Villa Badessa

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Villa Badessa
frazione
(IT) Frazione del Comune di Rosciano:
Villa Badessa
(AAE) Pjesë e Bashkisë së Roshanos:
Badhesa
Villa Badessa – Veduta
Chiesa madre di Santa Maria Assunta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Abruzzo-Stemma.svg Abruzzo
ProvinciaProvincia di Pescara-Stemma.png Pescara
ComuneRosciano-Stemma.png Rosciano
Territorio
Coordinate42°21′N 14°02′E / 42.35°N 14.033333°E42.35; 14.033333 (Villa Badessa)Coordinate: 42°21′N 14°02′E / 42.35°N 14.033333°E42.35; 14.033333 (Villa Badessa)
Altitudine161 m s.l.m.
Superficie27,3 km²
Abitanti395[1] (2011)
Densità14,47 ab./km²
Altre informazioni
Cod. postale65020
Prefisso085
Fuso orarioUTC+1
Nome abitantibadessani
PatronoSantissima Maria Odigitria, San Spiridione
Giorno festivo8 settembre, 12 dicembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Villa Badessa
Villa Badessa

Villa Badessa (Badhesa in arbëresh) è una frazione di 395 abitanti del comune di Rosciano in provincia di Pescara, Abruzzo ed è situato a 161 m s.l.m..

Rappresenta uno dei numerosi insediamenti storici albanesi (arbëreshë) nel centro-sud Italia, verosimilmente il più recente (1743) e settentrionale, l'unico in Abruzzo. Considerata come un'autentica "oasi orientale" d'Abruzzo, si mantiene il rito bizantino e tutte le tradizioni religiose a esso collegate, il patrimonio artistico relativo alla tradizione religiosa orientale con alcune vestigia architettoniche e urbanistiche, e infine, qualche labile sopravvivenza linguistica albanese, ora però del tutto scomparsa.

Disegno di una donna albanese di Villa Badessa intorno al 1840

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Il villaggio, che si sviluppa lungo una bassa cresta a metà strada tra il Litorale adriatico e i due maestosi massicci della Majella (2793 m) e del Gran Sasso (2914 m), è immerso nel verde della vallata in cui scorre il fiume Nora e circondato da querce, ulivi e vigneti.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Villa Badessa, una piccola comunità albanese in Abruzzo, costituitasi nel XVIII secolo,[2] è molto più legata agli ufficiali e alle reclute del Reggimento Real Macedone che a un'emigrazione a causa dell'oppressione ottomana, visto che all'epoca la zona di Saranda (provenienza dei badessani) era da tempo sottomessa agli ottomani e non certo nel XVIII secolo era nata l’insofferenza verso il loro dominio.

Secondo il letterato Pasquale Castagna, le 25 reclute[3] del capitano del Reggimento Real Macedone, Costantino Blasi (anche Vlasi o Wlasj) hanno rinunciato al loro premio (stipendio) chiedendo in cambio a re Carlo il temporaneo ricovero dei loro famigliari albanesi nel Regno di Napoli, finché infuriava la dominazione musulmana. Il Re accettò e fece stanziare 3.000 ducati d'oro[4] per sostenere le spese di viaggio dall'Albania nel Regno di Napoli.

Secondo Don Lino Bellizzi i parenti dei soldati provenivano dai luoghi Piqeras, Lukovë, Klikursi, Shën Vasil, Nivica-Bubar. Ma queste persone erano molto indecise a lasciare i loro luoghi natii sia per nostalgia sia per le conseguenze che poteva portare il solo desiderio di una trasmigrazione, il quale poteva essere condannato a morte.[4] Il 6 dicembre del 1742, i connazionali musulmani di Borsh e Golëm nel Kurvelesh attaccarono la vicina comunità cristiana di Piqeras che si trova tra Borsh e Lukovë nella regione di Ciamuria e malmenarono gli sfortunati abitanti, ma, visto che erano "discendenti e imitatori dei loro padri" [di religione cristiana greco-ortodossa e coraggiosi], anche se erano solo 47, resistettero per sei giorni durante i quali vennero uccisi 27 albanesi convertiti all'islam di Borsh mentre nessun cristiano perse la vita.[5] La decisione di emigrare a questo punto fu facilitata perché per un cristiano era proibito tenere armi[4] e, avendo ucciso ben 27 persone nei sei giorni di combattimenti sanguinosi sui Monti Acrocerauni, (quindi, il 12/13 dicembre del 1742), era evidente che erano armati, perciò gli abitanti di Piqeras decisero di abbandonare il loro villaggio, accompagnati dal loro papas Macario Nikàs (Nica) e dal diacono Demetrio Atanasio.[6]

