Giovanni Corrao

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Giovanni Corrao
Giovanni Corrao.png
Nato Palermo
17 novembre 1822
Morto Palermo
3 agosto 1863 (40 anni)
Cause della morte Assassinio
Luogo di sepoltura Palermo
Dati militari
Forza armata Regio Esercito
Grado Generale
Guerre Spedizione dei Mille
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Giovanni Corrao (Palermo, 17 novembre 1822Palermo, 3 agosto 1863) è stato un generale e patriota italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Da calafato a capitano d'artiglieria (1822-1855)[modifica | modifica wikitesto]

La rivoluzione palermitana del 1848 in una stampa dell'epoca

Giovanni Corrao nacque nel 1822 a Palermo, figlio di Giuseppe e di Anna Maria Argento; seguendo la stessa strada del padre, svolse in gioventù il mestiere di calafato al porto di Palermo; «sprovvisto d'istruzione, ma audace e risoluto», la sua vita cambiò radicalmente nel 1848: da sempre avverso ai Borbone, fu tra i protagonisti della rivoluzione siciliana di quell'anno, distinguendosi per le sue gesta prima a Palermo e poi a Messina, dove «si rivela in grado di costruire e riparare armi, e anche di usarle con coraggio in combattimento»;[1] le abilità mostrate sul campo di battaglia gli valsero il grado e il soldo di capitano d'artiglieria, assegnatogli il 23 settembre di quello stesso anno dalla Camera dei comuni. Quando il combattimento tra i due schieramenti riprese, nell'aprile del 1849, fu tra i più determinati nella lotta estrema contro il nemico, e con le sue truppe tentò di resistere fino all'ultimo a Filangeri, dal 7 al 9 maggio. Quando il re Ferdinando II, che nel settembre del 1848 aveva bombardato la città di Messina, nel maggio del 1849 si riappropriò dell'intera Sicilia, Corrao si rifugiò a Malta; ciononostante tornò nella sua città natale alla fine di giugno, sperando in una prossima sollevazione popolare; scoperto dalle autorità, fu arrestato e attraverso un provvedimento di polizia venne relegato nell'isola di Ustica, dove rimase per tre anni. Nel maggio del 1852, notando una barchetta lasciata incustodita da alcuni ragazzi, tentò la fuga insieme ad altri relegati, venendo però raggiunto e riportato sull'isola; questo tentativo di fuga, tuttavia, spinse le autorità siciliane a trasferirlo nell'agosto del 1852 nella cittadella di Messina, dove ebbe come compagno di prigionia Raffaele Villari.[2][3]

Precursore dell'impresa dei Mille (1860)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Rivolta della Gancia.

Nel marzo 1860 con Pilo organizzò una spedizione in Sicilia che ebbe il consenso di Crispi e la promessa di Garibaldi di intervenire in caso di successo. La notte tra il 9 e il 10 aprile 1860 i due sbarcarono a Messina a bordo della tartana viareggina Madonna del Soccorso capitanata da Raffaello Motto, e si recarono a Palermo, organizzando un migliaio di volontari che in quei giorni si scontrarono a Carini con le truppe borboniche, e in attesa del promesso arrivo di Giuseppe Garibaldi.

Con lo sbarco il 14 maggio dei Mille a Marsala, ricevette l'ordine da Garibaldi di effettuare una manovra diversiva con i suoi volontari, fu assalito il 21 maggio dalle truppe borboniche e Pilo cadde in combattimento nei pressi di San Martino delle Scale, e Corrao ritirò i restanti volontari a Montelepre. Il 27 attaccò Palermo dal lato opposto da quello delle truppe garibaldine.

Rosalino Pilo, compagno di Corrao nella spedizione in Sicilia

Nominato da Garibaldi colonnello dell'esercito meridionale il 17 luglio, condusse un reggimento nella battaglia di Milazzo combatté con i garibaldini per l'intera durata della campagna, e il 1º ottobre fu ferito gravemente sul Volturno.[4]. Fu nominato generale dallo stesso Garibaldi per sostituire il 29 ottobre Giuseppe La Masa al comando della Brigata Sicula.

Dopo l'unità e Aspromonte (1861-1862)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Giornata dell'Aspromonte.

