Noi credevamo

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Noi credevamo
Noi credevamo Screenshot.JPG
Una scena del film
Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 2010
Durata 170 min
205 min (versione integrale)
Rapporto 1,85:1
Genere storico, drammatico
Regia Mario Martone
Soggetto Anna Banti (romanzo)
Sceneggiatura Mario Martone e Giancarlo De Cataldo
Produttore Carlo Degli Esposti, Conchita Airoldi, Giorgio Magliulo, Serge Lalou (co-produttore), Carlo Cresto-Dina (produttore associato)
Produttore esecutivo Patrizia Massa
Casa di produzione Palomar, Rai Cinema, Les Films d'Ici, ARTE France
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Renato Berta
Montaggio Jacopo Quadri
Effetti speciali Gino De Rossi (coordinatore effetti speciali)
Musiche Hubert Westkemper (musiche originali)
Musiche di Giuseppe Verdi, Vincenzo Bellini e Gioacchino Rossini eseguite dall'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Roberto Abbado
Scenografia Emita Frigato
Costumi Ursula Patzak
Trucco Vittorio Sodano
Interpreti e personaggi

Noi credevamo è un film del 2010 diretto da Mario Martone, su sceneggiatura dello stesso regista e di Giancarlo De Cataldo liberamente ispirata alle vicende storiche realmente accadute e al romanzo omonimo di Anna Banti.[3]

Il film ha concorso per il Leone d'Oro alla 67ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia[4] ed è uscito nelle sale cinematografiche il 12 novembre 2010.[5]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il film, articolato in quattro capitoli (Le scelte, Domenico, Angelo e L'alba della nazione), racconta la storia di tre ragazzi del Cilento: Salvatore, con spirito patriota, Domenico, che crede nell'amicizia e Angelo, votato all'azione violenta. Nel 1828 scelgono di prendere parte al movimento politico repubblicano della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Le loro vite, in seguito a questa decisione, prenderanno strade diverse, ripercorrendo alcuni episodi della storia del Risorgimento italiano.

1 - Le scelte[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1828 in Cilento, dopo la restaurazione del governo borbonico, il giovane Salvatore Tambasco vede morire dei ribelli, decapitati dell'esercito borbonico. Suo padre vuole che pensi alla proprietà e alle terre, ma Salvatore condivide sentimenti repubblicani insieme a Domenico Lopresti e Angelo Cammarota. Costui frequenta la nobile Cristina Trivulzio di Belgiojoso, che ha già finanziato una rivolta di carbonari, fallita. Angelo prende contatti con Giuseppe Mazzini aTorino, fondatore della Giovine Italia, insieme a Salvatore, per attentare alla vita di Carlo Alberto. Salvatore dovrebbe ricevere un coltello da parte di un compagno chiamato "Procida" (altri non è che Antonio Gallenga), per l'attentato, mentre Angelo avrebbe tentato l'assalto a sorpresa contro l'esercito sabaudo. Tuttavia una cospirazione impedisce l'impresa, e Salvatore fugge in Cilento, per tornare alla sua tranquilla vita. Angelo lo insegue, credendo che sia il traditore, e al colmo dell'ira lo uccide.

2 - Domenico[modifica | modifica wikitesto]

Intorno al 1849, Domenico è arrestato dopo la dissoluzione della Repubblica Romana, e rinchiuso in carcere nel castello di Montefusco. Altri prigionieri di rilievo sono Carlo Poerio, Sigismondo Castromediano e un barone monarchico, a favore dei Savoia. La vita del carcere è dura, i prigionieri non possono ricevere notizie degli eventi politici e sociali, e tra i carcerati si diffonde un clima di ostilità a causa delle divisioni tra monarchici e Mazziniani, dei quali vi è Domenico. Egli però simpatizza anche con Castromediano, che chiede la grazia al re Ferdinando II delle Due Sicilie, vedendo liberato, in modo da poter comunicare ai carcerati la guerra di Crimea, iniziata il 4 ottobre 1853.

3 - Angelo[modifica | modifica wikitesto]

Angelo Cammarota è invecchiato, e deluso a causa delle occasioni perdute, e adesso nel 1857 abbandona i mazziniani per unirsi a Felice Orsini e Antonio Gomez per attentare alla vita di Napoleone III, che ha influito assai nella caduta della Repubblica Romana. Intanto Mazzini ha un colloquio con Francesco Crispi riguardo l'agguato a Carlo Pisacane a Sanza, e partecipa alla veglia funebre per Emile Ashrust. Angelo intanto incontra dopo anni "Procida", e con la forza cerca di scoprire il motivo del tradimento di Salvatore, sospettando un colpo di mano di Mazzini e dello stesso Gallenga. Ma nello stesso tempo, con Orsini e soci prepara degli ordigni esplosivi per uccidere Napoleone III davanti al teatro dell'Opera la sera del 14 gennaio 1858. Angelo però è immediatamente scoperto, mentre le bombe degli altri cospiratori non riescono a uccidere l'imperatore. Immediatamente Angelo e Felice sono arrestati e interrogati, e solo ambedue condannati a morte, mentre gli altri complici vedono stabilite le loro pene all'ergastolo.

