Spedizione dei Mille

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Spedizione dei Mille
parte del Risorgimento
La partenza dei Mille da Quarto, Genova.
La partenza dei Mille da Quarto, Genova.
Data 5 maggio – 26 ottobre 1860
Luogo Sicilia e successivamente Italia meridionale
Esito Vittoria garibaldina, annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna, futura Unità d'Italia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
  • 1 162 (alla partenza)
  • 20 000 (al momento dello sbarco sul continente)
  • 35 000 (nella fase finale)
50 000
Perdite
500 (?) tra morti e feriti[senza fonte] 1 000 (?) tra morti e feriti[senza fonte]
Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia

La spedizione dei Mille fu l'episodio cruciale del Risorgimento. Avvenne nel 1860 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto, nel territorio del Regno di Sardegna alla volta della Sicilia, nel Regno delle Due Sicilie.

Lo scopo della spedizione fu di appoggiare le rivolte scoppiate nell'isola e capovolgere il governo borbonico. I volontari sbarcarono l'11 maggio presso Marsala e, grazie al consenso di larga parte della popolazione locale, si rafforzarono e mossero verso nord. Dopo una serie di battaglie vittoriose contro l'esercito borbonico, i volontari riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie permettendone l'annessione al nascente Stato italiano.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Massacro di Perugia compiuto dai mercenari svizzeri

La seconda guerra di indipendenza terminò l'11 luglio 1859; i termini dell'armistizio di Villafranca, voluto da Napoleone III che riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l'esclusione di Mantova), ma lasciavano Venezia e tutto il Veneto in mano austriaca, crearono malcontento in gran parte dei patrioti unitari italiani.

Già dal maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana, della Legazione delle Romagne (Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì), del Ducato di Modena e del Ducato di Parma scacciavano i propri sovrani e richiedevano l'annessione al Regno di Sardegna, mentre il governo pontificio riprendeva pieno possesso dell'Umbria e delle Marche le cui popolazioni subivano una dura repressione, culminata il 20 giugno 1859 nella sanguinosa repressione di Perugia per opera dalle truppe svizzere pontificie al servizio di Pio IX.

Napoleone III e Cavour erano reciprocamente in debito: il primo poiché si era ritirato dal conflitto prima della prevista liberazione di Venezia, il secondo perché aveva consentito che i moti si estendessero ai territori dell'Italia centro-settentrionale, andando quindi oltre quanto convenuto con gli accordi di Plombières. Lo stallo venne risolto il 24 marzo 1860, quando Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia e ottenne in cambio il consenso dell'Imperatore all'annessione di Toscana ed Emilia-Romagna al Regno di Sardegna.

Il contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

La penisola italiana nel marzo del 1860

Nel marzo 1860, quindi, restavano in Italia tre Stati: il Regno di Sardegna, con Piemonte (inclusa Aosta), Liguria, Sardegna ed ora Lombardia (eccetto Mantova), Emilia-Romagna e Toscana; lo Stato Pontificio, con Umbria (inclusa Rieti), Marche, Lazio (con l'intoccabile Roma) e le exclave di Pontecorvo e Benevento; il Regno delle Due Sicilie, con Abruzzo (inclusa Cittaducale), Molise, Campania (incluse Gaeta e Sora), Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. A questi si può aggiungere la piccola Repubblica di San Marino, che tuttavia si mantenne sempre distante da ogni spinta unificatrice col resto della penisola.

Bisogna aggiungere che l'Impero austriaco di Francesco Giuseppe poteva ancora essere considerato una potenza con forti interessi nella penisola italiana, poiché possedeva intere regioni come il Regno Lombardo-Veneto (ora limitato a Veneto, Friuli e Mantovano), il Trentino e la Venezia Giulia, anche se non controllava più indirettamente né la Toscana né Modena sui cui troni sedevano i rami cadetti degli Asburgo-Lorena di Toscana e degli Asburgo-Este, succeduti alle antiche casate dei Medici e degli Este.

Senza dimenticare la Francia, ora nel doppio ruolo di potenza protettrice di Roma e principale alleato del Regno di Sardegna: ciò che permise a Napoleone III di mantenere una decisiva influenza sulle faccende italiane, sino alla fine del suo impero (battaglia di Sedan del 1870), e che sarà determinante nel 1860. Napoleone III, difatti, impediva al Regno di Sardegna tanto un'azione contro l'Austria (senza il suo sostegno), quanto un'azione contro Roma (con la sua opposizione), in base agli accordi di Plombieres.

Il Regno delle Due Sicilie era guidato da un monarca giovane e inesperto (Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II solo il 22 maggio 1859, meno di un anno prima della spedizione); nel 1836 il reame borbonico aveva peggiorato le relazioni con il Regno Unito, a cui doveva la sopravvivenza durante il periodo napoleonico, con la Questione degli zolfi[2]. Infine, il Regno delle Due Sicilie era caduto in una sorta di isolamento diplomatico[3]: aveva rifiutato la partecipazione alla guerra di Crimea al fianco di Francia e Regno Unito, al cui fianco viceversa prese parte il Piemonte, e finì con il poter contare solamente sulle proprie forze.

Il regno meridionale era ancora lo stato più esteso e poteva fare affidamento su un esercito (il più numeroso della penisola) di 93 000 uomini (oltre a 4 reggimenti ausiliari di mercenari) e sulla flotta più numerosa di stanza nel Mediterraneo (11 fregate, 5 corvette e 6 brigantini a vapore, oltre a vari tipi di navi a vela)[4]. Come ricordava Ferdinando II, era difeso "dall'acqua salata e dall'acqua benedetta"[4], cioè dal mare e dalla presenza dello Stato della Chiesa, che, protetto dalla Francia, avrebbe teoricamente impedito ogni invasione via terra dal nord Italia.

Nell'autunno-inverno del 1859 Francesco II propose a Francesco Giuseppe (marito di sua cognata l'imperatrice Elisabetta) di intervenire a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Ferdinando IV di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per restaurare i deposti sovrani sui loro troni e territori in Italia centrale[5], spodestati dalle insurrezioni non previste negli accordi di Plombières. Tuttavia l'Austria, appena uscita militarmente sconfitta dal conflitto della seconda guerra d'indipendenza, non era più in grado di rivestire quel ruolo di restauratore che aveva svolto nei passati decenni e declinò la proposta.

L'iniziativa si scontrava direttamente con la politica di Torino e, di conseguenza, di Parigi, dal momento che Napoleone III, per giustificare all'opinione pubblica francese la guerra condotta contro l'Austria, doveva annettere alla Francia i territori oggetto degli accordi di Plombières[6].

Quando negli ambienti diplomatici europei, nell'autunno 1859, circolò l'idea di una conferenza riguardante la risistemazione dell'Italia a seguito dei recenti eventi, Francesco II si dimostrò indifferente, non cogliendo l'opportunità di mostrare una presenza attiva internazionalmente[7].

La situazione nel Regno delle Due Sicilie[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni, erano state diverse le ribellioni che i Borbone avevano dovuto sedare: la rivoluzione siciliana del 1820, la rivoluzione calabrese del 1847[8], la rivoluzione siciliana del 1848-1849 e quella calabrese dello stesso anno[9], e il movimento costituzionale napoletano del 1848.

La morte di Carlo Pisacane, massacrato dai contadini di Sanza incitati dai notabili filoborbonici

Dal punto di vista militare, fondamentale era stata l'alleanza e il sostegno militare dell'Impero austriaco. Per due volte, infatti, i Borbone avevano riguadagnato il trono in seguito all'intervento degli eserciti austriaci: nel 1815 l'austriaco Federico Bianchi sconfisse l'esercito napoletano di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, nella battaglia di Tolentino e, ancora, nel 1821 l'austriaco Johann Maria Philipp Frimont sconfisse un secondo esercito napoletano, quello di Guglielmo Pepe, nella battaglia di Rieti-Antrodoco.

Nel giugno 1859 si ebbe una rivolta di una parte dei reggimenti di mercenari svizzeri (il 3º Reggimento Svizzero) (in conseguenza del fatto che il governo elvetico quell'anno decise che i suoi cittadini non avrebbero più potuto prestare servizio militare in potenze straniere)[10] e parte delle truppe mercenarie al soldo dei Borboni vennero disciolte[11].

I liberali napoletani, comunque, non avevano forza sufficiente neanche a imporre una costituzione, nemmeno dopo Solferino. Essi erano, però, presenti in buon numero nelle alte cariche dell'esercito e dell'Armata di Mare (che, infatti, non mostrò alcun fervore nel corso dell'intera campagna contro Garibaldi[senza fonte]). Dopo la vittoria franco-piemontese nella battaglia di Magenta a Napoli si ebbero vivaci manifestazioni anti austriache dei liberali che convinsero Francesco II a nominare il generale Carlo Filangeri primo ministro e ministro della guerra, non lasciandogli tuttavia scegliere i ministri del suo governo[12].

La popolazione delle province continentali conservava la suddivisione in due parti politiche, o "due nazioni" secondo la definizione di Vincenzo Cuoco[13]: la prima di possidenti e la seconda del popolo delle campagne e della capitale (ovvero i lazzari); quest'ultima era generalmente vicino alla dinastia borbonica, come avevano dimostrato il successo del movimento sanfedista, che nel 1799 aveva rovesciato la Repubblica Napoletana, con strage dei giacobini del regno, e la resistenza antifrancese del periodo 1806-1815, il fallimento della Spedizione di Sapri di Carlo Pisacane del 1857 e come dimostrerà anche il successivo e complesso fenomeno del brigantaggio postunitario[14], mentre la prima si era manifestata con i moti costituenti nel 1820 a Napoli, i moti del Cilento nel 1828, i moti di Penne nel 1837, ancora nel Cilento nel 1848 e nello stesso anno a Napoli con l'ottenimento della Costituzione revocata l'anno seguente.

