Il deserto dei Tartari (film)

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Il deserto dei Tartari
Il deserto dei Tartari film.jpg
Drogo (Jacques Perrin) e il cap. Ortiz (Max Von Sydow)
Titolo originale Il deserto dei Tartari
Lingua originale Italiano
Paese di produzione Italia, Francia, Germania Ovest
Anno 1976
Durata 147 minuti
Genere drammatico
Regia Valerio Zurlini
Soggetto Dino Buzzati (romanzo)
Sceneggiatura André-Georges Brunelin
Produttore Michelle De Broca, Jacques Perrin, Giorgio Salvaggi
Casa di produzione Cinema Due
Distribuzione (Italia) Italnoleggio Cinematografico
Fotografia Luciano Tovoli
Montaggio Franco Arcalli, Raimondo Crociani
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giancarlo Bartolini Salimbeni
Costumi Giancarlo Bartolini Salimbeni
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

Il deserto dei Tartari è un film del 1976, diretto da Valerio Zurlini, tratto dal romanzo omonimo di Dino Buzzati. È stato l'ultimo film diretto da Zurlini.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

L'ufficiale Giovanni Drogo, appena nominato sottotenente dell'esercito imperiale di una nazione imprecisata (potrebbe però essere l'Impero Austro-ungarico riconoscibile dalle uniformi e dalle bandiere), viene comandato alla Fortezza Bastiano (mentre nel romanzo di Buzzati il nome è Bastiani), un inaccessibile e remoto avamposto militare, dove una nutrita guarnigione di soldati e ufficiali ha il compito di sorvegliare la frontiera desertica che separa l'impero da una misteriosa ma minacciosa popolazione: i Tartari.

L'ufficiale si lascerà presto assimilare a quei rigidi rituali militari che animano quotidianamente la fortezza e i suoi occupanti e ne determinano comportamenti e relazioni, nell'attesa di un evento eroico e glorioso, di un'invasione, di una battaglia finale dalla quale ognuno potrà ricavare gloria e prestigio.

Il tenente Drogo trascorrerà alla fortezza tutta la sua vita nella attesa vana di una minaccia che si concretizzerà proprio nel momento in cui, anziano, stanco e malato, dovrà abbandonare per sempre la guarnigione mentre ingenti rinforzi e nuove truppe, inviate dalla capitale, risaliranno le mulattiere che conducono alla Fortezza Bastiano per combattere i Tartari, che finalmente avranno attraversato il deserto e attaccato l'impero.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni registi (Antonioni, Jancsó) avevano progettato un'opera cinematografica basata sul romanzo di Buzzati, ma non avevano dato corso alla realizzazione per le inevitabili difficoltà sia di tipo narrativo, sia di tipo economico. La situazione si sbloccò grazie a Jacques Perrin, che si impegnò personalmente nella ricerca di finanziamenti, e soprattutto grazie alla fortunosa scoperta, nell'Iran sud-orientale, dell'antica fortezza di Arg-e Bam, che sarebbe diventata l'ambientazione del film.

L'arrivo di Giovanni Drogo alla fortezza

La città, patrimonio dell'umanità UNESCO, fu poi quasi completamente distrutta dal terremoto che colpì l'Iran nel dicembre del 2003, causando più di 40.000 vittime.

Alcune scene aggiuntive furono tuttavia girate a Bressanone, in Alto Adige, e nella zona di Campo Imperatore, in Abruzzo, mentre gli interni furono creati a Cinecittà.

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Premi e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Il film vinse, battendo Casanova di Federico Fellini, il David di Donatello per la regia nel 1977, ex aequo con Un borghese piccolo piccolo di Mario Monicelli.

Valerio Zurlini dovette dividere con lo stesso Monicelli anche la statuetta del David di Donatello per il miglior film.

David speciale a Giuliano Gemma per la sua interpretazione del Maggiore Matis.

Differenze fra romanzo e film[modifica | modifica wikitesto]

La vicenda narrativa segue quella del Tenente Drogo buzzatiano; fanno eccezione alcune rifiniture della sceneggiatura, come ad esempio i tratti di alcuni personaggi che risultano leggermente accentuati rispetto alla vaghezza esistenziale del romanzo (personaggi i cui nomi vengono talvolta modificati).

