Noi credevamo

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Noi credevamo
Noi credevamo Screenshot.JPG
Una scena del film
Lingua originaleitaliano
Paese di produzioneItalia, Francia
Anno2010
Durata170 min
205 min (versione integrale)
Rapporto1,85:1
Generestorico, drammatico
RegiaMario Martone
SoggettoAnna Banti (romanzo)
SceneggiaturaGiancarlo De Cataldo, Mario Martone
ProduttoreCarlo Degli Esposti, Conchita Airoldi, Giorgio Magliulo
Casa di produzionePalomar, Les Films d'Ici, Rai Cinema, Rai Fiction, Arte France Cinéma
Distribuzione (Italia)01 Distribution
FotografiaRenato Berta
MontaggioJacopo Quadri
MusicheHubert Westkemper
ScenografiaEmita Frigato
CostumiUrsula Patzak
TruccoVittorio Sodano
Interpreti e personaggi

Noi credevamo è un film del 2010 diretto da Mario Martone su sceneggiatura dello stesso regista e di Giancarlo De Cataldo, liberamente ispirato a vicende storiche realmente accadute e al romanzo omonimo di Anna Banti.

Ambientato durante il Risorgimento, il film segue le vicende di tre giovani che si uniscono alla Giovine Italia animati da ideali patriottici e repubblicani.

Presentato in concorso alla 67ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, il film è uscito nelle sale cinematografiche il 12 novembre 2010. Candidato a tredici David di Donatello, ne ha vinti sette, tra cui quelli per il miglior film e la miglior sceneggiatura.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il film, articolato in quattro capitoli (Le scelte, Domenico, Angelo e L'alba della nazione), racconta la storia di tre ragazzi del Cilento: Salvatore, con spirito patriota, Domenico, che crede nell'amicizia e Angelo, votato all'azione violenta. Nel 1828 scelgono di prendere parte al movimento politico repubblicano della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Le loro vite, in seguito a questa decisione, prenderanno strade diverse, ripercorrendo alcuni episodi della storia del Risorgimento italiano.

1 - Le scelte[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1828 in Cilento, dopo la restaurazione del governo borbonico, il giovane Salvatore Tambasco vede morire dei cospiratori vicini alla Carboneria, i fratelli Capozzoli, decapitati dell'esercito borbonico. Suo padre vuole che pensi alla proprietà e alle terre, ma Salvatore condivide sentimenti repubblicani insieme a Domenico Lopresti e Angelo Cammarota. Costui frequenta la nobile Cristina Trivulzio di Belgiojoso, che ha già finanziato una rivolta di carbonari, fallita. Angelo prende contatti con Giuseppe Mazzini a Torino, fondatore della Giovine Italia, insieme a Salvatore, per attentare alla vita di Carlo Alberto. Salvatore dovrebbe ricevere un coltello da consegnare ad un compagno chiamato "Procida" (altri non è che Antonio Gallenga), offertosi per l'attentato, mentre Angelo avrebbe tentato l'assalto a sorpresa contro l'esercito sabaudo. Tuttavia una cospirazione impedisce l'impresa, e Salvatore fugge in Cilento, per tornare alla sua tranquilla vita. Angelo lo insegue, credendo che sia il traditore, e al colmo dell'ira lo uccide.

2 - Domenico[modifica | modifica wikitesto]

Siamo intorno al 1850, Domenico è arrestato dopo la dissoluzione della Repubblica romana e rinchiuso nel carcere borbonico di Montefusco, nell'entroterra campano. Altri prigionieri di rilievo sono il napoletano Carlo Poerio e il pugliese Sigismondo di Castromediano, l'unico col quale Domenico, di carattere schivo e rude, ma schietto, riesca a simpatizzare. La vita del carcere è durissima, i prigionieri non possono ricevere notizie degli eventi politici e sociali e tra i carcerati si diffonde un clima di ostilità a causa delle tensioni tra monarchici e mazziniani. Di queste divisioni interne le autorità politiche approfittano, favorendo ad arte la liberazione di Castromediano e alimentare così tra i prigionieri un clima di reciproca diffidenza; il barone tuttavia fa presto ritorno in carcere e comunica ai compagni di cella che il Piemonte parteciperà con un proprio contingente militare alla guerra di Crimea, scoppiata nel 1853.

