Vittorio Emanuele II di Savoia

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« ...ottanta veli neri caddero, cento medaglie urtarono contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che rimescolò il sangue di tutti, fu come il suono di mille voci umane che dicessero tutte insieme: - Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché splenderà il sole sopra l’Italia.- »
(Cuore, Edmondo de Amicis)
Vittorio Emanuele II
VictorEmmanuel2.jpg
Re d'Italia
Stemma
In carica 17 marzo 1861 –
9 gennaio 1878
Predecessore titolo creato
Successore Umberto I
Re di Sardegna
In carica 24 marzo 1849 –
17 marzo 1861
Predecessore Carlo Alberto
Successore titolo estinto
Nome completo Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso
Altri titoli Principe di Piemonte, duca di Savoia, re di Sardegna
Nascita Torino, 14 marzo 1820
Morte Roma, 9 gennaio 1878
Luogo di sepoltura Pantheon
Casa reale Savoia
Padre Carlo Alberto
Madre Maria Teresa d'Asburgo-Toscana
Consorte Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena
Rosa Vercellana
Figli Maria Clotilde
Umberto I
Amedeo
Oddone Eugenio Maria
Maria Pia
Carlo Alberto
Vittorio Emanuele
Vittoria
Emanuele Alberto
Firma VittorioEmanueleII.signature.jpg

Vittorio Emanuele II di Savoia (Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia; Torino, 14 marzo 1820Roma, 9 gennaio 1878) è stato l'ultimo re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e il primo re d'Italia (dal 1861 al 1878). Dal 1849 al 1861 fu inoltre Principe di Piemonte, Duca di Savoia e Duca di Genova. Per non aver abrogato lo Statuto Albertino gli venne dato l'appellativo di Re galantuomo o Re gentiluomo[1], appellativo con cui è ricordato tutt'oggi. Egli, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso, conte di Cavour, portò infatti a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come "Padre della Patria". A lui è dedicato il monumento nazionale eponimo del Vittoriano, sito a Roma, in piazza Venezia.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Palazzo Carignano, progettato da Guarino Guarini: una targa sulla sommità della facciata ricorda che vi nacque Vittorio Emanuele II.
Vittorio Emanuele da bambino insieme alla madre, Maria Teresa di Toscana, e al fratello Ferdinando.

Vittorio Emanuele era il primogenito di Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, e di Maria Teresa d'Asburgo-Toscana. Nacque a Torino nel palazzo della famiglia paterna e trascorse i primi anni di vita a Firenze. Il padre era uno dei pochi membri maschi di Casa Savoia, seppur del ramo cadetto.[2] Dopo la morte del re di Sardegna e di suo fratello, Carlo Alberto sarebbe divenuto il legittimo re. Tuttavia, in seguito ai moti del 1821, che portarono all'abdicazione di Vittorio Emanuele I, Carlo Alberto fu costretto a trasferirsi con la sua famiglia a Novara, dato il suo coinvolgimento nei disordini.

Il nuovo re Carlo Felice, che non amò mai Carlo Alberto, gli fece però ben presto pervenire un ordine, in cui gli ingiungeva di trasferirsi in Toscana, completamente fuori dal regno. Avvenne così la partenza per Firenze, capitale del granducato retto dal nonno materno di Vittorio, Ferdinando III di Toscana. Nel capoluogo toscano venne affidato al precettore Giuseppe Dabormida, che educò i figli di Carlo Alberto ad una disciplina militaresca.

Per via della grande differenza somatica con il padre,[3] già evidente in tenera età,[senza fonte] circolò la voce che Vittorio Emanuele non fosse il vero figlio della coppia reale, bensì un bimbo d'origine popolana sostituito al vero primogenito di Carlo Alberto, morto ancora in fasce in un incendio nella residenza del nonno a Firenze.[4]

Alcuni storici moderni hanno dato credito a questa ipotesi, negata per oltre un secolo, avvalorandola anche con l'analisi del reticente verbale sull'incendio redatto del caporale Galluzzo. In particolare, viene ritenuto poco credibile che un incendio abbia potuto uccidere la nutrice, presente nella stanza, e lasciare illeso l'infante.[5]

L'ipotetico vero padre di Vittorio Emanuele fu identificato nell'Ottocento con il macellaio toscano Tanaca, che aveva denunciato in quegli stessi giorni la scomparsa di un figlio e che in seguito sarebbe divenuto improvvisamente ricco.[6] Altri indicarono un macellaio di Porta Romana, tale Mazzucca.[7]

Altri storici esprimono dubbi sull'autenticità della vicenda[8] o la confinano nell'ambito del pettegolezzo.[9]

Tuttavia questa "leggenda" sull'origine popolana del Re Galantuomo verrebbe smentita da due elementi: il primo è che la giovane età dei genitori avrebbe comunque permesso di generare un secondo erede al trono, come infatti avvenne con la nascita di Ferdinando, rendendo pertanto inutile il ricorso a questo stratagemma; il secondo elemento è dato da una lettera che Maria Teresa al proprio padre il Granduca nella quale, parlando del piccolo Vittorio e della sua vivacità, diceva:"Io non so veramente di dove sia uscito codesto ragazzo. Non assomiglia a nessuno di noi, e si direbbe venuto per farci disperare tutti quanti": cosa, che se il bambino non fosse stato figlio suo, si sarebbe ben guardata dallo scrivere[10].

Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena (18221855) regina di Sardegna e moglie di Vittorio Emanuele II.

Quando, nel 1831, Carlo Alberto fu chiamato a succedere a Carlo Felice di Savoia, Vittorio Emanuele lo seguì a Torino, dove fu affidato al conte Cesare di Saluzzo, affiancato da uno stuolo di precettori, tra cui il generale Ettore De Sonnaz, il teologo Andrea Charvaz, lo storico Lorenzo Isnardi ed il giurista Giuseppe Manno. La disciplina pedagogica in Casa Savoia era sempre stata spartana e sembrava fatta apposta per uccidere ogni entusiasmo, gioia di vivere. Le uniche tenerezze che ricevette fu dalla madre, ma mai dal padre, che non ne era capace con nessuno, e che casomai gli preferiva il fratellino Ferdinando. I precettori, rigidi formalisti scelti in base all'attaccamento per il trono e l'altare, gli imponevano orari da caserma sia d'estate che d'iverno: sveglia alle 5:30, tre ore di studio, un'ora di equitazione, un'ora per la colazione, poi scherma e ginnastica, poi altre tre ore di studio, mezz'ora per il pranzo e la visita di etichetta alla madre, mezz'ora di preghiere per concludere la giornata.

Gli sforzi dei dotti precettori ebbero, però, scarso effetto sulla refrattarietà agli studi di Vittorio Emanuele che, di gran lunga, preferiva dedicarsi ai cavalli, alla caccia ed alla sciabola, oltre che all'escursionismo in montagna (il 27 luglio 1838 Vittorio Emanuele salì in vetta al Rocciamelone[11]), rifuggendo la grammatica, la matematica, la storia e qualunque altra materia che richiedesse lo studio o anche la semplice lettura. I risultati erano così scarsi che un giorno, non aveva che dieci anni, il padre lo convocò davanti ad un notaio facendogli prendere solenne impegno, con tanto di carta bollata, di impegnarsi di più nello studio. Non gli fece mai una carezza. Solo due volte al giorno gli dava la bano da baciare dicendo: C'est bon. E per saggiarne la maturità, gli ingiungeva di rispondere per iscritto a quesiti di questo tipo:"Può un Principe prendere parti a contratti di compra-vendita di cavalli?".

Vittorio promise e non mantenne. Difatti i risultati non migliorarono che di poco, e lo si vede dalle lettere autografe che scrisse nel corso della sua vita e che rappresentano un vero e proprio insulto alla sintassi e alla grammatica; le uniche materie nelle quali aveva un certo profitto erano la calligrafia e il regolamento militare. Viceversa era talmente privo di orecchio e allergico a ogni senso musicale, che dovette fare degli studi apposta per imparare a dare i comandi perché stonava anche in quelli.

Quando a diciotto anni gli affibiaronoo il grado di Colonnello e il comando di un reggimento toccò il cielo con un dito: non solo per il comando, grazie al quale poteva finalmente dare sfogo alla sua ambizione di carattere militare, ma anche perché significava la fine di quel regime oppressivo che l'aveva tormentato nell'inutile tentativo di dargli una cultura.

Ottenuto il grado di generale, sposò la cugina Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena nel 1842. Ebbe inoltre un'intensa relazione con Laura Bon dalla quale ebbe una figlia, Emanuela (1853) che fu creata dallo stesso Re contessa di Roverbella.

