Battaglia di Sanluri

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Battaglia di Sanluri
MarghinottibattagliaSanluri.jpg
Giovanni Marghinotti, La Battaglia di Sanluri
Data30 giugno 1409
LuogoPosto ancora oggi chiamato Bruncu de sa Batalla (poggio della battaglia), a sud di Sanluri
EsitoVittoria dell'esercito aragonese capitanato da Pietro Torrelles e da Martino I di Sicilia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
8.000 fanti
3.000 cavalieri
17.000 fanti arborensi
2.000 cavalieri francesi
1.000 balestrieri genovesi
Perdite
Sconosciute
(secondo alcune fonti poche migliaia di uomini)
5.000 fanti nel luogo conosciuto ancora oggi come s'Occidroxiu (il macello)
600 nel borgo fortificato di Sanluri
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La battaglia di Sanluri (in sardo Sa Battalla de Seddori, ma anche solo "Sa Battalla" per antonomasia) fu combattuta il 30 giugno 1409 nella piana a sud del castello e del borgo fortificato di Sanluri, nella Sardegna meridionale, tra le truppe del Regno di Arborea guidate da Guglielmo III di Narbona e l'esercito di Martino I di Sicilia, erede della Corona d'Aragona e primogenito di Martino I di Aragona il Vecchio, chiamato anche l'Umano, quinto re di Sardegna.

Premessa[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Conquista aragonese della Sardegna e Guerra sardo-catalana.

Tra i regni della Corona di Aragona faceva parte integrante il Regno di Sardegna e Corsica, ideato nel 1297 da papa Bonifacio VIII, che lo infeudò al re d'Aragona Giacomo II, ottenendone in cambio la rinuncia al trono siciliano nel conflitto allora conosciuto come guerra del Vespro. I re d'Aragona si resero ben presto conto che per dare un senso compiuto a quell'investitura papale avrebbero dovuto conquistare militarmente la Sardegna e la Corsica dove però già preesistevano delle entità statuali autoctone. E infatti il regno nacque propriamente dopo la battaglia di Lucocisterna nel 1324, vinta dagli aragonesi e dai loro (allora) alleati Arborensi contro i pisani di Manfredi della Gherardesca signori del Cagliaritano e della Gallura, incamerandone i territori[1].

Ma la conquista dell'Isola fu tutt'altro che facile. Gli ambiziosi sovrani del regno di Arborea – desiderosi di unificare i territori isolani sotto la bandiera arborense - e la potente famiglia del ramo sardo-genovese dei Doria, restia a perdere i ricchi possedimenti nella parte settentrionale, opposero una tenace resistenza dando vita ad un lunghissimo e sanguinoso conflitto della durata di quasi cent'anni.

Già venti anni dopo la battaglia di Lucocisterna i regnicoli subirono una umiliante disfatta ad Aidu de Turdu da parte dei Doria, e poi, con la scesa in campo di Mariano IV d'Arborea, nel 1353, la guerra volse nettamente a favore degli Arborensi. Dopo cruente battaglie, i territori regnicoli furono ridotti ai soli porti del Castel di Cagliari e a quello di Alghero e di Longosardo, ormai allo stremo e riforniti solamente via mare[2]. Gli arborensi riuscirono di fatto ad ottenere il controllo del territorio sardo coronando il loro sogno di unificazione della nazione sarda.

Dopo la morte della giudicessa de facto Eleonora d'Arborea nel 1402 – però - e cinque anni dopo quella del giovane erede Mariano V, si aprì una crisi dinastica che la Corona di Aragona, mai rassegnata a perdere l'Isola, volle sfruttare per continuare la guerra «e scongiurare il pericolo di perdere definitivamente il Regno di Sardegna e, con esso, una delle fondamentali tappe nella ruta de las islas per l'espansione politica e commerciale dei catalano-aragonesi nel Mediterraneo»[3].

