Terra di Lavoro

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« Ormai è vicina la Terra di Lavoro,
qualche branco di bufale, qualche
mucchio di case tra piante di pomidoro,

èdere e povere palanche.
Ogni tanto un fiumicello, a pelo
del terreno, appare tra le branche

degli olmi carichi di viti, nero
come uno scolo. Dentro, nel treno
che corre mezzo vuoto, il gelo »
(Pierpaolo Pasolini, La terra di Lavoro, Le ceneri di Gramsci, Garzanti 1957)
La Terra di Lavoro nel XVIII secolo

La Terra di Lavoro è una regione storico-geografica dell'Italia Meridionale legata alla Campania e, oggi, suddivisa tra le regioni amministrative di Lazio, Campania e Molise. La Terra di Lavoro, inoltre, fu una unità amministrativa, prima, del Regno di Sicilia, poi, del Regno di Napoli, quindi, del Regno delle Due Sicilie ed, infine, del Regno d'Italia.

Liburia e Terra di Lavoro[modifica | modifica sorgente]

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

In origine, prima dell'affermarsi del toponimo Terra di Lavoro, la regione era identificata con il nome di Liburia. Questo potrebbe derivare dal nome di un'antica popolazione, quella dei Leborini (o Liburi). Secondo un'altra versione, invece, l'origine del nome Liburia è da individuarsi nel gentilizio Libor, probabilmente divenuto Labor per un errore di trascrizione o per una distorsione fonetica. La sua estensione rappresentava in gran parte i territori della Campania antica, come il Principato di Capua, il Ducato di Napoli, il Ducato di Gaeta e il Ducato di Sorrento. Con l'avvento di Ruggero II e la conquista del Mezzogiorno, i suddetti territori entrarono a far parte della Terra di Lavoro, principale dipartimento del Regno di Napoli. Il toponimo Leboriae (o, nella variante più accreditata, Leboria) compare per la prima volta nel I secolo d.C. con Plinio il Vecchio (nell'opera Naturalis Historia, scritta tra il 23 ed il 79 d.C.), che emendando la forma di uso popolare Liburia, fa riferimento al territorio che i Greci conoscevano come Campi Flegrei[1]. Quindi Liburia, Leboria, Leboriae o, secondo un'ulteriore variante, Liguriae andava ad indicare una specifica area della Campania felix. Dopo Plinio il Vecchio, però, il toponimo sembra cadere in disuso, poiché scompare dai documenti almeno fino al VII o VIII secolo, quando ricompare in un atto di donazione la cui datazione, però, è oggetto di disputa[2]. Ha una datazione certa, invece, un documento del 786 relativo ad un pactum siglato da Arechi, principe longobardo di Benevento, ed il Duca di Napoli: il trattato cita il toponimo nella sua versione volgare di Liburia[2]. Nel corso dei secoli, i confini del territorio identificato come Leboriae si erano ampliati in un'area molto più vasta dell'originale. Dal IX secolo, si registra anche l'uso del plurale Liburie (forma plurale medievale con e al posto del classico ae).

J. Jansson, Terra di Lavoro olim Campania Felix, 1660

Nell'XI secolo, al toponimo Liburia, si sostituisce quello di Terra Laboris. Una prima traccia di questa nuova denominazione si trova in un documento del 1092, sulla cui originalità, però, è stato avanzato qualche dubbio. Si tratta di una donazione di terre dal comes Casertae Goffredo a sua figlia Rachilde[2]. Al mutare del toponimo, corrispose un ulteriore mutamento dei confini del territorio, sempre, però, in senso accrescitivo. Il territorio di riferimento, infatti, si era esteso ulteriormente, andando ad identificarsi con la Campania[3] e divenendone la denominazione ufficiale nella suddivisione amministrativa normanna. In maniera emblemantica le carte geografiche, dal 1500 al 1700 circa, riportano l'indicazione Terra Laboris olim Campania felix[4].