Mentre un piccolo gruppo si fermava nel vicino paese di Lukovë [a circa 6 km da Piqeras] e nella zona circostante, gli altri proseguivano verso sud attraversando Klikursi, Shën Vasil e Nivica-Bubar. Quando si raccolsero vicino al mare [probabilmente vicino a Saranda per imbarcarsi per Corfù, vennero scoperti e minacciati di essere denunciati da un musulmano. Uno dei cristiani “finì di pistola il Barbaro”. Spaventati si imbarcarono verso l'isola veneziana di Corfù, condotti da Spiro Idrio [Andrea?] e Demetrio d’Attanasio dove si sentirono protetti da San Spiridione, il protettore di Corfù.[4] Si racconta che sul tragitto verso Corfù si fossero aggiunte diverse famiglie.[7]

L'icona dell'Odigitria nel bema della chiesa Santa Maria Assunta, XV secolo

Secondo lo scrittore greco K.Ch. Vamvas, proseguirono verso Othoni, isola che a quel tempo apparteneva alla Repubblica di Venezia dove aspettavano l'arrivo delle regie navi che li avrebbero portati a Brindisi. Mentre i Piqerasiotët aspettavano, i fratelli De Martino, con una barca, sarebbero tornati di notte a Piqeras per prendere dalla chiesa del monastero Krimanove l'icona dell'Odigitria, colei che avrebbe indicata loro la giusta via. L'icona, restaurata più volte, oggi è custodita nella chiesa di Santa Maria Assunta di Villa Badessa.[4]

Giunti a Brindisi il 4 marzo del 1743,[8] vennero registrati, divennero cittadini del Regno di Napoli e fecero la quarantena necessaria per il sospetto che i luoghi di provenienza fossero stati infettati dalla peste che stava dilaniando Messina dal marzo di quell’anno; l’epidemia, che si sarebbe protratta fino alla tarda primavera del ’44, sollecitava provvedimenti per la salvaguardia della salute pubblica sia nel regno delle due Sicilie, e principalmente nei porti, che in tutti gli stati che avevano nel mare la principale via di comunicazione. Brindisi, primo approdo per quanti provenissero dalle sponde orientali dell’Adriatico, non sfuggiva alla regola.[3]

In quei mesi ai loro bisogni provvide il colonnello don Giulio Cayafa, “castellano dei Regij Castelli di mare e di terra di Brindisi“: egli anticipò denaro per il mantenimento del consistente nucleo di persone acquistando pane, vino e quant'altro necessario alla loro sopravvivenza. Le somme anticipate dal castellano furono reintegrate da Giovanni Garofano Buonocore, regio percettore della Provincia di Lecce, al quale la corte provvide, a sua volta, a rimborsare parte del denaro tra il novembre ’43 ed il successivo aprile.[3]

Il 12 ottobre del 1743, Josè Joaquìn de Montealegre, duca di Salas e secondo segretario di Stato di re Carlo III di Borbone, comunicò a Don Antonio Castiglione, marchese e tutore dei beni allodiali della famiglia Farnese a Penne, che “avendo il Re determinato di collocare le 17 famiglie nel tenimento di Bacucco dipendente dal feudo di Penne”, lo incaricò di dare alle famiglie che si trovavano già a Brindisi “j soccorsi necessarij per il loro stabilimento, l'alloggiamento fintanto siano costruite le baracche, dove dovranno abitare”.[9]

Le famiglie, nel frattempo, cercarono in Puglia un sito dove stare ma, dopo un'estate di grande calore e poca acqua non “piacque quella terra”[4] e, scortate a spese della corona da Demetrio di Micheli, aiutante maggiore del Reggimento Real Macedone, insieme ai capitani Costantino Blasi (anche: Vlasi o Wlasj) e Giovanni Pali [10] del suddetto reggimento, partirono il 28 ottobre del 1743 da Brindisi verso Pianella in Abruzzo dove arrivarono felicemente, dopo 16 giorni di viaggio, il martedì 12 novembre. Tutto questo emerge da una lettera scritta dal Montealegre a Don Antonio Castiglione il 15 ottobre del 1743.[11] Le famiglie vennero sistemate in due case di proprietà della famiglia Farnese non distanti una dall'altra a fianco alla chiesa matrice di Sant'Antonio Abate.[3][11]