I primi anni di regno[modifica | modifica sorgente]

Carlo Alberto, acclamato come sovrano riformatore, concessa la costituzione il 4 marzo 1848 e dichiarata guerra all'Austria, apriva intanto il lungo periodo noto come Risorgimento Italiano entrando in Lombardia con truppe piemontesi e italiane accorse in suo aiuto. Gli esiti della prima guerra di indipendenza andarono però assai male per il Regno di Sardegna, abbandonato dai sostenitori: sconfitto il 25 luglio a Custoza e il 4 agosto a Milano negoziò un primo armistizio il 9 agosto. Riprese le ostilità il 20 marzo 1849, il 23 marzo, dopo una violenta battaglia nella zona presso la Bicocca, Carlo Alberto inviò il generale Luigi Fecia di Cossato per trattare la resa con l'Austria. Le condizioni furono durissime e prevedevano la presenza di una guarnigione austriaca nelle piazzeforti di Alessandria e di Novara. Carlo Alberto, al cospetto di Wojciech Chrzanowski, Carlo Emanuele La Marmora, Alessandro La Marmora, Raffaele Cadorna, di Vittorio Emanuele e del figlio Ferdinando di Savoia-Genova, firmò la sua abdicazione e, con un falso passaporto, riparò a Nizza, da dove partì per l'esilio in Portogallo.

La notte stessa, poco prima della mezzanotte, Vittorio Emanuele II si recò presso una cascina di Vignale, dove l'attendeva il generale Radetzky, per nuovamente trattare la resa con gli austriaci, ovvero per la sua prima azione da sovrano. Ottenuta una attenuazione delle condizioni contenute nell'armistizio, (il Radetzky non voleva spingere il giovane sovrano nelle braccia dei democratici), Vittorio Emanuele II diede però assicurazione di voler agire con la massima determinazione contro il partito democratico, al quale il padre aveva consentito tanta libertà e che l'aveva condotto verso la guerra d'indipendenza contro l'Austria, sconfessando pienamente l'operato del padre e definendo i Ministri un "branco di imbecilli", ma ribadendo al generele Radetzky di disporre ancora di 50.000 uomini da gettare nella mischia, i quali però esistevano solo sulla carta. Ma si sarebbe rifiutato di revocare la costituzione (Statuto), malgrado le pressioni dell'Austria, unico sovrano in tutta la Penisola a conservarla.

Il re galantuomo[modifica | modifica sorgente]

Regno di Sardegna
(1831-1861)
Regno d'Italia
(1861-1946)
Casa Savoia

Great coat of arms of the king of italy (1890-1946).svg

Dinastia dei Savoia-Carignano

Dopo la sconfitta di Novara e l'abdicazione di Carlo Alberto si iniziò a definire Vittorio Emanuele II il re galantuomo, che animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali si oppose fieramente alle richieste di Radetzky di abolire lo Statuto albertino.

« ...ma negli archivi austriaci si scopriranno alcuni rapporti scritti allora da Radetzky, dal barone von Metzburg e dal barone d'Aspre, che forniranno un quadro assai differente da quello che Vittorio Emanuele aveva cercato di accreditare a giustificazione della propria condotta. Secondo la versione allora accolta, era stata la fermezza del nuovo re nelle trattative per l'armistizio di Vignale a salvare lo statuto piemontese che Radetzky aveva sperato di fargli abrogare. Ma questa versione si rivelava adesso una falsificazione dei fatti: gli austriaci avevano anch'essi un governo costituzionale, e Radetzky non tentò affatto di costringere i piemontesi a rinunciare allo statuto. Se questi ottennero condizioni di pace abbastanza buone, ciò fu dovuto non già a una coraggiosa resistenza del re, ma soprattutto alla necessità in cui gli austriaci si trovavano ad essere generosi per non gettare Vittorio Emanuele tra le braccia della Francia o dei rivoluzionari. Gli austriaci volevano un Piemonte amico per ottenere una pace durevole nella penisola italiana e farsene un alleato contro la Francia repubblicana. Essi avevano soprattutto bisogno di appoggiare il re contro i radicali in Parlamento.[12] »

Il giovane re si dichiarò infatti amico degli austriaci e rimproverando al padre la debolezza di non aver saputo opporsi ai democratici prometteva una dura politica nei loro confronti con l'abolizione dello statuto.

« La verità pertanto è che Vittorio Emanuele non salvò patriotticamente la costituzione, ma al contrario disse di voler diventare amico degli Austriaci e ristabilire a un maggior grado il potere monarchico.[13] »

Questa nuova versione della figura del sovrano è emersa con la scoperta e la pubblicazione di documenti diplomatici austriaci su i colloqui tenutosi a Vignale nei quali il generale Radetzky il 26 marzo scriveva al governo di Vienna:

« Il re ebbe ieri l'altro un personale colloquio con me agli avamposti, nel quale dichiarò apertamente la sua ferma volontà di voler da parte sua dominare il partito democratico rivoluzionario, al quale suo padre aveva lasciato briglia sciolta, così che aveva minacciato lui stesso e il suo trono; e che per questo gli occorreva soltanto un po' più di tempo, e specialmente di non venir screditato all'inizio del suo regno [...] Questi motivi sono tanto veri che io non potei metterli in dubbio, perciò cedetti e credo di aver fatto bene, perché senza la fiducia del nuovo re e la tutela della sua dignità nessuna situazione nel Piemonte può offrirci una garanzia qualsiasi di tranquilltà del paese per il prossimo avvenire.[14] »

Questa rappresentazione del re come illiberale sarebbe confermata da quanto scritto in una lettera privata al nunzio apostolico del novembre del 1849 dove il re dichiara di

« non vedere alcuna utilità nel governo costituzionale, anzi di non attendere altro che il momento opportuno per disfarsene[15] »

Charles Adrien His De Butenval, plenipotenziario francese a Torino scrisse il 16 ottobre 1852 a Parigi che Vittorio Emanuele è un reazionario che si serve dello Statuto per mantenere come sostenitori e alleati di sé e della sua dinastia gli inquieti emigrati italiani e i liberali rifugiatisi a Torino dopo i fatti del 1848-49 dei quali egli si atteggia a protettore perché gli verranno utili per giustificare una futura guerra regia di conquista.[16]

Opposta a questa versione dell'incontro tra il re e il generale Radetzky riportati da Denis Mack Smith vi è quella del generale Thaon di Revel che, un mese dopo il colloquio di Vignale, ebbe modo di incontrarsi con Vittorio Emanuele II a Stupinigi. «Il Re -scrive il generale- venne a parlarmi delle moine adoperate dal Maresciallo nel convegno, per indurlo ad abrogare lo Statuto; rideva accennando all'illusione del vecchio che aveva creduto sedurlo con maniere obbliganti e con ampie promesse, fino al punto di offrirgli quarantamila baionette austriache se avesse avuto bisogno di ricondurre il buon ordine nel suo Stato.»[17]

Una spiegazione del comportamento del re nell'armistizio di Vignale è attribuita a Massimo d'Azeglio il quale avrebbe giudicato un «liberalismo malcerto» quello del sovrano che avrebbe affermato: «Meglio essere re in casa propria, sia pure con le limitazioni costituzionali che essere un protetto di Vienna.»[18]

Una branca della storiografia afferma che Vittorio Emanuele, pur di sentimenti assolutisti, abbia mantenuto le istituzioni liberali per lungimiranza politica, capendone la grande importanza nell'amministrazione dello stato. La riprova di ciò sta anche nella lunga collaborazione fra il Re e il Presidente del Consiglio Camillo Benso, conte di Cavour, divisi fortemente dalle diverse posizioni politiche (assolutismo e liberalismo):

« ...cresciuto nell'assolutismo, Vittorio Emanuele II non prova simpatia per ciò che limita l'autorità sovrana. Nel suo approccio pragmatico alla politica, ci sono però considerazioni rilevanti che lo spingono ad appoggiarsi al liberalismo moderato conservando lo Statuto. In primo luogo, la monarchia sabuda ha dimostrato inefficienza nelle guerre 1848-49 e non ha il prestigio necessario per una politica di pura conservazione. In secondo luogo, per sconfiggere il movimento democratico, che rappresenta il pericolo maggiore, la monarchia deve allargare la base sociale del suo consenso e rinnovare la classe dirigente. In terzo luogo, nella prospettiva di riprendere la guerra contro l'Austria, occorre fare del Piemonte il riferimento delle forze più attive della penisola e ottenere l'appoggio internazionale di Paesi come l'Inghilterra o la Francia, che non appoggerebbero un governo reazionario. [...] In questa situazione, confermare la svolta costituzionale è non solo la scelta più opportuna, ma anche quella meno conflittuale, perché stabilizza i nuovi equilibri che sono venuti maturando nel Piemonte degli anni Quaranta.[19] »

Peraltro un'altra recente ricostruzione delle trattative di Vignale sostiene che:

« Nel 1848, a Vignale, Radetzky gli aveva proposto [a Vittorio Emanuele] di trasformare la sconfitta in vittoria: nuove terre in cambio della soppressione dello Statuto e della rinuncia di una futura rivoluzione nazionale. Il giovane sovrano rifiutò.[20] »

La sovracitata lungimiranza politica, che lo portò a contraddire i propri principi, sarebbe quindi l'origine del termine "Re galantuomo".

