Francesco Cossiga

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Francesco Cossiga
Cossiga Francesco.jpg

Presidente della Repubblica Italiana
Durata mandato 3 luglio 1985 –
28 aprile 1992
Primo ministro Bettino Craxi
Amintore Fanfani
Giovanni Goria
Ciriaco De Mita
Giulio Andreotti
Predecessore Sandro Pertini
Successore Oscar Luigi Scalfaro

Presidente del Senato della Repubblica
Durata mandato 12 luglio 1983 –
24 giugno 1985
Predecessore Vittorino Colombo
Successore Amintore Fanfani

Presidente del Consiglio dei ministri
Durata mandato 4 agosto 1979 –
18 ottobre 1980
Presidente Sandro Pertini
Predecessore Giulio Andreotti
Successore Arnaldo Forlani

Ministro dell'Interno
Durata mandato 12 febbraio 1976 –
11 maggio 1978
Presidente Aldo Moro
Giulio Andreotti
Predecessore Luigi Gui
Successore Virginio Rognoni

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana
(1955-1992)
Unione Democratica per la Repubblica
(1998-1999)
Unione per la Repubblica
(1999-2001)
Indipendente
(2001-2010)
Alma mater Università degli Studi di Sassari
on. Francesco Cossiga
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita Sassari
Data nascita 26 luglio 1928
Luogo morte Roma
Data morte 17 agosto 2010 (82 anni)
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione Docente universitario
Partito Democrazia Cristiana
Legislatura III, IV, V, VI, VII, VIII
Gruppo Democratico Cristiano
Circoscrizione Sardegna
Collegio Cagliari-Sassari
Pagina istituzionale
sen. Francesco Cossiga
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Partito Democrazia Cristiana (fino al 1992)
Unione Democratica per la Repubblica (1998-1999)
Indipendente (dal 1999)
Legislatura IX (fino al 3 luglio 1985), XI (dal 28 aprile 1992), XII, XIII, XIV, XV, XVI (fino al 17 agosto 2010)
Regione Sardegna (IX Legislatura)
Collegio Tempio-Ozieri (IX Legislatura)
Senatore a vita
Investitura Senatore di diritto
Data 28 aprile 1992
Pagina istituzionale

Francesco Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928Roma, 17 agosto 2010) è stato un politico, giurista e docente italiano, ottavo presidente della Repubblica dal 1985 al 1992 quando assunse, di diritto, l'ufficio di senatore a vita. Ai sensi del decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 17 maggio 2001,[1] ha potuto fregiarsi del titolo di presidente emerito della Repubblica Italiana.

È stato ministro dell'interno nei governi Moro V, Andreotti III e Andreotti IV dal 1976 al 1978, quando si dimise in seguito all'uccisione di Aldo Moro. Dal 1979 al 1980 fu presidente del Consiglio dei ministri e fu presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, quando lasciò l'incarico perché fu eletto al Quirinale, come più giovane Capo di Stato dell'età repubblicana, dopo essere già stato fino ad allora il più giovane Sottosegretario, Ministro dell'Interno, Presidente del Consiglio dei Ministri e Presidente del Senato.

Come Capo dello Stato ha conferito l'incarico a cinque Presidenti del Consiglio[2] e ha nominato cinque senatori a vita[3] e cinque Giudici della Corte costituzionale[4].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La gioventù[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Cossiga nacque il 26 luglio 1928[5] da una famiglia medio-borghese[6] repubblicana e anti-fascista di probabili ascendenze còrse (Còssiga, in dialetto sassarese significa infatti Corsica). Era cugino di terzo grado di Enrico e Giovanni Berlinguer (figli di una cugina della madre di Cossiga).[7] Nonostante egli fosse comunemente chiamato "Cossìga", la pronuncia originaria del cognome è "Còssiga": si tratta d'un casato sardo - di nobiltà di toga, che a suo dire aveva esponenti collegati ad una loggia massonica locale[8] -; il cognome significa "Còrsica", e indica provenienza della famiglia da quell'isola[9].

A sedici anni si diplomò, in anticipo di tre anni[6], al Liceo classico «Azuni»; l'anno successivo si iscrisse alla Democrazia Cristiana[6] e tre anni dopo, a soli 19 anni e mezzo, si laureò in giurisprudenza[5][6][10], iniziando una carriera universitaria che gli sarebbe in seguito valsa l'insegnamento della materia di diritto costituzionale regionale presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università di Sassari. Cossiga si attribuì il soprannome, con cui amava definirsi, di «don Cecio da Chiaramonti»[11].

Grado militare[modifica | modifica wikitesto]

Era Capitano di fregata della Marina Militare per nomina presidenziale di Giovanni Leone, ma era più noto per il suo precedente grado di Capitano di corvetta, sempre conseguito con provvedimento del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il 23 novembre 1961; il fatto emerse pubblicamente quando nelle lettere di un magistrato suicida, il cagliaritano Luigi Lombardini, vi si alluse come ad un soprannome usato dei fidatissimi del circolo presidenziale[12].

Attività politica[modifica | modifica wikitesto]

Inizi della carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Iscritto alla sezione sassarese della Democrazia Cristiana a 17 anni, negli anni universitari ha fatto parte della FUCI con ruoli di primo piano nella FUCI di Sassari e a livello nazionale.[13]

Alla fine degli anni cinquanta, ancora trentenne, iniziò la sua folgorante carriera politica a capo dei cosiddetti giovani turchi sassaresi: eletto deputato per la prima volta nel 1958 divenne poi il più giovane sottosegretario alla difesa nel terzo governo Moro (23 febbraio 1966); suo ministro era Giulio Andreotti.

In questa veste presiedette all'apposizione degli "omissis" sul rapporto Manes, una relazione sull'operato del servizio segreto militare oggetto di esame da parte della commissione ministeriale di inchiesta sul piano Solo, che la Commissione parlamentare sul SIFAR ricevette dal Governo pesantemente censurata "per esigenze di segreto militare"[14]; secondo Lino Jannuzzi, che con Eugenio Scalfari aveva condotto una campagna contro il generale Giovanni De Lorenzo, ideatore del piano, Cossiga stesso gli avrebbe rivelato il suo ruolo nella depurazione del testo di Manes[15].

Dal novembre 1974 al febbraio 1976 fu ministro della pubblica amministrazione nel Governo Moro IV. Il 12 febbraio 1976, a 48 anni, divenne ministro dell'interno.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Giovani turchi (Italia) e Governo Moro III.

Ministro dell'interno[modifica | modifica wikitesto]

L'11 marzo 1977, nel corso di durissimi scontri tra studenti e forze dell'ordine nella zona universitaria di Bologna venne ucciso il militante di Lotta continua Pierfrancesco Lorusso; alle successive proteste degli studenti, Cossiga, allora titolare del Ministero dell'interno, rispose mandando veicoli trasporto truppa blindati (M113) nella zona universitaria[16]. A seguito di ciò, visto il clima di violenza e i toni sempre più accesi, in particolare dei soggetti appartenenti all'area extra-parlamentare, Francesco Cossiga diede disposizioni per vietare in tutto il Lazio, fino al successivo 31 maggio, tutte le manifestazioni pubbliche. Nonostante il divieto, grandi gruppi di militanti diedero comunque il via a manifestazioni di protesta, anche a Roma, a seguito della morte per colpi d'arma da fuoco della militante radicale romana Giorgiana Masi sul Ponte Garibaldi. Il nome del ministro venne storpiato dagli studenti: con una kappa iniziale ed usando la doppia esse delle SS naziste (sowilo, lettera dell'alfabeto runico), in una forma somigliante a Koϟϟiga.

