospettava un piano per sconfiggere Garibaldi con un corpo di 30.000 soldati. La condizione posta da Ulloa era la sostituzione del sostenitore della legalità, il ministro Spinelli, con il principe di Ischitella.
Francesco II era indeciso sul da farsi, ma la sconfitta di Milazzo e l’imminente superamento dello Stretto di Messina da parte di Garibaldi lo avevano indotto ad affidare il comando dell’Esercito delle Calabrie all’Ulloa col grado di tenente generale, che aveva predisposto la nuova forza da impiegare, ma al suo arrivo a Napoli il colonnello Bosco, famoso per Milazzo, protestò vigorosamente per la nomina dell’Ulloa e il debole re mutò ancora di opinione nominando Vial al posto dell’Ulloa.
La decisione di Francesco II fu male accolta sia dal generale Ulloa, che dal principe Luigi, conte dell’Aquila, che iniziarono a cospirare per preparare un vero e proprio colpo di stato, ottenendo la cooperazione del principe di Ischitella, di alcuni generali, dello stesso colonnello Bosco e di Pietro Ulloa, giureconsulto e fratello di Girolamo per costituire un nuovo ministero, che nel suo programma prevedeva la sospensione della Costituzione appena approvata, della libertà di stampa e di associazione e della Guardia Nazionale, la proclamazione dello stato di assedio, l’espulsione di tutti gli stranieri e di tutti i sostenitori dell’unità più in vista, nonché l’arresto immediato del ministro Liborio Romano, da esiliare come re Ferdinando II aveva fatto con Intonti e Del Carretto.

Liborio Romano

Il piano avrebbe dovuto essere segretissimo e per attuarlo il 12 agosto Luigi, conte dell’Aquila, si recò da Francesco II prospettandogli la assoluta necessità di farsi nominare reggente e attuare il programma repressivo per evitare pericoli e congiure, ottenendo dal giovane sovrano l’approvazione e la promessa che il giorno successivo i decreti sarebbero stati firmati.
La macchinazione per ordire il colpo di stato non era però sfuggita all’astuto ministro Liborio Romano, il quale avvisato della sua imminente attuazione, forse dal siciliano Guarnaschelli, si recò immediatamente dal re al quale illustrò la congiura in atto nei suoi confronti, così ancora una volta Francesco II mutava di opinione e concedeva al Romano l’autorizzazione a procedere nei confronti del Conte dell’Aquila, che la notte stessa veniva arrestato dall’ammiraglio Palumbo e da una squadra fidata di polizia, che lo imbarcava su una nave diretta a Londra in esilio, salpando per Marsiglia sulla goletta “Menai", anche se ufficialmente il giornale riportava la notizia di una missione governativa.

Gli appelli di salvezza per le vie di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Nella stessa notte della supposta cospirazione contro FrancEsco II veniva affisso per tutta Napoli un manifesto di:

« Appello di salvezza del popolo napoletano al suo re Francesco II »

« Salvate il vostro popolo; noi ve lo chiediamo in nome della religione che vi ha consacrato re, in nome delle leggi ereditarie che vi hanno dato lo scettro dei vostri antenati, in nome del diritto e della giustizia che vi fanno un dovere di vigilare continuamente alla nostra salvezza, e s'è d'uopo di morire per salvare il vostro popolo. »

(Storia del reame di Napoli - Libro terzo di Nicola Nisco - pagg. 99-100)

Dopo questa invocazione si passava alle accuse contro i ministri, contro gli esuli rimpatriati, contro l’intera polizia, concliudendo con le parole:

« La vostra armata è devota al pari che prode; sguainate la spada, e salvate dai tristi la patria. »

All'espulsione dal regno del conte dell’Aquila seguiva nello stesso giorno l'ordinanza del generale Ritucci, che metteva Napoli nello stato di assedio e Giacomo De Martino proponeva di arrestare Carlo Mezzacapo, che era maggiore generale nell’esercito piemontese, Silvio Spaventa, Mariano d'Ayala, Filippo Agresti e Nicola Nisco, esiliare la duchessa di Mignano moglie del generale Nunziante e l’immediata espulsione dal regno del generale Ribotti, di Giuseppe Finzi e di Emilio Visconti Venosta.

Tali richieste vennero però respinte dallo Spinelli, che minacciava le dimissioni da Presidente del Consiglio in caso di ritorno al sistema repressivo precedente, acconsentendo però all’applicazione dello stato d’assedio nella misura necessaria.

Anche il Conte di Trapani fu sospettato di un tentativo di reazione, a seguito della affissione dei manifesti di “Appello di salvezza pubblica”, affissi in alcune zone di Napoli nella notte del 29 agosto 1860 e dei quali vennero trovate circa 2.000 copie a casa di un legittimista francese di nome Saucliéres, che verrà arrestato e processato, anche se non emergeranno ulteriori prove a carico del Conte.[197]

Francesco II e la Costituzione[modifica | modifica wikitesto]

Francesco II e Maria Sofia

« Questo giovine autocrata ha obbedito in tutta sua vita, prima a suo padre e a sua matrigna, che l’hanno educato in ritiro impenetrabile, caserma ad un tempo e convento. Poi, dal suo avvenimento, alla camarilla, che lo teneva nell’immobilità dell’ultimo regno. Più tardi, al machiavellismo a doppio viso del generale Filangieri, l’uomo che più ha tolto di considerazione, e risospinta questa monarchia già vacillante. E poi per soprassello[198] a quella camarilla, che ha posto in sua mano la polizia, e posto al potere Aiossa, Maniscalco, i due uomini fatali che han portato, l’uno a Napoli, e l’altro a Palermo, gli ultimi colpi di scure al trono abbandonato dei Borboni. Quando Garibaldi è venuto, la demolizione era già fatta. »

(Garibaldi – Rivoluzione delle Due Sicilie – Marco Monnier, pag. 329,[199])

La sensazione generale che il crollo della dinastia borbonica fosse ormai inevitabile, si era presto delineata dopo le sconfitte in Sicilia, già dopo la presa di Palermo, la proclamazione della Costituzione, l’adozione del tricolore e la libertà di stampa avevano fermato la repressione dei dissidenti politici e la stessa polizia, diretta dall’abile Liborio Romano era praticamente divenuta un modo per favorire il liberalismo, al punto che il Persano scriveva a Cavour, che Liborio Romano stava di fatto agevolando la causa dell’unificazione nazionale nei limiti consentiti dalla sua funzione.[200]

La concessione della Costituzione a Napoli

La concessione della Costituzione aveva portato a Francesco II solo il consenso apparente della Francia e di pochi altri sudditi, ma non seguì alcuna applicazione pratica di governo costituzionale, in quanto il precedente comportamento della dinastia borbonica faceva temere che, in caso di iscrizione a liste elettorali, si potesse poi successivamente essere perseguiti in caso di revoca o di non applicazione delle norme costituzionali concesse, come già avvenuto in passato nel 1820 e 1848.

Mentre Garibaldi si trovava ancora in Sicilia, Cavour scriveva al Persano di non agevolare Garibaldi per il superamento dello stretto, in quanto lo stesso Cavour stava mettendo in atto tentativi per rovesciare il potere borbonico ancora presente a Napoli.

Dopo gli inutili tentativi di rovesciare il potere del re di Napoli, Cavour si convinse che l’avanzata Garibaldina era l’unico modo per provocare la definitiva caduta della dinastia borbonica e, dopo il superamento dello Stretto di Messina da parte delle forze di Garibaldi, permesso anche dalla revoca del blocco navale da parte dell’Inghilterra[201], Cavour cambiò atteggiamento, facendo sbarcare e distribuire armi a Salerno, per agevolare la marcia di Garibaldi verso Napoli comunicando al suo ambasciatore a Napoli, il Villamarina, di agevolare Garibaldi, mantenendo il controllo delle fortezze e delle navi.

L’ostilità nei confronti della Costituzione e dell’adozione del tricolore come nuova bandiera, avevano indotto la nobiltà reazionaria di Napoli, i contadini nel nord del regno e buona parte dell’esercito a rimanere fedeli al re, nonostante la situazione.

Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti Venosta, Nisco, Mariano D'Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti, d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona.

La dinastia era però ormai prossima alla fine e tale convinzione aveva indotto Liborio Romano, oltre che per prestigio, ad accettare la carica di ministro dell’interno nel mese di luglio e a non forzare per le dimissioni del re, impegnandosi per evitare che il crollo dinastico potesse coinvolgere anche la città di Napoli, dove in caso di vuoto di potere potevano verificarsi situazioni pericolose, a causa della forte presenza criminale e della camorra, che in mancanza di un ordine costituito potevano agire senza freno, con l’ulteriore possibilità di scontro tra l’Esercito Reale e la Guardia Nazionale, con conseguenze imprevedibili e nefaste.

Gli ultimi giorni di Francesco II a Napoli[modifica | modifica wikitesto]

L’ultimo periodo di permanenza di Francesco II a Napoli era stato contrassegnato da un clima cospirativo nei suoi confronti, quando verso la metà di agosto suo zio il Conte dell’Aquila era stato esiliato, perché sospettato di mirare alla nomina come reggente per sostituirsi al re.

Francesco II non aveva più fiducia nei suoi ministri, anche se all’apparenza a lui leali e neppure si fidava del già prefetto di polizia e poi ministro dell’interno dal monarca stesso nominato, il liberale Liborio Romano, del quale però non poteva però fare a meno, perché controllava efficacemente la polizia, la Guardia Nazionale e teneva a freno l’organizzazione camorristica, il 20 agosto fu infatti lo stesso Romano che suggerì al re di allontanarsi da Napoli “temporaneamente”, presentandogli un “memorandum” nel quale si evidenziava:

« … risparmiare al paese gli orrori della Guerra civile, - visto – che ogni ritorno, ogni scambio di fiducia tra popolo e principe – era ormai – non solo difficile ma impossibile. »

Pochi giorni dopo un altro zio del re, il Conte di Siracusa, aveva pubblicamente invitato il giovane sovrano di Napoli a lasciare il trono per il bene dell’unità d’Italia, fatto che scosse ulteriormente il prestigio di Francesco II, generando l’impressione che la dinastia fosse compromessa in modo irreversibile.
La richiesta del re per finanziare un attacco a Garibaldi era stata rifiutata dal Direttore delle Finanze Carlo De Cesare, adducendo formali problemi di prelievo anticipato prima della disponibilità delle somme secondo le scadenze previste e dell'intangibilità dei depositi privati, il Direttore fu molto fermo e pronto a dimettersi[202].

I militari e i ministri davano consigli contraddittori, denigrandosi gli uni con gli altri, lo spirito di corpo si era affievolito nei capi più che nella truppa, diversi ministri erano dimissionari ed era difficile sostituirli, il re non aveva quasi più fiducia di nessuno, incerto se avanzare per affrontare Garibaldi, resistere a Napoli o ritirarsi verso nord[203]. L'anziano Raffaele Carrascosa disse al re molto chiaramente e profeticamente:

« Se vostra maestà mette il piede fuori di Napoli, non vi tornerà più. »

(La fine di un Regno - Raffaele De Cesare - pag. 367)

L’altra possibilità di Francesco II era di mettersi alla testa dell’esercito borbonico e con la sua presenza di monarca infondere coraggio all’esercito demoralizzato, per fronteggiare Garibaldi avanzante da Salerno, ma tale soluzione appariva rischiosa, infatti già dalla metà di agosto gli agenti cavourriani tentavano di provocare una sollevazione a Napoli, che, se avvenuta mentre Francesco II affrontava Garibaldi a Salerno, poteva provocare una sconfitta definitiva, mentre nella zona tra le fortezze di Gaeta e Capua, con la flotta lì vicino, il più che dimezzato esercito borbonico poteva teoricamente resistere a lungo.