La fine della prima guerra di indipendenza[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Armistizio di Vignale.

Gli incontri ufficiali tra Vittorio Emanuele e il feldmaresciallo Josef Radetzky si tennero dalla mattina al pomeriggio del 24 marzo, sempre a Vignale e l'accordo venne siglato il 26 marzo a Borgomanero. Vittorio Emanuele prometteva di sciogliere i corpi volontari dell'esercito e cedeva agli austriaci la fortezza di Alessandria ed il controllo dei territori compresi tra il Po, il Sesia e il Ticino, oltre a rifondere i danni di guerra con l'astronomica cifra di 75 milioni di franchi francesi. Questi gli accordi dell'armistizio che, in ossequio all'articolo 5 dello Statuto Albertino, dovevano essere ratificati dalla Camera, al fine di poter siglare l'Atto di Pace.[21]

Moti di Genova[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Moti di Genova.

All'indomani dell'armistizio di Vignale, nella città di Genova verificò una sollevazione popolare, forse anche spinta da antichi umori repubblicani e indipendentisti, riuscendo a cacciare dalla città l'intera guarnigione regia. Alcuni soldati furono linciati dai rivoltosi. Vittorio Emanuele II, in accordo col governo, inviò subito un corpo di bersaglieri, appoggiati da numerosi pezzi d'artiglieria e guidati dal generale Alfonso La Marmora; in pochi giorni la rivolta fu sedata. Il pesante bombardamento portò alla sottomissione del capoluogo ligure, al prezzo di 500 morti tra la popolazione. Compiaciuto per la repressione operata, Vittorio Emanuele scrisse una lettera d'elogio al La Marmora (aprile 1849), definendo i rivoltosi vile e infetta razza di canaglie e invitandolo, comunque, a garantire una maggiore disciplina da parte dei soldati.

Il Proclama di Moncalieri[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Proclama di Moncalieri.
Dipinto di raffigurante Vittorio Emanuele II durante la cerimonia di Giuramento prestato davanti al Parlamento Subalpino

Il 29 marzo 1849 il nuovo Re si presentò davanti al Parlamento per pronunciare il giuramento di fedeltà e il giorno successivo lo sciolse, indicendo nuove elezioni. I 30.000 elettori che si recarono alle urne il 15 luglio espressero un parlamento troppo "democratico" che si rifiutò di approvare la pace che il Re aveva già firmato con l'Austria. Vittorio Emanuele, dopo aver promulgato il proclama di Moncalieri, con cui si invitava il popolo a scegliere rappresentanti consci della tragica ora dello Stato, sciolse nuovamente il parlamento, per fare in modo che i nuovi eletti fossero di idee pragmatiche. Il nuovo Parlamento risultò composto per due terzi da moderati favorevoli al governo di Massimo d'Azeglio. Il 9 gennaio 1850 il trattato di pace con l'Austria venne, infine, ratificato.

Arrivo di Cavour[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Camillo Benso conte di Cavour.
Vittorio Emanuele II in un ritratto di F. Perrini del 1851

Già candidatosi al parlamento nell'aprile 1848, Cavour vi entrò in giugno dello stesso anno, mantenendo una linea politica indipendente, cosa che non lo escluse da critiche ma che lo mantenne in una situazione di anonimato fino alla proclamazione delle leggi Siccardi, che prevedevano l'abolizione di alcuni privilegi relativi alla Chiesa, già abrogati in molti stati europei. L'attiva partecipazione del Cavour alla discussione sulle leggi ne valse l'interesse pubblico, e alla morte di Pietro De Rossi Di Santarosa, egli divenne nuovo ministro dell'agricoltura, cui si aggiunse la carica, dal 1851, di ministro delle finanze del governo d'Azeglio.

Promotore del cosiddetto connubio, Cavour divenne il 4 novembre 1852 presidente del Consiglio del Regno, nonostante l'avversione che Vittorio Emanuele II nutriva nei suoi confronti. Nonostante l'indiscusso connubio politico, fra i due mai corse grande simpatia, anzi Vittorio Emanuele più volte ne limitò le azioni, arrivando persino a mandargli in fumo svariati progetti politici, alcuni dei quali anche di notevole portata[22]

Secondo Chiala, quando La Marmora propose a Vittorio Emanuele la nomina di Cavour a Presidente del Consiglio, il Re avrebbe risposto in piemontese:" Ca guarda, General, che côl lì a j butarà tutii con't le congie a'nt l'aria" (guardi Generale, che quello lì butterà tutti con le gambe all'aria). Secondo Ferdinando Martini, che lo seppe da Minghetti, la risposta del Sovrano sarebbe stata ancora più colorita:"E va bin, coma ch'aa veulo lor. Ma ch'aa stago sicur che col lì an poch temp an lo fica an't el prònio a tuti! " (E va bene, come vogliono loro. Ma stiamo sicuri che quello lì in poco tempo lo mette nel c. a tutti!"). Una versione che somiglia di più al personaggio e al suo vocabolario, ma che denota anche un certi fiuto degli uomini.[23]

L'Unità d'Italia[modifica | modifica sorgente]

La guerra in Crimea[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra di Crimea.

Deciso a manifestare il problema dell'Italia agli occhi dell'Europa, Cavour vide nella guerra russo-turca scoppiata nel giugno 1853 un'irripetibile opportunità: contro Nicola I di Russia, che aveva occupato la Valacchia e la Moldavia, allora terre turche, si mossero il Regno Unito e la Francia, in cui Cavour sperava di trovare degli alleati.

Vittorio Emanuele II sembrava favorevole ad un conflitto, se così s'espresse all'ambasciatore francese:

« Se noi fossimo battuti in Crimea, non avremmo altro da fare che ritirarci, ma se saremo vincitori, benissimo! questo varrà per i Lombardi assai meglio di tutti gli articoli che i ministri vogliono aggiungere al trattato [...] se essi non vorranno marciare, io sceglierò altri che marceranno...[24] »

Ottenuta l'approvazione di Vittorio Emanuele, Cavour iniziò le trattative con i paesi belligeranti, che andarono per le lunghe per i contrasti tra i ministri. Infine, il 7 gennaio 1855, i governi francesi ed inglesi imposero un ultimatum al Piemonte: entro due giorni approvare o no l'entrata in guerra. Vittorio Emanuele, letto il messaggio, meditò di approvare il piano che aveva da tempo: sciogliere nuovamente le camere e imporre un governo favorevole alla guerra. Non ne ebbe il tempo: Cavour convocò la notte stessa il Consiglio dei ministri e, alle nove di mattina del giorno dopo, dopo una nottata che comportò la dimissione del Dabormida, con soddisfazione poté affermare la partecipazione della Sardegna alla Guerra di Crimea.

La battaglia della Cernaia

Fu Alfonso La Marmora a capitanare la spedizione che, da Genova, salpò verso l'Oriente: i Piemontesi inviavano un contingente di 15.000 uomini. Costretto a rimanere relegato nelle retrovie sotto il comando britannico, La Marmora riuscì a far valere le sue ragioni capitanando egli stesso le truppe nella battaglia della Cernaia, che risultò un trionfo. L'eco della vittoria riabilitò l'esercito sardo, fornendo a Vittorio Emanuele II l'opportunità di un viaggio a Londra e a Parigi per sensibilizzare i regnanti locali alla questione piemontese. In particolare, premeva al Re di parlare con Napoleone III,[25] che sembrava avere maggiori interessi rispetto ai britannici sulla Penisola.

Nell'ottobre 1855 iniziarono a circolare voci di pace, che la Russia sottoscrisse a Parigi (Congresso di Parigi). Il Piemonte, che aveva posto come condizione della sua partecipazione alla guerra una seduta straordinaria per trattare i temi dell'Italia, per voce di Cavour condannò il governo assolutistico di Ferdinando II di Napoli prevedendo gravi disordini se nessuno avesse risolto un problema ormai diffuso in quasi tutta la Penisola: l'oppressione sotto un governo straniero.

