Palmiro Togliatti

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Palmiro Togliatti
Togliatti.jpg

Segretario generale del
Partito Comunista Italiano
Durata mandato 1927 –
21 agosto 1964
Predecessore Antonio Gramsci
Successore Luigi Longo

Ministro di Grazia e Giustizia del Regno d'Italia
Durata mandato 21 giugno 1945 –
1º luglio 1946
Predecessore Umberto Tupini
Successore Fausto Gullo (Ministro di Grazia e Giustizia della Repubblica Italiana)

Vicepresidente del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia
Durata mandato 12 dicembre 1944 –
21 giugno 1945
Predecessore Giuseppe Spataro
Successore Pietro Nenni

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano (1914-21),
Partito Comunista Italiano (1921-64)
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Alma mater Università degli Studi di Torino
Professione giornalista, dirigente politico
Firma Firma di Palmiro Togliatti
on. Palmiro Michele Nicola Togliatti
Bandiera italiana
Assemblea costituente
Luogo nascita Genova
Data nascita 26 marzo 1893
Luogo morte Jalta
Data morte 21 agosto 1964
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Professione giornalista
Partito Partito Comunista Italiano
Gruppo Comunista
Circoscrizione Collegio Unico Nazionale
Pagina istituzionale
on. Palmiro Michele Nicola Togliatti
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Palmiro Michele Nicola Togliatti
Luogo nascita Genova
Data nascita 26 marzo 1893
Luogo morte Jalta
Data morte 21 agosto 1964
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Professione Giornalista, funzionario di partito
Partito Partito Comunista Italiano
Legislatura I, II, III, IV
Gruppo Comunista
Coalizione Col Partito Socialista Italiano fino al 1963
Collegio Torino, Roma
Pagina istituzionale

Palmiro Michele Nicola Togliatti (Genova, 26 marzo 1893Jalta, 21 agosto 1964) è stato un politico e antifascista italiano, leader storico del Partito Comunista Italiano. Come ringraziamento per le sue attività politiche, ricevette anche la cittadinanza sovietica[1].

Fu uno dei membri fondatori del Partito Comunista d'Italia e, dal 1927 fino alla morte, segretario e capo indiscusso del Partito Comunista Italiano, del quale era stato il rappresentante all'interno del Comintern (di qui, per le sue capacità di mediatore fra le varie anime del partito, lo pseudonimo di «giurista del Comintern» attribuitogli da Lev Trotsky[2]), l'organizzazione internazionale dei partiti comunisti. Anche di questo organismo Togliatti fu uno degli esponenti più rappresentativi e, dopo che esso fu sciolto nel 1943 e sostituito dal Cominform nel 1947, rifiutò la carica di segretario generale, offertagli direttamente da Stalin, preferendo restare alla testa del partito in Italia.

Dal 1944 al 1945 ricoprì la carica di vice Presidente del Consiglio e dal 1945 al 1946 quella di Ministro di Grazia e Giustizia nei governi che ressero l'Italia dopo la caduta del fascismo. Membro dell'Assemblea Costituente, dopo le elezioni politiche del 1948 guidò il partito all'opposizione rispetto ai vari governi che si succedettero sotto la guida della Democrazia Cristiana.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini familiari e gli studi[modifica | modifica wikitesto]

Il padre Antonio nacque nel 1852 a Coassolo, in provincia di Torino. La famiglia avrebbe voluto destinarlo alla carriera ecclesiastica ma Antonio, dopo il seminario a Giaveno, non volle prendere i voti e si trasferì a Torino, si diplomò maestro e dopo un periodo d'insegnamento si impiegò dapprima come istitutore e poi come contabile nell'amministrazione dei Convitti nazionali del Regno, sposando una maestra elementare torinese, Teresa Viale, che divenne « la figura centrale della famiglia ».[3]

Il lavoro del padre costrinse i Togliatti a frequenti spostamenti in diverse città. La madre dovette lasciare l'insegnamento per occuparsi esclusivamente della famiglia che intanto andava crescendo: il primogenito Eugenio nacque a Orbassano nel 1890, Maria Cristina e Palmiro a Genova, nella casa di via Albergo dei Poveri 9, rispettivamente nel 1892 e nel 1893, mentre l'ultimo figlio Enrico nacque a Torino nel 1900. Il nome Palmiro gli venne dato perché nato nel giorno della Domenica delle Palme. I genitori erano infatti religiosi senza però essere bigotti: «Per abitudine si andava a messa tutte le domeniche, ma non sentii mai il problema religioso con troppa intensità ».[4]

Nel 1897, a Novara, dove intanto la famiglia si era trasferita, Palmiro frequentò insieme con la sorella[5] la prima elementare, ma proseguì gli studi a Torino; poi, dal 1902 fu a Sondrio, dove conseguì la licenza ginnasiale, e dal 1908 frequentò il Liceo classico « Azuni » di Sassari, dove risultò con la sorella il migliore dell'Istituto, ottenendo così entrambi la « licenza d'onore », che li esonerava dall'obbligo di sostenere l'esame finale di maturità.[6]

Il padre Antonio, malato di cancro, si era intanto dovuto ricoverare in ospedale a Torino, morendovi il 21 gennaio 1911: la famiglia, già di condizioni modeste, cadde in serie ristrettezze economiche. Trasferita la famiglia nell'estate del 1911 nella casa torinese di Lungodora Firenze 55, la madre Teresa si diede a lavorare di cucito mentre Eugenio, studente dell'ultimo anno di matematica, dava lezioni private, unitamente a Palmiro e Maria Cristina, che pure studiavano per superare il concorso con il quale il Collegio Carlo Alberto metteva a disposizione 65 borse di studio di 70 lire mensili per frequentare l'Università di Torino. Nell'ottobre 1911 entrambi superarono gli esami: Palmiro si classificò secondo e Maria Cristina undicesima: al nono posto figurò un giovane venuto dalla Sardegna, Antonio Gramsci, futuro compagno di Togliatti nelle lotte politiche. Gramsci s'iscrisse, come Maria Cristina, alla facoltà di lettere, mentre Palmiro, che avrebbe voluto seguire i corsi di filosofia, per decisione dei familiari dovette iscriversi alla Facoltà di giurisprudenza.

Togliatti negli anni venti

Non è chiaro il preciso percorso intellettuale del giovane Togliatti: nel clima culturale di quegli anni stavano ormai prevalendo sul vecchio positivismo le correnti neo-idealistiche che andavano dal magistero di Benedetto Croce fino alle espressioni più esasperate di nazionalismo e di spiritualismo. Se a queste ultime Togliatti dichiarerà sempre di essere rimasto estraneo, è certo che Benedetto Croce soprattutto, e poi La Voce di Giuseppe Prezzolini, Gaetano Salvemini e Romain Rolland ebbero non poca parte sulla sua formazione giovanile, mentre il primo accostamento al marxismo sarebbe avvenuto soprattutto tramite gli scritti del Labriola. Ma due furono gli elementi decisivi che portarono Togliatti al socialismo marxista: l'amicizia di Gramsci e la concreta realtà sociale torinese, che vedeva allora lo sviluppo di un forte e organizzato movimento operaio.[7]

Togliatti s'iscrisse al Partito socialista nel 1914, anche se non frequentò la vita di partito per diversi anni, e allo scoppio della prima guerra mondiale si dichiarò favorevole all'intervento dell'Italia a fianco dell'Intesa,[8] secondo una considerazione politica, presente anche se minoritaria fra gli stessi socialisti, che portava a distinguere « fra la guerra imperialista e le giuste rivendicazioni nazionali contro i vecchi imperialismi. Non ritenevano giusto che alcune province italiane rimanessero sotto il dominio di uno Stato straniero, per di più reazionario ».[9]

Dopo un brillante percorso di studi concluso con la media del 30, Togliatti si laureò nel novembre 1915 con la tesi Il regime doganale delle colonie, discussa con Luigi Einaudi. Seguendo la sua primitiva inclinazione, s'iscrisse anche alla facoltà di Lettere e Filosofia, ma la guerra prima e l'attività politica poi gli impedirono di conseguire la seconda laurea. Infatti, pur riformato per la forte miopia, nel 1915 si arruolò volontario nella Croce Rossa, prestando servizio in diversi ospedali, anche al fronte. Nel frattempo, le necessità belliche indussero i Comandi militari a rivedere i criteri di arruolamento, così che nel 1916 Togliatti fu dichiarato "abile e arruolato"[10]; fu così assegnato in forza al 54º Reggimento Fanteria per poi passare, su sua richiesta, al 2º Reggimento Alpini. Nel 1917 fu ammesso al corso allievi ufficiali di Caserta che superò senza però ottenere la nomina a ufficiale a causa di una grave pleurite intervenuta nel frattempo: caporal maggiore alla sanità, nel dicembre del 1918, allo scadere di una lunga licenza, fu congedato.[11]

L'inizio dell'attività politica[modifica | modifica wikitesto]

L'Ordine Nuovo[modifica | modifica wikitesto]

Il primo numero de L'Ordine Nuovo

A Torino, Togliatti insegnò diritto ed economia in un Istituto privato e collaborò come cronista nel quotidiano socialista Avanti!: s'impegnò anche nell'attività politica delle sezioni del Partito e tenne il suo primo comizio a Savigliano.

Nel 1919 il Partito socialista era in piena espansione di consensi elettorali, particolarmente nel capoluogo piemontese, dove lo sviluppo industriale aveva creato un forte nucleo operaio. Dopo il successo della Rivoluzione russa i giovani socialisti torinesi, Gramsci in testa, avevano avvertito che, di fronte all'inerzia dei dirigenti socialisti nazionali – parte dei quali ritenevano che la rivoluzione socialista sarebbe avvenuta ineluttabilmente per forza propria, mentre altri consideravano strategica una politica esclusivamente riformista - quello torinese poteva essere un laboratorio politico dove sviluppare le premesse di una rivoluzione italiana, per conseguire la quale occorreva però un'azione diretta allo scopo. Per dare voce a tali esigenze, per comprendere i nuovi, enormi problemi creati dalla guerra e dalle rivoluzioni che si sviluppavano in Europa e per fare i conti con la cultura italiana contemporanea, Gramsci, Tasca, Terracini e Togliatti fondarono il settimanale L'Ordine Nuovo, il cui primo numero uscì il 1º maggio 1919.