Nel gennaio 1978 Cossiga contribuì alla riforma dei servizi segreti dando loro la configurazione che avrebbero mantenuto fino alla successiva riforma del 2007, e sostenne la creazione dei reparti speciali antiterrorismo della Polizia NOCS e dei Carabinieri GIS.

Il caso Moro[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Cossiga, ministro dell'Interno, nel 1976

Nel marzo 1978, quando fu rapito Aldo Moro dalle Brigate Rosse, creò rapidamente due "comitati di crisi", uno ufficiale e uno ristretto, per la soluzione della crisi.

Molti fra i componenti di entrambi i comitati sarebbero in seguito risultati iscritti alla P2; ne faceva parte lo stesso Licio Gelli sotto il falso nome di ingegner Luciani. Tra i membri anche lo psichiatra e criminologo Franco Ferracuti. Cossiga richiese ed ottenne l'intervento di uno specialista statunitense, il professor Steve Pieczenik, il quale partecipò ad una parte dei lavori.

Circa la presunta fuga di notizie per la quale le BR parevano a conoscenza di quanto si discutesse nelle stanze riservate, Pieczenik ebbe ad affermare nel 1994 che aveva via via richiesto di ridurre progressivamente il numero dei partecipanti alle riunioni. Rimasti solo Pieczenik e Cossiga, affermò lo statunitense «la falla non accennò a richiudersi». Cossiga in seguito non smentì, ma parlò di «cattivo gusto».

Non fu mai aperta alcuna trattativa con i sequestratori per il rilascio di Moro, il quale dalla sua prigionia scrisse a Cossiga dicendogli che «esiste un problema, postosi in molti e civili paesi, di pagare un prezzo per la vita e la libertà di alcune persone estranee, prelevate come mezzo di scambio. Nella grande maggioranza dei casi la risposta è stata positiva ed è stata approvata dall'opinione pubblica».

Cossiga diede le dimissioni da ministro dell'Interno in seguito al ritrovamento del cadavere del presidente della DC in via Michelangelo Caetani. Al giornalista Paolo Guzzanti disse: «Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle [a causa della vitiligine, ndr] è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro». Cossiga, dopo forse questi fatti, cominciò a soffrire di numerosi problemi di salute cronici, come il disturbo bipolare e la sindrome della fatica cronica.[17][18]

La presidenza del Consiglio dei ministri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Governo Cossiga I e Governo Cossiga II.
Francesco Cossiga, presidente del Consiglio, ed Emilio Colombo, ministro degli Esteri nel 1980

Appena un anno dopo, il 4 agosto 1979, fu nominato presidente del Consiglio dei ministri rimanendo in carica fino all'ottobre del 1980. Nel corso dei due brevi esecutivi guidati da Francesco Cossiga il Parlamento italiano approvò la legge che avrebbe consentito al Governo Craxi nel 1983 di installare gli euromissili a Comiso. Fu la più importante azione di politica estera del presidente Cossiga, decisione che anticipò, in qualche maniera, il sodalizio tra l'Italia e la Germania Occidentale guidata da Helmut Schmidt. Episodio poco noto alla storia delle relazioni internazionali ma di importanza stategica per il futuro dell'Italia.[19]

In veste di Presidente del Consiglio, Cossiga fu proposto dal PCI per la messa in stato di accusa da parte del Parlamento, in votazione in seduta comune, con una procedura conclusasi nel 1980 con l'archiviazione. L'accusa era di favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d'ufficio.

Cossiga fu sospettato di aver rivelato a un compagno di partito, il senatore Carlo Donat Cattin, che suo figlio Marco era indagato e prossimo all'arresto, essendo coinvolto in episodi di terrorismo, suggerendone l'espatrio.

Il Parlamento in seduta comune ritenne però manifestamente infondata l'accusa, che era stata fatta procedere da parte della magistratura di Torino in seguito alle dichiarazioni del terrorista pentito Roberto Sandalo (Sandalo, soprannominato il "piellino canterino" perché fu uno dei primi pentiti dell'organizzazione terroristica Prima Linea, aveva infatti riferito che in una conversazione con Marco Donat Cattin quest'ultimo gli avrebbe parlato dell'imminenza del suo arresto, appresa da fonti vicine al padre).

Nel denunciare il favoreggiamento personale il PCI guidato da Enrico Berlinguer fu assai deciso nel ritenere che Cossiga fosse la fonte della fuga di notizie sulle indagini sui terroristi. Una possibile spiegazione di tanta certezza è offerta dalla nuova ricostruzione della vicenda offerta in un libro[20] e confermata in un'intervista del 7 settembre 2007 dallo stesso Cossiga ad Aldo Cazzullo del Corriere della sera: Cossiga ha infatti ammesso (vent'anni dopo i fatti con il reato ormai caduto in prescrizione) parte dell'addebito, ma - soprattutto - ha rivelato che lui stesso informò il cugino Berlinguer del fatto, attendendosi comprensione ed ottenendo invece che la notizia venisse utilizzata per una battaglia politica contro di lui.

Dopo un periodo di allontanamento dalla vita pubblica[21], nel 1983 viene eletto al Senato nel collegio Tempio-Ozieri. Il 12 luglio è eletto Presidente del Senato.

La Presidenza della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elezione del Presidente della Repubblica Italiana del 1985.
Francesco Cossiga durante il tradizionale messaggio di fine anno agli italiani il 31 dicembre 1989

Nel 1985 divenne l'ottavo presidente della Repubblica Italiana, succedendo a Sandro Pertini. Per la prima volta nella storia repubblicana, l'elezione avvenne al primo scrutinio, con una larga maggioranza (752 su 977 votanti): Cossiga ricevette il consenso oltre che della DC anche di PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra indipendente.

La presidenza Cossiga fu sostanzialmente distinta in due fasi quasi eterogenee. Assai rigoroso nell'osservanza delle forme dettate dalla Costituzione (essendo peraltro docente di diritto costituzionale) fu il classico Presidente notaio nei primi cinque anni di mandato. Unico indizio della sua futura posizione di denuncia delle reticenze del sistema politico fu la sua insistente richiesta di chiarire il ruolo del Capo dello Stato nel caso di conferimento dei poteri di guerra al Governo: ne derivò la nomina della Commissione Paladin.

Le «picconate» al sistema[modifica | modifica wikitesto]

La caduta del muro di Berlino segnò l'inizio della seconda fase. Secondo Cossiga la fine della guerra fredda e della contrapposizione di due blocchi avrebbe determinato un profondo mutamento del sistema politico italiano che nasceva da quella contrapposizione ed era a quella funzionale. La DC e il PCI avrebbero dunque subito gravi conseguenze da questo mutamento, ma Cossiga sosteneva che i partiti politici e le stesse istituzioni si rifiutavano di riconoscerlo. Iniziò quindi una fase di conflitto e polemica politica, spesso provocatoria e volutamente eccessiva, e con una fortissima esposizione mediatica, al solo scopo di dare delle «picconate a questo sistema»[22], che perciò valsero a Cossiga negli ultimi due anni di mandato l'appellativo di «picconatore»[23] (e di «grande esternatore»).

