Manfredo Fanti
| Manfredo Fanti | |
|---|---|
| Ministro della guerra del Regno d'Italia | |
| Durata mandato | 23 marzo 1861 – 6 giugno 1861 |
| Capo del governo | Camillo Benso, conte di Cavour |
| Predecessore | se stesso (Regno di Sardegna) |
| Successore | Bettino Ricasoli |
| Ministro della guerra del Regno di Sardegna | |
| Durata mandato | 21 gennaio 1860 – 22 marzo 1861 |
| Capo del governo | Camillo Benso, conte di Cavour |
| Predecessore | Alfonso La Marmora |
| Successore | se stesso (Regno d'Italia) |
| Senatore del Regno di Sardegna e del Regno d'Italia | |
| Durata mandato | 29 febbraio 1860 – 5 aprile 1865 |
| Legislatura | dalla VII (nomina 29 febbraio 1860) alla VIII |
| Tipo nomina | Categorie: 5, 14 |
| Sito istituzionale | |
| Deputato del Regno di Sardegna | |
| Durata mandato | 1º febbraio 1849 – 30 marzo 1849 |
| Legislatura | II |
| Collegio | Nizza Monferrato |
| Sito istituzionale | |
| Dati generali | |
| Titolo di studio | Laurea in matematica e diploma in ingegneria civile |
| Professione | Militare di carriera |
| Manfredo Fanti | |
|---|---|
| Nascita | Carpi, 26 febbraio 1806 |
| Morte | Firenze, 5 aprile 1865 |
| Cause della morte | malattia |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | |
| Corpo | Genio |
| Grado | Generale d'armata |
| Guerre | Prima guerra carlista Prima guerra d’indipendenza Guerra di Crimea Seconda guerra d'indipendenza |
| Campagne | Campagna piemontese in Italia centrale |
| Battaglie | Battaglia delle Celle Battaglia di Torreblanca (1837) Battaglia di Chiva (1837) Assedio di Lucena (1838) Assedio di Morella (1838) Battaglia della Cernaia Battaglia di Confienza Battaglia di Magenta Battaglia di Solferino e San Martino Assedio di Ancona Battaglia di Mola |
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Manfredo Fanti (Carpi, 26 febbraio 1806 – Firenze, 5 aprile 1865) è stato un generale e politico italiano. Fu uno dei massimi esponenti del Risorgimento. Nel 1859 partecipò alla spedizione di Crimea e alle principali battaglie della seconda guerra d’indipendenza, quali quella di Magenta e di San Martino e Solferino. Fu a capo della Lega Militare dell’Italia Centrale che consentì la fusione del Granducato di Toscana, del Ducato di Modena e del Ducato di Parma e dei loro eserciti con il Regno di Sardegna.
Nel 1860 fu a capo della Campagna piemontese in Italia centrale che permise al Regno di Sardegna di annettersi le legazioni pontificie di Marche e Umbria e di invadere da nord il Regno delle due Sicilie in guerra con i garibaldini dell’Impresa dei Mille. A seguito di questa operazione integrò, per quanto potette, l’esercito borbonico in quello sabaudo. Evitò la parificazione dei gradi dei garibaldini con quelli dell’esercito regolare, provocando lo scioglimento dell'esercito meridionale.
Fu ministro della guerra del Regno di Sardegna al momento dell’unificazione nazionale e fu il primo ministro della guerra del Regno d’Italia. Con la morte, però, di Camillo Benso, conte di Cavour, fu costretto a dimettersi. Non riuscì per questo a far passare il suo programma di riforma dell’esercito e una strategia difensiva che avrebbe probabilmente condotto ad altri risultati la Campagna del 1866 comandata da Alfonso La Marmora, suo rivale. Egli si trovò invece sempre in accordo con l’altra figura militare di spicco del periodo: Enrico Cialdini.
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]La famiglia e la gioventù (fino al 1831)
[modifica | modifica wikitesto]Manfredo nacque a Carpi, nel Ducato di Modena, il 26 febbraio 1806, da Antonio, patrizio carpigiano e dottore in Matematica, e da Silea Corbolani. Seguendo le orme paterne, nel 1824, Manfredo si dedicò allo studio della Matematica e, avvicinatosi alla carriera militare, entrò l’anno seguente nel Corpo di Pionieri del ducato. Si laureò in Matematica con lode nel 1830 e gli fu conferito il diploma di Ingegnere civile[1].
Nel contesto dei moti del 1830-1831, Manfredo cospirò con il patriota italiano Ciro Menotti rimanendo coinvolto nei fatti della notte del 3 febbraio 1831. Arrestato con le armi in pugno, fu condotto nella cittadella di Modena. La sommossa portò però alla fuga del duca di Modena Francesco IV d'Austria-Este e Fanti fu liberato assieme ad altri insorti[2].
Fanti si arruolò così nelle file dei volontari di Carlo Zucchi, presso le quali ebbe il comando, con il grado di capitano del Genio, di una compagnia di fanteria. Intervenuti gli austriaci a sedare le rivolte in Italia, i volontari dovettero ripiegare verso Ancona. Raggiunte dal nemico, le truppe di Zucchi, il 25 marzo 1831, si scontrarono con gli austriaci presso Rimini nella battaglia delle Celle, durante la quale Fanti si distinse per fermezza e proprietà di comando[2][3].
Dopo la capitolazione di Ancona, ai rivoltosi fu fatto scegliere se tornare negli Stati di appartenenza e sottomettersi alle rispettive giustizie locali oppure partire per l’esilio. Fanti, che sarebbe stato arrestato se fosse tornato a Modena, preferì l’esilio. Si imbarcò quindi per Marsiglia, per poi portarsi a Parigi. A Modena, intanto, Ciro Menotti veniva giustiziato. Il processo a Fanti e ad altri due rivoltosi si svolse solo nel 1839. La sentenza li condannava “alla morte per sospensione sulla forca, da eseguirsi, stante la loro contumacia, per effige”[4].
In esilio in Francia (1831-1835)
[modifica | modifica wikitesto]Riparato nella Parigi della Monarchia di luglio, conobbe e si fece apprezzare dal celebre astronomo e matematico François Arago che, in considerazione della sua qualifica di ufficiale del Genio, gli procurò un lavoro presso le fortificazioni di Lione, sotto il comando del generale Hubert Rohault de Fleury (1779-1866)[2][5].
Nel 1833, iscritto alla Giovine Italia, Fanti avrebbe dovuto partecipare in Svizzera alla spedizione mazziniana di invasione della Savoia che si svolse, senza successo, nel febbraio dell’anno successivo. A lui, così come ad altri che vi dovevano partecipare non giunse in tempo l’avviso di recarsi nel luogo di raccolta[6].
Tornato in Francia, Fanti ebbe nel 1835 da un amico del generale Fleury la possibilità di trasferirsi in India, nel Regno di Lahore allora appartenente all’Impero Sikh e non ancora caduto in mani britanniche. Il regnante locale, il maragià Ranjit Singh, aveva, infatti, deciso di modernizzare l’esercito e reclutava volentieri occidentali esperti. Fanti, tuttavia, rifiutò la generosa offerta del maragià e preferì rimanere in Europa[2][7].
In Spagna con i liberali (1835-1848)
[modifica | modifica wikitesto]Nella vicina Spagna, intanto, era esplosa una crisi dinastica che, nel 1833, era sfociata nella prima guerra carlista. Dopo la morte di Ferdinando VII, la Spagna si era infatti divisa in due fazioni: da una parte i cosiddetti carlisti, sostenitori di Don Carlos che si era autoproclamato re, appoggiati dai monarchici legittimisti, dai cattolici tradizionalisti e dai reazionari antiliberali. Dall'altro lato c'erano gli Isabelinos o “Cristini” cioè i liberali, i massoni, i cattolici costituzionalisti e le frange più progressiste della società spagnola, che speravano di ottenere dalla reggente Maria Cristina di Borbone, che regnava per la piccola figlia Isabella, alcune riforme in cambio del loro appoggio[8].
Nei “Cacciatori di Oporto”
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Fanti, terminato il suo lavoro in Francia, decise quindi di partire per la Spagna e militare tra le file dei liberali “Cristini” presso i quali già numerosi esuli italiani combattevano. La sua prima tappa fu a Barcellona, dove, sotto il comando del generale spagnolo Francisco Espoz y Mina stilò e inviò al governo di Madrid un piano di fortificazione locale. Il progetto fu senz’altro approvato e Fanti, nel dicembre 1835, fu nominato tenente del 5° Battaglione di Catalogna con l’incarico di occuparsi dei lavori alle fortificazioni[2][9].
Il 16 marzo 1836, proprio nei pressi delle opere che aveva contribuito a realizzare, Fanti fu coinvolto in uno scontro con le truppe carliste distinguendosi e ottenendo la croce di Cavaliere dell’Ordine di San Ferdinando di prima classe. Terminati i lavori presso Barcellona, decise di passare al corpo dei “Cacciatori di Oporto”, formato principalmente da esuli italiani e comandato dal colonnello spagnolo di origini genovesi Gaetano Borso di Carminati (1799-1841). In questo reggimento mantenne il grado di tenente e fu coinvolto in combattimenti presso Valencia a luglio, e presso Tortosa a settembre[10].
