Dillinger è morto

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Dillinger è morto
Dillingerèmorto.jpg
Michel Piccoli nel ruolo di Glauco
Titolo originale Dillinger è morto
Paese di produzione Italia
Anno 1969
Durata 95 minuti
Rapporto 1.37: 1
Genere drammatico
Regia Marco Ferreri
Soggetto Marco Ferreri
Sceneggiatura Marco Ferreri,
Sergio Bazzini
Produttore Alfred Levy,
Ever Haggiag
Casa di produzione Pegaso S.r.l.
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Mirella Mercio
Musiche Teo Usuelli
Scenografia Nicola Tamburro
Trucco Rossano Caporicci
Interpreti e personaggi

Dillinger è morto è un film del 1969 diretto da Marco Ferreri, presentato in concorso al 22º Festival di Cannes.[1]

Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare[2].

Introduzione[modifica | modifica wikitesto]

L'opera fu oggetto di polemiche alla sua uscita nei cinema a causa del soggetto trattato e della violenza ingiustificata insita in esso, ma con il passare del tempo viene ora riconosciuto come uno dei capolavori di Ferreri. Il film venne acclamato dall'influente rivista francese di cinema Cahiers du cinéma. Dal 1980 in poi il film è stato trasmesso in televisione solo in rarissime occasioni.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Glauco, ingegnere industriale, si dirige verso casa dopo una giornata di lavoro, attraversando strade anonime, tutte simili.
Arrivato a destinazione inizia a girovagare senza meta, circondato da oggetti iperrealistici. Si prepara una succulenta cenetta, con un rito tipico della classe media, mentre la televisione trasmette un programma idiota.
Mentre cerca delle spezie nella dispensa in cucina, trova una vecchia pistola impacchettata nella carta di un quotidiano d'epoca che riporta in prima pagina la notizia della morte del gangster John Dillinger. Proietta i filmini delle vacanze e in quel momento raggiunge la completa reificazione con essi (e con tutti i beni inutili che circondano la società consumistica).
Prova a fornicare con la domestica Sabina, ma dopo un gioco erotico per lui inappagante, rinuncia.
Davanti allo specchio mima il proprio suicidio impugnando la pistola, che nel frattempo ha rimesso a nuovo e verniciata di rosso a pallini bianchi, come ipnotizzato da essa. Il tentativo d'uccidersi è la logica conseguenza di una vita-non vita, una vita che è già morte. Ma ha l'ultimo istinto animale di sopravvivenza: uccide Anita, bella e giovane moglie, nel sonno, illudendosi di distruggere quel mondo privo di senso, fugge via e sale su uno yacht, a bordo del quale è appena morto il cuoco, prendendone il posto; ma questo naviga verso un sole finto: non c'è possibilità di fuga.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Il regista Marco Ferreri incontrò per la prima volta il futuro protagonista Michel Piccoli, quando fece visita all'attore impegnato sul set del film La Chamade di Alain Cavalier (1968). Ferreri diede da leggere a Piccoli qualche pagina del copione di Dillinger è morto e l'attore, entusiasta, si candidò immediatamente per la parte. Piccoli disse che Ferreri non gli diede particolari indicazioni sul come interpretare il ruolo di Glauco ma solo brevi cenni per indirizzarne la recitazione. Il regista lasciò la più completa libertà all'attore di intendere il personaggio come meglio credeva. In origine il copione era stato offerto all'attrice Annie Girardot, che doveva essere la protagonista del film, ma l'attrice non sentendosela di interpretare un ruolo tanto complesso, preferì ritagliarsi il ruolo meno impegnativo della cameriera.

L'appartamento, sito in Piazza in Piscinula a Roma, in cui si svolge il film, apparteneva all'epoca al pittore Mario Schifano del quale compaiono alcuni dipinti appesi alle pareti; la cucina è invece quella della villa a Formello di Ugo Tognazzi, grande amico del regista.[3][4]

Tra le musiche emesse dalla radio accesa nella cucina si ascolta un brano, scritto da Teo Usuelli, La luce accesa, cantata da Lucio Dalla[5], che ha trovato pubblicazione discografica unicamente su un raro doppio lp autoprodotto dall'autore.

La pistola, manipolata da Michel Piccoli durante tutto il corso del film, ricompare nel successivo lavoro di Ferreri Il seme dell'uomo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Official Selection 1969, festival-cannes.fr. URL consultato il 14 giugno 2011.
  2. ^ Rete degli Spettatori
  3. ^ Scandola, Alberto. Marco Ferreri, Il Castoro cinema n° 215, Milano, 2004, pag. 74, ISBN 88-8033-309-7
  4. ^ Blogger: Accedi
  5. ^ dall'articolo Addio al Maestro Teo Usuelli. Collaborò a lungo con Ferreri di Luca Del Fra (15 aprile 2009), su Unità.it [1]

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