Amintore Fanfani

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Amintore Fanfani
Amintore Fanfani (1983).jpg

Presidente del Senato della Repubblica
Durata mandato 5 giugno 1968 –
26 giugno 1973
Predecessore Ennio Zelioli-Lanzini
Successore Giovanni Spagnolli

Durata mandato 5 luglio 1976 –
1º dicembre 1982
Predecessore Giovanni Spagnolli
Successore Tommaso Morlino

Durata mandato 9 luglio 1985 –
17 aprile 1987
Predecessore Francesco Cossiga
Successore Giovanni Malagodi

Presidente del Consiglio dei ministri
Durata mandato 18 gennaio 1954 –
10 febbraio 1954
Presidente Luigi Einaudi
Predecessore Giuseppe Pella
Successore Mario Scelba

Durata mandato 1º luglio 1958 –
15 febbraio 1959
Presidente Giovanni Gronchi
Predecessore Adone Zoli
Successore Antonio Segni

Durata mandato 26 luglio 1960 –
21 giugno 1963
Presidente Giovanni Gronchi
Antonio Segni
Predecessore Fernando Tambroni
Successore Giovanni Leone

Durata mandato 1º dicembre 1982 –
4 agosto 1983
Presidente Sandro Pertini
Predecessore Giovanni Spadolini
Successore Bettino Craxi

Durata mandato 17 aprile 1987 –
28 luglio 1987
Presidente Francesco Cossiga
Predecessore Bettino Craxi
Successore Giovanni Goria

Ministro degli Affari Esteri
Durata mandato 1º luglio 1958 –
15 febbraio 1959
Presidente egli stesso
Predecessore Giuseppe Pella
Successore Giuseppe Pella

Durata mandato 5 marzo 1965 –
30 dicembre 1965
Presidente Aldo Moro
Predecessore Aldo Moro
Successore Aldo Moro

Dati generali
Partito politico PNF (1936-1942)
DC (1942-1994)
PPI (1994-1999)
Tendenza politica Cristianesimo sociale
Corporativismo cristiano
on. Amintore Fanfani
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita Pieve Santo Stefano
Data nascita 6 febbraio 1908
Luogo morte Roma
Data morte 20 novembre 1999 (91 anni)
Titolo di studio Laurea in economia
Professione Docente universitario
Partito Democrazia Cristiana
Legislatura AC, I, II, III, IV
Gruppo Democratico Cristiano
Circoscrizione Siena
Collegio Siena
Incarichi parlamentari

Membro della Commissione per la Costituzione (AC)
Presidente della Commissione speciale sui trasferimenti in Sardegna (I)

Pagina istituzionale
sen. Amintore Fanfani
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Luogo nascita Pieve Santo Stefano
Data nascita 6 febbraio 1908
Luogo morte Roma
Data morte 20 novembre 1999 (91 anni)
Titolo di studio Laurea in economia
Professione Docente universitario
Partito Democrazia Cristiana, Partito Popolare Italiano (dal 1994)
Legislatura V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII (fino al 20/11/1999)
Gruppo Democratico Cristiano
Partito Popolare Italiano (dalla XII)
Circoscrizione Toscana
Collegio Arezzo
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale
Data 10 marzo 1972
Incarichi parlamentari

Presidente del Senato: V, VI (fino al 26.6.1973), VII, VIII (fino al 1.12.1982), IX (dal 9.7.1985 al 17.4.1987)

Pagina istituzionale

Amintore Fanfani (Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908Roma, 20 novembre 1999) è stato un politico, economista e storico italiano. Ha ricoperto per cinque volte la carica di Presidente del Consiglio dei ministri fra il 1954 e il 1987 quando, all'età di 79 anni e 6 mesi, divenne il più anziano premier della Repubblica Italiana.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei più celebri politici italiani del secondo dopoguerra, Fanfani fu una figura storica del partito della Democrazia Cristiana; si distinse anche come storico dell'economia.