L'inaccessibilità della fortezza, il suo isolamento fisico ed esistenziale rimangono centrali per tutto lo svolgimento del film, così come l'idea della frontiera morta, del deserto, della presenza di un nemico assente e dell'inutilità del tempo. La vastità degli ambienti e la coreografia delle immagini, che si alternano tra gli esterni assolati o crepuscolari e gli interni tenebrosi e ciechi della Fortezza Bastiano (così viene indicata nel film quella che nel romanzo è la Fortezza Bastiani), esprimono l'immobilità corale esattamente come nel romanzo in cui le povere vicende umane, annullate dalla contemplazione della vastità, hanno luogo.

Tuttavia, pur abbastanza fedele al romanzo nello spirito e nei fatti narrati, il film se ne discosta moltissimo da tutti e due i punti di vista nel finale. Infatti, nel film Drogo muore (o forse semplicemente si addormenta in preda alla febbre) disperato e pieno di rimpianti sulla carrozza che lo sta portando lontano dalla fortezza verso la quale stanno già galoppando i "Tartari". Il romanzo ha un finale molto diverso: lasciata la fortezza sulla carrozza Drogo osserva durante la prima parte del viaggio, altrettanto sconvolto e amareggiato, il passaggio sulla strada in senso contrario dei rinforzi diretti alla fortezza. Tuttavia, giunta la notte, deve pernottare in una locanda; qui trascorre le ultime ore di vita sdraiato nel letto nella notte acquistando pian piano la consapevolezza che la battaglia, che aveva aspettato tutta la vita alla fortezza Bastiani ma che aveva perso all'ultimo momento, si presentava ora in modo molto diverso ma molto più importante sotto forma dell'affrontare senza paura la morte. Con la raggiunta consapevolezza di questa battaglia decisiva e più importante da combattere, Drogo muore riappacificato con la sua storia, della quale ha finalmente trovato un senso anche ultraterreno.

In nome di una maggiore concretezza cinematografica, il regista colloca il deserto dei Tartari ai margini (presumibilmente settentrionali o orientali) dell'Impero austro-ungarico, e fornisce ai protagonisti una spiccata personalità ottocentesca. Questi realismi sono assenti nel romanzo dello scrittore bellunese, come in quasi tutta la sua poetica; anzi, nel romanzo essi sono volutamente resi ambigui e inefficaci. Tuttavia c'è da dire che tale caratterizzazione era praticamente obbligata nella trasposizione da un'opera letteraria a forte contenuto evocativo e simbolico, ad un'opera cinematografica in cui i personaggi e gli eventi devono necessariamente trovare una collocazione visiva nei costumi e nella cultura di una epoca storica. Il periodo storico a cavallo tra Ottocento e Novecento era l'unico che si prestava a rendere molti particolari presenti nel racconto letterario (eserciti con cavalli, armi da fuoco e cannoni, mitragliatrici vecchio tipo e cannocchiali per l'osservazione). Analogamente l'Impero austro-ungarico di fine Ottocento-inizio Novecento era l'unica entità storica che poteva giustificare molti particolari del racconto, come l'ambientazione di un regno europeo ma al contempo confinante con zone insieme desertiche e montagnose (in questo senso il cosiddetto e misterioso 'Stato del Nord' proveniente da un luogo vasto e desolato potrebbe così essere identificato con l'Impero Russo che costituiva tutta la frontiera orientale dell'Impero Asburgico dalla Polonia al Mar Nero).

Comunque l'opera cinematografica inizia con un evidente errore storico, quando l'inizio dell'azione viene collocata nel mattino di lunedì 2 agosto 1907. Innanzitutto il 2 agosto 1907 non era lunedì ma venerdì.. Inoltre, poiché lo svolgimento del racconto copre quasi 25 anni, la data sarebbe anacronistica perché la Prima Guerra Mondiale (che avrebbe coinvolto l'Austria contro tutti i suoi vicini) avrebbe dovuto scoppiare a soli 7 anni dall'arrivo di Drogo alla fortezza, e terminare con la sconfitta 11 anni dopo l'arrivo. Così, volendo cimentarsi nell'esercizio di trovare date coerenti con un lunedì 2 agosto, l'inizio del racconto dovrebbe essere collocato nel 1869, 1875 o 1880. D'altra parte solo il 1º anno sarebbe coerente con la tecnologia presentata nel film che, alla fine del racconto come all'inizio, prevede solo l'uso di cavalli, carrozze e messaggeri a cavallo; ciò sarebbe impossibile con le date d'inizio del 1875 o 1880 perché l'automobile data alla fine dell'Ottocento e le comunicazioni via radio all'inizio del Novecento.

Il film trascende la finzione e diventa metafora kafkiana della vita, trascorsa senza altra aspettativa che l'attesa della morte e quando questa arriva, l'impossibilità a opporvisi[1].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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