I timori che la precaria condizione della dinastia potesse generare gravissimi disordini a Napoli, erano condivisi da molti notabili, che pregavano Liborio Romano di continuare a rimanere ufficialmente in carica come rappresentante della monarchia e mantenere l’ordine almeno fino all’instaurazione di un nuovo stabile governo.

Francesco II lascia Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 settembre il re comunicò al ministro Spinelli la decisione di lasciare Napoli per trincerarsi tra Capua e Gaeta, lasciata la reggia in compagnia della regina, in Via Chiaja i reali videro una scala appoggiata sul muro della farmacia reale, si trattava di alcuni operai che staccavano dall'insegna i gigli borbonici.

Tornato alla reggia salutò i capi battaglione della guardia Nazionale, il loro comandante Roberto de Sauget e il sindaco, ai quali disse anche:

« il vostro ... e nostro don Peppino è alle porte »

(La fine di un Regno - Raffaele De Cesare - pag. 368)

pronunciando un discorso dal quale traspariva commozione e difficoltà a trovare le parole.

Prima di lasciare Napoli Francesco II fece affiggere manifesti dove spiegava il suo comportamento, augurandosi di tornare presto, alle quattro del pomeriggio convocò e salutò i suoi ministri, che non desideravano seguirlo a Gaeta, quindi in uno stato di apparente buon umore si rivolse a Liborio Romano in tono semi-serio pronunciando la frase “Don Libò, guardat’u cuollo! ”, alla quale espressione Liborio Romano impassibile rispose che avrebbe fatto di tutto per farlo rimanere sul busto il più a lungo possibile.

Francesco II lascia il palazzo reale a Napoli

Non sentendosi più sicuro nella capitale, il 6 settembre re Francesco II lascia Napoli per recarsi con la consorte a Gaeta, dove già si trovava il resto della famiglia reale, trincerando le sue forze tra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, una zona protetta dove poteva difendersi e tentare un'azione di attacco. Tale soluzione gli era stata probabilmente suggerita dai suoi consiglieri segreti ultra-realisti, presumibilmente su consiglio dell'Austria e di Lamoricière, decisione che il re forse aveva già preso in precedenza, senza però averla rivelata ai suoi ministri nei quali la fiducia era ormai venuta meno.

Alla partenza del sovrano si notava l’assenza di molti titolati e ufficiali, che in altri tempi affollavano la corte, quindi in compagnia del fedele capitano Criscuolo il re e la regina si imbarcarono sul Messaggero, una piccola nave, che dopo la sua partenza lanciò inutilmente il segnale per farsi seguire dalle altre navi della marina borbonica, che rimase ancorata nel porto di Napoli, ad eccezione di tre navi, i due piccoli vascelli "Delfino", "Saetta" e la fregata Partenope, che seguirono la nave con al bordo il re di Napoli, accompagnata per un breve tratto anche da alcune navi della marina spagnola. La notizia della partenza del re si era comunque già diffusa in precedenza, alla vista di molti carri carichi di bagagli, che sotto scorta si dirigevano verso Capua. Tra le motivazioni della mancata partenza della flotta per seguire il re viene menzionato anche il timore che la flotta potesse essere ceduta all’Austria.[204]

Le successive ventiquattro ore di vuoto di potere trascorsero senza particolari difficoltà, Liborio Romano era riuscito ad evitare problemi e inviò un telegramma in risposta a Garibaldi, che chiedeva di entrare a Napoli subito dopo l’arrivo del comandante della Guardia nazionale.

« All’invittissimo Generale Garibaldi, Dittatore delle Due Sicilie – Liborio Romano, Ministro dell’Interno e Polizia.  »

« Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla come il redentore d’Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e i propri destini …. M’attendo gli ulteriori ordini suoi, e sono con illimitato rispetto, di Lei, Dittatore invittissimo.  »

Liborio Romano

L'ingresso a Napoli di Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Liborio Romano riceve Garibaldi alla stazione di Napoli
Garibaldi per le strade di Napoli
dietro con la bandiera l'artista Salazaro

Dopo l’abbandono di Napoli da parte di Francesco II e della sua famiglia, a bordo del vapore Messaggero, nel tentativo di riorganizzare il suo l'esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno, nonostante la presenza dei mercenari borbonico-bavaresi nel tragitto da percorrere verso Napoli e il grosso delle forze garibaldine a 48 ore di distanza, alle 9,30 del 7 settembre Garibaldi e il suo gruppo partono da Salerno, salutati con entusiasmo frenetico dalla folla.
A Vietri Garibaldi, i suoi collaboratori e un gruppo di circa venti militi della Guardia Nazionale di Salerno salgono a bordo di un treno speciale, salutato nel suo percorso dalla folla acclamante, mentre il treno dei mercenari bavaresi veniva deviato all’altezza di Nocera per dare la precedenza a quello con a bordo Garibaldi.[205]
Garibaldi decise di fare il suo ingresso a Napoli accompagnato da un numero limitato di garibaldini, per non apparire un conquistatore, bensì un liberatore protetto dallo stesso popolo. Al treno si aggrapparono quante più persone era possibile e all’altezza di Torre Annunziata il treno dovette procedere lentamente, per non travolgere le ali di folla festante di decine di migliaia di abitanti locali, che cercavano di vedere e toccare Garibaldi.
Dopo Portici il treno di Garibaldi venne fermato da un ufficiale navale, che saliva a forza a bordo della carrozza per avvertire Garibaldi, che ad attenderlo alla stazione c’erano i cannoni, Garibaldi rispose che non se ne curava, quando ad attenderlo c’era una folla così, interrogato dalla Guardia Nazionale il giovane ufficiale intendeva i cannoni del Forte Carmine, che era già stato considerato di evitare.

Al suo arrivo, verso le ore 13,30, alla stazione di Napoli inizialmente c’era un numero modesto di cittadini ad accoglierlo, in precedenza il Conte Ricciardi girava in carrozza con il tricolore gridando per le strade di andare ad accogliere Garibaldi e presto la notizia si diffuse in tutta la capitale, prima ancora che Liborio Romano terminasse il suo discorso di benvenuto, per le strade si radunò una folla immensa e a stento Garibaldi riuscì a salire su una carrozza con Bertani, Zasio, Nullo, Gusmaroli[206], Manci e Stagnetti[207], mentre Cosenz e Missori seguivano a cavallo, dietro alla carrozza si aggrappò un artista napoletano di nome Salazaro, che teneva in alto un tricolore con il cavallo di Napoli da un lato e il leone di Venezia dall’altro, mentre Liborio Romano sospinto dalla massa dei cittadini non riusciva a salire sulla carrozza, per essere a fianco del liberatore.[208]

Garibaldi parla dal Palazzo del Forestiero

Sotto la enorme pressione del popolo napoletano, all’altezza dell’attuale Corso Garibaldi, il corteo fu deviato verso sinistra, finendo per trovarsi proprio di fronte al Forte Carmine, che erano stati avvisati di evitare e che aveva i cannoni carichi e puntati, lì Garibaldi si fermò in piedi a guardare i soldati, che non aprirono il fuoco, poi continuando la sua marcia trionfale, alla quale assisteva buona parte dei cittadini della capitale, Garibaldi si levava in piedi per salutare, visibilmente emozionato, come faceva notare Zasio, che si trovava nella stessa carrozza.

Dopo essere passati di fronte a Castel Nuovo, dove i soldati borbonici ancora una volta si astennero dal fare fuoco, il corteo di Garibaldi giunse alla Foresteria, annessa al Palazzo per gli intrattenimenti degli ospiti di corte, che era pure presidiato da un reggimento di truppe borboniche, dalle finestre della Foresteria Garibaldi pronunciò il suo discorso alla folla, udito anche dai vicini soldati borbonici, nel quale era chiaro che pensava all’unificazione quanto alla liberazione di Napoli.

« Voi avete il diritto di esultare in questo giorno, che è l’inizio di una nuova epoca non solo per voi, ma per tutta l’Italia, della quale Napoli forma la parte migliore, è veramente un giorno glorioso e santo, nel quale il popolo passa dal giogo della servitù al rango di una nazione libera. Vi ringrazio per il vostro benvenuto, non soltanto per me stesso, ma a nome di tutta Italia, che il vostro aiuto renderà libera e unita. »

I festeggiamenti per Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Napoli, Via Toledo 7 settembre 1860

In relazione ai grandi festeggiamenti in onore di Garibaldi, il Trevelyan sottolinea come i più festeggiassero Garibaldi perché mossi da un sincero sentimento di gioia per la fine della tirannia, mentre gli altri si facevano contagiare dalla febbrile atmosfera unica e irripetibile e che molti di questi ultimi erano stati fino a pochi mesi prima borbonici e lo sarebbero ridiventati se il re fosse tornato.
I festeggiamenti continuarono fino alla notte al grido di “Viva Garibardo divenuto poi anche “Gallibar”, “Gallibardo” e infine “Viva Bardo” chiedendo in Via Toledo che Garibaldi si mostrasse di nuovo, quando una camicia rossa si affacciò dal balcone di Palazzo d'Angri portando la mano alla guancia per indicare con il gesto che Garibaldi dormiva e la folla si fece silenziosa.
Le truppe borboniche, stimate secondo varie fonti da 6.000 a 10.000 soldati ancora presenti e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza, il giorno 8 settembre il comandante di Castel Sant'Elmo comunicava che non avrebbe più potuto trattenere i suoi soldati dal fare fuoco e bombardare la città, anche se non aveva artiglieria e disponeva in pratica solo della Guardia Nazionale, Garibaldi rispose con calma che avrebbe fatto altrettanto e nei successivi tre giorni le forze borboniche lasciarono i forti della capitale per dirigersi verso Capua.

Dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d'Italia in seguito alla Seconda Guerra d'Indipendenza e ai successivi plebisciti di annessione. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L'avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva.

L'intervento piemontese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna piemontese in Italia centrale, Battaglia di Castelfidardo e Assedio di Ancona (1860).

Le dichiarate e apparenti intenzioni di Garibaldi di proseguire la sua marcia vittoriosa anche verso Roma e poi Venezia risulta da un suo decreto del 10 settembre 1860, che preoccupava Napoleone III, il quale temeva un estendersi della rivoluzione Garibaldina e non intendendo impegnarsi di nuovo militarmente, con il trattato segreto di Chambery aveva convenuto con Cavour di acconsentire ad un'occupazione delle Marche e Umbria pontificie, per salvaguardare il papato nel Lazio e fermare l’avanzata di Garibaldi.

Decreto di Garibaldi[209]
ITALIA E VITTORIO EMANUELE
Il Dittatore delle Due Sicilie ai Militi volontari.

Quando l'idea della patria in Italia era la dote di pochi, si cospirava. Ora si combatte e si vince. I patriotti sono abbastanza numerosi da formare degli eserciti e dare ai nemici battaglia. Ma la vittoria nostra non fu intera. L'Italia non è ancora libera tutta, e noi siamo ben lungi dalle Alpi, meta nostra gloriosa. Il più prezioso frutto di questi primi successi è di potere armarci e procedere. Io vi trovai pronti a seguirmi, e ora vi chiamo tutti a me, affrettatevi alla generale rassegna di quell'esercito che deve essere la Nazione armata per far libera e una l'Italia, piaccia o no ai prepotenti della terra.
Raccoglietevi nelle piazze delle vostre città ordinandovi con quel popolare istinto di guerra che basta a farvi assalire uniti il nemico.
I capi dei corpi così formati avvertiranno anticipatamente del loro arrivo in Napoli il Direttore del Ministero della guerra, perché appronti l'occorrente. Per quei corpi che più convenientemente potrebbero venir qui per via di mare, saranno date le opportune disposizioni.
Italiani, il momento è supremo. Già fratelli nostri combattono lo straniero nel cuore d'Italia. Andiamo ad incontrarli in Roma per marciare di là insieme sulle Venete terre. Tutto ciò che è dover nostro e dritto, potremo fare, se forti. Armi dunque e armati. Generoso cuore, ferro e libertà.