Interessante, anche se non avvalorato da alcuna base documentale, è il tentativo di Flavio Biondo di individuare i passaggi che portano al mutamento toponomastico da Campania a Liburia e da Liburia al successivo Terra di Lavoro. Lo storico romano indica nella volontà delle popolazioni locali di non essere più identificati con l'antica Capua, nemica di Roma, la reintroduzione del termine Leborini (nome di una precedente popolazione campana). Da ciò il territorio sarebbe stato detto Leborio o terra di Lebore. Quest'ultimo nome, poco orecchiabile, sarebbe stato mutato in terra di Labore[5].

Le Matres Matutae

Vero e proprio simbolo della feracità del territorio sono le Matres Matutae, antiche statue in tufo, realizzate, in un periodo compreso tra il VI al I secolo a.C., dalle popolazioni Osche. I manufatti, di diverse dimensioni, rappresentano, tutte, eccetto una, donne con uno o più neonati tra le braccia. L'eccezione è, invece, la rappresentazione di Mater Matuta, divinità italica dell'aurora e delle nascite, che tiene una melograno (simbolo di fecondità) nella mano destra, e una colomba (simbolo di pace) nella mano sinistra. Un'allegoria, quella delle Matres Matutae, che ben si coniuga con un altro simbolo di abbondanza della Terra di Lavoro: le cornucopie del suo stemma ricolme dei frutti del lavoro della terra[1].

Scipione Mazzella, nella sua descrizione del Regno di Napoli, fa cenno al toponimo Campi Leborini (o Leborini Campi) che egli identifica come il territorio appresso Capua. In sostanza i toponimi Leboria e Campi Leborini sono strettamente connessi, derivando l'uno dall'altro[5]. Un rapporto di derivazione diretta di Leboria dalla parola latina labor viene scartato dalla gran parte degli studiosi. Da una analisi morfologica, infatti, si desume che le basi tematiche dei due vocaboli (Leboria ha come tema Lebor) sono differenti. Si verifica, dunque, un passaggio da nominativo a genitivo che, sulla scorta di altri casi tipici dell'area mediterranea, lascia presupporre un'origine prelatina del termine Leboria[6]. Il passaggio da Leboria-Liburia a Laboris, e quindi Terra Laboris, dunque, più che basarsi su una comune origine linguistica, si fonda su un fenomeno di assonanza[7], che, supportato dalla caratteristica feracità del territorio[8], ha portato all'affermazione di tale toponimo sugli altri.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campania antica.
La Campania felix

Nell'antichità, gran parte della Terra di Lavoro veniva denominata Campania felix, dove felix stava per l'opulenza e produttività della regione, ma non solo. Il toponimo Campania, risalente al V secolo a.C., è di origine classica. L'ipotesi più accreditata è che esso derivi dal nome degli antichi abitanti di Capua. Da Capuani, infatti, si avrebbe Campani e, quindi, Campania[5]. Inoltre sia Livio, sia Polibio, dicono di un Ager Campanus con un chiaro riferimento a Capua e al territorio ad essa circostante[5]. In seguito alla divisione augustea delle province della penisola, il concetto di Campania si estese oltre i suoi originari confini andando a ricomprendere un territorio ben più vasto dell'area circostante Capua. Il termine Campania andò ad indicare una generica area di pianura, probabilmente in assonanza con campus e, in particolare, il termine iniziò a riferirsi anche alla parte pianeggiante del Lazio (Campania di Roma, in seguito, Campagna Romana o di Roma). È in questo quadro che al nome Campania si affianca l'aggettivo felix. La sua introduzione si deve a Plinio il Vecchio, il quale avverte la necessità di distinguere la Campania Antiqua dal nuovo concetto più esteso di Campania, che includeva la cosiddetta Campania Nova (la Campania di Roma). L'attributo felix nasce, quindi, non tanto per indicare la feracità del territorio, quanto per identificare in maniera univoca una specifica fetta di territorio: la Campania di Capua[5].