L’anno seguente, nel 1837, i “Cacciatori di Oporto” passarono nell’armata costituzionale spagnola comandata dal generale Marcelino Oraá Lecumberri (1788-1851). In questa occasione Borso di Carminati, divenuto intanto generale, volle Fanti nel suo stato maggiore. Ciò non impedì a Fanti di partecipare alla battaglia di Torreblanca del 21 gennaio e ad altri combattimenti a maggio e a giugno, nonché alla battaglia di Chiva del 15 luglio, che gli procurò una seconda croce di San Ferdinando di prima classe[11].
Nel 1838 la guerra riprese e con essa la partecipazione di Fanti che si distinse in combattimenti a marzo e nella difesa della città di Lucena, assediata inutilmente dai carlisti fino ad aprile. Nel luglio successivo Fanti fu ancora coinvolto in uno scontro a L'Alcora, presso Valencia, per il quale fu promosso a capitano per meriti di guerra. Sempre nei ranghi dei Corpi franchi, partecipò dal luglio all’assedio della città di Morella, che fu un insuccesso[12].
Nell’esercito costituzionalista
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Nel 1839, al riaprirsi delle ostilità, il comandante dell’esercito costituzionalista Oraá Lecumberri venne sostituito dal generale Leopoldo O'Donnell. Costui, in considerazione dell’ottima reputazione di Fanti, lo assegnò presso il proprio quartier generale e lo integrò nell’esercito regolare costituzionalista. Per Fanti fu una promozione lusinghiera, ma egli dovette rinunciare al grado di capitano che aveva nei Corpi franchi e ricominciare la carriera con il grado di sottotenente. Tuttavia, già a ottobre dello stesso anno, dopo uno scontro a Miravet, presso Tarragona, fu nominato tenente[13].
Terminata nel 1840 la prima guerra carlista con la vittoria dei liberali costituzionalisti, Fanti fu chiamato a fare parte di una commissione che doveva fornire un progetto di strade militari nella zona di Valencia e in Aragona. Fu incaricato della stesura finale del progetto e promosso capitano. Nel 1841 scoppiarono dei moti insurrezionali. Intervenuto con le sue truppe a reprimerli, Fanti fu promosso maggiore[2][14].
L’anno successivo, il 3 settembre 1842, Manfredo sposava Carlotta, figlia di un signore benestante di Valencia, Luigi Tio. Ma l’attività militare non cessò e due anni dopo, inviato dal governo spagnolo a sedare le rivolte di Alicante e Cartagena, prese entrambe le città. Fu, per questo, nominato tenente colonnello. Le ultime attività in Spagna di Fanti lo videro impegnato nella repressione del movimento insurrezionale nella zona del Maestrazgo, in Aragona, che gli valse poi la nomina a colonnello. Fu comandante della Capitania di Madrid e nel maggio del 1848 represse i moti insurrezionali contro il governo spagnolo. Per quest’ultimo impegno fu insignito della croce di Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica[2][15].
La prima guerra d’indipendenza (1848-1849)
[modifica | modifica wikitesto]La prima campagna
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Furono tuttavia le notizie dalla patria del 1848 a convincere Fanti a voler partire per l’Italia, cosa che fece alla metà del giugno 1848[16], quando si era nella nella prima campagna della prima guerra d'indipendenza scoppiata tre mesi prima. A Milano, però, Fanti era stato preceduto da una campagna propagandistica rivoluzionaria della Giovine Italia, di cui aveva fatto parte. Ciò aveva indotto il governo del Regno di Sardegna a diffidare dei combattenti provenienti dalla Spagna[17]. Fanti decise quindi di rivolgersi al governo provvisorio di Milano che, il 10 luglio, lo nominò maggiore generale e comandante della brigata della divisione che si stava formando del generale Ettore Perrone di San Martino[2][18].
Approntata per entrare in azione, la Divisione di Perrone (composta dalla brigata di Fanti e da quella del calabrese Raffaele Poerio) fu assegnata al blocco di Mantova che era in mani austriache. Il 25 luglio la divisione si accampò preventivamente a Bozzolo, ma in quei giorni l’esercito piemontese, il cui schieramento eccessivamente esteso Fanti aveva criticato, veniva travolto dalle forze austriache in una serie di scontri che porta il nome di battaglia di Custoza[2][19].
Di fronte a questa notizia il governo provvisorio di Milano chiamò a sé gli uomini più valenti che aveva a disposizione per decidere come reagire all’avanzata austriaca sulla città. Al consiglio di guerra, che si tenne la sera del 27 luglio, parteciparono, fra i militari, il comandante delle truppe lombarde Teodoro Lechi, il ministro della guerra Carlo Sobrero (1791-1878), il generale Carlo Zucchi e Manfredo Fanti. Al primo di questi ultimi due fu affidato il Corpo che avrebbe dovuto sostenere i piemontesi a Castel Goffredo e al secondo il Corpo che avrebbe dovuto sostenerli a Brescia. Ma la ritirata precipitosa delle truppe del re di Sardegna Carlo Alberto compromise il piano del governo lombardo che dovette far ripiegare i suoi uomini a Milano, dove fu istituito un Comitato di Difesa[20].
Chiamato a far parte di questo Comitato, il 29 luglio, Fanti ricevette l’incarico di occuparsi di un piano difensivo che avrebbe dovuto fermare gli austriaci. Egli ritenne che l’esercito piemontese avrebbe potuto concentrarsi fra Pizzighettone e Piacenza per attirare lì e tenere a bada gli austriaci il tempo di fare affluire dal Piemonte e dai ducati di Parma e Modena rinforzi. Ciò avrebbe impedito agli austriaci di dare qualsiasi valido tentativo contro Milano, il cui territorio a est sarebbe stato, per porre ulteriori ostacoli al nemico, opportunamente inondato fino all’Adda. Il piano fu approvato dal Comitato di Difesa, ma non fu eseguito da Carlo Alberto che decise per la ritirata delle truppe piemontesi su Milano. Ciò, nonostante Fanti avesse visitato sia il comandante dell’esercito sabaudo Eusebio Bava, che gli diede ragione, sia Carlo Alberto che rifiutò il piano[2][21].
Per il rifiuto a difendere sul campo Milano il popolo milanese protestò contro il re di Sardegna che, per evitare altri lutti, aveva deciso la resa della città e di ritirarsi con le sue truppe in Piemonte. In queste circostanze Fanti dovette dimostrare tutta la sua capacità di convincimento per trattenere la popolazione esasperata dal compiere eccessivi atti di violenza[2].
Tra la prima e la seconda campagna
[modifica | modifica wikitesto]Concluso l’armistizio con il generale Josef Radetzky, si pose il problema di far ritirare in Piemonte quei lombardi che temevano la rappresaglia austriaca. Queste truppe furono poste al comando del generale di cavalleria Deodato Olivieri di Vernier (1793-1852) che affidò a Fanti la loro riorganizzazione. Successivamente, il Ministero della Guerra piemontese, il 28 novembre 1848, riconosceva a Fanti il grado di maggiore generale dell’esercito sabaudo e lo nominava comandante di una delle due brigate che componevano la Divisione Lombarda. A tale nomina seguiva, il 9 gennaio 1849, quella di membro effettivo del Congresso Consultivo Permanente di Guerra del Regno di Sardegna. Riconosciuto ormai come una delle personalità militari italiane più in vista, nello stesso 1849, Fanti rifiutò la nomina a ministro della guerra del Governo provvisorio della Toscana e accettò l’elezione a deputato presso il Parlamento Subalplino nel collegio elettorale di Nizza-Monferrato[2][22].
La seconda campagna
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L’aprirsi della seconda campagna della prima guerra d’indipendenza, vide l’esercito piemontese comandato dal generale polacco Wojciech Chrzanowski e la 5ª Divisione (Divisione Lombarda), nella quale Fanti comandava una brigata, comandata dal generale Gerolamo Ramorino. Il 20 marzo 1849, a mezzogiorno, si riaprirono ufficialmente le ostilità. I piemontesi non si mossero. Radetzky invece, dalla testa di ponte di Pavia, entrò a sorpresa e in forze nel Regno di Sardegna[23].
La zona dell'attacco era presidiata dalla 5ª Divisione di Ramorino che il 16 marzo aveva avuto l'ordine di portarsi avanti e mantenere una forte posizione a La Cava per sorvegliare l'ultimo tratto del Ticino alla confluenza con il Po. In caso di difficoltà la divisione avrebbe dovuto ritirarsi verso nord su Mortara. Il generale Ramorino era invece convinto che gli austriaci intendessero conquistare Alessandria e che il passaggio del Ticino presso Pavia non era che una finta. Egli quindi non solo lasciò alla Cava una quota modesta delle sue truppe, ma ordinò loro che in caso di pericolo avrebbero dovuto dirigere a sud e passare il Po[24].