Rimonta a quest'epoca l'abbandono, da parte sua, di uno dei più antichi tabù della politica democristiana, cioè quello che esorcizzava l'esistenza di illeciti: conformemente alla formazione "tavianea"[24] della sua iniziale carriera politica, egli tenne moltissimo a dimostrare (quasi "pedagogicamente") agli italiani i costi che in termini di legalità aveva comportato il mantenimento della pace pubblica durante cinquant'anni di presenza in Italia del più forte partito comunista d'Occidente[25]. Per converso, la caduta del muro di Berlino - da lui percepita come svolta epocale prima di molti altri statisti italiani, tanto da essere stato l'unico politico romano a presenziare alla prima seduta del Bundestag dopo la riunificazione nel 1990 - fu per lui la vera giustificazione della riduzione dei margini di tolleranza dell'alleato nordamericano verso la classe politica italiana della "Prima Repubblica": si tratta di una tolleranza che lui percepì scemare quando la CIA interferì pesantemente (ed infruttuosamente) nelle vicende politiche delle massime istituzioni italiane, nel 1989, tentando di impedire l'ascesa di Giulio Andreotti a palazzo Chigi, probabilmente a causa della sua politica filoaraba[26].

Tentando di smuovere un sistema che percepiva bloccato, abbandonò ogni formalismo come in occasione del tradizionale discorso di fine anno del dicembre 1991, da lui quasi disertato, e passato così alla storia come il più breve della storia della Repubblica:

« Parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe, non sarebbe conforme alla mia dignità di uomo libero, al mio costume di schiettezza, ai miei doveri nei confronti della Nazione. E questo proprio ormai alla fine del mio mandato che appunto va a scadere il prossimo 3 luglio 1992. Questo comportamento mi farebbe violare il comandamento che mi sono dato, per esempio di un grande Santo e uomo di stato, ed al quale ho cercato di rimanere umilmente fedele: privilegiare sempre la propria retta coscienza, essere buon servitore della legge, ed anche quindi della tradizione, ma soprattutto di Dio, cioè della verità. Ed allora mi sembra meglio tacere. »
(Francesco Cossiga, dal discorso di fine anno del 31 dicembre 1991 [27])

Tra le esternazioni del presidente vi erano anche le denunce di un'eccessiva politicizzazione della magistratura, e la stigmatizzazione del fatto che giovani magistrati, appena entrati in servizio, fossero da subito destinati alle procure siciliane per svolgere processi di mafia: «Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre un'indagine complessa come può essere un'indagine sulla mafia o sul traffico della droga. Questa è un'autentica sciocchezza».[28]

Qualche commentatore ritenne che quella frase si riferisse a Rosario Livatino, magistrato vittima della mafia, ma anni dopo, con una lettera ai genitori del giudice, Cossiga smentì quest'interpretazione[29].

Per il suo mutato atteggiamento, Cossiga ricevette varie critiche e prese di distanza da parte di quasi tutti i partiti, ad eccezione del MSI che si schierò al suo fianco in difesa delle "picconate". Egli tra l'altro sarà ritenuto uno dei primi "sdoganatori" del MSI, al quale rivolse le scuse a nome dello Stato italiano per le accuse che erano state espresse nei suoi confronti all'indomani della strage di Bologna nel 1980.[30]

Nomine presidenziali[modifica | modifica wikitesto]
Tipica scritta sui muri di meta anni '70 contro Cossiga, col nome scritto con la K e la doppia S scritta in caratteri runici a ricordare le SS
Governi:

IX legislatura (1983-1987)

X legislatura (1987-1992)

Giudici della Corte costituzionale:
Senatori a vita:

Cossiga e Gladio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1966, quando entrò per la prima volta al governo, Cossiga ricevette la delega, come Sottosegretario alla Difesa, a sovrintendere Gladio, sezione italiana della rete Stay Behind, organizzazione segreta dell'Alleanza Atlantica (di cui facevano parte anche Austria e Svezia).

Le asserite responsabilità di Cossiga nei confronti di Gladio furono confermate dal medesimo interessato che, ancora presidente, ammise con fierezza, in un'esternazione a Edimburgo nel 1990, la parte avuta nella sua messa a punto, in quanto sottosegretario al Ministero della Difesa tra il 1966 e il 1969[31] e si autodenunciò con un documento inviato alla Procura di Roma, in seguito alla denuncia dell'ammiraglio Martini e del generale Inzerilli come responsabili di Gladio. Nel documento dichiarò: «Rivendico in pieno la tutela di quarant'anni di politica della Difesa e della sicurezza per la salvaguardia dell'integrità nazionale, dell'indipendenza e della sovranità territoriale del nostro Paese nonché della libertà delle istituzioni, anche al fine di rendere giustizia a coloro che agli ordini del governo legittimo hanno operato per la difesa della Patria»[31]. Sono differenti le versioni sui motivi che indussero l'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti a divulgare la struttura segreta di Gladio:

  1. Paolo Guzzanti, nel suo libro Cossiga, un uomo solo (Rizzoli, 1991) dedica un capitolo («La fiaba del giudice, del gatto e del primo ministro») alla chiave interpretativa di fonte cossighiana: la richiesta del giudice che indagava sulla strage di Peteano, Felice Casson, di accedere agli archivi del SISMI a Forte Braschi, sarebbe stata inopinatamente accolta dal presidente del consiglio Giulio Andreotti per dare luogo ad un regolamento di conti con il Capo dello Stato, da poco esternatore assai sgradito alla maggioranza DC;
  2. lo stesso Cossiga, in una sua autobiografia, La versione di K (Rizzoli, 2009), scrive, riferendosi ad Andreotti: "Mi ha risposto che, ormai caduto il Muro di Berlino, non vi era più alcuna ragione per non raccontare come stavano davvero le cose. Tanto più, aggiunse, che aveva concesso al pm veneziano Felice Casson (…) il permesso di andare a vedere negli archivi dei Servizi Segreti: a quel punto c'era poco da sperare che non avrebbe ricostruito tutto" (pag. 158).

Vi sono state differenti valutazioni politiche sul suo coinvolgimento nella vicenda di Gladio.

Mentre Cossiga ha dichiarato che sarebbe giusto riconoscere il valore storico dei gladiatori così come era avvenuto per i partigiani, il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino ebbe a scrivere: «[...] se in sede giudiziaria un'illiceità penale della rete clandestina in sé considerata è stata motivatamente e fondatamente negata, non sono state affatto escluse possibili distorsioni dalle finalità istituzionali dichiarate della struttura, che ben possono essere andate al di là della sua già evidenziata utilizzazione a fini informativi...».

La richiesta di messa in stato di accusa[modifica | modifica wikitesto]

Cossiga alla scrivania presidenziale

Il 6 dicembre 1991 fu presentata in parlamento da parte dell'allora minoranza la richiesta di messa in stato di accusa per Francesco Cossiga[32].