Stendardo dei re d'Aragona

Esercito di Martino il Giovane[modifica | modifica wikitesto]

Salpato dalla Sicilia con un potente esercito su una flotta di 150 navi di cui 24 galeoni, dieci galee, quindici galeotte ed altre navi di minor grandezza, il 6 ottobre 1408, Martino I il Giovane giunse a Castel di Cagliari. Il 1º giugno 1409 la flotta aragonese in un violento scontro nelle acque dell'Asinara distrusse sei galere genovesi che portavano aiuto agli arborensi. Il suo esercito era comandato da Pietro Torrelles, capitano generale e luogotenente di suo padre Martino il Vecchio. Disponeva di ottomila fanti e tremila uomini a cavallo. Benché Inferiori di numero erano però militarmente preparati e molto ben organizzati. I fanti erano forniti di elmo, corazza e scudo, erano armati con una spada lunga ed una corta; era dotato inoltre di arcieri e balestrieri. I cavalieri provenivano dai diversi possedimenti della Corona ed erano principalmente aragonesi, siciliani, valenzani e balearini, armati di tutto punto con cavalli ben protetti da una solida armatura. Erano dotati pure di artiglieria in quanto possedevano bombarde giunte a Castel di Cagliari dalla Spagna qualche decennio prima.

Stemma di Guglielmo III di Narbona-Bas

Esercito di Guglielmo III[modifica | modifica wikitesto]

Nel Regno di Arborea in quegli anni la crisi dinastica produsse gravi danni ed il nuovo re Guglielmo III di Narbona-Bas non riuscì in poco tempo a attirare verso di sé la stima dei suoi soldati, né a dare all'esercito arborense una solida organizzazione militare per poter competere alla pari con quello molto più moderno del nemico. Era numericamente superiore, ma poco addestrato per combattere battaglie campali decisive. La fanteria era composta prevalentemente da soldati sardi sprovvisti di corazze e di armature adeguate, armati con un'arma antiquata chiamata virga sardesca. Alcuni avevano forconi e altre armi di fortuna. A dare aiuto erano sopraggiunti contingenti di soldati pisani e francesi e contava sulla forza dei temibili balestrieri genovesi. La cavalleria era formata da 2000 cavalieri francesi.

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Il piano degli aragonesi prevedeva di puntare con il grosso dell'esercito verso il castello di Sanluri dove li attendevano gli arborensi, mentre dei distaccamenti avrebbero dovuto marciare uno verso ovest al comando di Giovanni de Sena nella direzione di Villa di Chiesa, importante centro dell'Iglesiente, e l'altro verso est al comando di Berengario Carroz, nei territori dell'Ogliastra e del Sarrabus a conquistare il castello di Quirra[4].

Dopo alcuni contatti tra avanguardie avvenuto alcune settimane prima, la domenica del 30 giugno, l'esercito di Martino il Giovane, dopo aver risalito precedentemente il Flumini Mannu avvicinandosi a Sanluri, si mosse alle luci dell'alba dall'accampamento nel quale trascorse la notte e si avvicinò al borgo fortificato di Sanluri. A quel punto Guglielmo III uscì allo scoperto con i suoi fanti e manovrò per lanciare la cavalleria contro la fanteria aragonese in un luogo che ancora oggi e chiamato Bruncu de sa Battalla (Poggio della Battaglia)[5].

L'avanguardia aragonese era guidata da Pietro Torrelles e contava un migliaio di uomini armati mentre Martino I, più indietro guidava il grosso delle forze. Dimostrandosi abile stratega fece assumere al suo esercito una formazione a cuneo. La tattica si rivelò quella giusta in quanto pervenne a sfondare il fronte delle forze avversarie investendole nel centro del loro schieramento in linea. La manovra riuscì in pieno e divise l'esercito arborense in due tronconi. La parte sinistra si divise a sua volta in due parti: la prima ripiegò a Sanluri dove trovò rifugio nel borgo fortificato e nel castello di Eleonora; le mura però non resistettero all'assalto e le forze aragonesi irruppero massacrando a fil di spada 600 fanti e facendo prigioniere 300 donne. La seconda parte, guidata da Guglielmo III riuscì a rifugiarsi nel vicino castello di Monreale le cui mura ressero l'assalto[4].