Contrariamente a ciò che pensava Ramorino, dalle 12 del 20 marzo, la divisione dell'arciduca Alberto passò il Gravellone, affluente del Ticino fuori Pavia, aprendo la strada a tutto l'esercito austriaco. Presso la Cava, infatti, le truppe di Radetzky ebbero la meglio sui pochi piemontesi. Intanto, contravvenendo agli ordini ricevuti, Ramorino faceva ritirare tutte le sue truppe sulla sponda destra del Po e non ripiegò verso nord, isolando così la sua divisione[25].
Giunta la notizia di così grave mancanza al quartier generale, questo dispose di richiamare Ramorino e di affidare a Fanti il comando dell’intera divisione. In questa situazione, senza che Ramorino gli avesse lasciato ordini, Fanti decise di mantenere, in attesa di disposizioni, la divisione sulla sponda destra del Po. Ciò che fece fino al giorno 23 marzo, quando venne informato di truppe austriache presso Valenza. Fanti ritenne che tali truppe minacciassero Alessandria. Decise quindi, previa comunicazione ai superiori, di muoversi in quella direzione. Lo stesso 23, però, si combatteva la battaglia di Novara e il 24 marzo veniva firmato l’armistizio di Vignale con il quale il Piemonte si arrendeva all’Austria[26].
Il processo per tradimento e l’assoluzione (1849)
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Il generale Ramorino, per aver rifiutato di eseguire gli ordini e per avere con il suo comportamento compromesso la difesa del Regno di Sardegna fu senz’altro accusato e messo sotto processo per alto tradimento. Fanti, suo sottoposto, fu creduto complice dello stesso reato e seguì la stessa sorte. L’8 agosto 1849 fu pertanto messo in mobilità e il 24 settembre il generale Bava gli inviava l’ordine di costituirsi agli arresti nella cittadella di Alessandria per sottoporsi agli interrogatori della Commissione d’inchiesta[27].
Suo principale accusatore era il colonnello Alessandro Negri di Sanfront che, con il suo reggimento di cavalleria, aveva rifiutato di seguire la divisione di Fanti di cui faceva parte perché aveva ritenuto la manovra vergognosamente condotta per allontanarsi dal nemico[28]. L’accusa della Commissione era particolarmente pesante:
Il citato articolo della Commissione, imputava di alto tradimento e prevedeva, in caso di colpevolezza, la pena di morte. In questa circostanza Fanti ricevette la stima e l’aiuto del generale Alessandro La Marmora che depose in suo favore assieme al colonnello dello stato maggiore di Fanti Ambrogio Berchet, al generale Alfonso La Marmora (via lettera) e al generale Chrzanowski. Dopo due giorni di dibattimenti, la sera del 23 ottobre, il Consesso dei generali emise la sentenza con cui si chiariva[29]:
Nessuna condanna, quindi, ma neanche la piena assoluzione. Esito diverso aveva avuto, invece, il processo al generale Ramorino che, il 22 maggio dello stesso 1849, era stato fucilato.
La reintegrazione e la guerra di Crimea (1850-1859)
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Dopo il processo Fanti condusse a Torino una vita ritirata e dedicata allo studio di argomenti militari. Nel 1850, però, dovette partire per la Spagna dove ancora viveva la moglie, la quale soffriva per una gravidanza molto travagliata. Il parto fu particolarmente difficile e i postumi le furono fatali. La donna, a soli 27 anni, il 17 settembre moriva fra le braccia del marito, lasciando i due figli Camillo e Antonio. Fanti tornò alla sua vita di Torino all’inizio del 1851, sempre nel suo stato di disponibilità, ovvero privo di qualsiasi incarico. Tuttavia, qualche anno dopo, a causa del maturarsi dell’intervento del Piemonte nella guerra di Crimea che vedeva impegnati Gran Bretagna, Francia e Turchia contro la Russia, si parò di una sua reintegrazione[30].
Fu il generale Giovanni Durando, che aveva conosciuto Fanti in Spagna, a proporlo al comandante della spedizione che si stava approntando, il generale Alfonso La Marmora. Da quest’ultimo infatti, il 10 febbraio 1855, Fanti riceveva l’invito a presentarsi al Ministero della Guerra, dove gli fu affidato il comando di una delle brigate che sarebbe partita per la spedizione. Inquadrato nella divisione di Durando, Fanti e la sua 2ª Brigata arrivarono in Crimea l’8 maggio e si accamparono presso Balaklava. Inizialmente il contingente piemontese non partecipò a scontri decisivi, ma Fanti potette arricchire le sue conoscenze di assedi e fortezze studiando da vicino l’assedio di Sebastopoli[31][32].
Tuttavia, il 16 agosto 1855, la divisione di Durando partecipò alla battaglia della Cernaia. In questo scontro i piemontesi furono investiti da un massiccio attacco russo che doveva rompere l’assedio di Sebastopoli. Tenute le posizioni, le truppe di La Marmora consentirono ai francesi di organizzarsi e respingere ripetutamente l’assalto russo. Alla battaglia parteciparono tre battaglioni della brigata di Fanti, mentre le rimanenti truppe rimanevano esposte al cannoneggiamento del generale russo Pavel Petrovič Liprandi. Fanti rimase per quasi tutto il tempo presso i suoi cannoni che tennero vivo e vinsero lo scontro con le batterie russe al di là del fiume Čërnaja[33].
Conclusa la pace vittoriosa con la Russia, il 16 aprile 1856, la brigata di Fanti si imbarcò per tornare a Genova dove arrivò il 28 dello stesso mese. Durante e dopo la Campagna di Crimea Fanti venne insignito di diverse onorificenze: il 5 giugno 1855 della croce di Commendatore della Legion d'onore (Francia), il 26 luglio 1855 della croce di Cavaliere e il 12 giugno 1856 della croce di Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, della croce di Commendatore dell’Ordine militare di Savoia e della medaglia dell’Ordine di Mejīdiyye (Turchia). Ottenuti tali riconoscimenti, il reintegro di Fanti fu completato il 26 maggio del 1856, quando, sciolto il corpo di spedizione, gli fu assegnato il comando della Brigata “Aosta”[31][34].
Intanto, la tensione diplomatica fra la Francia e il Regno di Sardegna da un lato e l’Austria dall’altro saliva e Fanti, all’inizio del 1859 pubblicò un resoconto di strategia su una eventuale guerra fra il Piemonte alleato della Francia e l’Austria. Lo scritto ebbe l’approvazione del generale francese François Certain de Canrobert e dello stesso imperatore Napoleone III[31][35]. I preparativi per la guerra da ambo le parti erano ormai palesi e l’accumularsi di forze austriache al confine del Mincio spinse il comando piemontese a spostare la brigata di Fanti a Tortona che vi giunse il 18 gennaio. Da questa posizione, a Fanti fu affidato anche il compito di organizzare una rete di spionaggio per acquisire informazioni su quanto accadeva nel campo austriaco. Intanto, il 13 marzo, veniva promosso Luogotenente Generale, grado che gli consentì di assumere il comando di una divisione[36].
La seconda guerra d’indipendenza (1859)
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La seconda guerra d’indipendenza ebbe come prologo gli accordi di Plombières del 21 luglio 1858 e l'alleanza sardo-francese del gennaio 1859 con i quali il Regno di Sardegna e la Francia prepararono la guerra all'Austria. Si aprì nell'aprile 1859 con l'attacco dell'Austria al Regno di Sardegna che non aveva accettato di smobilitare l'esercito. Oltre ai Cacciatori delle Alpi (che costituivano una forza pari ad una brigata comandati da Giuseppe Garibaldi), l'esercito piemontese alla vigilia della guerra vedeva come comandante in capo Vittorio Emanuele II, come capo di stato maggiore Enrico Morozzo Della Rocca e come ministro della Guerra al campo Alfonso La Marmora. Questi i reparti principali con i rispettivi comandanti: 1ª Divisione, Angelo Bongiovanni di Castelborgo; 2ª Divisione, Manfredo Fanti; 3ª Divisione, Giovanni Durando; 4ª Divisione, Enrico Cialdini; 5ª Divisione, Domenico Cucchiari; Divisione di Cavalleria, Callisto Bertone di Sambuy[37]. La divisione di Fanti era costituita dalle brigate “Piemonte” e “Aosta”, da due battaglioni di Bersaglieri, da tre batterie di artiglieria, dai reggimenti di cavalleria “Lancieri d’Aosta” e “Cavalleggeri di Novara” e da altre unità minori, per un totale di quasi 13000 uomini[38].