Tra i firmatari delle mozioni vi erano Ugo Pecchioli, Luciano Violante, Marco Pannella, Nando dalla Chiesa, Giovanni Russo Spena, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Lucio Magri, Leoluca Orlando, Diego Novelli.

Il comitato parlamentare ritenne tutte le accuse manifestamente infondate, come si legge negli atti parlamentari del 12 maggio 1993. La Procura di Roma richiese l'archiviazione a favore di Cossiga il 3 febbraio 1992 e l'8 luglio 1994 la richiesta fu accolta dal Tribunale dei ministri.

Cossiga scrisse:

« Il Partito comunista sapeva dell'esistenza di un'organizzazione segreta con le caratteristiche di Gladio. Lo dico perché ne fui informato da Emilio Taviani. (…) Perché i comunisti lanciarono comunque quella campagna e perché inserirono i fatti di Gladio tra le accuse che portarono alla richiesta di incriminazione nei miei confronti? Credo di avere la risposta. Quello dei comunisti fu fuoco di controbatteria: era da poco crollato il Muro di Berlino e temevano che potessero arrivare da quella parte notizie di chissà che genere sul loro conto; quindi, per evitare di trovarsi in imbarazzo, cominciarono a sparare nel mucchio. E io, (…) fui colpito per primo in quanto presidente della Repubblica. »
(Francesco Cossiga, La versione di K, pag. 159)

Le dimissioni[modifica | modifica wikitesto]

A seguito delle elezioni del 5 aprile, prendendo atto della sconfitta del sistema consociativo fondato sul pentapartito che pure egli aveva sostenuto al fine di «combattere il degrado economico e il terrorismo», deciso a dare un colpo all'immobilismo e alla debolezza dei governi sottoposti alle «estenuanti liturgie e alchimie partitiche», Cossiga si dimise dalla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato, annunciando le sue dimissioni con un discorso televisivo che tenne simbolicamente il 25 aprile, alla fine del quale giunse a commuoversi:[33]

« C'è chi approverà il mio gesto, chi questo gesto non lo approverà, ma spero che tutti lo consideriate un gesto onesto di servizio alla Repubblica. […] Ai giovani io voglio dire però ... di amare la Patria, di onorare la nazione, di servire la Repubblica, di credere nella libertà e di credere nel nostro Paese.[34] »
(Francesco Cossiga, dal discorso del 25 aprile 1992)

Fino al 25 maggio, quando al Quirinale fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, le funzioni presidenziali furono assolte, come previsto dalla Costituzione, dall'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini. Pochi mesi prima, nel gennaio del 1992, Cossiga a seguito di un annuncio aveva già lasciato la Democrazia Cristiana, suo partito di provenienza.

Senatore a vita[modifica | modifica wikitesto]

XIII Legislatura[modifica | modifica wikitesto]

Sfaldatasi la DC ed essendosi i suoi esponenti divisi fra i due poli di centrosinistra e centrodestra, Cossiga decise in un primo momento di ritirarsi dall'attività di partito e di svolgere soltanto l'attività di senatore a vita. Successivamente, nel febbraio del 1998, diede vita ad una nuova formazione politica, l'Unione Democratica per la Repubblica (UDR), con l'intenzione di costituire un'alternativa di centro e ricompattare le forze ex-democristiane.

L'UDR raccolse l'adesione dei Cristiani Democratici Uniti di Rocco Buttiglione e di Clemente Mastella, alla guida di un gruppo di scissionisti del Centro Cristiano Democratico. Tra coloro che aderirono all'UDR ci furono anche Carlo Scognamiglio, Angelo Sanza e Pellegrino Capaldo.

Quando Rifondazione comunista fece mancare il suo appoggio al governo Prodi I, che venne battuto alla Camera per un voto, Cossiga fu determinante per la formazione del governo D'Alema I. Il suo appoggio venne deciso, come Cossiga spiegò in una conferenza stampa[35] all'uscita dalle consultazioni con il presidente Scalfaro, per sancire irrevocabilmente la fine della conventio ad excludendum nei confronti del PCI. Massimo D'Alema fu il primo presidente del Consiglio a provenire dalle file dell'ex PCI. Per l'occasione Cossiga regalò al novello capo del Governo in Parlamento un bambino di zucchero, ironizzando un desueto luogo comune su usanze cannibalistiche dei comunisti.[36] Nel frattempo il senatore Marcello Pera gli lanciava epiteti come discendente di barbaricini, briganti e rapitori, a cui Cossiga rispondeva ricordando le proprie origini familiari "contrariamente a chi ha un cognome di cosa, come si usava dare alle famiglie la cui origine era ignota". L'UDR entrò anche a far parte del governo D'Alema nella persona di Carlo Scognamiglio, che fu nominato Ministro della Difesa.

Il 12 gennaio 1997 si trovava a bordo dell'ETR 460, treno 9415 Milano-Roma, che deragliò alle porte della stazione di Piacenza, provocando la morte di 8 persone e il ferimento di circa altre 30. Cossiga uscì illeso dall'incidente.

XIV Legislatura[modifica | modifica wikitesto]

Dopo un anno di vita, l'UDR si sciolse e larga parte di essa confluì nel nuovo soggetto politico creato da Clemente Mastella, l'UDEUR. Cossiga vi aderì in maniera puramente simbolica, per fuoriuscirne definitivamente il 6 novembre 2003, quando abbandonò, al Senato, il gruppo misto per iscriversi al gruppo per le autonomie.

Nel giugno 2002 ha annunciato le dimissioni da senatore a vita, che peraltro non ha presentato.

Nel 2003 pubblica Discorso sulla giustizia[37], un pamphlet che raccoglie alcuni fra i suoi scritti in tema di giustizia su argomenti quali il delicato rapporto fra primato del Parlamento da un lato e indipendenza della magistratura dall'altro, e quello della problematica conciliabilità fra politicizzazione del magistrato e imparzialità della giurisdizione. Il suo progetto per una riforma utopica si accompagna ad altri interventi che Cossiga, cogliendo occasione da vicende giudiziarie e politiche di rilevanza nazionale, ha svolto in sede parlamentare, e non diffusi al di fuori del circuito degli addetti ai lavori.

Nel 2004 fece alcune affermazioni (riprese nel 2007[38], quando vennero ribadite poi nell'autobiografia La versione di K) sulla strage di Bologna: in una lettera indirizzata a Enzo Fragalà, capogruppo di Alleanza Nazionale nella commissione Mitrokhin ipotizza un coinvolgimento del terrorismo palestinese, nella strage che lui stesso dichiarò "fascista", salvo poi cambiare idea nel 1990. Nel 2008 Cossiga ha reiterato questa affermazione in un'intervista al Corriere della Sera in cui ribadiva la sua convinzione secondo cui la strage non sarebbe da imputarsi al terrorismo nero, ma ad un "incidente" di gruppi della resistenza palestinese operanti in Italia.[39]

Allo stesso tempo smentì più volte di avere sostenuto tesi complottiste sugli attentati dell'11 settembre 2001, voci diffuse soprattutto su internet[40][41], tesi che lui stesso riferì nuovamente qualche anno più tardi in un comunicato, in realtò di tono ironico, pubblicato dal Corriere della Sera, ma ripreso anche da organi di informazione internazionali.[42][43][44][45]

XV Legislatura[modifica | modifica wikitesto]

Cossiga ha collaborato attivamente con diversi quotidiani, scrivendo anche sotto lo pseudonimo "Franco Mauri" per Libero e "Mauro Franchi" per Il Riformista. Alla fine del 2005 ha pubblicato sul quotidiano Libero una lettera nella quale ha annunciato di non volersi più occupare attivamente della politica italiana, ma non pare avervi dato pienamente seguito.