I mazziniani e la Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Rosolino Pilo

L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1860, era l'autonomismo siciliano: a partire dall'ottobre dell'anno precedente si erano registrati sull'isola focolai di protesta e Salvatore Maniscalco, direttore generale della polizia sull'isola, era scampato a un tentativo di assassinio.

I ricordi della lunga rivoluzione del 1848 erano ancora vividi, la repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del governo napoletano di giungere a un accomodamento politico. Inoltre, l'insofferenza non era limitata alle classi dirigenti, ma coinvolgeva, anche se con motivazioni e obiettivi differenti, una larga fascia della popolazione cittadina e rurale: congiuntura pressoché unica nel corso dell'intero Risorgimento. A dimostrazione di ciò, infatti, vi sono le adesioni di volontari alle schiere garibaldine da Marsala a Messina, sino al Volturno.

Molti dei quadri dirigenti della rivoluzione del 1848 (tra cui Rosolino Pilo e Francesco Crispi) erano espatriati a Torino, avevano partecipato con entusiasmo alla seconda guerra di indipendenza e avevano maturato un atteggiamento politico decisamente liberale e unitario. Proprio i mazziniani, invero, vedevano nella Sicilia insurrezionalista, nell'intervento di Garibaldi e nella monarchia sabauda gli elementi fondanti per il successo della causa unitaria[15]. Il 2 marzo 1860, infatti, Giuseppe Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani incitandoli alla ribellione e dichiarava: "Garibaldi è vincolato ad accorrere"[15].

In particolare, Rosolino Pilo ebbe un preciso ruolo nel porre le basi per una nuova sollevazione in Sicilia. Sempre nel mese di marzo, questi, intenzionato a salpare alla volta dell'isola, si era rivolto a Garibaldi, prima chiedendo armi e poi invitando il nizzardo a un intervento diretto al di là dello stretto[16]. Garibaldi, però, si era tirato indietro ritenendo inopportuno qualsiasi moto rivoluzionario che non avesse avuto buone probabilità di successo[16]. Il nizzardo avrebbe guidato una rivoluzione solo se a chiederglielo fosse stato il popolo e il tutto fosse avvenuto in nome di Vittorio Emanuele II[17]. Solo con il contributo delle popolazioni locali e l'appoggio del Piemonte, infatti, Garibaldi avrebbe contenuto il rischio di un fallimento, evitando risultati simili a quelli avuti in precedenza dai fratelli Bandiera o da Carlo Pisacane[16]. Pur non avendo ottenuto l'immediato sostegno di Garibaldi, il 25 marzo Rosolino Pilo partì comunque per la Sicilia con l'intento di preparare il terreno per la futura spedizione[18]. Accompagnato da Giovanni Corrao, anch'egli mazziniano, il Pilo giunse nel messinese e prese immediatamente contatti con gli esponenti delle famiglie più importanti. In questo modo egli si assicurò l'appoggio dei latifondisti. I baroni, infatti, una volta sbarcato il corpo di spedizione, avrebbero rese disponibili le bande che erano al loro servizio, i cosiddetti picciotti[19].

La rivolta della Gancia a Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Gli arrestati dopo la rivolta della Gancia vennero richiusi nel forte Castello a Mare (Palermo), che venne in parte demolito dalla popolazione dopo l'abbandono della città da parte dei borbonici.
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Rivolta della Gancia.

A Palermo, il 4 aprile, si accese la fiamma della rivolta con un episodio, subito represso[20], che ebbe tra i protagonisti, sul campo, Francesco Riso e, lontano dalla scena, Francesco Crispi, che coordinò l'azione dei rivoltosi da Genova[21]. Nonostante il fallimento, con la repressione borbonica che portò alla fucilazione in piazza di 13 manifestanti,[22] l'accaduto diede il via a una serie di manifestazioni e insurrezioni nel Distretto di Palermo a Bagheria, Misilmeri, Capaci e infine a Carini che divenne l'epicentro della rivolta,[20] tenute in vita dalla famosa marcia di Rosolino Pilo da Messina a Piana dei Greci, fra il 10 e il 20 aprile. A coloro che incontrava lungo il percorso il Pilo annunciava di tenersi pronti "…che verrà Garibaldi". Lì si riunirono con i rivoltosi provenienti da Palermo e dai circondari.

La notizia della sollevazione fu confermata sul continente da un telegramma cifrato inoltrato da Malta da Nicola Fabrizi, fondatore della Legione italica, il 27 aprile. Il contenuto del messaggio, non eccessivamente incoraggiante, accrebbe le incertezze di Garibaldi tanto da indurlo a rinunciare all'idea di una spedizione. Tale fu la delusione tra i sostenitori dell'impresa, che Francesco Crispi, che aveva decodificato il telegramma, sostenendo di aver commesso un errore, ne fornì una nuova versione. Quest'ultima, molto probabilmente falsificata dal Crispi, convinse il nizzardo a intraprendere la spedizione[23].

La preparazione[modifica | modifica wikitesto]

La politica piemontese[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Camillo Benso, conte di Cavour.
Camillo Benso, conte di Cavour

Cavour riteneva rischiosa l'idea di una spedizione che considerava dannosa per i rapporti con la Francia, essenzialmente sospettando che l'obiettivo finale di Garibaldi fosse Roma, per la quale l'imperatore dei francesi era obbligato per ragioni di politica interna a difendere il Papa. Il conte, pertanto, si sarebbe decisamente opposto alla spedizione, ma il suo prestigio era stato scosso dalle cessioni di Nizza e Savoia, per le quali aveva avuto un forte scontro alla Camera con Garibaldi stesso, e non si sentiva abbastanza forte per manifestare il proprio dissenso[24].

Per di più, Garibaldi, nonostante fosse vicino agli ambienti repubblicani e rivoluzionari, era, in tale prospettiva, già da tempo in contatto con Vittorio Emanuele II. Il nizzardo, infatti, a dispetto delle sue idee repubblicane, ormai da 12 anni aveva accettato di collaborare con Casa Savoia convinto che l'unificazione nazionale ormai fosse possibile solamente tramite il Piemonte; d'altronde, le contingenze erano tali che lo stesso Mazzini poteva scrivere: "non si tratta più di repubblica o monarchia: si tratta dell'unità nazionale... d'essere o non essere"[25].

Per Cavour, invece, Garibaldi, pur godendo dell'illimitata stima dell'opinione pubblica liberale italiana, era fonte di grandi preoccupazioni. Solo alla fine del 1859, infatti, questi si era recato in Romagna con l'intento di invadere le Marche e l'Umbria, rischiando di scatenare le ire di Parigi. Secondo alcuni storici il nizzardo, però, rappresentava anche una "opportunità"[26], poiché attraverso di lui avrebbe potuto avere successo la sollevazione dall'interno del Regno delle Due Sicilie e "costretto" il Regno di Sardegna a intervenire per garantire l'ordine pubblico. Il conte, pertanto, decise di assumere un atteggiamento attendista e osservare l'evolversi degli avvenimenti, in modo da poter profittare di eventuali sviluppi favorevoli al Piemonte: solo quando le probabilità di un esito positivo della spedizione appariranno considerevoli, Cavour appoggerà apertamente l'iniziativa[26].

In quest'ottica, il 18 aprile, in seguito ai moti anti-borbonici, Cavour inviò in Sicilia due navi da guerra: il Governolo e l'Authion. Ufficialmente i due vascelli avevano il compito di proteggere i cittadini piemontesi presenti sull'isola. L'effettivo incarico, però, consisteva nel valutare accuratamente le forze degli opposti schieramenti[27]. Nello stesso tempo, il primo ministro piemontese riuscì, attraverso Giuseppe La Farina (che sarà inviato in Sicilia dopo lo sbarco, per controllare e mantenere i contatti con Garibaldi), a seguire tutte le fasi preparatorie della spedizione[28], finché egli stesso, il 22 aprile, non si recò a Genova per rendersi conto di persona della situazione[29].

A fine aprile si svolse a Torino un convegno dei patrioti italiani esuli in Piemonte che presenta l'insurrezione siciliana come una rivolta nazionale che avviene sotto lo stesso tricolore sventolato a Firenze e a Torino, di tale convegno ne viene data notizia anche a Napoli con un articolo sul Corriere di Napoli[30].

Il corpo di spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: I Mille.
Manifesto del comitato di Lodi e Crema per la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili" per Garibaldi

Nel frattempo l'organizzazione della forza di spedizione era in pieno svolgimento. Garibaldi, reduce dalla brillante campagna di Lombardia con i Cacciatori delle Alpi, aveva dimostrato le proprie capacità di capo militare, affrontando con un esercito leggero, costituito da volontari, un esercito regolare. Anche per questa spedizione, avrebbe fatto ricorso all'arruolamento di volontari disposti a combattere sotto la sua guida.

Nell'ottobre 1859, a seguito di un appello di Garibaldi per l'unità d'Italia era cominciata la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili", sostenuta dai comuni e enti nazionalisti, i quali avevano già raccolto notevoli somme: ad esempio la Camera di Commercio di Milano, facendosi voce della borghesia ambrosiana, raccolse 70.226,85 lire per l'acquisto dei fucili[31]; secondo del Boca a questa raccolta fondi sono da aggiungersi somme stanziate dal Piemonte per la spedizione, fino a un ammontare di lire 7.905.607 che saranno computate, a impresa terminata, nel bilancio del nuovo stato unitario[32].