Il marchese Castiglione emanò gli ordini opportuni, redigendo anche un “Libro giornale in cui vennero registrate le spese accorse per la colonia albanese”. Naturalmente, nell’attesa della definizione dei luoghi da coltivare non sarebbe mancato il sostentamento al gruppo: fino all’ottobre 1744 ai 18 capifamiglia sarebbe stata versata periodicamente la somma di grana 41 e 2/3 a persona per “viveri giornalieri ed utensili necessarij”.[3]

La fondazione di Villa Badessa[modifica | modifica wikitesto]

Un badessano in uniforme del battaglione Real Macedone, acquarello di Michela de Vito, 1820

A spese della corona, le famiglie, scortate da Don Demetrio Gicca Micheli, aiutante maggiore del Reggimento Real Macedone, insieme ai capitani Blasi e Pali del suddetto reggimento, arrivarono a Pianella il 12 novembre del 1743[11], dove vennero sistemate nel palazzo Farnese di fronte alla chiesa matrice di Sant'Antonio Abate.[3][12] Ma gli abitanti di Pianella avevano tentato di levarseli di torno al più presto[13] ma, stando alle comunicazioni tra la Segreteria di Stato e i referenti sul territorio, ai greco-albanesi non piacque l'area di Bacucco[3] Pare, però che gli abitanti di Bacucco non erano d’accordo a farsi sottrarre le poche terre coltivabili del loro territorio per condividerle con le famiglie greco-albanesi.[13]

A questo punto il marchese Castiglione, i capifamiglia e gli ufficiali del Reggimento Macedone che avevano scortato il gruppo fino in Abruzzo, visitarono più di una località scartando, dopo la stessa Bacucco, anche Acquadosso, Santa Maria del Poggio e Rocca; tutte rifiutate perché non ritenute fruttifere, o per "suggerimento" degli abitanti dei luoghi che non volevano condividere i loro feudi reali con i nuovi arrivati.[3] Sembra che non si trovavano terreni graditi agli greco-albanesi.

Gli abitanti di Pianella si opposero con decisione all’ingresso dei greco-albanesi sui feudi rustici contigui alla loro università, presentando le proprie ragioni al sovrano ed erede dei beni di Casa Farnese. I Pianellesi temevano di venir privati delle quote a vantaggio dei geco-albanesi. Il re, tuttavia, non volle sentire ragioni, e nella replica ai cittadini di Pianella tagliò corto, affermando che come i precedenti enfiteuti ed affittuari avevano potuto dar le terre a coloni, “così con maggior giustizia deve credersi che possa farlo il Re, nostro Signore, come padrone diretto e dispotico di detti territori col destinare alla coltura di questi le suddette famiglie di albanesi che indifferentemente considera come tutti gli altri suoi sudditi”.[13] Con queste parole, il re espropriò i terreni per le famiglie greco-albanesi.[14] D’altro canto, il sovrano tranquillizzava i Pianellesi che ai greco-albanesi “saranno date le terre in riposo, che i Pianellesi non utilizzano”. Inoltre, il re avrebbe concesso ai Pianellesi “la facoltà di poter pascolare sui suoi terreni, che prima non godevano, ed inoltre quella di poter usufruire delle acque del fiume Nora che bagnano i terreni in questione.[13]

Da una documentazione risulta che dal 24 aprile 1703 le terre di Badessa fossero godute in affitto da tale Blasio Taddei, di Pianella, conosciuto con il soprannome “Abbadessa”; quelle di Piano di Coccia, invece, dal 1740 erano tenute in enfiteusi da tale Domenico Sabucchi. Sia l’uno, sia l’altro, avevano a loro volta ripartito il territorio fra diversi coloni di Pianella, dai quali percepivano un canone.[13]

Dall’altra parte, Montealegre invitò Castiglione a persuader i greco-albanesi a cedere all’ultima proposta anche perché sembrava “… improprio il trattenersi agli discorsi ed insinuazioni di persone le quali forse hanno interesse in che non si stabiliscano in quei luoghi …” Anche la pazienza reale aveva un limite, cosicché era il caso d’informare i greco-albanesi di “… quanto possa dispiacere il loro procedere a Sua Maestà, la quale poi potrebbe ritirare le tante grazie, che si degna dispensar loro …”.[3]

