Spedizione dei Mille

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Spedizione dei Mille
parte del Risorgimento
Partenza da Quarto.jpg
La partenza dei Mille da Quarto, Genova.
Data 5 maggio – 26 ottobre 1860
Luogo Sicilia e successivamente Italia meridionale
Esito Vittoria garibaldina, annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna, futura Unità d'Italia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
  • 1.162 (alla partenza)
  • 20.000 (al momento dello sbarco sul continente)
  • 35.000 (nella fase finale)
  • 72.000 in tempo di pace
  • 128.000 in tempo di guerra nota
Perdite
500 (?) tra morti e feriti[senza fonte] 1 000 (?) tra morti e feriti[senza fonte]
Voci di operazioni militari presenti su Wikipedia
Impresa Garibaldina 1860-1861
Camicie rosse - volontari dei Mille di Brescia colorato a mano

La spedizione dei Mille fu l'episodio cruciale del Risorgimento. Avvenne nel 1860 quando un migliaio di volontari, al comando di Giuseppe Garibaldi, partì nella notte tra il 5 e il 6 maggio da Quarto, nel territorio del Regno di Sardegna alla volta della Sicilia, nel Regno delle Due Sicilie.

Lo scopo della spedizione fu di appoggiare le rivolte scoppiate nell'isola e capovolgere il governo borbonico. I volontari sbarcarono l'11 maggio presso Marsala e, grazie al consenso di larga parte della popolazione locale, si rafforzarono e mossero verso nord, aumentando di numero anche per lo sbarco di altre spedizioni garibaldine[2].

Dopo una serie di battaglie vittoriose contro l'esercito borbonico, i volontari riuscirono a conquistare tutto il Regno delle Due Sicilie permettendone l'annessione al nascente Stato italiano.

Indice

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Massacro di Perugia compiuto dai mercenari svizzeri

La seconda guerra di indipendenza terminò l'11 luglio 1859; i termini dell'armistizio di Villafranca, voluto da Napoleone III che riconoscevano al Regno di Sardegna la Lombardia (con l'esclusione di Mantova), ma lasciavano Venezia e tutto il Veneto in mano austriaca, crearono malcontento in gran parte dei patrioti unitari italiani.

Già dal maggio 1859 le popolazioni del Granducato di Toscana, della Legazione delle Romagne (Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì), del Ducato di Modena e del Ducato di Parma scacciavano i propri sovrani e richiedevano l'annessione al Regno di Sardegna, mentre il governo pontificio riprendeva pieno possesso dell'Umbria e delle Marche le cui popolazioni subivano una dura repressione, culminata il 20 giugno 1859 nella sanguinosa repressione di Perugia per opera dalle truppe svizzere pontificie al servizio di Pio IX.

Napoleone III e Cavour erano reciprocamente in debito: il primo poiché si era ritirato dal conflitto prima della prevista liberazione di Venezia, il secondo perché aveva consentito che i moti si estendessero ai territori dell'Italia centro-settentrionale, andando quindi oltre quanto convenuto con gli accordi di Plombières. Lo stallo venne risolto il 24 marzo 1860, quando Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia e ottenne in cambio il consenso dell'Imperatore all'annessione di Toscana ed Emilia-Romagna al Regno di Sardegna.

Il contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

La penisola italiana nel marzo del 1860

Nel marzo 1860, quindi, restavano in Italia tre Stati: il Regno di Sardegna, con Piemonte (inclusa Aosta), Liguria, Sardegna ed ora Lombardia (eccetto Mantova), Emilia-Romagna e Toscana; lo Stato Pontificio, con Umbria (inclusa Rieti), Marche, Lazio (con l'intoccabile Roma) e le exclave di Pontecorvo e Benevento; il Regno delle Due Sicilie, con Abruzzo (inclusa Cittaducale), Molise, Campania (incluse Gaeta e Sora), Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. A questi si può aggiungere la piccola Repubblica di San Marino, che tuttavia si mantenne sempre distante da ogni spinta unificatrice col resto della penisola.

Bisogna aggiungere che l'Impero austriaco di Francesco Giuseppe poteva ancora essere considerato una potenza con forti interessi nella penisola italiana, poiché possedeva intere regioni come il Regno Lombardo-Veneto (ora limitato a Veneto, Friuli e Mantovano), il Trentino e la Venezia Giulia, anche se non controllava più indirettamente né la Toscana né Modena governati fino al 1859 dai rami cadetti degli Asburgo-Lorena di Toscana e degli Asburgo-Este, succeduti alle antiche casate dei Medici e degli Este.

Senza dimenticare la Francia, ora nel doppio ruolo di potenza protettrice di Roma e principale alleato del Regno di Sardegna: ciò che permise a Napoleone III di mantenere una decisiva influenza sulle faccende italiane, sino alla fine del suo impero (battaglia di Sedan del 1870), e che sarà determinante nel 1860. Napoleone III, difatti, impediva al Regno di Sardegna tanto un'azione contro l'Austria (senza il suo sostegno), quanto un'azione contro Roma (con la sua opposizione), in base agli accordi di Plombières.

Il Regno delle Due Sicilie era guidato da un monarca giovane e inesperto (Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II solo il 22 maggio 1859, meno di un anno prima della spedizione); nel 1836 il reame borbonico aveva peggiorato le relazioni con il Regno Unito, a cui doveva la sopravvivenza durante il periodo napoleonico, con la Questione degli zolfi[3]. Infine, il Regno delle Due Sicilie era caduto in una sorta di isolamento diplomatico[4]: aveva rifiutato la partecipazione alla guerra di Crimea al fianco di Francia e Regno Unito, al cui fianco viceversa prese parte il Piemonte, e finì con il poter contare solamente sulle proprie forze.

Il regno meridionale era ancora lo stato più esteso e poteva fare affidamento su un esercito (il più numeroso della penisola) di 93 000 uomini (oltre a 4 reggimenti ausiliari di mercenari) e sulla flotta più numerosa di stanza nel Mediterraneo (11 fregate, 5 corvette e 6 brigantini a vapore, oltre a vari tipi di navi a vela)[5]. Come ricordava Ferdinando II, era difeso "dall'acqua salata e dall'acqua benedetta"[5], cioè dal mare e dalla presenza dello Stato della Chiesa, che, protetto dalla Francia, avrebbe teoricamente impedito ogni invasione via terra dal nord Italia.

Nell'autunno-inverno del 1859 Francesco II propose a Francesco Giuseppe (marito di sua cognata l'imperatrice Elisabetta) di intervenire a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, di Ferdinando IV di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per restaurare i deposti sovrani sui loro troni e territori in Italia centrale[6], spodestati dalle insurrezioni non previste negli accordi di Plombières. Tuttavia l'Austria, appena uscita militarmente sconfitta dal conflitto della seconda guerra d'indipendenza, non era più in grado di rivestire quel ruolo di restauratore che aveva svolto nei passati decenni e declinò la proposta.

L'iniziativa si scontrava direttamente con la politica di Torino e, di conseguenza, di Parigi, dal momento che Napoleone III, per giustificare all'opinione pubblica francese la guerra condotta contro l'Austria, doveva annettere alla Francia i territori oggetto degli accordi di Plombières[7].

Quando negli ambienti diplomatici europei, nell'autunno 1859, circolò l'idea di una conferenza riguardante la risistemazione dell'Italia a seguito dei recenti eventi, Francesco II si dimostrò indifferente, non cogliendo l'opportunità di mostrare una presenza attiva internazionalmente[8].

La situazione nel Regno delle Due Sicilie[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni, erano state diverse le ribellioni che i Borbone avevano dovuto sedare: la rivoluzione siciliana del 1820, la rivoluzione calabrese del 1847[9], la rivoluzione siciliana del 1848-1849 e quella calabrese dello stesso anno[10], e il movimento costituzionale napoletano del 1848.

La morte di Carlo Pisacane, massacrato dai contadini di Sanza incitati dai notabili filoborbonici

Dal punto di vista militare, fondamentale era stata l'alleanza e il sostegno militare dell'Impero austriaco. Per due volte, infatti, i Borbone avevano riguadagnato il trono in seguito all'intervento degli eserciti austriaci: nel 1815 l'austriaco Federico Bianchi sconfisse l'esercito napoletano di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, nella battaglia di Tolentino e, ancora, nel 1821 l'austriaco Johann Maria Philipp Frimont sconfisse un secondo esercito napoletano, quello di Guglielmo Pepe, nella battaglia di Rieti-Antrodoco.

Nel giugno 1859 si ebbe una rivolta di una parte dei reggimenti di mercenari svizzeri (il 3º Reggimento Svizzero) (in conseguenza del fatto che il governo elvetico quell'anno decise che i suoi cittadini non avrebbero più potuto prestare servizio militare in potenze straniere)[11] e parte delle truppe mercenarie al soldo dei Borboni vennero disciolte[12].

I liberali napoletani, comunque, non avevano forza sufficiente neanche a imporre una costituzione, nemmeno dopo Solferino. Essi erano, però, presenti in buon numero nelle alte cariche dell'esercito e dell'Armata di Mare (che, infatti, non mostrò alcun fervore nel corso dell'intera campagna contro Garibaldi[senza fonte]). Dopo la vittoria franco-piemontese nella battaglia di Magenta a Napoli si ebbero vivaci manifestazioni anti austriache dei liberali che convinsero Francesco II a nominare il generale Carlo Filangeri primo ministro e ministro della guerra, non lasciandogli tuttavia scegliere i ministri del suo governo[13].

La popolazione delle province continentali conservava la suddivisione in due parti politiche, o "due nazioni" secondo la definizione di Vincenzo Cuoco[14]: la prima di possidenti e la seconda del popolo delle campagne e della capitale (ovvero i lazzari); quest'ultima era generalmente vicina alla dinastia borbonica, come avevano dimostrato il successo del movimento sanfedista, che nel 1799 aveva rovesciato la Repubblica Napoletana, con strage dei giacobini del regno, e la resistenza antifrancese del periodo 1806-1815, il fallimento della Spedizione di Sapri di Carlo Pisacane del 1857 e come dimostrerà anche il successivo e complesso fenomeno del brigantaggio postunitario[15], mentre la prima si era manifestata con i moti costituenti nel 1820 a Napoli, i moti del Cilento nel 1828, i moti di Penne nel 1837, ancora nel Cilento nel 1848 e nello stesso anno a Napoli con l'ottenimento della Costituzione revocata l'anno seguente.

I mazziniani e la Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Rosolino Pilo

L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1860, era l'autonomismo siciliano: a partire dall'ottobre dell'anno precedente si erano registrati sull'isola focolai di protesta e Salvatore Maniscalco, direttore generale della polizia sull'isola, era scampato a un tentativo di assassinio.

I ricordi della lunga rivoluzione del 1848 erano ancora vividi, la repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del governo napoletano di giungere a un accomodamento politico. Inoltre, l'insofferenza non era limitata alle classi dirigenti, ma coinvolgeva, anche se con motivazioni e obiettivi differenti, una larga fascia della popolazione cittadina e rurale: congiuntura pressoché unica nel corso dell'intero Risorgimento. A dimostrazione di ciò, infatti, vi sono le adesioni di volontari alle schiere garibaldine da Marsala a Messina, sino al Volturno.

Molti dei quadri dirigenti della rivoluzione del 1848 (tra cui Rosolino Pilo e Francesco Crispi) erano espatriati a Torino, avevano partecipato con entusiasmo alla seconda guerra di indipendenza e avevano maturato un atteggiamento politico decisamente liberale e unitario. Proprio i mazziniani, invero, vedevano nella Sicilia insurrezionalista, nell'intervento di Garibaldi e nella monarchia sabauda gli elementi fondanti per il successo della causa unitaria[16]. Il 2 marzo 1860, infatti, Giuseppe Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani incitandoli alla ribellione e dichiarava: "Garibaldi è vincolato ad accorrere"[16].

In particolare, Rosolino Pilo ebbe un preciso ruolo nel porre le basi per una nuova sollevazione in Sicilia. Sempre nel mese di marzo, questi, intenzionato a salpare alla volta dell'isola, si era rivolto a Garibaldi, prima chiedendo armi e poi invitando il nizzardo a un intervento diretto al di là dello stretto[17]. Garibaldi, però, si era tirato indietro ritenendo inopportuno qualsiasi moto rivoluzionario che non avesse avuto buone probabilità di successo[17]. Il nizzardo avrebbe guidato una rivoluzione solo se a chiederglielo fosse stato il popolo e il tutto fosse avvenuto in nome di Vittorio Emanuele II[18]. Solo con il contributo delle popolazioni locali e l'appoggio del Piemonte, infatti, Garibaldi avrebbe contenuto il rischio di un fallimento, evitando risultati simili a quelli avuti in precedenza dai fratelli Bandiera o da Carlo Pisacane[17]. Pur non avendo ottenuto l'immediato sostegno di Garibaldi, il 25 marzo Rosolino Pilo partì comunque per la Sicilia con l'intento di preparare il terreno per la futura spedizione[19]. Accompagnato da Giovanni Corrao, anch'egli mazziniano, il Pilo giunse nel messinese e prese immediatamente contatti con gli esponenti delle famiglie più importanti. In questo modo egli si assicurò l'appoggio dei latifondisti. I baroni, infatti, una volta sbarcato il corpo di spedizione, avrebbero rese disponibili le bande che erano al loro servizio, i cosiddetti picciotti[20].

La rivolta della Gancia a Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Gli arrestati dopo la rivolta della Gancia vennero richiusi nel forte Castello a Mare (Palermo), che venne in parte demolito dalla popolazione dopo l'abbandono della città da parte dei borbonici.
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Rivolta della Gancia.

A Palermo, il 4 aprile, si accese la fiamma della rivolta con un episodio, subito represso[21], che ebbe tra i protagonisti, sul campo, Francesco Riso e, lontano dalla scena, Francesco Crispi, che coordinò l'azione dei rivoltosi da Genova[22]. Nonostante il fallimento, con la repressione borbonica che portò alla fucilazione in piazza di 13 manifestanti,[23] l'accaduto diede il via a una serie di manifestazioni e insurrezioni nel Distretto di Palermo a Bagheria, Misilmeri, Capaci e infine a Carini che divenne l'epicentro della rivolta,[21] tenute in vita dalla famosa marcia di Rosolino Pilo da Messina a Piana dei Greci, fra il 10 e il 20 aprile. A coloro che incontrava lungo il percorso il Pilo annunciava di tenersi pronti "…che verrà Garibaldi". Lì si riunirono con i rivoltosi provenienti da Palermo e dai circondari.

La notizia della sollevazione fu confermata sul continente da un telegramma cifrato inoltrato da Malta da Nicola Fabrizi, fondatore della Legione italica, il 27 aprile. Il contenuto del messaggio, non eccessivamente incoraggiante, accrebbe le incertezze di Garibaldi tanto da indurlo a rinunciare all'idea di una spedizione. Tale fu la delusione tra i sostenitori dell'impresa, che Francesco Crispi, che aveva decodificato il telegramma, sostenendo di aver commesso un errore, ne fornì una nuova versione. Quest'ultima, molto probabilmente falsificata dal Crispi, convinse il nizzardo a intraprendere la spedizione[24].

La preparazione[modifica | modifica wikitesto]

La politica piemontese[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Camillo Benso, conte di Cavour.
Camillo Benso, conte di Cavour

Cavour riteneva rischiosa l'idea di una spedizione che considerava dannosa per i rapporti con la Francia, essenzialmente sospettando che l'obiettivo finale di Garibaldi fosse Roma, per la quale l'imperatore dei francesi era obbligato per ragioni di politica interna a difendere il Papa. Il conte, pertanto, si sarebbe decisamente opposto alla spedizione, ma il suo prestigio era stato scosso dalle cessioni di Nizza e Savoia, per le quali aveva avuto un forte scontro alla Camera con Garibaldi stesso, e non si sentiva abbastanza forte per manifestare il proprio dissenso[25].

Per di più, Garibaldi, nonostante fosse vicino agli ambienti repubblicani e rivoluzionari, era, in tale prospettiva, già da tempo in contatto con Vittorio Emanuele II. Il nizzardo, infatti, a dispetto delle sue idee repubblicane, ormai da 12 anni aveva accettato di collaborare con Casa Savoia convinto che l'unificazione nazionale ormai fosse possibile solamente tramite il Piemonte; d'altronde, le contingenze erano tali che lo stesso Mazzini poteva scrivere: "non si tratta più di repubblica o monarchia: si tratta dell'unità nazionale... d'essere o non essere"[26].

Per Cavour, invece, Garibaldi, pur godendo dell'illimitata stima dell'opinione pubblica liberale italiana, era fonte di grandi preoccupazioni. Solo alla fine del 1859, infatti, questi si era recato in Romagna con l'intento di invadere le Marche e l'Umbria, rischiando di scatenare le ire di Parigi. Secondo alcuni storici il nizzardo, però, rappresentava anche una "opportunità"[27], poiché attraverso di lui avrebbe potuto avere successo la sollevazione dall'interno del Regno delle Due Sicilie e "costretto" il Regno di Sardegna a intervenire per garantire l'ordine pubblico. Il conte, pertanto, decise di assumere un atteggiamento attendista e osservare l'evolversi degli avvenimenti, in modo da poter profittare di eventuali sviluppi favorevoli al Piemonte: solo quando le probabilità di un esito positivo della spedizione appariranno considerevoli, Cavour appoggerà apertamente l'iniziativa[27].

In quest'ottica, il 18 aprile, in seguito ai moti anti-borbonici, Cavour inviò in Sicilia due navi da guerra: il Governolo e l'Authion. Ufficialmente i due vascelli avevano il compito di proteggere i cittadini piemontesi presenti sull'isola. L'effettivo incarico, però, consisteva nel valutare accuratamente le forze degli opposti schieramenti[28]. Nello stesso tempo, il primo ministro piemontese riuscì, attraverso Giuseppe La Farina (che sarà inviato in Sicilia dopo lo sbarco, per controllare e mantenere i contatti con Garibaldi), a seguire tutte le fasi preparatorie della spedizione[29], finché egli stesso, il 22 aprile, non si recò a Genova per rendersi conto di persona della situazione[30].

A fine aprile si svolse a Torino un convegno dei patrioti italiani esuli in Piemonte che presenta l'insurrezione siciliana come una rivolta nazionale che avviene sotto lo stesso tricolore sventolato a Firenze e a Torino, di tale convegno ne viene data notizia anche a Napoli con un articolo sul Corriere di Napoli[31].

Il corpo di spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: I Mille.
Manifesto del comitato di Lodi e Crema per la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili" per Garibaldi

Nel frattempo l'organizzazione della forza di spedizione era in pieno svolgimento. Garibaldi, reduce dalla brillante campagna di Lombardia con i Cacciatori delle Alpi, aveva dimostrato le proprie capacità di capo militare, affrontando con un esercito leggero, costituito da volontari, un esercito regolare. Anche per questa spedizione, avrebbe fatto ricorso all'arruolamento di volontari disposti a combattere sotto la sua guida.

Nell'ottobre 1859, a seguito di un appello di Garibaldi per l'unità d'Italia era cominciata la sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili", sostenuta dai comuni e enti nazionalisti, i quali avevano già raccolto notevoli somme: ad esempio la Camera di Commercio di Milano, facendosi voce della borghesia ambrosiana, raccolse 70.226,85 lire per l'acquisto dei fucili[32]; secondo del Boca a questa raccolta fondi sono da aggiungersi somme stanziate dal Piemonte per la spedizione, fino a un ammontare di lire 7.905.607 che saranno computate, a impresa terminata, nel bilancio del nuovo stato unitario[33], è comunque un fatto noto che il governo piemontese appoggiava la causa garibaldina e finanziava, anche indirettamente, con fondi governativi[34].

Il corpo di spedizione, al momento della partenza da Quarto, era composto da 1.162 uomini. I Mille provenivano prevalentemente dalle regioni centro-settentrionali e, tra essi, non c'erano solo italiani, ma anche volontari stranieri. La provincia di Bergamo era quella che contava il numero maggiore di uomini rispetto alle altre e, in virtù di questo contributo, Bergamo è ancora oggi soprannominata la "città dei Mil.

La compagine aveva anche un cappellano, il sacerdote Alessandro Gavazzi, che, criticando radicalmente l'istituzione del Papato, arrivò a fondare la Chiesa libera evangelica italiana. Il più giovane del gruppo, imbarcatosi all'età di 10 anni, 8 mesi e undici giorni, assieme al padre Luigi, fu Giuseppe Marchetti, nato a Chioggia il 24 agosto 1849.

Il Piemonte e il Lombardo[modifica | modifica wikitesto]

La vendita "temporanea" del Piemonte e del Lombardo
Il piroscafo Piemonte

Secondo una ricostruzione già apparsa nel 1862-1865 in due opere (La verità sugli uomini e sulle cose del regno d'Italia rivelazioni di J. A. già agente segreto del conte di Cavour[35] e Delle recenti avventure d'Italia per il conte Ernesto Ravvitti[36]) – e poi ripresa da Giacinto de' Sivo[37] – i due piroscafi necessari all'impresa garibaldina sarebbero stati messi a disposizione tramite un accordo coperto da segreto di Stato. Il 3, o 4, maggio sera in presenza dell'avvocato Ferdinando Riccardi e del colonnello Alessandro Negri di San Front (secondo fonti moderne entrambi dei servizi segreti piemontesi, e incaricati dall'Ufficio dell'Alta Sorveglianza politica e dall'Ufficio Informazioni della Presidenza del Consiglio dei ministri del Regno di Sardegna[38]) l'intesa fu formalizzata con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli, nel suo studio di via Po a Torino, accordo con il quale il Regno di Sardegna acquistava "in via temporanea" e segretamente dall'armatore Rubattino (attraverso la mediazione del direttore della compagnia, Giovanni Battista Fauché) due vapori, il Piemonte e il Lombardo, facendone beneficiario Giuseppe Garibaldi (rappresentato nella circostanza da Giacomo Medici)[38], garanti del debito si costituivano il re sabaudo e il suo primo ministro.[39] Una ricerca svolta presso l'Archivio di Stato di Torino non ha trovato alcun riscontro a conferma di questa versione: dell'atto di "vendita" non c'è alcun riscontro (nonostante vi siano conservate le scritture del notaio Baldioli indicato come estensore del contratto), e lo stesso si può dire per quanto riguarda il "Registro delle Patenti di Nazionalità dei Piroscafi della Marina Sarda" in cui obbligatoriamente dovevano essere riportato i passaggi di proprietà, conservato presso la stessa istituzione; vi è poi da aggiungere che il termine "vendita temporanea" non ha giuridicamente nessun significato – al limite si sarebbe parlato di noleggio – mentre la segretezza dell'accordo avrebbe reso lo stesso nullo (la vendita delle navi è soggetta a pubblicità).[39] A tutto ciò vi è da aggiungere che non tornano i movimenti del Rubattino e non è molto credibile che per una vendita tra privati (Rubbatino e Garibaldi) dovesse intervenire come garante il Re; questi elementi portano a concludere «che non vi fu nessun contratto con Rubattino».[39]

Il vessillo del piroscafo Lombardo
Gerolamo Induno: La partenza del garibaldino
Monumento in onore a Garibaldi e alla sua Spedizione dei Mille presso Quarto dei Mille a Genova.

Il 9 aprile Bixio tornò a Genova con delle istruzioni per Agostino Bertani e una lettera personale di Garibaldi diretta a Giovanni Battista Fauché, dal 1858 procuratore generale e direttore della società di navigazione Rubattino, la lettera fu recapitata dal Bertani il 10 e in essa l'Eroe dei due mondi richiede, per «trasportarmi in Sicilia con alcuni compagni», uno dei due piroscafi, il San Giorgio o il Piemonte, in servizio per Cagliari e per Malta; offre per questo servizio 100.000 franchi che il Fauché rifiutò dicendo che «se li porti pure in Sicilia ove possono essergli necessari».[40][41].

Successivamente, intorno al 24 aprile, Garibaldi aveva richiesto al Fauché la disponilità di un secondo vapore che il direttore conferma mettendogli a disposizione anche il Lombardo; si trattava di due dei migliori vapori – sugli otto totali – della flotta Rubattino.[42]. I dettagli furono fissati in una riunione il 30 aprile a casa di Bertani, presenti Garibaldi, Fauchè e Bixio.