Ciò non piacque al governo austriaco, che si sentiva chiamato in causa, e Karl Buol, ministro degli esteri per Francesco Giuseppe d'Austria, s'espresse in questi termini:

« L'Austria non può ammettere il diritto che il Conte di Cavour ha attribuito alla corte di Sardegna di alzare la voce a nome dell'Italia.[26] »

In ogni caso, la partecipazione della Sardegna ai trattati di Parigi suscitò ovunque grande gioia. Screzi avvennero tra Torino e Vienna in seguito ad articoli propagandistici anti-sabaudi e anti-asburgici, mentre tra Buol e Cavour si chiedevano scuse ufficiali: alla fine, il 16 marzo, Buol ordinò ai suoi diplomatici di lasciare la capitale sarda, cosa che anche Cavour replicò il 23 marzo stesso. I rapporti diplomatici erano ormai rotti.

Accordi segreti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Accordi di Plombières e Alleanza sardo-francese.

In un clima internazionale così teso, l'italiano Felice Orsini attentò alla vita di Napoleone III facendo esplodere tre bombe contro la carrozza imperiale, che rimase illesa, provocando otto morti e centinaia di feriti. Nonostante le aspettative dell'Austria, che sperava nell'avvicinamento di Napoleone III alla sua politica reazionaria, l'Imperatore francese venne convinto abilmente da Cavour che la situazione italiana era giunta ad un punto critico e necessitava di un intervento sabaudo.

Fu così che si gettarono le basi per un'alleanza sardo-francese, nonostante le avversità di alcuni ministri di Parigi, specialmente di Alessandro Walewski. Grazie anche all'intercessione di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione e di Costantino Nigra, entrambi istruiti adeguatamente da Cavour, i rapporti tra Napoleone e Vittorio Emanuele divennero sempre più prossimi.

Nel luglio del 1858, con il pretesto di una vacanza in Svizzera, Cavour si diresse a Plombières, in Francia, dove incontrò segretamente Napoleone III. Gli accordi verbali che ne seguirono e la loro ufficializzazione nell'alleanza sardo-francese del gennaio 1859, prevedevano la cessione alla Francia della Savoia e di Nizza in cambio dell'aiuto militare francese, cosa che sarebbe avvenuta solo in caso di attacco austriaco. Napoleone concedeva la creazione di un Regno dell'Alta Italia, mentre voleva sotto la sua influenza l'Italia centrale e meridionale. A Plombières Cavour e Napoleone decisero anche il matrimonio tra il cugino di quest'ultimo, Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte e Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele.

Litografia del re con le vesti cerimoniali durante la sua incoronazione

Un "grido di dolore"[modifica | modifica sorgente]

La notizia dell'incontro di Plombières trapelò nonostante tutte le precauzioni. Napoleone III non contribuì a mantenere il segreto delle sue intenzioni, se esordì con questa frase all'ambasciatore austriaco:

« Sono spiacente che i nostri rapporti non siano più buoni come nel passato; tuttavia, vi prego di comunicare all'Imperatore che i miei personali sentimenti nei suoi confronti non sono mutati.[27] »

Dieci giorni dopo, il 10 gennaio 1859, Vittorio Emanuele II si rivolse al parlamento sardo con la celebre frase del «grido di dolore», il cui testo originale è conservato nel castello di Sommariva Perno.[28]

« Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi! »
(Vittorio Emanuele II, 10 gennaio 1859)

In Piemonte, immediatamente, accorsero i volontari, convinti che la guerra fosse imminente, e il Re iniziò ad ammassare le truppe sul confine lombardo, presso il Ticino. Ai primi di maggio 1859, Torino poteva disporre sotto le armi di 63.000 uomini. Vittorio Emanuele prese il comando dell'esercito e lasciò il controllo della cittadella di Torino al cugino Eugenio di Savoia-Carignano. Preoccupata dal riarmo sabaudo, l'Austria pose un ultimatum a Vittorio Emanuele II, su richiesta anche dei governi di Londra e Pietroburgo, che venne immediatamente respinto. Così giudicò, sembra, Massimo d'Azeglio, la notizia dell'ultimatum asburgico:

« l'Ultimatum è uno di quei terni al lotto che accadono una volta in un secolo![29] »

Era la guerra. Francesco Giuseppe ordinò di varcare il Ticino e di puntare sulla capitale piemontese, prima che i francesi potessero accorrere in soccorso.

Italia e Vittorio Emanuele[modifica | modifica sorgente]

Ritiratisi gli austriaci da Chivasso, i franco-piemontesi sbaragliarono il corpo d'armata nemico presso Palestro e Magenta, arrivando a Milano l'8 giugno 1859. I Cacciatori delle Alpi, capitanati da Giuseppe Garibaldi, rapidamente occuparono Como, Bergamo, Varese e Brescia: soltanto 3.500 uomini, male armati, che ormai stavano marciando verso il Trentino. Ormai le forze asburgiche si ritiravano da tutta la Lombardia.

Decisive le battaglie tra Solferino e San Martino: sembra che, poco prima dello scontro presso San Martino, Vittorio Emanuele II così parlò alle truppe, in piemontese:

(PMS)
« Fieuj, o i pioma San Martin o j'àuti an fan fé San Martin a noi! »
(IT)
« Ragazzi, o prendiamo San Martino o gli altri fanno fare San Martino a noi! »

("fare San Martino" dal piemontese «fé San Martin» vuol dire "traslocare", "sloggiare").

Moti insurrezionali scoppiarono allora un po' ovunque in Italia: Massa, Carrara, Modena, Reggio, Parma, Piacenza. Leopoldo II di Toscana, impaurito dalla piega che avevano preso gli avvenimenti, decise di fuggire verso il Nord Italia, nel campo dell'imperatore Francesco Giuseppe. Napoleone III, osservando una situazione che non seguiva i piani di Plombières e iniziando a dubitare che il suo alleato volesse fermarsi alla conquista dell'Alta Italia, dal 5 luglio iniziò a stipulare l'armistizio con l'Austria, che Vittorio Emanuele II dovette sottoscrivere, mentre i plebisciti in Emilia, Romagna e Toscana confermavano l'annessione al Piemonte: il 1º ottobre papa Pio IX ruppe i rapporti diplomatici con Vittorio Emanuele.

L'edificio che si era venuto a creare si trovò in difficoltà in occasione della pace di Zurigo firmata dal Regno di Sardegna solo il 10/11 novembre 1859, che, invece rimaneva fedele all'opposto principio del ritorno dei sovrani spodestati e alla costruzione di una federazione, con a capo il Papa, e che avrebbe compreso anche il Veneto austriaco, con tanto di esercito federale.

Vittorio Emanuele II, in abito da caccia, nel Palazzo Nazionale di Ajuda, Lisbona

Ciò nonostante di lì a pochi mesi si venivano a creare le opportunità per l'unificazione intera della Penisola. Alla volontà di Garibaldi di partire con dei volontari alla volta della Sicilia, il governo pareva molto scettico, per non dire ostile. C'erano, è vero, segni di amicizia tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, che si stimavano a vicenda, ma Cavour in primo luogo considerava la spedizione siciliana come un'azione avventata e dannosa per la sopravvivenza stessa dello stato sardo.

Sembra che Garibaldi abbia più volte ribadito, per far acconsentire alla spedizione, che:

« In caso si faccia l'azione, sovvenitevi che il programma è: Italia e Vittorio Emanuele.[30] »

Nonostante l'appoggio del Re, ebbe la meglio Cavour, che privò in questo modo la campagna garibaldina dei mezzi necessari. Che il Re abbia, infine, approvato la spedizione, non si può sapere. Certo è che Garibaldi trovò a Talamone, quindi ancora nel Regno di Sardegna, i rifornimenti di cartucce. Dura fu la protesta diplomatica: Cavour e il Re dovettero assicurare all'Ambasciatore prussiano di non essere al corrente delle idee di Garibaldi.

Vittorio Emanuele incontra Garibaldi presso Teano.