La Campania antica, chiusa tra gli appennini ed il mare, aveva come confini, a Sud, il fiume Sele e, a nord, il Garigliano (secondo Plinio il Vecchio, invece, la città di Sinuessa). Il territorio della Terra di Lavoro venne a far parte nella suddisione augustea della Regio I.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Langobardia Minor e Impero bizantino.
I confini

Individuare nettamente dei confini per la Leboria è cosa ardua. In epoca altomedioevale, quando questo territorio fu oggetto di contesa tra il Ducato di Benevento e quello di Napoli, i suoi confini potevano essere così definiti: a Nord, il confine era segnato dal fiume Clanio, mentre a Sud era rappresentato da una linea ideale che attraversava Caibanus, Carditum, Fratta, Villam Casandrini et Grumi[2]. Nel corso dei secoli, però, tali confini sono andati, gradualmente, dilatandosi includendo porzioni sempre maggiori di territorio. Al nucleo rappresentato dall'area compresa tra il Clanio e i Campi Flegrei, si sono affiancati a Nord, i territori fino al Volturno e, a Sud e ad Est, l'Ager neapolitanus ed il Territorium nolanum[2].

Dal VII secolo la denominazione Liburia o Liguria venne accostata ad una buona porzione del Ducato di Napoli. Il Duca di Napoli, nell'anno 715, sottrasse Cuma ai Longobardi, occupando anche le terre leboree che da allora vennero indicate come Liburia Ducalis, seu de partibus militiae. Mentre si andava indebolendo il potere dell'Impero bizantino sulla penisola italica a favore di una maggiore indipendenza acquisita dai suoi vassalli, i Duchi di Napoli estesero, a poco a poco, il patrimonio del loro Ducato: la Liburia, limitata inizialmente nella piana di Quarto, si dilatava sino a Liternum (fissando il confine col territorio Capuano lungo il corso del fiume Clanio), ancora, si estendeva sino ad Avella e girava intorno alle falde del Vesuvio scendendo per la villa di Portici sino al mare. Anche i Longobardi iniziarono ad associare al toponimo Liburia parte delle loro terre, in particolare i territori confinanti con la Liburia napoletana; in tal modo anche i territori di Nola, di Acerra, di Suessola e di Avella furono, per consuetudine, denominati Laborini. Successivamente, nei documenti si ritrova il toponimo Liburia associato anche ad altri territori della Ducato di Napoli verso Amalfi. Il nome Liburia venne associato anche ai territori conquistati o persi dal Ducato di Napoli, incluse le isole: nacque, quindi, accanto alla Liburia Ducale strettamente detta, una Liburia Longobarda, a seguito della conquista napoletana dei territori longobardi, e una Liburia Salernitana, a seguito della conquista salernitana dei territori napoletani. In definitiva, in epoca Longobarda, la zona denominata Liburia si estese ai territori immediatamente circostanti e, poi, alla fine dell'XI secolo, in epoca normanna, a quella che verrà indicata come Terra di Lavoro durante il Regno di Sicilia. Sotto i Normanni e gli Svevi, come detto, si affermò il toponimo Terra di Lavoro, mentre cadde in disuso il toponimo Liburia[9][10][11].

Regno di Sicilia[modifica | modifica sorgente]

Giustizierato di
Terra di Lavoro
Terra di Lavoro.png
Mappa di localizzazione
Giustizierato Terra di Lavoro.png
Informazioni generali
Nome ufficiale Justitiaratus Terre Laboris
Capoluogo Capua
Dipendente da Sacro romano impero
Regno di Sicilia
Regno di Napoli
Evoluzione storica
Inizio 1221
Causa Interventi posti in essere da Federico II nella lotta al potere feudale
Fine 1806
Causa L. 189 del 1806 del Regno di Napoli
Preceduto da Succeduto da
Signoria di Capua Provincia di Terra di Lavoro

La fine del Principato di Capua[modifica | modifica sorgente]

Il Principato di Capua nel 1112.