Nella notte fra il 5 e 6 maggio, sotto il comando di Bixio, un gruppo di garibaldini si impadronì delle due navi – simulando, come da accordi, il furto e sorvegliata in ciò dalle autorità piemontesi[29] – e la spedizione salpò dallo scoglio di Quarto. Il Lombardo entrò successivamente a far parte della marina dittatoriale siciliana[43]. Quando la spedizione terminò alla società di navigazione Rubattino sarà anche riconosciuta, con decreto dittatoriale di Garibaldi del 5 ottobre 1860, la somma di 1,2 milioni di lire come risarcimento per la perdita del Piemonte e del Lombardo, valutati 750 000 lire, e del piroscafo Cagliari, valutato 450 000 lire (che era stato adoperato per la fallita spedizione di Pisacane nel 1857 e poi restituito all'armatore dal governo borbonico)[44].

Subito dopo la partenza della spedizione Fouché avvisò le autorità portuali della scomparsa delle due navi e contemporaneamente garantì che il servizio postale, in appalto alla Rubattino, a non sarebbe stato interrotto. Il "furto" provocò una riunione d'urgenza dei soci e dei creditori della Rubattino che il 7 maggio indirizzarono un protesta al governo sardo ritenuto colpevole di negligente sorveglianza e quindi responsabile del danno ricevuto dalla società che finanziariamente non era in buona salute, il Fauché rifiutò, ed a lui sarebbe spettato quale direttore generale, di protestare ufficialmente e di sporgere denuncia per il furto; il fatto di aver abusato della sua posizione portò poche settimane dopo al suo licenziamento[45]

L'episodio ebbe anche uno strascico polemico in quanto il Fauché fece pubblicare sui giornali genovesi una lettera scrittagli dal Bertani[46] in cui questo si rammaricava della sua estromissione dalla Rubattino accusando, senza nominarlo, l'armatore di «non capire che per formare la grande Società della Nazione, deve sacrificarsi qualunque società privata»[47]; Raffaele Rubattino si difese scrivendo il 23 giugno a Giacomo Medici chiedendogli che difendesse presso Garibaldi e i conoscenti il suo buon nome di patriota.[48][49], la polemica tra il Rubattino e il Fauché su cui aveva il merito patriottico di aver fornito le navi ai Mille continuò negli anni a venire.

Seguono le caratteristiche delle due navi impiegate per la prima spedizione garibaldina.

Le navi Piemonte e Lombardo[50]
nome nave luogo costruzione anno lungh. m. largh. m. pesca m. peso tonn. HP
Piemonte
Glasgow
1.851
50
7
3
180
160
Lombardo
Livorno
1.841
48
7,40
4,23
238
220

Ad eccezione delle prime due navi, Piemonte e Lombardo, che non potevano fare scalo in Sardegna per espressa disposizione di Cavour, a partire dalla Spedizione Medici, anche tutte le altre spedizioni fecero scalo anche in Sardegna a Cagliari per rifornirsi prima di continuare il viaggio verso le coste della Sicilia.[51]

Considerazioni sulle navi delle Spedizioni garibaldine[modifica | modifica wikitesto]

Le modalità di acquisizione delle navi Piemonte e Lombardo, utilizzate da Quarto a Marsala per trasportare la prima spedizione garibaldina, sono state oggetto di dibattito, in particolare le modalità contrattuali allora sottoscritte (vendita, noleggio od altra tipologia), che a taluni osservatori non sarebbero risultate chiare.

A tale riguardo si può osservare che le navi Piemonte e Lombardo, pur essendo famose perché prime a partire, furono solo due, mentre è meno noto che nel periodo dal 24 maggio 1860 al 3 settembre 1860, dai porti di Genova e Livorno, salparono altre 20 navi, che in 33 viaggi hanno trasportato in Sicilia ulteriori 21.000 garibaldini, come risulta dal seguente elenco (vedere: Gli sbarchi successivi al primo di Marsala): Utile (2 viaggi), Charles and Jane, Washington (2 viaggi), Oregon (2 viaggi), Franklin (2 viaggi), Medeah, Provence (5 viaggi), Saumon, Isére (3 viaggi), City of Aberdeen, Amazon (3 viaggi), Città di Torino (2 viaggi), Bizantine, Generale Garibaldi, R.D. Sheperd, Weasel, Sidney Hall, Febo, Veloce, San Nicola.

Per il trasporto dei materiali bellici vennero inoltre utilizzate altre 7 navi: Queen of England[52], Independence, Ferret, Badger, Weasel[53] e le altre navi Spedizione e Colonnello Sacchi. Quindi oltre al Piemonte ed al Lombardo vennero impiegate complessivamente altre 26 navi per almeno ulteriori 40 viaggi, prevalentemente di volontari garibaldini e in parte di materiale bellico, una grande quantità di mezzi e di volontari, rispetto alle sole navi Piemonte e Lombardo ed ai 1.089 primi garibaldini.

Le tre navi che salparono, due da Genova ed una da Livorno, per portare in Sicilia la spedizione Medici erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno), quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da Peard, “l’inglese di Garibaldi”, salì a bordo del Washington ed issò la bandiera a stelle e strisce. Dopo la sosta nel porto di Cagliari, dove il Medici attese inutilmente l’arrivo delle altre due navi del gruppo Corte, il piccolo bastimento Utile e la nave Charles and Jane, catturate dalla Marina borbonica, le tre navi della Spedizione Medici si diressero verso la Sicilia, quando vennero affiancate dalla nave piemontese Gulnara, il cui capitano dichiarò di volerle scortare fino a Castellammare, come da accordi tra Cavour e Garibaldi. Su disposizione del Persano Il capitano del Gulnara si informò anche se fosse a bordo il Mazzini, che in tal caso doveva essere consegnato all’ufficiale piemontese.[54] Tale fatto dimostra ancora di più la grande e determinante importanza delle organizzate spedizioni successive, delle quali il Piemonte ed il Lombardo, pur importanti come prime navi a salpare, costituirono solo la testa di ponte, che una volta consolidata fu raggiunta dal gran numero di navi sopra descritte, che portarono la forza principale, essenziale per poter continuare l'impresa garibaldina contro un Esercito borbonico, che a piena mobilitazione superava largamente i 100.000 soldati.

I finanziamenti per le Spedizioni garibaldine partite nei mesi di giugno e luglio 1860 provenivano in gran parte dai fondi della cavourriana Società Nazionale e del Fondo per il milione di fucili, mentre le spedizioni del mese di agosto vennero finanziate dai Comitati di Bertani. In particolare il governo del re erogò segretamente centinaia di migliaia di lire per acquistare i vapori ed equipaggiare le Spedizioni di Medici e Cosenz, mentre i Comitati di Bertani inviavano molte delle loro migliori reclute, oltre ai volontari che venivano reclutati dai cavourriani. [55]

Alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze, perché si apprestava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria e a dirigersi verso sud, congiungendosi con Garibaldi e invadere il territorio borbonico.[56]

Garibaldi e i dubbi sulla Spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Garibaldi

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare inizialmente Garibaldi non era a favore dello sbarco in Sicilia, in effetti Garibaldi pensava di sfruttare il favorevole momento di giovanile entusiasmo patriottico per tentare una invasione dello Stato Pontificio con una rapida e fulminea marcia su Roma, impresa sicuramente più facile, come gli prospettavano i suoi più fidi amici, che affrontare una lunga navigazione e sfuggire al controllo delle 24 fregate borboniche senza essere catturati o affondati, inoltre in Sicilia i garibaldini avrebbero dovuto affrontare un forte esercito di 36.000 soldati, senza considerare altre difficoltà, come superare lo Stretto di Messina.[57]

« È a Roma – si diceva – e non a Palermo che si deve e si può sciogliere per l’Italia, il nodo della questione unitaria. »
(da “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 166-167)

I sostenitori dell’azione su Roma ritenevano che la presa di Roma avrebbe avuto un contraccolpo in Francia dando occasione ai repubblicani francesi di liberarsi dell’impero, che si diceva fosse allora il maggiore ostacolo all’unità d’Italia. Nel 1859 la convinzione che l’azione si dovesse svolgere nel territorio pontificio aveva indotto Garibaldi a prepararsi per una spedizione nelle Marche pontificie con il Medici, Bixio ed un migliaio di volontari, per partecipare alle insurrezioni che lì si stavano preparando, quando il re lo richiamò convincendolo a desistere dall’intraprendere l’impresa, quanto mai inopportuna in quanto un attacco allo Stato Pontificio in quel momento avrebbe potuto provocare un intervento francese, austriaco o addirittura entrambi, come sostenevano Ricasoli e Rattazzi, che a loro volta avevano convinto anche Farini e Fanti, inizialmente anche essi favorevoli all’azione di Garibaldi per una insurrezione nelle Marche pontificie.[58] Tutti questi dubbi erano presenti nella mente di Garibaldi e preoccupavano il Crispi il quale conosceva bene l’influenza, che i più intimi collaboratori di Garibaldi avevano su di lui, essendo anche essi in gran parte contrari ad una Spedizione in Sicilia.

Il ruolo di Crispi nella spedizione[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Crispi fu il primo nel 1859 a pensare ad una spedizione in Sicilia per aiutare la sollevazione popolare antiborbonica nell’isola ed ebbe anche un ruolo importante nel convincere Garibaldi ad intraprendere la Spedizione e a fugare gli ultimi dubbi sorti due giorni prima della partenza, a causa dei pericoli prospettati da alcuni fedeli di Garibaldi sulla difficoltà dell’impresa, che poteva concludersi male come per Murat, Pisacane ed i Fratelli Bandiera. [59]

Francesco Crispi

Infatti l’antivigilia dell’imbarco da Quarto, nonostante i preparativi in corso, Garibaldi sembrava avere ripensamenti e Crispi era assecondato appena solo da Bertani e da Bixio, quando ad un certo punto Garibaldi attraversò la stanza diagonalmente e rivolgendosi a Crispi si svolse il seguente dialogo:

« Garibaldi – Mi rispondete voi della Sicilia ?

Crispi –(non titubò e con l’accento della più sicura calma rispose) Sì generale. Garibaldi – Sulla vostra vita ? Crispi – Sulla mia vita. Garibaldi – Badate guai a chi mi inganna ! Crispi – Se vi inganno farete di me ciò che vorrete. Garibaldi – Sta bene, allora partiremo. »

(da “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 168)

Poi il 5 maggio 1860 la Spedizione dei Mille salpò da Quarto. In precedenza su incarico di Garibaldi il Crispi si era recato a Milano da Enrico Besana per farsi consegnare le armi e i denari necessari all’impresa del “Fondo per il milione di fucili” istituito nel 1859 con una prima donazione dello stesso Garibaldi di 6.000 lire ricavata dalla vendita di una sua casa ereditata a Nizza. I denari furono consegnati da Giuseppe Finzi ma le carabine moderne destinate alla spedizione furono sequestrate per ordine del governatore di Milano Massimo d'Azeglio[60] quindi i volontari partirono solo con le loro armi personali, tranne i Carabinieri genovesi e i Cacciatori di Pavia che erano dotati di ottime carabine svizzere.[61]

Cavour e la partenza dei Mille[modifica | modifica wikitesto]

Sono interessanti le osservazioni che lo storico Trevleyan fa sul comportamento del Cavour nel periodo di preparazione della Spedizione, che in vari momenti fa affermazioni diverse, apparentemente contraddittorie, rendendo difficile allo storico comprendere quali fossero le sue vere intenzioni . Infatti da parecchi giorni il Cavour aveva incaricato La Farina di consegnare armi per una spedizione in Sicilia, quando la sera del 22 aprile scrive ad un amico a Firenze:

« Garibaldi è tuttora qui, in forse se andrà in Sicilia od all'isola di Caprera. Dice di aspettare gli ordini del Re. La presenza di Trecchi al seguito di S. M. dà valore alle asserzioni di Garibaldi.... Certo, questo non è il modo di affrettare la partenza dei francesi da Roma. Ditelo al Re. » (Chiala, IV. pag. CXLI) »
(Garibaldi e i Mille, appendice H, G.M. Trevelyan - pag. 443)

Il giorno 23 aprile, dopo avere incontrato ed incoraggiato il Sirtori ad effettuare una spedizione in Sicilia, la sera stessa il Cavour scriveva in francese, come spesso faceva:

« On veut pousser le Gouvernement à secourir la Sicile, et on prépare des expéditions d'armes et de munitions. Je soupçonne le Roi de favoriser imprudemment ces projets. J'ai donne l'ordre de surveiller et d'empêcher, s'il est possible, ces tentatives désésperées. » (Chiala, Dina, 299). »
(Garibaldi e i Mille, G.M. Trevelyan - appendice H, pag. 442)
« Si vorrebbe spingere il Governo a soccorrere la Sicilia e si preparano delle spedizioni di armi e munizioni. Io sospetto il re di favorire imprudentemente questi progetti. Ho dato l’ordine di sorvegliare e di impedire, se possibile, questi tentativi disperati. »

A questo proposito lo storico Trevelyan conclude:

« Uno statista che abbia l’abitudine così spiccata di dire una cosa ad uno ed un’altra ad un altro, cancella le sue proprie piste agli occhi dello storico che vorrebbe rintracciarle per scoprire i suoi veri moventi. »
(Garibaldi e i Mille, appendice H, G.M. Trevelyan - pag. 443)

Da tale affermazione si potrebbe forse dedurre che il Cavour avesse chiaro il suo intento a favore della spedizione, e diplomaticamente non intendeva dichiararlo apertamente, in quanto, anche se di sera e a Quarto, oltre che a Genova e Foce, tutte le operazioni di preparazione all’imbarco si svolgevano apertamente ed erano presenti ad assistere molte persone e anche agenti di polizia, senza che vi fosse alcun intervento per impedirlo:

« Non si può dire che la partenza della spedizione dallo scoglio di Quarto sia stata molto segreta, perché ivi stavano affollate centinaia di persone, e non mancavano gli agenti della forza pubblica che contemplavano lo spettacolo come fosse la cosa più naturale del mondo e gli stessi non fecero neanche troppe proteste quando videro alcuni uomini, col tenente Bandi, abbattere i pali del telegrafo. E’ evidente che la consegna era di non vedere, perché certo se Cavour avesse voluto impedire, risolutamente impedire la spedizione non gliene sarebbe mancato il mezzo; …. »
(La spedizione dei I Mille, Federico Donaver, pag. 87)

Le operazioni prima dell’imbarco[modifica | modifica wikitesto]

Partenza da Quarto (nella realtà la partenza avvenne la sera e le navi non erano ancora presenti)

A pochi giorni dalla partenza i preparativi della spedizione si svolgevano ormai apertamente nel porto di Genova, senza che le autorità intervenissero e Nino Bixio si occupava di procurare le navi per la traversata ottenendole dal consenziente patriota e armatore Raffaele Rubattino, si trattava dei vapori Piemonte e Lombardo, separati da una vecchia nave di nome San Giuseppe, scelta come punto base per l’operazione.[62] Il piano di Bixio consisteva nello svegliare a mano armata all’alba i marinai, che fingevano di dormire, costringendoli ad eseguire le manovre e poi dirigersi verso Quarto dove si trovavano i volontari garibaldini in attesa dell’imbarco. A Villa Spinola nel quartiere di Quarto, ospite del suo vecchio compagno d’armi e garibaldino Vecchi, Garibaldi sostituì il suo abbigliamento di abiti civili scuri, con quello che è poi passato alla storia: pantaloni grigi a campana alla marinara, camicia rossa non più sciolta come nel 1849, bensì stretta, con fazzoletto di seta colorata al collo e un gran poncho sudamericano sulle spalle, abbigliamento che Garibaldi indosserà per il resto della sua vita, sia in privato che in pubblico.[63]. A Quarto era in attesa Garibaldi, circondato dai suoi più fedeli aiutanti, tra i quali il Sirtori, che pur non credendo al successo dell’impresa da intraprendere diceva: “Se ci va Garibaldi, vado anch’io”.

Erano presenti, tra gli altri, anche i tre Fratelli Cairoli, di Pavia; gli ungheresi Türr e Tükery; il mantovano Acerbi, veterano dei 1848; Ippolito Nievo, Camoens, soldato e poeta pure di Mantova; i calabresi Domenico Mauro e Luigi Miceli; il milanese Giuseppe Missori e il bergamasco Francesco Nullo poi morto generale degli insorti polacchi; Mori, Savi, Stallo, Burlando, i genovesi Canzio e Schiaffino; Giorgio Manin, figlio di Daniele l'ex dittatore di Venezia; Francesco Montanari di Modena, superstite di combattimenti disperati che cadrà a Calatafimi; Giacinto Bruzzesi di Roma; il livornese Giuseppe Bandi e i siciliani Giuseppe La Masa, Giacinto Carini, Mario Palizzolo, Salvatore Calvino, Alessandro Giaccio, Vincenzo Fuxa e Francesco Crispi.

Scoglio dei Mille

I ritardi nell’imbarco[modifica | modifica wikitesto]

A Quarto verso le dieci di sera Garibaldi si allontanò dalla riva di circa mezzo miglio, con una flottiglia di scialuppe piene di volontari, per attendere l’arrivo dei due vapori, mentre il resto dei volontari attendeva il ritorno delle scialuppe per un nuovo imbarco, in quanto le scialuppe non erano sufficienti per contenere tutti i volontari.
A Quarto in mezzo alla flottiglia di imbarcazioni in attesa dei due vapori, c’era una barca con un fanale a fiamma rossa e verde, segnale di riconoscimento per il Piemonte ed il Lombardo e nonostante la bonaccia, durante la lunga attesa notturna in barca il dondolio delle onde aveva provocato in molti il mal di mare, con l’attesa che si faceva sempre più penosa, perché i garibaldini erano stipati al massimo dentro le barche. Il mal di mare si farà sentire anche più tardi a bordo delle navi nel mare agitato, in quanto la gran parte dei volontari non era mai stata a bordo di una nave. [64]
Per ritardare il più possibile l’annuncio della notizia al Governo Borbonico, Garibaldi aveva disposto di effettuare tre tagli della linea telegrafica, il primo di notte ai Giardini pubblici di Genova, il secondo a Quarto (eseguito dal gruppo di Bandi) ed un terzo nelle vicinanze di Camogli. I tagli vennero eseguiti ai Giardini ed a Quarto, ma inutilmente, in quanto il Governo Borbonico era già informato del progetto di Spedizione ancora prima che questa salpasse e il giorno prima della partenza le navi borboniche si preparavano ad intercettare i due piroscafi garibaldini. La sosta a Talamone e la rotta verso le coste africane servirono a nascondere meglio la navigazione alla flotta borbonica. [65]
Dopo un’attesa di 4 o 5 ore, ancora le due navi Piemonte e Lombardo tardavano ad apparire, al punto che Garibaldi preoccupato chiese ai suoi barcaioli di essere portato a Genova per incontrare Bixio, che incrociò mentre navigava fuori dal porto di Genova, perché le operazioni di partenza avevano richiesto più tempo del previsto, in quanto Bixio era riuscito ad accendere le caldaie e a partire solo verso le due di notte del 6 maggio.[66] Garibaldi salì quindi a bordo del Piemonte, poi vennero presi a bordo anche la piccola brigata di garibaldini sulle scialuppe provenienti dal quartiere genovese di Foce, vedere: Foce e la Spedizione dei Mille. Ai primi albori del mattino il Piemonte ed il Lombardo finalmente arrivarono a Quarto dove le operazioni di imbarco si svolsero con grande concitazione e incredibile confusione, perché la lunga attesa prima dell’imbarco e l’approssimarsi del giorno creavano la necessità di affrettarsi, anche a costo di lasciarsi dietro qualcuno.[67]. Per salire sulle navi gli uomini si aggrappavano a ogni scala di corda in 4 o 8 alla volta, arrampicandosi e spintonandosi come se si trattasse di vita o di morte, con le scialuppe che poi ripiegavano verso la costa per imbarcare altri volontari, issati alla rinfusa con le casse dei materiali.

La partenza[modifica | modifica wikitesto]

Dopo due ore tutti i volontari si erano imbarcati sui due piroscafi, il Lombardo era comandato da Bixio con Augusto Elia come secondo e Giuseppe Orlando macchinista, mentre il Piemonte era comandato dal siciliano Salvatore Castiglia, con Schiaffino come secondo[68] e Achille Carapo macchinista anche lui siciliano, sul Piemonte con Garibaldi erano imbarcati anche Crispi e la moglie Rosalia Montmasson, che fu quindi l'unica donna della spedizione. Una volta partiti Garibaldi domandò all’ufficiale:

« Quanti siamo in tutto ? e l’ufficiale rispose: Co’ marinai siamo più di mille, Garibaldi rispose - Eh, eh, quanta gente. »

All’appuntamento per l’imbarco i volontari garibaldini indossavano i loro abiti civili, qualcuno indossava la divisa piemontese, quindi allo sbarco di Marsala erano in pochi ad indossare le camice rosse, perché durante il viaggio ne vennero distribuite solo 50.

Quarto o Foce[modifica | modifica wikitesto]

Pur essendo universalmente noto che i mille si imbarcarono da Quarto, è pur vero che, dopo la partenza del Piemonte e del Lombardo, il primo imbarco fu di un gruppo di volontari su scialuppe provenienti dal quartiere genovese di Foce, i quali si erano avvicinati al porto di Genova, secondo un piano prestabilito, che prevedeva come ultima fase l’imbarco a Quarto del grosso dei volontari.[69] Per questa ragione alcuni rivendicano Foce come luogo di prima partenza dei volontari garibaldini, vedere: Foce e la Spedizione dei Mille, nel quartiere genovese di Foce è presente una targa che ricorda l’evento del gruppo garibaldino che lì si imbarcò per raggiungere le navi appena partite dal porto di Genova.

La mancata consegna delle armi[modifica | modifica wikitesto]

I Mille e il carico di armi di Bogliasco

Una possibile spiegazione sul mancato incontro del battello con le armi per la Spedizione viene fornita dallo storico Federico Donaver, il quale scrive che una squadra di bravi operai di Sampierdarena era stata incaricata di andare a ritirare con le barche e portare a bordo delle navi, le armi di buona qualità e molte munizioni, che si trovavano a Bogliasco.[70] Nel 1874 i partecipanti allora incaricati raccontarono di avere ricevuto istruzioni da Bixio e da Acerbi di recarsi sul ponte di Sori, dove, tramite parola d’ordine avrebbero incontrato i capi incaricati di consegnare le armi e di portarli a bordo, senza dare ulteriori istruzioni, né sul luogo, né sul nome delle navi (Piemonte e Lombardo), per presumibili ragioni di sicurezza. Gli operai incaricati di Sampierdarena trovarono sul Ponte di Sori i capi che avrebbero dovuto guidarli e arrivati, senza essere stati preventivamente informati, trovarono già radunati dalle guide una ventina di giovani in maggior parte marchigiani e romagnoli, inviati in aiuto. Imbarcate le armi, uno dei due capi si era subito dileguato, mentre l’altro con una scusa si allontanò slanciandosi su un canotto a bordo del quale si allontanò rapidamente, limitandosi a dire:

« Seguitate la luce del fanale che vado ad accendere sulla poppa. »
(La spedizione dei Mille di Federico Donaver - pag. 63)

Ma il fanale rimase acceso per soli venti minuti, poi la luce scomparve nel buio e malgrado tutti e quaranta gli incaricati e aggregati gridassero per chiamare la guida, questa se ne era andata senza tornare. I barcaioli, tutti di Cornigliano, li condussero al largo verso la riviera di ponente assicurando che i piroscafi dovevano prenderli a bordo presso S.Andrea di Sestri, ma poco prima del mattino si resero conto dell'inganno e obbligarono i barcaioli a puntare verso levante, quando avvistarono due navi a vapore che si allontanavano da Portofino. Ritornati a terra, gli incaricati fecero rapporto al Bertani e al Quadrio, che recuperarono le armi, le stesse partiranno successivamente il 24 maggio per la Sicilia sulla nave Utile della spedizione Agnetta[71], insieme a quel gruppo di volontari che erano rimasti tagliati fuori per il mancato appuntamento con le navi. Le barche avrebbero dovuto attendere il Piemonte ed il Lombardo di fronte a Camogli e a causa della loro mancata presenza si parlò di tradimento, attribuendo la colpa al Governo, mentre fu riconosciuto nei fatti che il capo-barca Profumo, piantò in asso i volontari con le armi, perché quella notte doveva effettuare certe operazioni di contrabbando, che gli interessavano più della Spedizione.

