Principato di Pontecorvo
| Principato di Pontecorvo | |
|---|---|
| Dati amministrativi | |
| Lingue parlate | italiano dialetto laziale meridionale |
| Capitale | |
| Dipendente da | |
| Politica | |
| Forma di governo | principato |
| Nascita | 5 giugno 1806 con Jean-Baptiste Jules Bernadotte |
| Causa | istituzione del principato e investitura di Bernadotte |
| Fine | 17 maggio 1815 con Napoleone Luciano Carlo Murat |
| Causa | restaurazione dell'autorità pontificia |
| Territorio e popolazione | |
| Massima estensione | circa 88 km² nel XIX secolo |
| Economia | |
| Risorse | agricoltura, allevamento, ceramica |
| Commerci con | Regno di Napoli |
| Religione e società | |
| Religione di Stato | Cattolicesimo |
| Classi sociali | nobiltà, clero, popolo |
| Evoluzione storica | |
| Preceduto da | |
| Succeduto da | |
| Ora parte di | |
Il principato di Pontecorvo fu un piccolo Stato principesco istituito da Napoleone I il 5 giugno 1806 sul territorio dell'antica enclave di Pontecorvo, appartenente allo Stato Pontificio e interamente circondata dal Regno di Napoli. Costituito nell'ambito della riorganizzazione napoleonica dell'Italia meridionale, fu attribuito inizialmente al maresciallo Jean-Baptiste Jules Bernadotte, al quale Napoleone conferì il titolo di principe e duca di Pontecorvo.[1]
Il principato, pur dotato di una propria amministrazione, rientrava nel sistema politico dell'Impero napoleonico e costituiva uno dei feudi principeschi creati da Napoleone in Italia. La sua posizione giuridica era analoga a quella del contemporaneo principato di Benevento, concesso nello stesso giorno a Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord.[2]
Bernadotte mantenne la sovranità sul principato fino al 1810. Dopo la sua elezione a principe ereditario di Svezia, avvenuta il 21 agosto dello stesso anno, rinunciò al titolo e ai diritti su Pontecorvo; il territorio tornò quindi temporaneamente alla diretta disponibilità della Corona imperiale.[3]
Il 5 dicembre 1812 Napoleone conferì il principato a Napoleone Luciano Carlo Murat, secondo figlio di Gioacchino Murat, re di Napoli, e di Carolina Bonaparte, che divenne così il secondo principe di Pontecorvo. Il principe, nato nel 1803, era ancora minorenne e l'amministrazione effettiva del territorio rimase pertanto strettamente connessa al sistema politico murattiano e napoleonico.
Con il crollo dell'ordine napoleonico in Italia nel 1815, il principato cessò di esistere. Il 17 maggio le truppe austriache entrarono a Pontecorvo e vi ristabilirono l'autorità pontificia.[4] La restituzione venne quindi sancita sul piano internazionale dall'articolo 103 dell'Atto finale del Congresso di Vienna, sottoscritto il 9 giugno 1815, che dispose il ritorno di Pontecorvo e Benevento alla Santa Sede.[5]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Dall'enclave pontificia all'occupazione francese
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Prima dell'istituzione del principato napoleonico, Pontecorvo costituiva da secoli un possedimento della Santa Sede. Dopo essere stata a lungo contesa tra diversi poteri feudali e territoriali dell'Italia meridionale, nel 1463 la città era entrata stabilmente a far parte dello Stato Pontificio, del quale costituiva un'exclave interamente circondata dal territorio del Regno di Napoli, in una situazione territoriale analoga a quella di Benevento.[6]
La particolare posizione geografica di Pontecorvo, posta lungo una delle principali direttrici di collegamento tra Roma e Napoli ma politicamente separata dal territorio circostante, la rese ripetutamente oggetto delle mire della monarchia napoletana. La sua condizione divenne particolarmente problematica durante le guerre rivoluzionarie e napoleoniche, quando il tradizionale equilibrio politico della penisola italiana venne sconvolto dall'espansione francese.
Nel 1799, durante l'esperienza della Repubblica Romana, Pontecorvo fu temporaneamente inserita nel nuovo ordinamento repubblicano come cantone del dipartimento del Circeo. La successiva restaurazione riportò la città sotto il governo pontificio, ma la situazione mutò nuovamente nel 1806, quando le armate francesi invasero il Regno di Napoli, costringendo Ferdinando IV di Borbone a rifugiarsi in Sicilia. Napoleone assegnò quindi il trono napoletano al fratello Giuseppe Bonaparte e procedette contemporaneamente a una profonda riorganizzazione politica dell'Italia meridionale.
