Renato Berta

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Renato Berta (Bellinzona, 2 marzo 1945) è un direttore della fotografia svizzero attivo a livello europeo, in particolare nel cinema francese.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, esordisce come direttore della fotografia alla fine degli anni sessanta, avendo subito l'occasione di partecipare ad una delle opere più importanti della Nouvelle Vague svizzera,[1] Charles mort ou vif (1969), film vincitore del Pardo d'Oro al Festival di Locarno, diretto da Alain Tanner, per il quale nel corso degli anni settanta cura la fotografia di altri cinque lungometraggi, tra cui Jonas che avrà vent'anni nel 2000 (1976) dal «ricchissimo impasto cromatico».[1] Negli stessi anni collabora con gli altri maggiori esponenti della cinematografia elvetica, tra cui Claude Goretta e in particolare Daniel Schmid, del quale segue fedelmente la carriera a partire dall'esordio Questa notte o mai del 1972. Un'altra collaborazione duratura, avviata all'inizio degli anni settanta e proseguita nei decenni successivi, è quella con la coppia di cineasti francesi Danièle Huillet e Jean-Marie Straub. Partecipa inoltre ad esperienze collettive come il Filmkollekt di Zurigo e il Film Video Collectif di Losanna.[2] Insieme a William Lubtchansky cura le immagini di Si salvi chi può (la vita) (1980) di Jean-Luc Godard.

A partire dagli anni ottanta, Berta viene richiesto regolarmente da produttori e registi francesi, fino a trasferirsi a Parigi ed entrare stabilmente nell'industria cinematografica francese, tornando solo occasionalmente a lavorare in patria, soprattutto con il sopracitato Schmid.[2] Lavora con autori quali Patrice Chéreau (L'homme blessé, 1983), Éric Rohmer (Le notti della luna piena, 1984), Jacques Rivette (Hurlevent, 1985) e André Téchiné (Rendez-vous, 1985). Per il primo dei due film realizzati con Louis Malle, Arrivederci ragazzi (1987), conquista il Premio César per la migliore fotografia. Il dittico di origine teatrale Smoking/No Smoking (1993), un lavoro magistrale[3] che gli vale una nuova candidatura al César, segna la prima collaborazione con Alain Resnais, cui seguono Parole, parole, parole... (1997) e Mai sulla bocca (2003).

Ormai definitivamente affermato come uno dei grandi nomi della fotografia europea,[2] nel corso degli anni novanta costituisce due importanti sodalizi professionali al di fuori del cinema francese, con il portoghese Manoel de Oliveira e con l'israeliano Amos Gitai. Alla fine degli anni duemila lascia un segno anche nel cinema italiano, firmando le immagini del risorgimentale Noi credevamo, che gli valgono il David di Donatello per il miglior direttore della fotografia.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Stefano Masi, Dizionario mondiale dei direttori della fotografia, Vol. A-K, p. 101
  2. ^ a b c Stefano Masi, op. cit., Vol. A-K, p. 102
  3. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007. ISBN 9788860731869 p. 2736

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Stefano Masi, Dizionario mondiale dei direttori della fotografia, Recco, Le Mani, 2007. ISBN 88-8012-387-4 Vol. A-K, pp. 101–102

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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