3 - Angelo[modifica | modifica wikitesto]

La prima parte è ambientata a Londra nel 1857, dove ritroviamo un Angelo Cammarota invecchiato e deluso a causa delle occasioni perdute e che, abbandonato Mazzini, si unisce a Felice Orsini per attentare alla vita di Napoleone III, colpevole di avere causato la caduta della Repubblica Romana nel 1849. A Londra vive anche Mazzini, che ha un colloquio con Francesco Crispi e che partecipa alla veglia del morente rivoluzionario polacco Stanisław Worcell. Proprio in questo frangente Angelo incontra dopo anni Gallenga, al quale cerca di strappare una rivelazione sul vero motivo del tradimento di Salvatore Tambasco. La scena si sposta a Parigi, dove Orsini, con Angelo e altri cospiratori, prepara degli ordigni esplosivi per uccidere Napoleone III davanti al teatro dell'Opera la sera del 14 gennaio 1858. Angelo però è immediatamente scoperto, mentre le bombe degli altri cospiratori non uccidono l'imperatore, pur provocando comunque numerose vittime. In breve tempo anche gli altri attentatori sono arrestati e processati, ma solo Orsini e Cammarota sono condannati a morte, mentre agli altri complici viene comminato l'ergastolo.

4 - L'alba della nazione[modifica | modifica wikitesto]

È il 1862 e l'Italia è ormai sovrana e unita, ma il meridione è dilaniato dai briganti e dall'azione repressiva dell'esercito. Domenico, sempre più anziano ma pur sempre combattivo, uscito dalla prigione, torna in Cilento e apprende che le terre di famiglia sono state confiscate dall'ex stato borbonico a beneficio di un ricco notaio locale, a causa della sua precedente attività politica sovversiva. Ma il vero motivo del suo ritorno è un altro. Garibaldi ha organizzato una nuova spedizione di volontari, dopo quella dei Mille di due anni prima; stavolta l'obiettivo è liberare Roma dal dominio temporale del papa e Domenico è diretto in Calabria per unirsi coi volontari in marcia verso il Lazio. Durante il percorso, casualmente, incontra il giovane Saverio, riconoscendo in lui il figlio del suo amico Salvatore, anch'egli pronto a unirsi ai garibaldini. Tuttavia il drappello di Garibaldi, arrivato sull'Aspromonte, subisce un'imboscata da parte dell'esercito italiano. Domenico e i suoi compagni d'avventura sono catturati e il giorno seguente Saverio è fucilato insieme ad altri due giovani, con l'accusa di diserzione. Domenico si salverà, ma ormai si sente troppo deluso e amareggiato per partecipare agli eventi futuri del Paese. Il film si conclude a Palazzo Carignano a Torino, sede del primo parlamento del Regno, con un monologo interiore dello stesso protagonista che medita sull'Unità realizzata da uomini di potere per i propri interessi, senza un autentico coinvolgimento del popolo.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Riprese[modifica | modifica wikitesto]

Il regista preciserà in un articolo scritto su L'Espresso: «Ho girato Noi credevamo mirando a ciò che è sotto la pelle della storia, ho cercato di cogliere il clima esistenziale vissuto da ragazzi diventati uomini e mai piegati sotto il peso di una lotta disperata, quei mazziniani antenati dei partigiani, dei movimenti degli anni '60 e '70, dei democratici che in Italia conoscono una storia drammaticamente altalenante, tra faticate vittorie e continue sconfitte. Giravo per Londra con la macchina fotografica alla ricerca dei luoghi vissuti dai cospiratori italiani in esilio, che avrei raccontato sullo schermo». [1]

Il Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano in provincia di Salerno è stato uno dei set principali della pellicola, in particolar modo le riprese hanno riguardato Roscigno Vecchia, Pollica, Castellabate e Camerota. Altre location del film risorgimentale sono i due castelli dauni di Bovino e Deliceto, in cui sono state ricostruite alcune scene del carcere irpino di Montefusco, attualmente visitabile presso la sede del municipio di Montefusco. La maggior parte del film è stata però realizzata in Piemonte, con il sostegno finanziario e logistico della locale Film Commission e con molte scene realizzate nel Pinerolese (anche gran parte degli episodi francesi e inglesi sono girati in Piemonte).