Secondo il Trevelyan è possibile che il ritardo con cui la Spedizione è partita, abbia indotto in errore il battello delle armi, che, non vedendo i due vapori e senza una guida esperta, invece di attendere ha remato verso ponente nella speranza di incontrarli, finendo per oltrepassarli senza vederli e una volta avvistati i vapori in direzione di Portofino non sono più riusciti a raggiungere il Piemonte e Lombardo. In effetti le guide avrebbero abbandonato il battello delle armi, per approfittare dell’allentamento della sorveglianza tra Genova e Portofino, per favorire la partenza della Spedizione, e fare affari di contrabbando, ritenendo erroneamente che senza guida il battello delle armi avrebbe comunque incontrato le navi. Garibaldi, allarmato per il mancato incontro delle barche con le armi e munizioni, fermò la navigazione del Piemonte per circa mezzora, poi proseguì sperando che il Lombardo di Bixio avesse preso a bordo il carico di armi, durante una breve sosta a Camogli Garibaldi ricevette da Bixio la conferma che le armi non erano state imbarcate e a quel punto Garibaldi disse:

« Avanti lo stesso. »
(Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 267-268-269)

Lo svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

Il viaggio[modifica | modifica wikitesto]

La sosta a Talamone[modifica | modifica wikitesto]

I volontari, che al momento della partenza ammontavano a 1.162, erano armati di vecchi fucili e privi di munizioni e polvere da sparo. Secondo quanto riferito da Giuseppe Cesare Abba, infatti, i due vapori piemontesi avrebbero dovuto incontrarsi nella notte con alcune scialuppe che avevano il compito di rifornirli, ma non vi riuscirono a causa di misteriose e controverse circostanze[72]. Da ciò conseguì la decisione di Garibaldi di fermarsi il 7 maggio a Talamone, dove recuperò, oltre alle munizioni, anche tre vecchi cannoni e un centinaio di buone carabine presso la guarnigione dell'Esercito del Regno di Sardegna di stanza nel forte toscano. Formalmente Garibaldi ottenne le armi poiché le aveva pretese nella sua qualità di maggiore generale del Regio Esercito, incaricando il Türr di recarsi presso il comando di Orbetello con una lettera[73]:

« Credete a tutto ciò che vi dirà il mio aiutante Türr, aiutatemi con tutti i mezzi che avete nella impresa che intraprendiamo per la grandezza del Piemonte e per la grandezza d’Italia, Viva Vittorio Emanuele !

Viva l’Italia ! »

Il comandante di Orbetello, il colonnello Giorgini si lasciò convincere e consegnò le armi.

A Talamone verso le dieci, a terra e di fronte agli equipaggi schierati sul ponte dei due vapori, con il suo Stato Maggiore accanto, Garibaldi lesse il primo Ordine del Giorno [74]:

ORDINE DEL GIORNO

A bordo del Piemonte, 7 maggio.
La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della Patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompense allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata allorché scomparve il pericolo, ma suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila ilari, volenterosi e pronti a versare il sangue loro per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi. - Italia e Vittorio Emanuele – e questo grido, ovunque pronunziato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.

ORGANIZZAZIONE DEL CORPO

Sirtori Giuseppecapo di Stato Maggiore - Crispi - Manin - Calvino - Maiocchi - Graziotti - Borchetta – Bruzzesi - Turrprimo aiutante di Campo del GeneraleCenniMontanariBandi – Stagnetti -.
Basso GiovanniSegretario del Generale.

COMANDANTI DELLE COMPAGNIE

Nino Bixio, comandante della 1^ Compagnia
Orsini ................“..........“........ 2^ Compagnia
Stocco ...............“..........“....... 3^ Compagnia
La Masa .............“..........“....... 4^ Compagnia
Anfossi................“..........“....... 5^ Compagnia
Carini ..................“..........“....... 6^ Compagnia
Cairoli..................“..........“....... 7^ Compagnia
Intendenza, AcerbiBovi – Maestro – Rodi.
Corpo Medico, RipariBoldrini – Giulini.
L’organizzazione è la stessa dell’Esercito Italiano a cui apparteniamo ed i gradi, più che al privilegio al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

G. Garibaldi.

Inoltre a comandante del drappello dei Carabinieri genovesi fu nominato Antonio Mosto, per cui risulta corrispondere il numero di otto compagnie citato in altre opere, anche se il drappello era assegnato alla 7^ Compagnia di Cairoli.[75]
Lo scalo a Talamone era reso necessario anche dalla necessità di inquadrare, nominare i sottufficiali e dare le prime istruzioni militari ad un gruppo multidialettale, operazioni che a bordo delle navi erano più difficili da effettuare, [76] quindi i volontari si organizzarono formando sette compagnie, a bordo del Piemonte salirono due compagnie, Garibaldi, lo Stato Maggiore e i carabinieri Genovesi, mentre a bordo del Lombardo salirono le restanti cinque compagnie.

Targa in ricordo della sosta dei mille a Porto Santo Stefano il 9 maggio 1860

Lo scalo a Porto Santo Stefano[modifica | modifica wikitesto]

Una seconda sosta fu effettuata il 9 maggio, nel vicino Porto Santo Stefano, per rifornimento di carbone e acqua potabile[77][78] e mentre effettuavano scalo a Porto Santo Stefano salirono sulle navi parecchi bersaglieri della guarnigione di Orbetello, che avevano disertato per unirsi alla spedizione, ma Garibaldi fece scendere tutti, tranne qualcuno che era riuscito a nascondersi nelle stive[79],[80].

La diversione del Zambianchi[modifica | modifica wikitesto]

Durante la sosta sulle coste toscane il nizzardo ordinò al colonnello Callimaco Zambianchi e a 64 volontari di distaccarsi dalla spedizione e tentare un'insurrezione nello Stato Pontificio. Zambianchi, dopo aver reclutato altri uomini della zona arrivando fino ad oltre 200 volontari, si inoltrò nel territorio papalino, causando alcuni saccheggi[81]. Anche se in tempo di guerra la distinzione tra saccheggio e requisizione non è sempre agevole, secondo altre fonti non risultano saccheggi ai danni della popolazione civile.[82] Nello Stretto di Piombino, già da tre giorni, ad attendere su appuntamento l'arrivo di Garibaldi c'era anche la tartana Adelina, proveniente da Livorno con a bordo 78 volontari toscani comandati da Andrea Sgarallino, che navigò con il Piemonte ed il Lombardo fino a Talamone, qui una volta sbarcati i 78 di Sgarallino si unirono successivamente al gruppo di Zambianchi contribuendo a raggiungere il numero di oltre 200 volontari, che dovevano dirigersi verso Orvieto e Perugia, provvisti di manifesti fatti stampare a Genova e che invitavano le popolazioni pontificie all'insurrezione.

Il gruppo di Zambianchi dopo essere transitato per Scansano, sostando a Pitigliano, proseguì poi in territorio pontificio in direzione di Orvieto fino alle Grotte di Castro, verso mezzogiorno sostenne una scaramuccia con i gendarmi, che furono respinti.[83] Il colonnello pontificio francese Georges de Pimodan, venuto a conoscenza della presenza dei garibaldini, giunse a contrastarli presso Orvieto con una sessantina di carabinieri. Dopo un breve scontro, Zambianchi e i suoi uomini batterono in ritirata, poiché de Pimodan ebbe come supporto i contadini e si previde l'imminente arrivo degli zuavi[81]. Secondo altre fonti i pontifici di Pimodan furono invece respinti e poi si sarebbero invece scontrati con i gendarmi pontifici a causa di un colpo di fucile creduto garibaldino ed esploso forse per errore da un pontificio.[84] Neppure risulta che le popolazioni locali umbre siano accorse in aiuto dei pontifici, che erano in buona parte stranieri, come i pontifici del 1° reggimento estero, comandato dal colonnello Schmidt, coinvolto nei fatti noti come le Stragi di Perugia ai danni delle popolazioni umbre. Cavour, preoccupato per l'eventuale reazione della Francia, alleata dello Stato Pontificio, dispose il 10 maggio l'invio di una nave nelle acque della Toscana[29] e ordinò l'arresto di Zambianchi[81]. Il colonnello dichiarerà che il suo vero obiettivo era l'Abruzzo[81]. Il piano di Zambianchi sarebbe consistito nel distrarre le truppe borboniche, facendo loro credere che Garibaldi volesse attraversare i territori papalini per attaccare l'Abruzzo. Così facendo, il governo borbonico non sarebbe accorso a difendere le coste siciliane con tutte le sue forze, permettendo a Garibaldi di giungervi senza particolari complicazioni[85].

Zambianchi era un uomo di grandi dimensioni e dalla grande forza, pur essendo un patriota difettava di competenza e, rilasciato dopo il suo arresto, nel 1861 partirà per l’America. [86]

Il proseguimento della traversata[modifica | modifica wikitesto]

Oltre ai 64 volontari staccatisi dal gruppo, 9 mazziniani, convinti repubblicani, abbandonarono la spedizione quando compresero che si sarebbe combattuto per la monarchia sabauda, mentre i restanti 1.089 proseguirono nel viaggio.

Nei giorni precedenti, tra il 7 e l'8 maggio, il comandante della marina sarda Carlo Pellion di Persano, alla guida di una divisione composta da tre pirofregate, aveva ricevuto da Cavour, tramite il governatore di Cagliari, l'ordine di arrestare la spedizione dei Mille solo se i legni di Garibaldi avessero fatto scalo in un porto della Sardegna, ma di non inseguirli se fossero stati incrociati in mare[87]. L'11 maggio, in seguito alla richiesta del Persano di ricevere conferma degli ordini ricevuti, il conte di Cavour rispose con un telegramma ribadendo le disposizioni del governo piemontese[88].

Oltre ai legni piemontesi, altre imbarcazioni solcavano le acque del Tirreno: infatti, il contrammiraglio George Rodney Mundy, vicecomandante della Mediterranean Fleet della Royal Navy, aveva ricevuto ordine, dal suo governo, di assumere il comando del grosso delle unità navali della sua flotta e di incrociare nel Tirreno e nel canale di Sicilia, effettuando frequenti scali nei porti delle Due Sicilie, oltre che a scopo intimidatorio[89] e di raccolta di informazioni, anche al fine di attenuare la capacità di reazione borbonica[90], anche se tale supposta presenza dissuasiva non ha avuto particolare effetto, in quanto i circa 1.000 del gruppo garibaldino Corte, partito da Genova nella notte tra l'8-9 giugno e in navigazione sulle navi Utile e Charles and Jane, vicini a Capo Corso erano stati intercettati e catturati dalla Marina borbonica, che li aveva condotti a Gaeta e successivamente rilasciati. I circa 1.000 del gruppo Corte si imbarcheranno di nuovo per il Sud il 15 luglio sulla nave Amazon. [91]

Lo sventato incidente tra Piemonte e Lombardo[modifica | modifica wikitesto]

La navigazione procedette senza problemi l’8 ed il 9 maggio, ma nella notte tra il 9 ed il 10 in avvicinamento alla Sicilia, Garibaldi decise di navigare coperto dalle due isole Marittimo e Favignana per poi sbarcare nel punto che era più adatto, quindi il Piemonte rallentò per attendere il Lombardo più arretrato ed avvertire Bixio dell’operazione, ma a quel punto si presentò una situazione pericolosa, perché a nord e a ponente si vedevano i fanali rossi della flotta nemica e Garibaldi diede l’ordine di spegnere tutte le luci di bordo e di fare silenzio per evitare che il Piemonte fosse individuato.[92]

Mentre il Lombardo di Bixio si avvicinava a Marittimo intravide la massa scura del Piemonte a luci spente e scambiandola per una nave nemica puntò verso di essa alla massima velocità, in quanto, in caso di incontro con nave nemica, Garibaldi aveva in precedenza dato ordine di gettarsi all’abbordaggio, che non avvenne perché dal Piemonte si levò la voce di allarme di Garibaldi:

« Nino ! Oh ! Nino … (i due legni si avvicinano) … Che fai ? Vuoi colarci a fondo ?, Nino Bixio risponde – Generale non vedevo più i segnali. »

Da quel momento le due navi navigarono assieme.

Lo sbarco a Marsala[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarco a Marsala.
Lo sbarco dei Mille a Marsala da un disegno di un ufficiale osservatore, a bordo di una nave inglese.

I due vapori, per evitare navi borboniche, avevano seguito una rotta inconsueta[93], che li aveva portati fin quasi sotto le coste tunisine. I Mille, intenzionati a volgere verso Sciacca, puntarono poi a Marsala, poiché informati dagli equipaggi di un veliero inglese e di una paranza da pesca siciliana che il porto della città non era protetto da vascelli borbonici[93]. L'assenza di borbonici convinse Garibaldi a dirigersi verso Marsala[93], dove i vapori piemontesi giunsero nelle prime ore del pomeriggio.

Lo sbarco dei garibaldini fu favorito da diverse circostanze, come la presenza nel porto di Marsala di due navi da guerra della Royal Navy, giunte per proteggere le imprese inglesi della zona, come i magazzini vinicoli Woodhouse e Ingham[94] e che finì per condizionare l'operato della Real Marina del Regno delle Due Sicilie[95][96][97] e il ritardo con cui le navi da guerra borboniche giunsero nelle acque marsalesi[98][99], da cui conseguì un'azione difensiva tardiva e sterile[100].

Secondo quanto affermato dallo storico inglese George Macaulay Trevelyan, nel suo libro ‘'Garibaldi e i mille'’, le due navi inglesi Argus e Intrepid non fecero nulla per aiutare Garibaldi[101][102], né avrebbero potuto perché avevano le caldaie spente ed erano ormeggiate al largo, con i loro comandanti Marryat e Winnington-Ingram a terra assieme a parte dell'equipaggio[103][104]. La neutralità della marina inglese fu confermata durante la battaglia di Palermo, quando Garibaldi, rimasto quasi privo di polvere da sparo, la richiese inutilmente ai comandanti delle flotte da guerra ormeggiate al largo della città[105].

Inoltre, i comandanti borbonici, ignorando le segnalazioni dei servizi di informazione napoletani, appena un giorno prima dello sbarco, avevano fatto rientrare a Palermo le colonne del generale Letizia e del maggiore d'Ambrosio, per far fronte al pericolo d'insurrezione nella capitale siciliana[106]. Questo cambiamento, però, fu fatale in quanto, al momento dello sbarco, non vi erano truppe di terra né a Marsala, né nei dintorni.

Garibaldi fotografato a Palermo, nel luglio 1860.

I garibaldini lasciarono Marsala e si inoltrarono rapidamente verso l'interno. A loro si unirono, già il 12 maggio, 200 volontari siciliani comandati dai fratelli Sant'Anna.

Proclamazione della Dittatura[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dittatura di Garibaldi.

Il 14 maggio a Salemi Giuseppe Garibaldi dichiarò di assumere la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele[107]; tutta l'iniziativa garibaldina si mosse sotto il motto "Italia e Vittorio Emanuele". Il 17 Francesco Crispi viene nominato primo Segretario di Stato[108]. Il 2 giugno furono creati sei dicasteri[109]:

Il decreto seguente, opera di Crispi, è il primo atto in cui Vittorio Emanuele II viene definito Re d’Italia.

« ITALIA E VITTORIO EMANUELE

Giuseppe Garibaldi, comandante in capo dell’esercito nazionale in Sicilia: dietro l’invito dei principali cittadini e quello dei comuni liberi dell’Isola; considerando che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari siano concentrati nella stessa mano: DECRETA Che egli prende, in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia la dittatura di Sicilia. Salemi 14 maggio 1860. Giuseppe Garibaldi »

Lo stesso giorno Garibaldi emette un altro decreto, controfirmato da Crispi, che istituiva la nuova milizia siciliana, comprendente tutti i siciliani atti alle armi dai 17 ai 50 anni di età, decreto che però risulterà di non agevole applicazione.[110]

Rappresentante presso il governo provvisorio da parte del Regno di Sardegna fu inviato il siciliano Giuseppe La Farina che a luglio fu costretto a dimettersi per disaccordi con Crispi e al suo posto Cavour inviò Agostino Depretis. E il 20 luglio Garibaldi nominava lo stesso Depretis "prodittattore", con l'esercizio di "tutti i poteri conferiti al Dittatore dai comuni della Sicilia". Il 14 settembre tuttavia Depretis si dimise, non avendo potuto convincere il generale all'annessione diretta della Sicilia al Regno di Sardegna e il 17 si insediò al suo posto Antonio Mordini che restò fino alla conclusione del plebiscito[111] del 21 ottobre 1860.

Nel settembre Cavour fece nominare prodittatore di Napoli Giorgio Pallavicino Trivulzio. A Salemi Garibaldi incontra Fra Pantaleo, che si unirà alla spedizione garibaldina diventando poi amico di Garibaldi e suo grande elemosiniere.

I progetti di attentato contro Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Mentre Garibaldi avanzava erano stati ideati progetti per fermarlo, tramite un attentato alla sua vita [112] , come risulta dal testo delle lettere scritte dal marchese di Villamarina al comandante d’Aste e dall’ammiraglio Persano a Giuseppe Garibaldi, nelle quali si rappresenta il pericolo di un tentativo di omicidio nei confronti di Garibaldi, da parte di un finto disertore borbonico di nome Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica e del bandito Giosafatte Tallarino accompagnato da altri sicarii inviati al medesimo scopo.

Lettera del marchese di Villamarina al comandante d’Aste

LEGATION DE SARDEGNE
All'Ill.mo Signor Marchese d'Aste [113]
Comandante della R. pirofregata sarda "Governolo
Palermo. 8 giugno 1860.

« Ill.mo sig. Comandante, profitto della partenza del vapore inglese, per trasmetterle la qui annessa lettera diretta al Duca della Verdura, cui prego di farla recapitare il più prontamente possibile. Col mezzo dell'avv. Galvani già menzionato nella mia precedente, mi pervennero nuovi ragguagli intorno al caporale Valentini; è uomo di circa 30 anni, alto e magro della persona, pallido in viso, con occhi celesti. Da sorgenti diverse, e non indegne di fede, mi risulta inoltre essere stato inviato allo stesso fine un tale Giosafatte Tallarino, già celeberrimo bandito calabrese. Egli imbarcavasi il 6 corr., alle ore 23 sul legno mercantile alla volta di Palermo. Dicesi accompagnato da 10 o 11 individui per secondarlo. La prego adunque, signor comandante, di volere con ogni maggior diligenza, trasmettere questi nuovi particolari a ciò sia provveduto prontamente e come si conviene. Colgo questa opportunità per offrire i miei anticipati ringraziamenti e rinnovarle le proteste della mia distintissima considerazione.  »
Il Ministro
Villamarina


Lettera dell’ammiraglio Persano a Garibaldi.

GABINETTO PARTICOLARE
DEL CONTR' AMMIRAGLIO
COMANDANTE LA SQUADRA
Palermo. 15 giugno 1860.

« Caro Generale, ho bisogno di sapere, se Medici è partito oggi o se partirà domani, onde mandargli incontro. Medici mi scrive oggi. Il comandante dell’"Ichnusa” , mi assicura, che hanno scritto a voi che partirà domani; avendo cambiata idea schiaritemi su cotal punto. Il Valentini, mandato per assassinarvi, è ritornato ieri sera a nuoto a bordo della fregala napoletana "Partenope”, vestito a modo dei vostri. Egli rapportò che venne da voi, che vi baciò la mano, che si disse disertore di altro corpo che non di marina, e che trovandosi che altri disertori del corpo, che nominò, erano pronti a provare, che egli non vi apparteneva, temendo di essere conosciuto, si diede a gambe per salvarsi. Ciò che preme ora è il Medici; sapere se ha lasciato Cagliari oggi, o se la lascierà domani.  »
Con affetto vostro
C. DI PERSANO


Il primo scontro a Calatafimi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Calatafimi ed Esercito meridionale.
Francesco Crispi, riconosciuto come l'ideatore della Spedizione dei Mille.

I Mille, affiancati da 500 "picciotti", ebbero un primo scontro nella battaglia di Calatafimi il 15 maggio 1860, contro circa 4.000 soldati borbonici guidati dal generale Francesco Landi. Qui, con un eroico gesto, Augusto Elia salva la vita al generale Garibaldi, riportando una grave ferita al volto. Sconfitte le truppe borboniche, ritiratesi nell'abitato di Calatafimi, ricevettero l'ordine di mettersi in marcia per raggiungere Palermo; la notizia della vittoria garibaldina si diffuse rapidamente nell'area, spesso accompagnata da mirabolanti narrazioni, fomentando la rivolta nella popolazione siciliana. Ad Alcamo, sulla via per Palermo, le truppe furono attaccate dai siciliani che sparavano dalle case e dai balconi, come rappresaglia i soldati incendiarono molte case[114], a Partinico la popolazione si ribellò al tentativo di requisizione forzata di beni e viveri da parte delle truppe in ritirata con una sanguinosa rivolta popolare.

Dopo Calatafimi Garibaldi proseguì verso Palermo, per Alcamo e Partinico, giungendo in vista della città.

Alla notizia della sconfitta di Calatafimi Francesco II chiese al generale Filangeri di riprendere servizio, ma costui si rifiutò; il re con una cerimonia ufficiale depose ai piedi della statua di San Gennaro lo scettro e la corona nominando il santo re di Napoli e implorando invano il miracolo della liquefazione del sangue; dietro suggerimento della consorte cominciò a considerare di concedere la costituzione, e cominciò a sondare l'opinione di padre Borelli, influente cappellano di corte, ricevendo una netta risposta negativa[115].

Insurrezione e conquista di Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Insurrezione di Palermo (1860).
Fotografia di una strada di Palermo dopo i combattimenti: sono visibili le barricate e gli edifici distrutti dal bombardamento borbonico
Dipinto di Cesare Bartolena che raffigura l'imbarco dei volontari livornesi avvenuto il 9 giugno 1860, con l'ultimo contingente di volontari toscani

Dopo qualche scaramuccia e varie manovre diversive verso l'interno, (si accamparono sulla montagna di Gibilrossa tra Misilmeri e Belmonte Mezzagno) di lì i garibaldini, il 27, giunsero a Palermo e si apprestarono a entrare in città, ma prima dovettero attraversare il Ponte dell'Ammiraglio, presidiato dai militari borbonici. Dopo un duro scontro, le truppe reali abbandonarono il campo e rientrarono a Palermo, una colonna attraverso la Porta Termini, l'altra attraverso la Porta Sant'Antonino.[116] Nei successivi scontri tra Porta Sant'Antonino e Porta Termini cadeva l'ungherese Luigi Tüköry, mentre furono feriti, fra gli altri, Benedetto Cairoli, Stefano Canzio e Nino Bixio.

Aiutati dall'insurrezione di Palermo, tra il 28 maggio e il 30 maggio i garibaldini e gli insorti, combattendo spesso strada per strada, conquistarono tutta la città, nonostante il bombardamento indiscriminato condotto dalle navi borboniche e dalle postazioni presenti presso il piano antistante Palazzo dei Normanni e il Castello a Mare. Il 29 maggio si ebbe un deciso contrattacco delle truppe regie che, però, veniva arginato. Il giorno 30 maggio i borbonici, asserragliati nelle fortezze lungo le mura, chiesero un armistizio. Garibaldi, ormai padrone della città, si proclamò "dittatore" nominando un governo provvisorio in cui risaltava il ruolo di Francesco Crispi. Dopo un armistizio dal 30 maggio al 3 giugno, il giorno 6 giugno le truppe che difendevano il capoluogo siciliano capitolavano in cambio del permesso di lasciare la città e ottenendo l'onore delle armi.

Uno dei primi atti di Garibaldi fu l'emanazione del decreto del 28 maggio con il quale disponeva che le terre del demani comunali (in mancanza di queste quelle appartenenti al demanio statale) fossero divisi tra i contadini nullatenenti e i volontari che avrebbero combattuto ai suoi ordini.