Il 15 maggio 2006 presenta in Senato il DDL Costituzionale n. 352, per la riforma delle istituzioni Sarde ed il riconoscimento della Nazione Sarda[46].

Il 19 maggio 2006 ha votato la fiducia al governo Prodi II.

Il 27 novembre 2006 ha presentato al presidente del Senato, Franco Marini, le dimissioni da senatore a vita, ritenendosi «ormai inidoneo ad espletare i complessi compiti e ad esercitare le delicate funzioni che la Costituzione assegna come dovere ai membri del parlamento nazionale». Le dimissioni sono state respinte dal Senato in data 31 gennaio 2007: il numero dei senatori contrari alle dimissioni è stato di 178, i favorevoli 100 e gli astenuti 12.

L'intera vicenda si è sviluppata in seguito a un'interpellanza parlamentare del mese di novembre 2006 nella quale il presidente emerito richiedeva al ministro dell'Interno Giuliano Amato di chiarire i motivi del pagamento di due giornalisti da parte del Dipartimento della pubblica sicurezza, diretto dal prefetto Giovanni De Gennaro. Data la non immediata disponibilità a chiarire direttamente la vicenda da parte del ministro Amato, in aula venne letta una risposta scritta da De Gennaro. Non condividendo il comportamento tenuto dal Ministro, Cossiga ribatteva con una delle sue note picconate: «[Ha preferito rispondere] lo scagnozzo di quel losco figuro (tale Roberto Sgalla) del capo della Polizia che si chiama Gianni De Gennaro [...]». Nella stessa data, prima del voto di cui sopra, Francesco Cossiga ha presentato pubbliche scuse allo stesso De Gennaro.

Il 6 dicembre 2007 è stato determinante per salvare dalla crisi il governo Prodi, con il suo sì al decreto sicurezza, sul quale l'esecutivo aveva posto la questione di fiducia.

Sempre nel 2007 è stato componente del comitato promotore del pensiero di Antonio Rosmini, in occasione della sua beatificazione avvenuta il 18 novembre 2007.

Lo stesso anno ha ottenuto dalla Sacra Rota la dichiarazione di nullità del suo matrimonio con Giuseppa Sigurani (durato 33 anni), e dalla quale aveva divorziato già nel 1998.[47]

Ha anche rilasciato dichiarazioni sulla strage di Ustica, all'epoca della quale era presidente del Consiglio, attribuendo la responsabilità del disastro a un missile francese «a risonanza e non ad impatto» destinato ad abbattere l'aereo su cui si sarebbe trovato il dittatore libico Gheddafi[48][49]. Tesi analoga è alla base della conferma, da parte della Corte di Cassazione, della condanna al pagamento di un risarcimento ai familiari delle vittime inflitta in sede civile ai ministeri dei trasporti e della difesa dal Tribunale di Palermo, sentenza che ha riconosciuto le prove di quanto affermato dal Presidente Emerito[50].

XVI Legislatura[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2008 Cossiga ha votato la fiducia al governo Berlusconi IV; in precedenza aveva votato la fiducia a Berlusconi un'altra volta, nel 1994 (governo Berlusconi I).

Il 23 ottobre 2008, in un'intervista al Quotidiano Nazionale, propone al Ministro dell'Interno Maroni la sua soluzione per contenere il dissenso universitario nei confronti della legge 133/2008: evitare di chiamare in causa la polizia, ma screditare il movimento studentesco infiltrando agenti provocatori, e solo allora, dopo aver lasciato "che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi", "forti del consenso popolare [...] le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale". Nell'affermare ciò Cossiga sostiene che il terrorismo degli anni settanta era partito proprio dalle università, e conferma di avere già attuato una strategia simile quando egli stesso era stato Ministro dell'Interno[51]. In seguito a questa intervista Alfio Nicotra, della direzione nazionale del PRC e responsabile del Dipartimento Pace e Movimenti del PRC ha chiesto di riaprire l'inchiesta sulla morte di Giorgiana Masi, uccisa in circostanze non ancora chiarite durante una manifestazione nel 12 maggio 1977, periodo nel quale stesso Cossiga era ministro dell'Interno[52]. Inoltre la senatrice Donatella Poretti (Radicale eletta nelle file del PD) ha deciso di depositare un disegno di legge per l'istituzione di una commissione d'inchiesta sull'omicidio della Masi.

L'interesse per l'esoterismo e la massoneria[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni della sua vita, Cossiga ha sviluppato una vera e propria passione e interesse per libri e argomenti trattanti la massoneria e l'esoterismo.[53] È nota la sua amicizia con Armando Corona, ex Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia dal 1982 al 1990 e membro dell'UDR di Cossiga[54][55], oltre al fatto che la stessa famiglia di Cossiga vanta numerosi suoi membri iscritti alla Gran Loggia d'Italia, nel rito scozzese antico ed accettato, tra cui il nonno di Cossiga.[56]

Nel corso degli anni, contemporaneamente al riemergere di libri trattanti stragi e fatti legati alla strategia della tensione in Italia degli anni '70, che hanno riguardato, molte volte lo stesso Cossiga, avendo ricoperto più le cariche di Sottosegretario all'Interno, poi Ministro dell'Interno e Presidente del Consiglio dei ministri[senza fonte], si è affermato talvolta che anche Cossiga si fosse affiliato alla Massoneria[57], addirittura, di essere iniziato al 33º grado del citato rito Scozzese.[senza fonte] Queste voci sono legate anche alle sue dichiarate fedeltà atlantiste e alla sua vicinanza con uomini degli apparati militari della NATO, ma sono sempre state smentite dallo stesso Cossiga, affermando di non poter «essere massone perché sono cattolico, e credo fermamente che le due condizioni siano incompatibili», anche se disse di conoscere moltissimi massoni e di aver tentato, tramite Licio Gelli, di intercedere presso il generale argentino Emilio Eduardo Massera per i desaparecidos italiani, con scarsi risultati.[58][53]

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Il tricolore a mezz'asta del Vittoriano nel giorno dei funerali di Francesco Cossiga

Ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma il 9 agosto 2010[59], vi muore il 17 agosto 2010 a seguito di un infarto e di problemi respiratori.[60][61]

Dopo la sua morte, vengono aperte quattro lettere che Cossiga aveva indirizzato alle quattro massime autorità dello Stato in carica al momento della sua morte.[62] [63]

I funerali si sono svolti nella sua città natale presso la Chiesa di San Giuseppe[64]. Cossiga è sepolto nel cimitero comunale di Sassari, nella tomba di famiglia, poco distante dalla tomba di Antonio Segni[65].

