Antonio Gava
| Antonio Gava | |
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| Ministro dell'Interno | |
| Durata mandato | 13 aprile 1988 - 16 ottobre 1990 |
| Predecessore | Amintore Fanfani |
| Successore | Vincenzo Scotti |
| Coalizione | Governo De Mita - Andreotti VI |
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| Ministro delle Finanze | |
| Predecessore | Giovanni Goria |
| Successore | Emilio Colombo |
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| Dati generali | |
| Partito politico | Democrazia Cristiana |
| Titolo di studio | Laurea in giurisprudenza |
| Professione | Avvocato |
| Parlamento italiano Camera dei deputati |
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| Partito | Democrazia Cristiana |
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| Legislatura | VI, VII, VIII, IX, X |
| Gruppo | Democratico Cristiano |
| Circoscrizione | Napoli |
| Incarichi parlamentari | |
Componente della 2a Commissione (Interni) dall'11 luglio 1979 all'11 luglio 1983 e dal 12 luglio 1983 al 1º luglio 1987
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| Pagina istituzionale | |
Antonio Gava (Castellammare di Stabia, 30 luglio 1930 – Roma, 8 agosto 2008) è stato un politico italiano, appartenente alla Democrazia Cristiana e alla corrente "Alleanza Popolare" (Grande centro "doroteo") di cui fu uno dei leader, con Arnaldo Forlani e Vincenzo Scotti.
Indice |
[modifica] Biografia
Figlio d'arte (il padre Silvio è stato 13 volte ministro, tra gli anni cinquanta e settanta).
Viene eletto in parlamento per la prima volta nel 1972 (VI legislatura); nel 1980 ricopre il suo primo incarico di governo, ricopre infatti la carica di ministro dei Rapporti con il Parlamento (Governo Forlani), in seguito sarà per tre volte ministro delle Poste e telecomunicazioni (Governo Craxi I, Governo Craxi II, Governo Fanfani VI), ministro delle Finanze (Governo Goria) e due volte ministro dell'Interno (Governo De Mita e Governo Andreotti VI), nel 1990, in seguito ad un ictus fu costretto a lasciare la carica per cui era stato designato. Uomo tra i più potenti della Democrazia Cristiana, venne soprannominato "il viceré" per la sua capacità di spostare consensi e di influire incisivamente sulla vita politica italiana e del partito del quale fu esponente.
[modifica] I problemi giudiziari
Già nei tempi della sua massima autorevolezza politica, gli anni Ottanta, fu coinvolto in procedimenti penali sul coinvolgimento nel malaffare tra camorra e pubblica amministrazione.
Il 30 marzo 1984, l’onorevole Gava venne interrogato dal giudice istruttore napoletano Carlo Alemi e dal collega Olindo Ferrone, in ordine alle promesse che suoi emissari avrebbero fatto a Cutolo detenuto: denaro; appalti e tangenti per la ricostruzione del dopo terremoto in Irpinia; trattamenti di favore dentro le carceri e trasferimenti da un penitenziario all’altro.
Al termine dell'istruttoria, lo stesso giudice istruttore, il 28 luglio 1988, depositò l'ordinanza di rinvio a giudizio di vari personaggi che sarebbero stati protagonisti della trattativa della Democrazia cristiana campana con la camorra di Raffaele Cutolo per addivenire ad una liberazione di Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate rosse, in cambio di favori nella concessione di appalti pubblici. Antonio Gava, Flaminio Piccoli e Vincenzo Scotti furono indicati come i registi della trattativa. A sostegno dei suoi convincimenti il giudice nella sua ordinanza scriveva che effettivamente i politici, nonostante lo avessero sempre negato anche durante gli interrogatori, fecero delle promesse a Cutolo nel carcere di Ascoli Piceno, attraverso i servizi segreti e Francesco Pazienza, affinché intervenissero per salvare la vita a Cirillo.
L'inciampo dell'ordinanza, che accreditò la veridicità dell'ingresso nel carcere di Ascoli Piceno di un emissario di Vincenzo Scotti che positivamente quel giorno si dimostrò essere altrove, fu colto dalla Democrazia cristiana per travolgere nella condanna pubblica tutto il contenuto delle 1600 pagine dell'ordinanza Alemi: ne derivarono le dimissioni da direttore de L'Unità di Claudio Petruccioli (che aveva accreditato quell'incontro) e la reiezione della mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro Gava, presentata alla Camera dei deputati dall'opposizione comunista.
Ma fu la "Tangentopoli campana" che portò Antonio Gava dal banco degli accusati politici a quello degli imputati in procedimenti penali in senso proprio.
Nel 1993 Antonio Gava fu accusato di ricettazione e associazione mafiosa; è stato prescritto per il primo reato e assolto per il secondo.
Per la ricettazione fu condannato a 5 anni in primo grado, a 2 anni in appello e in Cassazione scattò la prescrizione[1].