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Fanfani s'è sposato due volte. La prima moglie fu Biancarosa Provasoli (Milano, 14 giugno 1914 - Roma, 26 febbraio 1968), figlia di un industriale tessile, che sposò nel 1939. Con lei ebbe sette figli: Anna Maria (Sansepolcro, 19 dicembre 1940); Maria Grazia (Sansepolcro, 13 agosto 1942); Marina (Viggiù, 6 aprile 1944); Alberto (Milano, 26 maggio 1947); Benedetta (Roma, 17 marzo 1950); Giorgio (Roma, 2 agosto 1952); Cecilia (Roma, 26 marzo 1955). Rimasto vedovo, nel 1972 conobbe Maria Pia Tavazzani, anch'essa vedova, che sposò nel 1975.

Formazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Proveniente da una numerosa ed umile famiglia del comune di Pieve S. Stefano (AR), compì i suoi studi tra Urbino (scuole medie) ed Arezzo (Liceo scientifico). Si iscrisse all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove studiò nel Collegio Augustinianum entrando a far parte della FUCI. Dopo la laurea in economia e commercio nel 1930, ottenne nel 1936 la cattedra di storia delle Dottrine Economiche. Si dimostrò un convinto sostenitore del corporativismo, nel quale riconobbe uno strumento provvidenziale per salvare la società italiana dalla deriva liberale o da quella socialista ed indirizzarla verso la realizzazione di quegli ideali di giustizia sociale suggeriti dalla dottrina sociale della chiesa. Collaborò con la Scuola di mistica fascista, scrivendo articoli per la sua rivista Dottrina fascista[1]. Il suo nome comparve insieme a quello dei 330 firmatari che, nel 1938, appoggiarono il Manifesto della razza[2] pubblicando inoltre articoli sulla rivista La Difesa della Razza di Telesio Interlandi[3].

Durante il periodo milanese Fanfani fu direttore della Rivista Internazionale di Scienze Sociali e si affermò nel panorama culturale italiano (e non solo) grazie agli studi di argomento storico-economico che hanno conservato un duraturo successo[4], come testimonia la recentissima ripubblicazione (2005) dell'opera Cattolicesimo e Protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, nella quale propose una coraggiosa interpretazione dei fenomeni di genesi del capitalismo, con particolare riferimento al condizionamento dei fattori religiosi e in sostanziale disaccordo con le tesi, allora paradigmatiche, di Max Weber. Questa opera lo portò alla ribalta tra i cattolici statunitensi, in particolar modo fu molto apprezzata da John Kennedy, che esplicitamente alla convention democratica del 1956 a Chicago[5], riconobbe nell'influenza di Fanfani e del suo scritto una delle cause principali del suo ingresso in politica.

La fondazione della Democrazia cristiana[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni trascorsi a Milano conobbe Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira e dalla fine degli anni trenta prese a partecipare assiduamente alle loro riunioni, discutendo di cattolicesimo e società.

Con l'entrata in guerra dell'Italia, il gruppo spostò la sua attenzione al ruolo che sarebbe dovuto toccare al mondo cattolico all'indomani di quella caduta del Fascismo che era ormai ritenuta imminente. Con l'8 settembre del 1943, tuttavia, il gruppo si sciolse e, fino alla Liberazione, Fanfani si rifugiò in Svizzera, dove organizzò corsi universitari per i rifugiati italiani.

Rientrato in Italia, venne invitato a Roma proprio dall'amico Giuseppe Dossetti, appena eletto alla vicesegreteria democristiana, che gli affidò la direzione dell'ufficio propaganda del partito. Ebbe in questo modo inizio la sua carriera politica, e nel mezzo secolo successivo si troverà sempre, anche se a fasi alterne, al centro della scena politica nazionale.

