Li chiamarono... briganti!

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Li chiamarono... briganti!
Li chiamarono briganti.jpg
Carmine Crocco incita i suoi uomini alla lotta
Titolo originaleLi chiamarono... briganti!
Lingua originaleitaliano
Paese di produzioneItalia
Anno1999
Durata129 min
Generestorico, drammatico
RegiaPasquale Squitieri
SoggettoPasquale Squitieri
SceneggiaturaPasquale Squitieri
Casa di produzioneVidi
Distribuzione (Italia)Medusa Film
MusicheLuigi Ceccarelli,
ScenografiaGiuseppe Carocci, Giuliano Soldiveri
CostumiMario Carlini, Francesco Crivellini, Costanza Licenziati
TruccoRaul Ranieri
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Li chiamarono... briganti! è un film storico del 1999 diretto da Pasquale Squitieri, incentrato sulle vicende del brigante lucano Carmine Crocco.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la spedizione dei mille e l'unità d'Italia, il meridione è sconvolto da una guerra civile che vede il regio esercito italiano e la guardia nazionale impiegati contro bande di briganti, composte perlopiù da braccianti disperati ed ex militari del regno borbonico. Tra i rivoltosi si distingue Carmine Crocco, un popolano originario di Rionero in Vulture. Tornato al proprio paese, questi scopre che il potere ha sempre la stessa faccia: con il nuovo re Savoia, la situazione economica e sociale non è affatto cambiata e la classe dominante, in passato fedele al re Borbone, continua a mantenere i propri privilegi ed ha le mani libere per speculare ed opprimere la gente. Crocco, già ricercato per aver ucciso un uomo che aveva umiliato sua sorella, ha combattuto con Garibaldi, sperando di ottenere l'amnistia e l'arruolamento nella guardia nazionale come promesso dal nuovo governo. Ma la parola non viene mantenuta e Crocco viene arrestato ma con l'aiuto della Chiesa e di notabili legati al vecchio regime viene subito liberato.

Crocco è amareggiato per la promessa mancata del nuovo governo e gli esponenti legittimisti, vedendo in lui una grande dote di leader, lo convincono a diventare il capo della reazione antiunitaria. Sposando la causa dei Borbone, Crocco comanda una masnada composta prevalentemente da persone disagiate con l'ausilio dei suoi luogotenenti Ninco Nanco, Caruso e la consorte Filomena, conquistando e saccheggiando la zona del Vulture in nome del re Francesco II.

Intanto, il governo italiano incarica il generale Enrico Cialdini di eliminare il brigantaggio. Cialdini si distingue con metodi spietati: ordina sequestri di beni di prima necessità per le popolazioni, la fucilazione immediata di chiunque sia in possesso di armi non denunciate e impone stermini di massa ove non vengono risparmiati neanche i civili poiché accusati di complicità con i briganti. I suoi metodi estremi vengono contestati dal caporale dei carabinieri Nerza, benché costretto ad obbedire agli ordini superiori, ma ciò non distoglie Cialdini dal suo obiettivo. Cialdini verrà tuttavia sollevato dall'incarico per l'eccessiva brutalità e verrà sostituito dal suo pari grado Emilio Pallavicini.

Crocco riceve il generale spagnolo José Borjes, mandato dal generale borbonico Tommaso Clary per conto di Francesco II, con l'obiettivo di trasformare le sue bande in un vero e proprio esercito. Tra i due però i rapporti sono precari e, nonostante alcuni successi in battaglia, il sodalizio durerà poco, poiché Crocco si sente sfruttato e strumentalizzato dal governo borbonico in esilio, decidendo così di interrompere la collaborazione con il generale e tornare nei boschi.

Intanto Caruso sparisce all'insaputa di tutti, costituendosi presso le autorità e sperando in un provvedimento di clemenza. Essendo a conoscenza dei nascondigli e delle tattiche dei briganti, Caruso rappresenta un componente essenziale per sconfiggere le bande e viene affidato al caporale Nerza per condurre i soldati italiani nei loro rifugi. Il tradimento di Caruso, nonché il voltafaccia dei notabili filoborbonici e della Chiesa che avevano incoraggiato e finanziato il brigantaggio, segnano la fine delle bande e Crocco, davanti ad una sconfitta inevitabile, è costretto a fuggire.