Napoli, 10 settembre 1860.

Il Dittatore, firmato G. Garibaldi.

Vittorio Emanuele II decise allora di intervenire con il proprio esercito per annettere Marche e Umbria, ancora nelle mani del papa, e unire così il nord e il sud d'Italia. Al papa, secondo i piani del re, sarebbe stato lasciato il solo Lazio, come estremo baluardo del dominio temporale.

Il Monumento in ricordo della Battaglia di Castelfidardo (autore Vito Pardo)

Nel frattempo la rapida avanzata di Garibaldi destabilizzava anche altre aree della penisola: ai primi di settembre, nelle province ancora sotto lo stato pontificio si verificarono tumulti: Urbino, Senigallia, Pesaro, Fossombrone, per la cui repressione si mosse l'esercito papalino da poco rinnovato e rinforzato da de Lamoricière. Subito il governo di Torino protestò contro questa repressione e chiese con una nota ufficiale il disarmo e lo scioglimento delle truppe mercenarie pontificie, ottenendo come risposta un diniego. A seguito di ciò l'11 settembre l'esercito piemontese al comando di Fanti attraversava il confine avanzando nelle Marche e in Umbria[210], l'intervento si era reso necessario per bloccare da nord ogni possibile avanzata di Garibaldi oltre Napoli verso Roma, che se messa in atto avrebbe rotto la neutralità o il non intervento nella vicenda di potenze europee, in primis la Francia, che dalla restaurazione si era sempre mossa militarmente a difesa del pontefice e del suo potere temporale.

Il 18 settembre 1860 durante la Battaglia di Castelfidardo le forze sarde sconfissero quelle pontificie, composte per oltre metà di volontari che, rispondendo all'appello del papa, provenivano da diversi paesi cattolici d'Europa. Secondo i dati forniti dallo storico Trevelyan l’armata del generale Fanti, impiegata in Umbria e Marche, era composta di 33.000 soldati, comprensiva dei corpi d’armata di Cialdini e Della Rocca.

Le navi del Persano assediano Ancona

A Castelfidardo le forze piemontesi disponevano di 16.449 soldati, ma ne vennero impiegati effettivamente 4.880, contro i soldati comandati dal generale pontificio Lamoricière che, pur disponendo di una forza da campo di 8.000 soldati, ne impiegò effettivamente 6.650.[211]. Ebbero la meglio i piemontesi che inseguirono i superstiti papalini fino alla piazzaforte di Ancona, dove avvenne l'ultimo scontro, che vide ancora una volta le truppe regie vittoriose, dopo un assedio da terra e dal mare terminato il 29 settembre 1860. Con la caduta della piazzaforte di Ancona terminerà anche di fatto il potere temporale della chiesa in Umbria e Marche. Il 3 ottobre 1860 Vittorio Emanuele II, a bordo della nave Governolo, sbarca nel porto di Ancona calorosamente accolto dalla popolazione e dai generali Cialdini e Fanti, dal commissario Valerio e dai componenti della giunta provvisoria con a capo il presidente Fazioli.[212]

Le battaglie del Volturno e del Garigliano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Volturno e Battaglia del Garigliano (1860).
Volontari trentini al comando delle truppe garibaldine dopo la Battaglia del Volturno.
Da sinistra in piedi il luogotenente Adolfo Faconti, i capitani Camillo Zancani e Oreste Baratieri, il luogotenente Enoch Bezzi. Seduti da sinistra il sottotenente Francesco Martini, il capitano Ergisto Bezzi, il luogotenente Filippo Tranquillini e il luogotenente Giuseppe Fontana.

Tra fine settembre e i primi giorni di ottobre avvenne la decisiva battaglia del Volturno, dove circa 50.000 soldati borbonici persero lo scontro con gli uomini di Garibaldi, i quali erano approssimativamente la metà.[213] La battaglia; la più aspra di tutta la spedizione, terminò il 1º ottobre (altri dicono il 2 ottobre).

Dopo questa sconfitta, il re, la regina e i resti dell'esercito borbonico si asserragliarono a Gaeta, ultimo baluardo a difesa del Regno delle Due Sicilie, assieme alla cittadella di Messina e Civitella del Tronto.

Il 9 ottobre ad Ancona Vittorio Emanuele II si pose a capo dell'esercito e il 15 ottobre attraversò il confine del Regno delle due Sicilie, l'esercito piemontese proseguì la sua discesa entrando in Abruzzo e convergendo quindi verso la Campania, muovendosi verso Gaeta e andando incontro alle truppe garibaldine.

L'arrivo di Vittorio Emanuele e la caduta di Gaeta[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II e Assedio di Gaeta (1860).

Il 20 ottobre il generale Cialdini sconfisse le truppe borboniche nella battaglia del Macerone, il giorno seguente nei comuni dell'ormai ex regno delle Due Sicilie si svolsero i plebisciti con il quesito:

« Il popolo vuole l'Italia Una e Indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti? »

Incontro a Teano

Il 26 ottobre Vittorio Emanuele II incontrò Giuseppe Garibaldi, in quello che diverrà noto come l'incontro di Teano, con questo incontro si concluse simbolicamente la Spedizione dei Mille. Garibaldi salutò Vittorio Emanuele come re d'Italia praticamente consegnandogli le terre appena conquistate.

L'assedio di Gaeta fu iniziato dai garibaldini, sostituiti il 4 novembre 1860 dall'esercito sabaudo che concluse l'assedio il 13 febbraio 1861. Durante i primi dieci giorni di novembre 1860 circa 17.000 soldati borbonici, inseguiti dalle truppe di Vittorio Emanuele II, si rifugiarono nello Stato Pontificio a Terracina, dove furono disarmati e internati nel Colli Albani dalle autorità papali e dalla guarnigione francese di Roma.[214] Con la resa di Francesco II, gli ultimi Borbone di Napoli andarono in esilio a Roma sotto la protezione di Pio IX. La cittadella di Messina cadde il 12 marzo e la fortezza di Civitella il 20.

Lo scioglimento dell'armata garibaldina[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito meridionale.
Napoli nov. 1860 - assegnazione di medaglie ai reduci garibaldini

Al termine della campagna l’esercito garibaldino aveva consegnato il Regno d’Italia a Vittorio Emanuele II, che però non si recò a passare in rivista le truppe garibaldine a Caserta, né scrisse alcuna lettera giustificativa e neppure di ringraziamento per i garibaldini che avevano combattuto per lui. La firma sull'“ordine del giorno”, documento di ringraziamento per l’opera dei garibaldini, portava solo la firma del generale Della Rocca e Garibaldi se la prese con Cavour, pensando che fosse opera sua, mentre il suggerimento che il re non rendesse omaggio ai garibaldini schierati a Caserta era stato determinato dal generale Fanti o della naturale atmosfera di gelosia dell’esercito regolare nei confronti dei volontari garibaldini[215]. L’inconveniente poteva provocare una eventuale mancata presenza di Garibaldi a fianco del Re con tutti i conseguenti problemi, ma Cialdini riuscì a convincere Garibaldi a partecipare alla sfilata a fianco di Vittorio Emanuele II, così il 7 novembre Garibaldi era a fianco del re nella carrozza che sfilava per le vie di Napoli e, nonostante la pioggia torrenziale, i napoletani erano in uno stato di entusiasmo frenetico.[216]
Il piano di Cavour di dividere l’armata garibaldina in tre gruppi non ebbe attuazione, il piano prevedeva un primo gruppo da sciogliere, un secondo gruppo per formare i Cacciatori delle Alpi e un terzo piccolo gruppo di ufficiali da inquadrare con incarichi nell'esercito regolare.
La truppa garibaldina venne liquidata con una regalia, mentre i garibaldini ungheresi vennero impiegati nella repressione del brigantaggio negli Abruzzi e in Molise e nei successivi due anni vennero ammessi come ufficiali nell'esercito regolare solo 1.584 ex garibaldini, con grande indignazione di Garibaldi e dei suoi fedeli, in quanto Garibaldi aveva sperato che l’armata garibaldina fosse mantenuta come corpo militare per le successive guerre per proseguire l’unità italiana con la liberazione di Venezia e di Roma.[217] (vedere: Il numero dei garibaldini).

La partenza di Garibaldi da Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Partenza di Garibaldi da Napoli - Santa Lucia il 9 novembre 1860

Il giorno 9 novembre 1860 alle ore 4 del mattino Garibaldi saliva su un palischermo[218] nella rada di Santa Lucia di Napoli, per imbarcarsi a bordo della nave Washington, con lui partirono anche il figlio Menotti, Basso, Stagnetti, Coltelletti, Froscianti, Gusmaroli.[219]
Gli altri amici che non si imbarcarono con lui lo avevano accompagnato dall’Albergo d’Inghilterra dove Garibaldi alloggiava, erano trascorsi sei mesi e tre giorni dalla partenza nella notte tra il 5 e 6 maggio 1860. Tornava a Caprera dopo avere compiuto un'impresa difficile, saliva a bordo della nave Washington dopo avere salutato l’ammiraglio britannico Mundy e partiva nonostante una lettera del re gli chiedesse di restare, la risposta di Garibaldi fu che per il momento si allontanava, ma che sarebbe stato pronto a ripartire il giorno in cui la Patria e il Re avessero avuto bisogno di lui.
Il giorno prima, dopo avere sbrigato le ultime formalità di passaggio dei poteri da dittatore al governo di Vittorio Emanuele II, il popolo napoletano si radunò sotto le finestre dell’albergo dove alloggiava per salutarlo e Garibaldi ricordò a tutti che ora avrebbero dovuto raccogliersi attorno al re, quindi Garibaldi li salutò dicendo loro che avrebbe serbato per sempre il ricordo del tempo trascorso con loro.

Nelle “Memorie autobiografiche[220] Garibaldi descriverà, con il suo linguaggio schietto, le adulazioni esagerate di cui era stato oggetto da parte di molte persone di riguardo, che fino a poco prima erano state borboniche e che con grande rapidità si proclamavano garibaldine, oltre ad esprimere critiche nei confronti di altri protagonisti degli avvenimenti di quel periodo e successivo.[221]

« I pochi giorni passati in Napoli dopo l’accoglienza gentile fattami da quel popolo generoso, furono piuttosto di nausea, giustamente per le mene e sollecitazioni dei sedicenti cagnotti delle monarchie - che altro non sono in sostanza che dei sacerdoti del ventre – aspiranti immorali e ridicoli – che usarono i più ignobili espedienti per rovesciare quel povero diavolo di Franceschiello – colpevole di essere nato sul marciapiede di un trono – per sostituirlo del modo che tutti sanno. »

(Memorie autobiografiche – Giuseppe Garibaldi–- (3° per. Cap. XIV, p. 388))

Il vincitore di un trono, il Dittatore delle Due Sicilie, salpava per Caprera con un fondo cassa di 3 mila lire.[222]
Garibaldi aveva scritto un proclama di congedo, i cui termini e toni sono ovviamente quelli che si usavano nella metà del XIX secolo, secondo i modelli culturali di quell’epoca:

Ai miei compagni d’arme !

Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il pericolo che sta per finire, e prepararci ad ultimare splendidamente lo stupendo concetto degli ultimi eletti di venti generazioni, il di cui compimento assegnò la provvidenza a questa generazione fortunata.
Sì giovani, l’Italia deve a voi un’impresa che meritò il plauso del mondo. Voi vinceste – e voi vincerete – perché voi siete oramai fatti alla tattica che decide delle battaglie. Voi non siete degeneri da coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi macedoniche e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell’Asia. A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà al libero fratello un ferro arruotato che appartenne agli anelli delle sue catene. All’armi tutti ! – tutti – tutti: e gli oppressori – i prepotenti sfumeranno come la polvere. Voi, donne, rigettate lontani i codardi – e voi, figlie delle terra della bellezza, volete prole prode e generosa ! Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie. Questo popolo è padrone di sé. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi colla fronte alta: non rampicarsi, mendicando la sua libertà – egli non vuol essere a rimorchio d’uomini a cuore di fango. No ! No ! No ! La provvidenza fece il dono all’Italia di Vittorio Emanuele. Ogni italiano deve rannodarsi a Lui – serrarsi intorno a Lui. Accanto al re galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi ! Anche una volta io vi ripeto il mio grido: All’armi tutti ! tutti! Se il marzo del ’61 non trova un milione d’Italiani, povera libertà, povera vita italiana … Oh ! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna come un veleno. Il marzo del ’61, e se fa bisogno il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto. Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, d’Isernia, e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile: tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daremo l’ultima scossa, l’ultimo colpo alla crollante tirannide ! Accogliete, giovani volontari, resto onorato, di dieci battaglie, una parola d’addio ! Io ve la mando commosso d’affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi ma per pochi giorni. L’ora della pugna mi ritroverà con voi ancora – accanto ai soldati della libertà italiana. Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati dai doveri imperiosi di famiglia, e coloro che, gloriosamente mutilati, hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno ancora nei loro focolari, col consiglio e coll’aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro maschia fronte di venti anni. All’infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.
Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto dei nostri fratelli, schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi.
Napoli 8 novembre 1860

G. GARIBALDI

(La Spedizione Garibaldina di Sicilia e Napoli – Mario Menghini – pagg. 407-408-409)

Partendo da Napoli diede al periodico l’Indipendente le seguenti indicazioni:

«  Avverto il pubblico che non riceverò lettere in Caprera, se non sono affrancate.  »

(La Spedizione Garibaldina di Sicilia e Napoli – Mario Menghini – pag. 409)
G. GARIBALDI

I plebisciti e la proclamazione del Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Plebiscito a Napoli
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Plebisciti risorgimentali.

Sulla base dei plebisciti d'annessione dell'ottobre 1860 e in seguito alle capitolazioni delle fortezze di Gaeta e di Messina, il 17 marzo 1861, mentre la fortezza di Civitella del Tronto, nonostante l'assedio, ancora resisteva (si arrenderà tre giorni più tardi), venne proclamato il Regno d'Italia, del quale entrarono a far parte le regioni meridionali, già parte del Regno di Napoli.

Il 6 novembre Garibaldi schierò in riga, davanti alla Reggia di Caserta, 14.000 uomini, 39 artiglierie e 300 cavalli. Essi attesero molte ore che il Re li passasse in rassegna, ma invano. Il giorno successivo, 7 novembre, il Re faceva il suo ingresso a Napoli. Garibaldi, invece, si ritirò nell'isola di Caprera. Nello stesso mese anche Marche e Umbria, con un plebiscito, scelsero l'unione al Regno d'Italia.

Così, unificata la penisola italiana, Vittorio Emanuele II poté essere proclamato Re d'Italia dal neoeletto parlamento italiano riunito a Torino. Il sovrano sabaudo mantenne il numerale "II"[223] e il neoproclamato Regno d'Italia conservò l'apparato normativo e costituzionale del precedente Regno di Sardegna, con la costituzione definitivamente estesa a tutte le province del nuovo regno regno[224].

"Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani": questo motto, attribuito dai più a Massimo D'Azeglio, ma da alcuni anche a Ferdinando Martini, avrebbe ispirato tutta la politica successiva alla spedizione dei Mille[225].

Truppe e armamenti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Forze armate borboniche 1860.

Il numero dei garibaldini[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: I Mille.

Sulla base della documentazione disponibile gli storici hanno stimato il numero dei volontari partiti il 5 maggio 1860 da Genova in circa 1.150, dei quali 1.089 sarebbero sbarcati a Marsala, in quanto una sessantina erano stati destinati alla diversione del Zambianchi, alcuni avevano lasciato la spedizione per contrasti politici e 4 o 5 si erano aggregati a Porto S. Stefano nascondendosi nelle stive. A Porto Santo Stefano furono respinti molti militari che avrebbero voluto unirsi alla spedizione[226]. Si ritiene che prima dello scioglimento dell'Esercito Meridionale il numero totale dei garibaldini avesse raggiunto il numero di 50.000. Occorre però considerare che l’Esercito garibaldino, anche se ispirato alle norme del regolare Corpo dei Cacciatori delle Alpi, era composto di volontari organizzati autonomamente in maniera spesso improvvisata, pertanto le ricostruzioni da parte degli storici, basate solo su documenti, possono incontrare limiti, in quanto la formazione dei reparti e la loro consistenza erano variabili e non sempre documentate come in un esercito regolare, anche per mancanza di tempo e di personale dedicato. Attualmente è in corso una ricerca per dare un nome a tutti i garibaldini scomparsi vedere: Alla ricerca del garibaldino scomparso

Peard il sosia di Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: John Whitehead Peard .
Roma Gianicolo - John W. Peard, garibaldino inglese "sosia" di Garibaldi

Tra i garibaldini stranieri ha un particolare rilievo John Whitehead Peard, infatti durante la spedizione garibaldina accadeva a volte che Garibaldi fosse rappresentato da John Whitehead Peard, un avvocato e ufficiale inglese, conosciuto anche con il nome “Garibaldi’s Englishman”, sosia di Garibaldi, che creduto tale veniva acclamato dalla folla come il “Liberatore” Garibaldi in persona e Peard non smentiva tale illusione per non deludere le folle esultanti, contribuendo anche a confondere i comandi borbonici. [227]
In precedenza Peard aveva preso parte anche alla Seconda guerra d'indipendenza italiana come volontario al seguito di Garibaldi del quale era profondo estimatore.
A John Whitehead Peard è stata dedicata una statua che si trova al Gianicolo di Roma denominata “Il garibaldino inglese”.

Le armi degli schieramenti[modifica | modifica wikitesto]

L’armamento dei garibaldini[modifica | modifica wikitesto]

Girolamo Induno - Sentinella garibaldina

La prima spedizione di Garibaldi era armata di fucili a canna liscia vecchio tipo con portata fino a 100 metri, dismessi dal Regno di Sardegna e da altri stati europei e acquistati probabilmente a prezzi molto bassi, tranne i carabinieri genovesi, che avevano armi a canna rigata dal tiro lungo e preciso.[228] Anche i volontari siciliani e calabresi erano armati con vecchi fucili a canna liscia dismessi dall’esercito inglese e dalla Compagnia delle Indie, comprati al prezzo di 10-14 scellini al pezzo. Le cosiddette “squadre” o bande siciliane irregolari erano pure armate di vecchi fucili a canna liscia dalla portata limitata e senza possibilità di innestare una baionetta.
La mancanza iniziale di armi a canna rigata dal tiro lungo non costituiva un particolare problema, perché i garibaldini usavano spesso la tattica dell’attacco alla baionetta, sparando a distanza di poche decine di metri, per affidarsi poi al corpo a corpo, inoltre le più “tecnologiche” carabine a canna rigata richiedevano molto addestramento e abilità, pertanto di fatto le caratteristiche di tali armi spesso non venivano sfruttate nel tipo di combattimento garibaldino.
Con lo sbarco della spedizione Medici arrivarono 8.000 fucili, che secondo alcune fonti sarebbero state carabine a canna rigata inglesi[229], secondo altre fonti si sarebbe invece trattato di “4.850 fucili francesi, 200 (forse 2.000 ?) carabine Enfield inglesi e 200 fucili di Liegi[230], il numero di 200 carabine Enfield sarebbe un errore, per cui 2.000 risulterebbe il numero di carabine da considerare, secondo uno dei direttori del Fondo per il milione di fucili[231], inoltre il numero di 2.000 carabine Enfield, sommato a 4.850 fucili francesi e 200 fucili di Liegi indica un totale di 7.050 fucili, valore prossimo agli 8.000 citati in precedenza. La stessa ultima fonte specifica che era stata data la preferenza ai fucili francesi in dismissione modello 1842, utilizzati nella campagna del 1859 e a fucili ugualmente in dismissione dell’esercito prussiano, oltre a un buon numero di carabine (Stützen) e di fucili rigati austriaci, del Fondo per il milione di fucili avrebbero fatto parte anche 3.744 fucili prussiani e 200 carabine austriache. Lo stesso Medici in una lettera a Garibaldi[232] parla di “10.000 fucili e molte munizioni, oltre alle carabine Enfield destinate ad armare la spedizione”, che comprendeva 2.500 volontari.

VOLTURNO del Fattori

Nella Battaglia di Milazzo i reggimenti Medici, Cosenz e dell’inglese Dunne (che comandava il battaglione cosiddetto “inglese” composto però di volontari siciliani), pur disponendo di carabine con portata fino a 300 metri, non erano però in grado di sfruttarne pienamente le caratteristiche di lunga gittata, per carenza di preparazione specifica all’uso di tale arma. La Legione Britannica, sbarcata a Napoli il 15 ottobre per unirsi a Garibaldi, era equipaggiata con carabine a canna rigata modello Enfield, di tale modello dovevano essere forniti anche i migliori volontari italiani.
Le uniche armi a retrocarica in dotazione alle forze garibaldine erano le carabine a rotazione americane donate da Colt a Garibaldi nel numero di 100 e destinate ad equipaggiare la compagnia di Peard, si trattava però di armi di difficile uso, specialmente nella fase di caricamento, inoltre lo scoppio della cartuccia procurava spesso bruciature al polso.
Dopo la Battaglia di Milazzo e prima di attraversare lo Stretto di Messina, il 15 agosto il piroscafo inglese Queen of England, proveniente dall’’Inghilterra, arrivò al Faro portando 23.500 carabine Enfield e parecchi cannoni a canna rigata, questi ultimi però vennero impiegati nella Battaglia del Volturno.

L’armamento dei borbonici[modifica | modifica wikitesto]

L’esercito borbonico era molto ben equipaggiato e armato in gran parte con fucili a canna rigata o adattati con rigatura, possedeva una buona cavalleria e ottima artiglieria, anche a canna rigata che venne impiegata a Capua. La fanteria era armata con fucili a canna rigata di grosso calibro, mentre i “Cacciatori” erano dotati di un’arma dello stesso calibro, ma più corta.