In quei giorni il porto di Palermo divenne un affollato crocevia dei più disparati personaggi, compresi molti cronisti di giornali inglesi e americani, tra cui l'ungherese naturalizzato britannico Ferdinand Nandor Eber, corrispondente del Times che entrò a far parte dei Mille con il grado di colonnello. Il 30 maggio sbarcò dal suo panfilo personale Alexandre Dumas con armi e champagne. Il 6 giugno arrivò Giuseppe La Farina, inviato da Cavour, che temeva una possibile influenza dei mazziniani. La Farina avrebbe dovuto, nel desiderio di Cavour, prendere il controllo politico della situazione a favore del Regno di Sardegna, ma non trovò al momento un'accoglienza favorevole. Lascerà nelle lettere di quei giorni severi giudizi sui garibaldini e il governo dittatoriale e continuerà a complottare per l'immediata annessione, fino alla sua espulsione dall'isola.

Lapide presso il Palazzo Pretorio di Palermo

Durante il mese di giugno ai garibaldini si aggregarono altri volontari siciliani e quelli provenienti da altre parti d'Italia, i cui arrivi si succedevano quasi quotidianamente, inquadrandosi in quello che poi fu chiamato esercito meridionale; sempre in giugno si formò il primo nucleo della Marina dittatoriale siciliana. Il 1º giugno, proveniente da Malta, sbarcò a Pozzallo, ancora sotto controllo borbonico, Nicola Fabrizi con 20 volontari della Legione italica, che muoverà verso Catania, raggiunta il 20 giugno, formando la colonna dei Cacciatori del Faro accrescendosi di volontari durante la marcia fino a raggiungere il numero di 300 uomini[117].

Il 2 e il 3 giugno arrivarono a Catania, che intanto era insorta, due imbarcazioni con diversi volontari e rifornimenti provenienti da Genova, dopo un lungo viaggio che aveva toccato Malta. Il 7 giugno arrivarono 1.500 fucili da Malta (forniti dagli inglesi). L'11 giugno sbarcò a Marsala una nave di rifornimenti (l'Utile) con 69 uomini al comando di Carmelo Agnetta, 1.000 fucili e molte munizioni.[118],[119]

Il 18 giugno sbarcò a Castellammare del Golfo la seconda vera e propria spedizione, proveniente da Genova e comandata dal generale Giacomo Medici, con tre navi[120], circa 2.500 volontari dei 3.500 partiti, 8.000 fucili moderni e munizioni[121], sbarcarono solo 2.500 volontari, in quanto i circa 1.000 del gruppo Corte, in navigazione sulle navi Utile e Charles and Jane erano stati intercettati e catturati dalla Marina borbonica, che li aveva condotti a Gaeta e successivamente rilasciati. I circa 1.000 del gruppo Corte si imbarcheranno di nuovo per il Sud il 15 luglio sulla nave Amazon. [122]

Il 5 e il 7 luglio sbarcarono a Palermo oltre 2.000 volontari[123] comandati da Enrico Cosenz. Il 9 luglio su una vecchia carboniera arrivarono diverse centinaia di volontari. Il 22 luglio su due navi arrivarono a Palermo circa 1.535 volontari[124], quasi tutti lombardi, al comando di Gaetano Sacchi.

I garibaldini furono riorganizzati e verso la fine del mese di giugno mossero da Palermo, divisi in tre colonne, verso la conquista dell'isola. La brigata di Stefano Türr (poi comandata da Eber), con circa cinquecento uomini, s'incamminò per l'interno, Bixio con circa 1.700 uomini verso Catania, passando da Agrigento, e Medici con Cosenz, al comando della colonna più importante, avanzarono lungo la costa settentrionale.

Nel frattempo il 25 giugno Francesco II concesse la costituzione, assieme ad altre riforme; a spingerlo a ciò aveva contribuito il consiglio contenuto in una paterna lettera di Pio IX; venne cambiata anche la bandiera del regno: da bianco gigliata a tricolore conservando al centro il giglio borbonico[125].

Gli sbarchi successivi al primo di Marsala[modifica | modifica wikitesto]

«  21 giugno 1860

Medici è arrivato con un reggimento fatto e vestito. Entrò da Porta Nuova sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali coll’uniforme dell’Esercito Piemontese, formavano la vanguardia. Noi della spedizione dispersi nell’onda dei sopravvenienti, porteremo con noi le memorie di venticinque giorni vissuti come nella solitudine, faticando, combattendo e credendo. »

(Da Quarto al Faro libro di Giuseppe Cesare Abba (pag. 199)[126])
Sbarchi garibaldini in Sicilia nel 1860

Così Giuseppe Cesare Abba, dopo lo sbarco di Marsala, descrive l’arrivo della prima delle altre spedizioni garibaldine costituita dal Medici con circa 2.500 garibaldini, a questa seguiranno altre spedizioni descritte con dettaglio dallo storico britannico George Macaulay Trevelyan, nella sua opera Garibaldi e la formazione dell’Italia[127]. Le partenze delle successive spedizioni garibaldine avvennero quasi tutte dal porto di Genova e due da Livorno nel periodo dal 24 maggio 1860 fino al 20 agosto 1860, quando le partenze dal porto di Genova cessarono per poi riprendere con un’ultima spedizione dal porto di Livorno avvenuta tra il 1 al 3 settembre (spedizione Nicotera), complessivamente partirono più di venti spedizioni navali, riepilogate nell’appendice B dell’opera, per un totale di circa 21.000 volontari oltre ai primi 1.000, in calce il Trevelyan specifica che alla fine di agosto 1860 le partenze dal nord vennero sospese dal Cavour, che intendeva invadere lo Stato Pontificio e il territorio del Regno delle due Sicilie. [128] Al termine dell’appendice B[129] lo storico britannico Trevelyan descrive anche le partenze di spedizioni navali con materiali ed armi destinati a rifornire l’armata garibaldina, a mezzo delle navi: Queen of England (chiamata anche Anita -[130]), Independence, Ferret, Badger, Weasel e le altre navi Spedizione e Colonnello Sacchi, mentre nell’appendice C vengono illustrate le altre organizzazioni che aiutarono, anche finanziariamente, l’impresa garibaldina, come la Società nazionale italiana, il Fondo per il milione di fucili, i Comitati organizzati da Agostino Bertani, nonché le altre fonti di finanziamento provenienti da quanto l’impresa garibaldina raccoglieva confiscando nei territori occupati i valori della zecca di Palermo.[131]. Le fonti del seguente riepilogo delle spedizioni sono regolarmente citate dal Trevelyan e ricavate principalmente dai diari e carteggi di Bertani, che annotava le partenze e Türr, che, essendo con Garibaldi, registrava anche gli arrivi nel Sud delle spedizioni [132] ed altre fonti che il Trevelyan regolarmente cita.

Gli sbarchi dei rinforzi alla Spedizione dei Mille[modifica | modifica wikitesto]

Sbarchi successivi al primo sbarco di Marsala - da "Garibaldi e la Formazione dell'Italia" di George Macaulay Trevelyan - appendice B
data partenza da Genova nome nave numero imbarcati nome spedizione note
24 maggio Utile 60 Agnetta principalmente armi e munizioni recuperate dopo la mancata consegna alla partenza della Spedizione da Genova, compresi i volontari addetti alle armi che non poterono imbarcarsi.[133]
8-9 giugno notte Utile (2° viaggio), Charles and Jane 900 o 1.000 Corte associata alla spedizione Medici - catturati, portati a Gaeta poi rilasciati ripartirono da Genova il 15 luglio sulla nave Amazon.
vedere:La cattura del gruppo Corte
9-10 giugno notte Washington (in precedenza Helvètie) 1.200 o 1.400 Medici comprendeva anche le spedizioni Caldesi, Malenchini e Corte quest’ultima catturata e poi rilasciata. A bordo c'erano anche John Whitehead Peard[134] e i Marios: Alberto Mario e consorte Jessie White.
9-10 giugno notte Oregon (già Belsance) 209 Caldesi[135] altre fonti stimano un numero maggiore di volontari
10 giugno notte da Livorno Franklin (già Amsterdam) 800 Malenchini associata alla spedizione Medici – Le tre spedizioni Medici-Caldesi-Malenchini complessivamente trasportarono anche 8.000 armi da fuoco e molte munizioni.
29 giugno Medeah 365 o 650 Fazioli[136] 365 volontari secondo Bertani, 650 secondo Türr
2 luglio Washington (2° viaggio) 1.270 Cosenz in persona associata alla nave Provence che imbarca altri 770 volontari
2 luglio Provence 770 (Carlo Setti) [137] associata alla nave Washington e comandata da Cosenz
7 luglio Oregon (2° viaggio) 404 Siccoli[138] aveva accompagnato Zambianchi nella fallita diversione verso l'Umbria
9 luglio Provence (2° viaggio) 765 Curci
9 luglio Saumon 526 Vacchieri
10 luglio Isère 407 Ciravegna
10 o 11 luglio City of Aberdeen 900 Strambio
15 luglio Amazon (britannico) 900 o 1.000 Corte rilasciati dopo la cattura della partenza 8-9 giugno con le navi Utile e Charles and Jane
16 luglio Provence (3° viaggio) 405 Cesarò
18 luglio Città di Torino 1.535 Sacchi
21 luglio Franklin (2° viaggio) 564 Gobbi
21 o 22 luglio Amazon (2° viaggio) 390 Berti
23 luglio Isère (2° viaggio) 413 (o 423) G. Pellegrini [139]
6 o 8 agosto Provence (4° viaggio) 211 Pietro Cortes
10-15 agosto Isère (3° viaggio), Bizantine, Amazon (3° viaggio), Città di Torino (2° viaggio) 3.708 Pianciani scalo intermedio in Sardegna al Golfo degli Aranci[140] e poi in Sicilia – il solo Bizantine trasportava 1800 garibaldini con scalo il 17 agosto a Cagliari
11 agosto Generale Garibaldi 680 Pianciani scalo intermedio in Sardegna al Golfo degli Aranci
11 agosto R.D. Sheperd 1.500 Pianciani scalo intermedio in Sardegna al Golfo degli Aranci
11 (?) agosto da La Spezia Weasel 32 Pianciani scalo intermedio in Sardegna al Golfo degli Aranci
16 agosto Sidney Hall 542 G.B Gastaldi [141]
20 agosto Provence (5° viaggio) 582 G.B. Gastaldi
1-3 settembre da Livorno Febo, Garibaldi, Veloce (Provence ?), San Nicola 2.000 Nicotera Brigata ‘’ Castel Pucci’’ sulla quale c’era una disputa con Ricasoli
Tot. 20 navi per 33 viaggi tot. 21.000

Nella nota all'Appendice B si cita anche che, dopo il blocco delle partenze, solo circa 500 volontari con passaporto riuscirono a partire per Palermo nella notte del 26 agosto a bordo della nave Orwell, che dovette essere restituita in quanto utilizzata senza permesso. (vedere: Il numero dei garibaldini )
Per il trasporto dei materiali bellici vennero utilizzate 7 navi: Queen of England[142], Independence, Ferret, Badger, Weasel [143] e le altre navi Spedizione e Colonnello Sacchi.

Anche lo storico Federico Donaver nella sua opera “La Spedizione dei Mille”[144] descrive alcuni degli sbarchi dei garibaldini avvenuti dopo il primo sbarco di Marsala, come le spedizioni: Agnetta (pag. 64), Medici (con Caldesi e Malenchini)[145], Cosenz[146]. Il Donaver accenna anche a spedizioni di materiali provenienti da Malta[147] e condotte dal siciliano Salvatore Castiglia.

La cattura del gruppo Corte[modifica | modifica wikitesto]

La Spedizione Corte si imbarcò a Cornigliano, in vicinanza della villa del marchese Ala-Ponzoni, tra la mezzanotte e le due nella notte tra l’8 ed il 9 giugno, si trattava di circa 900 volontari, 100 a bordo del piccolo Utile battente bandiera sarda e comandato da Natale Poggi, che trainava il clipper Charles and Jane con bandiera americana, comandato dall’americano Enrico Wathson, con a bordo gli altri circa 800 garibaldini. Le due navi dovevano dovevano raggiungere Cagliari per essere poi raggiunte delle altre tre navi del Medici, partite il giorno dopo con 2.500 volontari, per poi proseguire insieme verso la Sicilia, dove avrebbero dovuto sbarcare complessivamente circa 3.500 garibaldini.
La mattina del 9 giugno le due navi si trovavano a circa otto miglia dal Capo Corso, nel nord ella Corsica, quando vennero avvicinate da due navi, che non mostravano bandiera e dalle quali si levava il grido “viva Garibaldi e l’Italia”, essendo lontani dalle coste borboniche ingenuamente molti volontari risposero con fragorosissimi applausi, rivelando così di appartenere ad una spedizione garibaldina. [148]
Secondo un'altra versione, trovandosi vicino alla Corsica francese e sentendo l'ufficiale dell'altra nave parlare francese, diversi garibaldini avrebbero inneggiato all'Italia, alla Francia e contro i Borboni, facendosi così riconoscere. [149]
A questo punto le due navi sconosciute issarono la bandiera borbonica, rivelandosi essere le pirofregate “Fulminante” e la”Ettore Fieramosca” che comunicarono in francese agli ufficiali delle navi garibaldine di seguirle, accompagnando l’intimazione con qualche colpo di cannone a scopo intimidatorio, dopo che all’intimazione “Suivez nôtre route” (seguite la nostra rotta) le navi garibaldine si allontanarono pensando di avere frainteso il vôtre per nôtre e quindi avere capito “Suivez vôtre route” (seguite la vostra rotta). [150]
Al rimorchio delle fregate borboniche, dopo circa quaranta ore il clipper Charles and Jane e l’Utile fecero il loro ingresso nel porto di Gaeta a mezzogiorno del giorno 11 maggio, durante il viaggio le due navi garibaldine erano tenute sotto tiro dai cannoni borbonici. Appena approdati nel porto di Gaeta un ufficiale borbonico salì a bordo del clipper Charles and Jane per domandare le patenti di navigazione, quando dal cassero si fece avanti il comandante Enrico Wathson, di nazionalità americana, che con “fredda urbanità” rispose con molta determinazione “Non essere egli solito ad esibire la patente a ‘’pirati’’, a gente che senza o con simulata bandiera aveva osato insultare l’americano vessillo ed assalire e catturare navigli da quello protetti e coperti.

Il clipper Charles and Jane e l'Utile a Gaeta

Quindi il comandante Wathson dichiarò che non avrebbe mai ceduto se non alla forza bruta e, in quel caso, se le cose fossero state portate all’estremo, gli Stati Uniti possedevano flotte in grado di replicare duramente, concludendo che non avrebbe consegnato le carte di bordo se non al console americano designato in quel luogo, creando costernazione nell’ufficiale borbonico che se ne andò.
Dopo mezz’ora comparve un altro ufficiale in compagnia di un tale che si presentava come il vice-console americano, ma l’acutezza del comandante Wathson appurò subito che non si trattava del vice-console americano, in quanto non parlava inglese, né mostrava documenti in lingua inglese.
Le due navi catturate erano sottoposte a sorveglianza strettissima nel porto a Gaeta, da parte delle artiglierie della fortezza, di due fregate e di una decina di barche con soldati armati attorno alle due navi di garibaldini, ai quali era interdetto ogni contatto con la popolazione e solo il giorno 23, dopo lunghissime pratiche, venne loro dato il permesso di bagnarsi nel mare, sotto gli occhi dei loro guardiani. Il giorno 17 giugno i comandanti della nave Utile e del clipper Charles and Jane si recarono a Napoli per esporre le loro ragioni e dopo il giorno 25 giugno le condizioni dei prigionieri migliorarono, quando la fortezza e le navi borboniche issarono il tricolore e venne approvata la Costituzione, anche i rapporti con i soldati borbonici furono più distesi.
Se le navi borboniche si fossero impossessate del Piemonte e del Lombardo la Spedizione sarebbe finita sul nascere, ma al momento del sequestro Garibaldi era già reduce dalla vittoria di Palermo e la cattura di due navi con circa 930 volontari non era un fatto determinante, bensì creava problemi, anche perché la cattura delle navi Utile e Charles and Jane era avvenuta a nord della Corsica e quindi ben lontano dalle acque territoriali del Regno delle Due Sicilie.
Sulle prime Francesco II resisteva alle molteplici richieste e sollecitazioni per la liberazione dei prigionieri, reclamando il diritto di punire quanti intendevano invadere il suo regno, ma l’andamento negativo degli eventi bellici e i successivi sbarchi avvenuti in Sicilia lo indussero ad assumere più miti consigli e dopo molte dichiarazioni e proteste alla fine ordinò di rimettere in libertà sia i prigionieri che le due navi catturate, anche per intercessione del governo degli Stati Uniti. [151]
Il giorno 28 giugno il vice console sardo portò la notizia ai prigionieri, ottenendo dal governo borbonico l’autorizzazione a noleggiare altre due navi per il trasporto dei prigionieri, perché dopo 20 giorni di privazioni in spazi ridottissimi, si temeva potesse essersi prodotto pericolo di contagio tra i prigionieri. I volontari liberati arrivarono a Genova e dopo alcuni giorni di riposo ripresero il loro viaggio sulla nave Amazon verso la Sicilia il giorno 15 luglio 1860.

Le rivolte contadine[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Fatti di Bronte.

Durante l'estate del 1860, in alcuni centri della Sicilia nord-orientale, prima dell'arrivo dei garibaldini che avanzavano sulle tre direttrici verso Messina e verso Catania, scoppiarono violente rivolte contadine, non contro eventuali guarnigioni militari ma contro i rappresentanti dei ceti dominanti. I braccianti esasperati da condizioni di vita disperate e nutrendo aspettative di riscatto e giustizia sociale per la notizia dell'imminente arrivo dei garibaldini assaltarono i nobili locali, causando fatti di sangue molto brutali.

Il 17 maggio 1860, Alcara li Fusi fu interessata da una rivolta che anticipò le altre, localizzate principalmente sui Nebrodi e dintorni. I contadini assaltarono il "casino dei nobili" trucidando con falci e coltelli numerose persone tra cui un bambino. I garibaldini della colonna Medici, sopraggiunti dopo alcune settimane di anarchia, imprigionarono alcuni dei rivoltosi che, dopo un rapido processo, furono giustiziati.[152]

Il 2 agosto a Bronte il malcontento popolare causò la più conosciuta tra queste insurrezioni. Vennero appiccate le fiamme a decine di case e edifici pubblici e furono trucidati sedici fra nobili, ufficiali e civili, prima che la rivolta si placasse. Bixio intervenne con un reparto di garibaldini e, con un processo lampo, fece fucilare cinque rivoltosi il 10 agosto. Altre analoghe rivolte si svolsero con modalità analoghe a Caronia e Francavilla.

La battaglia di Milazzo e la caduta di Messina[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Milazzo (1860).

Qui il 20 luglio le truppe borboniche vennero sconfitte nella battaglia di Milazzo, a cui partecipò lo stesso Garibaldi, giunto da Palermo. I garibaldini guidati da Medici giunsero a Messina il 27 luglio, quando già una parte delle truppe borboniche aveva lasciato la città.[153] Il giorno seguente, giunse Garibaldi. Con la città in mano ai Mille, il generale Tommaso Clary, comandante dei borbonici, e Medici sottoscrissero una convenzione, che prevedeva l'abbandono di Messina da parte delle milizie borboniche, a patto che non venisse arrecato alcun danno alla città e che il loro imbarco verso Napoli non fosse molestato.[153] Garibaldi aveva ottenuto così campo libero, e i soldati borbonici si reimbarcarono verso il continente. Il 28 luglio capitolarono anche le fortezze di Siracusa e Augusta. Così veniva completata la conquista dell'isola.

A difesa della Real Cittadella di Messina affacciata sul porto, rimase solo una piccola guarnigione borbonica, ultimo baluardo siciliano del Regno borbonico che non tenterà alcun'azione bellica, ma che si arrenderà il 13 marzo 1861 con la resa delle truppe del generale Fregola al contingente piemontese del generale Cialdini.

« Splenda nella memoria dei secoli - l'epopea del 27 maggio 1860 - preparata da cuori siciliani - scritta col miglior sangue d'Italia - dalla spada prodigiosa - di Garibaldi. - Riecheggi nella coscienza dei popoli - il tuo ruggito, o Palermo - sfida magnanima - a tutte le perfide signorie - auspicio di liberazione a tutti gli oppressi del mondo »
(Mario Rapisardi per il monumento dei Mille a Palermo)

Operazioni sul continente[modifica | modifica wikitesto]

Dipinto che raffigura lo sbarco dei Mille a Palmi, il 22 agosto 1860
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Sbarco a Melito, Insurrezione lucana e Battaglia di Piazza Duomo.

Con la neutralizzazione di Messina, Garibaldi cominciò i preparativi per il passaggio sul continente, nominando Agostino Depretis prodittatore, per governare la Sicilia.

Cavour esercitava fortissime pressioni per procedere subito ai plebisciti in Sicilia, preoccupato che la benevola neutralità di Francia e Inghilterra potesse rovesciarsi, inficiando le conquiste compiute. Più aggressivo si dimostrava, sicuramente, Vittorio Emanuele II, il quale incoraggiava il generale a passi decisi.

Battaglia del Volturno - combattimento di Porta Romana, verso Santa Maria Maggiore

Il 13 agosto Luigi di Borbone, zio di Francesco II e comandante della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, propose in una seduta del Consiglio di Stato di Napoli assieme al principe d'Ischitella, di riunire la flotta napoletana ed attaccare il porto di Messina per distruggervi le navi di Garibaldi, questa proposta fu respinta violentemente in consiglio, con grandi discussioni, Luigi di Borbone abbandonò la sala e venne pesantemente accusato di personali ambizioni e ne venne chiesto l'esilio. Sospettato di volersi fare un partito e di aspirare ad un vicariato generale, sul tipo di quello di Luigi Filippo, Luigi di Borbone ricevette lo stesso giorno l'ordine di esilio scritto da Francesco II che gli nego' la possibilità di un colloquio e dovette abbandonare il regno[154].

La notte fra il 13 e 14 agosto i garibaldini, salpando da Palermo con la pirofregata Tukery tentarono la cattura del pirovascello borbonico Monarca ormeggiata nella baia di Castellammare di Stabia, l'attacco falli' grazie alla pronta risposta del comandante Guglielmo Acton che venne lievemente ferito. Tuttavia l'attacco mise in allarme le truppe borboniche e Ritucci, comandante della piazza e provincia di Napoli, ne proclamò lo stato d'assedio.

Mentre le forze borboniche attendevano lo sbarco garibaldino a Reggio, Garibaldi prescelse un tragitto alquanto più lungo, con lo sbarco a Melito (30 chilometri da Reggio), il 19 agosto, sulla spiaggia ionica, e il 22 agosto su quella tirrenica di Palmi. Garibaldi disponeva ormai di circa ventimila volontari, in Calabria i borbonici non seppero offrire una dignitosa resistenza: interi reparti dell'esercito borbonico si disperdevano o passavano al nemico. Il 30 agosto, a Soveria Mannelli, il giovane Eugenio Tano e il prete Ferdinando Bianchi con un'azione diplomatica ottennero la resa senza combattere dell'intero corpo di diecimila uomini, comandato dal generale Giuseppe Ghio, all'arrivo della colonna di garibaldini guidata da Francesco Stocco[155]. Il giorno seguente Garibaldi spedì un telegramma esaltando il successo: "Dite al mondo che ieri coi miei prodi calabresi feci abbassare le armi a diecimila soldati, comandati dal generale Ghio. Il trofeo della resa fu dodici cannoni da campo, diecimila fucili, trecento cavalli, un numero poco minore di muli e immenso materiale da guerra. Trasmettete a Napoli, e dovunque, la lieta novella[156]".

A Napoli il 25 agosto venne diffusa la stampa di una lettera scritta da Leopoldo di Borbone, zio di Francesco II, con la quale chiedeva al sovrano di seguire il nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma che, all'irrompere della guerra civile, sciolse i sudditi dalla obbedienza e li fece arbitri dei proprii destini. Il 31 agosto Leopoldo si imbarcò sulla fregata sarda La costituzione, messagli a disposizione da Persano, alla volta del Piemonte[157].

Sempre in Agosto, il giorno 16 a Corleto Perticara iniziava la rivolta in Basilicata che in pochi giorni porto' alla formazione di un governo proto-dittatoriale guidato da Nicola Mignona e Giacinto Albini.