Eletto all'Assemblea Costituente, fece parte della commissione che redasse il testo della nuova Costituzione repubblicana: sua è la formulazione del primo articolo della Carta costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"[6]. Quando Dossetti abbandonò la vita pubblica, si trovò catapultato sul proscenio come principale esponente della sua corrente di sinistra nel partito.

Prime esperienze ministeriali[modifica | modifica wikitesto]

Fu ministro del Lavoro nel quarto (1947-1948) e quinto (1948-1950) governo De Gasperi, dell'Agricoltura nel settimo governo De Gasperi (1951-1953), degli Interni nell'ottavo governo De Gasperi (1953-1953).

Fu il promotore (nel 1949) del cosiddetto "piano Fanfani" che prevedeva la costruzione di oltre 300.000 abitazioni popolari. Grazie alla tenacia e all'operosità di Fanfani, in pochissimo tempo furono realizzati nelle principali città numerosi nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica, spesso progettati da urbanisti e architetti di fama (ad esempio, il comprensorio del Tuscolano a Roma, a cui lavorarono, tra gli altri, Mario De Renzi, Adalberto Libera, Saverio Muratori)[7].

Nel 1954 formò il suo primo governo, senza però ottenere la fiducia. Fece invece parte del governo Pella come ministro degli Interni.

Alla guida del partito e del governo[modifica | modifica wikitesto]

Sempre nel 1954 venne eletto segretario della Democrazia Cristiana in quanto leader della corrente "Iniziativa Democratica"; come segretario si adoperò per dotare il partito di una fitta rete di sezioni. Nel 1958, a seguito del successo elettorale della DC, poté formare il suo secondo governo, con il sostegno di repubblicani e socialdemocratici, ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri. Il governo rappresentò un primo accenno a un nuovo corso politico, superando il cosiddetto centrismo.

A causa della contrarietà della maggioranza della DC all'apertura di una stagione di centro-sinistra e, soprattutto, all'eccessiva concentrazione di potere realizzatosi nelle mani del leader aretino, il Governo Fanfani II fu presto logorato dai cosiddetti "franchi tiratori", che lo misero spesso in minoranza.

È per questo che il 26 gennaio 1959 Fanfani rassegnò le dimissioni del gabinetto da lui presieduto e, pochi giorni dopo, si dimise anche da segretario politico della DC. Al suo posto, venne nominato presidente del Consiglio Antonio Segni, sostenuto da una maggioranza centrista, mentre alla segreteria del partito di maggioranza fu eletto, dopo un travagliato consiglio nazionale alla Domus Mariae, Aldo Moro. Si verificò in quella sede una spaccatura nella corrente di "Iniziativa Democratica", con la nascita delle correnti contrapposte di "Nuove Cronache" e della corrente "dorotea".

Dopo la sconfitta, Fanfani si ritirò nella sua Toscana, meditando a lungo di abbandonare la politica attiva per ritornare all'insegnamento universitario. La battaglia congressuale della DC del 1959, però, gli offrì nuovi stimoli. Alla guida di un cartello di centro-sinistra, Fanfani giunse quasi a vincere il Congresso nazionale sulla base di una piattaforma politica che affermava la necessità di una collaborazione con il PSI. Il fronte anti-fanfaniano, inizialmente sicuro della vittoria, rimase spiazzato dall'attivismo e dal recupero del vecchio leader, riuscendo a vincere il congresso e a rieleggere Segretario Aldo Moro solo per pochi voti.

In politica estera ebbe un ruolo cruciale per la cosiddetta Crisi di Suez, promuovendosi come mediatore tra il Presidente egiziano Nasser e le potenze occidentali (Regno Unito e Francia).

Ritorno al governo e primi tentativi di centro-sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1960, dopo la parentesi travagliata del Governo Tambroni, Fanfani torna alla presidenza del Consiglio, formando il suo terzo governo. Si trattò di un monocolore democristiano appoggiato dai partiti del centro democratico, ma che poteva avvalersi anche dell'astensione non concordata dei socialisti e dei monarchici. Con Fanfani al governo e con Moro alla Segreteria, la Democrazia Cristiana si prepara ad inaugurare definitivamente la coalizione di centro-sinistra. L'impegno dei due "cavalli di razza" del partito porta infatti il Congresso nazionale, svoltosi a Napoli nel 1962 ad approvare con ampia maggioranza la nuova linea di collaborazione con il Partito Socialista Italiano.