In questo contesto anche Pontecorvo e Benevento furono sottratte alla sovranità della Santa Sede. Napoleone, anziché incorporarle nel nuovo Regno di Napoli, decise tuttavia di trasformare le due enclavi pontificie in altrettanti principati da assegnare a due dei suoi più importanti collaboratori.
Il principato di Bernadotte
[modifica | modifica wikitesto]Con decreto imperiale del 5 giugno 1806, emanato dal palazzo di Saint-Cloud, Napoleone I conferì Pontecorvo al maresciallo dell'Impero Jean-Baptiste Jules Bernadotte, distintosi nelle campagne napoleoniche e, in particolare, nella guerra della Terza coalizione.
Lo stesso giorno Benevento venne attribuita al ministro degli affari esteri Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, creando così due entità politiche dalla posizione giuridica sostanzialmente analoga. Napoleone spiegò la propria decisione anche con la volontà di porre fine alle controversie che la presenza delle due enclavi pontificie aveva storicamente provocato tra Roma e Napoli.
Il decreto attribuiva a Bernadotte la «principauté de Ponte-Corvo» con il titolo di principe e duca di Pontecorvo, da possedere in piena proprietà e sovranità e, contemporaneamente, quale feudo immediato della Corona imperiale. Il principato veniva quindi inserito nel sistema feudale e dinastico creato da Napoleone attorno all'Impero francese, pur mantenendo una propria distinta individualità territoriale e amministrativa.
L'investitura aveva carattere ereditario: Bernadotte avrebbe potuto trasmettere il principato ai propri discendenti maschi, legittimi e naturali, secondo l'ordine di primogenitura. In caso di estinzione della discendenza maschile, la facoltà di disporre nuovamente di Pontecorvo sarebbe ritornata all'imperatore. Il principe era inoltre tenuto a prestare personalmente a Napoleone giuramento di fedeltà come «buono e leale suddito», obbligo che avrebbe dovuto essere rinnovato da ciascuno dei suoi successori.
L'istituzione del principato rispondeva pertanto a una duplice finalità. Da un lato eliminava una delle anomalie territoriali rappresentate dalle enclavi pontificie all'interno del Regno di Napoli; dall'altro permetteva a Napoleone di ricompensare Bernadotte, elevandolo al rango principesco e inserendolo nell'aristocrazia del nuovo ordine imperiale.
Il maresciallo, sposato dal 1798 con Désirée Clary, cognata di Giuseppe Bonaparte, non stabilì tuttavia una propria corte permanente a Pontecorvo e continuò a essere prevalentemente impegnato nelle campagne militari e negli incarichi affidatigli dall'imperatore. Il governo quotidiano del piccolo Stato fu pertanto esercitato attraverso rappresentanti e funzionari locali. Il palazzo già utilizzato dai governatori pontifici, divenuto successivamente sede municipale, costituì il centro politico e amministrativo del principato.[7]
L'amministrazione napoleonica introdusse nel territorio alcuni dei principi istituzionali derivati dalla Rivoluzione francese e dal nuovo ordinamento imperiale. Il governo locale venne riorganizzato e furono progressivamente superate diverse strutture dell'antico regime pontificio. La nuova amministrazione mantenne tuttavia una forte componente locale: il principe, assente dal territorio, esercitava infatti la propria autorità attraverso funzionari pontecorvesi e rappresentanti incaricati di governare in suo nome.
La titolarità di Bernadotte su Pontecorvo durò poco più di quattro anni. Nel 1810 la politica europea offrì al maresciallo una prospettiva assai più importante. La Svezia, il cui re Carlo XIII era privo di eredi, doveva individuare un nuovo successore al trono. Dopo la morte improvvisa del precedente principe ereditario Carlo Augusto di Augustenburg, l'attenzione di una parte della classe dirigente svedese si rivolse proprio a Bernadotte, la cui reputazione militare e politica lo rendeva un candidato particolarmente autorevole.
Il 21 agosto 1810 il Riksdag degli Stati lo elesse principe ereditario di Svezia. Bernadotte accettò l'elezione, si trasferì quindi a Stoccolma e assunse il nome di Carlo Giovanni. L'ingresso nella casa reale svedese comportò la rinuncia alla posizione precedentemente detenuta nel sistema imperiale napoleonico e, conseguentemente, al principato di Pontecorvo.