Il 2 settembre Garibaldi e i suoi uomini entrarono in Basilicata (la prima regione della parte continentale del regno a insorgere contro i Borboni),[158] precisamente a Rotonda. Il suo passaggio in terra lucana si concluse senza problemi, poiché fu instaurato il governo prodittatoriale ben prima del suo arrivo (19 agosto), grazie all'apporto di Giacinto Albini e Pietro Lacava, autori dell'insurrezione lucana in favore dell'unità nazionale. Il giorno seguente, Garibaldi attraversò in barca la costa di Maratea e presso Lagonegro raccolse gli uomini lucani che lo seguirono fino alla Battaglia del Volturno (tra questi vi fu Carmine Crocco, in seguito famoso brigante post-unitario).[159] Il medesimo giorno Pianell, ministro della Guerra di Francesco II presentò le sue dimissioni, che non ritirò nonostante il re l'invitasse a rimanere in carica. Il suo gesto fu seguito da altri ministri il giorno seguente.

Rimasto senza governo e abbandonato dagli uomini della corte, Francesco II, con Garibaldi che proseguiva senza ostacoli la sua avanzata verso Napoli, il 5 settembre prese la decisione di rinunciare alla difesa della capitale e di rifugiarsi a Gaeta. Il 6 settembre Garibaldi incontrò Albini ad Auletta e nominò il patriota Governatore della Basilicata. La notte dello stesso giorno dormì a Eboli nella casa di Francesco La Francesca e poi partì per Napoli.

Aspirazioni al trono di Napoli[modifica | modifica wikitesto]

L'avanzata di Garibaldi e le debolezze del regno borbonico misero alla luce alcune manovre attorno al trono di quel regno.

Il 29 giugno H. di Lazen, segretario dell'infante Giovanni di Borbone, consegnò, una lettera all'ambasciatore piemontese a Londra, in cui riportando la volontà dell'infante, deprecava l'intervento del governo spagnolo «nelle cose d'Italia» e nello specifico «trattando in singolare maniera la questione dei diritti eventuali de' Borboni di Spagna al trono delle Due Sicilie» puntualizzava che: «Anche nel caso, in cui tutti i Borboni di Napoli venissero a mancare, i diritti della corona sarebbero riversibili nella persona del principe D. Giovanni e non mai nella persona d'Isabella di Borbone– S. A. mi ordina di dirvi ch'egli non vuole punto immischiarsi nelle questioni d'Italia […] S. A. è oggi, inoltre, decisa a farne la rinuncia, se così conviene all'ordine ed alla tranquillità dell'Europa. Il Principe desidera che voi abbiate la bontà di far conoscere la sua risoluzione al Governo del Re»[160].

Un gruppo di napoletani si recò a Parigi da Luciano Murat per offrirgli la corona di Napoli, a cui rispose il 19 agosto con una lettera il cui contenuto venne diffuso, nella quale scrisse: «Quando la rivoluzione agita un popolo, la sola volontà popolare, liberamente espressa, può spegnere le discordie e le incertezze, […] Nello stato presente delle cose, giova all'Italia che venga stabilito in Napoli, più presto che si può, il Governo costituzionale, acciocchè sia assicurata la libertà e cansato il pericolo dell'anarchia o di un'invasione. […] Sacrifico adunque ogni mio privato interesse, […] ripetendo […] che l'Italia, a parer mio, ritroverà in una confederazione l'antica sua potenza e il prisco splendore.»

Queste sue affermazioni vennero interpretate come una decisa rinuncia al trono di Napoli in un commento del Moniteur, per cui il 4 settembre con una lettera al giornale puntualizzò: «ho voluto dire, se, fuori di ogni influsso straniero, il suffragio universale si manifestasse in mio favore, il voto delle popolazioni non sarebbe senza dubbio meno rispettato per Napoli, di quel che lo fu per le altre parti d'Italia»[161].

Il progettato colpo di stato contro Francesco II[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il De Cesare non vi sarebbero prove storiche certe di una cospirazione contro Francesco II da parte del conte dell’Aquila per divenire reggente e poi re, anche se effettivamente vennero sequestrate alcune casse di armi e di abiti confezionati con scritte ed indirizzati al Conte, che facevano pensare ad una cospirazione. [162]

Secondo l’opera di Nicola Nisco, già detenuto politico ed esiliato dal Regno delle Due Sicilie, rientrato dall'esilio nel periodo dei fatti, [163] il conte dell’Aquila, durante il regno del fratello Ferdinando II aveva contribuito a rafforzare il dispotismo, ma la prospettiva di diventare reggente del nipote, da lui definito “poco capace” [164], lo aveva indirizzato in favore di cambiamenti liberali e difensore dei liberali perseguitati dall’Aiossa [165], già capo della polizia e per attuare il suo piano ispirava continuamente paura al sovrano suo nipote, pensando al tempo stesso a crearsi un nucleo di sostenitori liberali e tramite la consorte di un esiliato, la principessa della Rocca, intavolò trattative col generale Girolamo Ulloa, già difensore di Venezia, organizzatore e comandante dell’esercito toscano, nonché oppositore di Garibaldi, che, anche per torti subiti dal partito unitario, aveva deciso di schierarsi in difesa del Regno delle Due Sicilie.
Era stato richiamato in servizio un ufficiale, che era stato amico di Manin, Guglielmo Pepe, difensore della causa italiana a Parigi ed escluso dall’amnistia, che accettava e arrivato da Firenze si metteva agli ordini del principe Luigi al quale prospettava un piano per sconfiggere Garibaldi con un corpo di 30.000 soldati. La condizione posta da Ulloa era la sostituzione del sostenitore della legalità, il ministro Spinelli, con il principe di Ischitella.
Francesco II era indeciso sul da farsi, ma la sconfitta di Milazzo e l’imminente superamento dello Stretto di Messina da parte di Garibaldi lo avevano indotto ad affidare il comando dell’Esercito delle Calabrie all’Ulloa col grado di tenente generale, che aveva predisposto la nuova forza da impiegare, ma al suo arrivo a Napoli il colonnello Bosco, famoso per Milazzo, protestò vigorosamente per la nomina dell’Ulloa e il debole re mutò ancora di opinione nominando Vial al posto dell’Ulloa.
La decisione di Francesco II fu male accolta sia dal generale Ulloa, che dal principe Luigi, conte dell’Aquila, che iniziarono a cospirare per preparare un vero e proprio colpo di stato, ottenendo la cooperazione del principe di Ischitella, di alcuni generali, dello stesso colonnello Bosco e di Pietro Ulloa, giureconsulto e fratello di Girolamo per costituire un nuovo ministero, che nel suo programma prevedeva la sospensione della Costituzione appena approvata, della libertà di stampa e di associazione e della Guardia Nazionale, la proclamazione dello stato di assedio, l’espulsione di tutti gli stranieri e di tutti i sostenitori dell’unità più in vista, nonché l’arresto immediato del ministro Liborio Romano, da esiliare come re Ferdinando II aveva fatto con Intonti e Del Carretto.
Il piano avrebbe dovuto essere segretissimo e per attuarlo il 12 agosto Luigi, conte dell’Aquila, si recò da Francesco II prospettandogli la assoluta necessità di farsi nominare reggente ed attuare il programma repressivo per evitare pericoli e congiure, ottenendo dal giovane sovrano l’approvazione e la promessa che il giorno successivo i decreti sarebbero stati firmati.
La macchinazione per ordire il colpo di stato non era però sfuggita all’astuto ministro Liborio Romano, il quale avvisato della sua imminente attuazione, forse dal siciliano Guarnaschelli, si recò immediatamente dal re al quale illustrò la congiura in atto nei suoi confronti, così ancora una volta Francesco II mutava di opinione e concedeva al Romano l’autorizzazione a procedere nei confronti del Conte dell’Aquila, che la notte stessa veniva arrestato dall’ammiraglio Palumbo e da una squadra fidata di polizia, che lo imbarcava su una nave diretta a Londra in esilio, salpando per Marsiglia sulla goletta “Menai", anche se ufficialmente il giornale riportava la notizia di una missione governativa.
Nella stessa notte veniva affisso per tutta Napoli un manifesto di:

« Appello di salvezza del popolo napoletano al suo re Francesco II »
« Salvate il vostro popolo; noi ve lo chiediamo in nome della religione che vi ha consacrato re, in nome delle leggi ereditarie che vi hanno dato lo scettro dei vostri antenati, in nome del diritto e della giustizia che vi fanno un dovere di vigilare continuamente alla nostra salvezza, e s'è d'uopo di morire per salvare il vostro popolo. »

Dopo questa invocazione si passava alle accuse contro i ministri, contro gli esuli rimpatriati, contro l’intera polizia, concliudendo con le parole:

« La vostra armata è devota al pari che prode; sguainate la spada, e salvate dai tristi la patria. »

All'espulsione dal regno del conte dell’Aquila seguiva nello stesso giorno l'ordinanza del generale Ritucci, che metteva Napoli nello stato di assedio e Giacomo De Martino proponeva di arrestare Carlo Mezzacapo, che era maggiore generale nell’esercito piemontese, Silvio Spaventa, Mariano d'Ayala, Filippo Agresti e Nicola Nisco, esiliare la duchessa di Mignano moglie del generale Nunziante e l’immediata espulsione dal regno del generale Ribotti, di Giuseppe Finzi e di Emilio Visconti Venosta.

Tali richieste vennero però respinte dallo Spinelli, che minacciava le dimissioni da Presidente del Consiglio in caso di ritorno al sistema repressivo precedente, acconsentendo però all’applicazione dello stato d’assedio nella misura necessaria.

Anche il Conte di Trapani fu sospettato di un tentativo di reazione, a seguito della affissione dei manifesti di “Appello di salvezza pubblica”, affissi in alcune zone di Napoli nella notte del 29 agosto 1860 e dei quali vennero trovate circa 2.000 copie a casa di un legittimista francese di nome Saucliéres, che verrà arrestato e processato, anche se non emergeranno ulteriori prove a carico del Conte. [166]

Gli ultimi giorni di Francesco II a Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Francesco II

La sensazione generale che il crollo della dinastia borbonica fosse ormai inevitabile, si era presto delineata dopo le sconfitte in Sicilia, già dopo la presa di Palermo, la proclamazione della Costituzione, l’adozione del tricolore e la libertà di stampa avevano fermato la repressione dei dissidenti politici e la stessa polizia, diretta dall’abile Liborio Romano era praticamente divenuta un modo per favorire il liberalismo, al punto che il Persano scriveva a Cavour, che Liborio Romano stava di fatto agevolando la causa dell’unificazione nazionale nei limiti consentiti dalla sua funzione. [167]
La concessione della Costituzione aveva portato a Francesco II solo il consenso apparente della Francia e di pochi altri sudditi, ma non seguì alcuna applicazione pratica di governo costituzionale, in quanto il precedente comportamento della dinastia borbonica faceva temere che, in caso di iscrizione a liste elettorali, si potesse poi successivamente essere perseguiti in caso di revoca o di non applicazione delle norme costituzionali concesse, come già avvenuto in passato nel 1820 e 1848.

Mentre Garibaldi si trovava ancora in Sicilia, Cavour scriveva al Persano di non agevolare Garibaldi per il superamento dello stretto, in quanto lo stesso Cavour stava mettendo in atto tentativi per rovesciare il potere borbonico ancora presente a Napoli.

Dopo gli inutili tentativi di rovesciare il potere del re di Napoli, Cavour si convinse che l’avanzata Garibaldina era l’unico modo per provocare la definitiva caduta della dinastia borbonica e, dopo il superamento dello Stretto di Messina da parte delle forze di Garibaldi, permesso anche dalla revoca del blocco navale da parte dell’Inghilterra [168], Cavour cambiò atteggiamento, facendo sbarcare e distribuire armi a Salerno, per agevolare la marcia di Garibaldi verso Napoli comunicando al suo ambasciatore a Napoli, il Villamarina, di agevolare Garibaldi, mantenendo il controllo delle fortezze e delle navi.

L’ostilità nei confronti della Costituzione e dell’adozione del tricolore come nuova bandiera, avevano indotto la nobiltà reazionaria di Napoli, i contadini nel nord del regno e buona parte dell’esercito a rimanere fedeli al re, nonostante la situazione.

La dinastia era però ormai prossima alla fine e tale convinzione aveva indotto Liborio Romano, oltre che per prestigio, ad accettare la carica di ministro dell’interno nel mese di luglio e a non forzare per le dimissioni del re, impegnandosi per evitare che il crollo dinastico potesse coinvolgere anche la città di Napoli, dove in caso di vuoto di potere potevano verificarsi situazioni pericolose, a causa della forte presenza criminale e della camorra, che in mancanza di un ordine costituito potevano agire senza freno, con l’ulteriore possibilità di scontro tra l’Esercito Reale e la Guardia Nazionale, con conseguenze imprevedibili e nefaste.

L’ultimo periodo di permanenza di Francesco II a Napoli era stato contrassegnato da un clima cospirativo nei suoi confronti, quando verso la metà di agosto suo zio il Conte dell’Aquila era stato esiliato, perché sospettato di mirare alla nomina come reggente per sostituirsi al re.
Francesco II non aveva più fiducia nei suoi ministri, anche se all’apparenza a lui leali e neppure si fidava del già prefetto di polizia e poi ministro dell’interno dal monarca stesso nominato, il liberale Liborio Romano, del quale però non poteva però fare a meno, perché controllava efficacemente la polizia, la Guardia Nazionale e teneva a freno l’organizzazione camorristica, il 20 agosto fu infatti lo stesso Romano che suggerì al re di allontanarsi da Napoli “temporaneamente”, presentandogli un “memorandum” nel quale si evidenziava:

« … risparmiare al paese gli orrori della Guerra civile, - visto – che ogni ritorno, ogni scambio di fiducia tra popolo e principe – era ormai – non solo difficile ma impossibile. »

Pochi giorni dopo un altro zio del re, il Conte di Siracusa, aveva pubblicamente invitato il giovane sovrano di Napoli a lasciare il trono per il bene dell’unità d’Italia, fatto che scosse ulteriormente il prestigio di Francesco II, generando l’impressione che la dinastia fosse compromessa in modo irreversibile.
Non sentendosi più sicuro nella capitale, il 6 settembre re Francesco II lascia Napoli per recarsi con la consorte a Gaeta, dove già si trovava il resto della famiglia reale, trincerando le sue forze tra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, una zona protetta dove poteva difendersi e tentare una azione di attacco, tale soluzione gli era stata probabilmente suggerita dai suoi consiglieri segreti ultra-realisti.

L’altra possibilità di Francesco II era di mettersi alla testa dell’esercito borbonico e con la sua presenza di monarca infondere coraggio all’esercito demoralizzato, per fronteggiare Garibaldi avanzante da Salerno, ma tale soluzione appariva rischiosa, infatti già dalla metà di agosto gli agenti cavourriani tentavano di provocare una sollevazione a Napoli, che, se avvenuta mentre Francesco II affrontava Garibaldi a Salerno, poteva provocare una sconfitta definitiva, mentre nella zona tra le fortezze di Gaeta e Capua, con la flotta lì vicino, il più che dimezzato esercito borbonico poteva teoricamente resistere a lungo.

I timori che la precaria condizione della dinastia potesse generare gravissimi disordini a Napoli, erano condivisi da molti notabili, che pregavano Liborio Romano di continuare a rimanere ufficialmente in carica come rappresentante della monarchia e mantenere l’ordine almeno fino all’instaurazione di un nuovo stabile governo.

Gli agenti di Cavour offrirono il loro aiuto a Finzi, Visconti, Venosta, Nisco, Mariano D'Ayala e Alessandro Nunziante per tentare una rivolta anti-borbonica e Persano lì arrivato con la flotta fece sbarcare anche una formazione di bersaglieri, ma l’esercito rimase fedele alle consegne ricevute, non coinvolgendo la città di Napoli in combattimenti, d’altra parte i mazziniani non agevolavano l’opera di Cavour e i cittadini della capitale attendevano l’arrivo di Garibaldi, senza peraltro impegnarsi e rischiare di persona.
Prima di lasciare Napoli Francesco II fece affiggere manifesti dove spiegava il suo comportamento, augurandosi di tornare presto, alle quattro del pomeriggio convocò e salutò i suoi ministri, che non desideravano seguirlo a Gaeta, quindi in uno stato di apparente buon umore si rivolse a Liborio Romano in tono semi-serio pronunciando la frase “Don Libò, guardat’u cuollo ! ”, alla quale espressione Liborio Romano impassibile rispose che avrebbe fatto di tutto per farlo rimanere sul busto il più a lungo possibile.

Alla partenza del sovrano si notava l’assenza di molti titolati ed ufficiali, che in altri tempi affollavano la corte, quindi in compagnia del fedele capitano Criscuolo il re e la regina si imbarcarono sul Messaggero, una piccola nave, che dopo la sua partenza lanciò inutilmente il segnale per farsi seguire dalle altre navi della marina borbonica, che rimase ancorata nel porto di Napoli, ad eccezione di due piccoli vascelli, il Delfino, il Saetta e la fregata Partenope, che seguirono la nave con al bordo il re di Napoli, accompagnata per un breve tratto anche da alcune navi della marina spagnola.
Le successive ventiquattro ore di vuoto di potere trascorsero senza particolari difficoltà, Liborio Romano era riuscito ad evitare problemi ed inviò un telegramma in risposta a Garibaldi, che chiedeva di entrare a Napoli subito dopo l’arrivo del comandante della Guardia nazionale.

« All’invittissimo Generale Garibaldi, Dittatore delle Due Sicilie – Liborio Romano, Ministro dell’Interno e Polizia.  »
« Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla come il redentore d’Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato ed i propri destini …. M’attendo gli ulteriori ordini suoi, e sono con illimitato rispetto, di Lei, Dittatore invittissimo.  »
Liborio Romano

L'ingresso a Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Garibaldi parla dal Palazzo del Forestiero

Dopo l’abbandono di Napoli da parte di Francesco II e della sua famiglia, a bordo del vapore Messaggero, nel tentativo di riorganizzare il suo l'esercito fra la fortezza di Gaeta e quella di Capua, con al centro il fiume Volturno, nonostante la presenza dei mercenari borbonico-bavaresi nel tragitto da percorrere verso Napoli e il grosso delle forze garibaldine a 48 ore di distanza, alle 9,30 del 7 settembre Garibaldi ed il suo gruppo partono da Salerno, salutati con entusiasmo frenetico dalla folla.
A Vietri Garibaldi, i suoi collaboratori e un gruppo di circa venti militi della Guardia Nazionale di Salerno salgono a bordo di un treno speciale, salutato nel suo percorso dalla folla acclamante, mentre il treno dei mercenari bavaresi veniva deviato all’altezza di Nocera per dare la precedenza a quello con a bordo Garibaldi. [169]
Garibaldi decise di fare il suo ingresso a Napoli accompagnato da un numero limitato di garibaldini, per non apparire un conquistatore, bensì un liberatore protetto dallo stesso popolo. Al treno si aggrapparono quante più persone era possibile ed all’altezza di Torre Annunziata il treno dovette procedere lentamente, per non travolgere le ali di folla festante di decine di migliaia di abitanti locali, che cercavano di vedere e toccare Garibaldi.
Dopo Portici il treno di Garibaldi venne fermato da un ufficiale navale, che saliva a forza a bordo della carrozza per avvertire Garibaldi, che ad attenderlo alla stazione c’erano i cannoni, Garibaldi rispose che non se ne curava, quando ad attenderlo c’era una folla così, interrogato dalla Guardia Nazionale il giovane ufficiale intendeva i cannoni del Forte Carmine, che era già stato considerato di evitare.

Al suo arrivo, verso le ore 13,30, alla stazione di Napoli inizialmente c’era un numero modesto di cittadini ad accoglierlo, in precedenza il Conte Ricciardi girava in carrozza con il tricolore gridando per le strade di andare ad accogliere Garibaldi e presto la notizia si diffuse in tutta la capitale, prima ancora che Liborio Romano terminasse il suo discorso di benvenuto, per le strade si radunò una folla immensa e a stento Garibaldi riuscì a salire su una carrozza con Bertani, Zasio, Nullo, Gusmaroli [170], Manci e Stagnetti [171], mentre Cosenz e Missori seguivano a cavallo, dietro alla carrozza si aggrappò un artista napoletano di nome Salazaro, che teneva in alto un tricolore con il cavallo di Napoli da un lato ed il leone di Venezia dall’altro, mentre Liborio Romano sospinto dalla massa dei cittadini non riusciva a salire sulla carrozza, per essere a fianco del liberatore. [172]

Sotto la enorme pressione del popolo napoletano, all’altezza dell’attuale Corso Garibaldi, il corteo fu deviato verso sinistra, finendo per trovarsi proprio di fronte al Forte Carmine, che erano stati avvisati di evitare e che aveva i cannoni carichi e puntati, lì Garibaldi si fermò in piedi a guardare i soldati, che non aprirono il fuoco, poi continuando la sua marcia trionfale, alla quale assisteva buona parte dei cittadini della capitale, Garibaldi si levava in piedi per salutare, visibilmente emozionato, come faceva notare Zasio, che si trovava nella stessa carrozza.

Dopo essere passati di fronte a Castel Nuovo, dove i soldati borbonici ancora una volta si astennero dal fare fuoco, il corteo di Garibaldi giunse alla Foresteria, annessa al Palazzo per gli intrattenimenti degli ospiti di corte, che era pure presidiato da un reggimento di truppe borboniche, dalle finestre della Foresteria Garibaldi pronunciò il suo discorso alla folla, udito anche dai vicini soldati borbonici, nel quale era chiaro che pensava all’unificazione quanto alla liberazione di Napoli.

« Voi avete il diritto di esultare in questo giorno, che è l’inizio di una nuova epoca non solo per voi, ma per tutta l’Italia, della quale Napoli forma la parte migliore, è veramente un giorno glorioso e santo, nel quale il popolo passa dal giogo della servitù al rango di una nazione libera. Vi ringrazio per il vostro benvenuto, non soltanto per me stesso, ma a nome di tutta Italia, che il vostro aiuto renderà libera ed unita. »

In relazione ai grandi festeggiamenti in onore di Garibaldi, il Trevelyan sottolinea come i più festeggiassero Garibaldi perché mossi da un sincero sentimento di gioia per la fine della tirannia, mentre gli altri si facevano contagiare dalla febbrile atmosfera unica ed irripetibile e che molti di questi ultimi erano stati fino a pochi mesi prima borbonici e lo sarebbero ridiventati se il re fosse tornato.

Napoli, Via Toledo 7 settembre 1860

I festeggiamenti continuarono fino alla notte al grido di “Viva Garibardo divenuto poi anche “Gallibar”, “Gallibardo” ed infine “Viva Bardo” chiedendo in Via Toledo che Garibaldi si mostrasse di nuovo, quando una camicia rossa si affacciò dal balcone di Palazzo d'Angri portando la mano alla guancia per indicare con il gesto che Garibaldi dormiva e la folla si fece silenziosa.
Le truppe borboniche, stimate secondo varie fonti da 6.000 a 10.000 soldati ancora presenti e acquartierate nei castelli, non offrirono alcuna resistenza, il giorno 8 settembre il comandante di Castel Sant'Elmo comunicava che non avrebbe più potuto trattenere i suoi soldati dal fare fuoco e bombardare la città, anche se non aveva artiglieria e disponeva in pratica solo della Guardia Nazionale, Garibaldi rispose con calma che avrebbe fatto altrettanto e nei successivi tre giorni le forze borboniche lasciarono i forti della capitale per dirigersi verso Capua.

Dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli, la situazione italiana era questa: le regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Basilicata, e quasi tutta la Campania) erano state conquistate da Garibaldi, mentre Lombardia, Emilia, Romagna, Toscana erano entrate nel Regno d'Italia in seguito alla Seconda Guerra d'Indipendenza e ai successivi plebisciti di annessione. Il Sud e il Nord della penisola erano però ancora separati dalla presenza dello Stato Pontificio. L'avanzata di Garibaldi, inoltre, preoccupava i moderati e le corti europee sia per una sua possibile avanzata fino a Roma e per il rischio di una svolta repubblicana rivoluzionaria causa la presenza mazziniana sempre più attiva.

L'intervento piemontese[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna piemontese in Italia centrale, Battaglia di Castelfidardo e Assedio di Ancona (1860).