In epoca medievale, il territorio divenne la sede del potente Principato di Capua, entità statale autonoma sotto il dominio, prima, longobardo e, poi, normanno fino al 1059, anno della sua definitiva annessione al Regno di Sicilia. Nel XII secolo, l'avvento dei Normanni di Sicilia originò una nuova suddivisione dell'Italia meridionale: Ruggero II divise inizialmente i suoi territori continentali in tre province: Apulia, Calabria e Terra di Lavoro. Liburia o Liboriae indicava, in epoca precedente, la fascia meridionale di territorio dell'agro campano, stretta tra i Campi Flegrei e il corso del fiume Clanio ed il suo centro era il castello di Aversa, piazzaforte da cui i normanni avevano gestito la conquista del territorio. All'epoca di Guglielmo I, la Terra di Lavoro comprendeva, invece, oltre all'attuale provincia di Caserta: a sud, Napoli, l'agro nolano e parte del territorio beneventano; a nord, la valle del Garigliano e la media valle del Liri; a est, l'area tra Venafro e Monteroduni ed, ancora, il Sannio Alifano e telesino.

Il giustizierato[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giustizierato e Province napoletane.

Nel 1221, Federico II, che già da tempo cercava di contenere il potere feudale a favore di quello regio, istituì il Justitiaratus Molisii et Terre Laboris, uno dei distretti amministrativi, i giustizierati appunto, in cui erano suddivisi i territori del regno. Voluti dal sovrano, nell'ambito di un processo di centralizzazione amministrativa che avrà il suo culmine con le Costituzioni di Melfi del 1231, i distretti di giustizia imperiale erano affidati ad un rappresentante del potere regio, il Gran Maestro Giustiziere[12], attraverso il quale l'autorità del re si sovrapponeva a quella dei feudatari. L'amministrazione della Terra di Lavoro era congiunta a quella del Contado di Molise e i due territori condivisero il medesimo giustiziere fino al XVI secolo. Nel 1538, in epoca aragonese, il Contado del Molise, infatti, fu separato dalla Terra di Lavoro e definitivamente aggregato alla Capitanata[13]

Con la costituzione del giustizierato, il toponimo Terra di Lavoro diveniva la denominazione ufficiale di un distretto amministrativo plurisecolare, che sarebbe stato soppresso solo nel XX secolo. Inoltre, quelli che fino ad allora erano stati dei confini piuttosto variabili, subirono una prima definizione formale. Tali confini, sebbene mai immuni da trasformazioni ed aggiustamenti, andarono a circoscrivere uno specifico territorio dotato di una sua peculiare identità.

Nel XIII secolo, in epoca Sveva, si ebbe la massima estensione della Terra di Lavoro, che comprendeva il territorio del Regnum racchiuso tra il Tirreno, la dorsale appenninica, il fiume Sarno e la fascia meridionale della valle Roveto. Erano, infatti, ricompresi nel giustizierato anche diversi comuni attraversati dai Regi Lagni (compresi quelli facenti parte dell'odierna provincia di Napoli, quali Casoria, Afragola, Acerra, Caivano, almeno per parte del territorio Casalnuovo di Napoli, Pomigliano d'Arco e Brusciano), poiché rientranti nella vasta piana alluvionale costituita dal bacino idrografico del Clanio e, quindi, nel cuore dell'antica Campania felix. Di questa piana, oltre che probabilmente dell'area su cui insisteva la città di Atella, fanno parte anche Cardito, Frattamaggiore e Frattaminore. I confini dell'area includevano, inoltre, i disciolti comuni di Secondigliano (comprendente gli attuali quartieri partenopei di Secondigliano, Scampia e Miano) e San Pietro a Patierno (comprendente l'omonimo quartiere napoletano), così come la parte pianeggiante del disciolto comune di Chiaiano e dei suoi casali (attuali quartieri napoletani di Chiaiano, Marianella e Piscinola), che comprende anche una vasta zona dei Camaldoli al limite con i Campi Flegrei. Infine, era territorio "dei Leborini" quello circostante la città di Giugliano in Campania.