Le battaglie di Palestro e Confienza
[modifica | modifica wikitesto]Iniziate le operazioni belliche il 27 aprile 1859 e giunte le truppe francesi alleate, Napoleone III attuò una manovra aggirante da nord verso Milano. Il 31 maggio, al centro, le divisioni di Cialdini e Fanti tennero le posizioni per evitare un aggiramento dell’ala destra francese. A Cialdini andò il merito principale di aver fermato gli austriaci nella battaglia di Palestro, ma egli fu coadiuvato a nord da Fanti, la cui Brigata “Piemonte” incontrò a Confienza e respinse la brigata austriaca del generale Leopold von Weigl che aveva tentato, inutilmente, una manovra aggirante. L’ultima resistenza di Weigl veniva vinta con l’utilizzo dell’artiglieria[31][39][40][41].
La battaglia di Magenta
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La riuscita manovra aggirante da nord dell’esercito francese poneva fra questo e Milano la città di Magenta, occupata dalle forze austriache. Consci delle difficoltà che avrebbero trovato di fronte allo schieramento austriaco, i francesi decisero di attaccare in forze Magenta. In tutto si trattava di concentrare sull’obiettivo circa 50000 uomini, ai quali si sarebbero potuti aggiungere i 12000 della 2ª Divisione piemontese di Fanti che era in zona[42].
La mattina del 4 giugno 1859, forti di una testa di ponte sulla sponda sinistra del Ticino a Turbigo, l’ala sinistra dello schieramento franco-piemontese mosse da nord nel tentativo di aggirare l’ala destra dello schieramento austriaco e vanificare la forza della posizione difensiva di Magenta. Avanguardia della colonna aggirante era la Divisione della Guardia di Jacques Camou alla quale seguiva il 2º Corpo di Patrice de Mac-Mahon e la 2ª Divisione piemontese di Fanti. Obiettivo dell’azione era Boffalora con il suo ponte sul Naviglio Grande, a meno di 6 km a ovest da Magenta. Boffalora doveva costituire il punto di raccordo fra le forze francesi avanzanti da nord e quelle da ovest. Per quelle da nord costituiva il perno dell’ala destra e per quelle da ovest, il perno dell’ala sinistra[43].
Ma ci fu un ritardo nell’afflusso di tali truppe, costituito principalmente dal terreno impraticabile e dal sovraffollamento di traffico sulle poche strade disponibili o sul percorso delle ferrovie o sulle massicciate. Queste difficoltà ostacolarono i movimenti sia di Mac Mahon e Fanti da nord che quelli di altri comandanti francesi da ovest[44].
Lo scontro al centro fu particolarmente cruento, ma verso le 17:00 l’avanguardia della Brigata “Piemonte” di Filiberto Mollard della 2ª Divisione di Fanti, prese contatto con la sinistra dello schieramento di Mac Mahon, benché il resto della divisione non potette giungere in tempo sul campo. L’arrivo dei piemontesi evitò probabilmente che l’ala sinistra di Mac Mahon subisse un contrattacco che poteva essere sferrato oltre che dalla cavalleria anche da due brigate di fanteria[45]. Mac Mahon, ormai sicuro alle spalle e al suo fianco sinistro per la presenza dei soldati di Fanti, sferrò l'attacco decisivo e fra le 19 e le 20 di quello stesso 4 giugno Magenta cadeva. Nello stesso tempo l'attacco austriaco da sud fra Ticino e naviglio veniva definitivamente respinto. La strada per Milano era libera[46].
La battaglia di Solferino e San Martino
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L’8 giugno 1859 Napoleone III e Vittorio Emanuele II entrarono trionfalmente a Milano. Ma l’esercito austriaco non si riteneva battuto. Gli austriaci il 24 giugno cominciarono infatti a riattraversare il Mincio in direzione ovest. Dal lato opposto Napoleone III era in marcia e, tanto lui quanto il nuovo comandante austriaco Heinrich von Hess, avevano fino ad allora previsto un dispositivo di marcia. Si ebbe invece una battaglia d'incontro[47].
La mattina del 24, da parte alleata e da nord verso sud, apriva lo schieramento il contingente piemontese (ala sinistra). Tali truppe dovevano attaccare i due capisaldi austriaci di San Martino e le collinette attorno alla chiesa della Madonna della Scoperta. Le divisioni sabaude coinvolte furono quattro, ma la 2ª di Fanti era in posizione meno avanzata[48]. Sul fronte opposto, a Pozzolengo, era stanziato l'8º Corpo austriaco del generale Ludwig von Benedek, che potette disporre durante lo scontro di 8 brigate; esattamente quante l'armata piemontese riuscì ad impiegarne contro di lui[49].
Gli assalti piemontesi contro le munite posizioni austriache si susseguirono e fra attacchi e contrattacchi molte volte i piemontesi conquistarono e persero importanti posizioni. Alle 7,30 una missiva di Napoleone III chiese a Vittorio Emanuele II una divisione per il fronte di Solferino. Il Re diede ordine di partire alla 2ª Divisione di Fanti, ma quando gli pervennero le notizie degli scontri di San Martino inviò un contrordine, disponendo che una delle due brigate della divisione marciasse su Madonna della Scoperta e l'altra su San Martino[50].
La Brigata “Aosta” della 2ª Divisione arrivò sul campo di battaglia di San Martino intorno alle 15,30, assieme agli ordini di Vittorio Emanuele II per la 5ª Divisione di Cucchiari di attaccare con 5 brigate riunite (la “Aosta”, due della 3ª e due della 5ª) San Martino. Diversamente da quanto previsto, due reggimenti della 3ª[51], attaccarono per primi dalle 16,45 e furono respinti; poi attaccò la Brigata “Aosta” di Fanti che, dopo una tenace resistenza, dovette ugualmente cedere[52].
Alle 19 le forze piemontesi si prepararono per un nuovo attacco. Erano pronte forze corrispondenti a 3 brigate: a sinistra due reggimenti della 5ª Divisione, al centro la Brigata “Aosta” di Fanti, e a destra due reggimenti della 3ª Divisione. Dall'altro lato attendevano 5 brigate austriache. Alle 19,30 ci fu l'ultimo assalto piemontese. Il centro e la sinistra piemontesi avanzarono impadronendosi delle posizioni nemiche, mentre l'ala destra trovò ancora una tenace resistenza. Solo alle 20 i piemontesi posero definitivamente piede sulle alture così contestate[52].
Anche presso la chiesa della Madonna della Scoperta il combattimento fu violento. Come a San Martino la lotta si svolse per episodi. I piemontesi attaccarono le posizioni austriache man mano che giungevano sul posto: accorsero vari reparti della Brigata "Piemonte" di Fanti, e alle 12 giunse anche la seconda brigata della 1ª Divisione che impegnò in un tenace combattimento gli austriaci fino alle 14. Poi, il nemico si ritirò e poco prima delle 15 la brigata di Fanti trovò il colle della Madonna della Scoperta sgombro[53][54].
Manfredo Fanti comandò personalmente le truppe a Madonna della Scoperta evitando, fra l’altro, che i soldati della 1ª Divisione fossero aggirati dalle truppe nemiche. L’azione fu condotta da un battaglione di bersaglieri, da due battaglioni di fanteria di linea e da una batteria di cannoni. Al termine della battaglia, dei soldati di Fanti, che non arrivavano quel giorno a 9000, 1008 risultarono fra morti e feriti, a fronte di 5521 di tutto il contingente piemontese[55].
La Lega dell’Italia Centrale (1859)
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Dopo l’armistizio di Villafranca e la Pace di Zurigo gli Stati italiani della Toscana, delle Romagne, di Modena e di Parma si trovarono ad essere retti, in contrasto con quanto stabilito dai trattati di pace, da Regi Commissari del Regno di Sardegna. La Pace di Zurigo prevedeva, infatti, il ritorno dei governi e dei monarchi vigenti prima della seconda guerra d’indipendenza. Il Piemonte richiamò così i suoi Commissari ma, contestualmente, le popolazioni locali proclamarono a capo dei loro governi personalità liberali vicine a Torino. In Toscana fu proclamato governatore Bettino Ricasoli, nelle Romagne Leonetto Cipriani e a Modena e a Parma, confluite in un unico governo, Luigi Carlo Farini[56].
Ai confini di questi territori le truppe della Restaurazione ingrossavano le loro fila, mentre i governatori liberali potevano contare su poche truppe equipaggiate e addestrate. Fu deciso così di formare una Lega Militare fra i suddetti tre Stati che assicurasse una mutua assistenza in caso di pericolo o aggressione. Si riconobbe, inoltre, la necessità di avere un’autorità superiore che riordinasse, rinforzasse e coordinasse gli eserciti dei tre Stati. Fu Marco Minghetti, confidente di Cavour per le faccende interne italiane, a proporre Manfredo Fanti che, verso la metà di agosto del 1859 ricevette l’offerta di assumere la direzione degli eserciti della Lega Militare. Fanti accettò e a fine mese si recò a Modena dove era fissata la sede del Comando e dove assegnò a Giuseppe Garibaldi il comando diretto delle truppe toscane (le più numerose e meglio equipaggiate) nonché il grado di comandante in seconda dei tre eserciti[57].