Nel 1962, subito dopo il Congresso DC, Fanfani forma il suo quarto governo, questa volta di coalizione (DC - PSDI - PRI e con l'appoggio esterno del PSI), iniziando così l'esperienza delle maggioranze di centrosinistra. Sarà questo il periodo di maggiore successo della carriera di Fanfani.

In politica estera ruolo fondamentale fu quello assunto da Fanfani durante la Crisi dei missili di Cuba: proponendo a John Kennedy la dismissione dei missili installati in Puglia puntati verso l'URSS, favorì l'accordo tra gli americani e Kruscev.

In politica interna raggiunse importanti successi come la nazionalizzazione dell'energia elettrica, l'istituzione della scuola media unica (con i libri di testo gratuiti per i non abbienti), la definitiva industrializzazione del paese, l'avvio delle opere infrastrutturali come la realizzazione dell'Autostrada del sole Milano-Napoli e - con la nomina di Ettore Bernabei a direttore generale - la definitiva consacrazione della RAI come servizio pubblico (con le trasmissioni Non è mai troppo tardi per gli adulti analfabeti o Tribuna politica che dava spazio, in egual misura, a tutte le forze politiche).

La sua politica riformatrice, accusata di avere uno stampo troppo solidarista, produsse una significativa diffidenza della classe industriale e della corrente di destra della DC; i potentati multinazionali mal sopportarono l'opera di apertura ai paesi arabi condotta dal suo sodale Enrico Mattei alla guida dell'ENI. Con il calo di consenso elettorale del 1963 fu costretto alle dimissioni.

Nel 1965 è ministro degli Esteri nel secondo governo Moro, carica che ricopre anche dal 1966 al 1968 nel terzo governo Moro. Venne eletto presidente dell'Assemblea dell'ONU per il periodo 1965-1966.

Alla presidenza del Senato[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1968 al 1973 fu presidente del Senato, e il 10 marzo 1972 fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Giovanni Leone. Da Palazzo Giustiniani, però, continuò per oltre un ventennio a svolgere un ruolo rilevante, abbandonando saltuariamente la seconda carica dello Stato ogni qual volta l'interesse del partito lo chiamava alla guida della DC o del governo. Nonostante questa seconda fase della sua lunga carriera politica lo vedesse su posizioni nettamente più moderate della prima fase, la sua persona continuò ad essere oggetto di una certa freddezza da parte di potentati economici o amministrativi[8].

Alle elezioni per la presidenza della Repubblica del dicembre 1971 è il candidato ufficiale della Democrazia Cristiana, ma dopo una lunga serie di scrutini andati a vuoto, anche a causa dell'azione sotterranea dei "franchi tiratori" del suo stesso partito, è costretto a ritirarsi, favorendo l'elezione di Leone.

Nel 1973 fu rieletto segretario politico della Democrazia Cristiana dopo il congresso di Roma. L'elezione di Fanfani pose fine alla segreteria del suo delfino Arnaldo Forlani e alla linea politica di centralità, che aveva portato all'interruzione momentanea della collaborazione con il Partito Socialista Italiano. Il ritorno alla segreteria del leader aretino non riuscì in ogni caso ad evitare la progressiva crisi di una formula politica (quella del centro-sinistra) ormai giunta alla fine della propria esperienza.