4 - L'alba della nazione[modifica | modifica wikitesto]

Domenico, sempre più anziano e deluso, uscito dalla prigione, torna in Cilento. È il 1862 e l'Italia è stata dichiarata unita, ma la sua terra è stata saccheggiata dall'esercito piemontese, e le sue terre confiscate. Domenico riconosce un giovane come il figlio del suo amico Salvatore, ora pronto a unirsi ai garibaldini per raggiungere Roma, e liberarsi dai piemontesi. Tuttavia quando l'esercito di Giuseppe Garibaldi arriva a Marzabotto, cade prigioniero in un'imboscata, Domenico e i ragazzi suoi commilitoni sono catturati, e il giorno seguente il figlio di Salvatore è fucilato insieme ad altri due giovani, con l'accusa di brigantaggio. Domenico si salverà grazie all'intercessione di Sigismondo Castromediano, ma ormai si sente troppo deluso e amareggiato per partecipare agli eventi futuri dell'Unità, concludendo in un monologo interiore che l'Unità è stata perpetuata da uomini di potere per i propri interessi, senza la vera emotiva partecipazione del popolo.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Riprese[modifica | modifica wikitesto]

Il regista preciserà in un articolo scritto su L'Espresso: «Ho girato Noi credevamo mirando a ciò che è sotto la pelle della storia, ho cercato di cogliere il clima esistenziale vissuto da ragazzi diventati uomini e mai piegati sotto il peso di una lotta disperata, quei mazziniani antenati dei partigiani, dei movimenti degli anni '60 e '70, dei democratici che in Italia conoscono una storia drammaticamente altalenante, tra faticate vittorie e continue sconfitte. Giravo per Londra con la macchina fotografica alla ricerca dei luoghi vissuti dai cospiratori italiani in esilio, che avrei raccontato sullo schermo». [6]

Il Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano in provincia di Salerno è stato uno dei set principali della pellicola, in particolar modo le riprese hanno riguardato Roscigno Vecchia, Pollica, Castellabate e Camerota. Altre location del film risorgimentale sono i due castelli dauni di Bovino e Deliceto, in cui sono state ricostruite alcune scene del carcere irpino di Montefusco, attualmente visitabile presso la sede del municipio di Montefusco. La maggior parte del film è stata però realizzata in Piemonte, con il sostegno finanziario e logistico della locale Film Commission e con molte scene realizzate nel Pinerolese (anche gran parte degli episodi francesi e inglesi sono girati in Piemonte).

Colonna sonora[modifica | modifica wikitesto]

La colonna sonora del film comprende musiche da opere di Giuseppe Verdi (Don Carlo, Rigoletto, Il corsaro, Attila, Ernani, Otello, Macbeth, I masnadieri, I vespri siciliani), Gioacchino Rossini (Elisabetta, Regina d'Inghilterra, Guglielmo Tell) e Vincenzo Bellini (Il pirata) eseguite dall'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Roberto Abbado. I titoli di coda sono accompagnati dal canto popolare Camicia rossa.

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

Inizialmente pensato con un montaggio di circa tre ore e mezza (visto al Festival di Venezia e in un'anteprima a Torino al Teatro Carignano), il film è uscito, in una versione ridotta, incassando € 1.357.000 (di cui € 124.000 durante il primo fine settimana di programmazione), a fronte di un budget di € 7.000.000[5].

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Accreditata come partecipazione.
  2. ^ Accreditata come amichevole partecipazione.
  3. ^ Così accreditata nei titoli di testa.
  4. ^ Venezia 67, labiennale.org, 29 luglio 2010. URL consultato il 29 luglio 2010.
  5. ^ a b MYmovies Noi credevamo
  6. ^ Mario Martone "Passione a fuoco lento" L'Espresso, data copertina 11 ottobre 2012 pag. 103. «Il processo unitario non appariva più come una virtuosa elaborazione di magnifiche sorti progressive, ma come una lotta aspra e drammatica, non solo contro l'oppressore straniero, ma anche, e per certi versi soprattutto, intestina tra gli stessi patrioti: la lotta per quale Italia far nascere».

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