Giunto in Sicilia, Garibaldi assicurava l'isola, dopo aver sconfitto il malridotto esercito borbonico, a «Vittorio Emanuele Re d'Italia». Già in quelle parole si prefigurava il disegno del Nizzardo, che non si sarebbe certo fermato al solo Regno delle Due Sicilie, ma avrebbe marciato su Roma. Tale prospettiva cozzava contro i progetti piemontesi, che adesso vedevano incombere il pericolo repubblicano e rivoluzionario e, soprattutto, temevano l'intervento di Napoleone III nel Lazio. Vittorio Emanuele, alla testa delle truppe piemontesi, invase lo Stato Pontificio, sconfiggendone l'esercito nella Battaglia di Castelfidardo. Napoleone III non poteva tollerare l'invasione delle terre papali, e più volte aveva cercato di dissuadere Vittorio Emanuele II dall'invasione delle Marche, comunicandogli, il 9 settembre, che:

« Se davvero le truppe di V.M. entrano negli stati del Santo Padre, sarò costretto ad oppormi [...] Farini mi aveva spiegato ben diversamente la politica di V.M.[31] »

L'incontro con Garibaldi, passato alla storia come "incontro di Teano" avvenne il 26 ottobre 1860: veniva riconosciuta la sovranità di Vittorio Emanuele II su tutti i territori dell'ex Regno delle Due Sicilie. Ciò portò all'estromissione della concezione di Italia repubblicana di Giuseppe Mazzini e condurrà alla formazione di nuclei antimonarchici di stampo repubblicano, internazionalista e anarchico che si opporranno alla corona fino alla fine della sovranità sabauda.

La proclamazione a re d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Il Re Vittorio Emanuele assume il titolo di Re d'Italia 17 marzo 1861

"Viva Verdi": questo era stato il motto delle insurrezioni anti-austriache nel nord Italia quando i patrioti non intendevano tanto esaltare la figura di un grande musicista, che pure aveva introdotto significati patriottici nelle sue opere, quanto propagandare il progetto unitario nazionale nella persona di Vittorio Emanuele II (Viva V.E.R.D.I. = Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia).

Con l'entrata di Vittorio Emanuele a Napoli, la proclamazione del Regno d'Italia divenne imminente, appena Francesco II avesse capitolato con la fortezza di Gaeta.

Rinnovato il parlamento, con Cavour primo ministro, la sua prima seduta, comprendente deputati di tutte le regioni annesse (tramite plebiscito), avvenne il 18 febbraio 1861.

Il 17 marzo il parlamento proclamò la nascita del Regno d'Italia, proponendo questa formula al Parlamento italiano:

« Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia. Gli atti del governo e ogni altro atto che debba essere intitolato in nome del Re sarà intestato con la formola seguente: (Il nome del Re) Per Provvidenza divina, per voto della Nazione Re d'Italia »

La formula venne però aspramente contestata dalla sinistra parlamentare, che avrebbe preferito vincolare il titolo regio alla sola volontà popolare. Infatti, il deputato Angelo Brofferio propose di cambiare il testo dell'articolo in:

« Vittorio Emanuele è proclamato dal popolo re d'Italia »

rimuovendo "la Provvidenza divina " espressione ispirata dalla formula dello Statuto Albertino (1848) che recitava Per Grazia di Dio e Volontà della Nazione legittimando in tal modo il Diritto divino dei re della dinastia sabauda.

Così si esprimeva per la Sinistra Francesco Crispi nel dibattito parlamentare:

« L’omaggio alla religione è nell’articolo 1° dello Statuto, e l’unione tra principe e popolo io la vedo meglio e più convenientemente nell’esercizio della potestà legislativa. La formola: Per la grazia di Dio, comunque voi ne rifiutaste il senso primitivo, sarà sempre la formola dei re sorti nel medio evo, abbattuti dalla rivoluzione francese, ristorati dal Congresso di Vienna.

Quei re ripetevano il proprio diritto da Dio e dalla loro spada. Con questa duplice forza si allearono la Chiesa e l’impero. L’impero metteva a disposizione della Chiesa la spada, a condizione che la Chiesa ne legittimasse le inique conquiste colla parola divina. Fortunatamente quei tempi non sono più; laddove durassero, nella nostra Penisola non ci sarebbe un regno d’Italia, ma avremo sette principi in sette Stati governati col carnefice e benedetti dal pontefice romano. »

La proposta della Sinistra non venne accolta e fu approvato il seguente

« Articolo unico. Tutti gli atti che debbono essere intitolati in nome del Re lo saranno colla formola seguente: (Il nome del Re) Per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia.[32] »

Dopo la proclamazione del regno non venne cambiato il numerale "II" in favore del titolo "Vittorio Emanuele I d'Italia", similmente a Ivan IV di Moscovia, che non cambiò numerale una volta proclamatosi Zar di tutte le Russie o ai monarchi britannici, che mantennero il numerale del Regno d'Inghilterra (Guglielmo IV o Edoardo VII), al contrario invece di Ferdinando IV di Napoli che decise di intitolarsi Ferdinando I dopo la cancellazione del Regno di Sicilia e l'istituzione del Regno delle Due Sicilie.[33]. Il mantenimento del numerale è rimarcato da alcuni storici[34], e alcuni di questi osservano che questa decisione, a loro giudizio, sottolineerebbe il carattere di estensione del dominio della Casa Savoia sul resto dell'Italia, piuttosto che la nascita ex novo del Regno d'Italia. A tale riguardo lo storico Antonio Desideri commenta:

« Il 17 marzo 1861 il Parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele non già re degli Italiani ma «re d'Italia per grazia di Dio e volontà della nazione». Secondo non primo (come avrebbe dovuto dirsi) a sottolineare la continuità con il passato, vale a dire il carattere annessionistico della formazione del nuovo Stato, nient'altro che un allargamento degli antichi confini, «una conquista regia» come polemicamente si disse. Che era anche il modo di far intendere agli Italiani che l'Italia si era fatta ad opera della casa Savoia, e che essa si poneva come garante dell'ordine e della stabilità sociale.[35] »

Altri storici osservano che il mantenimento della numerazione era conforme alla tradizione della dinastia sabauda, come accadde ad esempio con Vittorio Amedeo II che continuò a chiamarsi così anche dopo aver ottenuto il titolo regio (prima di Sicilia e poi di Sardegna).

Roma capitale e gli ultimi anni[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di Vittorio Emanuele II

All'unità d'Italia mancavano ancora importanti tasselli, tra cui il Veneto, il Trentino, il Friuli, il Lazio, l'Istria e Trieste. Il progetto era quello di porre la sede reale a Roma, ma questo avrebbe significato, per Torino, la perdita di un primato in auge da trecento anni. Tra il 21 e il 22 settembre 1864 scoppiarono sanguinosi tumulti per le vie della città, che ebbero come risultato una trentina di morti e oltre duecento feriti, appena si seppe della decisione di trasferire la capitale a Firenze. Vittorio Emanuele avrebbe voluto preparare la cittadinanza alla notizia, al fine di evitare scontri, ma la notizia in qualche modo era trapelata. Il malcontento era generale, e così descrisse la situazione Olindo Guerrini:

« Oh, i presagi tristi per l'avvenire di Torino che si facevano al tempo del trasporto della capitale! E li facevano i Torinesi stessi, che per un momento perdettero la fiducia in sé medesimi.[36] »

In seguito a nuovi fatti di cronaca, che comportarono il ferimento di alcuni delegati stranieri e violente sassaiole, Vittorio Emanuele II mise la città davanti al fatto compiuto facendo pubblicare sulla Gazzetta del 3 febbraio 1865 questo annuncio:

« Questa mattina, alle ore 8.00, S.M. il Re è partito da Torino per Firenze, accompagnato da S.E. il presidente del Consiglio dei Ministri »

Vittorio Emanuele riceveva così gli onori dei Fiorentini, mentre oltre 30.000 funzionari di corte si trasferirono in città. La popolazione, abituata al modesto numero dei ministri granducali, si trovò spiazzata di fronte all'amministrazione del nuovo regno, che intanto aveva siglato l'alleanza con la Prussia contro l'Austria.

Il 21 giugno 1866 Vittorio Emanuele lasciava Palazzo Pitti diretto al fronte, per conquistare il Veneto. Sconfitto a Lissa e a Custoza, il Regno d'Italia ottenne comunque Venezia in seguito ai trattati di pace succeduti alla vittoria prussiana.

Vittorio Emanuele II sottoscrive il decreto di annessione della Toscana al Regno di Sardegna a seguito del plebiscito dell'11-12 marzo 1860, tempera di Carlo Bossoli.