Le ipotesi di corruzione dei militari borbonici[modifica | modifica wikitesto]

Prigionieri borbonici a Sant'Anna Isernia

In passato e in tempi recenti, secondo alcune interpretazioni, le vittorie di Garibaldi nella Spedizione 1860-1861 sarebbero da attribuirsi non alle azioni garibaldine, bensì alla supposta corruzione di diversi alti ufficiali borbonici, che in cambio di corrispettivi economici avrebbero consentito la vittoria sul campo.
Tali ipotesi di corruzione non risultano peraltro provate e d’altra parte, nell’ipotesi in cui fossero vere, cioè che gli alti ufficiali borbonici avessero subordinato la vittoria di Garibaldi al pagamento di somme, si dovrebbe pensare che, in caso di mancato accordo, quegli stessi generali avrebbero combattuto con coraggio e fedeltà per un re che erano pronti a tradire dietro corrispettivo e questo risulta del tutto illogico, in quanto chi è pronto a tradire per interesse economico non è altrettanto pronto a combattere fedelmente rischiando la vita per quello stesso re che era disposto a tradire, bensì in tale ottica una persona infedele per interesse punta ad evitare il combattimento, ritirandosi e cercando di correre il minor numero possibile di rischi o arrendendosi alla prima occasione, se la situazione si fa pericolosa.
In sintesi, secondo il senso comune, chi è disposto alla corruzione per denaro non si presume disposto a combattere e morire per un re che era pronto a tradire, inoltre ci si dovrebbe anche chiedere perché non sono mai state formulate accuse di tradimento, dietro corrispettivo, nei confronti degli ufficiali garibaldini, pontifici o piemontesi.
Le tesi dello storico De Cesare tentano di spiegare l’abbandono del re, da parte della marina adducendo vari motivi definiti: “ … patriottismo estemporaneo o volgare egoismo …”, “febbre rivoluzionaria”, “o effetto delle tradizioni antidinastiche e dei ricordi di Caracciolo e Murat” … o tutti questi motivi riuniti insieme.[233]
Il De Cesare cita anche, confutandola, la tesi che gli ufficiali della marina borbonica fossero tutti iscritti alla massoneria, spiegando che solo pochi lo erano, né si trattava di mancanza di fedeltà al re per corruzione o di volontà di tradire, bensì dell’effetto di una “generale frenesia” che tutti pervadeva in quel periodo, con la convinzione di essere fedeli al giuramento al re, anche mutando di parte, oppure di “leggerezza ed inquietudine” … che contraddistingueva la marina, un po’ come era nella sua tradizione, come già Caracciolo aveva fatto nel 1799.
Le parole dello storico De Cesare potrebbero indicare che la dinastia borbonica si trovasse in grave crisi di consenso nei livelli più alti delle classi dirigenti, nonostante gli alti ufficiali di marina fossero di diretta nomina reale come gli alti gradi dell’esercito, scelti tra i sudditi, spesso con titoli nobiliari, ritenuti più fedeli alla monarchia, se poi spesso i generali pur non essendo corrotti, si ritiravano evitando lo scontro, si può desumere che la dinastia borbonica non era considerata un valore per il quale impegnarsi e quindi che la dinastia stessa era al suo epilogo.
Una prova della poca popolarità della monarchia borbonica è rappresentata dal viaggio di Garibaldi da Salerno a Napoli, che effettuò con una scorta minima, la numerosa popolazione festante e i militari al suo passaggio non attentarono mai alla sua vita, anche se le condizioni di scarsa scorta lo rendevano facile, ugualmente a Napoli, durante la sfilata in carrozza scoperta Garibaldi avrebbe potuto essere colpito molte volte, particolarmente quando passava di fronte ai forti: Forte Carmine e Castel Nuovo con i cannoni carichi e puntati, invece nessuno ha neppure tentato di uccidere Garibaldi e nella enorme confusione sarebbe stato agevole.
Alcuni critici basano le loro supposizioni sui numeri degli schieramenti, sulla carta notevolmente a vantaggio delle forze borboniche, dimenticando che i garibaldini erano animati da un ideale per il quale erano disposti a sacrificare la propria vita e in un’epoca in cui le armi erano ancora tecnologicamente poco evolute, il grande idealismo ispirato da un forte sentimento patriottico svolgeva un ruolo molto importante e spesso determinante ai fini della vittoria sul campo tra opposti schieramenti.
A tale ultimo riguardo si sottolinea che, a Roma, Porta Cavalleggeri nel 1849 Garibaldi con i suoi volontari era riuscito a sconfiggere e mettere in fuga i ben più numerosi e famosi soldati francesi del generale Oudinot e le tante altre battaglie vinte da Garibaldi, anche in Sudamerica, molto spesso in notevole inferiorità numerica.
Per concludere si evidenzia anche che, con la nascita del Regno d'Italia (1861-1946), i generali e gli ufficiali provenienti dai territori dell’ex Regno delle Due Sicilie e quelli formatisi successivamente al 1861 hanno poi sempre mostrato fedeltà al Re d’Italia in tutta le guerre successive, già a partire dal 1866.

Lo storico De Cesare rappresenta come segue la situazione presente nelle forze armate borboniche all'epoca dei fatti:

« L'esercito e la marina furono rovinati, è vero, dalla Costituzione, che scompigliò ogni vincolo di gerarchia, ma anche da quello spirito d'indifferentismo, di tolleranza e di falsa pietà, radicato, anzi connaturato all'indole meridionale. Compatimento scambievole, per cui era attutito il senso del lecito e dell'illecito, potendo la pietà per le persone farne perdonare i vizii, e anche le colpe. Se poi queste persone erano in conto di fedeli, allora si chiudevano tutti e due gli occhi. Indifferentismo giustificato anche da questo: dall'opinione divenuta generale che il Regno delle Due Sicilie dovesse scomparire dalla storia, e che perciò non valesse la pena di riscaldarsi per una dinastia, la quale non aveva più difensori, né amici in Europa. »

(La fine di un regno – Raffaele De Cesare – vol. II – pag. 326[234])

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Brigantaggio postunitario italiano, Carmine Crocco e Forte di Fenestrelle.
1860. I reduci garibaldini bresciani dei Mille

Agli ufficiali dei disciolti esercito delle Due Sicilie e della Real Marina del Regno delle Due Sicilie fu consentito di entrare nell'esercito e nella marina del Regno d'Italia mantenendo il medesimo grado. Per contro, coloro che rifiutarono di prestare giuramento in favore del nuovo sovrano, rimanendo fedeli a Francesco II, furono deportati nei campi di prigionia di Alessandria, San Maurizio Canavese e nel Forte di Fenestrelle ove secondo diverse fonti nell'ambito del revisionismo neoborbonico, una grande quantità trovarono la morte per fame, stenti e malattie[235][236], ricostruzioni che secondo altre ricerche sembrano però non trovare fondamento[237][238][239].

Agli ufficiali di Garibaldi, invece, il grado fu riconosciuto in pochissimi casi[240], ma molti fra i comandanti garibaldini ebbero un ruolo non secondario nelle successive azioni belliche dell'esercito italiano: Nino Bixio, il napoletano Enrico Cosenz e Giuseppe Sirtori. Altri, come Enrico Fardella, combatterono nella guerra di secessione americana.

Per quanto riguarda i soldati borbonici, molti si diedero alla macchia, continuando a combattere per l'indipendenza delle Due Sicilie, e anche tra coloro che si unirono a Garibaldi durante la spedizione, infine, non mancò chi, come Carmine Crocco, già fuorilegge e, poi, soldato sotto Ferdinando II, amareggiato, secondo taluni, per gli esiti della spedizione o deluso, secondo altri, dalla mancata amnistia, per le sue precedenti condanne, da parte del nuovo governo unitario, sposò la causa legittimista, contribuendo alla nascita e allo sviluppo del brigantaggio postunitario[241][242].

Stampa popolare del 1860 che mostra le delusioni garibaldine: un Garibaldi pensieroso regge un foglio sui temi dell'armamento nazionale, liberazione di Roma e Venezia e i suoi decreti emessi a Napoli, a terra giacciono due fogli con i nomi di Nizza e Savoia ormai perse alla unità nazionale, tre volontari garibaldini, di cui due feriti, messi in disparte, volgono le spalle a un gruppo di notabili e reazionari codini che ballano, commentati col detto: "Il maestro di cappella è mutato, ma la musica è la stessa"
Garibaldi raffigurato in un affresco sul muro di un edificio a Guardabosone, in provincia di Vercelli

Già prima dell'unità d'Italia, negli ultimi mesi del 1860 molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse, cominciarono le proteste contro il nuovo governo e nell'Italia continentale cominciò il sostegno al brigantaggio postunitario da parte dei Borbone e del clero. Nei territori appartenuti al regno delle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia, mentre nel settentrione la leva militare obbligatoria generava meno problemi, in quanto i metodi di coltivazione erano più avanzati. Va evidenziato che nel sud continentale la leva militare esisteva in forma limitata a sorteggio e i territori più danneggiati dalla coscrizione erano la Sicilia e lo Stato Pontificio, dove il servizio militare prima dell'unità era esclusivamente volontario e professionale e dove, comunque, non si verificarono rivolte anti-sabaude.

Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita, attraverso i racconti della lunga coscrizione del giovane 'Ntoni, la morte del giovane Luca nella battaglia di Lissa e le nuove tasse[243]. L'amara delusione di chi sperava che l'unità d'Italia avrebbe cambiato le sorti del Sud è ben raccontata anche nel romanzo di Anna Banti, Noi credevamo[244]. Nel meridione continentale questo malcontento popolare sfociò nel movimento di resistenza definito brigantaggio.

Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli:

« ... Qui, o Signora, io sento battere colla stessa veemenza il mio cuore, come nel giorno, in cui sul monte del Pianto dei Romani, i vostri eroici figli faceanmi baluardo del loro corpo prezioso contro il piombo borbonico! ... E Voi, donna di alti sensi e d'intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni. Chiedete ai cari vostri superstiti delle benedizioni, con cui quelle infelici salutavano ed accoglievano i loro liberatori! Ebbene, esse maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all'inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. ... Ho la coscienza di non aver fatto male ; nonostante, non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l'Italia e che seminò l'odio e lo squallore la dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. »

(Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli, 1868.[245])

Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata; mentre il risveglio economico, garantito dalle politiche fiscali di Ferdinando II[246] e dalle floride condizioni del regno borbonico, cessò di colpo[247], non essendo l'economia del sud in grado di sostenere la concorrenza in regime di libero mercato e senza la protezione doganale. Le valutazioni sul buono stato delle condizioni dell’economia preunitaria borbonica non sono condivise da Giustino Fortunato che evidenzia come le spese erano rivolte in grande maggioranza alla corte o alle forze armate, incaricate di proteggere la ristrettissima casta dominante del regno, lasciando pochissimo agli investimenti per opere pubbliche, sanità e istruzione.[248] Anche il marxista Antonio Gramsci attribuì il manifestarsi della Questione meridionale principalmente ai molti secoli di diversa storia dell'Italia meridionale, rispetto alla storia dell'Italia settentrionale, come chiaramente esposto nella sua opera "La questione meridionale".[249] Il patriota Luigi Settembrini, mentre era rettore all'università di Napoli, disse agli studenti: «Colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!».[250] Rimase rammaricato anche Ferdinando Petruccelli della Gattina, che nella sua opera I moribondi del Palazzo Carignano (1862), espresse la sua amarezza nei confronti della negligenza della nuova classe politica.[251] Anche il clero rimase deluso, sia per la perdita di Umbria e Marche da parte dello Stato pontificio, sia per il frequente esproprio di beni ecclesiastici, la soppressione degli Ordini Religiosi e la chiusura di numerosi istituti di utilità sociale. Non rimasero invece deluse le popolazioni ex pontificie, perché potevano vivere in uno stato laico, senza i condizionamenti e le costrizioni religiose della monarchia teocratica assoluta papale.

Il dibattito storiografico[modifica | modifica wikitesto]

Cavour e la spedizione di Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cavour e la Spedizione di Garibaldi .

