Partito Comunista Italiano

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Partito Comunista Italiano
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Segretario Amadeo Bordiga (1921-1923), Angelo Tasca (1923-1924), Mauro Scoccimarro (1923-1924), Bruno Fortichiari (1923-1924), Giuseppe Vota (1923-1924), Antonio Gramsci (1924-1927), Palmiro Togliatti (1923-1924; 1927-1964), Luigi Longo (1964-1972), Enrico Berlinguer (1972-1984), Alessandro Natta (1984-1988), Achille Occhetto (1988-1991)
Presidente Luigi Longo (1972-1980), Alessandro Natta (1989-1990), Aldo Tortorella (1990-1991)
Stato Italia Italia
Fondazione 21 gennaio 1921 come Partito Comunista d'Italia (Sezione della Internazionale Comunista)
Dissoluzione 3 febbraio 1991
Sede Via delle Botteghe Oscure, 4 Roma.
Ideologia Comunismo Eurocomunismo
Correnti interne
 · Migliorismo[1]
 · Berlingueriani[1]
 · Ingraiani-Il Manifesto[1]
 · Cossuttiani[1]
Collocazione Sinistra
Coalizione Fronte Democratico Popolare (1948)
Partito europeo nessuno
Gruppo parlamentare europeo Gruppo Comunista
Affiliazione internazionale Cominform
Seggi massimi Camera
227 / 630

(massimo raggiunto nel 1976)
Seggi massimi Senato
116 / 315

(massimo raggiunto nel 1976)
Seggi massimi Europarlamento
27 / 81

(massimo raggiunto nel 1984)
Testata l'Unità
Colori rosso

Il Partito Comunista Italiano (PCI) fu un partito politico italiano di sinistra.

Fu uno dei maggiori partiti politici italiani, nato il 21 gennaio 1921 a Livorno come Partito Comunista d'Italia (sezione italiana della III Internazionale) per scissione della mozione di sinistra del Partito Socialista Italiano guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, al XVII Congresso socialista.

Dopo una storia complessa e travagliata all'interno dell'Internazionale comunista negli anni venti e trenta, assunse durante la seconda guerra mondiale un ruolo di primo piano a livello nazionale, promuovendo e organizzando con l'apporto determinante dei suoi militanti la Resistenza contro la potenza occupante tedesca e il fascismo repubblicano. Il capo del partito, Palmiro Togliatti, attuò una politica di collaborazione con le forze democratiche cattoliche, liberali e socialiste ed ebbe un'importante influenza nella creazione delle istituzioni della Repubblica.

Passato all'opposizione nel 1947 dopo la decisione di De Gasperi di estromettere le sinistre dal governo per collocare l'Italia nel blocco internazionale filo-americano, il PCI rimase fedele alle direttive politiche generali dell'URSS fino agli anni settanta e ottanta pur sviluppando nel tempo una politica sempre più autonoma già a partire dalla fine della segreteria Togliatti, e soprattutto sotto la guida di Enrico Berlinguer, che promosse il compromesso storico e la collaborazione tra i partiti comunisti occidentali con il cosiddetto eurocomunismo.

Dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dei paesi comunisti, il PCI si è sciolto nel 1991 su iniziativa di Achille Occhetto, dando vita ad una serie di formazioni politiche di sinistra che hanno per alcuni periodi governato l'Italia in alleanza con le forze progressiste socialiste e cattoliche.

Sintesi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Partito Comunista d'Italia.