Togliatti vi tenne la rubrica culturale «La battaglia delle idee», con articoli spesso polemici: ne fecero le spese il già ammirato Prezzolini, ora giudicato un moralista, un «maestro di scuola, predestinato alla sterilità», lo scrittore Piero Jahier, cui rimproverò il dilettantismo politico e Piero Gobetti, un «predicatore del rinnovamento morale del mondo», un «ragazzo d'ingegno» sì, ma dal «frasario nuvoloso che dovrebbe dare l'illusione della profondità».[12] La recensione al libro Polemica liberale del noto giornalista Missiroli gli diede occasione, dopo aver riconosciuto i meriti storici dei principi liberali, di denunciare i limiti del liberalismo politico italiano, «movimento di un'aristocrazia intellettuale e non riscossa di sane e forti energie sociali», rispetto al quale «il socialismo può diventare il vero liberatore del paese nostro».[13]

Amadeo Bordiga

Da giugno, sotto l'impulso di Gramsci, il settimanale mutò interessi e contenuti: meno rassegne culturali e più attenzione alle forme di organizzazione che il movimento operaio italiano si stava dando, sulla scorta dell'esperienza russa dei Soviet come di quella tedesca dei Revolutionäre Obleute e degli Arbeiterräte austriaci: la creazione dei Consigli operai. La commissione di fabbrica è giudicata da L'Ordine Nuovo non solo un organo di democrazia operaia ma anche il nucleo di un futuro potere proletario, l'«ordinatrice di fatto e di diritto di tutto il regime di produzione e di scambio».[14]

Le valutazioni positive de L'Ordine Nuovo contrastavano con le posizioni critiche, per diversi motivi svolte al riguardo tanto dai sindacalisti della Camera del Lavoro – che rimproverano di anarchismo quegli operai – quanto da Amadeo Bordiga, che dalla rivista Soviet accusava l'iniziativa di «economicismo»: il proletariato non può emanciparsi sul terreno dei rapporti economici «mentre il capitalismo detiene, con lo Stato, il potere politico».[15]

Togliatti nel periodo della collaborazione a L'Ordine Nuovo

Il movimento dei Consigli continuò a svilupparsi, insieme all'estensione dei conflitti sindacali, delle serrate e delle occupazioni delle fabbriche, e gli ordinovisti, come del resto la FIOM, appoggiarono l'occupazione della FIAT, avvenuta il 1º settembre 1920 a seguito della serrata industriale, che fu imitata da quasi tutte le fabbriche della città, e la gestione della produzione attivata dai Consigli operai in assenza dei tecnici e dei dirigenti della fabbrica. Togliatti, che in luglio aveva assunto la carica di segretario della Sezione socialista torinese, era convinto che la dittatura proletaria fosse attuabile «perché era realizzata la sua fondamentale premessa storica: il prevalere del proletariato industriale e rivoluzionario nella vita del paese, e l'imporsi della sua ideologia di conquista a tutte le categorie di lavoratori».[16]

La fondazione del Partito comunista[modifica | modifica wikitesto]

L'occupazione ebbe termine il 26 settembre con un compromesso tra la proprietà e gli operai favorito da Giolitti. Di fronte all'inerzia del Partito socialista gli ordinovisti si convinsero che «il destino della rivoluzione socialista dipende soprattutto dalla esistenza di un partito che sia veramente un partito comunista»,[17] e la Sezione torinese decise a grande maggioranza di costituirsi in frazione comunista, partecipando con Gramsci al Convegno di Imola che il 29 novembre sancì ufficialmente la frazione comunista del Partito socialista, che vedeva in Amadeo Bordiga il suo leader più prestigioso. Il 15 gennaio 1921 si aprì a Livorno il XVII Congresso socialista e il giorno 21 la minoranza comunista si costituiva in partito, il Partito comunista d'Italia: degli ordinovisti, erano presenti a Livorno Gramsci e Terracini, mentre Togliatti era rimasto a Torino a dirigere L'Ordine Nuovo, ora divenuto quotidiano.

Da tempo erano iniziate le violenze delle squadre fasciste nell'indifferenza delle forze dell'ordine, che privilegiavano la sorveglianza dei comunisti. Il fascismo è giudicato «la parte peggiore della borghesia italiana, quella che non ha mai fatto l'abitudine a una scuola di pensiero, quella che è classe dominante unicamente per una specie di diritto di ereditarietà; ma non possiede alcuna delle qualità che occorrono ai dirigenti di uno Stato».[18]

Saluta l'opposizione alle violenze fasciste di Firenze del marzo 1921 scrivendo che «il proletariato non deve mai dare esempio di viltà [...] meglio, cento volte meglio, lasciare cinquanta morti sul lastrico di una città che tollerare senza reazione la violenza e l'offesa», e di fronte all'incendio della Camera del Lavoro di Torino, avvenuto senza incontrare opposizione, scrive il 4 maggio 1921: «Quando ti pentirai, o popolo, di quello che non hai fatto, di quello che non hai ancora saputo fare, di quello di cui gli avversari tuoi hanno dovuto farti la scuola? ... Ma non rallegratevi, borghesi: nell'animo del popolo d'Italia maturano propositi. E non parole, non canti, ma fuoco e cenere d'incendi, e secco scoppiettare di fucilate li fan maturare».[19] Mentre Gramsci rimase a Torino a dirigere L'Ordine Nuovo, alla fine dell'estate del 1921 Togliatti venne mandato a Roma, «città dei trafficanti e dei burocrati, città del popolo eroico e generoso e della borghesia vile e parassita»,[20] come redattore-capo del quotidiano «Il Comunista», diretto dal deputato Luigi Repossi, che iniziò le pubblicazioni l'11 ottobre: percepiva 1.500 lire al mese e alloggiava in una pensione di via Giovanni Lanza 152; continuò tuttavia a collaborare anche al quotidiano torinese, telefonando alla sera le proprie corrispondenze. A Roma si stampava anche «Compagna», diretta da Giuseppe Berti: fra le redattrici vi era la torinese Rita Montagnana, sorella di Mario, un altro redattore de L'Ordine Nuovo, e tra Rita e Togliatti nacque qualche tempo dopo una relazione che sfocerà nel matrimonio, celebrato nel Municipio di Torino il 27 aprile 1924.

Tessera del PCd'I del 1921
Mario Montagnana

Il III Congresso dell'Internazionale Comunista, nel giugno del 1921, di fronte all'esaurirsi della spinta rivoluzionaria in Europa, aveva stabilito la nuova tattica che i partiti comunisti nazionali avrebbero dovuto seguire: quella di un fronte unico con i partiti socialisti per opporsi alla montante reazione della destra. Tuttavia il Partito comunista d'Italia si oppose a quell'indirizzo e nel suo II Congresso, tenuto a Roma nel marzo del 1922, Bordiga e Terracini, per la maggioranza dei congressisti, ribadirono nelle loro tesi il rifiuto a ogni accordo con i socialisti, sottovalutarono il pericolo fascista e previdero uno sbocco socialdemocratico alla crisi italiana: restava operante solo l'intesa con i socialisti sul piano sindacale.[21] Gramsci e Togliatti, che entrò a far parte del Comitato Centrale, si allinearono con la maggioranza di Bordiga, pur non condividendo l'opposizione alle direttive del Comintern, perché temevano una frattura, se non una scissione nel partito.[22]

Il 5 ottobre, commentando la conclusione del XIX Congresso socialista, Togliatti scrisse su L'Ordine Nuovo che l'espulsione dal PSI dei riformisti di Turati rappresentava un segnale positivo per il riavvicinamento dei due partiti,[23] un concetto ribadito il 12 ottobre, in un discorso tenuto al Comitato centrale del Partito.[24]

L'avvento del fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Il 28 ottobre 1922, in coincidenza con la marcia su Roma, una squadra fascista penetrò nella tipografia dove si stampava «Il Comunista»: vi era anche Togliatti, che riuscì a fuggire. Il quotidiano cessò le pubblicazioni il 31 ottobre, con un ultimo appello all'attività illegale. A Torino, ci aveva pensato il 29 ottobre il questore Benedetto Norcia a chiudere provvisoriamente L'Ordine Nuovo, imitato dal collega di Trieste che aveva sospeso le pubblicazioni dell'altro quotidiano comunista «Il Lavoratore».

Minimizzava intanto, come la maggioranza del gruppo dirigente del Partito, il significato politico dell'avvento dei fascisti al governo: «non hanno profondamente modificato la situazione interna italiana [...] il governo fascista, che è la dittatura della borghesia, non avrà interesse di liberarsi di alcuno dei tradizionali pregiudizi democratici».[25]

Togliatti ritornò a Torino dove, 7 novembre, tenne un comizio in celebrazione dell'anniversario della Rivoluzione russa; nel dicembre successivo Torino fu sconvolta dalla strage del 18 dicembre, quando gli squadristi comandati dal console della Milizia Piero Brandimarte devastarono la Camera del Lavoro e la sede de L'Ordine Nuovo, uccidendo 22 persone. Dopo questo avvenimento Togliatti si distaccò dall'attività politica, per motivi non chiariti: per una malattia,[26] per una crisi sentimentale,[27] per paura delle rappresaglie fasciste o forse perché «per Togliatti la politica era arte di governo, non milizia rivoluzionaria. Forse gli si presentò in quella e in altre occasioni il problema se dovesse veramente abbandonare i suoi studi per dedicarsi unicamente alla politica».[28] Non fu nemmeno coinvolto dall'ondata di arresti ordinati nel febbraio del 1923 da Mussolini: oltre ai delegati comunisti di ritorno dal IV Congresso dell'Internazionale, che aveva imposto la fusione dei partiti socialista e comunista, furono arrestati più di 5.000 dirigenti comunisti di vario livello;[29] tra le maggiori personalità, sfuggirono all'arresto, a parte Gramsci, rimasto a Mosca, e Tasca, che si trovava in Svizzera, soltanto Terracini, Camilla Ravera e lo stesso Togliatti.

Camilla Ravera

L'operazione poliziesca coordinata da De Bono era del tutto illegale e infatti tutti furono prosciolti in istruttoria o assolti alla fine dell'anno nel processo, ma raggiunse lo scopo di allontanare dal Partito i militanti meno decisi e di sconvolgere l'organizzazione, costringendola all'illegalità. In aprile Togliatti riprese i contatti con il Partito, entrando a far parte del Comitato esecutivo: assunto lo pseudonimo di Paolo Palmi, si trasferì nella nuova sede clandestina costituita ad Angera, sul Lago Maggiore.

Mauro Scoccimarro

Erano i giorni in cui l'Internazionale, con un atto d'imperio, aveva imposto al Partito italiano la formazione di un nuovo esecutivo costituito da tre esponenti della maggioranza di sinistra, Togliatti, Scoccimarro e Fortichiari,[30] e da due della minoranza di destra, Angelo Tasca e Giuseppe Vota, con il compito di portare ad effetto la fusione con la frazione del Partito socialista aderente all'Internazionale,[31] guidata da Giacinto Menotti Serrati. Togliatti, ancora legato a Bordiga, il quale era nettamente contrario all'operazione, esitava, dichiarandosi disposto ad accettare la carica a condizione di sviluppare «una polemica aperta con l'Internazionale e con la minoranza del partito» e denunciando a Gramsci quello che riteneva essere il tentativo, da parte della minoranza, di liquidare l'«esperienza del movimento politico proletario che ha portato alla creazione del partito comunista».[32]

Una posizione, questa, giudicata un grave errore da Gramsci, il quale considerava una iattura la contrapposizione del debole Partito italiano con l'Internazionale. L'operazione della fusione non andò in porto. La frazione socialista favorevole all'unificazione con i comunisti fu radiata dal PSI nell'agosto del 1923. Allo stesso tempo Gramsci s'impegnava a costituire nel Partito una maggioranza di centro, cercando di attrarre a sé gli elementi dell'attuale maggioranza di sinistra per isolare tanto Bordiga (considerato un dottrinario che condannava il Partito all'immobilismo) che la destra di Tasca (che intendeva, secondo Gramsci, liquidare nel Partito ogni prospettiva rivoluzionaria) in modo da mantenere la fisionomia del Partito nato a Livorno senza rompere con l'Internazionale comunista. Togliatti finì con l'allinearsi alla strategia di Gramsci, pur con quelle esitazioni che sembravano essere una tipica espressione del suo carattere.[33]

In Italia la stampa comunista era bersagliata da sequestri motivati dai prefetti con la sua «attività antinazionale» o per l'«istigazione all'odio di classe»: nell'agosto del 1923 Togliatti fondò il settimanale «Lo Stato operaio» a Milano, dove si trovava quando, il 21 settembre, venne arrestato insieme con Tasca, Vota, Leonetti, Gennari, Mario Montagnana, Teresa Noce e Caterina Piccolato.[34] Denunciati per «complotto contro la sicurezza dello Stato», furono assolti in istruttoria dopo tre mesi di carcere preventivo passati a San Vittore.