Secondo il Trevelyan la scuola interpretativa di cui Alessandro Luzio è un accreditato rappresentante, sostiene che il Cavour aiutò e favorì la spedizione garibaldina fin dall'inizio, indipendentemente dalle pressioni dell'opinione pubblica e del re e, nonostante le diverse e dibattute interpretazioni, lo storico britannico ritiene assodato che l'aiuto fornito da Cavour a Garibaldi fu comunque fondamentale per la riuscita dell'impresa garibaldina.[252]

Trevelyan afferma che l'unità d'Italia fu possibile anche grazie alla decisione dei ministri britannici Russell e Palmerton di non ostacolare Garibaldi nell'attraversare lo Stretto di Messina, mentre gli altri stati europei sarebbero stati per il blocco dello Stretto.[253] L'andamento della Spedizione garibaldina generava comunque la preoccupazione per sviluppi politico-istituzionali non prevedibili e convinse anche Napoleone III che la rivoluzione in corso nel Regno delle Due Sicilie andasse fermata. Con il trattato segreto di Chambéry[254] Napoleone III diede il via libera a Cavour per l’occupazione dell’Umbria e delle Marche pontificie per arrivare a Napoli, anche con l’evidente intento di prevenire una possibile invasione del Lazio papale da parte dell’armata garibaldina, già tentata con la cosiddetta diversione di Zambianchi per provocare un'insurrezione nello Stato Pontificio, terminata con il fallimento.
Il Cavour aveva sempre impedito l’attuazione dei progetti mazziniani di sbarchi e attacchi garibaldini diretti anche contro lo Stato Pontificio, fatto questo che avrebbe creato complicazioni internazionali, impedendo prima alla Spedizione del Medici e poi alle Spedizioni di Pianciani e Nicotera di invadere i territori pontifici, per poi dirigersi verso sud, attuando con forze maggiori la iniziale fallita “Diversione del Zambianchi”, con l’intento di dividere le forze borboniche, facilitando l’azione di Garibaldi.
Pertanto il successivo invio delle navi francesi per proteggere Gaeta assediata può essere interpretato come un atto di politica interna francese al fine di mantenere il consenso dei clericali francesi, che erano importanti per mantenere il trono a Napoleone III.[255]

Agiografia e problema del Meridione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Dibattito storiografico sulla Spedizione dei Mille e Revisionismo del Risorgimento.
Arruolamento di briganti a Roma piazza Farnese

La spedizione dei Mille è un passaggio obbligato per capire la storia dello Stato unitario italiano e ha generato diverse controversie su come sia stato concepito. Diversi storici vedono nell'impresa garibaldina il punto d'origine di fenomeni complessi come il Brigantaggio postunitario, lo squilibrio nord-sud, l'emigrazione (assente nel Sud Italia prima dell'unità)[256] e la cosiddetta "Questione meridionale".

Qualche corrente di pensiero ritiene che la spedizione dei Mille sia stata narrata in modo "agiografico" dalla storiografia tradizionale. Ciò, in particolare, a fronte al brigantaggio che fu ferocemente represso dal nuovo Regno d'Italia e a una presunta damnatio memoriae che sarebbe toccata alla dinastia borbonica. Nel decennio successivo all'unità, secondo alcune scuole storiografiche si scatenò nel meridione italiano una guerra civile[257] per combattere la quale fu necessario l'impiego di un elevato numero di militari, secondo alcuni fino a 140.000[258], la sospensione dei diritti civili (Legge Pica), nonché devastazioni e saccheggi di interi abitati (come a Pontelandolfo e Casalduni) come ritorsione alle violenze dei briganti,[259] per poter annientare le bande armate. Al riguardo si può sottolineare che il meridionalista Francesco Saverio Nitti affermò come il brigantaggio fosse un fenomeno endemico nel sud preunitario:

«  ... ogni parte d'Europa ha avuto banditi e delinquenti, che in periodi di guerra e di sventura hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge […] ma vi è stato un solo paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire da sempre […] un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odi […] un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo paese è l'Italia del Mezzodì.[260] · [261] »

Il Nitti prosegue precisando come i briganti del Sud preunitario fossero un gravissimo e insolubile problema per i governi borbonici:

« Per quanto io sappia, anche le monarchie più potenti non sono riuscite a estirpare del tutto il brigantaggio dal reame di Napoli. Tante volte distrutto, tante volte risorgeva; e risorgeva spesso più poderoso. […] Come le cause non erano distrutte, né si poteva ogni repressione era vana. Così vediamo in tempi assai vicinia noi i briganti riunirsi in bande numerose, formare dei veri eserciti, entrare nelle città, spesso trionfalmente imporre al Governo patti vergognosi: vediamo intere città distrutte dai briganti e questi spingersi non di rado fin sotto le mura della capitale[262]. »

Il Nitti constatava quindi l'incapacità dei governi borbonici nel debellare il grave fenomeno del Brigantaggio, che formava bande grandi come eserciti e che costringeva addirittura i governi borbonici a vergognosi compromessi, mentre noi possiamo rilevare che al Regno d'Italia l'operazione di risolvere il problema del brigantaggio era invece riuscita. Nell'iconografia tradizionale, la figura di Garibaldi assume le sembianze dell'eroe che combatte e vince contro un esercito ben più numeroso, mentre i tanti "briganti" che in seguito combatterono contro un ben più organizzato esercito piemontese ebbero il torto di essere perdenti. Anche se di fatto il cosiddetto esercito piemontese che reprimeva il brigantaggio, in realtà era il Regio Esercito Italiano e comprendeva anche molti soldati meridionali. Quindi, secondo i revisionisti del Risorgimento, il mito di Garibaldi sarebbe stato funzionale agli assetti di potere vincenti, non considerando però il diverso comportamento delle popolazioni degli altri stati preunitari anch'essi annessi al Regno di Sardegna, stati che in tale ottica sarebbero da considerare anche essi “vinti”, come il Lombardo-Veneto, i Ducati di Parma e Piacenza, Modena, il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio e che, invece, il revisionismo tende ad assimilare ai “vincitori” con evidente contraddizione. Un'altra contraddizione del revisionismo è la mancata considerazione del grande voto filo-sabaudo in occasione del Referendum monarchia-repubblica del 1946, mentre il settentrione votò repubblica, il revisionismo non considera anche che nel 1948 fu il napoletano Achille Lauro a fondare il Partito Monarchico, che era molto votato a Napoli e nel Sud, divenuto poi Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica è esistito fino al 1972, quando si fuse con altro partito. Lo storico inglese Denis Mack Smith ne "I re d'Italia", con riferimento al periodo storico che comincia dall'unità d'Italia, il periodo monarchico dal 1861 fino al 1946, scrive: "La documentazione di cui disponiamo è tendenziosa e comunque inadeguata. ... gli storici hanno dovuto essere reticenti e, in alcuni casi, restare soggetti a censura o imporsi un'autocensura."[263], lo stesso Denis Mack Smith ha però anche denunciato il grave stato di arretratezza in cui versava il sud nel 1860[264],[265]. Va comunque osservato che il brigantaggio anti-sabaudo, verificatosi dopo il 1860 nel sud continentale, non si verificò negli altri territori preunitari annessi del nord-est e del centro Italia, che pure subirono espropriazioni e imposizioni di nuove norme e tasse come il sud.

Tale diverso atteggiamento nei confronti del nuovo assetto istituzionale unitario farà presto rilevare quel divario, poi noto come Questione meridionale e descritto dal meridionalista lucano Giustino Fortunato come segue:

« che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. »

(Giustino Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, pagg. 311,312)

Anche il politico e patriota torinese Massimo d'Azeglio aveva espresso il suo pensiero sulla diversità dei comportamenti delle popolazioni dei diversi territori pre-unitari annessi:

« [...] io non so nulla di suffragio, so che al di qua del Tronto[266] non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. »

(Massimo d'Azeglio, Scritti e discorsi politici, Firenze 1939, III, pp. 399–400[267])

La Spedizione nella tradizione popolare e nella storia[modifica | modifica wikitesto]

Sbarco a Marsala 1860 - SIDVDG 1860.JPG

La Spedizione dei Mille ha avuto un grande risalto a livello storico popolare, con i programmi scolastici orientati particolarmente sui primi Mille di Garibaldi sbarcati a Marsala l’11 maggio 1860 e sulla loro azione eroica, coadiuvati dai volontari meridionali che si univano gradualmente ai garibaldini nell’avanzata verso Napoli per formare l’Italia unita.

In effetti nella tradizione popolare e nell’insegnamento scolastico sono poco o per nulla noti altri aspetti dell’impresa garibaldina, come il fatto che dopo il primo sbarco di Marsala vi furono molti altri sbarchi successivi[268], con l’arrivo di altri 21.000 volontari garibaldini partiti da Genova e in parte da Livorno nel periodo dal 24 maggio al 3 settembre 1860 a mezzo di 20 navi che effettuarono 33 viaggi, oltre ad altre 7 navi impiegate per il trasporto del materiale bellico necessario.[269]

Ugualmente nella tradizione popolare garibaldina è poco conosciuto il fondamentale appoggio inglese, tramite le decisioni di Lord Russell e Palmerston, che permisero all’armata garibaldina di attraversare lo Stretto di Messina, mentre l’Europa conservatrice era contraria, evento senza il quale l’unità d’Italia sarebbe diventata più problematica.[270]

Poco nota è anche la presenza tra i garibaldini di volontari e ufficiali stranieri: ungheresi, inglesi e di altre nazionalità[271],[272] che, seppure in numero limitato, ebbero comunque un ruolo significativo, particolarmente a livello di ufficiali vicini a Garibaldi ed è ancora meno noto che a Roma il busto in marmo al Gianicolo di John Whitehead Peard, intitolato “Il garibaldino inglese” si riferisce al “sosia” di Garibaldi, che con la sua presenza e le sue azioni svolse opera di disinformazione facendo commettere ai comandi borbonici errori tattici utili all’avanzata garibaldina[273].

Largamente poco conosciuto è anche il piano mazziniano che, tramite il Bertani, avrebbe dovuto indirizzare alcune spedizioni di volontari per uno sbarco e un'azione via terra contro Umbria e Marche, per poi puntare con manovra a tenaglia verso sud, piano questo sventato dal Cavour[274], che obbligò le spedizioni Pianciani e Nicotera a fare rotta verso l’armata garibaldina meridionale.

Agli eventi poco noti si può aggiungere che alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze delle spedizioni garibaldine da Genova, perché si preparava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria dirigendosi verso sud per raggiungere Garibaldi a seguito del trattato segreto di Chambery[275], con il quale Napoleone III dava via libera a Cavour, per invadere i territori pontifici di Marche e Umbria e fermare l’avanzata garibaldina dagli esiti politici imprevedibili.

In conclusione la completa conoscenza degli eventi fondamentali dell’impresa garibaldina è limitata ad un ristretto gruppo, composto per lo più di storici, professori e studenti universitari di storia del Risorgimento, studiosi garibaldini e pochi altri, fatto questo facilmente riscontrabile, nonostante la bibliografia al riguardo sia estesa, largamente a disposizione del pubblico e illustri con molta compiutezza le Spedizioni Garibaldine, come ad esempio le opere di George Macaulay Trevelyan autore di “Garibaldi e la formazione dell’Italia”[276] e “Garibaldi e i Mille”[277] oppure le opere di chi ha effettivamente partecipato all’impresa a fianco di Garibaldi, come Giuseppe Cesare Abba autore di “Da Quarto al Faro”[278] e le tante altre opere degli storici, compresi i resoconti del Bertani, che gestiva i fondi per il finanziamento delle spedizioni e coordinava le partenze garibaldine dal Porto di Genova, avvenimenti e spese illustrati nell’opera “Cassa Centrale - Soccorso a Garibaldi - Resoconto di Agostino Bertani - 1860[168][279].