La riorganizzazione delle forze militari
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Una volta preso il comando delle truppe della Lega Militare, Fanti ritenne di dover disporre a breve, dato l’afflusso di volontari, di un Corpo militare di cinque o sei divisioni. Dispose pertanto di uniformare gli ordinamenti delle tre forze armate sostituendo i regolamenti esistenti con quelli dell’esercito piemontese. Ritenne anche di definire e organizzare nei territori della Lega Militare due punti strategici difensivi: Piacenza e Bologna[58]. In breve tempo la riorganizzazione fu tale che Fanti si accordò con il governatore di Modena e Parma, Farini, affinché le truppe di stanza fra Rimini e Cattolica si tenessero pronte non solo a respingere eventuali attacchi dello Stato Pontificio, ma anche ad intervenire nel suo territorio a sostegno di eventuali moti di ribellione. Di conseguenza Fanti inviò ordini ai comandanti locali di concentrare le loro truppe nei pressi del confine e dispose a Garibaldi, che a Bologna comandava le truppe toscane, di avanzare verso Rimini. Ma ciò allarmò i governi di Romagne e Toscana che considerarono rischiosa questa politica[59].
Senza avvisare Farini, il governatore delle Romagne e quello della Toscana, sul finire di ottobre del 1859, si incontrarono a Filigare (oggi località di Firenzuola), dove decisero di opporsi a ogni tentativo di ingerenza negli Stati confinanti. Data la fermezza dei governatori Cipriani e Ricasoli, Fanti diede le dimissioni come segno plateale di dissenso. La misura ottenne lo scopo sperato perché l’Assemblea delle Romagne richiamò Leonetto Cipriani (promotore della protesta) che rimise il mandato. Anche il governo toscano tornò sui suoi passi e Fanti ritirò le dimissioni. Conseguentemente, l’Assemblea chiamò a capo del proprio governo Luigi Carlo Farini, riducendo così lo Stato delle Romagne e quello del Ducato di Modena ad un'unica entità geopolitica che prese il nome di Regie province dell'Emilia[60].
Tornata la calma, Fanti riprese la sua attività di riformatore dell’esercito della Lega. L’istruzione e la disciplina di tutti i Corpi migliorarono sensibilmente. Alle truppe toscane, ultime ad adeguarsi, furono assegnate le divise in servizio nell’esercito piemontese. Anche le armi cominciarono ad affluire regolarmente e la fonderia di Parma iniziò a produrre i cannoni a canna rigata, secondo il nuovo sistema francese che aveva avuto successo nelle battaglie della seconda guerra d’indipendenza. Cavalli di tutti i tipi, per il trasporto dell’artiglieria, per i reggimenti di cavalleria e per i carri di sussistenza giungevano alle caserme senza interruzione. Genio, Artiglieria, comandi e tribunali militari erano ormai ben organizzati. Speciale attenzione Fanti dedicò anche al servizio sanitario, così come all’addestramento degli ufficiali con la fondazione della Scuola Militare dell'Italia Centrale a Modena. Tutto ciò portò alla formazione di un esercito efficiente che in guerra avrebbe contato 45000 uomini[31][61].
La crisi con Garibaldi
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Una crisi di segno opposto a quella che vide come protagonista il governatore Cipriani si sviluppò qualche tempo dopo a causa di Garibaldi. Costui aveva infatti deciso di creare un movimento di ribellione nelle Marche pontificie, in modo così poi da intervenire a sua difesa. Questo piano scaturiva da voci, che poi si rivelarono false, di una possibile sollevazione nelle Marche. La situazione poteva diventare pericolosa per un coinvolgimento di potenze straniere in appoggio allo Stato Pontificio, e Fanti e Farini invitarono Garibaldi a Modena ad un incontro a cui parteciparono anche il generale Paolo Solaroli, Giuseppe La Farina e altre persone di cui aveva fiducia[62].
Apparentemente convinto della pericolosità del piano, Garibaldi disse di rinunciarvi, ma la stessa sera diede ordine alle sue truppe di avanzare nello Stato Pontificio con la motivazione che aveva avuto notizie di una sommossa che doveva essere appoggiata. Ricevuta la notizia, Fanti, nel cuore della notte, si precipitò a inviare ufficiali con l’ordine di fermare immediatamente l’avanzata. Cosa che si fece e che riportò tutte le truppe negli acquartieramenti di partenza. Quando Garibaldi si rese conto che i suoi soldati avevano obbedito a Fanti e non a lui, d’impeto, diede le dimissioni. Fanti ne approfittò e le accettò. A questo episodio seguì, l’8 gennaio 1860, una lettera di congratulazioni di Cavour a Fanti sul “buon andamento delle cose militari dell’Emilia mercé le diligenti sue cure”[31][63].
Ministro della guerra del Regno di Sardegna (1860)
[modifica | modifica wikitesto]Nella difficile situazione creatasi dopo la pace di Zurigo, il capo del governo Alfonso La Marmora, venuto ad essere impopolare per il suo mancato coraggio politico a gestire le correnti irredentiste emiliane e toscane, diede le dimissioni. Vittorio Emanuele II richiamò, quindi, al vertice del potere esecutivo, il conte di Cavour che accettò di gestire la difficile contingenza. Fra gli uomini da lui scelti figurò, come ministro della guerra, Manfredo Fanti, che avrebbe dovuto conservare il comando delle truppe della Lega Militare e trasferirsi a Torino. In questo modo, di fatto, le forze della Lega passavano sotto il controllo del Regno di Sardegna[31][64]. D'altronde, il 21 gennaio 1860, il terzo governo Cavour si insediò e in pochi mesi il nuovo presidente del Consiglio riuscì a risolvere tutte le questioni sospese: il Regno di Sardegna (oltre alla Lombardia) acquisiva Toscana ed Emilia, compensando la Francia dell'aiuto militare fornito con la Savoia e Nizza.
La riorganizzazione dell'esercito piemontese
[modifica | modifica wikitesto]Le prime iniziative intraprese da Fanti per la riorganizzazione dell’esercito piemontese riguardarono essenzialmente la sua fusione con l’esercito della Lega Militare. Ulteriori innovazioni riguardarono la capacità di una mobilitazione quasi istantanea, nonché la dotazione del fucile del modello rigato in uso nell’esercito francese. Intanto l'esercito piemontese e quello della Lega si andavano amalgamando e veniva impiegata una nuova organizzazione dei comandi che decentrava gli affari fino ad allora di competenza del Ministero della Guerra, favorendo, tra l’altro, una più veloce comunicazione degli ordini. L’esercito fu regolato in 5 regioni militari e in 13 divisioni di fanteria e una di cavalleria, mentre fu riorganizzata la Scuola Militare di Fanteria di Modena[65].
I preparativi di invasione dello Stato Pontificio
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A seguito della sua brillante carriera militare, il 29 febbraio 1860, Fanti fu nominato da Vittorio Emanuele II senatore[66]. Con la riuscita della spedizione dei Mille del maggio 1860, Fanti sconsigliò a Cavour di inviare a Garibaldi rinforzi via mare e propose, invece, un’azione militare nello Stato Pontificio in modo da evitare che le truppe papaline, comandate da Christophe Lamoricière, si unissero a quelle borboniche. Politicamente la proposta era ardita perché voleva dire invadere uno stato sovrano che aveva importanti sostenitori in Europa, soprattutto Francia e Austria. Nonostante ciò Cavour accettò l’idea e si attivò immediatamente presso le cancellerie straniere per prepararle all’evento[67].
Caduta Napoli nelle mani di Garibaldi, l’esercito borbonico si concentrò ai primi di settembre sul Volturno, presso Capua, difeso alle spalle dal Garigliano e dalla forte piazza di Gaeta. Quando si sparse la notizia che nelle campagne i contadini si levavano armati per difendere la monarchia borbonica, Fanti ebbe l’ordine di disporre dell’esercito piemontese e di attivare il suo piano di invasione delle legazioni pontificie delle Marche e dell’Umbria. Grazie alla nuova organizzazione dell’esercito piemontese, in pochi giorni il 4º Corpo stanziato in Romagna venne spostato presso Rimini, e il 5°, in Toscana, si concentrò fra Arezzo e Sansepolcro. Fanti consegnò al generale Carlo Francesco Alliaud (1823 - ) la momentanea gestione del ministero della guerra e prese il comando della spedizione[68].
Al comando della spedizione in Umbria e nelle Marche (1860)
[modifica | modifica wikitesto]Dalle informazioni ricevute, Fanti stimava il totale effettivo dell’esercito pontificio in 25000 uomini, di cui 20000 in grado di operare in una campagna militare. Contro queste forze dispose, pertanto, di schierare 35000 uomini. Fanti decise di operare con due formazioni che, da due punti, battendo eventuali unità nemiche minori, avrebbero dovuto convergere nel punto in cui si concentrava il grosso dell’esercito pontificio (ovunque si trovasse), batterlo ed evitare che potesse raggiunge la città fortificata di Ancona, che sarebbe poi stata assediata[69].