Carlo di Borbone, in sostanza, impose la sua volontà a quelli di Pianella, decretando la colonizzazione intensiva di Piano di Coccia e Badessa da parte delle famiglie greco-albanesi. Ma nelle parole del sovrano si scorge invero un progetto più vasto: i coloni avrebbero dovuto formare una nuova università, distinta da quella di Pianella. Secondo il sovrano di Napoli, l’operazione avrebbe accontentato tutti.[13]

Da un censimento fatto il 13 novembre del 1743 (un giorno dopo l'arrivo delle famiglie a Pianella) si evince che la scelta dei terreni da destinare alla colonia cadde sul tenimento di Pianella e specificamente sulle località note come Abbadessa (Badessa, o Badesha in arbëreshë) e Piano di Coccia separate fisicamente dal fiume Nora. Piano di Coccia e Abbadessa costituivano insieme una proprietà allodiale di Casa Farnese contigua all’università di Pianella, “[...] un’estensione di terra in Abruzzo ulteriore, che appellavasi Abbadessa, e ch’era stata venduta da Giovanni Tedesco alla casa Farnese, ed era venuta in proprietà di esso Carlo [di Borbone] per la morte di Elisabetta sua madre, il tutto rilevandosi partitamente dall’archivio allodiale del Re. [...][15]

Le famiglie erano 18 anziché 17 come si evince dalla lettera del Montealegre al Castiglione con data del 15 ottobre del 1743 con 73 persone (27 uomini, 28 donne, 18 bambini) con i seguenti capifamiglia: Giovanni Duca (anni 23), Demetrio Atanasio (diacono) (30), Giovanni Spiro (18), Dimo Lessi (40), Dimo Andrea (60), Spiro Andrea (45), Ghi Vranà (60), Dimo Giocca (28), Gini Vrana (35), Giocca Gicca Zupa (25), Martin Lessi (35), Michel Spiro (18), Dimo Varfi (50), Giocca Gicca Guma (35), Atanasio Dima (38), Michel Gini Atanasio (30), Michel Gini Gicca (30) e papas[16] Macario Nica (26).[11] (Mancano all'appello i fratelli De Martino che avevano preso dalla chiesa del monastero Krimanove l'icona dell'Odigitria.)

Villa Badessa, litografia di Edward Lear, 1843

Finalmente il 4 marzo 1744 venne stipulato l’atto formale di concessione delle terre ai greco-albanesi che “si trovavano già in questa terra [di Pianella] e collocate nel palazzo della serenissima Casa Farnese sin tanto che avranno fabbricato in detti territori le loro abitazioni e non altrimenti.” Il rogito notarile fu redatto a Pianella dal notaio Saverio Fonso di Ortona a Mare, in casa di don Carlo de Felici, davanti ai testimoni Avenerio Pantaleone, Domenico Cipriani e Giuseppe Bernabeo e in presenza dell’Auditore Conte Don Francesco Taddei e del Tesoriere Marchese Castiglione.[17][3] Nel documento si legge come Carlo di Borbone si fosse degnato “di benignamente accogliere sotto il suo regale dominio diciotto Famiglie Albanesi venute in questo Regno nell'anno 1743, con somministrar loro li soccorsi necessari per il totale stabilimento delle medesime nelli due tenimenti detti Badessa e del Piano di Coccia [...] esistenti li medesimi nel distretto di questa terra di Pianella, e spettante alla maestà sua, come beni della gloriosa serenissima Casa Farnese, trovandosi il primo, cioè quello della Badessa querciato, vignato, olivato, e con casa rustica [...] ed il secondo, cioè quello del Piano di Coccia alborato di quercie, e con casa rustica.”[18] L'introduzione del documento conferma che i due tenimenti di Badessa e Piano di Coccia fossero latifondi rustici disabitati, nel senso che in essi non esistevano insediamenti urbani, ma soltanto una casa rustica in ciascuno dei due.[17]

Oltre all’assegnazione (donazione gratuita) di complessivi tomoli 793 di terreno (circa 320 ettari)[19] il Sovrano si impegnò a fornire alle famiglie tutto il necessario alla messa a coltura delle terre, cominciando dagli animali e dagli attrezzi agricoli[20], concedendo inoltre l’esenzione per 20 anni da ogni peso e censo dovuto di regola alla Casa Reale da ogni suddito.[21]