Bernadotte non divenne immediatamente re: esercitò invece per diversi anni un ruolo predominante nel governo svedese durante il regno dell'anziano Carlo XIII e salì formalmente al trono soltanto nel 1818, assumendo il nome di Carlo XIV Giovanni di Svezia. Da lui discende l'attuale casa reale di Svezia.
Il ritorno alla Corona imperiale
[modifica | modifica wikitesto]Con la rinuncia di Bernadotte, il 21 agosto 1810, il principato ritornò alla disponibilità di Napoleone. Venuta meno l'investitura personale del maresciallo, Pontecorvo fu ricondotta direttamente nell'orbita amministrativa dell'Impero francese, situazione che perdurò per oltre due anni.
La rinuncia comportò anche la necessità di regolare gli interessi patrimoniali di Bernadotte. Come compensazione per Pontecorvo e per altre dotazioni di cui disponeva, in particolare in territorio polacco, gli fu promessa un'indennità complessiva di tre milioni di franchi; secondo le fonti, tuttavia, egli ne avrebbe effettivamente ricevuto soltanto una parte, pari a circa un milione.[8]
La perdita del principato segnò anche il progressivo distacco politico di Bernadotte da Napoleone. Divenuto principe ereditario svedese, l'ex maresciallo francese finì infatti per perseguire gli interessi della sua nuova patria e, durante le fasi conclusive delle guerre napoleoniche, si schierò contro il suo antico imperatore.
Pontecorvo rimase invece legata al sistema napoleonico. La sua posizione geografica, completamente circondata dal Regno di Napoli, rendeva particolarmente forte l'influenza della monarchia napoletana, passata nel 1808 da Giuseppe Bonaparte a Gioacchino Murat, cognato di Napoleone.
Il principato di Luciano Murat
[modifica | modifica wikitesto]La seconda fase del principato ebbe inizio il 5 dicembre 1812, quando Napoleone decise di disporre nuovamente del territorio e attribuirlo a Napoleone Luciano Carlo Murat, secondogenito di Gioacchino Murat, re di Napoli, e di Carolina Bonaparte, sorella dell'imperatore.
Con apposito decreto imperiale il giovane Luciano venne investito del titolo di principe di Pontecorvo.[9] Nato nel 1803, il nuovo titolare aveva appena nove anni e non poteva pertanto esercitare personalmente le funzioni di governo. La sua sovranità ebbe quindi carattere essenzialmente dinastico e nominale, mentre l'amministrazione effettiva del territorio rimase inevitabilmente condizionata dalla vicinanza e dall'influenza del Regno di Napoli governato dal padre.
L'attribuzione a Luciano Murat inseriva Pontecorvo nel sistema dinastico che Napoleone aveva costruito in Europa attraverso l'assegnazione di regni, ducati e principati ai membri della propria famiglia e ai più fedeli collaboratori. La posizione del principato risultava tuttavia sempre più precaria, poiché proprio negli stessi anni l'ordine napoleonico cominciava rapidamente a disgregarsi.
Dopo la disastrosa campagna di Russia del 1812 e le sconfitte subite dalla Francia nel 1813, Gioacchino Murat cercò infatti di salvaguardare il proprio trono prendendo progressivamente le distanze da Napoleone. L'11 gennaio 1814 concluse un trattato di alleanza con l'Impero austriaco, schierandosi formalmente contro il cognato. La posizione di Pontecorvo, territorialmente compresa nel Regno murattiano ma appartenente al sistema imperiale francese, divenne conseguentemente ancora più anomala.
La caduta di Napoleone nella primavera del 1814 privò il principato del principale fondamento politico della sua esistenza. Murat riuscì inizialmente a conservare il trono di Napoli, ma il ritorno di Napoleone dall'isola d'Elba nel marzo 1815 modificò nuovamente gli equilibri. Il re di Napoli tentò allora di assumere l'iniziativa militare nella penisola, lanciando la guerra austro-napoletana e rivolgendosi agli italiani con il proclama di Rimini.
La sconfitta murattiana nella battaglia di Tolentino, combattuta il 2 e 3 maggio 1815, determinò il rapido crollo del Regno di Napoli e rese ormai impossibile la sopravvivenza del principato di Luciano.