Roma rimaneva l'ultimo territorio ancora non inglobato dal nuovo regno: Napoleone III manteneva l'impegno di difendere lo Stato Pontificio e le sue truppe erano stanziate nei territori pontifici. Vittorio Emanuele stesso non voleva prendere una decisione ufficiale: attaccare o no. Urbano Rattazzi, che era divenuto primo ministro, sperava in una sollevazione degli stessi Romani, cosa che non avvenne. La sconfitta riportata nella Battaglia di Mentana aveva gettato poi numerosi dubbi sull'effettiva riuscita dell'impresa, che poté avvenire solo con la caduta, nel 1870, di Napoleone III. L'8 settembre fallì l'ultimo tentativo di ottenere Roma con mezzi pacifici, e il 20 settembre il generale Cadorna aprì una breccia nelle mura romane. Vittorio Emanuele ebbe a dire:

« Con Roma capitale ho sciolto la mia promessa e coronato l'impresa che ventitré anni or sono veniva iniziata dal mio magnanimo genitore.[37] »

Quando gli eccitati ministri Lanza e Sella gli presentarono il risultato del plebiscito di Roma e Lazio, il Re rispose a Sella in piemontese:

"Ch'a staga ciuto; am resta nen àut che tireme 'n colp ëd revòlver; për lòn ch'am resta da vive a-i sarà nen da pijé." (Stia zitto; non mi resta altro che tirarmi un colpo di pistola; per il resto della mia vita non ci sarà niente più da prendere.)[38]

La questione romana[modifica | modifica sorgente]

Con Roma capitale si chiudeva la pagina del Risorgimento, anche se ancora mancavano a completamento dell'unità nazionale le cosiddette "terre irredente". Tra i vari problemi che il nuovo Stato dovette affrontare, dall'analfabetismo al brigantaggio, dall'industrializzazione al diritto di voto, vi fu oltre la nascita della famosa questione meridionale, anche la "questione romana". Nonostante fossero stati riconosciuti al Pontefice speciali immunità, gli onori di Capo di Stato, una rendita annua e il controllo sul Vaticano e su Castel Gandolfo, Pio IX rifiutava di riconoscere lo stato italiano per via dell'annessione di Roma al regno d'Italia avvenuta con la Breccia di Porta Pia e ribadiva, con la disposizione del Non expedit (1868), l'inopportunità per i cattolici italiani di partecipare alle elezioni politiche dello Stato italiano e, per estensione, alla vita politica. Inoltre il Pontefice inflisse la scomunica a Casa Savoia, vale a dire sia a Vittorio Emanuele II sia ai suoi successori, e insieme con loro a chiunque collaborasse al governo dello Stato, questa scomunica venne ritirata solo in punto di morte del Sovrano. Comunque Vittorio Emanuele, quando gli si accennava alla vicenda di Roma, mostrava sempre un malcelato fastidio tanto che, quando gli proposero di fare un ingresso trionfale a Roma e salire sul Campidoglio con l'elmo di Scipio rispose che per lui quell'elmo era: "Buono solo per cuocerci la pastasciutta!". Infatti, se il padre era stato un bigotto fanatico, Vittorio Emanuele era uno scettico ma molto superstizioso, che subiva molto l'influenza dei preti e l'ascendente del Ponteficie.

Morte[modifica | modifica sorgente]

Fotografia Del Corteo Funebre di Re Vittorio Emanuele II nel 1878 al Quirinale
La Tomba di Vittorio Emanuele II - Padre della Patria si trova al Pantheon a Roma

A fine dicembre dell'anno 1877 Vittorio Emanuele II, amante della caccia ma delicato di polmoni, passò una notte all'addiaccio presso il lago nella sua tenuta di caccia laziale. L'umidità di quell'ambiente gli risultò fatale.[39] Secondo altri storici le febbri che portarono alla morte Vittorio Emanuele erano invece febbri malariche, contratte proprio andando a caccia nelle zone paludose del Lazio.[40]

La sera del 5 gennaio 1878, dopo aver inviato un telegramma alla famiglia di Alfonso La Marmora, da poco scomparso, Vittorio Emanuele II avvertì i forti brividi della febbre.

Il 7 gennaio venne divulgata la notizia che il Re aveva i giorni contati. Papa Pio IX, quando seppe della ormai imminente scomparsa del sovrano, volle inviare al Quirinale monsignor Marinelli, incaricato forse di ricevere una ritrattazione del re e di accordare al Re morente i sacramenti, ma il prelato non fu ricevuto. Il re ricevette gli ultimi sacramenti dalle mani del suo cappellano, monsignor d'Anzino, che si era rifiutato di introdurre Marinelli al capezzale del Re, poiché si temeva che dietro l'azione di Pio IX si nascondessero degli scopi segreti.

Quando il medico gli chiese se voleva vedere il confessore, il Re lo fissò con un piccolo trasalimento di stupore, ma non di paura. "Ho capito" disse, e fece entrare il cappellano. Questi rimase con lui una ventina di minuti, poi andò alla parrocchia di San Vincenzo per prendere il viatico. Il parroco disse che non era autorizzato a darglielo, e per rimuovere la sua resistenza fu necessario l'intervento del Vicario. Il re rimase presente a se stesso fino all'ultimo, e volle morire da Re. Rantolante, si fece trarre sui cuscini, si buttò sulle spalle una giacca grigia da caccia, e lasciò sfilare ai piedi del letto tutti i dignitari di Corte salutandoli uno per uno con un cenno della testa. Infine chiese di restare solo con Umberto e Margherita, ma all'ultimo fece introdurre anche il figlio che aveva avuto dalla Rosina, Emanuele di Mirafiori, e per la prima volta costui si trovò di fronte ad Umberto che non aveva mai voluto incontrarlo.[41]

Il 9 gennaio alle ore 14:30 il Re morì dopo 28 anni e 9 mesi di regno, assistito dai figli ma non da Rosa Vercellana (a cui fu impedito di recarsi al capezzale dai ministri del Regno).

La commozione che investì il Regno fu unanime e i giornali fecero a gara sul titolo più lacrimoso. Il Piccolo di Napoli titolò:"È morto il più valoroso dei Maccabei, è morto il leone di Israele, è morto il Veltro dantesco, è morta la provvidenza della nostra casa. Piangete, o cento città d'Italia! piangete a singhiozzo, o cittadini!..." Madi questa istigazione alla préfica non c'era bisogno perché gli italiani piangevano davvero, compresi quelli che non erano di fede Monarchica. "Chi sapeva, o gran re, di amarti tanto?" si chiedeva Fabio Nannarelli. Perfino Cavallotti, l'araldo della Sinistra italiana, si commosse, e scrisse ad Umberto. Tutta la stampa, compresa quella straniera, fu unanime nel cordoglio. A far stecca nel coro furono, e non poteva essere altrimenti, i giornali austriaci Neue Freie Presse e il Morgen Post. L'Osservatore Romano scrisse:"Il re ha ricevuto i Santi Sacramenti dichiarando di domandare perdono al Papa dei torti di cui si era reso responsabile". L'Agenzia Stefani smentì immediatamente. La Curia smentì la smentita. E i giornali laici insorsero a una voce dando al Papa di "avvoltoio" e accusandolo di "infame speculazione sul segreto confessionale". Così quella che avrebbe potuto essere un'occasione di distensione, diventò un ennesimo motivo di rissa.[42]

Vittorio Emanuele II aveva espresso il desiderio che il suo feretro fosse tumulato in Piemonte, nella Basilica di Superga, ma Umberto I, accondiscendendo alle richieste del Comune di Roma, approvò che la salma rimanesse in città, nel Pantheon nella seconda cappella a destra di chi entra, adiacente cioè a quella con l'Annunciazione di Melozzo da Forlì. La sua tomba divenne la meta di pellegrinaggi di centinaia di migliaia di italiani, provenienti da tutte le regioni del Regno, per rendere omaggio al Gran Re che aveva unificato l'Italia dopo quasi mille anni di divisioni e discordie. Stendendo il proclama alla nazione, Umberto I (che adottò il numerale I invece del IV, che avrebbe dovuto mantenere secondo la numerazione sabauda), così si espresse:

« Il vostro primo Re è morto; il suo successore vi proverà che le Istituzioni non muoiono![43] »

In ricordo del Re[modifica | modifica sorgente]

5 lire del 1874 raffiguranti Vittorio Emanuele II

Nel 2011 in occasione del 150° dell'Unità d'Italia è stata realizzata una mostra con il titolo Vittorio Emanuele II, Il Re galantuomo a cura di Elena Fontanella in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e sotto l'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica Italiana.

Il Vittoriano[modifica | modifica sorgente]

Il Vittoriano
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vittoriano.

Per celebrare il «Padre della Patria», il Comune di Roma bandì un progetto per un'opera commemorativa, dal 1880, su volontà di Umberto I di Savoia. Ciò che venne costruito fu una delle più ardite opere architettoniche d'Italia nell'Ottocento: per erigerlo, venne distrutta una parte della città, ancora medioevale, e venne abbattuta anche la torre di papa Paolo III. L'edificio doveva ricordare il tempio di Atena Nike, ad Atene, ma le forme architettoniche ardite e complesse fecero sorgere dubbi sulle sue caratteristiche stilistiche. Oggi, al suo interno, è presente la tomba del Milite Ignoto.