Il corpo di spedizione, al momento della partenza da Quarto, era composto da 1.162 uomini. I Mille provenivano prevalentemente dalle regioni centro-settentrionali e, tra essi, non c'erano solo italiani, ma anche volontari stranieri. La provincia di Bergamo era quella che contava il numero maggiore di uomini rispetto alle altre e, in virtù di questo contributo, Bergamo è ancora oggi soprannominata la "città dei Mille". La compagine aveva anche un cappellano, il sacerdote Alessandro Gavazzi, che, criticando radicalmente l'istituzione del Papato, arrivò a fondare la Chiesa libera evangelica italiana. Il più giovane del gruppo, imbarcatosi all'età di 10 anni, 8 mesi e undici giorni, assieme al padre Luigi, fu Giuseppe Marchetti, nato a Chioggia il 24 agosto 1849.

Il Piemonte e il Lombardo[modifica | modifica wikitesto]

La vendita "temporanea" del Piemonte e del Lombardo

Secondo una ricostruzione già apparsa nel 1862-1865 in due opere (La verità sugli uomini e sulle cose del regno d'Italia rivelazioni di J. A. già agente segreto del conte di Cavour[33] e Delle recenti avventure d'Italia per il conte Ernesto Ravvitti[34]) – e poi ripresa da Giacinto de' Sivo[35] – i due piroscafi necessari all'impresa garibaldina sarebbero stati messi a disposizione tramite un accordo coperto da segreto di Stato. Il 3, o 4, maggio sera in presenza dell'avvocato Ferdinando Riccardi e del colonnello Alessandro Negri di San Front (secondo fonti moderne entrambi dei servizi segreti piemontesi, e incaricati dall'Ufficio dell'Alta Sorveglianza politica e dall'Ufficio Informazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna[36]) l'intesa fu formalizzata con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli, nel suo studio di via Po a Torino, accordo con il quale il Regno di Sardegna acquistava "in via temporanea" e segretamente dall'armatore Rubattino (attraverso la mediazione del direttore della compagnia, Giovanni Battista Fauché) due vapori, il Piemonte e il Lombardo, facendone beneficiario Giuseppe Garibaldi (rappresentato nella circostanza da Giacomo Medici)[36], garanti del debito si costituivano il re sabaudo e il suo primo ministro.[37] Una ricerca svolta presso l'Archivio di Stato di Torino non ha trovato alcun riscontro a conferma di questa versione: dell'atto di "vendita" non c'è alcun riscontro (nonostante vi siano conservate le scritture del notaio Baldioli indicato come estensore del contratto), e lo stesso si può dire per quanto riguarda il "Registro delle Patenti di Nazionalità dei Piroscafi della Marina Sarda" in cui obbligatoriamente dovevano essere riportato i passaggi di proprietà, conservato presso la stessa istituzione; vi è poi da aggiungere che il termine "vendita temporanea" non ha giuridicamente nessun significato – al limite si sarebbe parlato di noleggio – mentre la segretezza dell'accordo avrebbe reso lo stesso nullo (la vendita delle navi è soggetta a pubblicità).[37] A tutto ciò vi è da aggiungere che non tornano i movimenti del Rubattino e non è molto credibile che per una vendita tra privati (Rubbatino e Garibaldi) dovesse intervenire come garante il Re; questi elementi portano a concludere «che non vi fu nessun contratto con Rubattino».[37]

Il piroscafo Piemonte
Gerolamo Induno: La partenza del garibaldino
Monumento in onore a Garibaldi e alla sua Spedizione dei Mille presso Quarto dei Mille a Genova.

Il 9 aprile Bixio tornò a Genova con delle istruzioni per Agostino Bertani e una lettera personale di Garibaldi diretta a Giovanni Battista Fauché, dal 1858 procuratore generale e direttore della società di navigazione Rubattino, la lettera fu recapitata dal Bertani il 10 e in essa l'Eroe dei due mondi richiede, per «trasportarmi in Sicilia con alcuni compagni», uno dei due piroscafi, il San Giorgio o il Piemonte, in servizio per Cagliari e per Malta; offre per questo servizio 100.000 franchi che il Fauché rifiutò dicendo che «se li porti pure in Sicilia ove possono essergli necessari».[38][39].

Successivamente, intorno al 24 aprile, Garibaldi aveva richiesto al Fauché la disponilità di un secondo vapore che il direttore conferma mettendogli a disposizione anche il Lombardo; si trattava di due dei migliori vapori – sugli otto totali – della flotta Rubattino.[40]. I dettagli furono fissati in una riunione il 30 aprile a casa di Bertani, presenti Garibaldi, Fauchè e Bixio.

Nella notte fra il 5 e 6 maggio, sotto il comando di Bixio, un gruppo di garibaldini si impadronì delle due navi – simulando, come da accordi, il furto e sorvegliata in ciò dalle autorità piemontesi[28] – e la spedizione salpò dallo scoglio di Quarto. Il Lombardo entrò successivamente a far parte della marina dittatoriale siciliana[41]. Quando la spedizione terminò alla società di navigazione Rubattino sarà anche riconosciuta, con decreto dittatoriale di Garibaldi del 5 ottobre 1860, la somma di 1,2 milioni di lire come risarcimento per la perdita del Piemonte e del Lombardo, valutati 750 000 lire, e del piroscafo Cagliari, valutato 450 000 lire (che era stato adoperato per la fallita spedizione di Pisacane nel 1857 e poi restituito all'armatore dal governo borbonico)[42].

Subito dopo la partenza della spedizione Fouché avvisò le autorità portuali della scomparsa delle due navi e contemporaneamente garantì che il servizio postale, in appalto alla Rubattino, a non sarebbe stato interrotto. Il "furto" provocò una riunione d'urgenza dei soci e dei creditori della Rubattino che il 7 maggio indirizzarono un protesta al governo sardo ritenuto colpevole di negligente sorveglianza e quindi responsabile del danno ricevuto dalla società che finanziariamente non era in buona salute, il Fauché rifiutò, ed a lui sarebbe spettato quale direttore generale, di protestare ufficialmente e di sporgere denuncia per il furto; il fatto di aver abusato della sua posizione portò poche settimane dopo al suo licenziamento[43] L'episodio ebbe anche uno strascico polemico in quanto il Fauché fece pubblicare sui giornali genovesi una lettera scrittagli dal Bertani[44] in cui questo si rammaricava della sua estromissione dalla Rubattino accusando, senza nominarlo, l'armatore di «non capire che per formare la grande Società della Nazione, deve sacrificarsi qualunque società privata»[45]; Raffaele Rubattino si difese scrivendo il 23 giugno a Giacomo Medici chiedendogli che difendesse presso Garibaldi e i conoscenti il suo buon nome di patriota.[46][47], la polemica tra il Rubattino e il Fauché su cui aveva il merito patriottico di aver fornito le navi ai Mille continuò negli anni a venire.

Lo svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

Il viaggio[modifica | modifica wikitesto]

I volontari, che al momento della partenza ammontavano a 1.162, erano armati di vecchi fucili e privi di munizioni e polvere da sparo. Secondo quanto riferito da Giuseppe Cesare Abba, infatti, i due vapori piemontesi avrebbero dovuto incontrarsi nella notte con alcune scialuppe che avevano il compito di rifornirli, ma non vi riuscirono a causa di misteriose e controverse circostanze[48].

Targa in ricordo della sosta dei mille a Porto Santo Stefano il 9 maggio 1860

Da ciò conseguì la decisione di Garibaldi di fermarsi il 7 maggio a Talamone, dove recuperò, oltre alle munizioni, anche tre vecchi cannoni e un centinaio di buone carabine presso la guarnigione dell'Esercito del Regno di Sardegna di stanza nel forte toscano. Una seconda sosta fu effettuata il 9 maggio, nel vicino Porto Santo Stefano, per rifornimento di carbone e acqua potabile[49][50]. Formalmente Garibaldi ottenne le armi poiché le aveva pretese nella sua qualità di maggiore generale del Regio Esercito.

Durante la sosta sulle coste toscane il nizzardo ordinò al colonnello Callimaco Zambianchi e a 64 volontari di distaccarsi dalla spedizione e tentare un'insurrezione nello Stato Pontificio. Zambianchi, dopo aver reclutato altri 200 uomini della zona, si inoltrò nel territorio papalino, causando alcuni saccheggi[51]. Il colonnello pontificio Georges de Pimodan, venuto a conoscenza della presenza dei garibaldini, giunse a contrastarli presso Orvieto con una sessantina di carabinieri. Dopo un breve scontro, Zambianchi e i suoi uomini batterono in ritirata, poiché de Pimodan ebbe come supporto i contadini e si previde l'imminente arrivo degli zuavi[51].

Cavour, preoccupato per l'eventuale reazione della Francia, alleata dello Stato Pontificio, dispose il 10 maggio l'invio di una nave nelle acque della Toscana[28] e ordinò l'arresto di Zambianchi[51]. Il colonnello dichiarerà che il suo vero obiettivo era l'Abruzzo[51]. Il piano di Zambianchi sarebbe consistito nel distrarre le truppe borboniche, facendo loro credere che Garibaldi volesse attraversare i territori papalini per attaccare l'Abruzzo. Così facendo, il governo borbonico non sarebbe accorso a difendere le coste siciliane con tutte le sue forze, permettendo a Garibaldi di giungervi senza particolari complicazioni[52].

Oltre ai 64 volontari staccatisi dal gruppo, 9 mazziniani, convinti repubblicani, abbandonarono la spedizione quando compresero che si sarebbe combattuto per la monarchia sabauda, mentre i restanti 1.089 proseguirono nel viaggio.

