Minoranza francoprovenzale in Puglia

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Puglia; in nero è indicata la posizione di Celle e Faeto nella provincia di Foggia
Aree di diffusione del francoprovenzale o arpitano

La minoranza francoprovenzale (o arpitana) in Puglia risiede nei due piccoli comuni di Celle e Faeto.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di due località del Subappennino Dauno, in provincia di Foggia, che formano l'isola linguistica della Daunia Arpitana. La zona in cui si trovano i due paesi si trova presso il confine tra le tre province di Foggia, Benevento e Avellino. Sono dunque situati a circa 800 km in linea d'aria dall'ambito linguistico francoprovenzale (o arpitano), situato a cavallo tra Francia, Italia e Svizzera. La questione dell'origine di questa comunità non è mai stata completamente chiarita. Sicuramente, essa risale al Medioevo. Gli antenati di questa comunità linguistica potrebbero essere stati dei soldati angioini stanziati provvisoriamente in zona, o dei perseguitati religiosi valdesi: la loro esatta provenienza è questione ancora discussa.

Nei due comuni l'uso del dialetto francoprovenzale è ancora vivo e diverse minoranze linguistiche come quelle francoprovenzali sono state, in tempi recenti, riconosciute dallo stato (1999). Rimarchevole è il fatto che negli anni ottanta esistevano, seppure in numero esiguo e soprattutto tra la popolazione anziana, ancora alcuni parlanti monolingui. Comunque nel complesso per la zona si può parlare di una forma particolare di trilinguismo. I tre idiomi coinvolti sono:

La sopravvivenza di questa comunità linguistica è in pericolo.[1]

Tre idiomi a Celle e Faeto[modifica | modifica wikitesto]

La maggior parte delle persone residenti nei due comuni ha ancora una buona immagine del proprio dialetto francoprovenzale. Quasi tutti sostengono che possa esser scritto, e molti di loro sono addirittura del parere che con il loro dialetto sia possibile la redazione di un testo complesso come una tesi di laurea.[2] Effettivamente, il prestigio sociale del dialetto faetano-cellese è confermato dal fatto che può essere scritto secondo un'ortografia prefissata: esistono racconti e poesie in questo idioma.

L'uso della lingua standard, l'italiano, è riservato ai seguenti ambiti: con forestieri, a scuola e al lavoro. La competenza dell'italiano non è molto recente e neanche universale: [3] è dato di fatto che l'italiano standard non viene padroneggiato pienamente dall'intera popolazione, né tanto meno parlato regolarmente da tutti.

L'uso del dialetto pugliese è attivo, ma è riservato agli ambiti di comunicazione con gli italofoni della provincia; le tre entità linguistiche interagiscono in maniera sempre diversa a livello individuale, ed è chiaro che l'età gioca un ruolo di primo piano.[4]

Questa situazione linguistica è strettamente legata alla situazione geografica ed economica dei due paesi: situate a un'altitudine di rispettivamente 700 e 800 metri, Celle e Faeto si trovano in posizione assai isolata. Sono vicine a una strada, costruita presumibilmente all'inizio del Novecento, che li collega tanto all'Irpinia quanto al Tavoliere (anche se Celle risulta più isolata rispetto a Faeto perché a parte dal collegamento stradale). L'attuale capoluogo della Daunia, Foggia, pur distando soli 50 chilometri, è mal raggiungibile; in più, delle precipitazioni a carattere nevoso rendono molto accidentato il collegamento stradale in inverno. Le fonti di sussistenza dei due comuni sono l'agricoltura - in virtù delle abbondanti precipitazioni - e le rimesse dei lavoratori occupati altrove (a Lucera, a Foggia, oppure emigrati): infatti la popolazione residente durante l'intero anno è composta per tre quarti da anziani e adolescenti in età scolare e prescolare; anche l'assistenza statale costituisce un'importante fonte di reddito.