La Spedizione nelle illustrazioni[modifica | modifica wikitesto]

La Spedizione dei Mille è stata molto rappresentata per immagini, quasi sempre disegni, effettuati anche da corrispondenti dei giornali sui luoghi dove si svolgevano i fatti. Queste rappresentazioni grafiche sono importanti, anche perché erano in pratica le uniche immagini dell’epoca, importanti anche per chi allora purtroppo non sapeva leggere gli articoli o i libri sull’argomento, in quanto come è noto l’analfabetismo era largamente diffuso negli anni dell’unità e per diversi decenni successivi.
Si tratta a volte di immagini forse un po’ retoriche o idealizzate, che comunque sono entrate nell’immaginario popolare, contribuendo a far conoscere la Spedizione dei Mille e ad alimentare il mito.

Nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ gli storici parlano anche di un massimo di 50.000 arruolati nel periodo finale vedere: Il numero dei garibaldini)
  2. ^ Il numero definitivo dei garibaldini è ancora in fase di determinazione da parte dell'Archivio di Stato di Torino, vedere: Il progetto "Alla ricerca dei garibaldini scomparsi
  3. ^ vedere:Forze armate durante il regno di Francesco II
  4. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}Appendix B - pagg. 318-319 - le altre spedizioni garibaldine
  5. ^ Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, Rusconi, 1982, pp. 15-16, ISBN 88-18-01157-X.
  6. ^ Ennio Di Nolfo, Europa e Italia nel 1855-1856, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1967, p. 412. ISBN non esistente
  7. ^ a b Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2009, p. 142, ISBN 88-04-59355-5.
  8. ^ Nicomède Bianchi, Il conte Camillo di Cavour: documenti editi e inediti, Torino, Unione tipografico-editrice, 1863, p. 88. URL consultato il 22 settembre 2010. ISBN non esistente
  9. ^ Nicomède Bianchi, Op. cit., p. 82. URL consultato il 22 settembre 2010.
  10. ^ vedi pag. 230, Gianni Oliva, (2012)
  11. ^ Domenico Romeo, nel settembre del 1847, fu a capo di una la rivolta, di cui è considerato l'ideatore, il promotore e l'organizzatore. Egli ordì una trama tra Calabria, Sicilia e Basilicata che coinvolse i veterani della Carboneria e che, in accordo con i patrioti Siciliani, doveva propagarsi in tutto il Regno. Il 3 settembre, con 500 insorti, occupò Reggio, ma, non essendoci unità d'intenti tra i dissidenti, la rivolta fallì e venne repressa nel sangue. Romeo fu decapitato, mentre a Gerace vennero fucilati cinque insorti: Michele Bello, Rocco Verduci, Pierdomenico Mazzone, Gaetano Ruffo e Domenico Salvadori.
  12. ^ La rivolta fu capeggiata da Benedetto Musolino, che istituì un Governo provvisorio a Cosenza
  13. ^ R. De Cesare, La fine di un regno, Vol. II
  14. ^ vedi pag 231 Gianni Oliva, Un regno che è stato grande, Mondadori direct, 2012
  15. ^ La fine di un Regno{{subst:–}}Parte seconda – Raffaele De Cesare – S. Lapi Editore{{subst:–}}Città di Castello{{subst:–}}1900{{subst:–}}pag. 311
  16. ^ vedere: Le ipotesi di corruzione degli uffuciali borbonici
  17. ^ De Cesare, p. 5-6.
  18. ^ vedi pag 11 Salvatore Lupo, L'unificazione italiana, Donzelli editore, 2011
  19. ^ Il brigantaggio postunitario si configurò come un fenomeno assai complesso dove le tre classiche chiavi di lettura dello stesso (quella liberale-crociana, quella marxista-gramsciana e quella legittimista), prese singolarmente, non sono sufficienti per la comprensione di tutte le sue componenti (quella politica, quella sociale e quella delinquenziale). Angelo D'Ambra, Il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro, Grottaminarda, Delta 3 Edizioni, 2010, p. 5, ISBN 88-6436-112-3ISBN non valido (aiuto).
  20. ^ George Macaulay Trevelyan, pagine 45-46-47-48-49-50, Garibaldi and the Thousand
  21. ^ Garibaldi e I Mille{{subst:–}}G.M. Trevelyan - pagg. 49-50
  22. ^ The Illustrated London Nesw – N° 1035 – vol. XXXLV – Saturday, June 9, 1860 –page 549 [1]
  23. ^ Two letters to the Earl of Aberdeen on the state prosecutions of the Neapolitan Government – William Ewart Gladstone – John Murray Albemarle street – London – 1851 - pag. 6 – lett- I – April 7, 1851
  24. ^ Garibaldi e I Mille – G.M. Trevelyan – pag. 53
  25. ^ gruppo o lobby politica
  26. ^ La fine di un Regno – Vol. II – Raffaele De Cesare – pagg. 24-25 [2]
  27. ^ a b Rivista sicula di scienze, letteratura ed arti, Vol. 1, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1869, pp. 498-500. ISBN non esistente
  28. ^ a b c Alfonso Scirocco, Garibaldi: battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari, Laterza, 2001, p. 236, ISBN 88-420-6362-2.
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  30. ^ Cesare Bertoletti, Il risorgimento visto dall'altra sponda, Napoli, Berisio Editore, 1967, pp. 196-197. ISBN non esistente
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  39. ^ a b Vincenzo Botta, Sulla vita, natura e politica del conte di Cavour, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1862, p. 68. URL consultato il 18 ottobre 2010. ISBN non esistente
  40. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale{{subst:–}}Vol. IV - Vallardi{{subst:–}}1930{{subst:–}}pag. 189
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  42. ^ a b Rosario Romeo, Op. cit., pp. 459-460.
  43. ^ Roberto Martucci, Op. cit., pp. 153.
  44. ^ DeLorenzo, p. 116.
  45. ^ Come riportato nel verbale del consiglio camerale del 28 gennaio 1860.
  46. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998, p. 264, ISBN 88-384-3142-6.
  47. ^ Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - appendice C pag. 320. [] ... prove that the expeditions of june and july, especially those of Medici and Cosenz, were fitted out, paid for and sent mainly by the Cavourrian National Society and by the Million Rifles Fund, financed for the purpose by the Government itself.
  48. ^ Filippo Curletti, La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d'Italia. Rivelazioni di J. A. già agente segreto di Cavour, Venezia, Tipografia Emiliana, 1862, pp. 17-8. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  49. ^ Ernesto Ravvitti, Delle recenti avventure d'Italia, per il conte Ernesto Ravvitti, vol. 2, Venezia, Tipografia Emiliana, 1865, pp. 385-6. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  50. ^ Nel terzo volume della sua Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, versione in seguito fatta propria dalla storiografia revisionista
  51. ^ a b Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale, Napoli, Guida Editore, 2002, p. 39, ISBN 88-7188-489-2.
  52. ^ a b c Piccione, pp. 45-46.
  53. ^ Agrati, p. 26.
  54. ^ G. Zimolo, FAUCHÉ Giovanni Battista, in Dizionario del Risorgimento nazionale. Dalle origini a Roma capitale. (Vol. III, I personaggi), Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, 1931, pp. 45-46. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  55. ^ Agrati, pp. 36-37.
  56. ^ Almanacco storico navale. Lombardo – Sottosezione Navi Trasporto a Ruote, Marina Militare italiana. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  57. ^ Aldo Servidio, Op. cit., p. 93.
  58. ^ Agrati, p. 38.
  59. ^ Vedi articolo La compagnia Rubattino e la causa nazionale in prima pagina del giornale di Genova Il movimento, 21 giugno 1860
  60. ^ vedi pagg. 232-236 in Giuseppe Pipitone Federico, Di alcune note autobiografiche di patrioti che presero parte alle rivoluzioni siciliane del 1848 e 1860, in Rassegna Storica del Risorgimento, anno VIII, suppl. al fasc. I, XVIII Congresso sociale di Palermo 1931, pp. 228-243.
  61. ^ Agrati, p. 41.
  62. ^ Anna Maria Isastia, FAUCHÈ, Giovanni Battista, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 45, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1995. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  63. ^ Garibaldi e i Mille{{subst:–}}G.M. Trevelyan - pag. 269{{subst:–}}nota 3
  64. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}G.M. Trevelyan{{subst:–}}pag. 49
  65. ^ Dizionario del Risorgimento Nazionale – Vol.IV – Vallardi – 1930 – pag. 190
  66. ^ Storia dei Mille - Giuseppe Cesare Abba - Bemporad & Figlio - Firenze - 1910 - pag. 25
  67. ^ La Patrie – giornale francese conservatore del secondo impero
  68. ^ (chiamata anche Anita)
  69. ^ (utilizzata anche per i volontari)
  70. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}G.M. Trevelyan{{subst:–}}pagg. 48-49
  71. ^ Rassegna storica del Risorgimento, SICILIA; GARIBALDI GIUSEPPE ; STATI UNITI D'AMERICA, anno 1957, pagina 29 Risorgimento
  72. ^ a b Copia. - Archivio Ambasciata americana, Roma.
  73. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}G.M. Trevelyan - pag. 46 “But the steamers the arms and the money for the expeditions of june and july came almost entirely from the Cavourrian agencies.” “In June and July hundreds of thousands of lire were secretly supplied by the king’s government to purchase the steamers and equip the men for Medici and Cosenz”. “It was only in August that Bertani and his friends sent out the great expeditions which they themselves had paid for and equipped”.
  74. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}G.M. Trevelyan{{subst:–}}Longmans Londra 1911{{subst:–}}appendice B, pag. 319 - "In the latter part of August Cavour stopped further help from being sent to Garibaldi from the North, as he had determined himself to invade the Papal States and thence the Neapolitan territory".
  75. ^ “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 166-167
  76. ^ Garibaldi e i Mille di G.M. Trevelyan{{subst:–}}pag. 154-155
  77. ^ Francesco Crispi di Leone Fortis – Enrico Voghera Tipografo – Roma – 1895 - pagg. 167-168
  78. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 165)
  79. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 171)
  80. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 167-173
  81. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 263-264
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  124. ^ In definitiva, la tanto famosa presenza di navi inglesi a Marsala si risolse in un nulla di fatto. All'informazione del comandante della flottiglia borbonica, capitano Acton, che avrebbe dovuto far fuoco sui garibaldini, i capitani dell'Argus e dell'Intrepid non opposero la minima obiezione, limitandosi a chiedere che le unità borboniche non colpissero gli inglesi. (George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna 1909, p. 308).
  125. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 308.
  126. ^ Le due navi inglesi erano ormeggiate al largo e lì rimasero immobili: «Gli ufficiali inglesi gettarono le ancore tenendosi assai lontani dal porto; l'Argus a due o tre miglia, l'Intrepid alquanto più presso ma sempre a un miglio circa, «fra i tre quarti e il miglio di distanza dal faro sulla punta estrema del molo». E non abbandonarono queste posizioni lontane mentre si svolgevano gli avvenimenti straordinari di quel giorno non opponendo così il minimo impedimento materiale a qualsiasi operazione che i napoletani scegliessero o potessero scegliere di eseguire.» (George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna 1909, p. 303).
  127. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 303.
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  136. ^ nella lettera originale l’indirizzo è posto al termine della lettera
  137. ^ Butta, pag 27.
  138. ^ vedi pag. 144-146 A. Petacco (2009)
  139. ^ I Mille di Marsala: scene rivoluzionarie di Giacomo Oddo – Giuseppe Scorza di Nicola Editore – Milano – 1863 – pagg. 256-257 [8]
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  142. ^ The Morning Post - The Two Sicilis - Saturday 26 May 1860
  143. ^ il termine utilizzato nell’articolo è più pesante di “superficiale”
  144. ^ Luigi Carafa
  145. ^ Giuseppe La Masa, Alcuni fatti e documenti della revoluzione dell'Italia meridionale del 1860, Tipografia Franco, Torino, 1861, p. 54.
  146. ^ per il decreto vedere: Le rivolte contadine
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  151. ^ agenti di polizia
  152. ^ FABRIZI, Nicola
  153. ^ Giulio Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1911, pag. 79
  154. ^ secondo Cesare Abba erano 60 volontari e l'11 giugno era la data di incontro e non di sbarco avvenuto in precedenza. (infatti l'Utile era ripartito da Genova tra l'8-9 giugno per il secondo viaggio - (vedi: Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice B pag. 318-319) - Da Quarto al faro - Cesare Abba - pagg. 175-176
  155. ^ Washington, Oregon, Franklin
  156. ^ Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - Editore Rizzoli - Milano 1962
  157. ^ Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - Appendice B - vedere: App. B - PAG. 318
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  159. ^ G.M. Trevelyan - Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice B - pagg.318-319
  160. ^ vedi pag. 146, A. Petacco, (2009)
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  169. ^ L'episodio è al centro del capolavoro dello scrittore Vincenzo Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio e si presta al dibattito sul carattere più o meno popolare del Risorgimento e sui rapporti tra gli avvenimenti storici e la realtà degli strati più bassi della popolazione meridionale.
  170. ^ La Scuola per i 150 anni dell'Unità d'Italia - Il problema del Mezzogiorno - Il divario di partenzaCarlo Afan de Rivera, Considerazioni su i mezzi da restituire il valore proprio ai doni che la natura ha largamente conceduto al Regno delle Due Sicilie, Napoli 18332 II, pp. 35-38, 40-45, 52-55 - riprodotto in D. Mack Smith, "Il risorgimento italiano. Storia e testi", Bari, Laterza, 1968, pp. 152-155.]
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  195. ^ la definizione originale del termine "poco capace" citata nell'opera di Nisco e attribuita al Conte dell'Aquila utilizza un temine più pesante.
  196. ^ Luigi Aiossa -Treccani
  197. ^ La fine di un Regno{{subst:–}}Raffaele De Cesare{{subst:–}}parte II - S. Lapi{{subst:–}}Città di Castello{{subst:–}}1900 - Pagg. -302-303
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  226. ^ Garibaldi e i Mille - George Macaulay Trevelyan – pag. 269 e 286 [32]
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  228. ^ Garibaldi and the Making of ItalyGeorge Macaulay Trevelyan – Appendice E{{subst:–}}pagg. 326-330 [33]
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  247. ^ Emilio Gentile (a cura di), Carteggio 1865-1911, Bari, Laterza, 1978, p. 65.
  248. ^ Giustino Fortunato, ‘'IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO'’ - DISCORSI POLITICI (1880-1910), LATERZA & FIGLI, Bari, 1911, pagine 336-337

