In nome della legge

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In nome della legge
In nome della legge (film).JPG
una foto di scena del film
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1949
Durata 99 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere drammatico, poliziesco, noir
Regia Pietro Germi
Soggetto Giuseppe Guido Lo Schiavo
Sceneggiatura Giuseppe Mangione, Tullio Pinelli, Pietro Germi, Aldo Bizzarri, Federico Fellini, Mario Monicelli
Produttore Luigi Rovere
Casa di produzione Lux Film- Rovere Film
Distribuzione (Italia) Lux Film
Fotografia Leonida Barboni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Gino Morici
Interpreti e personaggi
Premi

In nome della legge è un film del 1949 diretto da Pietro Germi.

È tratto dal romanzo autobiografico Piccola pretura del magistrato Giuseppe Guido Lo Schiavo ed è stato girato nel piccolo paese di Sciacca, in provincia di Agrigento, il film risultò vincitore di tre Nastri d'argento, fra cui uno speciale al regista.

È stato distribuito nelle sale cinematografiche il 13 marzo 1949.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Sicilia, 1948: Guido Schiavi, un giovane magistrato di Palermo, viene inviato come pretore a Capodarso (che corrisponde nella realtà a Barrafranca), paesino siciliano in provincia di Enna e, per amore della giustizia e della legalità, si trova costretto a combattere contro varie ingiustizie sociali. Il suo zelo lo porterà a scontrarsi contro un notabile, il barone Lo Vasto e contro la mafia, rappresentata dal massaro Turi Passalacqua e dai suoi uomini. Tutto ciò contornato da una realtà omertosa e fortemente diffidente che non fa che ostacolare il suo lavoro. Solo contro tutti, appoggiato unicamente da Grifò, il maresciallo della locale stazione dei carabinieri, e dal giovane amico Paolino (la cui barbara uccisione lo convincerà a rinunciare alle dimissioni appena presentate), condurrà fino alla fine la sua battaglia che consiste non solo nell'applicare la legge ma anche nell'insegnarne il valore.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Per il Dizionario Mereghetti si tratta di «un'opera accattivante nella sua spettacolarità ma molto ambigua dal punto di vista ideologico».[1] Per il Dizionario Morandini è un «vigoroso, qua e là affascinante film d'azione anche se sociologicamente poco attendibile», anticipatore del cinema civile degli anni sessanta e «primo western del cinema italiano postbellico».[2]

Un western italiano[modifica | modifica wikitesto]

All'uscita, com'era accaduto per il precedente Gioventù perduta, il confronto critico sul film di Germi s'incentrò sulla sua più o meno convinta adesione al "programma ideologico ed estetico del neorealismo".[3] Vi fu così chi lo criticò per il cedimento alle "convenzioni dello spettacolo cinematografico",[4] e chi lo definì il film "... più giusto, più organizzato di questi anni... [non avendo mai permesso] che l'inchiesta, la questione morale, il reportage prevalessero sul racconto."[5]

In particolare da parte dei secondi, si sottolinearono "i punti di contatto" del film verso il western.[6] Nella sua monografia su Pietro Germi, Mario Sesti individua in Sfida infernale di John Ford "il riferimento più probabile del genere originario: nella recitazione di Girotti (che sembra proprio rifare Henry Fonda negli sguardi fissi e muti, quasi ipnotici, con i quali sfida i suoi nemici nel bar tabacchi) e nell'uso scenografico di una comunità e del suo villaggio, isolati dalla natura e dal deserto, che è assai vicino al modello scenografico della Tombstone di John Ford."[7] Ma continui sono i riferimenti; dall'arrivo del pretore nella stanzioncina deserta, "degna di Yuma o di Hadleyville",[8] ai "mafiosi a cavallo che si stagliano contro cieli siciliani sulle alture, come le tribù indiane" dei film di Anthony Mann.[9]

Il finale[modifica | modifica wikitesto]

L'"ambiguità"[10] di un finale in cui il pretore stringe un patto di lealtà con la banda del mafioso Passalacqua, "... di una concezione romantica e, certo, discutibile del fenomeno mafioso"[10] furono sottolineate da diverse parti,[11][12] per quanto questi caratteri nel film fossero meno marcati che nel romanzo di Giuseppe Guido Lo Schiavo da cui era stato tratto il soggetto. Anche Leonardo Sciascia rimproverò al regista di aver ricavato un film da un testo che accreditava un'immagine della mafia, ispirata da una profonda vocazione alla giustizia.[13]

Commento di Buscetta[modifica | modifica wikitesto]

Un commento d'eccezione lo offre Tommaso Buscetta, che ricorda come Giovanni Falcone, negli interrogatori, gli trasmettesse "la calma, la forza tranquilla della giustizia che lui rappresentava e che una volta, trent'anni prima, avevo intravisto nel personaggio del film di Pietro Germi, In nome della legge. Il protagonista era un giovane pretore che riusciva a piegare, dopo una lotta difficile, la legge della mafia a quella dello Stato. [...] La storia mi era piaciuta molto ed ero stato per questo molto criticato dai miei amici mafiosi, i quali disapprovavano il finale della pellicola. Secondo loro, il comportamento di Passalacqua era indegno di un uomo d'onore."[14]

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

Nella stagione 1948-49, il film incassò 401 milioni di lire dell'epoca, classificandosi dunque al terzo posto per le maggiori entrate, dopo il kolossal Fabiola di Alessandro Blasetti ed il feuilleton La sepolta viva di Guido Brignone.[15]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007. ISBN 978-88-6073-186-9 p. 1471
  2. ^ Il Morandini - Dizionario dei Film 2000. Bologna, Zanichelli editore, 1999. ISBN 88-08-02189-0 p. 641
  3. ^ Mario Sesti, Tutto il cinema di Pietro Germi, Baldini&Castoldi, Milano, 2007
  4. ^ Luigi Chiarini, Panorama del cinema contemporaneo 1954-57, Roma, 1957
  5. ^ Ennio Flaiano, Il mondo n. 9, 16 aprile 1949
  6. ^ Guido Aristarco, Cinema, n. 13, 1949
  7. ^ Mario Sesti, cit., pag. 169
  8. ^ Valerio Caprara, in Pietro Germi e la Sicilia
  9. ^ Guido Fink, Distanze di sicurezza: cinema americano e cinema italiano in Storia del cinema italiano, Marsilio. Edizioni Bianco&Nero, Venezia.
  10. ^ a b Mario Sesti, cit.;
  11. ^ Carlo Doglio, Cinema, n. 21, 1949
  12. ^ "... la norma della mafia riconoscerà il suo errore, in un dolciastro finale deamicisiano, che sottrae al film quelle pagine che potevano essere le sue più alte e necessarie". Mario Gromo, Film visti. Dai Lumière al Cinerama, Edizioni Bianco&Nero, Roma, 1957
  13. ^ La Sicilia nel cinema, in La corda pazza, Einaudi, Torino, 1982
  14. ^ "Addio Cosa Nostra", di Pino Arlacchi, BUR, 1994.
  15. ^ Documenti a cura di Veronica Pravadelli, in Storia del cinema italiano cit.;

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