L’11 settembre 1860 scadde l’ultimatum posto da Cavour allo Stato Pontificio di non ostacolare il processo di unità nazionale delle popolazioni locali oppresse da mercenari stranieri. Furono pertanto aperte le ostilità. Lo stesso 11 il 5º Corpo del generale Morozzo della Rocca si muoveva da Sansepolcro verso Città di Castello, in Umbria, mentre il 4° di Cialdini, con una divisione avanzava da San Giovanni in Marignano verso Fano, e con un'altra passava il confine a Cattolica marciando su Pesaro. Quest’ultima località fu presa l’11 e il giorno dopo il forte marittimo che la difendeva e Fano[70].
La presa di Perugia e la battaglia di Castelfidardo
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Fanti si aggregò alla colonna di Morozzo della Rocca e non esitò, il 14 settembre, a mettersi al comando di unità militari. Intanto Perugia era stata raggiunta dall’avanguardia del generale Maurizio Gerbaix de Sonnaz che aveva intimato la resa al generale mercenario svizzero Anton Schmidt von Altdorf. Fanti diede allora ordine a Della Rocca di aggirare Perugia con due brigate e portarsi sulla via di Foligno di modo da evitare la ritirata dei pontifici da quella parte, e, ponendosi alla testa di due reggimenti di Granatieri, due di bersaglieri e due batterie di cannoni, avanzò su Perugia. Studiata la piazzaforte, Fanti scoprì che da un’altura (presso il Convento dei Cappuccini) si poteva disporre non solo di un’ottima visuale, ma che si poteva anche colpire la cittadella fortificata senza danni per il centro abitato. Scaduta quindi la tregua concessa agli assediati, portatosi sull’altura con i cannoni, Fanti aprì il fuoco che tuttavia non si prolungò a lungo, perché dagli spalti fu subito chiesta la resa[71].
La fine dell’assedio portò alla cattura di 1700 pontifici, compreso il generale Schmidt. Il bottino ammontò a sei pezzi di artiglieria, molti cavalli, viveri e attrezzature. Veniva catturato, quindi, quel colonnello Schmidt che aveva un anno prima represso con la forza i moti di Perugia con saccheggi, stupri e la morte di decine di civili[72].
Nelle Marche, nel frattempo, Cialdini riceveva da Fanti l’ordine di occupare Osimo prima che vi arrivassero le truppe di Lamoricière dirette ad Ancona. Cosa che i bersaglieri fecero brillantemente all’alba del 16 settembre. Due giorni dopo, così, le truppe dei pontifici comandate da Lamorcière si scontrarono con i piemontesi di Cialdini nella decisiva battaglia di Castelfidardo che vide la fine della capacità operativa dell’esercito pontificio. Lamoricière, tuttavia, riusciva con alcune decine dei suoi a riparare ad Ancona. In Umbria, intanto, gli uomini del 5° Corpo avevano il 16 conquistato Spoleto[73].
L’assedio di Ancona
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Dopo nove giorni di guerra non rimanevano quindi che due dei Corpi pontifici: uno nel forte di San Leo e l’altro nella piazza fortificata di Ancona. Il primo si arrese ai piemontesi dopo un breve ma preciso cannoneggiamento il 24 settembre[74]; il secondo fu più combattivo, dato il numero adeguato di soldati in difesa, la presenza di Lamoricière e la speranza dei pontifici che le grandi potenze conservatrici potessero accorrere in loro aiuto.
Per l’assedio di Ancona, Fanti impiegò sia il 4º Corpo di Cialdini che il 5° di Della Rocca. Ma per rendersi bene conto delle difese della piazzaforte, il 23 settembre, dal suo quartier generale che si trovava a Loreto, andò a Porto Recanati e si imbarcò sulla Governolo per studiare, assieme al contrammiraglio Carlo Pellion di Persano, il piano da attuare per ridurre alla resa la piazzaforte. Il risultato di queste osservazioni convinse Fanti che le fortificazioni di Ancona e il loro armamento non fossero tali da poter resistere a lungo ad un attacco combinato da terra e dal mare. Ma l’elemento su cui puntava maggiormente Fanti era la qualità superiore dei suoi cannoni a canna rigata che consentivano, rispetto a quelli pontifici, una maggiore precisione[75].
Iniziò, così, il 23, un duello d’artiglieria: dalla piazzaforte i pontifici e da terra e dal mare i piemontesi. Il 26 le forze di terra attaccarono e i bersaglieri conquistarono la postazione fortificata della lunetta di Monte Pelago e la località strategica di Borgo Pio. Respinto un contrattacco nemico, i piemontesi il giorno seguente conquistarono il Lazzaretto, completando così una prima fase dell’assalto che indeboliva notevolmente la difesa della piazzaforte[76].
In attesa che venissero attivate più forti batterie da terra, Fanti chiese a Persano di bombardare con la flotta le artiglierie pontificie che avrebbero messo in crisi le difese di Borgo Pio e del Lazzaretto e che, infatti, il giorno 28 settembre, aprirono il fuoco sulle suddette postazioni piemontesi. Per contrastare l’azione nemica Persano inviò la Governolo, la Costituzione e la Vittorio Emanuele, alle quali pirofregate seguirono la Carlo Alberto e la Maria Adelaide. Il duello d’artiglieria continuò con alterne vicende, fin quando, un proiettile della Vittorio Emanuele non colpì la polveriera di una delle più munite casematte, provocando una forte esplosione e la morte di 150 soldati. Quasi contemporaneamente cedeva anche la catena che i pontifici avevano posto a difesa del porto, ciò che avrebbe consentito ai piemontesi uno sbarco dal mare. I cannoneggiamenti cessarono da ambo le parti e a mezzanotte dello stesso 28 Ancona si arrese con il generale Lamoricière e 6500 soldati[77].
L’invasione del Regno delle due Sicilie (1860)
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A questo punto, da più parti si levò il desiderio di non lasciare a Garibaldi tutto il peso e l’onore delle vicende nel Regno delle due Sicilie. Egli era infatti ormai disposto sulla difensiva a fronte di un esercito borbonico ben superiore al suo. Il rischio che si vanificasse l’Impresa dei Mille era concreto e Fanti, chiamato a Torino da Cavour, insistette perché venisse deciso l’intervento armato nelle province meridionali. Quando la decisione fu deliberata, a Fanti venne affidato il compito di organizzare la spedizione. Tuttavia, in considerazione che si doveva coordinare il movimento dei piemontesi con i volontari di Garibaldi, il comando passò formalmente al personaggio più autorevole, ovvero a re Vittorio Emanuele. Fanti fu comunque nominato Capo di Stato Maggiore e promosso generale d’armata[31][78].
Primo obiettivo dell’invasione del Regno delle Due Sicilie, Fanti stimò essere Isernia, nell’alta Valle del Volturno, a cui giungevano buone strade su cui potevano marciare le truppe piemontesi da Ancona, Spoleto e Terni. Da Isernia sarebbe stato più facile scendere più a sud e riuscire a dare manforte a Garibaldi, il cui esercito era schierato sulla sponda sinistra del Volturno. Quanto al nemico, Fanti stimava le forze borboniche dei presidi di Capua e Gaeta, unite a quelle disposte sul Volturno, consistenti in circa 40000 uomini, che raggiungevano i 45000-50000 soldati se si sommava tutto ciò di cui disponeva l’esercito di Francesco II. Considerando che Garibaldi disponeva di 21500 volontari, a cui si sarebbero aggiunti 5000 piemontesi inviati via mare, Fanti stimò sufficiente un contingente per la spedizione da nord di poco più di 25000 uomini[79].
L’avanzata piemontese fino a Capua
[modifica | modifica wikitesto]Il giorno 7 ottobre 1860 i Corpi di Cialdini e Della Rocca si mossero dallo Stato Pontificio verso sud. Fanti riteneva così di poter raccogliere ad Isernia entro il 24 quasi tutti i suoi 25000 uomini. La marcia che attraversò l’Abruzzo non incontrò particolare resistenza da parte dei borbonici, fin quando i piemontesi non arrivarono al passo appenninico che collega l’Abruzzo al Molise. Lì il 20 ottobre si combatté la battaglia del Macerone che vide i soldati di Cialdini impossessarsi di una posizione strategica e, lo stesso giorno, occupare Isernia[80].
Con questa sconfitta i borbonici perdevano ogni speranza di fermare i piemontesi all’imbocco della valle del Volturno. Intanto, il 22 ottobre era giunto ad Isernia il grosso del Corpo di Cialdini e, con questo, il quartier generale di Vittorio Emanuele II. Nel consiglio di guerra che si tenne, presenti Fanti e Cialdini, si deliberò di marciare per la strada che da Isernia passa per Venafro, taglia l’ansa del Volturno e lo raggiunge quasi alla foce per Teano. Mentre però i piemontesi si avvicinavano alla sponda destra del fiume battendo il 26 i borbonici presso Teano nella battaglia di San Giuliano, lo stesso giorno Garibaldi li batteva sulla sponda sinistra nella decisiva battaglia del Volturno. I borbonici si ritirarono così verso nord al di là del fiume Garigliano. L’ultimo nucleo di resistenza borbonica sul Volturno rimaneva Capua, verso la quale Fanti aveva inviato Della Rocca. Costui, unitosi ai volontari di Garibaldi, prese il comando dell’assedio e dopo un breve bombardamento espugnò la città che si arrese il 4 novembre[81].