Colonna sonora[modifica | modifica wikitesto]

La colonna sonora del film comprende musiche da opere di Giuseppe Verdi (Don Carlo, Rigoletto, Il corsaro, Attila, Ernani, Otello, Macbeth, I masnadieri, I vespri siciliani), Gioacchino Rossini (Elisabetta, Regina d'Inghilterra, Guglielmo Tell) e Vincenzo Bellini (Il pirata) eseguite dall'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Roberto Abbado.[2] I titoli di coda sono accompagnati dal canto popolare Camicia rossa. Per la scelta dei brani, avvenuta assieme ad Abbado, Cesare Mazzonis e Michele Dall'Ongaro, Martone ha voluto musiche "di carattere introspettivo, struggenti, meditative", evitando "scelte trionfalistiche, ovvie" già legate al comune immaginario risorgimentale.[2]

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Il film è stato presentato in anteprima il 7 settembre 2010 alla 67ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove ha concorso per il Leone d'Oro, in una versione dalla durata di 205 minuti.[2][3] Questa versione è stata proiettata anche in occasione dell'anteprima torinese del film, tenutasi il 13 settembre al Teatro Carignano.[4]

La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 12 novembre 2010 da 01 Distribution, in una versione ridotta di 170 minuti.[5]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

Il film ha incassato complessivamente 1.5 milioni al botteghino italiano (di cui € 124.000 durante il primo fine settimana di programmazione), a fronte di un budget di € 7 milioni.[5][6]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Passione a fuoco lento, in L'Espresso, 11 ottobre 2012, p. 103.
    «Il processo unitario non appariva più come una virtuosa elaborazione di magnifiche sorti progressive, ma come una lotta aspra e drammatica, non solo contro l'oppressore straniero, ma anche, e per certi versi soprattutto, intestina tra gli stessi patrioti: la lotta per quale Italia far nascere».
  2. ^ a b c Giuseppina Manin, Verdi, Rossini e Bellini rivoluzionari senza fanfare per il nostro Risorgimento, in Corriere della Sera, 29 agosto 2010. URL consultato il 15 agosto 2018.
  3. ^ a b (EN) Venezia 67, su labiennale.org (archiviato dall'url originale il 1° agosto 2010).
  4. ^ Dino Messina, "Noi credevamo" di Mario Martone: un capolavoro sulla "meglio gioventù" dell'Ottocento, in Corriere della Sera, 14 settembre 2010. URL consultato il 15 agosto 2018.
  5. ^ a b Noi credevamo, su MYmovies.it. URL consultato il 15 agosto 2018.
  6. ^ (EN) Noi credevamo (2010), su Box Office Mojo. URL consultato il 15 agosto 2018.
  7. ^ Valentina D'Amico, David di Donatello 2011: 'Noi credevamo' svetta con tredici candidature, su Movieplayer.it, 7 aprile 2011. URL consultato il 15 agosto 2018.
  8. ^ Andrea Francesco Berni, David di Donatello 2011: tutti i vincitori, su BadTaste.it, 7 maggio 2011. URL consultato il 1° aprile 2018.
  9. ^ Fabio Fusco, Nastri d'argento 2011: sei premi per 'Habemus Papam', su Movieplayer.it, 26 giugno 2011. URL consultato il 15 agosto 2018.
  10. ^ Carla Cicognini, Globi d'oro: i vincitori dell'edizione 2010/2011, su Cineblog.it, 4 luglio 2011. URL consultato l'8 maggio 2018.
  11. ^ Grande successo per la 5ª edizione del Premio Alabarda d’oro, in Giornale Metropolitano (Trieste), 28 giugno 2011. URL consultato il 16 agosto 2018.
  12. ^ Pieraccioni e Franca Valeri aprono "Capri-Hollywood", in La Repubblica, 26 dicembre 2011. URL consultato il 16 agosto 2018.
  13. ^ Edizione 2011, Golden Graal, 13 maggio 2012. URL consultato l'8 maggio 2018.
  14. ^ 9ª edizione, Kineo Awards. URL consultato il 16 agosto 2018.
  15. ^ Primavera azzurra, in Il Sole 24 Ore, 19 aprile 2011. URL consultato il 16 agosto 2018.

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