Dopo le pressioni provenienti dagli ambienti cattolici, seppur con molte perplessità circa la sua riuscita, dovette guidare il partito nella campagna per il referendum sull'abrogazione del divorzio, su posizioni di forte contrapposizione allo schieramento laico. Fanfani si ritrovò a guidare questa battaglia senza avere l'appoggio esplicito della DC: Rumor, Moro, Colombo e Cossiga, infatti, erano convinti della non riuscita della battaglia referendaria. La sconfitta del referendum sul divorzio non ne provocò immediatamente le dimissioni; per poco più di un anno, infatti, Fanfani continuò a guidare il partito, seppur con l'esplicita opposizione delle correnti di sinistra.

L'attenzione di Fanfani si spostò allora sulle elezioni regionali del 1975, dove egli sperava di raggiungere un successo considerevole basando la campagna elettorale sui temi della sicurezza e dell'opposizione al crimine e al terrorismo. Invece il risultato della consultazione portò la DC al suo minimo storico, con conseguente sfiducia per il segretario uscente da parte del Consiglio Nazionale de luglio seguente.

Gli succedette Benigno Zaccagnini, inizialmente sostenuto dallo stesso Fanfani, che poi assunse una posizione critica nei confronti della segreteria a causa della sua linea di apertura al PCI. Fu per questo che, durante il Congresso nazionale DC del 1976 Fanfani guidò, assieme ad Andreotti e ai dorotei di Piccoli e Bisaglia, un cartello di correnti moderate opposte alla "linea Zaccagnini" denominato "DAF" (Dorotei-Andreotti-Fanfani). Il "DAF", però, non riuscì ad imporsi e a far eleggere alla Segreteria il fanfaniano Arnaldo Forlani, mettendo così in condizione Zaccagnini e la sua maggioranza - alla quale si aggregò Andreotti in cambio della designazione a presidente del consiglio - di procedere con la politica di "solidarietà nazionale" e con l'apertura al PCI.

Dopo il congresso, fu eletto presidente del consiglio nazionale della DC, carica che la nuova maggioranza zaccagniniana volle concedere a un esponente della minoranza per assicurare l'unità del partito. Partecipò in prima persona alla campagna elettorale per le elezioni del 1976, percorrendo l'Italia in macchina per decine di migliaia di chilometri e tenendo anche più comizi e interventi nella stessa giornata. Lasciò la presidenza del partito nell'ottobre seguente, a seguito della sua elezione a presidente del Senato, carica in cui fu rieletto nel 1979 e che mantenne fino al dicembre 1982.

Durante il sequestro Moro fu l'unico esponente DC a osteggiare apertamente la linea della fermezza, fino al punto di negare al governo la sede deliberante - richiesta da Giulio Andreotti - sui provvedimenti di polizia proposti il giorno dopo il sequestro di Aldo Moro. La sua non ostilità alla linea della trattativa[9] rimase però isolata all'interno del partito. Moro stesso, dalle lettere dal carcere delle Brigate rosse, si rivolse a Fanfani facendo affidamento sul suo "gusto antico per il grande sfondamento"; il giorno prima dell'omicidio, però, quando si attendeva un ultimo gesto possibilista verso la concessione della grazia a un brigatista ferito da parte del capo dello Stato Leone, Bartolomei, il fanfaniano presente nella direzione della DC, tacque. La famiglia Moro, in rotta con lo stato maggiore DC, rifiutò di partecipare ai funerali di Stato e pregò gli esponenti politici democristiani di astenersi dal partecipare ai funerali in forma privata a Torrita Tiberina: soltanto Fanfani, a causa della posizione aperturista assunta durante il sequestro, avrebbe potuto recarsi alle esequie nella cittadina laziale, ma non poté fare in tempo ad assistere alla cerimonia funebre perché impegnato nella commemorazione di Aldo Moro al Senato.

Il summit del G7 nel 1983, da sinistra a destra: Pierre Trudeau, Gaston Thorn, Helmut Kohl, François Mitterrand, Ronald Reagan, Yasuhiro Nakasone, Margaret Thatcher, Amintore Fanfani.