Vittorio Emanuele II decise allora di intervenire con il proprio esercito per annettere Marche e Umbria, ancora nelle mani del papa, e unire così il nord e il sud d'Italia. Al papa, secondo i piani del re, sarebbe stato lasciato il solo Lazio, come estremo baluardo del dominio temporale.

Nel frattempo la rapida avanzata di Garibaldi destabilizzava anche altre aree della penisola: ai primi di settembre, nelle province ancora sotto lo stato pontificio si verificarono tumulti: Urbino, Senigallia, Pesaro, Fossombrone, per la cui repressione si mosse l'esercito papalino da poco rinnovato e rinforzato da de Lamoricière. Subito il governo di Torino protestò contro questa repressione e chiese con una nota ufficiale il disarmo e lo scioglimento delle truppe mercenarie pontificie, ottenendo come risposta un diniego. A seguito di ciò l'11 settembre l'esercito piemontese al comando di Fanti attraversava il confine avanzando nelle Marche e in Umbria[173], l'intervento si era reso necessario per bloccare da nord ogni possibile avanzata di Garibaldi oltre Napoli verso Roma, che se messa in atto avrebbe rotto la neutralità o il non intervento nella vicenda di potenze europee, in primis la Francia, che dalla restaurazione si era sempre mossa militarmente a difesa del pontefice e del suo potere temporale.

Il 18 settembre 1860 con la Battaglia di Castelfidardo l'esercito sardo si scontrò con quello pontificio, composto da circa 10.000 volontari che, rispondendo all'appello del papa, provenivano da tutti i paesi cattolici d'Europa. Ebbero la meglio i piemontesi che inseguirono i superstiti papalini fino alla piazzaforte di Ancona, dove avvenne l'ultimo scontro, che vide ancora una volta le truppe regie vittoriose.

Le battaglie del Volturno e del Garigliano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Volturno e Battaglia del Garigliano (1860).
Volontari trentini al comando delle truppe garibaldine dopo la Battaglia del Volturno. Da sinistra in piedi il luogotenente Adolfo Faconti, i capitani Camillo Zancani e Oreste Baratieri, il luogotenente Enoch Bezzi. Seduti da sinistra il sottotenente Francesco Martini, il capitano Ergisto Bezzi, il luogotenente Filippo Tranquillini e il luogotenente Giuseppe Fontana.

Tra fine settembre e i primi giorni di ottobre avvenne la decisiva battaglia del Volturno, dove circa 50.000 soldati borbonici persero lo scontro con gli uomini di Garibaldi, i quali erano approssimativamente la metà.[174] La battaglia; la più aspra di tutta la spedizione, terminò il 1º ottobre (altri dicono il 2 ottobre).

Dopo questa sconfitta, il re, la regina e i resti dell'esercito borbonico si asserragliarono a Gaeta, ultimo baluardo a difesa del Regno delle Due Sicilie, assieme alla cittadella di Messina e Civitella del Tronto.

Incontro a Teano

Il 9 ottobre ad Ancona Vittorio Emanuele II si pose a capo dell'esercito e il 15 ottobre attraversò il confine del Regno delle due Sicilie, l'esercito piemontese proseguì la sua discesa entrando in Abruzzo e convergendo quindi verso la Campania, muovendosi verso Gaeta e andando incontro alle truppe garibaldine.

Il 20 ottobre il generale Cialdini sconfisse le truppe borboniche nella battaglia del Macerone, il giorno seguente nei comuni dell'ormai ex regno delle Due Sicilie si svolsero i plebisciti con il quesito Il popolo vuole l'Italia Una e Indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?.

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II.

Il 26 ottobre Vittorio Emanuele II incontrò Giuseppe Garibaldi, in quello che diverrà noto come l'incontro di Teano, con questo incontro si concluse simbolicamente la Spedizione dei Mille. Garibaldi salutò Vittorio Emanuele come re d'Italia praticamente consegnandogli le terre appena conquistate.

L'assedio di Gaeta fu iniziato dai garibaldini, sostituiti il 4 novembre 1860 dall'esercito sabaudo che concluse l'assedio il 13 febbraio 1861. Durante i primi dieci giorni di novembre 1860 circa 17.000 soldati borbonici, inseguiti dalle truppe di Vittorio Emanuele II, si rifugiarono nello Stato Pontificio a Terracina, dove furono disarmati e internati nel Colli Albani dalle autorità papali e dalla guarnigione francese di Roma.[175] Con la resa di Francesco II, gli ultimi Borbone di Napoli andarono in esilio a Roma sotto la protezione di Pio IX. La cittadella di Messina cadde il 12 marzo e la fortezza di Civitella il 20.

Il numero dei garibaldini[modifica | modifica wikitesto]

Secondo lo storico Trevelyan al termine della campagna nel mese di novembre 1861 l’armata garibaldina avrebbe raggiunto il numero di 50.000 arruolati, di cui 7.000 garibaldini dislocati a presidio della Sicilia e 43.000 nel continente, di questi ultimi un buon numero furono gli arruolati nella fase finale e altri in fase di arruolamento.[176] (vedere: Gli sbarchi successivi al primo di Marsala ) Va osservato che nel numero di 50.000 garibaldini erano considerate anche le formazioni irregolari, nate ad opera di privati o varie milizie aggregate e parecchi garibaldini di comodo, che si arruolavano solo per ritirare il cibo e la paga e che Garibaldi commentava con queste parole:

«  … un terzo era presente nel momento della battaglia e gli altri due terzi solo al momento della paga o del rancio.  »

Il nucleo centrale delle forze garibaldine era costituito dagli oltre 20.000 settentrionali sbarcati con le spedizioni da Genova e Livorno, di cui circa la metà erano in ospedale oppure impiegati nelle guarnigioni e nei pattugliamenti nelle province occupate. Anche se le fonti forniscono numeri diversi si può ragionevolmente ritenere che alla battaglia del Volturno parteciparono oltre 20.000 garibaldini di cui la metà settentrionali e 28.000 soldati borbonici[177].

I garibaldini stranieri[modifica | modifica wikitesto]

volontari garibaldini britannici

Erano presenti anche volontari stranieri [178] che risultano impiegati in combattimento il 1-2 ottobre, circa 200 cavalleggeri ungheresi ed altri 200 fanti ungheresi, 50 francesi di De Flotte, un centinaio di disertori borbonici stranieri comandati da Wolf e gruppi di britannici[179], il Trevelyan sottolinea che la presenza di soldati stranieri borbonici era molto più alta, infatti al comando di Von Mechel erano 3.000 soldati, oltre ad alcune compagnie svizzere chiamate Schweizertruppen. Il 15 ottobre sbarca a Napoli la Legione britannica, chiamata anche Garibaldi Excursionists[180] composta di circa 600 volontari successivamente impiegati in alcuni combattimenti[181].

In Sicilia parecchie migliaia di siciliani si arruolarono inquadrati in reggimenti ed addestrati da ufficiali del luogo, del nord Italia e inglesi.[182].

Era presente il tedesco Wilhelm Friedrich Rüstow, capo di stato maggiore di Garibaldi[183], che scrisse un libro sulla Spedizione [184],tra i britannici erano presenti: Hugh Forbes, ingegnere e linguista inglese che aveva già combattuto con Garibaldi nel 1849[185],[186], Percy Wyndham[187], l'irlandese artigliere Dick Dowling e per breve tempo gli americani Catham Roberdeau Wheat e Charles Carrol Hicks, che tornarono in America per combattere con i confederati[188], John Whitehead Peard, il "garibaldino-inglese" "sosia" di Garibaldi, con busto al Gianicolo di Roma e il carismatico inglese colonnello John William Dunne, che in Sicilia era soprannominato "milordo" dai coraggiosi ragazzi siciliani di strada arruolati nel suo reggimento, da non confondersi con la Legione Britannica, sbarcata solo successivamente a Napoli, nel reggimento di Dunne solo una parte degli ufficiali erano britannici e i soldati tutti siciliani[189], Dunne fu ferito a Capua[190].

Tra gli ufficiali stranieri erano presenti anche gli esuli ungheresi István Türr[191], al quale è stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma, Nandor Eber, Carlo Eberhardt, Lajos Tüköry caduto a Palermo e il polacco Aleksander Izenschmid de Milbitz. È stato dedicato un busto al Gianicolo di Roma anche al "garibaldino-finlandese" Herman Liikanen.

La Legione Britannica a Napoli marcia a Largo S. Francesco di Paola

La presenza di volontari stranieri era la logica conseguenza del fatto che i rifugiati politici italiani in Inghilterra entravano in contatto, oltre che con i britannici, anche con gli altri rifugiati politici ungheresi e polacchi, con i quali c'era una comune convergenza nazionalistica anti-asburgica. Inoltre i patrioti italiani in Inghilterra svolgevano opera di sensibilizzazione nei confronti della causa dell'unificazione italiana, anche tramite associazioni come la “People’s International League” fondata nel 1847 da Mazzini, rimpiazzata dopo il 1856 dalla “Emancipation of Italy Fund Committee” con Aurelio Saffi, Jessie White e Felice Orsini, che effettuavano tour di conferenze per il pubblico anglosassone interessato. Altre associazioni britanniche filo-italiane effettuavano attività di raccolta fondi come la ”Italian refugee fund” del 1849, la “Society of the Friends of Italy” , patrocinata anche da Caroline Ashurst Stansfeld e dal marito, il politico James Stansfeld, entrambi sostenitori di Mazzini.[192] Occorre tenere conto anche della notevole popolarità che Garibaldi aveva acquisito nel mondo anglosassone, già dal 1849.[193] Nel 1859 venne istituito il “Garibaldi Fund” e nel 1860 fu fondato il “Garibaldi Special Fund” per finanziare l’invio in Italia della Legione Britannica (1860) o “Garibaldi Excursionists”, dopo il 1860 nascerà la “Garibaldi Italian Unity Committee”, per il completamento dell’unità italiana con gli altri territori ancora da annettere.

Peard il sosia di Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Roma Gianicolo - John Whitehead Peard, sosia di Garibaldi

Tra i garibaldini stranieri ha un particolare rilievo John Whitehead Peard, infatti durante la spedizione garibaldina accadeva a volte che Garibaldi fosse rappresentato da John Whitehead Peard, un ufficiale inglese, conosciuto anche con il nome “Garibaldi’s Englishman”, sosia di Garibaldi, che creduto tale veniva acclamato dalla folla come il “Liberatore” Garibaldi in persona e Peard non smentiva tale illusione per non deludere le folle esultanti, come quando avanzava da Sala Consilina ad Eboli oppure entrava ad Auletta tra ali di folla festante in “tremendo delirio” o addirittura al suo ingresso trionfale a Postiglione il Garibaldi-Peard tra le varie acclamazioni fu chiamato anche “secondo Gesù Cristo” da un religioso locale. [194] L’effetto Peard-Garibaldi aveva anche il fine di confondere gli osservatori borbonici sulle vere intenzioni tattiche di Garibaldi, che poteva manovrare beneficiando della diversione prodotta dal suo sosia in altra località e mentre Peard entrava ad Auletta il vero Garibaldi navigava verso Sapri. In effetti John Whitehead Peard, nonostante la rassomiglianza, era di grande statura e dalla barba lunga e non rappresentava quindi completamente Garibaldi, ma questo fatto non intaccava minimamente la convinzione delle folle di avere di fronte Garibaldi in persona[195], così trovandosi a Eboli acclamante il “liberatore”-Peard, questi e i compagni Fabrizi e Gallenga decisero di trarre vantaggio da questa situazione assurda inviando telegrammi in cui si davano false informazioni sulla situazione militare per disorientare le forze borboniche. Tale opera di disinformazione puntava a far credere che Garibaldi si trovava ad Eboli, che le forze garibaldine erano molto numerose e che la brigata borbonica del generale Caldarelli si era unita a Garibaldi, con l’effetto di convincere i comandi borbonici che anche a Salerno le truppe reali si sarebbero unite ai garibaldini, provocando una ritirata borbonica da Salerno e da Napoli e di Francesco II verso Gaeta. Avendo l’opera di disinformazione avuto successo, Garibaldi ordinò al "Peard-Garibaldi" di entrare a Salerno, dove venne come al solito acclamato trionfalmente dalla folla e dalle autorità senza essere riconosciuto, tranne un ufficiale che gli bisbigliò ad un orecchio la sua vera identità.[196] A John Whitehead Peard è stata dedicata una statua che si trova al Gianicolo di Roma denominata “Il garibaldino inglese”.

Cavour e la spedizione di Garibaldi[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il Trevelyan la scuola interpretativa di cui Alessandro Luzio è un accreditato rappresentante, sostiene che il Cavour aiutò e favorì la spedizione garibaldina fin dall'inizio, indipendentemente dalle pressioni dell'opinione pubblica e del re e, nonostante le diverse e dibattute interpretazioni, lo storico britannico ritiene assodato che l'aiuto fornito da Cavour a Garibaldi fu comunque fondamentale per la riuscita dell'impresa garibaldina.[197]

Trevelyan afferma che l'unità d'Italia fu possibile anche grazie alla decisione dei ministri britannici Russell e Palmerton di non ostacolare Garibaldi nell'attraversare lo Stretto di Messina, mentre gli altri stati europei sarebbero stati per il blocco dello Stretto.[198] L'andamento della Spedizione garibaldina generava comunque la preoccupazione per sviluppi politico-istituzionali non prevedibili e convinse anche Napoleone III che la rivoluzione in corso nel Regno delle Due Sicilie andasse fermata. Con il trattato segreto di Chambéry[199] Napoleone III diede il via libera a Cavour per l’occupazione dell’Umbria e delle Marche pontificie per arrivare a Napoli, anche con l’evidente intento di prevenire una possibile invasione del Lazio papale da parte dell’armata garibaldina, già tentata con la cosiddetta diversione di Zambianchi per provocare una insurrezione nello Stato Pontificio, terminata con il fallimento. Pertanto il successivo invio delle navi francesi per proteggere Gaeta assediata può essere interpretato come un atto di politica interna francese al fine di mantenere il consenso dei clericali francesi, che erano importanti per mantenere il trono a Napoleone III.[200]

Cavour sventa i progetti mazziniani[modifica | modifica wikitesto]

Cavour evitò anche alcuni piani strategici mazziniani rivolti contro lo Stato Pontificio, che avrebbero potuto compromettere l’operazione unitaria in corso, come quelli progettati dalla componente mazziniana del Bertani, organizzatore di spedizioni garibaldine. Infatti il Bertani su influenza di “l’amico” (soprannome di Mazzini nel mondo della cospirazione) intendeva effettuare un secondo attacco da nord verso sud, una continuazione con forze maggiori della fallita diversione del Zambianchi.[201]

Tale piano era parzialmente condiviso da Garibaldi, che pensava di ricevere una parte delle forze destinate a tale operazione come rinforzi in Sicilia, mentre il resto della spedizione guidata dal Medici avrebbe dovuto attuare una manovra “a tenaglia” sbarcando nello Stato Pontificio per dirigersi poi su Umbria e Marche e proseguire verso sud, evitando le forze francesi in Lazio, nella convinzione dei mazziniani che si dovesse sfruttare il momento favorevole dato dall'entusiasmo entusiasmo suscitato dalle vittorie di Garibaldi in Sicilia.[202]

Piano mazziniano del 1860 sventato da Cavour

Questo piano, come altri simili, non venne attuato causa l'opera di Cavour, che fece partire tutte le spedizioni verso sud, sventando gli ulteriori tentativi di invadere i territori dello Stato Pontificio organizzati da Mazzini e Bertani, che pensavano di far sbarcare nel Lazio, a nord di Civitavecchia, i 6.000 volontari della spedizione Pianciani, e, marciando per Viterbo, riunirsi agli altri della spedizione Nicotera (circa 2.000), che da Firenze e dalla Romagna (altri 1.000 volontari) avrebbero dovuto invadere l'Umbria e le Marche pontificie.[203]

Il mazziniano Bertani e Garibaldi navigano verso il Golfo degli Aranci per incontrare la Spedizione Pianciani di 6.000 volontari, inizialmente destinati allo sbarco a nord del Lazio e deviati da Cavour in Sardegna per poi sbarcare in Sicilia.

Cavour conscio delle possibili pericolose conseguenze che questa azione, peraltro militarmente insufficiente, poteva avere sul piano internazionale, in particolare con la Francia e del fatto che sottraeva forze a Garibaldi in Sicilia, inviò a Genova il Farini per trattare con il Bertani una partenza per la Sardegna, nel Golfo degli Aranci e da qui proseguire per la Sicilia, dove i volontari della spedizione Pianciani si sarebbero messi sotto il comando di Garibaldi, che necessitava di forze. Di fronte alla determinazione piemontese, pronta anche all'uso della forza, Bertani acconsentì per lo scalo in Sardegna, pensando però di partire da lì verso lo Stato Pontificio dopo avere fatto arrivare Garibaldi in Sardegna, anche questo progetto fu sventato da Cavour ed il 14 agosto all'arrivo in Sardegna sulla nave ‘’Washington’’ con a bordo Bertani e Garibaldi, segretamente partito dalla Sicilia in un viaggio rischioso, già una parte delle navi con i volontari della spedizione Pianciani erano stati costretti a partire per la Sicilia dalle navi da guerra piemontesi. Anche se è difficile comprendere quali fossero le intenzioni di Garibaldi a bordo della nave "Washington", si deve concludere che Garibaldi intendeva usare i nuovi volontari in Sicilia,[204] dove si apprestava a superare lo Stretto di Messina per invadere il continente e inutili furono le pressanti implorazioni del Bertani a Garibaldi per invadere i territori dello Stato Pontificio. Garibaldi acconsentì però ad uno sbarco nei territori papali dei rimanenti 2.000 volontari della spedizione Nicotera, ma anche in questo caso il Cavour intervenne e la spedizione Nicotera fu costretta a fare rotta verso il Sud, partendo da Livorno i giorni 1-3 settembre 1860. (vedere: Gli sbarchi successivi al primo di Marsala). Essendo il Cavour pronto ad invadere lo Stato Pontificio in Umbria e Marche, fu proibita ogni altra partenza di volontari da Genova per il Sud, al momento del passaggio dello Stretto Garibaldi disponeva ora di gran parte dei 20.000 volontari complessivamente sbarcati dal nord, oltre ai siciliani arruolati.[205]

I tentativi di Cavour di far sollevare Napoli[modifica | modifica wikitesto]

Cavour aveva successivamente tentato[206] senza riuscirvi, di provocare una sollevazione a Napoli prima dell’arrivo dell’armata garibaldina, a questo proposito, già dal mese di agosto, due compagnie di Bersaglieri e due compagnie del primo reggimento della Brigata del re, si trovavano nella baia di Napoli a bordo delle navi dell’ammiraglio Persano, per essere eventualmente impiegate a Napoli nel caso in cui la città fosse insorta prima dell’arrivo di Garibaldi, ma vennero impiegate solo nel combattimento di Caserta del 2 ottobre 1860.[207] A questo riguardo anche I mazziniani avevano evitato di provocare una sollevazione, nel timore che questo potesse dare a Cavour il pretesto per intervenire a Napoli prima dell’arrivo di Garibaldi.[208]. Con questo fine Cavour aveva scritto all'ammiraglio Persano:

«  non aiutate il passaggio del generale Garibaldi sul continente, ma piuttosto tentate di rallentarlo con mezzi indiretti per quanto è possibile.  »

Lo stesso Cavour aveva poi convinto il ministro britannico Russell a permettere a Garibaldi di oltrepassare lo Stretto di Messina, perché si era reso conto che senza la guerriglia garibaldina la rivoluzione a Napoli avrebbe perduto mordente e non sarebbe stato possibile attuare i piani unitari in caso di fallimento dei tentativi dello stesso Cavour di rovesciare a Napoli il governo di Francesco II. Quando Garibaldi oltrepassò lo Stretto di Messina e iniziò la sua marcia in Calabria, Cavour fece sbarcare armi a Salerno per distribuirle ai ribelli del Sud per aprire la strada all'avanzata di Garibaldi, ma il ministro piemontese fece anche un ultimo tentativo di prendere possesso di Napoli scrivendo il 27 agosto al Villamarina:

« Fate tutto quello che potete per evitare un governo garibaldino, sul quale voi contate troppo.  »

Il 30 agosto, dopo la resa in Calabria del generale borbonico Ghio a Garibaldi, Cavour si convinse ad abbandonare ogni idea di rovesciare di sua iniziativa il governo borbonico a Napoli e scrisse al Villamarina:

« Voi dovete agire francamente e all'unisono con lui (Garibaldi), tentando soltanto di prendere possesso della flotta e dei forti nelle nostre mani.  »

Anche se i tentativi cavourriani di rovesciare il governo di Francesco II erano falliti, il prestigio della monarchia borbonica era ormai compromesso e a Napoli gli ultimi giorni della monarchia borbonica furono caratterizzati da cospirazioni interne, che portarono all'allontanamento del Conte dell’Aquila. Liborio Romano aveva tentato di convincere Francesco II a lasciare “temporaneamente” il regno nominando un ministro reggente e il Conte di Siracusa, zio del re, con lettera pubblica aveva addirittura consigliato Francesco II di abbandonare il trono per il bene dell’Italia unita, fatto questo che scosse ulteriormente il prestigio del monarca di Napoli, generando l’impressione che tutto fosse perduto.[209] Lo storico Trevelyan sottolinea come le fonti storiche conosciute dei retroscena di questo ultimo periodo del governo borbonico siano limitate ai resoconti di Liborio Romano, del generale Pianell e di sua moglie e che quindi restano oscuri molti altri aspetti degli avvenimenti interni alla corte e al governo borbonici.

Cavour e i garibaldini a fine impresa[modifica | modifica wikitesto]

Il giorno 8 ottobre Cavour scriveva al Farini:

« Se l’armata garibaldina acclama il re deve essere trattata bene. Noi dobbiamo confrontarci con le richieste e la pedanteria dell’esercito regolare. Non desistete. Ragioni di stato di primaria importanza richiedono fermezza. Guai a noi se ci mostreremo ingrati verso coloro che hanno versato il loro sangue per l’Italia. L’Europa ci condannerebbe ! Nel paese ci sarebbe una grande reazione in favore dei garibaldini. Io ho una accesa discussione con Fanti su questo punto. Lui (Fanti) parlava di requisiti militari, io risposi che questa non è la Spagna e che qui l’esercito deve obbedire. [210] »

Vittorio Emanuele II si fece influenzare dal generale Fanti e dai militari e non si recò a Caserta per passare in rassegna le truppe garibaldine, che lo acclamavano davanti al palazzo Borbone, attendendo invano per il suo arrivo. Vittorio Emanuele II non scrisse alcuna lettera giustificativa, né di ringraziamento per i garibaldini che avevano combattuto per lui, la firma sull'“ordine del giorno”, documento di ringraziamento per l’opera dei garibaldini, fu apposta solo dal generale Della Rocca, ma Garibaldi se la prese con Cavour, pensando che fosse opera sua, mentre il suggerimento che il re non rendesse omaggio ai garibaldini schierati a Caserta era stato determinato del generale Fanti o della naturale atmosfera di gelosia dell’esercito regolare nei confronti dei volontari garibaldini.[211] A causa di questo inconveniente la mancanza di Garibaldi a fianco del Re per l’entrata a Napoli poteva creare problemi, il Cialdini riuscì nell'opera di convinzione e Garibaldi finì per accettare, così il 7 novembre Garibaldi sedette a fianco del re nella carrozza che sfilava per le vie di Napoli e, nonostante la pioggia torrenziale, i napoletani erano in uno stato di entusiasmo frenetico.[212] Il piano di Cavour di dividere l’armata garibaldina in tre gruppi non fu attuato, il piano prevedeva un primo gruppo da sciogliere, un secondo gruppo per formare i Cacciatori delle Alpi ed un terzo piccolo gruppo di ufficiali da inquadrare con incarichi nell'esercito regolare. La truppa garibaldina venne liquidata con una regalia, mentre i garibaldini ungheresi vennero impiegati nella repressione del brigantaggio negli Abruzzi ed in Molise, nei successivi due anni vennero ammessi come ufficiali nell'esercito regolare solo 1584 ex garibaldini, con grande indignazione di Garibaldi e dei suoi fedeli, in quanto Garibaldi aveva sperato che l’armata garibaldina fosse mantenuta come corpo militare per le successive guerre per la liberazione di Venezia e di Roma.[213] (vedere: Il numero dei garibaldini).