Più volte viene precisato che oggetto della concessione colonica non erano gli interi territori dei latifondi (come avevano chiesto i greco-albanesi), ma le sole porzioni “reputate bastevoli per il loro travaglio e che da ora dette famiglie albanesi si applicano alla coltura de terreni de suddetti territori, che ritrovansi in riposo e senza semina, per proseguire doppo la raccolta di quest’anno, da farsi dall’enfiteuta, ed affittuario rispettivo delli medesimi territori, il dippiù del loro travaglio.” Queste porzioni sarebbero state individuate e quotizzate da periti come idonee a garantire il sostentamento degli appartenenti alle 18 famiglie. Il sovrano si riservò di concedere, eventualmente, altre terre ad altri coloni greco-albanesi che fossero sopravvenuti, ovvero di assegnarle a persone diverse. In questo modo, venne chiarito che, al di fuori delle porzioni che i greco-albanesi fossero riusciti a coltivare, tutto sarebbe rimasto nel pieno dominio del sovrano, proprietario concedente.[20]

Ricostruzione di Villa Badessa nel 1759

Fatta una perlustrazione sul luogo, i capifamiglia albanesi designarono il luogo detto il Morrecino, in piano di Monticello, nella Badessa, come quello in cui avrebbero eretto le loro abitazioni[20] che erano simili a quelle dell'Epiro con tetti ben visibili da tutte le alture e vallate circostanti. Furono erette due file di case ai lati della strada principale, che tutt'oggi si possono constatare in Via Italia. Le abitazioni originarie formavano casette rettangolari prolungate, mono-famigliari, soltanto il pianterreno, eccetto poche di proprietà dei notabili locali che avevano, oltre al pianterreno, anche il primo piano. Ciascuna abitazione aveva sul fronte strada una porta e due finestre. Il tetto, a due spioventi poco inclinati, coperto da un impasto argilloso di paglia e pula depositato sopra stecche di legno di quercia, canne e paglia, su cui si allineavano le tegole (qjaramìdet). Un tozzo comignolo all'estremità completava la casetta, cui veniva annesso un piccolo appezzamento di terreno come cortile-orticello. Nei tempi passati le pietre del fiume Nora e mattoni formavano le mura perimetrali della colonia.[14]

Nel 1748 arrivarono dall'Albania cinque nuove famiglie per un totale di 23 persone. I capifamiglia erano: Dimo Pali (auch: Palli), Gicca Pali, Giocca Pali, Gicca Pali Micheli e Gicca Atanasio.[11] A questo punto il re incaricò il marchese Castiglione di unirle alle 18 famiglie già stabilite nella Badessa e Piano di Coccia, cosicché a questo punto la colonia era formata da 23 famiglie. Infine, per evitare ogni futuro disturbo e confusione, il 24 ottobre del 1753, il Castiglione fece riassegnare (donazione gratuita) i terreni tra le singole 23 famiglie con l’atto formale a Pianella dal notaio Daniele Buccieri.[22]

All’aprirsi della dominazione napoleonica sul Regno di Napoli, Villa Badessa fu riguardata come università (comune). Secondo il progetto di accorpamenti concepito nel 1806, essa avrebbe dovuto essere riunita a Pianella. Il progetto, tuttavia, fu successivamente modificato, e Badessa finì sotto Rosciano, insieme a Villa San Giovanni e a Villa Oliveti.[23]

Lingue e dialetti[modifica | modifica wikitesto]

Sino al 1983 non più che tre locutori, persone molto anziane, parlavano l'albanese, finché l'ultimo parlante è deceduto negli Stati Uniti. Malgrado il prosciugamento della lingua, l'identità simbolica albanese di Villa Badessa non è spenta. Alcuni progetti delle istituzioni locali, comunale e religiosa, portano avanti oggi l'insegnamento a scuola della lingua e della cultura arbëresh, cercando un recupero delle sopravvivenze lessicali e della cultura materiale locale ancora recuperabili, facendo leva e aiutandosi con la lingua albanese moderna "standard" parlata in Albania.