Lo sviluppo della minoranza nei secoli[modifica | modifica wikitesto]

Dato il numero esiguo di abitanti (insieme, i paesi contano un migliaio di abitanti), è notevole il fatto che la parlata francoprovenzale si sia potuta conservare per numerosi secoli; a ciò contribuirono diversi fattori:[2]

  • Il fatto che l'unità dello stato italiano sia un fenomeno relativamente recente; d'altro canto, questo non distingue necessariamente la comunità francoprovenzale da quelle di lingua greca, albanese, catalana, né spiega esaurientemente la mancata sostituzione della parlata originaria tramite il pugliese.
  • L'isolamento geografico, superato - parzialmente - solo in tempi recenti.
  • La presenza di una coscienza linguistica: il fatto di appartenere ad un gruppo etnico diverso ha accompagnato la comunità durante alcuni secoli. Da ciò proviene anche la posizione di discreto prestigio del dialetto, che accomuna questa comunità più a quella valdostana che non alle comunità dialettali dell'italiano centromeridonale.

Lo sviluppo linguistico della minoranza attraverso i secoli si può riassumere in quattro fasi:[2]

  • Situazione di monolinguismo. Dopo che la colonia si stabilisce in Daunia, il dialetto pugliese è conosciuto dai pochi soggetti che per lavoro sono in contatto con la popolazione dei paesi circostanti.
  • A partire dal 1870, con il consolidamento dell'Unità d'Italia, il dialetto pugliese inizia ad essere capito sempre meglio dalla popolazione, e anche ad essere usato con una certa regolarità. La costruzione della strada aumenta le possibilità di collegamenti in direzione di Foggia (in precedenza, il principale punto esterno di riferimento era la lontanissima Napoli).
  • A partire dal 1930, l'italiano standard viene acquisito dai parlanti e la situazione viene definita in termini di crescente trilinguismo (Lo studioso tedesco Dieter Kattenbusch parla di triglossia). La lingua standard inizia la sua infiltrazione negli anni venti, tramite l'avvento del fascismo e dei mezzi di comunicazione di massa, quali ad esempio la radio. Non è inoltre da trascurare il ruolo giocato, in un arco di tempo più ampio, dal servizio militare e delle due guerre mondiali.
  • La prospettiva futura si introdurrebbe in una fase già iniziata da tempo: nel giro di decenni vivono solamente persone venute a contatto in tenera età con il dialetto pugliese e con l'italiano; infine, il franco-provenzale sarà da trovare solo sotto forma di substrato, data come scontata la sopravvivenza nei due comuni del dialetto pugliese. Al giorno d'oggi, la fascia di popolazione più giovane considera i due dialetti sempre più come un'entità scomoda di cui liberarsi per il proprio lavoro (a differenza di quanto non accada al Nord).

È vero, da un lato, che sono stati aumentati gli sforzi atti a conservare il patrimonio culturale francoprovenzale dei due comuni. La coscienza del pericolo di estinzione e il riconoscimento statale negli anni novanta sono parte di tutto ciò. D'altro canto, il declino demografico dei due comuni pare davvero inarrestabile.[5]

Il dilemma delle origini[modifica | modifica wikitesto]

In verde, l'ambito originale dei dialetti francoprovenzali/arpitani: Francia, Svizzera, Valle d'Aosta, Piemonte

La minoranza si è formata tra la fine del Duecento e l'inizio del Quattrocento a causa dell'emigrazione di un gruppo di parlanti galloromanzi in conseguenza di eventi non ben chiariti. È comunque fuori discussione il fatto che cellesi e faetani si siano sempre autodefiniti provenzali e non francoprovenzali, come si evince dalla loro pubblicazione periodica e da un documento ufficiale del 1566 [6], ma ciò è dovuto semplicemente al fatto che il termine francoprovenzale è stato coniato solo a fine Ottocento sulla base degli studi del linguista Graziadio Isaia Ascoli.