Nell'agosto del 1923 Mussolini fece approvare dal Parlamento una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, che assegnava i due terzi dei seggi alla lista che avesse superato il 25% dei voti. Togliatti scrisse che «il fascismo vuole, conquistato il potere, disperdere gli aggregati proletari, impedire una loro unificazione su qualsiasi terreno e provocare invece una unificazione attorno a sé dei gruppi politici borghesi»[35]: il 6 aprile 1924, le elezioni confermarono il blocco borghese intorno al «listone» mussoliniano che raccolse il 66,2% dei voti e 375 seggi. L'«Alleanza per l'unità proletaria», la lista unitaria di comunisti e socialisti «terzini», ottenne il 3,8% e 19 deputati, tra i quali Gramsci che così, apparentemente protetto dall'immunità parlamentare, poté rientrare in Italia: Togliatti non era candidato, mentre Bordiga, benché sollecitato, aveva rifiutato di presentarsi alle elezioni. Il risultato elettorale ottenuto, benché oggettivamente modesto, fu accolto dal Partito con soddisfazione, essendo stato superiore al previsto e vicino a quello ottenuto dagli altri due partiti socialisti.

La Conferenza di Como[modifica | modifica wikitesto]

Il chiarimento interno al Partito si tenne nella conferenza clandestina convocata nella metà di maggio presso Como, nella quale le tre correnti presentarono ciascuna una propria relazione. Togliatti, per il «centro», criticando la concezione bordighiana del partito come un'organizzazione di quadri rivoluzionari isolata dalle masse,[36] sostenne che quello comunista doveva essere sì «il Partito della dittatura del proletariato, ma la dittatura del proletariato sarà una parola d'ordine solo nel momento in cui saremo riusciti a trascinare dietro di noi, a porre sul terreno della lotta per la conquista del potere le grandi masse della popolazione lavoratrice e non solo l'avanguardia che oggi è raccolta nei nostri Partiti. Per giungere a quel momento bisogna saper costruire tutta una catena storica attraverso i suoi successivi anelli e quindi saper lanciare delle parole d'ordine adattate alla situazione in cui ci troviamo e ai rapporti di forze reali che troviamo dinnanzi a noi».[37] Tuttavia i delegati del convegno si espressero ancora in larga maggioranza a favore della sinistra di Bordiga.

Vladimir Lenin

Alla fine del mese Togliatti, Bordiga, Grieco, Tasca e altri quattordici delegati italiani, partirono per Mosca per partecipare al V Congresso dell'Internazionale, il primo tenuto dopo la morte di Lenin, convocato per il 17 giugno 1924. Il tema della relazione svolta da Zinov'ev era incentrato sulla necessità di combattere tanto le «deviazioni» di sinistra quanto soprattutto di destra presenti in diversi Partiti comunisti. Ritenendo che vi fossero prospettive rivoluzionarie a medio termine, la risoluzione finale dell'Internazionale dichiarava che era necessario non farsi irretire da alleanze con i partiti socialdemocratici: per l'Italia, attraversata da una grave crisi politica a seguito del delitto Matteotti, il compito del Partito comunista era: «1) abbattere il fascismo; 2) scartare dalla scena politica [...] i partiti d'opposizione costituzionale e riformista; 3) riunire dietro di sé le masse operaie e contadine per un'azione di classe mirante alla conquista del potere».[38]

Nel suo intervento sulla situazione politica italiana, Togliatti, che aveva assunto lo pseudonimo di «Ercoli», rilevata l'impossibilità dei partiti di sinistra di condurre da soli la lotta contro il fascismo, aveva invece sostenuto la necessità di isolare i fascisti dai loro «temporanei alleati, facendone per un periodo transitorio [...] degli alleati della classe operaia, e di utilizzare tutte le fessure esistenti nell'insieme dei raggruppamenti borghesi e semiborghesi, per favorire contemporaneamente il processo di disgregazione di questo blocco».[39] Stante il rifiuto della sinistra di assumere cariche, vennero eletti al Comitato esecutivo del PCd'I Gramsci (il quale dall'agosto fu investito anche della nuova carica di segretario generale del Partito),[40], Togliatti (dallo stesso periodo responsabile anche del settore agitazione e propaganda), Scoccimarro, Mersù e Maffi.

Durante la crisi del regime fascista nella seconda metà del 1924, il Partito comunista aumentò il numero dei suoi iscritti e la diffusione della sua stampa, ma non riuscì a incidere sulla crisi: la proposta della creazione di un "antiparlamento" fu respinta sia dai socialisti che dalle altre forze aventiniane che temevano il radicalismo rivoluzionario dell'iniziativa. Il «nullismo»[41] dell'Aventino si concretò nel manifesto dell'11 novembre che chiedeva l'intervento di un re il quale era in realtà solidale con lo stesso Regime: i comunisti decisero allora di rientrare in parlamento e, dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, la repressione, mai cessata nei confronti dei comunisti, si estese anche alle altre opposizioni. Il 3 aprile Togliatti venne arrestato con cinque capi d'imputazione, tra i quali quello di «far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato». Anche questa volta, essendo intervenuta un'amnistia, non si arrivò al processo e il 29 luglio venne scarcerato: poté così conoscere il figlio Aldo, nato durante la detenzione. Un successivo mandato di cattura, emesso in settembre, non ebbe effetto perché Togliatti, rientrato nella clandestinità, riuscì a far perdere le proprie tracce.

Togliatti e altri dirigenti comunisti alla riunione del Comintern

Il Congresso di Lione[modifica | modifica wikitesto]

Nell'autunno si tennero clandestinamente i Congressi provinciali di partito: Gramsci, appoggiato da Togliatti e dagli altri esponenti del centro e della destra, vi svolse un'intensa attività allo scopo di strappare alla sinistra il controllo delle Federazioni in vista del III Congresso nazionale da tenersi a Lione. Qui, dal 20 gennaio 1926 vennero presentate e discusse le tesi congressuali, che secondo Paolo Spriano «sono il prodotto più maturo dello sviluppo teorico leninista di Gramsci e di Togliatti».[42]

Il fascismo viene visto in queste tesi come un'espressione della politica tradizionale delle classi dirigenti italiane, e della lotta del capitalismo contro la classe operaia che ha la sua base sociale «nella piccola borghesia urbana e in una nuova borghesia agraria». Rispetto al tradizionale programma di conservazione e di reazione della classe politica italiana, fatta di accordi e di compromessi, il fascismo ha inteso «realizzare una unità organica di tutte le forze della borghesia in un solo organismo politico sotto il controllo di una unica centrale che dovrebbe dirigere insieme il partito, il governo e lo Stato». Destinato, per le sue stesse premesse, a svolgere un'aggressiva politica imperialistica, «nel campo economico agisce come strumento di una oligarchia industriale e agraria per accentrare nelle mani del capitalismo il controllo di tutte le ricchezze del paese. Ciò non può fare a meno di provocare un malcontento nella piccola borghesia la quale, con l'avvento del fascismo, credeva giunta l'era del suo dominio».

Era questo un primo elemento di contraddizione nel blocco reazionario creato dal fascismo, al di fuori del quale restavano altri centri di opposizione borghese, come il gruppo giolittiano. «Questo gruppo si collega a una sezione della borghesia industriale e, con un programma di riformismo laburista, esercita influenza sopra strati di operai e piccoli borghesi».

Inserire il proletariato come terzo elemento della lotta politica italiana e l'alleanza tra la classe operaia del Nord e il proletariato agricolo del Sud, sempre per le tesi congressuali, era la condizione per la creazione di prospettive rivoluzionarie nel paese. Occorreva però che il Partito fosse in costante contatto con la classe operaia e per questo doveva «bolscevizzarsi», ossia organizzarsi sullo stesso luogo di lavoro, creandovi cellule comuniste, senza per questo essere un partito di soli operai: «la classe operaia e il suo partito non possono fare a meno degli intellettuali e devono essere in grado di raccogliere e guidare tutti gli elementi che per una via o per un'altra sono spinti alla rivolta contro il capitalismo», come i contadini, possibile tramite politico tra il proletariato e le classi rurali. Si trattava della conferma della necessità di sviluppare un partito di massa.

Il Congresso si concluse il 26 gennaio: le Tesi di Gramsci e Togliatti raccolsero più del 90% dei consensi dei delegati e la sinistra di Bordiga perdette il controllo del Partito. Gramsci fu confermato segretario generale, mentre Togliatti fu confermato all'Esecutivo, all'Ufficio di segreteria e al Comitato centrale.[43] Contro l'esito del Congresso la corrente di sinistra presentò ricorso che fu respinto dall'Internazionale.[44]

A Mosca, in Svizzera e a Parigi[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 febbraio 1926 Togliatti lasciò l'Italia con la moglie e il figlio per Mosca, essendo stato nominato capo della delegazione[45] del Partito italiano per il VI Plenum dell'Internazionale comunista: certamente non immaginava che sarebbe rientrato in Italia soltanto diciotto anni dopo. Nel precedente dicembre, nel Partito russo era avvenuto uno scontro interno tra i maggiori dirigenti: quasi emarginato Trockij, erano stati Zinov'ev e Kamenev ad attaccare Bucharin e Stalin, contestando loro l'impossibilità di costruire il socialismo nella sola Russia, ma erano rimasti in minoranza. L'Internazionale aveva concordato di non affrontare i problemi interni del Partito russo, ma Bordiga aveva insistito e, dopo uno scontro con Stalin, nella seduta del Plenum criticò il predominio esercitato dal Partito russo e la politica di bolscevizzazione dei Partiti comunisti.

Nel suo discorso del 25 febbraio, Togliatti attaccò Bordiga, accusandolo di aver portato il Partito italiano sull'orlo della distruzione, difese l'attuale politica del gruppo dirigente italiano, volta a individuare e approfondire gli eventuali contrasti del blocco reazionario al potere in Italia e manifestò dubbi sulle possibilità - avanzate dalla relazione di Zinov'ev - di svolte rivoluzionarie in Europa. Togliatti, al termine del Plenum, venne eletto all'Esecutivo dell'Internazionale con Stalin, Zinov'ev, Bucharin, Trockij, Thälmann, Kuusinen, Manuil'skij e altri.[46]

La lettera di Gramsci[modifica | modifica wikitesto]

Dall'estate del 1926 Trockij, Zinov'ev, Kamenev, Radek, Antonov-Ovseenko ed altri dirigenti bolscevichi tentarono un'ultima opposizione contro la maggioranza capeggiata da Stalin, vista come una pericolosa autocrazia, costituendosi apertamente in frazione comunista di sinistra. Conducendo un'agitazione tra gli stessi operai, criticarono il burocratismo e la mancanza di democrazia interna nel Partito, la persistenza di gravi sperequazioni sociali a favore dei contadini proprietari, avvantaggiati dalla NEP a danno degli operai, la rinuncia a una politica rivoluzionaria all'esterno (ne era un esempio la recente collaborazione con le laburiste Trade Unions in Inghilterra) e l'intenzione di costruire il socialismo nella sola Russia, da loro giudicata fonte di degenerazione di tutto il processo rivoluzionario.