Nonostante avesse collaborato all'affermazione delle correnti moderate della DC nel Congresso nazionale del 1980, che causò l'interruzione della fase di apertura verso i comunisti, Fanfani decise di sostenere al successivo congresso del 2-6 maggio 1982 proprio la sinistra del partito.

Assieme ai dorotei di Piccoli e alla corrente andreottiana, infatti, contribuì in modo decisivo all'elezione del nuovo segretario Ciriaco De Mita e alla sconfitta di quello che un tempo era stato il suo delfino: Arnaldo Forlani, reagendo con grande dignità e fermezza alle contestazioni di alcuni delegati che sostenevano il suo ex pupillo[10]. A causa di questa scelta, la corrente fanfaniana subì una pesante scissione; il grosso della stessa, infatti, non se la sentì di seguire il leader in questa nuova avventura, preferendo rimanere assieme a Forlani nella minoranza moderata del partito.

Dal 1º dicembre 1982 al 4 agosto 1983 Fanfani fu presidente del Consiglio per la quinta volta, guidando un governo DC - PSI - PSDI - PLI con l'appoggio esterno del PRI. Destando un certo scalpore, nel febbraio del 1983 Fanfani incaricò il suo consigliere diplomatico, l'ambascoatore Remo Paolini, di rendere visita nella capitale britannica all'ex re d'Italia Umberto II, ricoverato alla London Clinic.

Dal 1985 al 1987 fu ancora presidente del Senato, eletto da un'ampia maggioranza che andava dalla maggioranza di pentapartito al PCI fino ad arrivare al MSI. Da aprile a luglio del 1987 fu per la sesta volta premier per poi essere nominato ministro degli Interni nel governo Goria; dal 1988 al 1989 fu al Bilancio nel governo De Mita.

Nel 1992, dopo le elezioni politiche che rivoluzioneranno il quadro politico nazionale, fu eletto presidente della commissione Esteri del Senato, che mantenne fino al 14 aprile 1994. Sarà l'ultimo incarico istituzionale ricoperto da Fanfani.

Dopo la stagione di Tangentopoli (dalla quale non venne sfiorato) e le trasformazioni subite dalla DC, seguì il partito nella formazione del Partito Popolare Italiano.

Le sue ultime uscite politiche sono state l'intervento all'assemblea che sancì, sotto la guida di Mino Martinazzoli, la nascita del PPI e nel 1996 la dichiarazione di voto per la fiducia al primo governo Prodi. Benché indebolito dalla malattia, nel 1998 volle essere presente alla cerimonia per i suoi 90 anni organizzata dal Senato. Il 20 novembre 1999 si spense nella sua abitazione romana vicino a Palazzo Madama. È sepolto a Roma nel Cimitero Flaminio.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Francobollo commemorativo emesso nel 2008

Il 29 giugno 1991 ricevette la cittadinanza onoraria di Sansepolcro, la città in cui si era da tempo trasferito il ramo toscano della famiglia, nella quale aveva vissuto la sua carriera politica suo fratello Ameglio e aveva avviato la propria suo nipote Giuseppe Fanfani. A Sansepolcro Amintore Fanfani aveva dedicato anche alcuni tra i suoi primi studi di storia economica e sociale, tra cui il volume Un mercante del Trecento (1934), opera assai apprezzata a suo tempo e ancora oggi come esempio di metodo storiografico basato sulla ricerca archivistica. Oltre agli studi e alla politica, la sua grande passione fu la pittura, che esercitò fin da giovane dopo studi accademici.

La sua azione politica è stata importante in quanto egli viene considerato, insieme a Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Aldo Moro ed Ugo la Malfa, uno degli artefici della svolta politica del centro-sinistra, con cui la Democrazia Cristiana volle avvalersi della collaborazione governativa del Partito Socialista Italiano.