Appartenenze[modifica | modifica wikitesto]

Altre attività[modifica | modifica wikitesto]

  • Con lo pseudonimo di DJ K (K era il nick name del suo riservato e prediletto nipote) ha partecipato con interventi regolari alla trasmissione radiofonica Un giorno da pecora dall'inizio della sua messa in onda, nel giugno del 2009.
  • Era titolare di stazione di radioamatore con il nominativo I0FCG[67][68]. Prima di diventare radioamatore trasmetteva sulla banda cittadina con il nominativo "Andy Capp" e, nei primi anni settanta, si era impegnato per legalizzare la "CB"[69]. Durante il suo mandato presidenziale trasferì la sua stazione al Quirinale; dopo il mandato, ha ripetutamente mostrato la stazione alla TV.

Onorificenze[70][modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua qualità di Presidente della Repubblica italiana è stato, dal 3 luglio 1985 al 28 aprile 1992:

Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
Capo dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine militare d'Italia
Capo dell'Ordine al merito del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito del lavoro
Capo dell'Ordine della Stella della solidarietà italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine della Stella della solidarietà italiana
Capo dell'Ordine di Vittorio Veneto - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine di Vittorio Veneto

Personalmente è stato insignito di:

Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine al merito della Repubblica italiana (Italia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine al merito della Repubblica italiana (Italia)
— 29 aprile 1992[71]
Gran croce al merito della Croce Rossa Italiana - nastrino per uniforme ordinaria Gran croce al merito della Croce Rossa Italiana

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Collare dell'Ordine del liberatore San Martín (Argentina) - nastrino per uniforme ordinaria Collare dell'Ordine del liberatore San Martín (Argentina)
Gran cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria Gran cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio)
Gran croce dell'Ordine nazionale della Croce del Sud (Brasile) - nastrino per uniforme ordinaria Gran croce dell'Ordine nazionale della Croce del Sud (Brasile)
Collare dell'Ordine al merito (Cile) - nastrino per uniforme ordinaria Collare dell'Ordine al merito (Cile)
Cavaliere di gran croce del Grand'ordine del re Tomislavo (Croazia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce del Grand'ordine del re Tomislavo (Croazia)
— 3 luglio 1993[72]
Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito (Egitto) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito (Egitto)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Sikatuna (Filippine) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Sikatuna (Filippine)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia)
Collare dell'Ordine di Hussein ibn' Ali (Giordania) - nastrino per uniforme ordinaria Collare dell'Ordine di Hussein ibn' Ali (Giordania)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Falcone (Islanda) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Falcone (Islanda)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Corona di quercia (Lussemburgo) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Corona di quercia (Lussemburgo)
Compagno d'Onore Onorario dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Compagno d'Onore Onorario dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta)
— 18 settembre 1991
Gran croce dell'Ordine dell'Aquila azteca (Messico) - nastrino per uniforme ordinaria Gran croce dell'Ordine dell'Aquila azteca (Messico)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Orange-Nassau (Paesi Bassi) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Orange-Nassau (Paesi Bassi)
Gran croce dell'Ordine del sole del Perù (Perù) - nastrino per uniforme ordinaria Gran croce dell'Ordine del sole del Perù (Perù)
Croce di commendatore con placca dell'Ordine della Polonia restituta (Polonia) - nastrino per uniforme ordinaria Croce di commendatore con placca dell'Ordine della Polonia restituta (Polonia)
Gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica di Polonia (Polonia) - nastrino per uniforme ordinaria Gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica di Polonia (Polonia)
Gran collare dell'Ordine dell'infante Dom Henrique (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria Gran collare dell'Ordine dell'infante Dom Henrique (Portogallo)
— 22 marzo 1990
Cavaliere di gran croce onorario dell'Ordine del Bagno (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce onorario dell'Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere di gran croce onorario dell'Ordine dei Santi Michele e Giorgio (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce onorario dell'Ordine dei Santi Michele e Giorgio (Regno Unito)
— [73]
Classe speciale della gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca) - nastrino per uniforme ordinaria Classe speciale della gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine equestre per il merito civile e militare (San Marino) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine equestre per il merito civile e militare (San Marino)
Cavaliere di collare dell'Ordine piano (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di collare dell'Ordine piano (Santa Sede)
Balì di Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) - nastrino per uniforme ordinaria Balì di Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM)
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia)
Ordine della Bandiera ungherese di I classe (Ungheria) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine della Bandiera ungherese di I classe (Ungheria)
Gran Collare dell'Ordine del Liberatore (Venezuela) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Collare dell'Ordine del Liberatore (Venezuela)

Onorificenze non nazionali[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di gran croce, con placca d'oro, decorato del collare del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Casa di Borbone-Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce, con placca d'oro, decorato del collare del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Casa di Borbone-Due Sicilie)
— revocato nel 2004[74][75]

Lauree honoris causa[modifica | modifica wikitesto]

1988: Università di Bologna: laurea in giurisprudenza;

1994: Università della Navarra (Pamplona): laurea in giurisprudenza;

2004: Università Sophia (Tokyo): laurea in diritto internazionale;

2005: Università di Sassari: laurea in Scienze della comunicazione;

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • I diritti umani e la loro protezione. La convenzione europea, con Carlo Russo, Giuseppe Sperduti, Marc-Andre Eissen, Fausto Pocar, Roma, Società Italiana per la Organizzazione Internazionale, 1986.
  • Note sulla libertà di espatrio e di emigrazione. Sassari, 1953-Napoli, 1990, Napoli, Università degli studi di Napoli Federico II, 1990.
  • Externator. Discorsi per una repubblica che non c'è, Milano, A. Mondadori, 1992.
  • Parola di Cossiga. Così il presidente ha parlato, Milano, Polypress, 1992.
  • Parole inutili (forse), Roma, Colombo, 1992.
  • Il torto e il diritto. Quasi un'autobiografia personale, Milano, A. Mondadori, 1993.
  • Pensieri in libertà. Ma secondo un criterio. Sei interviste, Roma, Colombo, 2000.
  • La passione e la politica, Milano, Rizzoli, 2000.
  • Francesco Cossiga (a cura di), Sir Thomas More, santo e martire. Patrono dei governanti e dei politici. Raccolta documentale, Roma, Colombo, 2001.
  • Discorso sulla giustizia, Macerata, Liberilibri, 2003.
  • La guerra versus l'Irak. Luci e ombre per un cattolico liberale. Lettera ad un giovane amico cattolico, Roma, Colombo, 2003.
  • Pensieri di un cristiano democratico per gli amici de Il circolo, ovvero Il discorso che non ho potuto pronunziare, Roma, Colombo, 2003.
  • Per carità di patria. Dodici anni di storia e politica italiana, 1992-2003, Milano, Mondadori, 2003.
  • Italiani sono sempre gli altri. Controstoria d'Italia da Cavour a Berlusconi, Milano, Mondadori, 2007.
  • L'uomo che non c'è, intervista di Claudio Sabelli Fioretti, Reggio Emilia, Aliberti, 2007.
  • Mi chiamo Cassandra. Arguzie, giudizi e vaticini di un profeta incompreso, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.
  • Novissime picconate, intervista di Claudio Sabelli Fioretti, Reggio Emilia, Aliberti, 2009.
  • La versione di K. Sessant'anni di controstoria, con Marco Demarco, Roma, Rai-ERI; Milano, Rizzoli, 2009.
  • Fotti il potere, intervista di Andrea Cangini, Reggio Emilia, Aliberti, 2010.
  • L'uomo che guardò oltre il muro. La politica estera italiana dagli euromissili alla riunificazione tedesca svelata da Francesco Cossiga" interviste di Clio Pedone, Soveria Mannelli, Rubbettino 2012