La provincia[modifica | modifica sorgente]

Provincia di Terra di Lavoro
Terra di Lavoro.png
Mappa di localizzazione
Provincia Terra di Lavoro.png
Informazioni generali
Capoluogo Caserta
8.845 abitanti (1840)
Altri capoluoghi Capua (fino al 1818)
Dipendente da Regno di Napoli
Regno delle Due Sicilie
Suddiviso in 5 distretti
49 circondari
233 comuni
315 villaggi
Amministrazione
Forma amministrativa Intendente
Consiglio d'Intendenza
Consiglio Provinciale
Intendenti elenco
Organi deliberativi Intendente
Consiglio d'Intendenza
Consiglio Provinciale
Evoluzione storica
Inizio 1806 con Lelio Parisi
Causa L. 189 del 1806 del Regno di Napoli
Fine 1860
Causa Occupazione garibaldina e annessione al Regno di Sardegna
Preceduto da Succeduto da
Giustizierato di Terra di Lavoro Provincia di Terra di Lavoro (Regno d'Italia)
Mappa geografica
Provincia di Terra di Lavoro (Due Sicilie).svg
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Suddivisione amministrativa del Regno delle Due Sicilie.

Istituzione dell'ente[modifica | modifica sorgente]

La sede storica della sottointendenza di Sora, ora sede del Museo della media valle del Liri.

Con la legge 132 del 1806 Sulla divisione ed amministrazione delle province del Regno, varata l'8 agosto di quell'anno, Giuseppe Bonaparte riformò la ripartizione territoriale del Regno di Napoli sulla base del modello francese e soppresse il sistema dei giustizierati. Negli anni successivi (tra il 1806 ed il 1811), una serie di regi decreti completò il percorso d'istituzione delle province con la specifica dei comuni che in esse rientravano e la definizione dei limiti territoriali e delle denominazioni di distretti e circondari in cui veniva suddivisa ciascuna provincia.

La riforma napoleonica comportò per la "nuova" provincia di Terra di Lavoro un ridimensionamento territoriale rispetto al precedente giustizierato: venne, infatti, sancita l'istituzione della provincia di Napoli. Diversi comuni attraversati dai Regi Lagni, i Campi Flegrei, la città di Napoli, l'area vesuviana e la penisola Sorrentina furono staccati dalla Terra di Lavoro per essere inclusi nella nuova unità amministrativa voluta per dare alla capitale del regno un proprio territorio di riferimento.

Dal 1º gennaio 1817, sotto il Regno delle Due Sicilie, l'organizzazione amministrativa venne definitivamente regolamentata con la Legge riguardante la circoscrizione amministrativa delle Provincie dei Reali Domini di qua del Faro del 1º maggio 1816.

Dal 1806 al 1818, il capoluogo della provincia fu Capua e la sede degli organi amministrativi era ubicata a palazzo Antignano. Nel 1818, Caserta fu designata quale nuovo capoluogo di provincia e la sede della stessa fu ospitata nel palazzo reale[14].

Suddivisione amministrativa[modifica | modifica sorgente]

La provincia era suddivisa in successivi livelli amministrativi gerarchicamente dipendenti dal precedente. Al livello immediatamente successivo alla provincia individuiamo i distretti che, a loro volta, erano suddivisi in circondari. I circondari erano costituiti dai comuni, l'unità di base della struttura politico-amministrativa dello Stato moderno, ai quali potevano far capo i casali[15], centri a carattere prevalentemente rurale.

La provincia comprendeva i seguenti distretti:

Ogni distretto era suddiviso in circondari per un totale di 49, i quali comprendevano complessivamente 233 comuni.

Cronotassi degli intendenti dal 1806 al 1860[modifica | modifica sorgente]

Elenco degli intendenti della provincia di Terra di Lavoro durante il Regno di Napoli ed il Regno delle Due Sicilie[18]:

  • Lelio Parisi (1806–1808);
  • Mastrilli Della Rocca Marigliano (1808–1809);
  • Luigi Macedonio (1809);
  • Michele Bassi duca di Alanno (1809–1815);
  • Giambattista Colajanni (1815–1816);
  • Michele Filangieri (1816–1818);
  • Costantino Filippi (1818–1820);
  • Domenico Capece Zurlo (1820–1821);
  • Domenico Cacace (1821);
  • Costantino Filippi (1821);
  • Marchese di S. Agapito (1821–1834);
  • Michele Pandolfelli (1834–1837);
  • Domenico Capece Zurlo (1838–1846);
  • Marchese Della Cerda (1846–1847);
  • Gaetano Lotti (1847–1848);
  • Giacomo Ciardulli (1848–1849);
  • Giuseppe De Marco (1849–1859);
  • Salvatore Mandarini (1859–1860);
  • Francesco Viti (1860).
Targa storica all'ingresso di Casalattico, in provincia di Frosinone, già in provincia di Terra di Lavoro

Il Regno d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Provincia di Terra di Lavoro
Mappa di localizzazione
Provincia di Terra di Lavoro-Caserta.png
Informazioni generali
Capoluogo Caserta
Dipendente da Regno d'Italia
Evoluzione storica
Inizio 1861
Causa Occupazione garibaldina e annessione al Regno di Sardegna
Fine 1927
Causa Regio Decreto Legislativo n. 1 del 2 febbraio 1927
Preceduto da Succeduto da
Provincia di Terra di Lavoro (Regno delle Due Sicilie) Provincia di Napoli
Provincia di Roma
Provincia di Frosinone

Dopo il 1860[modifica | modifica sorgente]

Provincia di Terra di Lavoro nel 1905

All'indomani dell'Unità d'Italia la provincia di Terra di Lavoro era una delle più vaste d'Italia[19][20], comprendeva l'intero territorio dell'attuale provincia di Caserta, la parte meridionale dell'attuale provincia di Latina (il circondario di Gaeta), parte dell'attuale provincia di Frosinone (il circondario di Sora), tutta la parte dell'agro nolano ricompresa nell'attuale provincia di Napoli e ancora una parte delle attuali province di Benevento, Avellino e Isernia. I centri principali della provincia erano Caserta, Aversa, Capua (il cui comune comprendeva anche Santa Maria di Capua, l'attuale Santa Maria Capua Vetere), San Germano (attuale Cassino), Formia (nata dall'unione dei comuni di Castellone e Mola di Gaeta), Gaeta, Sora, Isola del Liri, Fondi, Nola, Teano, Sessa Aurunca e Venafro, nonché, per importanza storica, Aquino, Arpino (città natale di Cicerone) e Roccasecca (che si contende con la stessa Aquino i natali di San Tommaso). Facevano parte della provincia, inoltre, i comuni delle Isole Ponziane: Ponza e Ventotene (quest'ultimo già parte della provincia di Napoli).

Suddivisione amministrativa[modifica | modifica sorgente]

Durante il Regno d'Italia, la provincia di Terra di Lavoro venne suddivisa in quarantuno mandamenti raggruppati in cinque circondari:

Soppressione della provincia[modifica | modifica sorgente]

La graduale dissoluzione della provincia di Terra di Lavoro comincia nel 1861, quando i comuni del Vallo di Lauro e del Baianese vengono trasferiti alla provincia di Avellino. Nel 1863, poi, l'alta valle del Volturno (che, tra gli altri, include il comune di Venafro) fu scorporata dalla provincia per entrare a far parte della provincia di Campobasso, mentre i comuni della valle Caudina e della valle Telesina afferenti alla provincia (Airola, Amorosi, Arpaia, Cerreto Sannita, Dugenta, Frasso Telesino, Sant'Agata de' Goti, Solopaca) passarono alla provincia di Benevento.

Nel 1927, venne istituita la provincia di Frosinone. Le motivazioni per lo scioglimento della provincia di Terra di Lavoro, avvenuta nello stesso anno, non sono chiare. In ogni caso, l'argomento più strutturale sembra essere riferibile all'assetto territoriale, stando a quelle che furono le motivazioni ufficiali: la provincia era considerata troppo grande e, soprattutto, non lasciava alla città di Napoli un retroterra adeguato al ruolo di "perla del Mediterraneo" che il regime voleva propagandisticamente esaltare[21][22]. In un telegramma al prefetto di Caserta, infatti, Mussolini giustificò la scelta della soppressione della provincia di Terra di Lavoro con la volontà di dare a Napoli il suo necessario respiro territoriale[23].