La Galleria Vittorio Emanuele II a Milano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Galleria Vittorio Emanuele II di Milano.

Progettata da Giuseppe Mengoni (che vi morì), la Galleria Vittorio Emanuele II collega la Piazza della Scala al Duomo di Milano, e venne realizzata mentre il Re era ancora in vita, a partire dal 1865. Il progetto iniziale intendeva emulare le grandi opere di architettura erette in quegli anni in Europa, creando una galleria borghese nel cuore della città.

La vita privata[modifica | modifica sorgente]

Il Re non amava la vita di corte preferendo dedicarsi alla caccia e al gioco del biliardo che ai salotti mondani. Per la propria amante, e poi moglie morganatica, Rosa Vercellana, acquistò i terreni ora noti come Parco regionale La Mandria e vi fece realizzare la residenza nota come Appartamenti Reali di Borgo Castello. Per i figli avuti da lei, Vittoria ed Emanuele di Mirafiori costruì all'interno della Mandria le cascine per l'allevamento dei cavalli "Vittoria" ed "Emanuella", quest'ultima ora nota come Cascina Rubbianetta.

Lo scrittore Carlo Dossi, nel diario "Note azzurre", affermava che il re vivesse smodatamente le passioni sessuali e che fosse superdotato.[44]

Discendenza[modifica | modifica sorgente]

La Bela Rosin (1870 circa)

Sposò a Stupinigi il 12 aprile 1842 la cugina Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena dalla quale ebbe otto figli:

In seguito, sposò morganaticamente a Roma il 7 novembre 1869 Rosa Vercellana (soprannominata La bela Rosin in piemontese), per quasi trent'anni sua amante, che fu nominata dal sovrano nel 1859 contessa di Mirafiori e di Fontanafredda, dalla quale ebbe due figli:

Vittorio Emanuele ebbe inoltre numerose altre amanti, non solo tra le donne del popolo[45]. Tali relazioni ebbero tutte breve durata e si conclusero talvolta con la nascita di figli a cui fu assegnato il cognome Guerrieri o Guerriero (che il re riservava appunto a questa sua discendenza) oltre che una pensione.[46] Uno di questi figli presunti sarebbe il generale Donato Etna[47]

Ascendenza[modifica | modifica sorgente]

Vittorio Emanuele II di Savoia Padre:
Carlo Alberto di Savoia
Nonno paterno:
Carlo Emanuele di Savoia-Carignano
Bisnonno paterno:
Vittorio Amedeo II di Savoia-Carignano
Trisnonno paterno:
Luigi Vittorio di Savoia-Carignano
Trisnonna paterna:
Cristina Enrichetta d'Assia-Rotenburg
Bisnonna paterna:
Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac
Trisnonno paterno:
Luigi III Carlo di Lorena-Brionne
Trisnonna paterna:
Luisa di Rohan-Rochefort
Nonna paterna:
Maria Cristina di Curlandia
Bisnonno paterno:
Carlo di Sassonia
Trisnonno paterno:
Augusto III di Polonia
Trisnonna paterna:
Maria Giuseppa d'Austria
Bisnonna paterna:
Francesca Corvin-Krasinska
Trisnonno paterno:
Stanislao Corvin-Krasinski
Trisnonna paterna:
Aniela Humaniecka
Madre:
Maria Teresa d'Asburgo-Toscana
Nonno materno:
Ferdinando III di Toscana
Bisnonno materno:
Leopoldo II d'Asburgo-Lorena
Trisnonno materno:
Francesco I di Lorena
Trisnonna materna:
Maria Teresa d'Austria
Bisnonna materna:
Maria Ludovica di Borbone-Napoli
Trisnonno materno:
Carlo III di Spagna
Trisnonna materna:
Maria Amalia di Sassonia
Nonna materna:
Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli
Bisnonno materno:
Ferdinando I delle Due Sicilie
Trisnonno materno:
Carlo III di Spagna
Trisnonna materna:
Maria Amalia di Sassonia
Bisnonna materna:
Maria Carolina d'Austria
Trisnonno materno:
Francesco I di Lorena
Trisnonna materna:
Maria Teresa d'Austria

Titoli e onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Trattamenti di
Vittorio Emanuele II d'Italia
Stemma
Trattamento di cortesia Sua Maestà
Trattamento colloquiale Vostra Maestà
Trattamento alternativo Sire

  • 14 marzo 1820 – 27 aprile 1831
    Sua Altezza Reale il Principe Vittorio Emanuele di Savoia
  • 27 aprile 1831 – 23 marzo 1849
    Sua Altezza Reale il Duca di Savoia
  • 23 marzo 1849 – 17 marzo 1861
    Sua Maestà il Re di Sardegna
  • 17 marzo 1861 – 9 gennaio 1878
    Sua Maestà il Re d'Italia
I trattamenti d'onore

Titoli[modifica | modifica sorgente]

Monumenti a Vittorio Emanuele
Monumento vittorio emanuele II Torino.JPG Torino
IMG 3196 Monumento a Vittorio Emanuele II, Milano - Foto Giovanni Dall'Orto, 3-gen-2006.jpg Milano
IMG 4863 - Intra - Monumento a Vittorio Emanuele II - Foto Giovanni Dall'Orto - 3 febr 2007.jpg Verbania
Vittorio Em II.jpg Perugia
Vittorio Emanuele II by Augusto Rivalta Livorno.jpg Livorno
Monumento a Vittorio Emanuele II.JPG Firenze
Genova-DSCF8904.JPG Genova
Statue Vittorio-Emmanuele II Vittoriano.jpg Roma
Vittorio Emanuele II, VR.JPG Verona
Palazzo Reale di Napoli - Vittorio Emanuele II.jpg Napoli
Vittorio Emanuele II statua Piazza Bovio Napoli C.jpg Napoli
Giulio-Monteverdi-Vittorio-Emanuele-II-Rovigo.JPG Rovigo
Statua di Vittorio Emanuele II a Trapani.jpg Trapani

Onorificenze italiane[modifica | modifica sorgente]

Gran maestro e cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Gran maestro e cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata
Gran maestro e cavaliere di gran croce dell'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Gran maestro e cavaliere di gran croce dell'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Gran maestro e cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Gran maestro e cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia
Gran maestro dell'ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Gran maestro dell'ordine della Corona d'Italia
Gran maestro dell'Ordine civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Gran maestro dell'Ordine civile di Savoia
Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
Medaglia d'oro ai benemeriti della liberazione di Roma 1849-1870 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della liberazione di Roma 1849-1870
Medaglia commemorativa delle campagne delle guerre d'indipendenza (7 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa delle campagne delle guerre d'indipendenza (7 barrette)

Onorificenze straniere[modifica | modifica sorgente]

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Kamehameha I - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Kamehameha I
Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera (Regno Unito)
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (ramo austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (ramo austriaco)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
Médaille militaire (Impero francese) - nastrino per uniforme ordinaria Médaille militaire (Impero francese)
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia)
— 30 agosto 1861
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 (Impero francese) - nastrino per uniforme ordinaria Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 (Impero francese)