Religione[modifica | modifica wikitesto]

Rito bizantino[modifica | modifica wikitesto]

Villa Badessa è legata spiritualmente alla religione cristiana di rito orientale, ne è testimonianza la patrona Maria Odigitria (Shën Mëria e Odhijitries), molto devota da molti degli albanesi esuli in Italia. La chiesa di Villa Badessa è parte integrante dell'Eparchia di Lungro degli Albanesi dell'Italia continentale, in cui si celebrano le funzioni con rito bizantino-greco del Tipicòn di Costantinopoli, pur avendo accolto alcune innovazioni del Concilio Vaticano II. L'istituzione di questa parrocchia, nel 1744, fu il primo atto pubblico dell'insediamento della colonia albanese in Abruzzo. La chiesa è abbellita da icone, affreschi e mosaici secondo i canoni bizantini più antichi. Vengono conservate, oltre la splendida iconostasi, le numerose e preziose icone, tra cui spicca quella di San Spiridione risalente al XVIII secolo, l'Odigitria e il "Kimissos" (la Dormizione). Caratteristica è la distribuzione del pane benedetto (buka e bekuam), delle uova pasquali (vet pashkje) e del grano bollito (gruret) che avviene subito dopo la funzione religiosa del Christos Anesti (Krishti u Ngjall), per Pasqua.

Leggenda vuole che i profughi albanesi, nel trasportare la loro preziosa icona della Madonna Odigitria (dal greco “Colei che indica la Via, la direzione”), furono rallentati dalla sua pesantezza fino a che non divenne così pesante da non poter essere più spostata oltre e rimasero bloccati proprio nel luogo dove ora sorge il paese. Così nacque Villa Badessa.[24]

Società[modifica | modifica wikitesto]

Associazioni e enti culturali[modifica | modifica wikitesto]

  • Associazione Culturale “Villa Badessa - Shoqata Kulturore “BADHESA”[25].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Italia in dettaglio - Villa Badessa
  2. ^ Guida d'Italia: Albania, Touring Club Italiano, Milano, 1940, ISBN 88-365-1148-1, pg. 86
  3. ^ a b c d e f g h i j Aniello D’Iorio: Inizi di un insediamento albanese nei feudi borbonici
  4. ^ a b c d e f Pasquale Castagna: Villa Badessa in: Il Regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato. Vol XVII, Abruzzo ulteriore I, fasc. 6, Pansini, Napoli 1853, p. 132
  5. ^ K.Ch. Vamvas: Περί των εν Ιταλία Ελληνοαλβανών και ιδίως των εις Ελλάδα μεταναστευσάντων (A proposito dei greco-albanesi e in particolarequelli che migrarono in Grecia), Parnassos Literary Society, Athen 1877, p. 24
  6. ^ Villa Abadessa
  7. ^ K.Ch. Vamvas, p. 24
  8. ^ Prof. Dr. Lutfi Alia, HIMARIOTËT NË REGJIMENTIN MAQEDONO – ILIR TË MBRETËRISË SË NAPOLIT 1734 – 1861, su voal.ch. URL consultato il 9 agosto 2019.
  9. ^ Archivio di Penne
  10. ^ Papas Andrea Figlia
  11. ^ a b c d e Archivio di Stato di Napoli, su archiviodistatonapoli.it. (Un ringraziamento va alla signora Antonietta Schimanski (discendente della famiglia Blasi) di Villa Badessa che ha messo a disposizione il risultato della sua ricerca)
  12. ^ Lino Bellizzi, p. 73
  13. ^ a b c d e f Federico Roggero: La Colonizzazione di Bozza e Badessa negli atti demaniali della Provincia di Teramo in: Contributo in Volume, Editoriale Scientifica, Neapel, 2014, pg. 546
  14. ^ a b Lino Bellizzi, p. 55
  15. ^ Lorenzo Giustiniani: Dizionario geografica-ragionato del Regno di Napoli, Tomo X, Napoli, 1805, p. 195
  16. ^ Appellativo dei sacerdoti della Chiesa greco-ortodossa e di quelli delle diocesi orientali unite italo-albanesi dell’Italia meridionale
  17. ^ a b Federico Roggero, p. 547
  18. ^ Lino Bellizzi, p. 68
  19. ^ Lino Bellizzi, p. 67
  20. ^ a b c Federico Roggero, p. 548
  21. ^ Lino Bellizzi, p. 80
  22. ^ Lino Bellizzi, p. 79
  23. ^ Federico Roggero, p. 550
  24. ^ TerPress - Villa Badessa
  25. ^ Associazione culturale Villa Badessa, su villabadessa.it. URL consultato il 1º febbraio 2015.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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