Nei giorni precedenti, tra il 7 e l'8 maggio, il comandante della marina sarda Carlo Pellion di Persano, alla guida di una divisione composta da tre pirofregate, aveva ricevuto da Cavour, tramite il governatore di Cagliari, l'ordine di arrestare la spedizione dei Mille solo se i legni di Garibaldi avessero fatto scalo in un porto della Sardegna, ma di non inseguirli se fossero stati incrociati in mare[53]. L'11 maggio, in seguito alla richiesta del Persano di ricevere conferma degli ordini ricevuti, il conte di Cavour rispose con un telegramma ribadendo le disposizioni del governo piemontese[54].

Oltre ai legni piemontesi, altre imbarcazioni solcavano le acque del Tirreno: infatti, il contrammiraglio George Rodney Mundy, vicecomandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy, aveva ricevuto ordine, dal suo governo, di assumere il comando del grosso delle unità navali della sua flotta e di incrociare nel Tirreno e nel canale di Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti delle Due Sicilie, oltre che a scopo intimidatorio[55] e di raccolta di informazioni, anche al fine di attenuare la capacità di reazione borbonica[56].

Lo sbarco a Marsala[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarco a Marsala.
Lo sbarco dei Mille a Marsala da un disegno di un ufficiale osservatore, a bordo di una nave inglese.

I due vapori, per evitare navi borboniche, avevano seguito una rotta inconsueta[57], che li aveva portati fin quasi sotto le coste tunisine. I Mille, intenzionati a volgere verso Sciacca, puntarono poi a Marsala, poiché informati dagli equipaggi di un veliero inglese e di una paranza da pesca siciliana che il porto della città non era protetto da vascelli borbonici[57]. L'assenza di borbonici convinse Garibaldi a dirigersi verso Marsala[57], dove i vapori piemontesi giunsero nelle prime ore del pomeriggio.

Lo sbarco dei garibaldini fu favorito da diverse circostanze, come la presenza nel porto di Marsala di due navi da guerra della Royal Navy, giunte per proteggere le imprese inglesi della zona, come i magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham[58] e che finì per condizionare l'operato della Real Marina del Regno delle Due Sicilie[59][60][61] e il ritardo con cui le navi da guerra borboniche giunsero nelle acque marsalesi[62][63], da cui conseguì un'azione difensiva tardiva e sterile[64].

Secondo quanto affermato dallo storico inglese George Macaulay Trevelyan, nel suo libro ‘'Garibaldi e i mille'’, le due navi inglesi Argus e Intrepid non fecero nulla per aiutare Garibaldi[65][66], né avrebbero potuto perché avevano le caldaie spente ed erano ormeggiate al largo, con i loro comandanti Marryat e Winnington-Ingram a terra assieme a parte dell'equipaggio[67][68]. La neutralità della marina inglese fu confermata durante la battaglia di Palermo, quando Garibaldi, rimasto quasi privo di polvere da sparo, la richiese inutilmente ai comandanti delle flotte da guerra ormeggiate al largo della città[69].

Inoltre, i comandanti borbonici, ignorando le segnalazioni dei servizi di informazione napoletani, appena un giorno prima dello sbarco, avevano fatto rientrare a Palermo le colonne del generale Letizia e del maggiore d'Ambrosio, per far fronte al pericolo d'insurrezione nella capitale siciliana[70]. Questo cambiamento, però, fu fatale in quanto, al momento dello sbarco, non vi erano truppe di terra né a Marsala, né nei dintorni.

Garibaldi fotografato a Palermo, nel luglio 1860.

I garibaldini lasciarono Marsala e si inoltrarono rapidamente verso l'interno. A loro si unirono, già il 12 maggio, 200 volontari siciliani comandati dai fratelli Sant'Anna.

Proclamazione della Dittatura[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dittatura di Garibaldi.

Il 14 maggio a Salemi Giuseppe Garibaldi dichiarò di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele[71]; tutta l'iniziativa garibaldina si mosse sotto il motto "Italia e Vittorio Emanuele". Il 17 Francesco Crispi viene nominato primo Segretario di Stato[72]. Il 2 giugno furono creati sei dicasteri[73]:

Rappresentante presso il governo provvisorio da parte del Regno di Sardegna fu inviato il siciliano Giuseppe La Farina che a luglio fu costretto a dimettersi per disaccordi con Crispi e al suo posto Cavour inviò Agostino Depretis. E il 20 luglio Garibaldi nominava lo stesso Depretis "prodittattore", con l'esercizio di "tutti i poteri conferiti al Dittatore dai comuni della Sicilia". Il 14 settembre tuttavia Depretis si dimise, non avendo potuto convincere il generale all'annessione diretta della Sicilia al Regno di Sardegna e il 17 si insediò al suo posto Antonio Mordini che restò fino alla conclusione del plebiscito[74] del 21 ottobre 1860.

Nel settembre Cavour fece nominare prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino Trivulzio.

Il primo scontro a Calatafimi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Calatafimi ed Esercito meridionale.
Francesco Crispi, riconosciuto come l'ideatore della Spedizione dei Mille.

I Mille, affiancati da 500 "picciotti", ebbero un primo scontro nella battaglia di Calatafimi il 15 maggio 1860, contro circa 4.000 soldati borbonici guidati dal generale Francesco Landi. Qui, con un eroico gesto, Augusto Elia salva la vita al generale Garibaldi, riportando una grave ferita al volto. Sconfitte le truppe borboniche, ritiratesi nell'abitato di Calatafimi, ricevettero l'ordine di mettersi in marcia per raggiungere Palermo; la notizia della vittoria garibaldina si diffuse rapidamente nell'area, spesso accompagnata da mirabolanti narrazioni, fomentando la rivolta nella popolazione siciliana. Ad Alcamo, sulla via per Palermo, le truppe furono attaccate dai siciliani che sparavano dalle case e dai balconi, come rappresaglia i soldati incendiarono molte case[75], a Partinico la popolazione si ribellò al tentativo di requisizione forzata di beni e viveri da parte delle truppe in ritirata con una sanguinosa rivolta popolare.

Dopo Calatafimi Garibaldi proseguì verso Palermo, per Alcamo e Partinico, giungendo in vista della città.

Alla notizia della sconfitta di Calatafimi Francesco II chiese al generale Filangeri di riprendere servizio, ma costui si rifiutò; il re con una cerimonia ufficiale depose ai piedi della statua di San Gennaro lo scettro e la corona nominando il santo re di Napoli e implorando invano il miracolo della liquefazione del sangue; dietro suggerimento della consorte cominciò a considerare di concedere la costituzione, e cominciò a sondare l'opinione di padre Borelli, influente cappellano di corte, ricevendo una netta risposta negativa[76].

Insurrezione e conquista di Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Insurrezione di Palermo (1860).
Fotografia di una strada di Palermo dopo i combattimenti: sono visibili le barricate e gli edifici distrutti dal bombardamento borbonico
Dipinto di Cesare Bartolena che raffigura l'imbarco dei volontari livornesi avvenuto il 9 giugno 1860, con l'ultimo contingente di volontari toscani

Dopo qualche scaramuccia e varie manovre diversive verso l'interno, (si accamparono sulla montagna di Gibilrossa tra Misilmeri e Belmonte Mezzagno) di lì i garibaldini, il 27, giunsero a Palermo e si apprestarono a entrare in città, ma prima dovettero attraversare il Ponte dell'Ammiraglio, presidiato dai militari borbonici. Dopo un duro scontro, le truppe reali abbandonarono il campo e rientrarono a Palermo, una colonna attraverso la Porta Termini, l'altra attraverso la Porta Sant'Antonino.[77] Nei successivi scontri tra Porta Sant'Antonino e Porta Termini cadeva l'ungherese Luigi Tüköry, mentre furono feriti, fra gli altri, Benedetto Cairoli, Stefano Canzio e Nino Bixio.

Aiutati dall'insurrezione di Palermo, tra il 28 maggio e il 30 maggio i garibaldini e gli insorti, combattendo spesso strada per strada, conquistarono tutta la città, nonostante il bombardamento indiscriminato condotto dalle navi borboniche e dalle postazioni presenti presso il piano antistante Palazzo dei Normanni e il Castello a Mare. Il 29 maggio si ebbe un deciso contrattacco delle truppe regie che, però, veniva arginato. Il giorno 30 maggio i borbonici, asserragliati nelle fortezze lungo le mura, chiesero un armistizio. Garibaldi, ormai padrone della città, si proclamò "dittatore" nominando un governo provvisorio in cui risaltava il ruolo di Francesco Crispi. Dopo un armistizio dal 30 maggio al 3 giugno, il giorno 6 giugno le truppe che difendevano il capoluogo siciliano capitolavano in cambio del permesso di lasciare la città e ottenendo l'onore delle armi.

Uno dei primi atti di Garibaldi fu l'emanazione del decreto del 28 maggio con il quale disponeva che le terre del demani comunali (in mancanza di queste quelle appartenenti al demanio statale) fossero divisi tra i contadini nullatenenti e i volontari che avrebbero combattuto ai suoi ordini.

In quei giorni il porto di Palermo divenne un affollato crocevia dei più disparati personaggi, compresi molti cronisti di giornali inglesi e americani, tra cui l'ungherese naturalizzato britannico Ferdinand Nandor Eber, corrispondente del Times che entrò a far parte dei Mille con il grado di colonnello. Il 30 maggio sbarcò dal suo panfilo personale Alexandre Dumas con armi e champagne. Il 6 giugno arrivò Giuseppe La Farina, inviato da Cavour, che temeva una possibile influenza dei mazziniani. La Farina avrebbe dovuto, nel desiderio di Cavour, prendere il controllo politico della situazione a favore del Regno di Sardegna, ma non trovò al momento un'accoglienza favorevole. Lascerà nelle lettere di quei giorni severi giudizi sui garibaldini e il governo dittatoriale e continuerà a complottare per l'immediata annessione, fino alla sua espulsione dall'isola.