Vittorio Emanuele nella cultura popolare[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Ministero per i Beni e le Attività culturali
  2. ^ Il ramo cadetto dei Savoia, i Savoia-Carignano nacque nel 1620; il suo primo rappresentante fu Tommaso Francesco di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I di Savoia
  3. ^ "Alto della persona, diritto e snello, biondi i capelli, spaziosa la fronte, mitemente espressivi gli occhi cerulei, il volto pallido dall'ovale alquanto allungato..." da Vittorio Cian, La candidatura di Ferdinando di Savoia al trono di Sicilia, Armani & Stein, Roma, 1915. I tratti somatici di Carlo Alberto, replicati nel secondogenito Ferdinando, differivano alquanto da quelli di Vittorio Emanuele, basso, tracagnotto e sanguigno.
  4. ^ «Il figlioletto di Carlo Alberto mori in un incendio» in Otello Pagliai, Un fiorentino sul trono dei Savoia, Editore Arnaud, Firenze, 1987
  5. ^ Franco Barbini, Margherita Giai, I Savoia: mille anni di dinastia: storia, biografia e costume, Giunti Editore, 2002, p.74
  6. ^ «E le voci del popolo si faranno più insistenti quando sarà un aristocratico torinese ad avallarle, Massimo d'Azeglio, il quale dirà che Vittorio era «figlio di un macellaio di Porta Romana a Firenze». E ne specificherà persino il nome...» (in Paolo Pinto, Vittorio Emanuele II, ed. A.Mondadori, 1995)
  7. ^ Franco Barbini, Margherita Giai, Op. cit., p.74
  8. ^ Paolo Pinto, Op. cit.: «E a più d'uno apparve metaforicamente "figlio di macellaio", anche se con ogni probabilità non lo era...» p.38
  9. ^ Nicoletta Sipos, L'antica arte dello scandalo: storia, aneddoti, tecniche, teorie su una realtà con un grande passato e un radioso futuro, Simonelli Editore, 2003 p.32
  10. ^ Indro Montanelli, L'Italia del Risorgimento, Rizzoli Editore, Milano, 1972.
  11. ^ Rivista delle Alpi degli Appennini e vulcani, C.T. Cimino, 1866
  12. ^ D. Mack Smith, Vittorio Emanuele II, Laterza, Bari, 1973
  13. ^ D. Mack Smith, Vittorio Emanuele II, Laterza, Bari, 1977
  14. ^ D. Mack Smith, op. cit.
  15. ^ D. Mack Smith, Il Risorgimento italiano, Laterza, Bari, 1968
  16. ^ D. Mack Smith, op. cit.
  17. ^ Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855: La spedizione di Crimea; ricordi di un commissario militare del re, ed. Fratelli Dumolard, 1891, pag.46
  18. ^ Marziano Brignoli, Massimo d'Azeglio: una biografia politica, ed. Mursia, 1988, pag.178
  19. ^ G. Oliva, I Savoia: novecento anni di una dinastia., Mondadori, Segrate, 1999
  20. ^ G. Parlato, Gli italiani che hanno fatto l'Italia, Rai Eri, Roma, 2011
  21. ^ Secondo il re aveva il potere di stringere alleanze e siglare la pace, ma ciò necessitava di un'approvazione della Camera se la decisione avesse intaccato le finanze dello Stato: l'Austria aveva infatti richiesto anche 75 milioni di franchi, una cifra enorme.
  22. ^ Arrigo Petacco, Il Regno del Nord, Milano, Mondadori, 2009.
  23. ^ Indro Montanelli, L'Italia del Risorgimento (1831-1861), Milano, Rizzoli Editore, 1972.
  24. ^ Franco Catalano, L'Italia nel Risorgimento dal 1789 al 1870, Mondadori, 1964
  25. ^ Vittorio Emanuele II e Luigi Napoleone già si conoscevano: il primo aveva consegnato al secondo, non ancora imperatore, il primo collare dell'Annunziata del proprio regno, il 13 luglio 1849.
  26. ^ Piersilvestro Leopardi, Narrazioni storiche di Piersilvestro Leopardi con molti documenti inediti calativi alla guerra dell'indipendenza d'Italia, ed. G. Franz, Monaco, 1856, pag.539
  27. ^ Piero Mattigana, Storia del risorgimento d'Italia dalla rotta di Novara dalla proclamazione del regno d'Italia dal 1849 al 1861 con narrazioni aneddotiche relative alla spedizione di Garibaldi nelle due Sicilie: Opera illustrata con incisioni eseguite da valenti artisti, Volume 2,Ed. Legros e Marazzani, 1861, pag.12
  28. ^ Il testo fu redatto da Cavour, che ne inviò una copia a Napoleone III. Questi, ritenendolo poco energico, pensò di sostituire l'ultimo periodo con quello che poi entrò nella tradizione storica.
  29. ^ Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859, il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Edizioni Mondadori, 2009, pag.109
  30. ^ Francesco Crispi, Scritti e discorsi politici di Francesco Crispi (1849-1890), Unione cooperative editrice, 1890, pag.322
  31. ^ Problemi attuali di scienza e di cultura: quaderno, Edizioni 52-57, Accademia nazionale dei Lincei, Accademia nazionale dei Lincei, 1947
  32. ^ Atti del parlamento italiano, sessione del 1861, discussioni della Camera dei deputati, Volume 2, Tip. E. Botta, Torino, 1861, p.562
  33. ^ "la gloriosa monarchia siciliana veniva letteralmente cancellata nella nuova carta geografica d'Europa" vedi pag. 5 di Antonio Martorana, L'autonomia siciliana nella storia della Sicilia e dell'Europa in Viaggio nell'autonomia, ARS - Assemblea regionale siciliana, 2006. URL consultato il 2 agosto 2011.
  34. ^ cfr pag 18 in Indro Montanelli, L'Italia dei notabili, Rizzoli, 1973
  35. ^ Antonio Desideri, Storia e storiografia, vol.II, Casa editrice G. D'Anna, Messina-Firenze, 1979, p.754
  36. ^ Olindo Guerrini, Brandelli, Volume 1, Casa Editrice A. Sommaruga E.C., 1883, pag.155
  37. ^ Pier Luigi Vercesi, L'Italia in prima pagina: i giornalisti che hanno fatto la storia, Francesco Brioschi Editore, 2008, pag.41
  38. ^ F. Martini,Confessioni e Ricordi, pp. 152-3, citato da Antonio Gramsci ne Il Risorgimento pp. 171-2, in Edgard Holt,The Making of Italy 1815-1870, Atheneum, New York (1971) p. 297.
  39. ^ I Savoia: mille anni di dinastia: storia, biografia e costume, Franco Barbini, Margherita Giai, Giunti editore, 2002
  40. ^ Vittorio Messori e Giovanni Cazzullo, Il Mistero di Torino, Milano, Mondadori, 2005, ISBN 88-04-52070-1. p. 236
  41. ^ Indro Montanelli, L'Italia dei notabili, Rizzoli Editore, Milano, 1973.
  42. ^ Indro Montanelli, L'Italia dei notabili, Rizzoli Editore, Milano, 1973.
  43. ^ Leone Carpi, Il risorgimento italiano, F. Vallardi, 1884, pag.154
  44. ^ Carlo Dossi, Note Azzurre, numero 4595, riportata integralmente in http://archiviostorico.corriere.it/1993/gennaio/14/ecco_note_azzurre_luci_rosse_co_0_930114616.shtml
  45. ^ Una sua amante di alto rango fu « [...] Laura Bon, attrice famosa, spinta nelle bracia del re dallo stesso Cavour, che poco accettava la presenza della Vercelliana...» (In D. Tacchino, Op. cit. ibidem)
  46. ^ Roberto Gervaso, La bella Rosina: amore e ragion di stato in Casa Savoia, Bompiani, 1991, p. 104
  47. ^ « [...] nella cartella biografica dell'Archivio storico dello Stato maggiore dell'esercito, un appunto dattiloscritto dichiara l'E. figlio naturale di Vittorio Emanuele II». (In Alessandro Brogi, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 43 (1993) alla voce "Donato Etna"

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giovanni Artieri, Cronaca del Regno d'Italia, vol. I, Milano, Mondadori, 1977.
  • Francesco Cognasso, I Savoia, Torino, Paravia, 1971.
  • Piero Operti, Storia d'Italia, vol. II, Gherardo Casini, Roma, 1963.
  • Niccolò Rodolico, Storia degli Italiani, Sansoni, Firenze, 1964.
  • Denis Mack Smith, Storia d'Italia. Roma-Bari, Editori Laterza, 2000. ISBN 88-420-6143-3
  • Guido Vincenzoni, Vittorio Emanuele II, Milano, Casa editrice Moderna, s.i.d.
  • Gioacchino Volpe, Scritti su Casa Savoia, Giovanni Volpe editore, Roma, 1983.
  • Silvio Bertoldi, Il re che fece l'Italia: vita di Vittorio Emanuele II di Savoia. Milano, Rizzoli, 2002. pp. 317.
  • Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia. Casale Monferrato, Piemme, 1998. pp. 287.
  • Lorenzo Del Boca, Indietro Savoia!: storia controcorrente del Risorgimento . Casale Monferrato, Piemme. 2003, pp. 281.
  • Pier Francesco Gasparetto, Vittorio Emanuele II. Milano, Rusconi, 1984. pp. 241 (Le vite).
  • Denis Mack Smith, Vittorio Emanuele II. Milano, Mondadori, 1995. pp. XIII-329 (Oscar saggi; 436) (1ª ed. Bari, Laterza, 1972).
  • Paolo Pinto, Vittorio Emanuele II: il re avventuriero. Milano, Mondadori, 1997. pp. 513 (Oscar storia; 136).
  • Gianni Rocca, Avanti, Savoia!: miti e disfatte che fecero l'Italia, 1848-1866. Milano, Mondadori, 1993, pp. 334 (Le scie).
  • Aldo A. Mola. Storia della Monarchia in Italia. Milano, Bompiani, 2002.
  • Angelo Manna, Briganti furono loro, quegli assassini dei fratelli d'Italia, Napoli, Sun Books, 1996, pp. 186.
  • Elena Fontanella (a cura di), Vittorio Emanuele II. Milano, 2010

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