Secondo diverse fonti storiche, l'origine della colonia sarebbe in correlazione con la dominazione di Carlo I d'Angiò sul regno di Napoli quando vi fu, da parte degli Angioini, un notevole sforzo finanziario e umano per consolidare il proprio dominio dopo che si era aperta la strada della loro supremazia sul Mezzogiorno a seguito della battaglia di Benevento del 1266 (la quale pose fine all'epoca di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi). Infatti, con due editti di re Carlo I (8 luglio 1268 e 20 ottobre 1274), molti fedeli della corona angioina furono chiamati da varie zone della Francia a convergere verso la fortezza svevo-angioina di Lucera per rivitalizzare la regione e per fornire appoggio militare e logistico alla fortificazione di Crepacore (presso Celle San Vito, lungo la via Traiana che a quell'epoca era ancora in uso) per poi eventualmente rientrare in patria.[7] In seguito, mentre buona parte delle truppe angioine effettivamente si ritirò, un nucleo sarebbe rimasto in Puglia.[8] Un'indagine fonologica degli anni settanta privilegia la provenienza francoprovenzale, per la precisone da una zona che comprende gli arrondissement francesi di Ain ed Isère[9] Rimarrebbe però oscura la motivazione che avrebbe spinto i soldati, detti i "castellani" di Lucera, a trasferirsi poi sui monti Dauni invece di rimpatriare. Si è però sostenuto che gli angioini di Lucera non dovrebbero essere i progenitori dei "provenzali" dauni in quanto i loro soprannomi indicherebbero che solo uno di essi era borgognone, mentre gli altri provenivano da tutt'altre contrade di Francia[10].

Radicalmente diversa è la vecchia tesi di Pierre Gilles che, nel XVI secolo, aveva parlato di uno stanziamento valdese in epoca però notevolmente più tarda (1400); l'autore attribuiva l'emigrazione a una storia di persecuzioni religiose, non specificava la provenienza esatta dei profughi ma era molto preciso nell'indicare l'ubicazione delle nuove colonie:

(FR)

« ...les Vaudois de Provence étants persecutés à l'instance du Pape seant en Avignon, (...) allèrent vers la ville de Naples et avec le temps edifièrent 5 villettes closes: assauoir Monlione, Montauato, Faito, la Cella et la Motta... »

(IT)

« ...i valdesi di Provenza, essendo perseguitati dal Papa di Avignone, andarono verso la città di Napoli e con il tempo edificarono cinque cittadine fortificate, ossia Monlione, Montauato, Faito, la Cella e la Motta... »

(Pierre Gilles, vedi bibliografia.)

Si noti che, stando a questo testo, Celle e Faeto non sarebbero che le due sole colonie superstiti di un gruppo più numeroso.[11] Mancano documenti storici atti a supportare l'ipotesi di Gilles, che si ritiene basata essenzialmente sulla tradizione orale e che è stata ripetutamente contestata; si aggiunga il fatto che, con ogni probabilità, Celle, Faeto e le altre località già preesistevano, anche se non si sa in che forma. Notevole è anche il fatto che i valdesi non facevano parte del gruppo linguistico francoprovenzale, ma di quello provenzale, il che contrasterebbe con le diciture correnti "minoranza francoprovenzale" o "Daunia Arpitana". La tesi di Gilles avrebbe però il vantaggio di spiegare perché nella Daunia francoprovenzale il fonema latino /u/ viene di solito palatalizzato in /i/; se si ritienesse valida l'ipotesi di uno sviluppo graduale (u> ü> i), questa considerazione sarebbe in favore della tesi valdese. Infatti, nel Quattrocento almeno l'arrotondamento di u in ü era già stato compiuto nelle parlate provenzali dei valdesi, mentre questo passaggio, nel Duecento, non era ancora avvenuto nell'area francoprovenzale[12]. In ogni caso la presenza di comunità di religione valdese è attestata (nei secoli XIII-XV) a Monteleone e Montaguto, in Irpinia, ove vi furono anche dure persecuzioni.[13]

Una terza ipotesi, formulata in epoca posteriore, ritiene invece plausibile che gli antenati di cellesi e faetani provenissero da alcuni comuni piemontesi di parlata francoprovenzale.[14]