Il Partito Comunista d'Italia inizialmente si poneva come obiettivo l'abbattimento dello Stato borghese e l'instaurazione di una dittatura del proletariato attraverso i Consigli degli operai e dei contadini, sull'esempio dei bolscevichi russi di Lenin. I rapporti con Mosca, la controversa e variegata dialettica rispetto alle politiche dell'URSS, di cui il Pci aveva fatto un mito,[2] e i discussi tentativi di distaccarsene, costituiranno un elemento centrale della storia del partito, che però troverà la sua fonte di maggiore forza e legittimazione nel radicamento costruito nella società italiana, e in particolare tra i lavoratori, già negli anni dell'attività clandestina sotto il regime fascista, ma soprattutto nel secondo dopoguerra, allorché il Pci si trasformerà nel "partito nuovo" voluto da Palmiro Togliatti, un "partito di massa" con una forte presenza territoriale, volto a cercare di proporre soluzioni ai problemi delle masse lavoratrici e del paese nel suo insieme[3].

Il partito, guidato nei suoi primi anni di vita da una maggioritaria corrente di sinistra raccolta attorno a Bordiga, nel III Congresso, svoltosi clandestinamente a Lione nel gennaio del 1926, segnò un deciso cambiamento di politica. Suggellato con l'approvazione delle Tesi di Gramsci e la messa in minoranza della sinistra di Bordiga, la quale, accusata di settarismo, verrà prima emarginata e poi, con l'arresto di Bordiga da parte dei fascisti, si riunirà in Francia editando la rivista Prometeo, e poi nel dopoguerra nel Partito Comunista Internazionalista. Tale risultato verrà poi variamente criticato per supposte ingerenze estere nelle vicende nazionali, specchio della situazione sovietica. Tra gli elementi principali di scontro vi erano i rapporti con l'URSS, che le componenti di ispirazione sinistra comunista, nelle vesti della Sinistra Comunista Italiana di Bordiga, criticavano duramente, e la componente in seguito dominante che si riferiva a Gramsci, decisa a tenere ben saldo il legame con l'Internazionale comunista.

Nel 1930 Bordiga fu definitivamente espulso dal Partito con l'accusa di trotskismo. Stessa sorte era già parallelamente toccata ad elementi a destra del gruppo dirigente, quest'ultimo diviso dal 1926 tra chi, come il segretario Gramsci, era stato condannato a misure di carcerazione fascista, e chi, come Palmiro Togliatti, era riuscito ad espatriare continuando l'azione di direzione del partito dall'estero o operando nella clandestinità.

Caduto il regime fascista nel 1943, il PCI ricominciò a operare legalmente partecipando immediatamente alla costituzione di formazioni partigiane e, dal 1944 al 1947, agli esecutivi antifascisti successivi al governo Badoglio I, dove il nuovo leader Palmiro Togliatti sarà anche, per un breve periodo, vicepresidente del Consiglio dei ministri. Nell'antifascismo il PCI è la forza più popolare e infatti la maggior parte degli aderenti alla Resistenza italiana era membro del partito comunista. Le Brigate Garibaldi, promosse dai comunisti, rappresentarono infatti circa il 60% delle forze partigiane[4]. Nel corso del conflitto, diverse componenti identificarono la lotta antifascista con la lotta di classe, mirando ad attuare una rivoluzione sul modello di quella sovietica.[5]. Ma in realtà la maggioranza dei partigiani comunisti, sulla base delle indicazioni provenienti dai loro vertici, e in particolare da Luigi Longo (allora a capo del partito nell'Italia occupata e al tempo stesso delle Brigate Garibaldi), intesero correttamente la lotta partigiana come una lotta volta in primo luogo alla liberazione del Paese dal nazifascismo, da condursi quindi nel modo più unitario possibile, accantonando le differenze di impostazioni e di obiettivi rispetto alle altre forze che partecipavano alla Resistenza: una linea che culminò nella costituzione del Comando generale unificato del Corpo volontari della libertà (CVL), contribuendo in modo decisivo all'esito vittorioso della lotta di liberazione[6].

Nel 1947, nel nuovo clima internazionale di guerra fredda, il PCI è allontanato dal governo e rimarrà all'opposizione per tutto il resto dei suoi giorni, non entrando mai in nessun governo repubblicano.