Antonio Gramsci

Il dibattito nel Comitato centrale russo portò alla riaffermazione della politica seguita da Stalin e alla condanna della frazione trockista e all'esclusione di Zinov'ev dall'Ufficio politico. L'eco del conflitto tra i maggiori dirigenti comunisti russi giunse anche in Italia, dibattuto dagli stessi giornali[47] i quali, elogiando la «prudenza» di Stalin, videro nella sua politica la fine della rivoluzione comunista e la sua trasformazione in rivoluzione borghese, insieme con lo sviluppo di un capitalismo di stato.

Gramsci, dalle colonne de L'Unità, difese la politica economica seguita in URSS che, se pur creava privilegi tra le classi, era necessaria alla creazione di quell'accumulazione primitiva che doveva essere la premessa dell'industrializzazione del Paese. A nome del Partito, Gramsci scrisse - probabilmente il 14 ottobre - anche una lettera indirizzata al Comitato Centrale del Partito sovietico; in essa lamentava il pericoloso scontro politico in corso, che rischiava di produrre una scissione nel gruppo dirigente leninista dagli effetti gravi e imprevedibili, elogiava i meriti rivoluzionari di Zinov'ev, Trockij e Kamenev, ma appoggiava la linea politica della maggioranza, che però veniva invitata, nel condurre la sua lotta, a non oltrepassare «certi limiti che sono superiori a tutte le democrazie formali». Nella lettera si indicava anche «il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell'URSS aveva conquistato per impulso di Lenin».

La lettera giunse a Mosca il 16 ottobre, quando l'opposizione aveva dichiarato di rinunciare a ogni attività frazionistica, anche se il 18 ottobre la pubblicazione sul New York Times del cosiddetto Testamento di Lenin (contenente serie critiche a Stalin), provocò a partire dal 23 ottobre un nuovo durissimo scontro nel Partito sovietico. Per intanto Togliatti, d'accordo con Bucharin e Manuil'ski, decise di non inoltrare la lettera al Comitato Centrale, spiegando i motivi all'Ufficio politico del Partito italiano e, più diffusamente, in una lettera a Gramsci del 18 ottobre, in cui affermava che «quando si è d'accordo con la linea del CC, il miglior modo di contribuire a superare la crisi è di esprimere la propria adesione a questa linea»; ricordava inoltre che «probabilmente d'ora in poi l'unità della vecchia guardia leninista non sarà più o sarà assai difficilmente realizzata in modo continuo», ma che «non è tanto l'unità del gruppo dirigente (che poi non è mai stata così assoluta) che ha fatto del partito russo l'organizzatore e il propulsore del movimento rivoluzionario mondiale del dopoguerra, quanto piuttosto il fatto che il partito russo ha portato la classe operaia a conquistare il potere». La lettera di Gramsci, nel giudizio di Togliatti, avrebbe fornito argomenti e giustificazioni alla polemica della sinistra.

L'Ufficio politico del Partito italiano accettò la decisione di Togliatti, ma Gramsci, risentito, replicò con una lettera personale a Togliatti il 26 ottobre, accusandolo di «burocratismo» e dispiacendosi «sinceramente che la nostra lettera non sia stata capita da te [...] la nostra lettera era tutta una requisitoria contro le opposizioni». L'arresto di Gramsci, avvenuto l'8 novembre e la successiva detenzione prolungatasi tutta la vita, posero forzosamente fine alla discussione.[48]

Alla guida del Partito comunista[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'attentato di Bologna del 31 ottobre 1926, Mussolini decise di eliminare le ultime parvenze di democrazia e la sera dell'8 novembre 1926, in violazione dell'immunità parlamentare[49], furono arrestati tutti i deputati comunisti, tranne Grieco, Bendini e Gennari, che sfuggirono alla cattura; la repressione poliziesca, estesa alle altre forze di opposizione, proseguì per due giorni facendo un migliaio di arresti, accompagnata dalle violenze delle squadre fasciste che provocarono una dozzina di morti.[50]

Josif Stalin

L'organizzazione del Partito fu così sconvolta e tutti i suoi militanti entrarono in clandestinità: Camilla Ravera dirigeva il Centro interno clandestino del Partito, operante a Genova, a Mosca si decise la costituzione di un Centro estero a Parigi (dove si sarebbe stampata la rivista teorica «Lo Stato operaio»), guidato da Togliatti, mentre a Luigi Longo veniva affidata la Federazione giovanile. Formalmente Gramsci rimaneva il segretario, ma di fatto la guida del Partito veniva affidata a Togliatti, che pure rimaneva membro dell'Esecutivo del Comintern: come ricordò in seguito Ignazio Silone, «la successione di Togliatti a Gramsci è naturale, la sua preminenza è un dato di fatto [...] nessuno poteva stargli alla pari. Aveva un suo modo di ascoltare a lungo, ma quando prendeva la parola era come se leggesse, veniva fuori la lunga riflessione, sapeva collegare fatti apparentemente secondari a cui nessuno di noi aveva pensato».[51]

Togliatti e Silone dovettero recarsi nel maggio del 1927 a Mosca, dove era convocato l'VIII Plenum dell'Internazionale: la svolta a destra del Comintern, rappresentata dalla politica del fronte unico con le socialdemocrazie non aveva dato alcun frutto e la frazione di Trockij aveva buoni motivi per alimentare la polemica anti-staliniana, specie dopo l'esito disastroso dell'alleanza dei comunisti cinesi con il Kuomintang, voluta da Stalin, lo scioglimento dell'accordo sindacale tra sindacati comunisti e Trade Unions in Inghilterra, paese che aveva rotto le relazioni diplomatiche con l'URSS e dove una parte dei conservatori, guidati Churchill, voleva giungere alla guerra. La maggioranza dell'Esecutivo aveva preparato una risoluzione di condanna di Trockij sulla base di un documento di quest'ultimo, del quale non si dava tuttavia conto, e pretendeva che i delegati l'approvassero senza venirne a conoscenza. L'opposizione italiana, alla quale si unirono i rappresentanti francesi e svizzeri, fece ritirare la risoluzione.[52]

Pur opponendosi a sanzioni contro la frazione di Trockij, Togliatti ne rigettava la linea politica e quando Trockij e Zinov'ev, avendo manifestato pubblicamente il loro dissenso tra la popolazione, il 14 novembre vennero espulsi dal Partito russo come controrivoluzionari, appoggiò la decisione come inevitabile, scrivendo che essi, avendo negato la possibilità della costruzione del socialismo in Russia, si erano messi contro tutta la storia politica scaturita dalla Rivoluzione.[53]

Il fallimento della strategia delle intese con le socialdemocrazie produsse una nuova svolta «a sinistra» dell'Internazionale, solo parzialmente accolta da Togliatti, che nel suo Rapporto sulla situazione internazionale tenuto nel gennaio del 1928 alla II Conferenza organizzativa del PCI qualificò la socialdemocrazia «un partito della borghesia il quale conserva una base tra gli operai, difende in seno alla classe operaia l'ideologia della borghesia e si sforza di arrestare gli sviluppi dell'ideologia rivoluzionaria»,[54] ma si oppose al fatto che la CGL, ricostituita illegalmente in Italia dai comunisti dopo il suo scioglimento decretato dai dirigenti riformisti, rompesse i legami con la Federazione sindacale internazionale di Amsterdam, controllata dai socialisti.

Gastone Sozzi

Rifiutata l'assunzione della direzione dell'Ufficio dell'Internazionale aperto a Berlino, Togliatti diresse il Centro estero del Partito, già costituito a Parigi e trasferito nel 1927 a Lugano e poi, nel 1928, a Basilea. Contrastò l'insofferenza dei giovani comunisti, come Longo, Secchia e D'Onofrio, che ritenevano che la lotta al fascismo, con la scomparsa delle altre opposizioni democratiche italiane, dovesse essere radicalizzata proponendo, contro il fascismo, l'obiettivo dell'immediato passaggio al socialismo. Togliatti spiegava che per abbattere il fascismo con un'azione rivoluzionaria occorreva una saldatura tra operai e contadini che nella situazione italiana non esisteva affatto, e che se non esistevano più organizzazioni antifasciste borghesi, continuava a esistere una piccola borghesia che poteva essere conquistata all'antifascismo con una politica di rivendicazioni democratiche. Di qui, la necessità di indicare obiettivi politici intermedi, come il ripristino delle libertà civili soppresse dal fascismo: assumere queste iniziative non voleva dire rinunciare al socialismo, ma significava conquistare l'egemonia nella lotta antifascista.[55]

Si preoccupò anche di rendere più "facili" gli articoli della rivista teorica «Lo Stato Operaio», e curò l'istruzione teorica e pratica dei giovani militanti, da mandare in Italia per l'azione clandestina: uno di essi, Gastone Sozzi, che doveva costituire un nucleo comunista all'interno delle forze armate, venne subito arrestato a Milano nel novembre del 1928 e morì in carcere a seguito delle torture subite.

Il 17 luglio 1928 si aprì a Mosca il VI Congresso del Comintern, preceduto dalla consueta lotta interna fra i dirigenti del PCUS: ora i dissidenti comprendevano, oltre Kamenev e Zinov'ev, anche il "destro" Bucharin, che accusava Stalin di mettere a rischio la Rivoluzione e di essere «un intrigante senza principi, capace di tutto pur di conservare il potere».[56] Da parte sua, Stalin intendeva attuare una svolta a sinistra per mettere in difficoltà la destra del Partito sovietico dove, già indebolita la corrente di sinistra, avrebbe potuto così assumere il ruolo di dominatore unico: il tema del Congresso divenne la lotta che i Partiti comunisti avrebbero dovuto condurre contro la socialdemocrazia e le analogie esistenti tra questa e il fascismo.

Nel suo discorso, Togliatti rifiutò tale assimilazione: il fascismo è «come movimento di massa, un movimento di piccola e media borghesia, dominato dalla grande borghesia e dagli agrari, che non ha basi in un'organizzazione tradizionale della classe operaia», mentre la socialdemocrazia «è un movimento che ha una base operaia e piccolo-borghese e trae la sua forza principalmente da un'organizzazione che è riconosciuta da grandi masse operaie come l'organizzazione tradizionale della loro classe». Ciò non toglie che la socialdemocrazia possa attuare metodi fascisti - come era avvenuto in Germania - e perseguire una cosciente politica imperialistica, come dimostrava il recente Congresso socialista di Bruxelles che, favorevole al «buon colonialismo», visto come presunta fonte di progresso per i paesi sfruttati, dava una copertura ideologica all'imperialismo.