Esempi di francoprovenzale a Celle e Faeto[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Kattenbusch e Valente.
  2. ^ a b c Kattenbusch (1982).
  3. ^ Valente (1972).
  4. ^ Tra i fenomeni più tipici di interferenza con l'adstrato italiano, si ricordano la metafonia napoletana ed il raddoppiamento fonosintattico (Kattenbusch 1982).
  5. ^ Vedi voci della Wikipedia dei due comuni.
  6. ^ Kattenbusch (1982) Si consideri che in epoca contemporanea il provenzale e il francoprovenzale sono generalmente considerati come gruppi linguistici distinti all'interno del continuum costituito dalle lingue romanze.
  7. ^ De Salvio (1908).
  8. ^ Melillo (1974).
  9. ^ Schüle (1978), sulla base di un suo studio assai differenziato sulle isoglosse. Gli stessi risultati, in fondo, erano stati pubblicati anche da Melillo secondo un sistema assai più semplice (analisi delle forme dell'imperfetto e del participio passato, a seconda della palatalizzazione di /c/ e /g/ nelle forme flesse dei verbi).
  10. ^ Nando Romano, in uno studio pubblicato da Procaccini editore,
  11. ^ Tanto Gilles (1643) quanto il De Salvio (1908) parlarono non di due ma di diverse colonie situate sull'Appennino; quest'ultimo, che sosteneva comunque la pista angioina, attribuiva i diversi destini delle colonie al fatto che proprio Celle e Faeto si trovassero lontano da strade importanti.
  12. ^ Kattenbusch 1982
  13. ^ AA.VV., I Dauni-Irpini, Napoli, Generoso Procaccini, 1990.
  14. ^ Vedi Telmon (1985). Questa tesi sarebbe confortata da ricerche lessicali e da varie considerazioni sul tipo di palatalizzazione che caratterizza il francoprovenzale di Puglia.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio De Salvio, Relics of Franco-Provençal in Southern Italy, "Publications of the Modern Association of America", XXIII, (1908), pp. 47–79.
  • Pierre Gilles, Histoire ecclesiastique des églisese reformées recueillies en quelques Valées de Piedmont, autrefois appelées Vaudoises, Paris, 1643, pag. 19.
  • Ferdinando Grevorovius, Apulia Fidelis, Milano, Trevisini, 1900, appendice, minoranze linguistiche.
  • Dieter Kattenbusch, Das Frankoprovenzalische in Süditalien, Tübingen, Narr, 1982.
  • Paolo Lopane, Faeto di Puglia. L'eredità franco-occitana, Archivio Storico Pugliese, LXVII (2014), Società di Storia Patria per la Puglia.
  • Michele Melillo, Intorno alle probabili sedi originarie delle colonie francoprovenzali di Celle e Faeto, "Revue de Linguistique Romaine", XXIII, (1959), pp. 1–34
  • Michele Melillo, Donde e quando vennero i francoprovenzali di Capitanata, "Lingua e storia in Puglia"; Centro di Studi pugliesi (Siponto): I quaderni della regione, I, (1974), pp. 80–95..
  • Vincenzo Minichelli, Dizionario francoprovenzale. Celle di San Vito e Faeto / Deziunàrje franchepruenzàle. Cèlle de Sant Uìte e Faìte. Torino, Edizioni dell'Orso, 1994.
  • Giacomo Morosi, Il dialetto franco-provenzale di Faeto e Celle, nell'Italia meridionale, "Archivio Glottologico Italiano", XII, (1890-92), pp. 33–75.
  • Nando Romano, La raccolta dei materiali nelle aree romanze esogene di Puglia, "Bilinguismo e diglossia in Italia", Pisa, 1972, pp. 49–58.
  • Ernest Schüle, Histoire et évolution des parler francoprovençaux d'Italie, in: AA. VV, "Lingue e dialetti nell'arco alpino occidentale; Atti del Convegno Internazionale di Torino", Centro Studi Piemontesi, Torino, 1978.
  • Christoph Schwarze, (a c. di) Italienische Sprachwissenschaft, Tübingen, Narr, 1982.
  • Tullio Telmon, Alcune considerazioni sulle parlate di Faeto e Celle alla luce di una recente pubblicazione, "Bollettino dell'Atlante linguistico italiano", serie III, VII-X (1984-86), pp. 47–51.
  • Vincenzo Valente, Bilinguismo dei dialettofoni delle isole francoprovenzali di Faeto e Celle in Capitanata. "Bilinguismo e diglossia in Italia", Pisa, (1972), pp. 38– 48.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]