Dopo l'Unità d'Italia passò con il grado di colonnello nel Regio esercito, dal quale si dimise poco tempo dopo in coerenza con la sua avversione verso la politica del governo verso la Sicilia, seguendo nel 1862 con i suoi volontari siciliani Garibaldi in Aspromonte.[5].

Tornato successivamente a Palermo, mantenne in armi 400 dei suoi volontari, fino all'amnistia per i fatti di Aspromonte.

L'assassinio (1863)[modifica | modifica wikitesto]

Alla vigilia dell'anniversario dell'Aspromonte, venne assassinato il 3 agosto 1863 in un agguato alle porte di Palermo. Rimase coinvolto nella reazione antisabauda di quei giorni[6]. Il delitto è rimasto sempre impunito, ma negli atti di indagine venne usato per la prima volta nella storia del Regno d'Italia il termine mafia. È d'altra parte opinione diffusa che si fosse trattato di una delle prime stragi di stato, sulla base delle informazioni date a Carlo Trasselli, amico fedele di Corrao, da un'anziana donna che risiedeva a pochi metri dal luogo in cui fu ucciso Giovanni Corrao. Secondo Trasselli, la donna gli disse che negli ultimi giorni si aggiravano nella zona due carabinieri, i quali il giorno dell'uccisione di Corrao si erano vestiti da cacciatori, ma che lei era riuscita comunque a riconoscerli. Tuttavia, dopo che Trasselli ebbe comunicato alla magistratura le informazioni che aveva recuperato ed era riuscito a far aprire un processo, la donna cambiò residenza e negò ogni particolare di fronte al giudice (cosa che permette di ipotizzare che probabilmente non fu la mafia a uccidere Corrao, con cui si suppone fosse in buoni rapporti e con l'ausilio della quale stava organizzando un'insurrezione contro il neonato Regno d'Italia). È seppellito nel chiostro della chiesa di San Domenico, a Palermo, dopo essere stato esposto per diversi anni nelle Catacombe dei Cappuccini.

L'eredità politica[modifica | modifica wikitesto]

Gli succedette alla guida del movimento repubblicano, uno dei suoi compagni, Giuseppe Badia, che ripristinò i contatti con le squadre dei picciotti (le bande contadine che nel 1860 avevano aiutato Garibaldi), quindi si alleò sia con le organizzazioni socialiste sia con esponenti della nobiltà palermitana e della chiesa cattolica che miravano a una restaurazione borbonica. Nonostante Badia venisse arrestato nel 1865, fu liberato durante la rivolta del sette e mezzo nel 1866.[7]

Dibattito storiografico[modifica | modifica wikitesto]

Il primo e principale autore della rivalutazione storica della figura di Giovanni Corrao fu Gaetano Falzone, che in risposta alla svalutazione del contributo siciliano all'impresa risorgimentale si impegnò nel rivalutare ed esaltare le figure dei siciliani che si resero protagonisti nelle vicende che portarono all'unificazione italiana, tra cui quella di Corrao:

« A favore di Corrao [...] il Falzone si battè energicamente, e benché non sempre sostenuto dagli storici siciliani, riuscì a farne trasportare la salma a S. Domenico, che è il Pantheon palermitano, con una cerimonia solenne nel corso della quale egli stesso tenne il discorso celebrativo il 21 mag­gio 1960.[8] »

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Federico Curato, Gaetano Falzone, in Rassegna storica del Risorgimento, LXXII, 1985, pp. 45-50.
  • Salvatore Lupo, L'unificazione italiana: Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Roma, Donzelli, 2011, ISBN 978-8860366276.
  • Giuseppe Paolucci, Rosolino Pilo - Memorie e documenti dal 1857 al 1860 (PDF), in Archivio Storico Siciliano, XXIV, 1899, pp. 210-284.
  • Gaetano Falzone,Il garibaldino Giovanni Corrao, 1940, L'Appello
  • Gaetano falzone, Giovanni Corrao e la sua brigata nella campagna del 1860, Roma, 1942
  • "Risorgimento e reliquie laiche: ecco gli eroi siciliani imbalsamati". Giornale di Sicilia, 19 agosto 2011.
  • Matteo Collura ,Qualcuno ha ucciso il generale ,2006 , Longanesi ISBN 8830422835

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN90348727 · SBN: IT\ICCU\SBNV\000446