La battaglia di Mola di Gaeta
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Dopo tali operazioni, Fanti valutò che i borbonici mantenevano accampati tra il Garigliano e il Monte di Scauri non meno di 20000 uomini. Tale concentrazione di forze convinse Fanti a non attraversare il fiume per attaccare frontalmente il nemico, ma di operare l’attraversamento in due diversi punti per convergere poi sui borbonici in una manovra di avvolgimento. Il Re fu d'accordo e Fanti si attivò per realizzare il piano[82].
Le due ali dell’avanzata furono affidate rispettivamente a Cialdini, che doveva passare il Volturno di fronte a Suio, e a De Sonnaz che doveva farlo a nord-ovest di Cellole. Il 2 novembre i due ponti mobili sul Garigliano erano ancora in fase di allestimento e quello a sud, di De Sonnaz, veniva costantemente preso di mira dalle truppe borboniche. Fanti decise allora di fare intervenire la flotta che iniziò immediatamente un pesante bombardamento sull’accampamento e sulle posizioni nemiche. I borbonici decisero pertanto di ritirarsi ancora più a nord e ripararono dietro i villaggi di Mola e Castellone, nei pressi della città di Formia. Nel frattempo i piemontesi attraversavano il Garigliano e si attestavano sulla sua sponda destra[83].
Per impedire che le truppe borboniche ancora sul campo riparassero a nord verso Itri, Fanti decise di attaccarle da terra e dal mare vigorosamente. Così facendo le avrebbe costrette a ripararsi nella vicina fortezza di Gaeta, il cui assedio avrebbe poi portato alla fine dell’esercito borbonico e dell’ultima sua resistenza. Il 4 novembre le truppe di De Sonnaz, fra le quali figuravano lui e Fanti in avanguardia, si scontrarono presso Mola di Gaeta con i borbonici. Dopo alterne vicende, senza aspettare le forze di Cialdini che si attardavano, Fanti ordinò l’attacco generale e De Sonnaz comandò l’assalto alla baionetta lungo tutto il fronte della battaglia. Esposti entrambi al pericolo di essere colpiti, i due generali seguirono di presso i combattimenti e ottennero una decisiva vittoria. Le truppe borboniche, scompigliate, si ritirarono verso Gaeta per poi ripararsi dentro le sue mura[84].
Per l’impegno profuso in azione e per l’intuizione tattica dimostrata, Fanti fu insignito della Medaglia d’oro al valor militare[31][85].
Le questioni dell’esercito borbonico e di quello meridionale (1860)
[modifica | modifica wikitesto]Il 7 novembre 1860, poiché nessuna unità nemica teneva più il campo, Vittorio Emanuele II lasciava il teatro delle operazioni e si recava a Napoli dove, qualche giorno prima, il plebiscito aveva stabilito l’unione del meridione d’Italia al Regno di Sardegna. Fanti rimase a disporre il Corpo che avrebbe posto l’assedio a Gaeta e il 9 seguì il Re a Napoli. Per questo e gli altri assedi (di Messina e Civitella del Tronto), dispose, come ministro della guerra, affinché le truppe assedianti operassero per il meglio[86].
I primi due importanti problemi che Fanti dovette affrontare dopo la fine della spedizione furono: l’eventuale assorbimento dell’esercito borbonico in quello sabaudo e la parificazione o meno dei soldati garibaldini a quelli dell’esercito ordinario.
L’esercito borbonico
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Gli effettivi dell’esercito borbonico che erano a disposizione del Regno di Sardegna ammontavano a 15-16000 uomini (fra prigionieri e di leva da richiamare). Fanti era convinto che tale quantitativo, per la maggior parte, era costituito da militari ostili all’idea dell’unità nazionale. Ciò valeva sia per i soldati semplici che per i sottoufficiali e gli ufficiali. Fanti avversò quindi l’idea di mantenere autonoma tale forza e, anzi, ne sollecitò una graduale integrazione nel nascente esercito italiano[87].
Propose, quindi, che venissero chiamati alla leva solo le classi più giovani. Per quanto riguarda gli ufficiali propose che chi voleva poteva prendere servizio nell’esercito regolare previo giudizio positivo di una commissione mista di ufficiali piemontesi ed ex borbonici sotto la presidenza del generale calabrese Roberto de Sauget. Tale soluzione consentì all’esercito italiano di beneficiare di un ristretto ma scelto gruppo di ex ufficiali borbonici che portarono un notevole contributo in tutte le discipline[31][88].
L’esercito meridionale
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Più delicata e foriera di difficoltà fu la questione dell’esercito meridionale garibaldino, che si voleva fosse parificato nei gradi e nelle mansioni a quello che sarebbe diventato di lì a poco l’esercito italiano. Fanti, mettendosi contro l’opinione pubblica, giudicò la parificazione un passo quanto meno intempestivo. La prima motivazione riguardava la diversa modalità di promozioni che si erano largamente elargite nell’esercito garibaldino; ciò che avrebbe urtato la sensibilità dei militari di carriera dell’esercito sabaudo. La seconda motivazione era la considerazione che in altre epoche e in altri Paesi, mai i volontari erano stati integrati nell’esercito regolare dopo una guerra; questo perché il volontario, che per sua natura scendeva facilmente in campo, non sopportava la vita sedentaria della caserma. La terza motivazione era di ordine politico: un esercito esteso a forze rivoluzionarie sarebbe stato sgradito alle potenze conservatrici, di cui l’Italia nascente aveva politicamente bisogno[89].
Vittorio Emanuele II non si espresse in merito, ma ci furono personalità come Farini, luogotenente nel Mezzogiorno, e il generale Della Rocca, che non condividevano l’impostazione di Fanti e sostenevano la parificazione. Decise pertanto il Consiglio dei ministri che, sotto la guida di Cavour, respinse la domanda di parificazione dei garibaldini. Veniva pertanto costituito il “Corpo dei Volontari Italiani”, per il quale era prevista una ferma di due anni. Gli ufficiali sarebbero però stati sottoposti a una commissione che avrebbe giudicato sulla loro permanenza o meno. Quanto ai sottufficiali e soldati semplici essi potevano scegliere se rimanere o tornare a casa. In quest’ultimo caso avevano diritto a tre mesi di stipendio (come aveva disposto Fanti), che vennero portati a sei per volontà del Re, ai quali venne aggiunto un importo pari a sei mesi di razione di viveri. Il risultato fu che dei 51400 volontari dell’esercito meridionale, dopo due mesi ne rimanevano sotto le armi, fra sottufficiali e soldati, 238[31][90].
Ministro della guerra all’unificazione italiana (1860-1861)
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Nella prospettiva negli anni a venire di disporre di un esercito di circa 300000 uomini, di cui 100000 di seconda linea, Fanti ritenne che la fanteria fosse l’arma che aveva maggiore necessità di essere riformata. Egli riteneva che la forza dei battaglioni, di circa 600 uomini, non corrispondesse alle esigenze della guerra moderna e ritenne di allinearsi agli standard degli eserciti europei, i cui battaglioni ammontavano a 8-900 uomini. Fanti ritenne anche che le compagnie dovessero essere ridotte di organico e stabilì, quindi, che la formazione di ogni battaglione dovesse comprendere non più 4 ma 6 compagnie. Il reggimento, il cui organico poteva rimanere quello esistente, vide così diminuire il numero dei suoi battaglioni a 3[91].
Per quanto riguarda le altre armi, Fanti propose un rafforzamento della cavalleria portando il numero degli squadroni per ognuno dei 17 reggimenti da 4 a 6; per l’artiglieria si sarebbe formato un reggimento Pontieri; per il Genio si sarebbe provvisto a formare 2 reggimenti di Zappatori; e per la riorganizzazione dello Stato Maggiore, Fanti pensò ad una scuola di formazione apposita. In conclusione, grazie all’apporto delle nuove province del Regno, l’esercito avrebbe contato su 3 nuove divisioni, da raggruppare in un nuovo Corpo d’armata[92].
La proposta di Fanti per il nuovo ordinamento era del 24 gennaio 1861. Il 17 marzo nacque il Regno d’Italia con a capo Vittorio Emanuele II. Il 23 dello stesso mese il generale Alfonso La Marmora, da sempre convinto che l’esercito piemontese dovesse avere unità piccole, in una seduta della Camera dei Deputati criticò severamente il nuovo ordinamento. Alla votazione, la Camera respinse l’interpellanza di La Marmora e la legge passò. Con la morte però di Cavour, avvenuta il 6 giugno, si formò un nuovo governo e l’ordinamento di Fanti dopo poco fu smantellato per tornare a quello piemontese, con una forza complessiva inferiore di 24000 uomini[31][93].