    « "Eran poche, sì, le imposte, ma malamente ripartite, e tali, nell'insieme da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. Non il terzo, dunque, ma solo un quinto il Piemonte pagava più di noi. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi — non tanto lievi da non indurre il Luigi Settembrini, nella famosa 'Protesta' del 1847, a farne uno dei principali capi di accusa contro il Governo borbonico, assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi: noi, con sette milioni di abitanti, davamo via trentaquattro milioni di lire, il Piemonte, con cinque [milioni di abitanti], quarantadue [milioni di lire]. L'esercito, e quell'esercito!, che era come il fulcro dello Stato, assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe d'Oriente.” »

  249. ^ Pag. 5 La questione meridionale di Antonio Gramsci - Il Mezzogiorno e la guerra 1 – Progetto Manuzio - www.liberliber.it – tratto da: La questione meridionale, Antonio Gramsci; a cura di Franco De Felice e Valentino Parlato. - Roma: Editori Riuniti, 1966. - 159 p.; (Le Idee; 5)

    « La nuova Italia aveva trovato in condizioni assolutamente antitetiche i due tronconi della penisola, meridionale e settentrionale, che si riunivano dopo più di mille anni.
    L'invasione longobarda aveva spezzato definitivamente l'unità creata da Roma, e nel Settentrione i Comuni avevano dato un impulso speciale alla storia, mentre nel Mezzogiorno il regno degli Svevi, degli Angiò, di Spagna e dei Borboni ne avevano dato un altro.
    Da una parte la tradizione di una certa autonomia aveva creato una borghesia audace e piena di iniziative, ed esisteva un'organizzazione economica simile a quella degli altri Stati d'Europa, propizia allo svolgersi ulteriore del capitalismo e dell'industria.
     »

  250. ^ Benedetto Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Laterza Editore, 1966, p.287.
  251. ^ Carmine Cimmino, L'Unità d'Italia fatta da delusi e "moribondi", in www.ilmediano.it. URL consultato il 21 dicembre 2010.
  252. ^ Garibaldi and the thousand – George Macaulay Trevelyan – Longmans{{subst:–}}Londra - 1909{{subst:–}}pagg. 5 (fine) e 6: “One school, of which signor Luzio is the able representative maintains that the great minister (Cavour) aided and abetted the Sicilian expedition from the first, not under compulsion from king and people, but as a part of his own policy …[ ]… but there can be no question that the assistance that he gave was absolutely indispensable to the success of the enterprise.” [36]
  253. ^ Garibaldi and the thousand{{subst:–}}G.M.Trevelyan - pag. 4, riga 13: “… Garibaldi’s attack on the Bourbon would have been prevented by the Concert of Europe …[ ] … but in July 1860 England broke up such partial Concert of Europe …[ ] … and refused to prevent Garibaldi from crossing the Straits of Messina. That decision of Lord John Russel and Lord Palmerston is one of the reasons why Italy is a free and united State to-day”.
  254. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}G. M. Trevelyan{{subst:–}}pag. 277, righe 14 e seguenti: ”[ ] … Napoleon III, only two months after he had given his consent to Cavour’s invasion of the papal Marches. The secret agreement that he made at Chambéry was that the North Italian Army should invade and traverse the papal territory, so as to arrive at Naples in time to stop Garibaldi and ‘’absorb the revolution’’.“[37]
  255. ^ Garibaldi and the making of Italy - Trevelyan pag. 277
  256. ^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli, La rivoluzione italiana:storia critica del Risorgimento, Roma, 2001, p. 98
  257. ^ Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie, dal 1847 al 1861, Roma, Tipografia Salviucci, 1863, p. 64. URL consultato il 29 settembre 2010. ISBN non esistente
  258. ^ Rosario Villari, Corso di Storia, Laterza
  259. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Napoli, Rizzoli Editore, 2007, p. 259, ISBN 88-17-01846-5.
  260. ^ Francesco Saverio Nitti Eroi e briganti (edizione 1899) - Edizioni Osanna Venosa, 1987 - page 9-33
  261. ^ Eroi e briganti-
  262. ^ (Napoli)
  263. ^ Denis Mack Smith, I re d'Italia, Rizzoli, 1990
  264. ^ Italy: a modern history – Denis Mack Smith –University of Michigan – 1959 – pag. 3 https://archive.org/stream/in.ernet.dli.2015.185092/2015.185092.Italy-A-Modern-History#page/n13/mode/2up
  265. ^

    « This difference between North and South was fundamental. A peasant from Calabria had little in common with one from Piedmont, and Turin was infinitely more like Pans and London than Naples and Palermo, for these two halves were on quite different levels of civilization. Poets might write of the South as the garden of the world, the land of Sybaris and Capri, and stay-at-home politicians sometimes believed them; but in fact most southerners lived in squalor, afflicted by drought, malaria, and earthquakes. The Bourbon rulers of Naples and Sicily before 1860 had been staunch supporters of a feudal system glamorized by the trappings of a courtly and corrupt society. They had feared the traffic of ideas and had tried to keep their subjects insulated from the agricultural and industrial revolutions of northern Europe. Roads were scanty or nonexistent, and passports necessary even for internal travel. In the “annus mirabilis” of 1860 these backward regions were conquered by Garibaldi and annexed by plebiscite to the North. »

    (Italy: a modern history – Denis Mack Smith - page 3)
  266. ^ Il fiume Tronto demarcava approssimativamente il confine fra l'ex-Regno di Napoli e lo Stato Pontificio e comunemente serviva da territorio di confine fra Italia settentrionale e meridionale.
  267. ^ Massimo d'Azeglio, “Scritti e discorsi politici”, Firenze, La nuova Italia, 1939, p. 416.
  268. ^ vedere: sbarchi successivi a quello di Marsalal
  269. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}G.M. Trevelyan{{subst:–}}appendice B - pagg. 316-320
  270. ^ Garibaldi and the thousand{{subst:–}}G.M.Trevelyan - pag. 4 "England […] refused to prevent Garibaldi from crossing the Straits of Messina. That decision of Lord John Russel and Lord Palmerston is one of the reasons why Italy is a free and united State to-day".
  271. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}G.M. Trevelyan - pagg. 250 e 259-260
  272. ^ vedi: il numero dei garibaldini
  273. ^ Garibaldi and the making of Italy{{subst:–}}G.M. Trevelyan - pag. 162
  274. ^ Garibaldi e la formazione dell’Italia- G.M. Trevelyan - pag. 118-121
  275. ^ Garibaldi e la formazione dell’Italia- G.M. Trevelyan - pag. 227
  276. ^ “Garibaldi e la formazione dell’Italia” - G.M. Trevelyan -
  277. ^ “Garibaldi e i Mille” - G.M. Trevelyan -
  278. ^ [38]
  279. ^ “Cassa Centrale – Soccorso a Garibaldi - Resoconto di Agostino Bertani” - 1860 - Genova - Stabilimento tipografico di Lodovico Lavagnino e relativi allegati dettagliati

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Giuseppe Garibaldi, Memorie autobiografiche, Firenze, G. Barbera Editore, 1888.
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  • Carlo Agrati, I Mille nella storia e nella leggenda, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1933. ISBN non esistente
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  • Giuseppe De Gregorio, Sullo sbarco dei Mille a Marsala, Roma, Enrico Voghera, 1907.
  • Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Casale Monferrato, Piemme, 1998, ISBN 88-384-3142-6.
  • Renata De Lorenzo, Borbonia felix, Roma, Salerno editrice, 2013, ISBN 978-88-8402-830-3.
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  • Gianni Oliva, Un regno che è stato grande, Milano, Arnoldo Mondadori, 2012.
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  • Filippo Mercuri, Storia di Sicilia e di Napoli dell’anno 1860 al 1861, Napoli, Luigi Chiurazzi Libraio Editore, 1861.
  • Piero Mattigana, Storia del Risorgimento d’italia dalla pace di Villafranca alla proclamazione del Regno d’Italia, Milano, Legros e Marazzani Editori, 1865.
  • Franco Mistrali, Storia popolare della Rivoluzione di Sicilia e della impresa di Giuseppe Garibaldi, Milano, Francesco Pagnoni Editore, 1860.
  • Giacomo Oddo, I Mille di Marsala Scene Rivoluzionarie, Milano, Giuseppe Scorza Di Nicola Editore, 1863.

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