Le cornucopie di Terra di Lavoro

Il simbolo con cui storicamente è stata designata la Terra di Lavoro è costituito da due cornucopie, allegoria di abbondanza ma anche di benessere economico e sociale. Il termine deriva da cornu copia, ovvero corno dell'abbondanza. Attualmente sono presenti negli stemmi della provincia di Frosinone e provincia di Caserta.

Nel 1928 allorché fu istituita la provincia di Frosinone, nell'araldo vennero recuperati i simboli della soppressa provincia di Terra di Lavoro le cornucopie, per significare l'inserimento del Circondario di Sora nel territorio della nuova provincia. Nello stemma sono poste su sfondo azzurro, ai piedi di un leone dorato con in mano un gladio (tratto dallo stemma della città di Frosinone).

Diversi anni dopo, quando fu ricostituita la provincia di Caserta, venne adottato per designare il territorio nel 1951 il gonfalone di Terra di Lavoro: oggi consiste in due cornucopie su sfondo azzurro ricolme una di spighe di grano, l'altra di frutti vari, unite alla base dal cerchio di una corona dorata.

All'atto della soppressione della provincia di Terra di Lavoro, i suoi comuni furono divisi tra le province di Napoli (che incorporò gli interi circondari di Caserta e di Nola ed in più i comuni di Carinola, Conca della Campania, Francolise, Marzano Appio, Mondragone, Ponza, Roccamonfina, Sessa Aurunca e Tora e Piccilli)[23], Benevento, Roma (che incorporò, tra gli altri, i comuni di Fondi, Gaeta, Formia, Minturno, Castelforte, Spigno Saturnia e Santi Cosma e Damiano), Campobasso (che incorporò sette comuni dell'alta valle del Volturno: Capriati a Volturno, Ciorlano, Gallo Matese, Letino, Prata Sannita, Pratella e Valle di Prata) e la neonata provincia di Frosinone (che incorporò il circondario di Sora).

Nel 1934, fu istituita la provincia di Littoria, con capoluogo Littoria, città simbolo delle bonifiche fasciste, inaugurata nel 1932 e resa comune della provincia di Roma nel 1933. La nuova provincia fu creata unendo l'Agro Pontino proprio con l'area di Fondi, quella di Formia e Gaeta, di Minturno e Spigno Saturnia, nonché quella Vescina rappresentata da Castelforte e Santi Cosma e Damiano, in precedenza appartenute alla provincia di Terra di Lavoro.

Nel 1945, con decreto luogotenenziale n. 373 dell'11 giugno 1945 del governo Bonomi, fu istituita la provincia di Caserta, comprendente la parte della provincia di Terra di Lavoro passata alla provincia di Napoli ad eccezione del Nolano e Acerra, oltre ad alcuni comuni della valle del Volturno precedentemente appartenuti alle province di Benevento e Campobasso.