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gazzetta Ufficiale n° 117 del 22 maggio 2001
  2. ^ Bettino Craxi (del quale ha respinto le dimissioni di cortesia presentate nel 1985), Amintore Fanfani (1987), Giovanni Goria (1987-1988), Ciriaco De Mita (1988-1989) e Giulio Andreotti (1989-1992) (degno di nota, inoltre, è, nel 1987, per la prima e finora unica volta nella storia della Repubblica, il conferimento dell'incarico a una donna, l'allora Presidente della Camera dei Deputati Nilde Iotti)
  3. ^ Francesco De Martino, Giovanni Spadolini, Giulio Andreotti, Gianni Agnelli e Paolo Emilio Taviani
  4. ^ nel 1986 Antonio Baldassarre, nel 1987 Mauro Ferri, Luigi Mengoni ed Enzo Cheli e nel 1991 Giuliano Vassalli
  5. ^ a b Biografia dal sito del Quirinale
  6. ^ a b c d cronologia.leonardo.it/storia/biografie/cossiga.htm
  7. ^ Mio cugino Berlinguer: Cossiga racconta un leader
  8. ^ Le confessioni di Cossiga: "Io, Gelli e la massoneria", Concita De Gregorio, La Repubblica, 11 ottobre 2003.
  9. ^ Dizionario d'ortografia e di pronunzia
  10. ^ Affermato dallo stesso Cossiga nella puntata di "Porta a Porta del 4 giugno 2009
  11. ^ Cossiga e i sassolini, il ribaltone del '94 Quando il capo dello Stato è assediato
  12. ^ Carlo Bonini, Quei messaggi polemici a Cossiga "capitano di corvetta", in Corriere della sera, (22 agosto 1998 - Pagina 11)
  13. ^ Guido Rombi, Chiesa e società a Sassari dal 1931 al 1961. L'episcopato di Arcangelo Mazzotti, Milano, Vita e pensiero, 2000, ISBN 978-88-343-0097-8. (soprattutto il capitolo: Francesco Cossiga e la corrente dossettiana: dalla Fuci ai «giovani turchi», pp. 282-314).
  14. ^ repubblica.it, CASSON VUOL SAPERE I SEGRETI DI MANES
  15. ^ ilfoglio.it, Lino Jannuzzi, In morte di un Picconatore
  16. ^ movimento 77
  17. ^ I medici: da Pasqua smise di curarsi
  18. ^ L'ira di Cossiga: lascio Palazzo Madama
  19. ^ "L'uomo che guardò oltre il muro. La politica estera italiana dagli euromissili alla riunificazione tedesca svelata da Francesco Cossiga" di Clio Pedone, Rubbettino Editore, maggio 2012. ISBN 978-88-498-3281-5
  20. ^ Francesco Cossiga, Pasquale Chessa, Italiani sono sempre gli altri. Controstoria d'Italia da Cavour a Berlusconi, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, pp. 249 pp., ISBN 88-04-57573-5.
  21. ^ Quelli che Cossiga stesso ha definito come i suoi nemici all'interno della Democrazia Cristiana misero in giro la voce - avvalorata da un finto rapporto degli agenti segreti della sua scorta - che una sua visita in Romania, ospite di Nicolae Ceauşescu, sarebbe stata motivata da una cura con l'elettroshock in una clinica di quel Paese: Cossiga ha narrato tale episodio nel corso della puntata del 14 dicembre 2007 della trasmissione "Otto e mezzo", intervistato da Giuliano Ferrara; nel corso della medesima trasmissione Cossiga ha comunque riferito che in altre epoche (compresa quella finale alla Presidenza della Repubblica) ha sofferto di crisi depressive.
  22. ^ PARLAMENTO, LA SETTIMANA PIÙ LUNGA
  23. ^ BOBBIO: 'RESTERÀ SOTTO LE MACERIE'
  24. ^ Al ministro Taviani Cossiga, in una lettera al suo successore alla Difesa Parisi, ascrive la sua "iniziazione" alle covered actions della guerra fredda: "Quando i membri del Governo italiano Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani autorizzarono la firma del protocollo segreto di adesione all'Organizzazione Alleata Stay Behind Nets, furono acquistati per piccoli lotti, intestati, a prestanome, per lo più mogli o figli di ufficiali delle Forze Armate italiane, i terreni sui quali, con il largo contributo della Central Intelligence Agency americana e del Secret Intelligence Service di Sua Maestà Britannica, fu costruita la Base di Poglina. In essa io appresi l'uso delle armi automatiche e del plastico". Nel medesimo testo - cfr. aprileonline.info - Cossiga afferma che i suoi gradi di marina (non aveva neppure fatto il servizio militare, essendo stato scartato alla visita di leva) rientravano in questa operazione: "Per darmi una 'copertura' io fui poi nominato Capitano di Corvetta della Marina Militare Italiana e nominato "operatore" del Goi di Comsubin".
  25. ^ Rivendicò di aver nascosto da giovane - come molti altri dirigenti democristiani degli anni cinquanta - "mitragliatrici e bombe a mano" per il caso in cui il PCI avesse tentato la presa del potere (l'episodio fu dettagliato ulteriormente, in un'intervista a Paolo Guzzanti a mandato presidenziale concluso, quando rivelò che ""alla vigilia delle elezioni del 1948 ero armato fino ai denti. Mi armò Antonio Segni. Non ero solo, eravamo un gruppo di democristiani riforniti di bombe a mano dai carabinieri. La notte del 18 aprile la passai nella sede del comitato provinciale della DC di Sassari ...Prefettura, poste, telefoni, acquedotto, gas non dovevano cadere, in caso di golpe rosso, nelle mani dei comunisti"); ascrisse alla sua grafia gli omissis con cui fu censurato al Ministero della difesa (all'epoca del suo sottosegretariato, negli anni sessanta) il rapporto Manes con cui si descrivevano le attività paragolpiste del piano Solo; si autodenunciò come referente politico di Gladio e come frequentatore della sua base di capo Marrargiu, quando il presidente del Consiglio Giulio Andreotti fu indotto a rivelarne l'esistenza.
  26. ^ "Cossiga: Andreotti? Ama giocare a poker. Mi ha sempre battuto": intervista al Corriere della Sera dell'11 gennaio 2009.
  27. ^ Discorso di fine anno dal sito del Quirinale.
  28. ^ Discorso tratto da Storia della Prima Repubblica, parte VI, di Paolo Mieli, 3D produzioni video.
  29. ^ Quel giudice ragazzino? Un eroe e un santo, Corriere della Sera. URL consultato il 15 luglio 2012.
  30. ^ Cossiga, Storace: «È stato il primo sdoganatore del Msi».
  31. ^ a b Indro Montanelli, Mario Cervi L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993
  32. ^ Le accuse erano 29, tra queste:
    a) l'espressione di pesanti giudizi sull'operato della commissione di inchiesta sul terrorismo e le stragi;
    b) la lettera del 7 novembre 1990 con la minaccia di «sospendersi» e di sospendere il governo onde bloccare la decisione governativa riguardante il comitato sulla Organizzazione Gladio;