La restaurazione pontificia
[modifica | modifica wikitesto]Nel maggio 1815, mentre il regime murattiano si dissolveva sotto l'avanzata delle forze austriache, anche Pontecorvo venne sottratta definitivamente al sistema napoleonico. Le truppe austriache entrarono nel territorio e vi ristabilirono l'autorità della Santa Sede, ponendo fine al governo istituito nel 1806.
La scomparsa del principato fu quindi anzitutto conseguenza militare e politica della caduta dell'ordine napoleonico in Italia. La sistemazione internazionale definitiva arrivò poche settimane più tardi con il Congresso di Vienna.
L'articolo 103 dell'atto finale, sottoscritto il 9 giugno 1815, stabilì infatti la restituzione al papa Pio VII delle Legazioni, delle Marche, di Camerino e delle dipendenze pontificie, disponendo espressamente che anche Benevento e Pontecorvo fossero restituite alla Santa Sede.[10] Sul piano del diritto internazionale veniva così definitivamente cancellata la sistemazione territoriale imposta da Napoleone nove anni prima.
Con la restaurazione pontificia cessò quindi il titolo sovrano di principe di Pontecorvo detenuto da Luciano Murat e il territorio tornò alla condizione precedente al 1806, nuovamente come exclave dello Stato Pontificio circondata dal restaurato Regno delle Due Sicilie.
Il ritorno sotto la sovranità pontificia non significò tuttavia un completo ritorno alla situazione politica precedente. Gli anni della dominazione francese avevano introdotto nella società locale nuove strutture amministrative e, soprattutto, avevano favorito la diffusione di idee costituzionali e liberali destinate a riemergere negli anni successivi.
La restaurazione fu accolta con malcontento da una parte della popolazione e si verificarono disordini e manifestazioni ostili alle autorità pontificie, che la tradizione storiografica locale ha collegato anche alla diffusione della Carboneria.[11] Le autorità restaurate riuscirono tuttavia a ristabilire il controllo del territorio.
Pontecorvo tornò così a essere governata, in nome del pontefice, da un delegato pontificio. La parentesi napoleonica era formalmente conclusa, ma l'opposizione al governo della Santa Sede continuò a manifestarsi negli anni seguenti e raggiunse il proprio culmine durante i moti costituzionali del 1820-1821, quando la forte presenza carbonara locale avrebbe provocato una nuova e temporanea crisi dell'autorità pontificia.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Décret qui transfère à M. Talleyrand le titre de prince et duc de Bénévent, et au maréchal Bernadotte le titre de prince et duc de Ponte-Corvo, su heraldica.org, 5 giugno 1806. URL consultato il 19 agosto 2026.
- ↑ Napoleone I imperatore, su Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 19 agosto 2026.
- ↑ Cenni storici, su Comune di Pontecorvo. URL consultato il 19 agosto 2026.
- ↑ Pontecorvo e il Congresso di Vienna, su interno28.com, 5 luglio 2020. URL consultato il 19 agosto 2026.
- ↑ Atto finale del Congresso di Vienna fra le cinque grandi potenze, 1815, p. 62.
- ↑ Federici, p. 4.
- ↑ Moroni, p. 32.
- ↑ Supplemento alla Nuova enciclopedia popolare con appendice, p. 59.
- ↑ (EN) Guy Stair Sainty, History of the Princes Murat (King of Naples), su chivalricorders.org (archiviato dall'url originale il 7 febbraio 2008).
- ↑ Moroni, vol. V, p. 113.
- ↑ Ohnmeiss, p. 48.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Supplemento alla Nuova enciclopedia popolare con appendice, Torino, cugini Pompa e comp. Editori, 1851.
- Vincenzo Federici, Gli Statuti di Pontecorvo, ed. Abbazia di Montecassino, 2006.
- Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino..., Venezia, 1979.
- Ernesto Ravvitti (conte), Delle recenti avventure d'Italia, Bologna, Tipografia Emiliana, 1864.
- Edoardo Ohnmeiss, Federico Borromeo Gioacchino Murat e la fine della dominazione napoleonica in Italia, Napoli, 1991.
- Archivio storico lombardo
- R. Deputazione di storia patria per la Lombardia, Società storica lombarda, Milano 1904.
- Attilio Zuccagni-Orlandini, Corografia fisica, storica e statistica dell'Italia e delle sue isole, Volume 10, Firenze, 1843.