Nel 1946, il comune e la provincia di Littoria mutarono denominazione in comune e provincia di Latina e, infine, nel 1970, quando furono istituite le regioni, in applicazione del titolo V della costituzione repubblicana, le province di Latina e Frosinone, comprendenti una parte di territori della Terra di Lavoro, andarono a formare, insieme con le province di Roma, Viterbo e Rieti (quest'ultima istituita sotto il Fascismo per scorporo di territori dalla provincia dell'Umbria e dalla provincia di Aquila degli Abruzzi), il Lazio.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Anna Giordano, Marcello Natale, Adriana Caprio, Terra di lavoro, Napoli, Guida Editore, 2003, pp. 16-17. ISBN 88-7188-774-3. URL consultato il 15 agosto 2010.
  2. ^ a b c d e Giordano, Natale, Caprio, Op. cit., pag. 17. URL consultato il 15 agosto 2010.
  3. ^ Aniello Gentile, Da Leboriae (Terrae) a Terra di Lavoro, riflessi linguistici di storia, cultura e civiltà in Campania in Archivio storico di Terra di Lavoro, VI, Caserta, Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, 1978-79, pp. 9-61. (ISBN non esistente)
  4. ^ Luigi Cardi, Carte geografiche e vedute di Terra di Lavoro, Minturno, Caramanica Editore, 2006. ISBN 88-7425-066-5.
  5. ^ a b c d e Giordano, Natale, Caprio, Op. cit., pag. 20. URL consultato il 15 agosto 2010.
  6. ^ Giordano, Natale, Caprio, Op. cit., pag. 24. URL consultato il 15 agosto 2010.
  7. ^ Giordano, Natale, Caprio, Op. cit., pag. 25. URL consultato il 15 agosto 2010.
  8. ^ Gentile, Op. cit., pag. 62.
    «…nella particolare accezione del termine latino labor ed ancor più in quella dei suoi continuatori dialettali campani, va ricercato il motivo ispiratore del nome Terra di Lavoro, nel senso cioè di una terra in cui è rigogliosa la produzione del grano, la terra delle messi».
  9. ^ Francesco Maria Patrilli, Dissertatio de Liburia. in Camillo Pellegrino, Historia principum Langobardorum, Napoli, 1749-1754. (ISBN non esistente)
  10. ^ Francesco Antonio Grimaldi, Annali del Regno di Napoli: Epoca II, vol. V, Napoli, Giuseppe Maria Porcelli librajo, pag. 44. (ISBN non esistente)
  11. ^ Antonio Giordano, Memorie Istoriche di Fratta Maggiore, Napoli, Stamperia reale, 1834. URL consultato il 14 agosto 2010. (ISBN non esistente)
  12. ^ Matteo Camera, Annali delle Due Sicilie: dall'origine e fondazione della monarchia fino a tutto il regno dell'auguso sovrano Carlo III Borbone, Vol. 1, Napoli, Stamperia e Cartiere del Fibreno, 1841, pag. 138. URL consultato il 2 agosto 2010. (ISBN non esistente)
  13. ^ Marcello De Giovanni, Molise, Pisa, Pacini editore, 2003, pag. 25. ISBN 978-88-7781-477-7.
  14. ^ Archivio di Stato di Caserta: Archivio storico della Reggia, culturacampania.it. URL consultato il 16 agosto 2010.
  15. ^ Nel Regno delle Due Sicilie, i centri abitati privi di autorità municipale erano chiamati "villaggi", tranne in Calabria Citeriore dove erano detti "rioni", in Abruzzo "ville", in Salerno e Napoli "casali". Gabriello De Sanctis (a cura di), Dizionario statistico de' paesi del regno delle Due Sicilie, Napoli, 1840, pag. 29. URL consultato il 7 agosto 2010. (ISBN non esistente)
  16. ^ Giordano, Natale, Caprio, Op. cit., pag. 32. URL consultato il 5 agosto 2010.
  17. ^ a b Maria Rosaria Rescigno, All'origine di una burocrazia moderna: il personale del Ministero delle Finanze nel Mezzogiorno di primo Ottocento, Napoli, ClioPress, 2007, pag. 103. ISBN 978-88-88904-11-5. URL consultato il 17 agosto 2010.
  18. ^ Alfredo Di Lettera, Una finestra sulla Storia, vitulazio24ore.it, 4 febbraio 2009. URL consultato il 22 luglio 2010.
  19. ^ Le industrie nell’alta Terra di Lavoro prima e dopo l’unificazione di Ferdinando Corradini
  20. ^ Terra di Lavoro, Giovanni Barba
  21. ^ Costantino Jadecola, Nascita di una provincia, Roccasecca, Le Tre Torri, 2003. (ISBN non esistente)
  22. ^ Giuseppe Capobianco, Dal fascismo alla repubblica in Terra di Lavoro in Felice Corvese, Giuseppe Tescione (a cura di), Per una storia di Caserta dal medioevo all'età contemporanea, Napoli, Edizioni Athena, 1993, pp. 230-231. (ISBN non esistente)
  23. ^ a b Giordano, Natale, Caprio, Op. cit., pag. 26. URL consultato il 17 agosto 2010.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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