Togliatti attaccò anche il sistema in vigore in altri Partiti comunisti, nei quali il dibattito politico si svolgeva spesso in oscure lotte intestine e le discussioni si concludevano con condanne, misure disciplinari ed espulsioni: un sano centro dirigente, sostenne, si forma attraverso il dibattito aperto e il lavoro comune, e non con il metodo della «lotta senza princìpi e dei compromessi tra gruppi diversi [...] non possiamo chiudere gli occhi che fenomeni simili si presentano oggi».[57]

Ma la lotta interna al PCUS continuava: in settembre Bucharin criticò, nelle sue Note di un economista, l'accelerazione dell'industrializzazione, voluta dalla maggioranza staliniana, che comprometteva, a suo dire, il necessario equilibrio tra industria ed economia. Lo scontro proseguì in dicembre in seno all'Internazionale, dove il delegato italiano Tasca difese apertamente Bucharin, arrivando a una violenta polemica con Stalin, malgrado le raccomandazioni di Togliatti di «non lasciarsi trascinare, in alcun modo, sopra il terreno ardente e malsicuro della lotta di un gruppo contro l'altro».[58] Nelle riunioni del Comitato Centrale del PCI, che si tennero dal 23 febbraio al 2 marzo del 1929 a Parigi, a motivo dell'espulsione dei comunisti italiani decretata dalle autorità svizzere, Tasca condusse una critica a fondo dei dirigenti russi, della loro politica interna ed estera, e della funzione dell'Internazionale, senza indicare tuttavia «alcun tipo di prospettiva alternativa» per il Partito italiano.[59] Le posizioni di Tasca furono considerate «opportunistiche», ma le sue dimissioni dall'Ufficio politico furono respinte. I riflessi della lotta intestina nell'Internazionale portarono, nel marzo 1930, all'espulsione di Bordiga dal P.C.d'I., evento in cui Togliatti recitò un ruolo di primo piano.[60][61]

Gli anni trenta e la Guerra Civile spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1934 Togliatti si stabilì definitivamente a Mosca dove, ospitato con moglie e figlio in un palazzo governativo - la Lubjanka - insieme ad altri fuoriusciti, riuscì in breve tempo a distinguersi per capacità organizzative e fedeltà al partito. Nel 1935 (anno delle prime purghe staliniane) divenne uno dei massimi dirigenti dell'Internazionale Comunista, tanto che nel 1936 venne inviato come massimo rappresentate dell'Internazionale stessa in Spagna allo scoppio della Guerra civile spagnola, dove rimase sino al 1939, coordinando la lotta contro il franchismo e gli altri partiti non stalinisti (vedasi tra gli altri Omaggio alla Catalogna di George Orwell)[62][63][64]. Nel 1939 scappò dalla Spagna ormai persa e si rifugiò nuovamente in Unione Sovietica.

Il ritorno in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Togliatti rientrò in Italia dall'URSS, dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia e l'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, ricomparendo a Napoli ancora sotto il falso nome di "compagno Ercoli". Immediatamente attuò quella che rimase famosa come la "svolta di Salerno", con la quale il PCI antepose la lotta antifascista alla deposizione della Monarchia, entrando con gli altri partiti del CLN nel secondo governo guidato da Pietro Badoglio. Pare assodato che la svolta fosse stata presa in accordo coi voleri di Stalin, così come risultò in seguito dall'analisi degli archivi di Mosca[65][66][67]. Dopo la liberazione di Roma (giugno 1944) Togliatti è Ministro senza portafoglio di quello presieduto dal socialista riformista Ivanoe Bonomi. Nel secondo governo Bonomi è invece Vice Presidente del Consiglio; in quello successivo, presieduto da Ferruccio Parri (21 giugno 1945) è Ministro di Grazia e Giustizia, così come lo sarà nel primo Governo guidato da Alcide De Gasperi (10 dicembre 1945). Fu Togliatti, a seguito di una decisione collegiale del Governo Italiano presa in nome della riconciliazione tra italiani, ad emanare l'amnistia per tutti coloro che dopo l'8 settembre si erano macchiati di reati politici. Nel secondo Governo De Gasperi, 1946, Togliatti non ricoprì più alcun incarico, pur restando il PCI sostenitore del governo con tre ministri. Nel terzo Governo De Gasperi, 1947, il Partito Comunista fu escluso da ogni carica.

L'attentato[modifica | modifica wikitesto]

Togliatti in ospedale con il chirurgo Valdoni

Togliatti, nell'immediato dopoguerra, fu eletto all'Assemblea Costituente e successivamente a deputato fin dalla prima legislatura. Alle 11.30 del 14 luglio 1948 fu colpito da tre[68] colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata mentre usciva da Montecitorio in compagnia di Nilde Iotti (giovane membro del Pci eletta alla Costituente, con la quale aveva intrecciato una relazione nel 1946, quando la Iotti aveva 26 anni).[69]

L'autore dell'attentato era Antonio Pallante, un giovane esaltato[70], studente di giurisprudenza[70] e simpatizzante del qualunquismo, spaventato dagli effetti che la politica filo-sovietica del "Migliore" (come ormai Togliatti iniziava ad esser soprannominato ironicamente dai suoi avversari) avrebbe potuto avere sul Paese.[69][70] I proiettili, sparati da una vecchia pistola calibro 38, colpirono il leader del PCI alla nuca e alla schiena, mentre una terza pallottola sfiorò la testa del politico. Ricoverato d'urgenza, Togliatti fu operato con successo dal chirurgo Pietro Valdoni.[69]

Poche ore dopo il ferimento si verificarono incidenti in diverse località fra le quali Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore; nel corso di violentissime manifestazioni di protesta si registrarono alcuni morti a Napoli, Genova, Livorno e Taranto. Genova reagì con forse maggiore tempestività ed impegno, sia per la forte presenza comunista fra la sua popolazione, sia perché a molti non era sfuggito il ricordo sentimentale di un Togliatti genovese (anche se emigrato subito dopo la nascita in Sardegna e poi vissuto a Torino ed in gran parte in Russia)[71].

Gli operai della FIAT di Torino sequestrarono nel suo ufficio l'amministratore delegato Vittorio Valletta. Buona parte dei telefoni pubblici smisero di funzionare e si bloccò la circolazione ferroviaria. Il democristiano Mario Scelba, ministro dell'interno, impartì disposizioni ai prefetti per vietare ogni forma di manifestazione, e l'intero paese sembrò sull'orlo della guerra civile. Gli accordi di Yalta e la presenza di truppe americane sul territorio italiano sconsigliavano un'insurrezione armata.[69] Nelle ore in cui si attendeva l'esito dell'intervento chirurgico, si diffusero le più diverse voci sullo stato di salute di Togliatti: circolò anche la notizia della morte del segretario comunista[69], e si disse che Togliatti era rimasto vittima della "reazione fascista" come Giacomo Matteotti nel 1924.[72]

Il clima politico del paese era caldissimo: soltanto due mesi prima, il 18 aprile 1948, le prime elezioni della storia della repubblica avevano sancito la vittoria della Democrazia Cristiana sul fronte delle sinistre (Partito Comunista e Partito Socialista).[69] Il bilancio, nella sola giornata del 14 luglio, fu di 14 morti e centinaia di feriti. Negli scontri perirono dieci manifestanti e quattro agenti di Pubblica Sicurezza[73][74]. Nei due giorni successivi all'attentato, si conteranno altri 16 morti e circa 600 feriti[75]. Il Paese tornerà lentamente alla normalità[76]. L'operazione, infatti, riuscì a salvare Togliatti. Fu proprio il dirigente del Partito Comunista Italiano ad imporre ai membri più importanti della direzione del PCI, Secchia e Longo, di sedare gli animi e fermare la rivolta.

La possibile insurrezione di massa dei militanti comunisti si arrestò davanti all'ordine di Togliatti di "stare calmi" e di "non fare pazzie".[69] A detta di alcuni giornali si ritenne che avesse contribuito a moderare gli animi anche l'inaspettata vittoria di Gino Bartali al Tour de France. Intervistato anni dopo da "Epoca", in realtà Bartali smentì decisamente la connessione tra i due eventi, rammentando di essere stato raggiunto da una comunicazione telefonica del Presidente del Consiglio, De Gasperi, il quale aveva voluto molto più modestamente sincerarsi se il corridore sarebbe stato in grado di aggiudicarsi la tappa dell'indomani (15 luglio 1948).[69]

Dopo la sconfitta del Fronte[modifica | modifica wikitesto]

Togliatti a comizio

Sotto la sua segreteria, il PCI divenne il più grande partito comunista europeo tra quelli non al potere, il più importante politicamente del mondo occidentale anche se non raggiunse mai un consenso elettorale tale da conquistare il primato tra le forze politiche nazionali. I due maggiori successi elettorali vennero raggiunti soltanto anni dopo, sotto la segreteria di Enrico Berlinguer: il picco massimo di consensi in occasione delle elezioni politiche del 1976 (34,4% alla Camera dei deputati) e il sorpasso ai danni della DC (33,3% contro 33,0%) alle elezioni del Parlamento europeo del 1984, attribuibile in larga misura alla generale commozione per la recente scomparsa del segretario generale del PCI.

La sua azione, decisiva per il radicamento del PCI nella società italiana ma altrettanto risoluta nel difendere l'URSS ad ogni costo, divenne più autonoma dopo la morte di Stalin nel 1953. Alle elezioni di quell'anno il PCI ottenne il 22,6% dei voti. Man mano che in URSS il nuovo segretario del partito promuoveva la sua linea innovatrice, facendo pace con Tito e denunciando i crimini di Stalin, secondo un'opinione diffusa negli ultimi anni Togliatti assunse una linea a lui ostile, che sarebbe stata abilmente camuffata come ricerca di una "via nazionale" al socialismo. Allo scoppio della rivoluzione ungherese (ottobre 1956), Togliatti tenne a bada il dissenso ed emarginò gli stalinisti più irriducibili, incalzando al tempo stesso i dirigenti del PCUS affinché schiacciassero il "fascismo" che secondo lui era risorto in terra ungherese.

La "via italiana al socialismo"[modifica | modifica wikitesto]

L'azione di rinnovamento svolta da Togliatti in Italia dal marzo 1956 in avanti prese le mosse dal XX Congresso del PCUS e dalle riforme avviate da Chruscev, di cui Togliatti dichiarò ripetutamente di condividere l'impostazione. La "via italiana al socialismo" consisteva in una presenza convinta nelle istituzioni rappresentative, abbandonando ogni scorciatoia rivoluzionaria, e al tempo stesso mirava ad accompagnare l'azione istituzionale con l'estensione delle lotte sociali e sindacali. La via italiana al socialismo prevedeva una lunga marcia nelle istituzioni parlamentari per trasformarle progressivamente in senso socialista, conquistando però pacificamente il consenso degli elettori. Si trattava di una profonda modifica del leninismo, che suscitò molte resistenze nei paesi socialisti e anche in URSS.

Nilde Iotti

Togliatti cercò anche di persuadere i sovietici ad adottare una visione più flessibile del leninismo, ma la sua proposta fu respinta alla Conferenza di Mosca del novembre-dicembre 1957. In quell'occasione, Togliatti votò a favore della decisione presa dal regime fantoccio di Budapest, sottoposta alla consultazione dei principali partiti comunisti al potere, di mettere a morte Imre Nagy, il comunista che aveva guidato la rivoluzione dell'anno prima e il cui carattere democratico e pluralista nessuno studioso mette in dubbio[77].

Nel frattempo Togliatti ordinava l'estromissione dal partito delle componenti rivoluzionarie e oltranziste che non si adeguavano agli ordini della Direzione del partito, facenti capo alla figura di Pietro Secchia. Sempre nell'ottica di attuare un deciso repulisti del partito dagli elementi indesiderati, scomodi od ipercritici l'VIII congresso segna la liquidazione dell'ala "di destra" del partito, nelle persone di Fabrizio Onofri e Antonio Giolitti. Se l'eliminazione politica di Onofri è poca cosa, per Giolitti il "Migliore" deve attuare una tattica più cauta.