Lapide presso il Palazzo Pretorio di Palermo

Durante il mese di giugno ai garibaldini si aggregarono altri volontari siciliani e quelli provenienti da altre parti d'Italia, i cui arrivi si succedevano quasi quotidianamente, inquadrandosi in quello che poi fu chiamato esercito meridionale; sempre in giugno si formò il primo nucleo della Marina dittatoriale siciliana. Il 1 giugno, proveniente da Malta, sbarcò a Pozzallo, ancora sotto controllo borbonico, Nicola Fabrizi con 20 volontari della Legione italica, che muoverà verso Catania, raggiunta il 20 giugno, formando la colonna dei Cacciatori del Faro accrescendosi di volontari durante la marcia fino a raggiungere il numero di 300 uomini[78].

Il 2 e il 3 giugno arrivarono a Catania, che intanto era insorta, due imbarcazioni con diversi volontari e rifornimenti provenienti da Genova, dopo un lungo viaggio che aveva toccato Malta. Il 7 giugno arrivarono 1.500 fucili da Malta (forniti dagli inglesi). L'11 giugno sbarcò a Marsala una nave di rifornimenti (l'Utile) con 69 uomini al comando di Carmelo Aglietta, 1.000 fucili e molte munizioni.[79] Il 18 giugno sbarcò a Castellammare del Golfo la seconda vera e propria spedizione, proveniente da Genova e comandata dal generale Giacomo Medici, con tre navi, circa 3.500 volontari, 8.000 fucili moderni e munizioni[80] Il 5 e il 7 luglio sbarcarono a Palermo 1.800 volontari comandati da Enrico Cosenz. Il 9 luglio su una vecchia carboniera arrivarono diverse centinaia di volontari. Il 22 luglio su due navi arrivarono a Palermo circa 2.000 volontari, quasi tutti lombardi, al comando di Gaetano Sacchi.

I garibaldini furono riorganizzati e verso la fine del mese di giugno mossero da Palermo, divisi in tre colonne, verso la conquista dell'isola. La brigata di Stefano Türr (poi comandata da Eber), con circa cinquecento uomini, s'incamminò per l'interno, Bixio con circa 1.700 uomini verso Catania, passando da Agrigento, e Medici con Cosenz, al comando della colonna più importante, avanzarono lungo la costa settentrionale.

Nel frattempo il 25 giugno Francesco II concesse la costituzione, assieme ad altre riforme; a spingerlo a ciò aveva contribuito il consiglio contenuto in una paterna lettera di Pio IX; venne cambiata anche la bandiera del regno: da bianco gigliata a tricolore conservando al centro il giglio borbonico[81].

Le rivolte contadine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Fatti di Bronte.

Durante l'estate del 1860, in alcuni centri della Sicilia nord-orientale, prima dell'arrivo dei garibaldini che avanzavano sulle tre direttrici verso Messina e verso Catania, scoppiarono violente rivolte contadine, non contro eventuali guarnigioni militari ma contro i rappresentanti dei ceti dominanti. I braccianti esasperati da condizioni di vita disperate e nutrendo aspettative di riscatto e giustizia sociale per la notizia dell'imminente arrivo dei garibaldini assaltarono i nobili locali, causando fatti di sangue molto brutali.

Il 17 maggio 1860, Alcara li Fusi fu interessata da una rivolta che anticipò le altre, localizzate principalmente sui Nebrodi e dintorni. I contadini assaltarono il "casino dei nobili" trucidando con falci e coltelli numerose persone tra cui un bambino. I garibaldini della colonna Medici, sopraggiunti dopo alcune settimane di anarchia, imprigionarono alcuni dei rivoltosi che, dopo un rapido processo, furono giustiziati.[82]

Il 2 agosto a Bronte il malcontento popolare causò la più conosciuta tra queste insurrezioni. Vennero appiccate le fiamme a decine di case e edifici pubblici e furono trucidati sedici fra nobili, ufficiali e civili, prima che la rivolta si placasse. Bixio intervenne con un reparto di garibaldini e, con un processo lampo, fece fucilare cinque rivoltosi il 10 agosto. Altre analoghe rivolte si svolsero con modalità analoghe a Caronia e Francavilla.

La battaglia di Milazzo e la caduta di Messina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Milazzo (1860).

Qui il 20 luglio le truppe borboniche vennero sconfitte nella battaglia di Milazzo, a cui partecipò lo stesso Garibaldi, giunto da Palermo. I garibaldini guidati da Medici giunsero a Messina il 27 luglio, quando già una parte delle truppe borboniche aveva lasciato la città.[83] Il giorno seguente, giunse Garibaldi. Con la città in mano ai Mille, il generale Tommaso Clary, comandante dei borbonici, e Medici sottoscrissero una convenzione, che prevedeva l'abbandono di Messina da parte delle milizie borboniche, a patto che non venisse arrecato alcun danno alla città e che il loro imbarco verso Napoli non fosse molestato.[83] Garibaldi aveva ottenuto così campo libero, e i soldati borbonici si reimbarcarono verso il continente. Il 28 luglio capitolarono anche le fortezze di Siracusa e Augusta. Così veniva completata la conquista dell'isola.

A difesa della Real Cittadella di Messina affacciata sul porto, rimase solo una piccola guarnigione borbonica, ultimo baluardo siciliano del Regno borbonico che non tenterà alcun'azione bellica, ma che si arrenderà il 13 marzo 1861 con la resa delle truppe del generale Fregola al contingente piemontese del generale Cialdini.

« Splenda nella memoria dei secoli - l'epopea del 27 maggio 1860 - preparata da cuori siciliani - scritta col miglior sangue d'Italia - dalla spada prodigiosa - di Garibaldi. - Riecheggi nella coscienza dei popoli - il tuo ruggito, o Palermo - sfida magnanima - a tutte le perfide signorie - auspicio di liberazione a tutti gli oppressi del mondo »
(Mario Rapisardi per il monumento dei Mille a Palermo)

Operazioni sul continente[modifica | modifica wikitesto]

Dipinto che raffigura lo sbarco dei Mille a Palmi, il 22 agosto 1860
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarco a Melito, Insurrezione lucana e Battaglia di Piazza Duomo.

Con la neutralizzazione di Messina, Garibaldi cominciò i preparativi per il passaggio sul continente, nominando Agostino Depretis prodittatore, per governare la Sicilia.

Cavour esercitava fortissime pressioni per procedere subito ai plebisciti in Sicilia, preoccupato che la benevola neutralità di Francia e Inghilterra potesse rovesciarsi, inficiando le conquiste compiute. Più aggressivo si dimostrava, sicuramente, Vittorio Emanuele II, il quale incoraggiava il generale a passi decisi.

Battaglia del Volturno - combattimento di Porta Romana, verso Santa Maria Maggiore

Il 13 agosto Luigi di Borbone, zio di Francesco II e comandante della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, propose in una seduta del Consiglio di Stato di Napoli assieme al principe d'Ischitella, di riunire la flotta napoletana ed attaccare il porto di Messina per distruggervi le navi di Garibaldi, questa proposta fu respinta violentemente in consiglio, con grandi discussioni, Luigi di Borbone abbandono' la sala e venne pesantemente accusato di personali ambizioni e ne venne chiesto l'esilio. Sospettato di volersi fare un partito e di aspirare ad un vicariato generale, sul tipo di quello di Luigi Filippo, Luigi di Borbone ricevette lo stesso giorno l'ordine di esilio scritto da Francesco II che gli nego' la possibilità di un colloquio e dovette abbandonare il regno[84].

La notte fra il 13 e 14 agosto i garibaldini, salpando da Palermo con la pirofregata Tukery tentarono la cattura del pirovascello borbonico Monarca ormeggiata nella baia di Castellammare di Stabia, l'attacco falli' grazie alla pronta risposta del comandante Guglielmo Acton che venne lievemente ferito. Tuttavia l'attacco mise in allarme le truppe borboniche e Ritucci, comandante della piazza e provincia di Napoli, ne proclamò lo stato d'assedio.

Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio, Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo, con lo sbarco a Melito (30 chilometri da Reggio), il 19 agosto, sulla spiaggia ionica, e il 22 agosto su quella tirrenica di Palmi. Garibaldi disponeva ormai di circa ventimila volontari, in Calabria i borbonici non seppero offrire una dignitosa resistenza: interi reparti dell'esercito borbonico si disperdevano o passavano al nemico. Il 30 agosto, a Soveria Mannelli, il giovane Eugenio Tano e il prete Ferdinando Bianchi con un'azione diplomatica ottennero la resa senza combattere dell'intero corpo di diecimila uomini, comandato dal generale Giuseppe Ghio, all'arrivo della colonna di garibaldini guidata da Francesco Stocco[85]. Il giorno seguente Garibaldi spedì un telegramma esaltando il successo: "Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella[86]".

A Napoli il 25 agosto venne diffusa la stampa di una lettera scritta da Leopoldo di Borbone, zio di Francesco II, con la quale chiedeva al sovrano di seguire il nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma che, all'irrompere della guerra civile, sciolse i sudditi dalla obbedienza e li fece arbitri dei proprii destini. Il 31 agosto Leopoldo si imbarcò sulla fregata sarda La costituzione, messagli a disposizione da Persano, alla volta del Piemonte[87].