Durante il XX Congresso del PCUS, Nikita Chruščёv diede avvio, con la denuncia dei crimini del regime staliniano, alla cosiddetta destalinizzazione, la quale ebbe non poche ripercussioni anche sulla sinistra italiana. La linea del PCI diede seguito alla svolta che si tradusse nella volontà di tracciare una propria «via italiana al socialismo» che consisteva nell'accentuare il vecchio obiettivo del raggiungimento di una «democrazia progressiva» applicando integralmente la Costituzione italiana.

L'amicizia e la lealtà che legavano il PCI all'Unione Sovietica, nonostante a partire dal 1968 una graduale progressiva critica all'operato del PCUS, fecero sì che l'atteggiamento nei rapporti internazionali non si tradusse mai in una rottura dei rapporti col partito sovietico[7]. Questo portò a crisi e frammentazioni con militanti, intellettuali (molto noto il caso di Italo Calvino), dirigenti (come Antonio Giolitti, che nel 2006 riceverà le scuse e l'attestazione della ragione da Giorgio Napolitano capo dello stato e allora nella dirigenza allineata a Mosca) e componenti di sinistra e libertarie che fuoriuscivano o mettevano in discussione (Manifesto dei 101) la linea politica, prima dopo la Rivoluzione ungherese del 1956 e poi con la Primavera di Praga e gli interventi militari sovietici sulle nazioni dissidenti non sufficientemente o per nulla stigmatizzate dall'allora gruppo dirigente. Molti comunisti, riunti intorno alla rivista il manifesto, tra cui Rossana Rossanda[8] furono espulsi dal partito come già accaduto in altre circostanze[9]. In quegli anni molte sigle di ispirazione comunista si formeranno a sinistra del PCI, contestando l'adesione al realismo sovietico.

Il PCI è stato per molti anni, dall'osservazione dei dati elettorali, il partito comunista più grande dell'Europa occidentale. Mentre, infatti, negli altri paesi democratici l'alternativa ai partiti o alle coalizioni democristiane o conservatrici era da sempre rappresentata da forze socialiste (con i partiti comunisti relegati a terza o quarta forza), in Italia rappresentò il secondo partito politico in assoluto dopo la Democrazia Cristiana, con un Partito socialista via via sempre più piccolo e relegato, dal 1953 in poi, al rango di terza forza del paese.

Nel 1976 il PCI raggiunse l'apice del suo consenso elettorale, col 34,4% dei voti, dopo che, l'anno prima, aveva conquistato le principali città italiane, mentre alle elezioni europee del 1984 avvenne il breve "sorpasso" sulla DC (33,33% dei consensi contro il 32,97%).

Il partito si sciolse il 3 febbraio 1991 durante il XX Congresso Nazionale, quando la maggioranza dei delegati approvarono la svolta della Bolognina, del segretario Achille Occhetto, succeduto tre anni prima ad Alessandro Natta, e contestualmente si costituì il Partito Democratico della Sinistra (PDS), aderente all'Internazionale Socialista.

Un'area consistente della minoranza di sinistra preferì rilanciare ideali e programmi comunisti e fondò il Movimento per la Rifondazione Comunista, che poi costituì, con la confluenza di Democrazia Proletaria e di altri gruppi, il Partito della Rifondazione Comunista (PRC).

L'organizzazione giovanile del PCI fu la Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). Con oltre due milioni e mezzo di iscritti[senza fonte], il PCI fu il più grande partito per numero di membri in tutta la storia della politica dell'Europa occidentale.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La costituzione del PCd'I e l'antifascismo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Partito Comunista d'Italia, XVII Congresso del Partito Socialista Italiano e I Congresso del Partito Comunista d'Italia.

La scissione dei comunisti dal Partito Socialista Italiano avvenne sui famosi 21 punti di Mosca, che delimitavano in modo netto la differenza delle posizioni politiche dei rivoluzionari da quelle dei riformisti e che costituivano le condizioni per l'ingresso nell'Internazionale Comunista, che aveva come obiettivo principe l'estensione della rivoluzione proletaria su scala mondiale.