    c) le continue dichiarazioni circa la legittimità della struttura denominata Organizzazione Gladio benché fossero in corso indagini giudiziarie e parlamentari;
    d) la minaccia del ricorso alle forze dell'ordine per far cessare un'eventuale riunione del consiglio superiore della magistratura, nonché del suo scioglimento in caso di inosservanza del divieto di discutere di certi argomenti;
    e) i giudizi sulla Loggia massonica P2, nonostante la legge di scioglimento del 1982 e le conclusioni della commissione parlamentare d'inchiesta;
    f) la pressione sul governo affinché non rispondesse alle interpellanze, presentate alla Camera nel maggio 1991 da esponenti del PDS;
    g) l'invito ad allontanare il ministro Rino Formica dopo le sue dichiarazioni sulla Organizzazione Gladio;
    h) la rivendicazione di un potere esclusivo di scioglimento delle Camere e la sua continua minaccia;
    i) la minaccia di far uso dei dossier e la convocazione al Quirinale dei vertici dei servizi segreti;
    l) il ricorso continuo alla denigrazione, onde condizionare il comportamento delle persone offese e prevenire possibili critiche politiche.
  33. ^ Dall'archivio storico del Corriere della Sera.
  34. ^ Video integrale del discorso dall'archivio Rai.
  35. ^ http://www.radioradicale.it/modules/archivio/playmedia.php?IdIntervento=918902&m=32
  36. ^ Cossiga regala a D'Alema un bambino di zucchero...
  37. ^ Francesco Cossiga, Discorso sulla giustizia, Macerata, Liberilibri, 2003.
  38. ^ "Il giallo della strage di Bologna. Ecco le prove della pista araba", da Il Giornale del 22-10-2007.
  39. ^ "La strage di Bologna, fu un incidente della resistenza palestinese", Corriere della Sera, 8 luglio 2008
  40. ^ La realtà travisata: Si teorizzano i complotti per non vedere, La Stampa, 4 settembre 2006
  41. ^ Cossiga arruolato a forza tra i complottisti
  42. ^ «Da ambienti vicini a Palazzo Chigi, centro nevralgico di direzione dell'intelligence italiana, si fa notare che la non autenticità del video [un video in cui Osama bin Laden minaccia Silvio Berlusconi, ndr] è testimoniata dal fatto che Osama Bin Laden in esso 'confessa' che Al Qaeda sarebbe stato l'autore dell'attentato dell'11 settembre alle due torri in New York, mentre tutti gli ambienti democratici d'America e d'Europa, con in prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai bene che il disastroso attentato è stato pianificato e realizzato dalla Cia americana e dal Mossad con l'aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi e per indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan».cfr. Osama-Berlusconi? «Trappola giornalistica», Corriere della sera, 30 novembre 2007 e Link dove si sottolinea e si spiega il tono ironico della citazione (url interrotto)
  43. ^ Steve Scherer e Lorenzo Totaro, Francesco Cossiga, Italy's Combative Ex-President, Dies at 82, Bloomberg, 17 agosto 2010. URL consultato il 20 agosto 2010. [collegamento interrotto]
  44. ^ Francesco Cossiga Obituary, Wednesday 18 August 2010 The Guardian
  45. ^ Ex-Italian President: Intel Agencies Know 9/11 An Inside Job
  46. ^ DDL Costituzionale n. 352
  47. ^ .Cossiga, matrimonio annullato dalla Sacra Rota
  48. ^ Strage di Ustica, nuove indagini Sentito Cossiga: un missile francese in Corriere della Sera (Roma), 22 giugno 2008, p. 19. URL consultato il 28 gennaio 2013.
  49. ^ Sette storie di aerei civili abbattuti per sbaglio, ilpost.it, 19 luglio 2014. URL consultato il 19 luglio 2014.
  50. ^ Ustica: Marrazzo, sentenza Cassazione coincide con dichiarazioni Cossiga in la Repubblica Palermo (Roma), 28 gennaio 2013.
  51. ^ Rassegna Stampa - Cossiga: "Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei
  52. ^ - Nicotra: dopo le dichiarazioni di Cossiga riaprire l'inchiesta su Giorgiana Masi
  53. ^ a b Concita De Gregorio, Le confessioni di Cossiga: "Io, Gelli e la massoneria", la Repubblica
  54. ^ Ex Gran Maestro della massoneria Armando Corona forse lascia l'UDR di Cossiga: "Troppi DC"
  55. ^ Massoneria: Cossiga attacca Cordova, un onore amicizia Corona
  56. ^ Renato Farina, Cossiga mi ha detto. Il testamento politico di un protagonista della storia italiana del Novecento, estratto
  57. ^ Odifreddi: "La democrazia? Meglio i soviet
  58. ^ Non date del massone a Cossiga
  59. ^ Cossiga in condizioni critiche, ma stabili In rianimazione per problemi respiratori in corriere.it.
  60. ^ Cossiga: quadro clinico di "estrema gravità" in Libero.
  61. ^ Addio al Picconatore, è morto Cossiga in corriere.it.
  62. ^ Le lettere ai vertici dello Stato in corriere.it.
  63. ^ Il testamento politico in 4 lettere sigillate in corriere.it.
  64. ^ FOTO 10 - I funerali di Cossiga - Italia - Il Sole 24 ORE
  65. ^ abruzzoweb.it, COSSIGA, SVOLTI I FUNERALI: SEPOLTO VICINO AD ANTONIO SEGNI
  66. ^ Al Presidente Cossiga il passaporto sammarinese
  67. ^ QRZ.COM Callsign I0FCG
  68. ^  IK0WRB. "Querrezeta" con Cossiga. SAT8 - YouTube, 24 giugno 2010
  69. ^ Articolo sul sito della FIR–CB
  70. ^ Onorificenze.
  71. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  72. ^ (HR) Odluka o dodjeli Ordena kralja Tomislava senatoru Francescu Cossigi, bivšemu predsjedniku Republike Italije, Narodne novine, 3 luglio 1993. URL consultato il 6 novembre 2010.
  73. ^ HL Deb, British honours and orders of Chivalry held by overseas heads of state in Hansard, vol. 505, 14 marzo 1999. URL consultato il 18 luglio 2013.
  74. ^ onorificenze
  75. ^ Cossiga espulso dall'Ordine Costantiniano

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente della Repubblica Italiana Successore Presidential flag of Italy (mod.1990).svg
Sandro Pertini 3 luglio 1985 – 28 aprile 1992 Oscar Luigi Scalfaro
Predecessore Presidente del Senato della Repubblica Successore Emblem of Italy.svg
Vittorino Colombo 12 luglio 1983 – 24 giugno 1985 Amintore Fanfani
Predecessore Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giulio Andreotti 4 agosto 1979 – 18 ottobre 1980 Arnaldo Forlani
Predecessore Ministro dell'Interno Successore Emblem of Italy.svg
Luigi Gui 12 febbraio 1976 – 11 maggio 1978 Virginio Rognoni
Predecessore Ministro per l'organizzazione della pubblica amministrazione e per le Regioni Successore Emblem of Italy.svg
Luigi Gui 23 novembre 1974 – 12 febbraio 1976 Tommaso Morlino

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