I plebisciti e la proclamazione del Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Plebiscito a Napoli
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Plebisciti del Regno d'Italia § 1860 e Regno d'Italia (1861-1946).

Sulla base dei plebisciti d'annessione dell'ottobre 1860 e in seguito alle capitolazioni delle fortezze di Gaeta e di Messina, il 17 marzo 1861, mentre la fortezza di Civitella del Tronto, nonostante l'assedio, ancora resisteva (si arrenderà tre giorni più tardi), venne proclamato il Regno d'Italia, del quale entrarono a far parte le regioni meridionali, già parte del Regno di Napoli.

Il 6 novembre Garibaldi schierò in riga, davanti alla Reggia di Caserta, 14.000 uomini, 39 artiglierie e 300 cavalli. Essi attesero molte ore che il Re li passasse in rassegna, ma invano. Il giorno successivo, 7 novembre, il Re faceva il suo ingresso a Napoli. Garibaldi, invece, si ritirò nell'isola di Caprera. Nello stesso mese anche Marche e Umbria, con un plebiscito, scelsero l'unione al Regno d'Italia.

Così, unificata la penisola italiana, Vittorio Emanuele II poté essere proclamato Re d'Italia dal neoeletto parlamento italiano riunito a Torino. Il sovrano sabaudo mantenne il numerale "II"[214] ed il neoproclamato Regno d'Italia conservò l'apparato normativo e costituzionale del precedente Regno di Sardegna, con la costituzione definitivamente estesa a tutte le province del nuovo regno regno[215].

"Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani": questo motto, attribuito dai più a Massimo D'Azeglio, ma da alcuni anche a Ferdinando Martini, avrebbe ispirato tutta la politica successiva alla spedizione dei Mille[216].

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Brigantaggio postunitario italiano, Carmine Crocco e Forte di Fenestrelle.
1860. I reduci garibaldini bresciani dei Mille

Agli ufficiali dei disciolti esercito delle Due Sicilie e della Real Marina del Regno delle Due Sicilie fu consentito di entrare nell'esercito e nella marina del Regno d'Italia mantenendo il medesimo grado. Per contro, coloro che rifiutarono di prestare giuramento in favore del nuovo sovrano, rimanendo fedeli a Francesco II, furono deportati nei campi di prigionia di Alessandria, San Maurizio Canavese e nel Forte di Fenestrelle ove secondo diverse fonti nell'ambito del revisionismo neoborbonico, una grande quantità trovarono la morte per fame, stenti e malattie[217][218], ricostruzioni che secondo altre ricerche sembrano però non trovare fondamento[219][220][221].

Agli ufficiali di Garibaldi, invece, il grado fu riconosciuto in pochissimi casi[222], ma molti fra i comandanti garibaldini ebbero un ruolo non secondario nelle successive azioni belliche dell'esercito italiano: Nino Bixio, il napoletano Enrico Cosenz e Giuseppe Sirtori. Altri, come Enrico Fardella, combatterono nella guerra di secessione americana.

Per quanto riguarda i soldati borbonici, molti si diedero alla macchia, continuando a combattere per l'indipendenza delle Due Sicilie, e anche tra coloro che si unirono a Garibaldi durante la spedizione, infine, non mancò chi, come Carmine Crocco, già fuorilegge e, poi, soldato sotto Ferdinando II, amareggiato, secondo taluni, per gli esiti della spedizione o deluso, secondo altri, dalla mancata amnistia, per le sue precedenti condanne, da parte del nuovo governo unitario, sposò la causa legittimista, contribuendo alla nascita e allo sviluppo del brigantaggio postunitario[223][224].

Stampa popolare del 1860 che mostra le delusioni garibaldine: un Garibaldi pensieroso regge un foglio sui temi dell'armamento nazionale, liberazione di Roma e Venezia e i suoi decreti emessi a Napoli, a terra giacciono due fogli con i nomi di Nizza e Savoia ormai perse alla unità nazionale, tre volontari garibaldini, di cui due feriti, messi in disparte, volgono le spalle a un gruppo di notabili e reazionari codini che ballano, commentati col detto: "Il maestro di cappella è mutato, ma la musica è la stessa"
Garibaldi raffigurato in un affresco sul muro di un edificio a Guardabosone, in provincia di Vercelli

Già prima dell'unità d'Italia, negli ultimi mesi del 1860 molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse, cominciarono le proteste contro il nuovo governo e nell'Italia continentale cominciò il sostegno al brigantaggio postunitario da parte dei Borbone e del clero. Nei territori appartenuti al regno delle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia, mentre nel settentrione la leva militare obbligatoria generava meno problemi, in quanto i metodi di coltivazione erano più avanzati. Va evidenziato che nel sud continentale la leva militare esisteva in forma limitata a sorteggio e i territori più danneggiati dalla coscrizione erano la Sicilia e lo Stato Pontificio, dove il servizio militare prima dell'unità era esclusivamente volontario e professionale e dove, comunque, non si verificarono rivolte anti-sabaude.

Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita, attraverso i racconti della lunga coscrizione del giovane 'Ntoni, la morte del giovane Luca nella battaglia di Lissa e le nuove tasse[225]. L'amara delusione di chi sperava che l'unità d'Italia avrebbe cambiato le sorti del Sud è ben raccontata anche nel romanzo di Anna Banti, Noi credevamo[226]. Nel meridione continentale questo malcontento popolare sfociò nel movimento di resistenza definito brigantaggio.

Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli:

« ... Qui, o Signora, io sento battere colla stessa veemenza il mio cuore, come nel giorno, in cui sul monte del Pianto dei Romani, i vostri eroici figli faceanmi baluardo del loro corpo prezioso contro il piombo borbonico! ... E Voi, donna di alti sensi e d'intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni. Chiedete ai cari vostri superstiti delle benedizioni, con cui quelle infelici salutavano ed accoglievano i loro liberatori! Ebbene, esse maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all'inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. ... Ho la coscienza di non aver fatto male ; nonostante, non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l'Italia e che seminò l'odio e lo squallore la dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. »
(Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli, 1868.[227])

Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata; mentre il risveglio economico, garantito dalle politiche fiscali di Ferdinando II[228] e dalle floride condizioni del regno borbonico, cessò di colpo[229], non essendo l'economia del sud in grado di sostenere la concorrenza in regime di libero mercato e senza la protezione doganale. Le valutazioni sul buono stato delle condizioni dell’economia preunitaria borbonica non sono condivise da Giustino Fortunato che evidenzia come le spese erano rivolte in grande maggioranza alla corte od alle forze armate, incaricate di proteggere la ristrettissima casta dominante del regno, lasciando pochissimo agli investimenti per opere pubbliche, sanità ed istruzione.[230] Anche il marxista Antonio Gramsci attribuì il manifestarsi della Questione meridionale principalmente ai molti secoli di diversa storia dell'Italia meridionale, rispetto alla storia dell'Italia settentrionale, come chiaramente esposto nella sua opera "La questione meridionale".[231] Il patriota Luigi Settembrini, mentre era rettore all'università di Napoli, disse agli studenti: «Colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!».[232] Rimase rammaricato anche Ferdinando Petruccelli della Gattina, che nella sua opera I moribondi del Palazzo Carignano (1862), espresse la sua amarezza nei confronti della negligenza della nuova classe politica.[233] Anche il clero rimase deluso, sia per la perdita di Umbria e Marche da parte dello Stato pontificio, sia per il frequente esproprio di beni ecclesiastici, la soppressione degli Ordini Religiosi e la chiusura di numerosi istituti di utilità sociale. Non rimasero invece deluse le popolazioni ex pontificie, perché potevano vivere in uno stato laico, senza i condizionamenti e le costrizioni religiose della monarchia teocratica assoluta papale.

Il dibattito storiografico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dibattito storiografico sulla Spedizione dei Mille e Revisionismo del Risorgimento.

La spedizione dei Mille è un passaggio obbligato per capire la storia dello Stato unitario italiano e ha generato diverse controversie su come sia stato concepito. Diversi storici vedono nell'impresa garibaldina il punto d'origine di fenomeni complessi come il Brigantaggio postunitario, lo squilibrio nord-sud, l'emigrazione (assente nel Sud Italia prima dell'unità)[234] e la cosiddetta "Questione meridionale".

Qualche corrente di pensiero ritiene che la spedizione dei Mille sia stata narrata in modo "agiografico" dalla storiografia tradizionale. Ciò, in particolare, a fronte al brigantaggio che fu ferocemente represso dal nuovo Regno d'Italia e a una presunta damnatio memoriae che sarebbe toccata alla dinastia borbonica. Nel decennio successivo all'unità, secondo alcune scuole storiografiche si scatenò nel meridione italiano una guerra civile[235] per combattere la quale fu necessario l'impiego di un elevato numero di militari, secondo alcuni fino a 140.000[236], la sospensione dei diritti civili (Legge Pica), nonché devastazioni e saccheggi di interi abitati (come a Pontelandolfo e Casalduni) come ritorsione alle violenze dei briganti,[237] per poter annientare le bande armate. Al riguardo si può sottolineare che il meridionalista Francesco Saverio Nitti affermò come il brigantaggio fosse un fenomeno endemico nel sud preunitario:

«  ... ogni parte d'Europa ha avuto banditi e delinquenti, che in periodi di guerra e di sventura hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge […] ma vi è stato un solo paese in Europa in cui il brigantaggio è esistito si può dire da sempre […] un paese dove il brigantaggio per molti secoli si può rassomigliare a un immenso fiume di sangue e di odi […] un paese in cui per secoli la monarchia si è basata sul brigantaggio, che è diventato come un agente storico: questo paese è l'Italia del Mezzodì.[238] · [239] »

Il Nitti prosegue precisando come i briganti del Sud preunitario fossero un gravissimo ed insolubile problema per i governi borbonici:

« Per quanto io sappia, anche le monarchie più potenti non sono riuscite a estirpare del tutto il brigantaggio dal reame di Napoli. Tante volte distrutto, tante volte risorgeva; e risorgeva spesso più poderoso. […] Come le cause non erano distrutte, né si poteva ogni repressione era vana. Così vediamo in tempi assai vicinia noi i briganti riunirsi in bande numerose, formare dei veri eserciti, entrare nelle città, spesso trionfalmente imporre al Governo patti vergognosi: vediamo intere città distrutte dai briganti e questi spingersi non di rado fin sotto le mura della capitale[240]. »

Il Nitti constatava quindi l'incapacità dei governi borbonici nel debellare il grave fenomeno del Brigantaggio, che formava bande grandi come eserciti e che costringeva addirittura i governi borbonici a vergognosi compromessi, mentre noi possiamo rilevare che al Regno d'Italia l'operazione di risolvere il problema del brigantaggio era invece riuscita. Nell'iconografia tradizionale, la figura di Garibaldi assume le sembianze dell'eroe che combatte e vince contro un esercito ben più numeroso, mentre i tanti "briganti" che in seguito combatterono contro un ben più organizzato esercito piemontese ebbero il torto di essere perdenti. Anche se di fatto il cosiddetto esercito piemontese che reprimeva il brigantaggio, in realtà era il Regio Esercito Italiano e comprendeva anche molti soldati meridionali. Quindi, secondo i revisionisti del Risorgimento, il mito di Garibaldi sarebbe stato funzionale agli assetti di potere vincenti, non considerando però il diverso comportamento delle popolazioni degli altri stati preunitari anch'essi annessi al Regno di Sardegna, stati che in tale ottica sarebbero da considerare anche essi “vinti”, come il Lombardo-Veneto, i Ducati di Parma e Piacenza, Modena, il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio e che, invece, il revisionismo tende ad assimilare ai “vincitori” con evidente contraddizione. Un'altra contraddizione dei revisionisti è la mancata considerazione del grande voto filo-sabaudo in occasione del Referendum monarchia-repubblica del 1946, mentre il settentrione votò repubblica, i revisionisti dimenticano anche che nel 1948 fu il napoletano Achille Lauro a fondare il Partito Monarchico, che era molto votato a Napoli e nel Sud, divenuto poi Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica è esistito fino al 1972, quando si fuse con altro partito. Lo storico inglese Denis Mack Smith ne "I re d'Italia", con riferimento al periodo storico che comincia dall'unità d'Italia (1861), scrive: "La documentazione di cui disponiamo è tendenziosa e comunque inadeguata. ... gli storici hanno dovuto essere reticenti e, in alcuni casi, restare soggetti a censura o imporsi un'autocensura."[241] Va comunque osservato che il brigantaggio anti-sabaudo, verificatosi dopo il 1860 nel sud continentale, non si verificò negli altri territori preunitari annessi del nord-est e del centro Italia, che pure subirono espropriazioni e imposizioni di nuove norme e tasse come il sud. Tale diverso atteggiamento nei confronti del nuovo assetto istituzionale unitario farà presto rilevare quel divario, poi noto come Questione meridionale e descritto dal meridionalista lucano Giustino Fortunato come segue:

« che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale. »

Anche il politico e patriota torinese Massimo d'Azeglio aveva espresso il suo pensiero sulla diversità dei comportamenti delle popolazioni dei diversi territori pre-unitari annessi:

« [...] io non so nulla di suffragio, so che al di qua del Tronto[242] non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. »

(Massimo d'Azeglio, Scritti e discorsi politici, Firenze 1939, III, pp. 399–400). [243]

La Spedizione nella tradizione popolare e nella storia[modifica | modifica wikitesto]

La Spedizione dei Mille ha avuto un grande risalto a livello storico popolare, con i programmi scolastici orientati particolarmente sui primi Mille di Garibaldi sbarcati a Marsala l’11 maggio 1860 e sulla loro azione eroica, coadiuvati dai volontari meridionali che si univano gradualmente ai garibaldini nell’avanzata verso Napoli per formare l’Italia unita.

In effetti nella tradizione popolare e nell’insegnamento scolastico sono poco o per nulla noti altri aspetti dell’impresa garibaldina, come il fatto che dopo il primo sbarco di Marsala vi furono molti altri sbarchi successivi[244], con l’arrivo di altri 21.000 volontari garibaldini partiti da Genova e in parte da Livorno nel periodo dal 24 maggio al 3 settembre 1860 a mezzo di 20 navi che effettuarono 33 viaggi, oltre ad altre 7 navi impiegate per il trasporto del materiale bellico necessario.[245]

Ugualmente nella tradizione popolare garibaldina è poco conosciuto il fondamentale appoggio inglese, tramite le decisioni di Lord Russell e Palmerston, che permisero all’armata garibaldina di attraversare lo Stretto di Messina, mentre l’Europa conservatrice era contraria, evento senza il quale l’unità d’Italia sarebbe diventata più problematica.[246]

Poco nota è anche la presenza tra i garibaldini di volontari ed ufficiali stranieri: ungheresi, inglesi e di altre nazionalità[247],[248] che, seppure in numero limitato, ebbero comunque un ruolo significativo, particolarmente a livello di ufficiali vicini a Garibaldi ed è ancora meno noto che a Roma il busto in marmo al Gianicolo di John Whitehead Peard, intitolato “Il garibaldino inglese” si riferisce al “sosia” di Garibaldi, che con la sua presenza e le sue azioni svolse opera di disinformazione facendo commettere ai comandi borbonici errori tattici utili all’avanzata garibaldina[249].

Largamente poco conosciuto è anche il piano mazziniano che, tramite il Bertani, avrebbe dovuto indirizzare alcune spedizioni di volontari per uno sbarco ed una azione via terra contro Umbria e Marche, per poi puntare con manovra a tenaglia verso sud, piano questo sventato dal Cavour[250], che obbligò le spedizioni Pianciani e Nicotera a fare rotta verso l’armata garibaldina meridionale.

Agli eventi poco noti si può aggiungere che alla fine di agosto 1860 il Cavour interruppe le partenze delle spedizioni garibaldine da Genova, perché si preparava ad invadere i territori papali di Marche e Umbria dirigendosi verso sud per raggiungere Garibaldi a seguito del trattato segreto di Chambery[251], con il quale Napoleone III dava via libera a Cavour, per invadere i territori pontifici di Marche ed Umbria e fermare l’avanzata garibaldina dagli esiti politici imprevedibili.

In conclusione la completa conoscenza degli eventi fondamentali dell’impresa garibaldina è limitata ad un ristretto gruppo, composto per lo più di storici, professori e studenti universitari di storia del Risorgimento, studiosi garibaldini e pochi altri, fatto questo facilmente riscontrabile, nonostante la bibliografia al riguardo sia estesa, largamente a disposizione del pubblico ed illustri con molta compiutezza le Spedizioni Garibaldine, come ad esempio le opere di George Macaulay Trevelyan autore di “Garibaldi e la formazione dell’Italia”[252] e “Garibaldi e i Mille”[253] oppure le opere di chi ha effettivamente partecipato all’impresa a fianco di Garibaldi, come Giuseppe Cesare Abba autore di “Da Quarto al Faro”[254] e le tante altre opere degli storici, compresi i resoconti del Bertani, che gestiva i fondi per il finanziamento delle spedizioni e coordinava le partenze garibaldine dal Porto di Genova, avvenimenti e spese illustrati nell’opera “Cassa Centrale - Soccorso a Garibaldi - Resoconto di Agostino Bertani - 1860[255].

Nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Raccolta degli atti del governo dittatoriale e prodittatoriale in Sicilia, Palermo, Stabilimento tipografico Francesco Lao, 1860, p. 126, SBN IT\ICCU\LO1\0315587. URL consultato il 27 settembre 2010.
  2. ^ Garibaldi and the making of Italy – Appendix B - pagg. 318-319 - le altre spedizioni garibaldine
  3. ^ Carlo Alianello, La conquista del Sud, Milano, Rusconi, 1982, pp. 15-16, ISBN 88-18-01157-X.
  4. ^ Ennio Di Nolfo, Europa e Italia nel 1855-1856, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1967, p. 412. ISBN non esistente
  5. ^ a b Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2009, p. 142, ISBN 88-04-59355-5.
  6. ^ Nicomède Bianchi, Il conte Camillo di Cavour: documenti editi e inediti, Torino, Unione tipografico-editrice, 1863, p. 88. URL consultato il 22 settembre 2010. ISBN non esistente
  7. ^ Nicomède Bianchi, Op. cit., p. 82. URL consultato il 22 settembre 2010.
  8. ^ vedi pag. 230, Gianni Oliva, (2012)
  9. ^ Domenico Romeo, nel settembre del 1847, fu a capo di una la rivolta, di cui è considerato l'ideatore, il promotore e l'organizzatore. Egli ordì una trama tra Calabria, Sicilia e Basilicata che coinvolse i veterani della Carboneria e che, in accordo con i patrioti Siciliani, doveva propagarsi in tutto il Regno. Il 3 settembre, con 500 insorti, occupò Reggio, ma, non essendoci unità d'intenti tra i dissidenti, la rivolta fallì e venne repressa nel sangue. Romeo fu decapitato, mentre a Gerace vennero fucilati cinque insorti: Michele Bello, Rocco Verduci, Pierdomenico Mazzone, Gaetano Ruffo e Domenico Salvadori.
  10. ^ La rivolta fu capeggiata da Benedetto Musolino, che istituì un Governo provvisorio a Cosenza
  11. ^ R. De Cesare, La fine di un regno, Vol. II
  12. ^ vedi pag 231 Gianni Oliva, Un regno che è stato grande, Mondadori direct, 2012
  13. ^ De Cesare, p. 5-6
  14. ^ vedi pag 11 Salvatore Lupo, L'unificazione italiana, Donzelli editore, 2011
  15. ^ Il brigantaggio postunitario si configurò come un fenomeno assai complesso dove le tre classiche chiavi di lettura dello stesso (quella liberale-crociana, quella marxista-gramsciana e quella legittimista), prese singolarmente, non sono sufficienti per la comprensione di tutte le sue componenti (quella politica, quella sociale e quella delinquenziale). Angelo D'Ambra, Il brigantaggio postunitario in Terra di Lavoro, Grottaminarda, Delta 3 Edizioni, 2010, p. 5, ISBN 88-6436-112-3ISBN non valido (aiuto).
  16. ^ a b Rivista sicula di scienze, letteratura ed arti, Vol. 1, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1869, pp. 498-500. ISBN non esistente
  17. ^ a b c Alfonso Scirocco, Garibaldi: battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo, Bari, Laterza, 2001, p. 236, ISBN 88-420-6362-2.
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  19. ^ Cesare Bertoletti, Il risorgimento visto dall'altra sponda, Napoli, Berisio Editore, 1967, pp. 196-197. ISBN non esistente
  20. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998, pp. 79-80-81, ISBN 88-384-3142-6.
  21. ^ a b Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Brindisi, Edizioni Trabant, 2009, pp. 23-25, ISBN 978-88-96576-09-0. URL consultato il 16 ottobre 2010.
  22. ^ Salvatore Vecchio, La terra del sole: antologia di cultura siciliana, Vol. 2 - Dal Risorgimento ai nostri giorni, Caltanissetta, Terzo millennio, 2001, p. 15, ISBN 88-8436-008-0.
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  29. ^ a b c Rosario Romeo, Op. cit., pp. 459-460.
  30. ^ Roberto Martucci, Op. cit., pp. 153.
  31. ^ DeLorenzo, p. 116
  32. ^ Come riportato nel verbale del consiglio camerale del 28 gennaio 1860.
  33. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Milano, Piemme, 1998, p. 264, ISBN 88-384-3142-6.
  34. ^ Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - appendice C pag. 320. [] ... prove that the expeditions of june and july, especially those of Medici and Cosenz, were fitted out, paid for and sent mainly by the Cavourrian National Society and by the Million Rifles Fund, financed for the purpose by the Government itself.
  35. ^ Filippo Curletti, La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d'Italia. Rivelazioni di J. A. già agente segreto di Cavour, Venezia, Tipografia Emiliana, 1862, pp. 17-8. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  36. ^ Ernesto Ravvitti, Delle recenti avventure d'Italia, per il conte Ernesto Ravvitti, vol. 2, Venezia, Tipografia Emiliana, 1865, pp. 385-6. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  37. ^ Nel terzo volume della sua Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, versione in seguito fatta propria dalla storiografia revisionista
  38. ^ a b Aldo Servidio, L'imbroglio nazionale, Napoli, Guida Editore, 2002, p. 39, ISBN 88-7188-489-2.
  39. ^ a b c Piccione, pp. 45-46
  40. ^ Agrati, p. 26
  41. ^ G. Zimolo, FAUCHÉ Giovanni Battista, in Dizionario del Risorgimento nazionale. Dalle origini a Roma capitale. (Vol. III, I personaggi), Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, 1931, pp. 45-46. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  42. ^ Agrati, pp. 36-37
  43. ^ Almanacco storico navale. Lombardo – Sottosezione Navi Trasporto a Ruote, su marina.difesa.it, Marina Militare italiana. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  44. ^ Aldo Servidio, Op. cit., p. 93.
  45. ^ Agrati, p. 38
  46. ^ Vedi articolo La compagnia Rubattino e la causa nazionale in prima pagina del giornale di Genova Il movimento, 21 giugno 1860
  47. ^ vedi pagg. 232-236 in Giuseppe Pipitone Federico, Di alcune note autobiografiche di patrioti che presero parte alle rivoluzioni siciliane del 1848 e 1860, in Rassegna Storica del Risorgimento, anno VIII, suppl. al fasc. I, XVIII Congresso sociale di Palermo 1931, pp. 228-243.
  48. ^ Agrati, p. 41
  49. ^ Anna Maria Isastia, FAUCHÈ, Giovanni Battista, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 45, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1995. URL consultato l'8 ottobre 2015.
  50. ^ Garibaldi e i Mille – G.M. Trevelyan - pag. 269 – nota 3
  51. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pag. 49
  52. ^ (chiamata anche Anita)
  53. ^ (utilizzata anche per i volontari)
  54. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pagg. 48-49
  55. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan - pag. 46 “But the steamers the arms and the money for the expeditions of june and july came almost entirely from the Cavourrian agencies.” “In June and July hundreds of thousands of lire were secretly supplied by the king’s government to purchase the steamers and equip the men for Medici and Cosenz”. “It was only in August that Bertani and his friends sent out the great expeditions which they themselves had paid for and equipped”.
  56. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – Longmans Londra 1911 – appendice B, pag. 319 - "In the latter part of August Cavour stopped further help from being sent to Garibaldi from the North, as he had determined himself to invade the Papal States and thence the Neapolitan territory".
  57. ^ “Francesco Crispi” di Leone Fortis – pagg. 166-167 [1]
  58. ^ Garibaldi e i Mille di G.M. Trevelyan – pag. 154-155
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  60. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 165)
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  62. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 167-173 [3]
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  66. ^ La Spedizione dei Mille – Federico Donaver – pag. 87 [4]
  67. ^ Garibaldi e i Mille - G.M. Trevelyan - pag. 265-266-267
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  69. ^ Storia del Risorgimento Italiano – Francesco Bertolini – pag. 155 [5]
  70. ^ La spedizione dei Mille - Federico Donaver - Pagg. 62-63-64
  71. ^ Gli sbarchi successivi
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  73. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 172)
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  80. ^ Corriere Fiorentino Garibaldi a Porto Santo Stefano [7]
  81. ^ a b c d Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant, 2009, p. 65.
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  87. ^ Carlo Pellion di Persano, La presa di Ancona: Diario privato politico-militare (1860), Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1990, pp. 78-79, ISBN 88-7692-210-5. URL consultato il 28 ottobre 2010.
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  90. ^ Roberto Martucci, L'invenzione dell'Italia unita: 1855-1864, Firenze, Sansoni, 1999, p. 165, ISBN 88-383-1828-X.
  91. ^ Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - Appendice B - vedere: App. B - pag. 318
  92. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 174-5)
  93. ^ a b c Raffaele De Cesare, La fine di un regno, vol. 2, Città di Castello, Scipione Lapi, 1900, pp. 204-205. ISBN non esistente
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  95. ^ Giuseppe Garibaldi, Memorie, a cura di Franco Russo, Roma, Avanzini e Torraca, 1968, p. 388. ISBN non esistente
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  101. ^ In definitiva, la tanto famosa presenza di navi inglesi a Marsala si risolse in un nulla di fatto. All'informazione del comandante della flottiglia borbonica, capitano Acton, che avrebbe dovuto far fuoco sui garibaldini, i capitani dell'Argus e dell'Intrepid non opposero la minima obiezione, limitandosi a chiedere che le unità borboniche non colpissero gli inglesi. (George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna 1909, p. 308).
  102. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 308.
  103. ^ Le due navi inglesi erano ormeggiate al largo e lì rimasero immobili: «Gli ufficiali inglesi gettarono le ancore tenendosi assai lontani dal porto; l'Argus a due o tre miglia, l'Intrepid alquanto più presso ma sempre a un miglio circa, « fra i tre quarti e il miglio di distanza dal faro sulla punta estrema del molo ». E non abbandonarono queste posizioni lontane mentre si svolgevano gli avvenimenti straordinari di quel giorno non opponendo così il minimo impedimento materiale a qualsiasi operazione che i napoletani scegliessero o potessero scegliere di eseguire.» (George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna 1909, p. 303).
  104. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 303.
  105. ^ George Macaulay Trevelyan, “Garibaldi e i mille”, Bologna, Zanichelli, 1909, p. 416.
  106. ^ De Gregorio, p. 8.
  107. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Ifocusdellastoria/PIR_Ladittaturagaribaldina
  108. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Lecartedellastoria/decreto17%20maggio%20-%20segretario%20di%20stato.pdf
  109. ^ http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_150ANNI/PIR_150ANNISITO/PIR_Schede/PIR_Lecartedellastoria/decreto%202%20giugno%20-%20dicasteri.pdf
  110. ^ CRISPI - PER UN ANTICO PARLAMENTARE COL SUO DIARIO DELLA SPEDIZIONE DEI MILLE, ROMA, EDOARDO PERINO, Editore-Tipografo Roma, 1890 - pag. 178)
  111. ^ Agostino Depretis in Dizionario Biografico – Treccani
  112. ^ Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria – Documenti inediti – Giacomo Emilio Curatolo – Zanichelli – Bologna MCMXI, pag. 187, 207, 208 [10]
  113. ^ nella lettera originale l’indirizzo è posto al termine della lettera
  114. ^ Butta, pag 27
  115. ^ vedi pag. 144-146 A. Petacco (2009)
  116. ^ Giuseppe La Masa, Alcuni fatti e documenti della revoluzione dell'Italia meridionale del 1860, Tipografia Franco, Torino, 1861, p. 54.
  117. ^ FABRIZI, Nicola
  118. ^ Giulio Adamoli, Da San Martino a Mentana. Ricordi di un volontario, Milano, Fratelli Treves, Editori, 1911, pag. 79
  119. ^ secondo Cesare Abba erano 60 volontari e l'11 giugno era la data di incontro e non di sbarco avvenuto in precedenza. (infatti l'Utile era ripartito da Genova tra l'8-9 giugno per il secondo viaggio - (vedi: Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice B pag. 318-319) - Da Quarto al faro - Cesare Abba - pagg. 175-176
  120. ^ Washington, Oregon, Franklin
  121. ^ Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - Editore Rizzoli - Milano 1962
  122. ^ Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - Appendice B - vedere: App. B - PAG. 318
  123. ^ G.M.Trevelyan - Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice B - pagg.318-319
  124. ^ G.M. Trevelyan - Garibaldi e la formazione dell'Italia - appendice B - pagg.318-319
  125. ^ vedi pag. 146, A. Petacco, (2009)
  126. ^ Da Quarto al Faro, noterelle di uno dei mille, di Giuseppe Cesare Abba, Zanichelli – Bologna – 1882 - [11]
  127. ^ Garibaldi and the making of Italy, di Geoge Macaulay Trevelyan, Edizioni Longmans, Green and Co., New York, London, 1911 [12]
  128. ^ (The making of Italy - Appendice B - pagg. 316-317-318-319-320)
  129. ^ (Garibaldi and the making of Italy - Appendice B - pag. 320)
  130. ^ Durand Brager, 169
  131. ^ (Garibaldi and the making of Italy - pag. 63 e Appendice C - pagg. 321-322)
  132. ^ Le spedizioni di volontari per Garibaldi - e da altre fonti cifre e documenti complementari al resoconto del Bertani – estratto dal Corriere Mercantile – Genova – Tipografia e Litografia dei fratelli Pellas & C. – 1861 – pag. 22 e segg. [13]
  133. ^ La Spedizione dei Mille – Federico Donaver – pag. 64
  134. ^ inglese sosia di Garibaldi - [14]
  135. ^ [15]
  136. ^ Un garibaldino – Note autobiografiche e storiche – di Augusto Elia – Zanichelli – Bologna 1898 – [16]
  137. ^ “nominativo desunto da: Le spedizioni di volontari per Garibaldi - Cifre e documenti complementari al resoconto del Bertani – estratto dal Corriere Mercantile – Genova – Tipografia e Litografia dei fratelli Pellas & C. – 1861” – pag. 23
  138. ^ I mille. Da Genova a Capua di Giuseppe Bandi – Stefano Siccoli pag. 221 – [17]
  139. ^ nominativo desunto da: “Le spedizioni di volontari per Garibaldi - Cifre e documenti complementari al resoconto del Bertani – estratto dal Corriere Mercantile – Genova – Tipografia e Litografia dei fratelli Pellas & C. – 1861” – pag. 23
  140. ^ Trevelyan pagg. 120-121
  141. ^ “nominativo desunto da: Le spedizioni di volontari per Garibaldi - Cifre e documenti complementari al resoconto del Bertani – estratto dal Corriere Mercantile – Genova – Tipografia e Litografia dei fratelli Pellas & C. – 1861” – pag. 24
  142. ^ (chiamata anche Anita)
  143. ^ (utilizzata anche per i volontari)
  144. ^ “La spedizione dei mille – di Federico Donaver – Genova – Libreria Nuova di F. Chiesa – 1910 – [18]
  145. ^ (pag. 143)
  146. ^ (pag. 153)
  147. ^ (pag. 143)
  148. ^ La Spedizione dei Mille – Storia documentata della liberazione della Bassa Italia - Osvaldo Perini - esule veneto – Milano – edita per cura di F. Candiani – 1861 – pagg. 336-343, [19]
  149. ^ Rassegna Storica del Risorgimento - anno 1918 - pag. 317 - [20]
  150. ^ Il mondo illustrato – giornale universale – anno III – N° 3 – 21 ¬¬luglio 1860 – Società l’Unione tipogr. Editrice Torinese, articolo pag. 44 - il clipper Charles and Jane (dalle memorie d’un prigioniero) [21]
  151. ^ Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour nei fasti della Patria – Documenti inediti – Giacomo Emilio Curatolo – Zanichelli – Bologna MCMXI, pag. 186 [22]
  152. ^ L'episodio è al centro del capolavoro dello scrittore Vincenzo Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio e si presta al dibattito sul carattere più o meno popolare del Risorgimento e sui rapporti tra gli avvenimenti storici e la realtà degli strati più bassi della popolazione meridionale.
  153. ^ a b Giuseppe Ricciardi, Vita di G. Garibaldi, G. Barbera Editore, Firenze, 1860, p. 70.
  154. ^ pp.139-144 Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
  155. ^ Cesare Sinopoli, La Calabria : storia, geografia, arte, Catanzaro: Guido Mauro editore, 1926 ; nuova edizione a cura di Francesco Giuseppe Graceffa, Soveria Mannelli: Rubbettino, 2004, p. 180 on-line
  156. ^ Raffaele de Cesare, La fine di un Regno, Cap. XVII, Città di Castello: S. Lapi, 1909
  157. ^ pp.144-146 Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
  158. ^ Tommaso Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico italiano (1700-1870), Potenza, 1962, p. 109
  159. ^ Carmine Crocco, Come divenni brigante, Edizioni Trabant, 2009, p. 11
  160. ^ Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, pp.177-178, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
  161. ^ Gli avvenimenti d'Italia del 1860: cronache politico-militari dall'occupazione della Sicilia in poi, pp.178-180, Volume 1, Tipografia G. Cecchini, Venezia, 1860
  162. ^ La fine di un Regno – Raffaele De Cesare – parte II^ - S. Lapi – Città di Castello – 1900 - Pagg. 302-303-304, [23]
  163. ^ Storia del Reame di Napoli – dal 1824 al 1860 – Nicola Nisco – Alfredo Guida Editore – Napoli – 5^ edizione – libro III - pagg- 97-101, [24]
  164. ^ la definizione originale del termine "poco capace" citata nell'opera di Nisco ed attribuita al Conte dell'Aquila utilizza un temine più pesante.
  165. ^ Luigi Aiossa -Treccani [25]
  166. ^ La fine di un Regno – Raffaele De Cesare – parte II^ - S. Lapi – Città di Castello – 1900 - Pagg. -302-303
  167. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pagg. 166-182 [26]
  168. ^ Garibaldi and the thousand – G.M.Trevelyan - pag. 4
  169. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pagg. 178-186 [27]
  170. ^ Luigi Gusmaroli – [28]
  171. ^ Pietro Stagnetti [29]
  172. ^ Garibaldi and the making of Italy, G.M. Trevelyan, pag. 181
  173. ^ Costanzo Rinaudo, Il Risorgimento Italiano, p. 685, Scuola di Guerra, Tipografia Olivero, Torino, 1910
  174. ^ Girolamo Arnaldi, Storia d'Italia, Volume 4, UTET, Torino, 1965, p. 167
  175. ^ Garibaldi and the making of Italy - George Macaulay Trevelyan - pag. 276
  176. ^ Garibaldi and the making of Italy – Appendix J - pagg. 341-342-343
  177. ^ Trevelyan - Appendice J - pag.344
  178. ^ ,(Garibaldi and the making of Italy - G.M. Trevelyan - nota a pag. 250)
  179. ^ “… a few score of English …” (pag. 250)
  180. ^ Trevelyan pagg. 259-260
  181. ^ Il nome "Garibaldi Excursionists" era adottato per aggirare il "Foreign Enlistment Bill", che vietava arruolamenti per l'estero
  182. ^ Garibaldi and the making of Italy, G.M. Trevelyan - pag. 63
  183. ^ Treccani - [30]
  184. ^ La Guerre Italienne en 1860 - Wilhelm Friedrich Rüstow - Paris - 1862, [31]
  185. ^ State Historical Society of Iowa – The annals of Iowa – Vol. 38 – num. 8 (spring 1967) by Linda L. Greene - pagg. 610-611
  186. ^ Garibaldi's defence of the Roman Republic 1848-1849 - G.M. Trevelyan - - Longmans - 1919 - appendice N pagg. 349-350
  187. ^ The Italian wars of Independence - [32]
  188. ^ Garibaldi – Ron Field – Osprey Publishing – 2011 – ISBN 13:9781849083218 - pag. 60 [33]
  189. ^ Trevelyan - pag. 64 e nota 3
  190. ^ Trevelyan - pag. 241
  191. ^ István Türr: una biografia politica di Pasquale Fornaro, Rubbettino Editore - Soveria Mannelli - 2004 - [34]
  192. ^ L’Italia degli inglesi - La Gran Bretagna filo-italiana nell’età del Risorgimento (1847-64), Elena Bacchin, [35]
  193. ^ Garibaldi’s defence of the Roman Republic, George Macaulay Trevelyan, Longmans, 1912, preface to the first edition [36]
  194. ^ da “Garibaldi and the making of Italy”- G.M. Trevelyan - pag. 160, ”… Peard was entering Auletta, amid a scene of “tremendous enthusiasm”. The people (Peard noted on his diary), thought I was Garibaldi, and it was thought that it would do good to yield to the delusion. …” , pag. 161 “Postiglione, where everyone was mad with excitement. At the Syndic’s one of the priests went on his knees (writes Peard) and called me “a second Jesus Christ” .
  195. ^ Garibaldi and the making of Italy-Trevelyan - pag. 162
  196. ^ Garibaldi and the making of Italy - Trevelyan pag. 163
  197. ^ Garibaldi and the thousand – George Macaulay Trevelyan – Longmans – Londra - 1909 – pagg. 5 (fine) e 6: “One school, of which signor Luzio is the able representative maintains that the great minister (Cavour) aided and abetted the Sicilian expedition from the first, not under compulsion from king and people, but as a part of his own policy …[ ]… but there can be no question that the assistance that he gave was absolutely indispensable to the success of the enterprise.” [37]
  198. ^ Garibaldi and the thousand – G.M.Trevelyan - pag. 4, riga 13: “… Garibaldi’s attack on the Bourbon would have been prevented by the Concert of Europe …[ ] … but in July 1860 England broke up such partial Concert of Europe …[ ] … and refused to prevent Garibaldi from crossing the Straits of Messina. That decision of Lord John Russel and Lord Palmerston is one of the reasons why Italy is a free and united State to-day”.
  199. ^ Garibaldi and the making of Italy – G. M. Trevelyan – pag. 277, righe 14 e seguenti: ”[ ] … Napoleon III, only two months after he had given his consent to Cavour’s invasion of the papal Marches. The secret agreement that he made at Chambéry was that the North Italian Army should invade and traverse the papal territory, so as to arrive at Naples in time to stop Garibaldi and ‘’absorb the revolution’’.“[38]
  200. ^ Garibaldi and the making of Italy - Trevelyan pag. 277
  201. ^ Dal testo di “Garibaldi and the making of Italy”, in relazione alla possibilità che i 3.500 uomini della spedizione Medici fossero diretti verso lo Stato Pontificio (pag. 45, righe 7-11 ) l’autore Trevelyan commenta: ”Se il piano mazziniano di Bertani di invadere lo Stato Pontificio fosse stato attuato, Garibaldi sarebbe rimasto bloccato a Palermo per mancanza di uomini e l’Italia avrebbe conosciuto un grande disastro al Centro (Stati Papali).” - (pag. 45, righe 12-17). In relazione all’invio di 6.000 uomini della spedizione Pianciani nello Stato Pontificio, anziché in Sicilia (pag. 119, righe 9-13.), Trevelyan scrive: ”Cavour, tuttavia, evitò che venisse commesso questo “errore fatale” (fatal mistake)”. – (Pag. 119 – righe 14-15). “Una invasione in tali condizioni deve inevitabilmente provocare un intervento francese.” – (pag 119, righe 17-19)
  202. ^ Garibaldi and the making of Italy - Trevelyan – pagg. 41-46
  203. ^ Trevelyan – pag. 118-121
  204. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – pag. 120, righe 27-33: “But until the moment of Bertani’s arrival at the Faro (Messina), Garibaldi had intended to use the greater number of them to assist his passage of the Straits of Messina, …”.
  205. ^ Trevelyan – pag. 121-122-123
  206. ^ Trevelyan - pag. 168
  207. ^ Garibaldi and the making of Italy – Appendix J - pagg. 344
  208. ^ Trevelyan - pag. 168
  209. ^ Trevelyan - pag. 170-171
  210. ^ Trevelyan - pagg. 277-278
  211. ^ Trevelyan - pag. 279
  212. ^ Trevelyan - pag. 280
  213. ^ Trevelyan - pag. 281
  214. ^ A riguardo si veda Vittorio Emanuele II di Savoia#Il numerale invariato
  215. ^ Giorgio Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Collana "Manuali Giuffré", Milano, Giuffrè Editore, 1970, p. 138.
  216. ^ Sulla frase vd. ora C. Gigante, "Fatta l'Italia, facciamo gli Italiani". Appunti su una massima da restituire a d'Azeglio", in "Incontri. Rivista europea di studi italiani" XXVI, 2/2011, pp. 5-15 (http://www.rivista-incontri.nl/index.php/incontri/article/view/18/18).
  217. ^ Neoborbonici all'assalto di Fenestrelle 'In quel forte ventimila soldati morti', La Repubblica, 5 maggio 2010. URL consultato il 29 luglio 2010.
  218. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Milano, 2007, p. 178.
  219. ^ Massimo Novelli, I morti borbonici a Fenestrelle non furono 40mila, ma quattro, in La Repubblica (Torino), 8 luglio 2011. URL consultato il 26 aprile 2014.
  220. ^ Massimo Novelli, Fenestrelle e il genocidio (inesistente) dei borbonici, in La Repubblica (Torino), 3 agosto 2012. URL consultato il 26 aprile 2014.
  221. ^ Alessandro Barbero, Ma Fenestrelle non fu come Auschwitz, in La Stampa, 21 ottobre 2012. URL consultato il 26 aprile 2014.
  222. ^ Luciano Bianciardi, Daghela avanti un passo, Bietti, 1969.
  223. ^ Rassegna storica del risorgimento, Vol. 48, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1961, p. 438. URL consultato il 6 ottobre 2010. ISBN non esistente
  224. ^ Carmine Crocco, Come divenni brigante, a cura di Marcello Donativi, Brindisi, Edizioni Trabant, 2009, pp. 7-10, ISBN 88-96576-04-0. URL consultato il 27 novembre 2011.
  225. ^ Giovanni Verga, I Malavoglia, collana Oscar Mondadori, Arnoldo Mondadori Editore, 1983, ISBN 88-04-52519-3.
  226. ^ Anna Banti, Noi credevamo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1967. ISBN non esistente
  227. ^ Citato in Lettere ad Anita ed altre donne, raccolte da G. E. Curatolo, Formiggini, Roma 1926, pp. 113-116. on line
  228. ^ Francesco Saverio Nitti, L'Italia all'alba del secolo XX: discoursi ai giovani d'Italia, Torino-Roma, Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, 1901, p. 118, ISBN non esistente.
  229. ^ Emilio Gentile (a cura di), Carteggio 1865-1911, Bari, Laterza, 1978, p. 65.
  230. ^ Giustino Fortunato, ‘'IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO'’ - DISCORSI POLITICI (1880-1910), LATERZA & FIGLI, Bari, 1911, pagine 336-337
    « "Eran poche, sì, le imposte, ma malamente ripartite, e tali, nell'insieme da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60.

    Non il terzo, dunque, ma solo un quinto il Piemonte pagava più di noi. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi — non tanto lievi da non indurre il Luigi Settembrini, nella famosa 'Protesta' del 1847, a farne uno dei principali capi di accusa contro il Governo borbonico, assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi: noi, con sette milioni di abitanti, davamo via trentaquattro milioni di lire, il Piemonte, con cinque [milioni di abitanti], quarantadue [milioni di lire]. L'esercito, e quell'esercito!, che era come il fulcro dello Stato, assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe d'Oriente.” »

  231. ^ Pag. 5 La questione meridionale di Antonio Gramsci - Il Mezzogiorno e la guerra 1 – Progetto Manuzio - www.liberliber.it – tratto da: La questione meridionale, Antonio Gramsci; a cura di Franco De Felice e Valentino Parlato. - Roma: Editori Riuniti, 1966. - 159 p.; (Le Idee; 5)
    « La nuova Italia aveva trovato in condizioni assolutamente antitetiche i due tronconi della penisola, meridionale e settentrionale, che si riunivano dopo più di mille anni.

    L'invasione longobarda aveva spezzato definitivamente l'unità creata da Roma, e nel Settentrione i Comuni avevano dato un impulso speciale alla storia, mentre nel Mezzogiorno il regno degli Svevi, degli Angiò, di Spagna e dei Borboni ne avevano dato un altro.
    Da una parte la tradizione di una certa autonomia aveva creato una borghesia audace e piena di iniziative, ed esisteva una organizzazione economica simile a quella degli altri Stati d'Europa, propizia allo svolgersi ulteriore del capitalismo e dell'industria.
     »

  232. ^ Benedetto Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Laterza Editore, 1966, p.287.
  233. ^ Carmine Cimmino, L'Unità d'Italia fatta da delusi e "moribondi", in www.ilmediano.it. URL consultato il 21 dicembre 2010.
  234. ^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli, La rivoluzione italiana:storia critica del Risorgimento, Roma, 2001, p. 98
  235. ^ Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie, dal 1847 al 1861, Roma, Tipografia Salviucci, 1863, p. 64. URL consultato il 29 settembre 2010. ISBN non esistente
  236. ^ Rosario Villari, Corso di Storia, Laterza
  237. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, Napoli, Rizzoli Editore, 2007, p. 259, ISBN 88-17-01846-5.
  238. ^ Francesco Saverio Nitti Eroi e briganti (edizione 1899) - Edizioni Osanna Venosa, 1987 - page 9-33
  239. ^ Eroi e briganti- https://books.google.it/books?id=3aYTBwAAQBAJ&printsec=frontcover&dq=eroi+e+briganti+di+saverio+nitti&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjr9vr93pnRAhWoB8AKHSmAAR0Q6AEIIzAA#v=onepage&q=agente&f=false
  240. ^ (Napoli)
  241. ^ Denis Mack Smith, I re d'Italia, Rizzoli, 1990
  242. ^ Il fiume Tronto demarcava approssimativamente il confine fra l'ex-Regno di Napoli e lo Stato Pontificio e comunemente serviva da territorio di confine fra Italia settentrionale e meridionale.
  243. ^ Massimo d'Azeglio, “Scritti e discorsi politici”, Firenze, La nuova Italia, 1939, p. 416.
  244. ^ vedere: sbarchi successivi a quello di Marsalal
  245. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan – appendice B - pagg. 316-320
  246. ^ Garibaldi and the thousand – G.M.Trevelyan - pag. 4 “ England … [] … refused to prevent Garibaldi from crossing the Straits of Messina. That decision of Lord John Russel and Lord Palmerston is one of the reasons why Italy is a free and united State to-day”.
  247. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan - pagg. 250 e 259-260
  248. ^ vedi: il numero dei garibaldini
  249. ^ Garibaldi and the making of Italy – G.M. Trevelyan - pag. 162
  250. ^ Garibaldi e la formazione dell’Italia- G.M. Trevelyan - pag. 118-121
  251. ^ Garibaldi e la formazione dell’Italia- G.M. Trevelyan - pag. 227
  252. ^ “Garibaldi e la formazione dell’Italia” - G.M. Trevelyan - [39]
  253. ^ “Garibaldi e i Mille” - G.M. Trevelyan - [40]
  254. ^ [41]
  255. ^ “Cassa Centrale – Soccorso a Garibaldi - Resoconto di Agostino Bertani” - 1860 - Genova - Stabilimento tipografico di Lodovico Lavagnino e relativi allegati dettagliati <REF>Le spedizioni di volontari per Garibaldi - e da altre fonti cifre e documenti complementari al resoconto del Bertani – estratto dal Corriere Mercantile – Genova – Tipografia e Litografia dei fratelli Pellas & C. – 1861 – pag. 22 e segg. [42]

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