Il Congresso socialista aveva appena rifiutato, con solo un quarto di voti contrari, come previsto nelle 21 condizioni per l'adesione all'Internazionale Comunista, di espellere i membri della corrente riformista del Partito. La minoranza, che rappresentava 58.783 iscritti su 216.337, e che abbandonò il teatro Goldoni riunendosi al San Marco, era costituita dal gruppo "astensionista" che faceva capo ad Amadeo Bordiga, che guidò per primo il nuovo Partito, dal gruppo dell'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e Angelo Tasca, da parte della corrente massimalista di Anselmo Marabini, Antonio Graziadei e Nicola Bombacci e dalla stragrande maggioranza della Federazione Giovanile Socialista (FGS).

Il nuovo Partito era un partito rigorosamente rivoluzionario e la sua linea politica era fondata sulla esclusione di qualsiasi tipo di accordo con i socialisti, e questo provocò, anche a causa della scissione dell'ala riformista del PSI, avvenuta nel 1922, i primi attriti con l'Internazionale comunista, la quale pose con forza il tema della riunificazione con il PSI di Serrati. Nel 1924 Antonio Gramsci, con l'appoggio dell'Internazionale comunista, divenne segretario nazionale e il passaggio della segreteria da Bordiga a Gramsci fu sancito definitivamente nel 1926 con l'approvazione durante il III Congresso nazionale a Lione delle tesi politiche di Antonio Gramsci con oltre il 90% dei voti.

Il PCd'I venne soppresso dal regime fascista il 5 novembre 1926 ma continuò la sua esistenza clandestina, i cui militanti in parte rimasero in Italia, dove fu l'unico partito antifascista ad essere presente seppure a livello embrionale, in parte emigrarono all'estero, soprattutto in Francia e in URSS. Con l'arresto di Gramsci, la guida di fatto passò a Togliatti, che rafforzò ulteriormente i rapporti con l'Unione Sovietica. Questi rapporti si deteriorarono bruscamente nel 1929 a causa della presa di posizione di Angelo Tasca, che aveva sostituito Togliatti a Mosca, in favore del leader della destra sovietica Nikolaj Bucharin, che si contrapponeva in quel periodo a Stalin. Dopo che tutta la linea del PCd'I, da Lione in poi, fu messa in discussione, Togliatti espulse Tasca e allineò di nuovo il partito sulle posizioni di Stalin, che erano ritornate a essere piuttosto settarie. Infatti il PCd'I fu costretto ad associare ai socialisti italiani e al giovane movimento di Giustizia e Libertà la teoria del socialfascismo, che poneva le sue basi sull'equiparazione tra fascismo e socialdemocrazia, intesi, entrambi, come metodi utilizzati dalla borghesia per conservare il potere.

Con la crescita del pericolo nazista l'Internazionale comunista cambiò strategia e tra il 1934 e il 1935 lanciò la linea di riunire in un fronte popolare tutte le forze che si opponevano all'avanzata dei fascismi. Il PCd'I, che aveva faticato molto per accettare la svolta del 1929, ebbe una sofferenza ancora maggiore per uscire dal settarismo a cui quella svolta sembrava averlo destinato, in quanto, nell'Italia fascista, i militanti si erano trovati da soli a fronteggiare la dittatura. Ma un po' per volta il lavoro di Palmiro Togliatti e di Ruggero Grieco, che divenne la seconda personalità del partito dal 1934 al 1938, quando il segretario Togliatti si trovava nell'Urss, diede i suoi frutti, e, nell'agosto del 1934, fu sottoscritto il "patto d'unità d'azione" tra socialisti e comunisti, che, nonostante i distinguo, segnò la riapertura del dialogo tra i due partiti operai.