Fino ad oggi Fanfani è l'unico Italiano ad avere presieduto l'Assemblea generale delle Nazioni Unite.[11]

Fanfani in teatro[modifica | modifica wikitesto]

Dario Fo compose, nel 1973, una commedia intitolata Il Fanfani rapito il cui protagonista è, appunto, Amintore Fanfani.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Si dice che Fanfani abbia ottenuto che la nascente Autostrada del Sole, seguendo il vecchio tracciato della Cassia, passasse per Arezzo (capoluogo delle sua provincia di nascita) invece che per Perugia o Siena: per questo la svolta piuttosto marcata che precede il casello di Arezzo fu denominata "curva Fanfani".[12]
  • Durante l'elezione del Presidente della Repubblica del 1971, Fanfani accettò la candidatura ma, durante la votazione, un elettore scrisse sulla sua scheda: «Nano maledetto / non sarai mai eletto», frase che la tradizione vuole dedicata proprio all'allora Presidente del Senato Fanfani, che assisteva al conteggio delle schede. Al sesto scrutinio il quorum non fu raggiunto e, dopo che il senatore toscano aveva detto che avrebbe ritirato la candidatura se non fosse stato eletto, su una scheda apparve la frase: «Te l'avevo detto / nano maledetto / che non venivi eletto»[13]
  • Per i molteplici incarichi istituzionali a cui venne chiamato, spesso anche quando alcuni credevano che stesse per imboccare il "viale del tramonto", venne soprannominato da Indro Montanelli Rieccolo ovvero (richiamando un pupazzo di gomma per bambini) "il misirizzi".
  • Il 9 maggio 1979, primo anniversario dell'assassinio di Aldo Moro, il militante democristiano Angelo Gallo si avvicina alle spalle di Fanfani nella chiesa del Gesù e gli tira le orecchie in segno di protesta per l'inerzia - a detta di Gallo - dei politici rispetto ai problemi del lavoro.[14][15]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Books.google
  2. ^ I dieci: chi erano gli scienziati italiani che firmarono il Manifesto della Razza di Franco Cuomo, p. 23.
  3. ^ Nino Tripodi, Intellettuali sotto due bandiere, edizioni Ciarrapico
  4. ^ v. Fanfani, Amintore, "La dottrina di Smith e la crisi odierna", in Economia e Storia 24, no. 2 (marzo 1977): 147-154.
  5. ^ Fanfani alle Nazioni Unite. Atti del Convegno sulla Presidenza della XX Assemblea dell'ONU, Fondazione Amintore Fanfani, Camera dei deputati, Roma, 11 ottobre 2005.
  6. ^ La formulazione di Fanfani consentì di trovare una soluzione, approvata dalla maggioranza, dopo la prima proposta di Mario Cevolotto: "L'Italia è una Repubblica democratica" e quella successiva di Palmiro Togliatti: "L'Italia è una Repubblica democratica di lavoratori".
  7. ^ Vedi: Tuscolano 1950-1960 Ministero dei Beni e le Attività Culturali.
  8. ^ Risulta, nelle varie inchieste penali condotte, che Amintore Fanfani fu l'unico presidente del consiglio a non essere stato messo a parte dell'esistenza di Gladio e che fu l'unico ministro dell'interno a non essere messo a parte dei fondi neri del SISDE.
  9. ^ Massimo Pini, Craxi: una vita, un'era politica, Mondadori, 2006, afferma che "Maria Pia Fanfani confermò che il marito tra il 4 e l'8 maggio affiancò Craxi: si rivolse al cardinale Benelli dal quale seppe che le BR erano disponibili a liberare Moro in cambio della grazia" alla Ardizzone.
  10. ^ La reazione ferma di Fanfani alle contestazioni irriverenti dei delegati: « Ho partecipato alle battaglie elettorali del 1946. del 1948 e del 1958, e se avessi avuto paura dei fischi, voi non sareste qui »
  11. ^ A quella carica Fanfani teneva parecchio: ancora da Presidente del Senato sviluppò le tematiche e le suggestioni ricevute in quell'anno di palcoscenico internazionale, dedicando le "integrazioni conoscitive al dibattito parlamentare" della Sala Zuccari di palazzo Giustiniani ad una serie di dibattiti sull'ecologia (nei quali fece la sua apparizione pubblica il Club di Roma ed il vulcanologo Franco Barberi).
  12. ^ La "curva Fanfani"
  13. ^ [1] Corriere della Sera - Cartoline per il Quirinale, del 24 agosto 1998 (dalla riga 38 dell'articolo)
  14. ^ Parla la vedova Gallo
  15. ^ Morto Angelo Gallo: tirò le orecchie a Fanfani