Il 2 settembre Garibaldi e i suoi uomini entrarono in Basilicata (la prima regione della parte continentale del regno a insorgere contro i Borboni),[88] precisamente a Rotonda. Il suo passaggio in terra lucana si concluse senza problemi, poiché fu instaurato il governo prodittatoriale ben prima del suo arrivo (19 agosto), grazie all'apporto di Giacinto Albini e Pietro Lacava, autori dell'insurrezione lucana in favore dell'unità nazionale. Il giorno seguente, Garibaldi attraversò in barca la costa di Maratea e presso Lagonegro raccolse gli uomini lucani che lo seguirono fino alla Battaglia del Volturno (tra questi vi fu Carmine Crocco, in seguito famoso brigante post-unitario).[89] Il medesimo giorno Pianell, ministro della Guerra di Francesco II presentò le sue dimissioni, che non ritirò nonostante il re l'invitasse a rimanere in carica. Il suo gesto fu seguito da altri ministri il giorno seguente.

Rimasto senza governo e abbandonato dagli uomini della corte, Francesco II, con Garibaldi che proseguiva senza ostacoli la sua avanzata verso Napoli, il 5 settembre prese la decisione di rinunciare alla difesa della capitale e di rifugiarsi a Gaeta. Il 6 settembre Garibaldi incontrò Albini ad Auletta e nominò il patriota Governatore della Basilicata. La notte dello stesso giorno dormì a Eboli nella casa di Francesco La Francesca e poi partì per Napoli.

Aspirazioni al trono di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

L'avanzata di Garibaldi e le debolezze del regno borbonico misero alla luce alcune manovre attorno al trono di quel regno.

Il 29 giugno H. di Lazen, segretario dell'infante Giovanni di Borbone, consegnò, una lettera all'ambasciatore piemontese a Londra, in cui riportando la volontà dell'infante, deprecava l'intervento del governo spagnolo «nelle cose d'Italia» e nello specifico «trattando in singolare maniera la questione dei diritti eventuali de' Borboni di Spagna al trono delle Due Sicilie» puntualizzava che: «Anche nel caso, in cui tutti i Borboni di Napoli venissero a mancare, i diritti della corona sarebbero riversibili nella persona del principe D. Giovanni e non mai nella persona d'Isabella di Borbone– S. A. mi ordina di dirvi ch'egli non vuole punto immischiarsi nelle questioni d'Italia […] S. A. è oggi, inoltre, decisa a farne la rinuncia, se così conviene all'ordine ed alla tranquillità dell'Europa. Il Principe desidera che voi abbiate la bontà di far conoscere la sua risoluzione al Governo del Re»[90].

Un gruppo di napoletani si recò a Parigi da Luciano Murat per offrirgli la corona di Napoli, a cui rispose il 19 agosto con una lettera il cui contenuto venne diffuso, nella quale scrisse: «Quando la rivoluzione agita un popolo, la sola volontà popolare, liberamente espressa, può spegnere le discordie e le incertezze, […] Nello stato presente delle cose, giova all'Italia che venga stabilito in Napoli, più presto che si può, il Governo costituzionale, acciocchè sia assicurata la libertà e cansato il pericolo dell'anarchia o di un'invasione. […] Sacrifico adunque ogni mio privato interesse, […] ripetendo […] che l'Italia, a parer mio, ritroverà in una confederazione l'antica sua potenza e il prisco splendore.»

Queste sue affermazioni vennero interpretate come una decisa rinuncia al trono di Napoli in un commento del Moniteur, per cui il 4 settembre con una lettera al giornale puntualizzò: «ho voluto dire, se, fuori di ogni influsso straniero, il suffragio universale si manifestasse in mio favore, il voto delle popolazioni non sarebbe senza dubbio meno rispettato per Napoli, di quel che lo fu per le altre parti d'Italia»[91].

L'ingresso a Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Intanto, il 6 settembre re Francesco II abbandonava Napoli, imbarcandosi con la famiglia sul vapore Messaggero, cercando di riorganizzare il suo l'esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno. Così, il 7 settembre, Garibaldi, precedendo il grosso del suo esercito, viaggiando su di un treno, che da Torre Annunziata dovette procedere lentamente per non travolgere le ali di folla festante, poté entrare in città accolto da liberatore. Le truppe borboniche, ancora presenti in abbondanza e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza e si arresero poco dopo.

Dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d'Italia in seguito alla Seconda Guerra d'Indipendenza e ai successivi plebisciti di annessione. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L'avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva.

Vittorio Emanuele II decise allora di intervenire con il proprio esercito per annettere Marche e Umbria, ancora nelle mani del papa, e unire così il nord e il sud d'Italia. Al papa, secondo i piani del re, sarebbe stato lasciato il solo Lazio, come estremo baluardo del dominio temporale.

Nel frattempo la rapida avanzata di Garibaldi destabilizzava anche altre aree della penisola: ai primi di settembre, nelle province ancora sotto lo stato pontificio si verificarono tumulti: Urbino, Senigallia, Pesaro, Fossombrone, per la cui repressione si mosse l'esercito papalino da poco rinnovato e rinforzato da de Lamoricière. Subito il governo di Torino protestò contro questa repressione e chiese con una nota ufficiale il disarmo e lo scioglimento delle truppe mercenarie pontificie, ottenendo come risposta un diniego. A seguito di ciò l'11 settembre l'esercito piemontese al comando di Fanti attraversava il confine avanzando nelle Marche e in Umbria[92], l'intervento si era reso necessario per bloccare da nord ogni possibile avanzata di Garibaldi oltre Napoli verso Roma, che se stata messa in atto avrebbe rotto la neutralità o il non intervento nella vicenda di potenze europee, in primis la Francia, che dalla restaurazione si era sempre mossa militarmente a difesa del pontefice e del suo potere temporale.

Il 18 settembre 1860 con la Battaglia di Castelfidardo l'esercito sardo si scontrò con quello pontificio, composto da circa 10.000 volontari che, rispondendo all'appello del papa, provenivano da tutti i paesi cattolici d'Europa. Ebbero la meglio i piemontesi che inseguirono i superstiti papalini fino alla piazzaforte di Ancona, dove avvenne l'ultimo scontro, che vide ancora una volta le truppe regie vittoriose.

Le battaglie del Volturno e del Garigliano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Volturno e Battaglia del Garigliano (1860).

Tra fine settembre e i primi giorni di ottobre avvenne la decisiva battaglia del Volturno, dove circa 50.000 soldati borbonici persero lo scontro con gli uomini di Garibaldi, i quali erano approssimativamente la metà.[93] La battaglia; la più aspra di tutta la spedizione, terminò il 1º ottobre (altri dicono il 2 ottobre).

Dopo questa sconfitta, il re, la regina e i resti dell'esercito borbonico si asserragliarono a Gaeta, ultimo baluardo a difesa del Regno delle Due Sicilie, assieme alla cittadella di Messina e Civitella del Tronto.

Il 9 ottobre ad Ancona Vittorio Emanuele II si pose a capo dell'esercito e il 15 ottobre attraversò il confine del Regno delle due Sicilie , l'esercito piemontese proseguì la sua discesa entrando in Abruzzo e convergendo quindi verso la Campania, muovendosi verso Gaeta e andando incontro alle truppe garibaldine.

Il 20 ottobre il generale Cialdini sconfisse le truppe borboniche nella battaglia del Macerone, il giorno seguente nei comuni dell'ormai ex regno delle Due Sicilie si svolsero i plebisciti con il quesito Il popolo vuole l'Italia Una e Indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?.

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II.

Il 26 ottobre Vittorio Emanuele II incontrò Giuseppe Garibaldi, in quello che diverrà noto come l'incontro di Teano, con questo incontro si concluse simbolicamente la Spedizione dei Mille. Garibaldi salutò Vittorio Emanuele come re d'Italia praticamente consegnandogli le terre appena conquistate.

L'assedio di Gaeta fu iniziato dai garibaldini, sostituiti il 4 novembre 1860 dall'esercito sabaudo che concluse l'assedio il 13 febbraio 1861. Con la resa di Francesco II, gli ultimi Borbone di Napoli andarono in esilio a Roma sotto la protezione di Pio IX. La cittadella di Messina cadde il 12 marzo e la fortezza di Civitella il 20.

I plebisciti e la proclamazione del Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Plebisciti del Regno d'Italia § 1860 e Regno d'Italia (1861-1946).

Sulla base dei plebisciti d'annessione dell'ottobre 1860 e in seguito alle capitolazioni delle fortezze di Gaeta e di Messina, il 17 marzo 1861, mentre la fortezza di Civitella del Tronto, nonostante l'assedio, ancora resisteva (si arrenderà tre giorni più tardi), venne proclamato il Regno d'Italia, del quale entrarono a far parte le regioni meridionali, già parte del Regno di Napoli.

Il 6 novembre Garibaldi schierò in riga, davanti alla Reggia di Caserta, 14.000 uomini, 39 artiglierie e 300 cavalli. Essi attesero molte ore che il Re li passasse in rassegna, ma invano. Il giorno successivo, 7 novembre, il Re faceva il suo ingresso a Napoli. Garibaldi, invece, si ritirò nell'isola di Caprera. Nello stesso mese anche Marche e Umbria, con un plebiscito, scelsero l'unione al Regno d'Italia.

Così, unificata la penisola italiana, Vittorio Emanuele II poté essere proclamato Re d'Italia dal neoeletto parlamento italiano riunito a Torino. Il sovrano sabaudo mantenne il numerale "II"[94] ed il neoproclamato Regno d'Italia conservò l'apparato normativo e costituzionale del precedente Regno di Sardegna, con la costituzione definitivamente estesa a tutte le province del nuovo regno regno[95].

"Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani": questo motto, attribuito dai più a Massimo D'Azeglio, ma da alcuni anche a Ferdinando Martini, avrebbe ispirato tutta la politica successiva alla spedizione dei Mille[96].