Nel frattempo l'altro troncone dell'esercito arborense – quello destro - fu incalzato dai regnicoli che riuscirono a chiudere la via di fuga verso il borgo. Abilmente la cavalleria aragonese riuscì a spingerlo nella vallata di Furtei[4]. Da qui - in realtà - attraversando il Flumini Mannu, avrebbe potuto risalire verso il borgo di Sanluri e riunirsi alle forze residue. Ma il fiume in quei giorni era eccezionalmente in piena. Gli aragonesi sfruttarono quell'opportunità e impiegarono la loro riserva tattica costituita da 2.000 soldati riuscendo così ad intrappolare gli arborensi. Questi da una parte non potevano attraversare il fiume e dall'altra furono costretti a difendersi risalendo un'altura, oggi nota col triste nome di S'Occidroxiu (il macello), dove finirono massacrati dagli aragonesi che occupavano saldamente la sommità[6].

Alla morte di Martino il Vecchio, padre di Martino il Giovane si estinse la casata dei conti di Barcellona.

Morte di Martino I[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante la vittoria sugli arborensi, destò grande scompiglio in Aragona la notizia della morte del giovane Martino I, ultimo discendente della casata dei conti di Barcellona, probabilmente dovuta alla malaria contratta mentre risaliva il Flumini Mannu dirigendosi verso Sanluri.

La battaglia di Sanluri segnò il declino del Regno di Arborea così come segnò anche il declino dei catalani all'interno della Corona di Aragona: la morte di Martino il Giovane infatti determinerà la scomparsa della catalanità dei re della Corona[7].

Il 31 maggio 1410, dieci mesi dopo la morte del figlio, moriva l'ultimo re di Aragona della casata dei conti di Barcellona. Dopo un difficile periodo di interregno il 28 giugno 1412 a Caspe venne eletto un nuovo re, Ferdinando I de Antequera, un castigliano.

Duomo di Cagliari (transetto sinistro), mausoleo di Martino Il Giovane

La Bella di Sanluri[modifica | modifica wikitesto]

Desta molta curiosità la leggenda che vuole la morte di Martino il Giovane causata – oltre che della malaria - anche dalle eccessive attenzioni di una bellissima giovane del borgo fortificato di Sanluri, la quale, per vendicare il massacro degli abitanti e dei soldati arborensi rifugiatisi nel castello, volle far giustizia a suo modo, sfiancando e riducendo allo stremo delle forze Martino I - che se ne era perdutamente invaghito - facendogli avere una lunghissima serie d'amplessi[6]. A tal proposito lo storico Giuseppe Manno, nella sua opera Storia di Sardegna, scrive:

« Il giovanetto principe con le virtù degli eroi avea eziandio alcune delle ordinarie loro fiacchezze. Le di lui passioni erano talmente smodate che famose erano diventate in Sicilia le sue dissolutezze. E più famose restar doveano in Sardegna; poiché non era pienamente riscosso da una infermità sopportata nel suo ritorno a Cagliari, una donzella del luogo debellato di Sanluri, di forme leggiadrissime, tanto perdutamente in lei si invaghi, che egli trovò nell’abuso il termine dei piaceri. Morì pertanto re Martino, lacrimato dai suoi siciliani, non da meno dai catalani e dai sardi (regnicoli) »

(Giuseppe Manno, Storia di Sardegna, Volume III, pag 165)

Anche lo storico Francesco Cesare Casula riporta la stessa notizia affermando:

« Nell'euforia della vittoria, nel palazzo regio della capitale, Martino il Giovane s'intrattenne con una bella prigioniera sanlurese di cui non si conosce il nome, indebolendosi a tal punto da non opporre, poi, alcuna resistenza alle perniciose febbri malariche della terzana maligna che avevano preso a scuoterlo di lì a poco. Morì nel giro di dieci giorni, il 25 luglio, e fu seppellito nel transetto sinistro del duomo di Cagliari, rifatto nel Seicento come si può vedere ancora oggi. »

(Francesco Cesare Casula, Breve storia di Sardegna, pag 205)
Il regno di Sardegna dopo la resa di Oristano il 29 marzo 1410

Conseguenze della battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 luglio si arrese Villa di Chiesa nelle mani di Giovanni de Sena. Nello stesso mese Guglielmo III di Narbona si imbarcò per la Francia in cerca di aiuti lasciando come giudice di fatto (judike de factu) suo cugino Leonardo Cubello ad organizzare le difese. Le conseguenze della disfatta a Sanluri furono pesanti ma non piegarono completamente gli arborensi. I combattimenti ripresero violentemente e l'esercito dei regnicoli si preparava alla conquista dei loro territori storici. Il 17 agosto l'esercito giudicale respinse un violento attacco contro Oristano per opera dei Moncada.