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pier Emilio Acri, Amintore Fanfani: l'uomo, lo statista e le sue radici, Paludi, Ferrari, 2009. ISBN 978-88-958343-8-2.
  • Giulio Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Milano, Mondadori, 1956.
  • Renato Filizzola, Amintore Fanfani. Quaresime e resurrezioni, Editalia, 1988, ISBN 88-7060-180-3.
  • Giorgio Galli, Fanfani, Milano, Feltrinelli, 1975.
  • Giorgio Galli, Storia della Democrazia cristiana, Roma-Bari, Laterza, 1978.
  • Igino Giordani, Alcide De Gasperi il ricostruttore, Roma, Edizioni Cinque Lune, 1955.
  • Agostino Giovagnoli, Il partito italiano: la Democrazia Cristiana dal 1942 al 1994, Bari, Laterza, 1996.
  • Sofia La Francesca, La linea riformista: la testimonianza dei diari di Amintore Fanfani, 1943-1959, Firenze, F. Le Monnier, 2007. ISBN 978-88-00-20702-7.
  • Vincenzo La Russa, Amintore Fanfani, Rubbettino, 2006.
  • Piero Ottone, Fanfani, Milano, Longanesi, 1966.
  • Nico Perrone, Il segno della DC, Bari, Dedalo, 2002, ISBN 88-220-6253-1.
  • Luciano Radi, La Dc da De Gasperi a Fanfani, Soveria Manelli, Rubbettino, 2005.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite Successore Flag of the United Nations.svg
Alex Quaison-Sackey 1965 Abdul Rahman Pazhwak
Predecessore Presidente del Senato della Repubblica Successore Emblem of Italy.svg
Ennio Zelioli-Lanzini 5 giugno 1968 - 26 giugno 1973 Giovanni Spagnolli I
Giovanni Spagnolli 5 luglio 1976 - 1º dicembre 1982 Tommaso Morlino II
Francesco Cossiga 9 luglio 1985 - 17 aprile 1987 Giovanni Malagodi III
Predecessore Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Pella 18 gennaio 1954 - 10 febbraio 1954 Mario Scelba I
Adone Zoli 1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959 Antonio Segni II
Fernando Tambroni 26 luglio 1960 - 21 giugno 1963 Giovanni Leone III
Giovanni Spadolini 1º dicembre 1982 - 4 agosto 1983 Bettino Craxi IV
Bettino Craxi 17 aprile 1987 - 28 luglio 1987 Giovanni Goria V
Predecessore Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Pella 1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959 Giuseppe Pella I
Aldo Moro (interim) 5 marzo 1965 - 30 dicembre 1965 Aldo Moro (interim) II
Aldo Moro (interim) 23 febbraio 1966 - 5 giugno 1968 Giuseppe Medici III
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Mario Scelba 16 luglio 1953 - 18 gennaio 1954 Giulio Andreotti I
Oscar Luigi Scalfaro 28 luglio 1987 - 13 aprile 1988 Antonio Gava II
Predecessore Ministro del Bilancio della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Emilio Colombo 13 aprile 1988 - 22 luglio 1989 Paolo Cirino Pomicino
Predecessore Ministro dell'Agricoltura della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Antonio Segni 26 luglio 1951 - 16 luglio 1953 Rocco Salomone
Predecessore Ministro del Lavoro della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Giuseppe Romita 31 maggio 1947 - 21 gennaio 1950 Achille Marazza

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