Ma quando si fu costretti a scendere in campo per la terza guerra d’indipendenza, nel 1866, il governo fu costretto a formare nuovi reggimenti e ad aumentare il numero dei piccoli battaglioni a 5 o 6 per ogni reggimento, e di ciò ne risentì la tenuta generale dell’esercito[94].
Gli ultimi anni (1861-1865)
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Intanto Fanti cominciava a soffrire del male che lo avrebbe condotto alla morte, mentre altre difficoltà politiche si presentavano sul suo cammino. L’11 aprile 1861 era stato approvato il decreto con il quale ai militari dell’esercito meridionale di Garibaldi veniva rifiutata la parificazione e l’assorbimento nell’esercito italiano. Garibaldi si rifiutò di accettare la situazione e presentò alla Camera una proposta di legge intitolata L’Armamento nazionale. A questo rispose l’ordine del giorno del deputato Bettino Ricasoli che difendeva, invece, la legge di Fanti. L’ordine del giorno fu votato e passò con 140 voti su 273 votanti. Il 4 maggio 1861 Fanti proclamava così la formazione dell’Esercito Nazionale che il 2 giugno fu nominato “Esercito italiano”. Non passarono però che pochi giorni e il 6 giugno moriva Cavour e con lui il principale sostegno politico di Fanti, che tre giorni dopo rassegnò le dimissioni[95].
La strategia difensiva dell'Italia
[modifica | modifica wikitesto]Intanto, per volontà di Vittorio Emanuele II, Fanti il 29 febbraio 1860 era stato nominato senatore e, poco più tardi, insignito della Gran Croce di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Lasciato il governo, e dopo un incarico a Parigi, il 16 aprile 1862 fu nominato comandante del 5° Dipartimento Militare, con sede a Firenze, a cui facevano riferimento la Toscana e l’Umbria. Nello stesso anno, a richiesta del Ministero della guerra, scrisse una memoria sul sistema di difesa territoriale da adottarsi sulla frontiera austriaca[96].
Egli era convinto che sarebbe stato più efficace portare l’offensiva principale dal basso Po invece che dal Mincio, preferendo l’assalto alla difesa fortificata. Ancora una volta sarà Alfonso La Marmora a rifiutare questa strategia, in contrasto con Cialdini, che invece l’appoggiava. Le decisioni prese durante la Campagna del 1866 da La Marmora dimostreranno la correttezza delle intuizioni di Fanti[31][97].
Il peggioramento delle condizioni fisiche
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Nel frattempo le condizioni di salute di Fanti si aggravavano, soprattutto ne risentivano i bronchi e i polmoni. I medici gli prescrissero delle cure termali e di consultare alcuni rinomati medici francesi. Partito per Parigi, nel luglio 1863, i medici d’oltralpe gli prescrissero cure termali che, però, non sembrarono giovargli. Tornato in Italia, il celebre professore Pietro Cipriani gli prescrisse di trascorrere l’inverno in Egitto, dove Fanti giunse il 17 novembre 1863. Avutone modesti miglioramenti, e tornato in Italia, Fanti trascorse l’estate e l’autunno del 1864 a Livorno, dove il clima marittimo avrebbe dovuto giovargli. Ciò che avvenne in minima parte. Nella primavera successiva si aggravò ulteriormente e il 5 aprile 1865 morì, a 59 anni[31][98].
Il governo dispose per i funerali solenni a Firenze, il cui municipio chiese di tumulare la salma nella Basilica di Santa Croce. Ma nel testamento Fanti aveva chiesto di essere seppellito nella sua città natale, a Carpi, dove attualmente riposa nella Basilica di Santa Maria Assunta. Tuttavia, dopo il funerale, soldati e ufficiali dell’Esercito italiano versarono un contributo per consacragli a Firenze un grande monumento, che fu realizzato da Pio Fedi ed eretto nel 1873 in Piazza San Marco[31][99]. Successivamente un monumento in ricordo di Fanti fu eretto anche a Carpi, presso il Duomo, poi spostato nel parco cittadino.
Onorificenze
[modifica | modifica wikitesto]Manfredo Fanti fu insignito di numerose onorificenze. Queste quelle di cui si ha riscontro in fonti autorevoli[100][101]:
Onorificenze sabaude
[modifica | modifica wikitesto]Onorificenze straniere
[modifica | modifica wikitesto]Note
[modifica | modifica wikitesto]Esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Dipinto di Adolphe Yvon.
- ↑ Dipinto di Luigi Norfini.
- ↑ Dipinto di Antonio Ciseri.
- ↑ Dipinto di Silvestro Lega.
- ↑ Dipinto di Horace Vernet.
- ↑ Dipinto di Giovanni Gallucci.
- ↑ Dipinto di Carlo Arienti.
- ↑ Dipinto di Filippo Palizzi.
- ↑ Dipinto di Carlo Giulini (1826-1887) .
Bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Carandini, pp. 10, 12-13.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 Dizionario, p. 36.
- ↑ Carandini, p. 26.
- ↑ Carandini, pp. 27, 29.
- ↑ Carandini, pp. 33-34.
- ↑ Carandini, p. 37.
- ↑ Carandini, p. 40.
- ↑ Carandini, p. 41.
- ↑ Carandini, pp. 42, 46-47, 49.
- ↑ Carandini, pp. 49-50.
- ↑ Carandini, pp. 50-51.
- ↑ Carandini, pp. 51-52.
- ↑ Carandini, pp. 53-54.
- ↑ Carandini, p. 54.
- ↑ Carandini, pp. 55-57.
- ↑ Carandini, p. 58.
- ↑ Carandini, pp. 63-64.
- ↑ Carandini, pp. 67-68.
- ↑ Carandini, p. 70.
- ↑ Carandini, pp. 71-72.
- ↑ Carandini, pp. 73-75.
- ↑ Carandini, pp. 97, 101-102.
- ↑ Pieri, pp. 286-288.
- ↑ Pieri, pp. 287-288.
- ↑ Pieri, p. 288.
- ↑ Carandini, pp. 118, 122-124.
- ↑ Carandini, pp. 156, 159, 161
- ↑ Carandini, p. 126.
- ↑ Carandini, pp. 162, 165.
- ↑ Carandini, pp. 167-169.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 Dizionario, p. 37.
- ↑ Carandini, pp. 169-171.
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- ↑ Giglio, pp. 246-247.
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- ↑ Pieri, pp. 609-610.
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- ↑ Giglio, pp. 320-321.
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- 1 2 Pieri, p. 618.
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- ↑ Carandini, pp. 423-425.
- ↑ Carandini, pp. 430-432.
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- ↑ Carandini, pp. 433-434, 436-437.
- ↑ Carandini, pp. 438-439.
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- ↑ Carandini, pp. 464-469.
- ↑ Carandini, pp. 473-474, 477-479.
- ↑ Carandini, p. 479.
- ↑ Sito del Senato della Repubblica: Manfredo Fanti – Onorificenze., su patrimonio.archivio.senato.it.
- ↑ Sito del Senato della Repubblica: Manfredo Fanti – Servizi bellici - Decorazioni, su patrimonio.archivio.senato.it.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Federico Carandini, Manfredo Fanti. Sua vita, Verona, Stabilimento Giuseppe Civelli, 1872.
- Giustiniano Degli Azzi, Fanti Manfredo, in Dizionario del Risorgimento nazionale. Dalle origini a Roma capitale. (Vol. III, Le persone E-Q), Milano, Casa Editrice Dottor Francesco Vallardi, 1930.
- Vittorio Giglio, Il Risorgimento nelle sue fasi di guerra, Vol. I, 2 voll, Milano, Vallardi, 1948.
- Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962.
- Frederick C. Schneid, La seconda guerra d'indipendenza italiana 1859-1861, Gorizia, Leg Edizioni, 2015, ISBN 978-88-6102-304-8. Edizione originale (in inglese): The Second War of Italian Unification, Oxford, Osprey Publishing, 2010.
Voci correlate
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Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Manfredo Fanti
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Fanti, Manfredo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Alberto Baldini, FANTI, Manfredo, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932.
- Fanti, Manfredo, in L'Unificazione, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011.
- (EN) Manfredo Fanti, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- Vincenzo Caciulli, FANTI, Manfredo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 44, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1994.
- (ES) Manfredo Fanti, in Diccionario biográfico español, Real Academia de la Historia.
- Opere di Manfredo Fanti, su MLOL, Horizons Unlimited.
- Manfredo Fanti, su storia.camera.it, Camera dei deputati.
- FANTI Manfredo, su Senatori d'Italia, Senato della Repubblica.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 72807638 · ISNI (EN) 0000 0000 6138 9014 · SBN LO1V062564 · BAV 495/98684 · CERL cnp02074136 · LCCN (EN) n84223018 · GND (DE) 1034060198 · BNE (ES) XX1444875 (data) |
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