Spalleggiato da Luigi Longo, Togliatti controbatte affannosamente alle richieste di effettiva libertà di opinione e discussione nel partito e alla solidarietà espressa nei confronti della rivolta popolare in Ungheria da parte di Giolitti. Quest'ultimo è costretto comunque a lasciare il partito non trovando eco alle sue parole nel blocco granitico del PCI, che perde così una personalità politica e un intellettuale di primissimo piano tra la generazione dei politici "nuovi". Segna inoltre l'incrinarsi di una lunghissima fase che aveva visto gli intellettuali e la cultura italiana identificarsi nel PCI, in una sua identificazione con le forze più dinamiche e innovative del Paese (ruolo guida che sarà assunto di lì a poco dal centro-sinistra dei primi anni 60').

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni del 1963 il PCI ottenne il 25,3% dei voti in entrambe le Camere, fallendo tuttavia l'assalto alla maggioranza relativa. Togliatti, che considerava l'allievo Enrico Berlinguer come il suo "delfino" (ossia il suo erede politico), morì l'anno successivo a Jalta in URSS per le conseguenze di un ictus.[78] Il 25 agosto, a Roma, si tennero i funerali, con una presenza stimata di un milione di persone e che furono immortalati nel celebre quadro di Renato Guttuso I funerali di Togliatti[79].

Si era recato in quella località per trascorrere una breve vacanza con la compagna Nilde Iotti[78] subito dopo un viaggio a Mosca dove aveva discusso con Brežnev (allora numero due del Cremlino) circa l'opportunità di una conferenza internazionale comunista per ricucire i rapporti con la Cina di Mao Zedong, deteriorati da Chruščёv. In suo onore, alla sua morte la città russa di Stavropol-sul-Volga venne, su ordine del Comitato Centrale sovietico, rinominata Togliatti.

I rapporti Cina-URSS[modifica | modifica wikitesto]

Le ricerche condotte sugli archivi del PCI dimostrano che Togliatti stava da alcuni mesi combattendo coi sovietici per impedire la conferenza internazionale che avrebbe dovuto condannare la Cina. Togliatti temeva fortemente la rottura del movimento comunista in due tronconi e fece di tutto per ottenere la cancellazione della conferenza. La documentazione e le testimonianze di Nilde Iotti e di Boffa, il corrispondente de L'Unità a Mosca, sono concordi nel dire che Togliatti polemizzò con Breznev e Ponomariov, che invece volevano la condanna dei cinesi. Il Memoriale di Yalta, il documento che Togliatti aveva appena finito di scrivere quando fu colto dall'emorragia cerebrale, criticava la politica estera sovietica e il modo di impostare i rapporti coi cinesi, ma al tempo stesso ribadiva la fede del PCI nel socialismo.

Aspetti controversi[modifica | modifica wikitesto]

Palmiro Togliatti
  • Alla morte di Stalin, Togliatti lo commemorò alla Camera dei deputati il 6 marzo 1953 affermando che «Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero, è un gigante dell'azione. Col suo nome verrà chiamato un secolo intero, il più drammatico forse, certo il più denso di eventi decisivi della storia faticosa e gloriosa del genere umano [...]»[80] per poi adeguarsi alle conclusioni del XX Congresso del PCUS che sancì la destalinizzazione, dichiarando[81]: «Stalin divulgò tesi esagerate e false, fu vittima di una prospettiva quasi disperata di persecuzione senza fine, di una diffidenza generale e continua, del sospetto in tutte le direzioni».
  • Nel febbraio 1992, durante la campagna elettorale per le imminenti elezioni politiche, lo storico togliattista Franco Andreucci pubblicò sul settimanale Panorama lo stralcio di una lettera di Togliatti proveniente dagli archivi del Comintern di Mosca. In risposta a una lettera del dirigente comunista Vincenzo Bianco che chiedeva d'intercedere presso le autorità sovietiche per evitare la morte dei prigionieri italiani in Russia, il 15 febbraio 1943 Togliatti aveva tra l'altro scritto: «Io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo»[82], alludendo al possibile ruolo dei sopravvissuti come testimoni della disfatta dell'aggressione fascista all'Urss o come acquisiti alla militanza comunista.
Nella versione falsificata da Andreucci il passo diventava: «Io non sostengo affatto che i prigionieri si debbano assassinare, tanto più che possiamo ottenere certi risultati in altro modo», dove si fa apparire che per Togliatti fosse un bene far morire, qualunque fosse il modo, i soldati spediti dal fascismo in Russia[83].
Un altro passo della lettera, dove Togliatti aveva scritto: «Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l'avvenire d'Italia», sostenendo così che l'Italia, fatta consapevole della rovina rappresentata da una politica d'imperialismo guerresco, dovesse scegliere per l'avvenire una politica di pace e non di aggressione, diveniva nella manipolazione di Andreucci: «Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione e il destino individualmente preso di tante famiglie è tragico, tanto meglio sarà per l'avvenire d'Italia», dove il passo completamente inventato «il destino individualmente preso di tante famiglie è tragico», sopprimeva ogni riferimento alla politica imperialista fin lì seguita dall'Italia fascista per alludere a un generico e inevitabile destino di morte riservato agli Italiani. Altre parole della lettera erano equivocate, tra i quali un «vecchio Hegel», divenuto un grottesco «divino Hegel»[84].
La falsificazione fu scoperta dieci giorni dopo: Andreucci si dimise dall'incarico di consulente rivestito nella casa editrice «Il Ponte alle Grazie» che, a causa della perdita di credibilità subita[85], in breve subì un crollo di vendite e fu assorbita nel 1993 dalle «Edizioni Salani». Il risultato politico dell'operazione era comunque in parte raggiunto: l'attacco a Togliatti, oltre ad influire sul risultato delle elezioni, servì anche a mettere fuori gioco Nilde Iotti da una possibile elezione alla Presidenza della Repubblica.[86]
  • Nel corso del 1956, dopo il XX Congresso del PCUS, Togliatti criticò il modo in cui Chruščёv condusse la critica al "culto della personalità" di Stalin. In un'intervista sulla rivista Nuovi argomenti propose in modo molto cauto e per certi versi ambiguo una revisione più profonda della storia dell'URSS, secondo cui andavano cercate nel PCUS degli anni venti le radici di squilibri manifestatisi con la pianificazione guidata da Stalin. Al tempo stesso rimase nell'alveo dei fedeli di Mosca e condannò la rivolta di Poznań e quella di Budapest nel 1956, ritenendole pericolose per la stabilità e le prospettive del socialismo. Vide però negli errori dei partiti al potere le cause delle rivolte, criticando la tesi secondo cui esse avessero matrici "esterne" al socialismo.
  • A partire dalla sollecitazione lanciata nell'ottobre 1986 dallo storico magiaro-francese François Fejto, sono stati trovati i documenti inediti che comprovano al di là di ogni ragionevole dubbio l'accusa che egli abbia sollecitato l'intervento armato sovietico contro la rivoluzione ungherese[87]. Inoltre nel 1957 alla I Conferenza mondiale dei partiti comunisti tenuta a Mosca egli votò, insieme agli altri leader comunisti a favore della condanna a morte dell'ex presidente del Consiglio ungherese Imre Nagy e del generale Pal Maleter, ministro della Difesa, arrestati con due diverse imboscate l'anno prima dalle truppe sovietiche d'occupazione, rispettivamente il 3-11 nel quartier generale sovietico di Tokol e il 22-11 appena uscito dall'ambasciata jugoslava con il salvacondotto del governo Kadàr, con l'accusa di aver aperto «la strada alla controrivoluzione fascista».[88]. Un comunista insospettabile come Pietro Ingrao ha recentemente testimoniato[89] la soddisfazione di Togliatti per l'avvenuta invasione della ribelle Ungheria. Di fronte ad un addolorato Ingrao, che gli confidava di non dormire la notte, il segretario gli confidò invece di "aver bevuto un bicchiere di vino rosso in più" quella sera del 4 novembre 1956.
  • Nel corso del XVI Congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica, tenutosi a Mosca nel 1930, dalla pag. 185 del resoconto stenografico emerge questa dichiarazione di Palmiro Togliatti: «È per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più. Come cittadino sovietico sento di valere dieci volte più del migliore italiano».[90]

Tito e la Jugoslavia[modifica | modifica wikitesto]

Significativo è anche il rapporto con Tito e la gestione della questione triestina, che mostra un atteggiamento ondivago nei confronti del capo di stato jugoslavo e invece una completa sintonia con Mosca[91][92][93]:

  • tra il 1945 ed il 1948 il PCI esalta Tito, che definisce il nuovo Garibaldi, e solidarizza con lui fino ad appoggiare le sue pretese sulla Venezia Giulia. Il 7 novembre 1946 Palmiro Togliatti va a Belgrado e rilascia a L'Unità la seguente dichiarazione: Desideravo da tempo recarmi dal Maresciallo Tito per esprimergli la nostra schietta e profonda ammirazione[94];
  • tra il 1948 ed il 1956, dopo la condanna del Cominform, il PCI si allinea immediatamente e L'Unità del 29 giugno 1948 pubblica: La direzione del Partito Comunista Italiano, udito il rapporto dei compagni Togliatti e Secchia, esprime all'unanimità la propria approvazione completa e senza riserve delle decisioni del Cominform[95] Durante questo periodo Tito viene criticato in modo assai veemente dal PCI, e i seguaci del maresciallo chiamati spregiativamente titini[96];
  • nel 1956, Khruščёv si reca a Belgrado, e riabilita Tito affermando: deploriamo ciò che è avvenuto e respingiamo tutti gli errori accumulati in questo periodo...: Il PCI si adegua nuovamente ed in occasione di un nuovo viaggio di Palmiro Togliatti a Belgrado, L'Unità del 28 maggio 1956 pubblica un'intervista in cui il segretario afferma: (...) Scopo della mia visita a Belgrado è di riannodare relazioni regolari con i comunisti jugoslavi dopo la grave frattura provocata dall'erronea decisione del Cominform (...).

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Togliatti si sposò nel 1924 con Rita Montagnana. Nel 1925 nacque il figlio Aldo. Dopo la fine del matrimonio dei genitori, con il distacco del padre, Aldo divenne schizofrenico; dopo la morte di Togliatti venne rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dove visse per tutta la vita.[97] Togliatti lasciò la moglie nel 1948 per Nilde Iotti; successivamente, nonostante non fossero sposati, chiesero e ottennero di poter adottare e dare il cognome Togliatti ad una bambina orfana: Marisa Malagoli, sorella minore di uno dei sei operai rimasti uccisi in scontri con le forze dell'ordine il 9 gennaio 1950, a Modena, nel corso di una manifestazione operaia, che diverrà una psichiatra[98].

Togliatti nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Francobollo sovietico commemorativo raffigurante Togliatti

Intitolazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • In Russia esiste una città chiamata Togliatti (Тольятти). Fu l'unica città che assunse il nome di un dirigente comunista dell'occidente (quello precedente era Stavropol'-na-Volge). Ha resistito ai cambiamenti toponomastici avvenuti negli anni novanta e ancora oggi mantiene il nome attribuitole nel 1964 in onore del politico italiano. In Italia è erroneamente nota come Togliattigrad.