La caduta di Bosa, seconda città del Regno di Arborea, aprì la strada alla conquista di Oristano, la capitale.

Il giorno successivo Pietro Torrelles guidò i regnicoli nel sanguinoso scontro che si svolse nella piana tra Sant'Anna, Fenosu e Santa Giusta, ricordato come la Seconda Battaglia (Segunda Battalla). Gli aragonesi furono respinti e rimasero intrappolati nelle paludi subendo ingenti perdite. Secondo fonti spagnole la battaglia fu cruenta e rimasero sul campo 6.536 morti[8]. A distanza di un mese e mezzo dalla disfatta di Sanluri le sorti della guerra erano ancora incerte. Gli arborensi continuarono a resistere e passeranno sette mesi prima che Pietro Torrelles espugni i castelli di Monreale, di Marmilla e di Gioiosaguardia, scardinando così le loro difese. Cadute queste roccaforti si aprivano le porte per la conquista di Oristano. Dopo aver ricevuto ingenti rinforzi, il 25 marzo 1410, l'abile comandante aragonese partiva dalla fortezza di Sanluri verso la capitale arborense. Evitando le fatali paludi e gli stagni di Fenosu e Santa Giusta si diresse verso Bosa, centro strategico e porto commerciale di vitale importanza per il Regno di Arborea. La città si difese strenuamente prima di arrendersi. La sua caduta permise ai regnicoli di puntare con tutte le forze verso Oristano. Le vicende dell'assedio della capitale restano un punto molto dibattuto dagli storici perché inspiegabilmente, senza combattere, Leonardo Cubello il 29 marzo 1410 firmò a San Martino fuori le mura la resa della città e di tutta l'Arborea storica. Secondo alcuni studiosi si trattò di tradimento[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gianni Mereu, La Battaglia di Sanluri - Introduzione, su SaBattalla.it. URL consultato il 24 ottobre 2017.
  2. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia di Sardegna, pag 203
  3. ^ Francesco Cesare Casula, Breve storia di Sardegna, pag 204
  4. ^ a b c Gianni Mereu, Si avvicina il giorno dello scontro, su SaBattalla.it. URL consultato il 24 ottobre 2017.
  5. ^ Gianni Mereu, L'epilogo, su SaBattalla.it. URL consultato il 24 ottobre 2017.
  6. ^ a b Marcello Atzeni, La sconfitta dei sardi nella battaglia di Sanluri del giugno 1409 (PDF), su Regione.Sardegna.it, Il Messaggero Sardo, 19 febbraio 2007. URL consultato il 24 ottobre 2017.
  7. ^ Gianni Mereu, La fine della conquista, su SaBattalla.it. URL consultato il 24 ottobre 2017.
  8. ^ a b Francesco Cesare Casula, Breve storia di Sardegna, pag 167
Stemma del Regno di Arborea

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Manno, Storia di Sardegna. Volume II, Nuoro, Ilisso Edizioni, 1999, ISBN 88-85098-47-9.
  • Francesco Cesare Casula, La storia di Sardegna: L'evo moderno e contemporaneo. Volume 3 di La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino, 1994, ISBN 88-7138-063-0.
  • Francesco Cesare Casula, La Sardegna aragonese. La Corona d'Aragona. Volume I, Sassari, Chiarella, 1982, ISBN 88-95462-15-7.
  • Rafael Conde y Delgado de Molina, La batall de Sent Luri: Volume 1 di Subsidia (Istituto storico arborense per la ricerca e la documentazione del Giudicato d'Arborea e il Marchesato di Oristano), S'Alvure, 1999, ISBN non esistente.
  • Manlio Brigaglia, Storia della Sardegna: dalle origini al Settecento, a cura di Manlio Brigaglia, Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu, Sassari, Laterza, 2006, ISBN 88-420-7839-5.
  • Alberto Boscolo, Sardegna, Mediterraneo e Atlantico tra Medioevo ed età moderna, Bulzoni, 1993, ISBN 88-7119-545-0.
  • Francesco Cesare Casula, Breve storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino, 1994, ISBN 88-7138-065-7.

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