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Brigantaggio postunitario italiano, Carmine Crocco e Forte di Fenestrelle.
1860. I reduci garibaldini bresciani dei Mille

Agli ufficiali dei disciolti esercito delle Due Sicilie e della Real Marina del Regno delle Due Sicilie fu consentito di entrare nell'esercito e nella marina del Regno d'Italia mantenendo il medesimo grado. Per contro, coloro che rifiutarono di prestare giuramento in favore del nuovo sovrano, rimanendo fedeli a Francesco II, furono deportati nei campi di prigionia di Alessandria, San Maurizio Canavese e nel Forte di Fenestrelle ove secondo diverse fonti nell'ambito del revisionismo neoborbonico, una grande quantità trovarono la morte per fame, stenti e malattie[97][98], ricostruzioni che secondo altre ricerche sembrano però non trovare fondamento[99][100][101].

Agli ufficiali di Garibaldi, invece, il grado fu riconosciuto in pochissimi casi[102], ma molti fra i comandanti garibaldini ebbero un ruolo non secondario nelle successive azioni belliche dell'esercito italiano: Nino Bixio, il napoletano Enrico Cosenz e Giuseppe Sirtori. Altri, come Enrico Fardella, combatterono nella guerra di secessione americana.

Per quanto riguarda i soldati borbonici, molti si diedero alla macchia, continuando a combattere per l'indipendenza delle Due Sicilie, e anche tra coloro che si unirono a Garibaldi durante la spedizione, infine, non mancò chi, come Carmine Crocco, già fuorilegge e, poi, soldato sotto Ferdinando II, amareggiato, secondo taluni, per gli esiti della spedizione o deluso, secondo altri, dalla mancata amnistia, per le sue precedenti condanne, da parte del nuovo governo unitario, sposò la causa legittimista, contribuendo alla nascita e allo sviluppo del brigantaggio postunitario[103][104].

Stampa popolare del 1860 che mostra le delusioni garibaldine: un Garibaldi pensieroso regge un foglio sui temi dell'armamento nazionale, liberazione di Roma e Venezia e i suoi decreti emessi a Napoli, a terra giacciono due fogli con i nomi di Nizza e Savoia ormai perse alla unità nazionale, tre volontari garibaldini, di cui due feriti, messi in disparte, volgono le spalle a un gruppo di notabili e reazionari codini che ballano, commentati col detto: "Il maestro di cappella è mutato, ma la musica è la stessa"
Garibaldi raffigurato in un affresco sul muro di un edificio a Guardabosone, in provincia di Vercelli

Già prima dell'unità d'Italia, negli ultimi mesi del 1860 molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse, cominciarono le proteste contro il nuovo governo e nell'Italia continentale cominciò il sostegno al brigantaggio postunitario da parte dei Borbone e del clero. Nei territori appartenuti al regno delle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia, mentre nel settentrione la leva militare obbligatoria generava meno problemi, in quanto i metodi di coltivazione erano più avanzati. Va evidenziato che nel sud continentale la leva militare esisteva in forma limitata a sorteggio e i territori più danneggiati dalla coscrizione erano la Sicilia e lo Stato Pontificio, dove il servizio militare prima dell'unità era esclusivamente volontario e professionale e dove, comunque, non si verificarono rivolte anti-sabaude.

Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita, attraverso i racconti della lunga coscrizione del giovane 'Ntoni, la morte del giovane Luca nella battaglia di Lissa e le nuove tasse[105]. L'amara delusione di chi sperava che l'unità d'Italia avrebbe cambiato le sorti del Sud è ben raccontata anche nel romanzo di Anna Banti, Noi credevamo[106]. Nel meridione continentale questo malcontento popolare sfociò nel movimento di resistenza definito brigantaggio.

Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli:

« ... Qui, o Signora, io sento battere colla stessa veemenza il mio cuore, come nel giorno, in cui sul monte del Pianto dei Romani, i vostri eroici figli faceanmi baluardo del loro corpo prezioso contro il piombo borbonico! ... E Voi, donna di alti sensi e d'intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni. Chiedete ai cari vostri superstiti delle benedizioni, con cui quelle infelici salutavano ed accoglievano i loro liberatori! Ebbene, esse maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all'inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. ... Ho la coscienza di non aver fatto male ; nonostante, non rifarei oggi la via dell' Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l' Italia e che seminò l'odio e lo squallore la dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. »
(Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli, 1868.[107])

Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata; mentre il risveglio economico, garantito dalle politiche fiscali di Ferdinando II[108] e dalle floridissime condizioni del regno borbonico, cessò di colpo[109], non essendo l'economia del sud in grado di sostenere la concorrenza in regime di libero mercato e senza la protezione doganale. Il patriota Luigi Settembrini, mentre era rettore all'università di Napoli, disse agli studenti: «Colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!».[110] Rimase rammaricato anche Ferdinando Petruccelli della Gattina, che nella sua opera I moribondi del Palazzo Carignano (1862), espresse la sua amarezza nei confronti della negligenza della nuova classe politica.[111] Anche il clero rimase deluso, sia per la perdita di Umbria e Marche da parte dello Stato pontificio, sia per il frequente esproprio di beni ecclesiastici, la soppressione degli Ordini Religiosi e la chiusura di numerosi istituti di utilità sociale. Non rimasero invece deluse le popolazioni ex pontificie, perché potevano vivere in uno stato laico, senza i condizionamenti e le costrizioni religiose della monarchia teocratica assoluta papale.

Il dibattito storiografico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dibattito storiografico sulla Spedizione dei Mille e Revisionismo del Risorgimento.

La spedizione dei Mille è un passaggio obbligato per capire la storia dello Stato unitario italiano e ha generato diverse controversie su come sia stato concepito. Diversi storici vedono nell'impresa garibaldina il punto d'origine di fenomeni complessi come il Brigantaggio postunitario, lo squilibrio nord-sud, l'emigrazione (assente nel Sud Italia prima dell'unità)[112] e la cosiddetta "Questione meridionale".

Qualche corrente di pensiero ritiene che la spedizione dei Mille sia stata narrata in modo "agiografico" dalla storiografia tradizionale. Ciò, in particolare, a fronte al brigantaggio che fu ferocemente represso dal nuovo Regno d'Italia e a una presunta damnatio memoriae che sarebbe toccata alla dinastia borbonica. Nel decennio successivo all'unità, secondo alcune scuole storiografiche si scatenò nel meridione italiano una guerra civile[113] per combattere la quale fu necessario l'impiego di un elevato numero di militari, secondo alcuni fino a 140.000[114], la sospensione dei diritti civili (Legge Pica), nonché devastazioni e saccheggi di interi abitati (come a Pontelandolfo e Casalduni) come ritorsione alle violenze dei briganti,[115] per poter annientare le bande armate. Nell'iconografia tradizionale, la figura di Garibaldi assume le sembianze dell'eroe che combatte e vince contro un esercito ben più numeroso, mentre i tanti "briganti" che in seguito combatterono contro un ben più organizzato esercito piemontese ebbero il torto di essere perdenti. Quindi, secondo i revisionisti del Risorgimento, il mito di Garibaldi sarebbe stato funzionale agli assetti di potere vincenti, non considerando però il diverso comportamento delle popolazioni degli altri stati preunitari anch'essi annessi al Regno di Sardegna, stati che in tale ottica sarebbero da considerare anche essi “vinti”, come il Lombardo-Veneto, i Ducati di Parma, Modena, il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio e che, invece, il revisionismo tende ad assimilare ai “vincitori” con evidente contraddizione.

Lo storico inglese Denis Mack Smith ne "I re d'Italia", con riferimento al periodo storico che comincia dall'unità d'Italia (1861), scrive: "La documentazione di cui disponiamo è tendenziosa e comunque inadeguata. ... gli storici hanno dovuto essere reticenti e, in alcuni casi, restare soggetti a censura o imporsi un'autocensura."[116]

Va comunque osservato che il brigantaggio anti-sabaudo, verificatosi dopo il 1860 nel sud continentale, non si verificò negli altri territori preunitari annessi del nord-est e del centro Italia, che pure subirono espropriazioni e imposizioni di nuove norme e tasse come il sud. Tale diverso atteggiamento nei confronti del nuovo assetto istituzionale unitario farà presto rilevare quel divario, poi noto come Questione meridionale e descritto dal meridionalista lucano Giustino Fortunato come segue: « “Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale”». Anche il politico e patriota torinese Massimo d'Azeglio aveva espresso il suo pensiero sulla diversità dei comportamenti delle popolazioni dei diversi territori pre-unitari annessi: «[...]'’ io non so nulla di suffragio, so che al di qua del Tronto[117] non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari.'’» (Massimo d'Azeglio, Scritti e discorsi politici, Firenze 1939, III, pp. 399–400). [118]

Nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Raccolta degli atti del governo dittatoriale e prodittatoriale in Sicilia, Palermo, Stabilimento tipografico Francesco Lao, 1860, p. 126, SBN IT\ICCU\LO1\0315587. URL consultato il 27 settembre 2010.
  2. ^ Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, Rusconi, 1982, pp. 15-16, ISBN 88-18-01157-X.
  3. ^ Ennio Di Nolfo, Europa e Italia nel 1855-1856, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1967, p. 412. ISBN non esistente
  4. ^ a b Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2009, p. 142, ISBN 88-04-59355-5.
  5. ^ Nicomède Bianchi, Il conte Camillo di Cavour: documenti editi e inediti, Torino, Unione tipografico-editrice, 1863, p. 88. URL consultato il 22 settembre 2010. ISBN non esistente
  6. ^ Nicomède Bianchi, Op. cit., p. 82. URL consultato il 22 settembre 2010.
  7. ^ vedi pag. 230, Gianni Oliva, (2012)
  8. ^ Domenico Romeo, nel settembre del 1847, fu a capo di una la rivolta, di cui è considerato l'ideatore, il promotore e l'organizzatore. Egli ordì una trama tra Calabria, Sicilia e Basilicata che coinvolse i veterani della Carboneria e che, in accordo con i patrioti Siciliani, doveva propagarsi in tutto il Regno. Il 3 settembre, con 500 insorti, occupò Reggio, ma, non essendoci unità d'intenti tra i dissidenti, la rivolta fallì e venne repressa nel sangue. Romeo fu decapitato, mentre a Gerace vennero fucilati cinque insorti: Michele Bello, Rocco Verduci, Pierdomenico Mazzone, Gaetano Ruffo e Domenico Salvadori.
  9. ^ La rivolta fu capeggiata da Benedetto Musolino, che istituì un Governo provvisorio a Cosenza
  10. ^ R. De Cesare, La fine di un regno, Vol. II
  11. ^ vedi pag 231 Gianni Oliva, Un regno che è stato grande, Mondadori direct, 2012
  12. ^ De Cesare, p. 5-6
  13. ^ vedi pag 11 Salvatore Lupo, L'unificazione italiana, Donzelli editore, 2011
  14. ^ Il brigantaggio postunitario si configurò come un fenomeno assai complesso dove le tre classiche chiavi di lettura dello stesso (quella liberale-crociana, quella marxista-gramsciana e quella legittimista), prese singolarmente, non sono sufficienti per la comprensione di tutte le sue componenti (quella politica, quella sociale e quella delinquenziale). Angelo D'Ambra, Il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro, Grottaminarda, Delta 3 Edizioni, 2010, p. 5, ISBN 88-6436-112-3ISBN non valido (aiuto).
  15. ^ a b Rivista sicula di scienze, letteratura ed arti, Vol. 1, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1869, pp. 498-500. ISBN non esistente
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  17. ^ Federico Gasperetti, Nicola Fano, Castrogiovanni, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2010, p. 115, ISBN 88-6073-536-X. URL consultato il 9 ottobre 2010.
  18. ^ Cesare Bertoletti, Il risorgimento visto dall'altra sponda, Napoli, Berisio Editore, 1967, pp. 196-197. ISBN non esistente
  19. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998, pp. 79-80-81, ISBN 88-384-3142-6.
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  21. ^ Salvatore Vecchio, La terra del sole: antologia di cultura siciliana, Vol. 2 - Dal Risorgimento ai nostri giorni, Caltanissetta, Terzo millennio, 2001, p. 15, ISBN 88-8436-008-0.
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  35. ^ Nel terzo volume della sua Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, versione in seguito fatta propria dalla storiografia revisionista
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  40. ^ Agrati, pp. 36-37
  41. ^ Almanacco storico navale. Lombardo – Sottosezione Navi Trasporto a Ruote, su marina.difesa.it, Marina Militare italiana. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  42. ^ Aldo Servidio, Op. cit., p. 93.
  43. ^ Agrati, p. 38
  44. ^ Vedi articolo La compagnia Rubattino e la causa nazionale in prima pagina del giornale di Genova Il movimento, 21 giugno 1860
  45. ^ vedi pagg. 232-236 in Giuseppe Pipitone Federico, Di alcune note autobiografiche di patrioti che presero parte alle rivoluzioni siciliane del 1848 e 1860, in Rassegna Storica del Risorgimento, anno VIII, suppl. al fasc. I, XVIII Congresso sociale di Palermo 1931, pp. 228-243.
  46. ^ Agrati, p. 41
  47. ^ Anna Maria Isastia, FAUCHÈ, Giovanni Battista, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 45, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1995. URL consultato l'8 ottobre 2015.
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  52. ^ Giovanni La Cecilia, Storia dell'insurrezione siciliana, Tip. Sanvito, Milano, 1860, p. 66.
  53. ^ Carlo Pellion di Persano, La presa di Ancona: Diario privato politico-militare (1860), Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990, pp. 78-79, ISBN 88-7692-210-5. URL consultato il 28 ottobre 2010.
  54. ^ Carlo Pellion di Persano, Op. cit., p. 8.
  55. ^ Alberto Santoni, Storia e politica navale dell'età moderna: XV-XIX secolo, Roma, Ufficio storico della marina militare, 1998, p. 305.
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  62. ^ Antonio Saladino, L'estrema difesa del regno delle Due Sicilie (aprile-settembre, 1860), Napoli, Società napoletana di storia patria, 1960, p. xxiii. ISBN non esistente
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  64. ^ Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Firenze, Giunti Editore, 1997, p. 496, ISBN 88-09-21256-8.
  65. ^ In definitiva, la tanto famosa presenza di navi inglesi a Marsala si risolse in un nulla di fatto. All'informazione del comandante della flottiglia borbonica, capitano Acton, che avrebbe dovuto far fuoco sui garibaldini, i capitani dell'Argus e dell'Intrepid non opposero la minima obiezione, limitandosi a chiedere che le unità borboniche non colpissero gli inglesi. (George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna 1909, p. 308).
  66. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 308.
  67. ^ Le due navi inglesi erano ormeggiate al largo e lì rimasero immobili: «Gli ufficiali inglesi gettarono le ancore tenendosi assai lontani dal porto; l'Argus a due o tre miglia, l'Intrepid alquanto più presso ma sempre a un miglio circa, « fra i tre quarti e il miglio di distanza dal faro sulla punta estrema del molo ». E non abbandonarono queste posizioni lontane mentre si svolgevano gli avvenimenti straordinari di quel giorno non opponendo così il minimo impedimento materiale a qualsiasi operazione che i napoletani scegliessero o potessero scegliere di eseguire.» (George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna 1909, p. 303).
  68. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 303.
  69. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 416.
  70. ^ De Gregorio, p. 8.
  71. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Ifocusdellastoria/PIR_Ladittaturagaribaldina
  72. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Lecartedellastoria/decreto17%20maggio%20-%20segretario%20di%20stato.pdf
  73. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Lecartedellastoria/decreto%202%20giugno%20-%20dicasteri.pdf
  74. ^ Agostino Depretis in Dizionario Biografico – Treccani
  75. ^ Butta, pag 27
  76. ^ vedi pag. 144-146 A. Petacco (2009)
  77. ^ Giuseppe La Masa, Alcuni fatti e documenti della revoluzione dell'Italia meridionale del 1860, Tipografia Franco, Torino, 1861, p. 54.
  78. ^ FABRIZI, Nicola
  79. ^ Giulio Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1911
  80. ^ Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - Editore Rizzoli - Milano 1962
  81. ^ vedi pag. 146, A. Petacco, (2009)
  82. ^ L'episodio è al centro del capolavoro dello scrittore Vincenzo Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio e si presta al dibattito sul carattere più o meno popolare del Risorgimento e sui rapporti tra gli avvenimenti storici e la realtà degli strati più bassi della popolazione meridionale.
  83. ^ a b Giuseppe Ricciardi, Vita di G. Garibaldi, G. Barbera Editore, Firenze, 1860, p. 70.
  84. ^ pp.139-144 Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
  85. ^ Cesare Sinopoli, La Calabria : storia, geografia, arte, Catanzaro: Guido Mauro editore, 1926 ; nuova edizione a cura di Francesco Giuseppe Graceffa, Soveria Mannelli: Rubbettino, 2004, p. 180 on-line
  86. ^ Raffaele de Cesare, La fine di un Regno, Cap. XVII, Città di Castello: S. Lapi, 1909
  87. ^ pp.144-146 Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
  88. ^ Tommaso Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico italiano (1700-1870), Potenza, 1962, p. 109
  89. ^ Carmine Crocco, Come divenni brigante, Edizioni Trabant, 2009, p. 11
  90. ^ Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, pp.177-178, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
  91. ^ Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, pp.178-180, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
  92. ^ Costanzo Rinaudo, Il Risorgimento Italiano, p. 685, Scuola di Guerra, Tipografia Olivero, Torino, 1910
  93. ^ Girolamo Arnaldi, Storia d'Italia, Volume 4, UTET, Torino, 1965, p. 167
  94. ^ A riguardo si veda Vittorio Emanuele II di Savoia#Il numerale invariato
  95. ^ Giorgio Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Collana "Manuali Giuffré", Milano, Giuffrè Editore, 1970, p. 138.
  96. ^ Sulla frase vd. ora C. Gigante, "Fatta l'Italia, facciamo gli Italiani". Appunti su una massima da restituire a d'Azeglio", in "Incontri. Rivista europea di studi italiani" XXVI, 2/2011, pp. 5-15 (http://www.rivista-incontri.nl/index.php/incontri/article/view/18/18).
  97. ^ Neoborbonici all'assalto di Fenestrelle 'In quel forte ventimila soldati morti', La Repubblica, 5 maggio 2010. URL consultato il 29 luglio 2010.
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  99. ^ Massimo Novelli, I morti borbonici a Fenestrelle non furono 40mila, ma quattro, in La Repubblica (Torino), 8 luglio 2011. URL consultato il 26 aprile 2014.
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  101. ^ Alessandro Barbero, Ma Fenestrelle non fu come Auschwitz, in La Stampa, 21 ottobre 2012. URL consultato il 26 aprile 2014.
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  104. ^ Carmine Crocco, Come divenni brigante, a cura di Marcello Donativi, Brindisi, Edizioni Trabant, 2009, pp. 7-10, ISBN 88-96576-04-0. URL consultato il 27 novembre 2011.
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  116. ^ Denis Mack Smith, I re d'Italia, Rizzoli, 1990
  117. ^ Il fiume Tronto demarcava approssimativamente il confine fra l'ex-Regno di Napoli e lo Stato Pontificio e comunemente serviva da territorio di confine fra Italia settentrionale e meridionale.
  118. ^ Massimo d'Azeglio, “Scritti e discorsi politici”, Firenze, La nuova Italia, 1939, p. 416.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]