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Cinema e televisione[modifica | modifica wikitesto]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Gramsci, capo della classe operaia italiana, Parigi, Edizioni italiane di coltura, 1938.
  • Discorsi agli italiani, come Mario Correnti, Mosca, Edizioni in lingue straniere, 1943.
  • Avanti, verso la democrazia! Discorso pronunciato alla Conferenza provinciale della Federazione romana del Partito comunista italiano il 24 settembre 1944, Roma, l'Unità, 1944.
  • L'Italia e la guerra contro la Germania hitleriana, come Mario Ercoli, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1944.
  • I compiti del Partito nella situazione attuale, Roma, l'Unità, 1945.
  • La pace per l'Italia, Roma, l'Unita, 1945.
  • Politica comunista. (discorsi dall'aprile 1944 all'agosto 1945), Roma, l'Unita, 1945.
  • Rinnovare l'Italia, Roma, l'Unità, 1946.
  • Tre minacce alla democrazia italiana, Roma, Rinascita, 1948.
  • Linea d'una politica, Milano, Milano-Sera, 1948.
  • Pace o guerra, Milano, Milano-Sera, 1949.
  • Gramsci, Milano, Milano-Sera, 1949.
  • Discorsi ai giovani italiani, Roma, Gioventù nuova, 1953.
  • La lotta dei comunisti per la libertà, la pace, il socialismo, Roma, Edizioni di cultura sociale, 1955.
  • Il 20º Congresso del P.C.U.S., Roma, Editori Riuniti, 1956.
  • La via italiana al socialismo, Roma, Editori Riuniti, 1956; 1964.
  • Il Partito comunista italiano, Milano, Nuova Accademia, 1958.
  • Discorsi alla Costituente, Roma, Editori Riuniti, 1958.
  • Il governo di Salerno, in Trent'anni di storia italiana, 1915-1945. Dall'antifascismo alla Resistenza, Torino, Einaudi, 1961.
  • La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924, Roma, Editori Riuniti, 1962.
  • Momenti della storia d'Italia, Roma, Editori Riuniti, 1963.
  • Sul movimento operaio internazionale, Roma, Editori Riuniti, 1964.
  • L'emancipazione femminile, Roma, Editori Riuniti, 1965.
  • Opere
1: 1917-1926, a cura di Ernesto Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1967.
2: 1926-1929, a cura di Ernesto Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1972.
3: 1929-1935, 2 tomi, a cura di Ernesto Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1973.
4: 1935-1944, 2 tomi, a cura di Franco Andreucci e Paolo Spriano, Roma, Editori Riuniti, 1979.
5: 1944-1955, a cura di Luciano Gruppi, Roma, Editori Riuniti, 1984. ISBN 88-359-2736-6.
6: 1956-1964, a cura di Luciano Gruppi, Roma, Editori Riuniti, 1984. ISBN 88-359-2778-1.
  • Lezioni sul fascismo, Roma, Editori Riuniti, 1970.
  • Discorsi ai giovani, Roma, Editori Riuniti, 1971.
  • Il Partito. Scritti e discorsi, Edizioni Stampa e Propaganda del PCI, 1973
  • La politica culturale, Roma, Editori Riuniti, 1974.
  • Comunisti, socialisti, cattolici, Roma, Editori Riuniti, 1974.
  • Opere scelte, Roma, Editori Riuniti, 1974.
  • Da radio Milano-libertà, Roma, Editori Riuniti, 1974.
  • Scritti sul centrosinistra 1958-1961, Firenze, CLUSF, 1975.
  • Scritti sul centrosinistra 1962-1964, Firenze, CLUSF, 1975.
  • I corsivi di Roderigo. Interventi politico-culturali dal 1944 al 1964, scelti da Ottavio Cecchi, Giovanni Leone, Giuseppe Vacca, Bari, De Donato, 1976.
  • Discorsi parlamentari
1, 1946-1951, Roma, Camera dei Deputati, 1984.
2, 1952-1964, Roma, Camera dei Deputati, 1984.

Curatele e traduzioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Stalin, Questioni del leninismo, 2 tomi, Roma, l'Unità, 1945.
  • Carlo Marx e Federico Engels, Il 1848 in Germania e in Francia, Roma, l'Unità, 1946.
  • Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito comunista, Roma, Rinascita, 1947.
  • Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Roma, Rinascita, 1947.
  • Karl Marx, La guerra civile in Francia, Roma, Rinascita, 1947.
  • Lenin, Carlo Marx, Roma, Rinascita, 1947.
  • Karl Marx e Friedrich Engels, Il partito e l'Internazionale, Roma, Rinascita, 1948.
  • Karl Marx e Friedrich Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, Roma, Rinascita, 1949.
  • Voltaire, Trattato sulla tolleranza, Milano, Cooperativa del Libro Popolare, 1949.
  • Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Roma, Rinascita, 1950.
  • Friedrich Engels, Ludovico Feuerbach e il punto d'approdo della filosofia classica tedesca, Roma, Rinascita, 1950.
  • Stalin, Sul progetto di Costituzione dell'URSS, Roma, Rinascita, 1951.
  • Stalin, Il marxismo e la linguistica, Roma, Rinascita, 1952.
  • Trenta anni di vita e lotte del P.C.I., Roma, Rinascita, 1952.
  • Karl Marx, Lavoro salariato e capitale, Roma, Rinascita, 1955.
  • Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, Roma, Rinascita, 1955.

Anche se non accreditato, Togliatti ha curato la prima pubblicazione de I quaderni del carcere di Antonio Gramsci:

I quaderni dal carcere
Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Torino, Einaudi, 1948.
Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura, Torino, Einaudi, 1948.
Il Risorgimento, Torino, Einaudi, 1949.
Note sul Machiavelli sulla politica e sullo stato moderno, Torino, Einaudi, 1949.
Letteratura e vita nazionale, Torino, Einaudi, 1950.
Passato e presente, Torino, Einaudi, 1951.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I rapporti fra Togliatti e Stalin
  2. ^ Giorgio Bocca, Togliatti: Capitolo VI; La scoperta della Russia - La lettera di Gramsci. Pagina 133. Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. per La Biblioteca di Repubblica, 2005.
  3. ^ P. Togliatti, intervista a «Noi donne», 20 agosto 1964.
  4. ^ P. Togliatti, intervista a «Noi donne», cit.
  5. ^ Avendo anticipato di un anno l'inizio degli studi.
  6. ^ G. M. Cerchi, Togliatti studente a Sassari nel 1908; Togliatti inedito, in «Rinascita sarda», 1-15 aprile 1971 e A. Agosti, Togliatti, 2003, p. 6.
  7. ^ A. Agosti, cit., pp. 10-11.
  8. ^ Il fratello Eugenio affermò che Togliatti e Gramsci « erano entrambi ipercritici nei confronti dell'atteggiamento neutralista del governo e duramente antigiolittiani », in G. Bocca, Palmiro Togliatti, p. 32.
  9. ^ Battista Santhià, militante socialista e poi comunista, in G. Bocca, cit., p. 34.
  10. ^ Dizione formale allora in uso per l'esito positivo della visita di leva.
  11. ^ G. Bocca, cit., pp. 37-40.
  12. ^ P. Togliatti, Opere, I, pp. 28-72.
  13. ^ P. Togliatti, Opere, I, pp. 63-67.
  14. ^ P. Togliatti, Opere, I, p. 108.
  15. ^ A. Agosti, cit., p. 22; sul problema generale cfr. F. De Felice, Serrati, Bordiga, Gramsci e il problema della rivoluzione in Italia. 1919-1920, 1971.
  16. ^ P. Togliatti, Opere, I, p. 273
  17. ^ P. Togliatti, Avanti!, 10 ottobre 1920.
  18. ^ P. Togliatti, Opere, I, pp. 279-280.
  19. ^ A. Agosti, Palmiro Togliatti, cit., p. 37.
  20. ^ P. Togliatti, Opere, I, p. 303.
  21. ^ P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, 1990, I, 10, pp. 178-183.
  22. ^ «Al Congresso di Roma, votando, sia pure a titolo consultivo, le tesi che l'Internazionale comunista ha disapprovate, abbiamo aperto una crisi internazionale per evitare una crisi interna che avrebbe avuto conseguenze ben più gravi»: Togliatti al V Congresso dell'Internazionale comunista, 25 giugno 1924, in P. Spriano, cit., p. 189.
  23. ^ P. Togliatti, Dopo la scissione, in L'Ordine Nuovo, 5 ottobre 1922.
  24. ^ P. Spriano, cit., p. 217.
  25. ^ A. Agosti, 1996, p. 44.
  26. ^ P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924, 1974, p. 52.
  27. ^ Con la fidanzata di allora, Elda Banchetti: cfr. T. Noce, Rivoluzionaria professionale, 1974, p. 53.
  28. ^ Così Camilla Ravera, in G. Bocca, cit., p. 86. Anche Maria Cristina Togliatti testimonia la volontà del fratello di riprendere gli studi di filosofia all'Università, ivi, p. 78, mentre Andrea Viglongo, dopo la sua espulsione dal Partito, insinuò una sua mancanza di coraggio, ivi, p. 79.
  29. ^ Lettera di Terracini alla Federazione italiana comunista negli Stati Uniti, 13 febbraio 1923, in Paolo Spriano, cit., I, 18, p. 262.
  30. ^ Togliatti a Scoccimarro accetteranno la carica, non Fortichiari, che sarà sostituito da Egidio Gennari: cfr. P. Spriano, cit., I, 19, p. 287.
  31. ^ Per questo motivo chiamata «terzina»
  32. ^ Lettera a Gramsci e a Scoccimarro, 16 luglio 1923.
  33. ^ «Togliatti non sa decidersi, com'era un po' sempre nelle sue abitudini: la personalità vigorosa di Amadeo lo ha fortemente colpito»: lettera di Gramsci a Leonetti, 28 gennaio 1924, e Piero Gobetti scrive della «sua inquietudine, che pare cinismo inesorabile e tirannico ed è indecisione, che fu giudicato equivoco e forse è soltanto un ipercriticismo invano combattuto», in La Rivoluzione liberale (1924), 1998, p. 136.
  34. ^ Curiosa la nota informativa su Togliatti dell'anonimo delatore della polizia: «È il despota del Part. Com. d'Italia. Unico e assoluto Membro del Comitato Esecutivo [...] Tutto era nelle sue mani. Denaro, ordini, cifrari, ecc. Lo segnalai ripetutamente ma sempre riuscì a sfuggire [...] Degli arrestati odierni è il più scaltro e il più agguerrito. Lo conosco perfettamente da molti anni e posso affermare e fargli l'onore di riconoscerlo come il più furbo dei comunisti italiani»: in Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell'Interno, Direzione Generale di PS, 1923, K 1 b 68.
  35. ^ P. Togliatti, Dopo la riforma elettorale, in «Lo Stato operaio», 16 agosto 1923.
  36. ^ Già Gramsci aveva giudicato il Partito comunista di Bordiga «qualcosa di campato in aria che si sviluppa in sé e per sé e che le masse raggiungeranno quando la situazione sarà propizia», Lettera a Togliatti e Terracini, 9 febbraio 1924, in P. Togliatti, La formazione, cit., p. 195.
  37. ^ Paolo Spriano, cit., I, 19, p. 359
  38. ^ Lo Stato operaio, Il programma d'azione del PCI, 21 agosto 1924.
  39. ^ Citato in A. Agosti, Togliatti, pp. 65-66.
  40. ^ P. Spriano, cit., I, 24, p. 401.
  41. ^ Così definito da Gramsci su L'Unità del 12 novembre 1924.
  42. ^ P. Spriano, cit., I, 29, p. 497.
  43. ^ Sul Congresso di Lione, cfr. P. Spriano, cit., I, 30, pp. 498-513.
  44. ^ Partito Comunista d'Italia, Ufficio Politico, da 'L'Unità' del 30 aprile 1926, Avanti Barbari!
  45. ^ Comprendente Grieco, Gennari, Roveda, Berti e altri cinque. Bordiga era giunto a Mosca direttamente da Lione: cfr. P. Spriano, II, 1, p. 9.
  46. ^ P. Spriano, cit., II, pp. 10-17
  47. ^ Sia quelli fascisti che i superstiti quotidiani liberali
  48. ^ Sulla questione della lettera di Gramsci, cfr. P. Spriano, Storia, cit., II, 3, pp. 51-56; A. Agosti, Togliatti, pp. 86-90.
  49. ^ Spettante a norma dell'art. 45 dello Statuto Albertino
  50. ^ P. Spriano, Storia, cit., II, 4, pp. 65-70.
  51. ^ Ignazio Silone in G. Bocca, cit., 7, p. 136.
  52. ^ G. Bocca, cit., pp. 138-144.
  53. ^ «Lo Stato operaio», Rottura necessaria, I, 9-10, novembre-dicembre 1927.
  54. ^ P. Togliatti, Opere, II, pp. 287-328.
  55. ^ A. Agosti, Togliatti, pp. 104-108.
  56. ^ Secondo una relazione di Tasca: cfr. P. Spriano, Storia, cit., II, 9, p. 169.
  57. ^ Sul VI Congresso dell'Internazionale, cfr. P. Spriano, Storia, cit., II, 9; G. Bocca, Togliatti, 8, pp. 152-160; A. Agosti, Togliatti, pp. 111-117.
  58. ^ Lettera del 6 ottobre 1928: cfr. A. Agosti, Togliatti, p. 119.
  59. ^ A. Agosti, Togliatti, cit., p. 122.
  60. ^ Risoluzione per la espulsione di Amadeo Bordiga, da Lo Stato Operaio, anno IV, n. 3, marzo 1930, Avanti Barbari!
  61. ^ Appunti per una critica del bordighismo, da Lo Stato Operaio, anno IV, n. 4, aprile 1930, Avanti Barbari!
  62. ^ http://www.memoriedispagna.org/page.asp?ID=3198&Class_ID=10025
  63. ^ Palmiro Togliatti: La Voce della Russia
  64. ^ "Io, segretario di Togliatti, vi dico che fu il Peggiore". Intervista all'ex-segretario di Togliatti, Stefano Lorenzetto
  65. ^ La resistenza e la “svolta” di Salerno. Togliatti e Stalin « MAGISTRA VITAE
  66. ^ Togliatti decise con Stalin la 'svolta di Salerno' - Repubblica.it » Ricerca
  67. ^ Salerno 1944. la svolta di Stalin
  68. ^ Secondo AA.VV., Storia d'Italia, DeAgostini 1991, Pallante esplose due colpi di rivoltella contro il segretario del PCI. L'episodio è rivissuto anche nel film Una vita difficile di Dino Risi.
  69. ^ a b c d e f g h L'attentato a Togliatti
  70. ^ a b c Sparò a Togliatti: «In quegli anni era diverso, ora serve calma»
  71. ^ [Traversaro E.F., Una rivoluzione mancata: Genova 14 luglio 1948, The Boopen, Pozzuoli, 20010, pp. 44–45]
  72. ^ http://www.bibliotecamarxista.org/antoniello%20donato/lattentato%20a%20togliatti.pdf Antonello Donato, L'attentato a Togliatti
  73. ^ Quella sottile linea rossa - l'attentato a Palmiro Togliatti
  74. ^ Il fascismo e la “democrazia� contro i lavoratori | Leftcom
  75. ^ A. Ciaralli, "Liberare le carceri, arrestare treni e tram". Il "Piano K", un documento dell'attività insurrezionale del PCI?, in Segni per Armando Petrucci, Roma 2002, pp. 60-119; Insurrezione. 14 luglio 1948: l'attentato a Togliatti e la tentazione rivoluzionaria di Carlo Maria Lomartire
  76. ^ Da un inserto del Sole 24 Ore
  77. ^ Federigo ArgentieriUngheria 1956. La rivoluzione calunniata, op. cit., pp. 142-46
  78. ^ a b La morte di Palmiro Togliatti. Il leader del partito comunista si spegne a Yalta
  79. ^ Funerale di Togliatti in Corriere della Sera. URL consultato il 15 dicembre 2009.
  80. ^ (PDF) Camera dei deputati, Discussioni in Assemblea (resoconti stenografici), Seduta di Venerdì 6 marzo 1953, p. 46858.
  81. ^ L'Unità, 15 marzo 1956
  82. ^ La lettera di Togliatti in cuneense.it. URL consultato il 15 dicembre 2009.
  83. ^ Gianna Fregonara, a Togliatti servivano i morti in Russia in Corriere della Sera, 02 febbraio 1992, p. 2. URL consultato il 15 dicembre 2009.
  84. ^ Manipolata la lettera di Togliatti in La Repubblica, 14 febbraio 1992, p. 13. URL consultato il 15 dicembre 2009.
  85. ^ Paolo Vagheggi, Spagnol conquista Firenze in La Repubblica, 24 giugno 1993, p. 38. URL consultato il 15 dicembre 2009.
  86. ^ Luciano Canfora, Togliatti e i critici tardi, 1997, p. 24.
  87. ^ Lettera di Togliatti del 30 ottobre 1956 al CC del PCUS pubblicata su La Stampa l'11 settembre 1996. Riportata anche in: Csaba Bekes, Malcom Byrne, Janos M. Rainer (eds.), The 1956 Hungarian Revolution: A History in Documents, Central European University Press, Budapest-New York 2002, p. 294; Adriano Guerra, Comunismi e Comunisti, Dedalo, Bari 2005, pp. 190-91; Federigo Argentieri Ungheria 1956. La rivoluzione calunniata, Marsilio, Venezia 2006, pp. 135-36. La più recente e documentata biografia togliattiana, quella di Agosti citata in Bibliografia, riedita nel 2003, quindi dopo la pubblicazione della citata lettera, nelle pagine 450-56 dedicate agli avvenimenti ungheresi, la ignora, riportando però un brano di una lettera pensosa e dubitativa, quanto inefficace sul piano pratico, del 29 ottobre all'editore Giulio Einaudi. Quindi è molto significativo che la sera del 30 ottobre, quando nella direzione del PCI Togliatti enuncia il celebre principio: "Si sta con la propria parte anche quando questa sbaglia", egli ha già scritto ai sovietici, all'insaputa di tutti gli altri dirigenti.
  88. ^ La condanna a morte sarebbe stata sancita l'anno successivo, alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti, e non è certo solo colpa di Togliatti, ma soprattutto di pressioni della Cina. Ma ciò che è affermato dallo stesso Kadàr in un verbale di riunione del CC del POSU, il partito comunista ungherese, del 29 novembre 1957, pubblicato dall'Archivio Nazionale Ungherese di Budapest nel 1997 in volume coi verbali del CC del POSU del biennio 1957-58, tradotto da Argentieri in Federigo ArgentieriUngheria 1956, op. cit., pp. 142-46, testimonia ampiamente l'accusa secondo cui Togliatti avrebbe ottenuto di spostare quelle ingombranti esecuzioni capitali a dopo le elezioni politiche italiane del 25 maggio 1958, perché il PCI non ne fosse troppo danneggiato, come già riportato sopra. Infatti esse furono eseguite il 16 giugno 1958.
  89. ^ la Repubblica, 15 febbraio 1996
  90. ^ Citato in: Paolo Granzotto, tratto da «Il Giornale» del 1º maggio 2002. Riportato il 21 febbraio 2007.
  91. ^ Diego De Castro, La questione di Trieste: l'azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954, Volume 2, LINT, 1981, p. 58.
  92. ^ Sandro Fontana, La grande menzogna: come una minoranza è arrivata al potere, Marsilio, 2001, p. 62.
  93. ^ Pietro Neglie, La stagione del disgelo: il Vaticano, l'Unione Sovietica e la politica di centro sinistra in Italia, 1958-1963, Cantagalli, 2009, pp. 18 e 34.
  94. ^ L'Unità, 7 novembre 1946, citato anche in Aldo G. Ricci, Verbali del Consiglio dei ministri: Governo de Gasperi, 13 luglio 1946-2 febbraio 1947, Archivio Centrale dello Stato, p. 661.
  95. ^ Diego De Castro, La questione di Trieste: l'azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954, LINT, 1981, p. 780.
  96. ^ Treccani, Vocabolario OnLine, voce titino, Titino in Vocabolario – Treccani
  97. ^ Morto il figlio di Togliatti e Rita Montagnana
  98. ^ Sei morti e cinquanta feriti
  99. ^ L'attentato a Togliatti - Il Deposito
  100. ^ googlrbooks.it

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Aldo Agosti, Palmiro Togliatti. Torino, UTET 1996 ISBN 88-02-04930-0
  • Aldo Agosti, Togliatti negli anni del Comintern 1926-1943: documenti inediti dagli archivi russi. Roma, Carocci 2000 ISBN 88-430-1661-X
  • Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti. Milano, Mondadori 1997 ISBN 88-04-34446-6
  • Massimo Caprara, L'inchiostro verde di Togliatti. Milano, Simonelli 1996 ISBN 88-86792-00-X
  • Massimo Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico. Milano, Bietti 1999 ISBN 88-8248-101-8
  • Franco De Felice, Serrati, Bordiga, Gramsci e il problema della rivoluzione in Italia. 1919-1920, Bari, De Donato 1971
  • Pietro Di Loreto, Alle origini della crisi del PCI: Togliatti e il legame di ferro, Roma, EUROMA 1988
  • Pietro Di Loreto. Togliatti e la doppiezza: il PCI tra democrazia e insurrezione, 1944-49. Bologna, Il Mulino, 1991 ISBN 88-15-02928-1.
  • Mimmo Franzinelli, L'Amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Milano, Mondadori 2006 ISBN 88-04-55334-0
  • Giuseppe Galasso, Seguendo il P.C.I.: da Togliatti a D'Alema (1955-1996), Lungro, C. Marco 1998 ISBN 88-85350-57-7
  • Giorgio Galli, Storia del PCI. Milano, Bompiani, 1976.
  • Giancarlo Lehner, Palmiro Togliatti Biografia di un vero stalinista. Milano, SugarCo, 1991. ISBN 88-7198-042-5.
  • Carlo Maria Lomartire, Insurrezione 14 luglio 1948: l'attentato a Togliatti e la tentazione rivoluzionaria, Milano, Mondadori 2006 ISBN 88-04-55803-2
  • Renato Mieli, Togliatti 1937, Milano, Rizzoli 1964
  • Paolo Spriano, Storia del Partito comunista italiano, Torino, Einaudi 1990
  • Emanuela Francesca Traversaro, Una rivoluzione mancata: Genova 14 luglio 1948, Pozzuoli, The Boopen, 2010. ISBN 978-88-6581-055-2
  • Lanfranco Palazzolo, 5 anni di governo Togliatti in Allarme rosso (Stampa Alternativa), settembre 2011.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Segretario del PCI Successore
Antonio Gramsci 1927 - 1964 Luigi Longo
Predecessore Vicepresidente del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia Successore Flag of Italy (1861-1946).svg
Giuseppe Spataro 12 dicembre 1944 - 21 giugno 1945 Pietro Nenni
Predecessore Ministro della Giustizia del Regno d'Italia Successore Flag of Italy (1861-1946).svg
Umberto Tupini 21 giugno 1945 - 1º luglio 1946 Fausto Gullo (Ministro della Giustizia della Repubblica italiana)

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