Commento[modifica | modifica wikitesto]

Gli eventi narrati forniscono un quadro generale della situazione nell'immediato periodo posteriore all'unità, dove viene illustrata la recrudescenza del brigantaggio e la sua sanguinaria repressione operata dall'esercito italiano, una repressione spesso caratterizzata da stragi di rappresaglia senza distinzioni tra briganti e civili. Inoltre il film mette in luce altri aspetti di controversi come i contatti tra governo italiano e criminalità organizzata per acquietare le rivolte e le conseguenze negative che interessarono il sud Italia dopo l'unità come la questione meridionale e l'emigrazione. Nel film il personaggio di Caruso viene erroneamente chiamato Michele Caruso mentre il brigante che tradì le bande di Crocco fu Giuseppe Caruso.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Benché sia ambientato nella zona del Vulture in Basilicata, il film fu girato ad Artena (RM).[1] Gli attori che interpretano la popolazione locale recitano in napoletano, sebbene il dialetto del Vulture sia diverso da quello partenopeo. Realizzato con i contributi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali,[2] l'opera è una dedica di Squitieri a Sergio Leone. La sigla iniziale è cantata da Lina Sastri che interpreta tre canzoni: Briganti, La Brigantessa, La Profezia, con testo e musica di Luigi Ceccarelli.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

È stato definito un film esempio di revisionismo storiografico sul risorgimento, volto a raccontare un'altra versione dei fatti avvenuti poco dopo il Risorgimento, in special modo nel Meridione.[3]

Il film fu penalizzato dalla critica e registrò un incasso irrisorio al botteghino (107.451.000 lire),[4] fu ritirato dalle sale cinematografiche ed è introvabile sia in supporto VHS che DVD. I motivi della sospensione non sono stati resi noti, sebbene i sostenitori teorizzino una vera e propria censura. Il giornalista revisionista Lorenzo Del Boca ha detto al riguardo che «per ammissione unanime dei commentatori, è stato boicottato in modo che lo vedesse il minor numero di persone possibile».[5]

Nel 2011 Adolfo Morganti, direttore della casa editrice Il Cerchio e coordinatore nazionale dell'associazione Identità Europea, dichiarò che il film venne ritirato a causa di pressioni da parte dello Stato maggiore dell'Esercito, poiché non avrebbe visto di buon occhio la raffigurazione dei metodi attuati dal Regio Esercito nel Mezzogiorno e la Medusa Film, all'epoca proprietaria della pellicola, si rifiutò di cederne i diritti di trasmissione.[6]

Il film è stato criticato da diverse testate giornalistiche per un supposto trattamento agiografico nei confronti di Crocco e una visione troppo sanguinaria di personaggi come Cialdini.[7] Il Dizionario dei film a cura di Morando Morandini lo giudicò: «Isterico più che epico. Un'occasione mancata di controinformazione storica»;[8] Steve Della Casa lo definì: «Un film interessante proprio perché fuori dal tempo»;[9] lo scrittore Nicola Zitara si espresse positivamente, giudicandolo:«un racconto epico e appassionante».[10]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Scheda del film su Internet Movie Database
  2. ^ Scheda del film dal sito Internet Movie Database
  3. ^ Cinema Trevi: continuano gli appuntamenti con Pasquale Squitieri e il suo cinema "senza padroni"
  4. ^ Roberto Chiti, Enrico Lancia, Roberto Poppi, Dizionario del cinema italiano, Gremese, 2001, p.359
  5. ^ Lorenzo Del Boca, Indietro Savoia!, Piemme Editore, 2003, p. 233.
  6. ^ "Esce e dopo due giorni viene ritirato dalle sale [...] La distribuzione che ne detiene i diritti che è la Medusa [...] si rifiuta di metterlo in giro e il regista Pasquale Squitieri, raggiunto da una serie di diffide legali, può farlo vedere in giro semplicemente se è lui presente e porta la pizza in 35 mm di sua proprietà [...] Risulta ritirato per pressione dello Stato Maggiore dell'esercito che ancora non vede di buon occhio il fatto che si dica che i bersaglieri nel meridione d'Italia stupravano, saccheggiavano, mutilavano i cadaveri." Adolfo Morganti alla conferenza Lo Stato Pontificio ed il fenomeno dei briganti post unitari, Civitanova Marche (MC), sabato 19 febbraio 2011, ore 21, Teatro "P.A. Conti" - Piazza San Marone
  7. ^ Recensioni sul film tratte da varie testate giornalistiche
  8. ^ Li chiamarono briganti!, Il Morandini - Dizionario dei Film. URL consultato il 6 giugno 2014.
  9. ^ Stefano Della Casa, Annuario del Cinema Italiano 1999/2000
  10. ^ Nicola Zitara, li chiamarono... BRIGANTI!, in www.eleaml.org. URL consultato il 17-12-2010.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]