La seconda delle accuse vertenti sul suo capo ha invece una storia ben più complessa della precedente: nel 1993 Gava, capogruppo al Senato della Democrazia Cristiana, vide bussare alla porta di casa sua i Carabinieri che gli presentarono un mandato d'arresto con l'accusa di avere rapporti con la Camorra: Gava venne accusato di voto di scambio durante la campagna elettorale di quell'anno, reo di aver barattato voti finanche con loculi cimiteriali. Essendo stato Ministro dell'Interno, chiese di essere portato al carcere militare di Forte Boccea nel quale passò tre notti; successivamente gli furono concessi gli arresti domiciliari che durarono dal settembre 1994 al marzo 1995. A seguito del suo arresto, Gava fu sospeso in via cautelare dal Consiglio dell'ordine degli avvocati al quale apparteneva. Dopo una traversìa giudiziaria durata tredici anni, il 19 maggio 2006 Gava venne definitivamente assolto in appello a causa di «mancata impugnazione».
Le motivazioni della sentenza di assoluzione, tuttavia, confermano la contiguità di Gava con la camorra:
| « Ritiene la Corte che risulti provato con certezza che il Gava era consapevole dei rapporti di reciprocità funzionali esistenti tra i politici locali della sua corrente e l'organizzazione camorristica dell’Alfieri, nonché della contaminazione tra criminalità organizzata e istituzioni locali del territorio campano; è provato che lo stesso non ha svolto alcun incisivo e concreto intervento per combattere o porre un freno a tale situazione, finendo invece con il godere dei benefici elettorali da essa derivanti alla sua corrente politica: ma tale consapevole condotta dell'imputato, pur apparendo biasimevole sotto il profilo politico e morale, tanto più se si tiene conto dei poteri e doveri specifici del predetto nel periodo in cui ricoprì l'incarico di ministro degli Interni, non può di per sé ritenersi idonea ed affermarne la responsabilità penale.
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(Motivazioni della sentenza[1])
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Nel corso degli interrogatori al pentito di camorra Pasquale Galasso il nome di Gava venne fuori diverse volte. Ecco una breve estrapolazione di un interrogatorio del 1993:
| « Presidente Luciano Violante: E nessuno si era accorto che eravate là? Pasquale Galasso: No; in quel momento venni a sapere da Alfieri e Alfieri dallo stesso Nuvoletta che non c'erano problemi, neanche per quanto riguardava le forze dell'ordine che lui riusciva a controllare, riusciva a darci tranquillità. La nostra perplessità derivava dal pericolo che durante le nostre riunioni potessero intervenire i carabinieri facendo accadere un marasma. Nuvoletta invece ci ha sempre tranquillizzati e talvolta io e Alfieri abbiamo visto, scendendo da Vallesana, la masseria dei Nuvoletta, qualche auto dei carabinieri appena fuori dell'abitazione di Nuvoletta. Quella per noi era la dimostrazione che Nuvoletta era ben protetto. Ricordo che all'epoca Nuvoletta era in stretto rapporto con un politico nazionale di grosso rilievo. |
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(dichiarazioni rese dal pentito Pasquale Galasso alla Commissione Parlamentare Antimafia, presidente Luciano Violante, il 13 luglio del 1993[2])
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Nel corso del 2006, la difesa (portata avanti dal nipote dello stesso Gava, Gabriele Gava) rese poi noto che Antonio Gava chiederà un risarcimento allo stato per un valore di circa 38 milioni di euro. In particolare, la richiesta economica fu inoltrata in questi termini:
- 3.300.000 euro per non aver potuto svolgere attività professionale (la reintegrazione nell'ordine avvenne solo 11 anni dopo)
- 10 milioni di euro per danno fisico
- 10 milioni di euro per il danno morale
- 15 milioni di euro per il danno all'immagine
La difesa esibì anche referti medici per dimostrare i danni subiti dall'ex esponente della DC.
[modifica] La morte
Antonio Gava è morto nella sua abitazione di Roma dopo una lunga malattia, l'8 agosto 2008.[3] È stato sepolto nel cimitero di Trevi nel Lazio.
[modifica] Citazioni
| « La politica è come il Lotto: l'importante è stare tra i primi novanta numeri » |
[modifica] Note
- ^ a b Dal blog voglioscendere.it: Un altro martire, di Marco Travaglio
- ^ Testo completo dell'audizione, seduta 51 del 13 luglio 1993
- ^ Corriere della Sera
[modifica] Bibliografia
- Antonio Gava, Giancarlo Gava, Il certo e il negato. Un'autobiografia politica, Sperling & Kupfer, 2005
[modifica] Altri progetti
Articolo su Wikinotizie: È morto Antonio Gava 8 agosto 2008
| Predecessore: | Ministro dell'Interno della Repubblica Italiana | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Amintore Fanfani | 1988 - 1990 | Vincenzo Scotti |
| Predecessore: | Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni della Repubblica Italiana | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Remo Gaspari | 4 agosto 1983 - 1 agosto 1986 | Antonio Gava | I |
| Antonio Gava | 1 agosto 1986 - 17 aprile 1987 | Antonio Gava | II |
| Antonio Gava | 17 aprile 1987 - 28 luglio 1987 | Oscar Mammì | III |
- Politici italiani del XX secolo
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- Morti nel 2008
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