La linea politica del PCd'I andò di nuovo in crisi con il Patto Ribbentrop-Molotov del 1939 in quanto fu impossibile conciliare l'unità antifascista con l'approvazione del patto fra sovietici e nazisti e il PCd'I fu costretto ad appiattirsi sulle posizioni dell'Internazionale che in quel periodo teorizzava per i comunisti l'equidistanza tra i diversi imperialismi. La situazione si aggravò ulteriormente quando, con l'invasione tedesca, il PCd'I si ritrovò in clandestinità anche a Parigi. Togliatti fu arrestato, ma non essendo stato riconosciuto, se la cavò con pochi mesi di carcere e dopo aver riorganizzato un embrione di centro estero del Partito, andò a Mosca dove l'Internazionale, avendo sciolto definitivamente l'Ufficio politico e il Comitato centrale, gli affidò la direzione solitaria del PCd'I. La situazione all'interno del Partito si tranquillizzò grazie alla Dichiarazione di guerra di Benito Mussolini a Francia e Inghilterra del 1940, che fece sì che si ricreassero le condizioni per una nuova unità antifascista, suggellata nel 1941 a Tolosa da un accordo tra PCd'I, PSI e GL. In Italia dal 1941 il Partito, anche grazie all'importante lavoro di Umberto Massola, cominciò a riorganizzare la rete clandestina e a fare sentire la propria voce, anche attraverso la diffusione di un bollettino, il Quaderno del lavoratore, per mezzo del quale venivano diffuse le posizioni ufficiali del PCd'I, dettate direttamente da Togliatti attraverso Radio Mosca. Nello stesso tempo ripresero forza numerosi piccoli gruppi che, spesso con linea politica autonoma, continuavano dall'interno del paese la loro lotta al fascismo.

La Resistenza, la guerra partigiana e la Liberazione[modifica | modifica sorgente]

Il 15 maggio 1943 il partito, in seguito allo scioglimento dell'Internazionale Comunista, assunse la denominazione di Partito Comunista Italiano (PCI). Quando, il 25 luglio del 1943, Mussolini fu costretto a dimettersi, l'iniziativa del Partito aumentò sensibilmente sia per i maggiori margini di manovra che per la conseguente uscita dal carcere e il ritorno dall'esilio di numerosi dirigenti comunisti. Il 30 agosto 1943 dieci membri dei Partito costituirono a Roma una direzione centrale in Italia, senza direttive ufficiali da parte di Togliatti; i dieci erano Mauro Scoccimarro, in questa fase il dirigente più autorevole e prestigioso della direzione, Umberto Massola, entrato clandestinamente in Italia fin dal 1941, Antonio Roasio, Agostino Novella, Celeste Negarville, Giorgio Amendola, Luigi Longo, Giovanni Roveda, Pietro Secchia, Girolamo Li Causi[10]. Il peso del PCI in Italia era divenuto molto importante e furono soprattutto le decisioni politiche prese dai dirigenti del Partito a Roma che ebbero decisiva influenza sulla crescita della Resistenza.

Luigi Longo, comandante generale delle Brigate Garibaldi Luigi Longo, comandante generale delle Brigate Garibaldi
Luigi Longo, comandante generale delle Brigate Garibaldi
Pietro Secchia, commissario politico delle Brigate Garibaldi

Pietro Secchia, ex operaio biellese, imprigionato e deportato dal regime fascista dal 1931, liberato da Ventotene il 19 agosto 1943, venne incaricato, durante una riunione tenuta a Roma il 10 settembre 1943, di recarsi a Milano, per organizzare la guerra partigiana. Secchia raggiunse Milano in treno il 14 settembre dopo essere passato per Firenze e Bologna ed aver diffuso le direttive del partito tra i militanti provenienti dall'antifascismo attivo[11]. Tra il 20 e il 22 settembre anche Luigi Longo, già dirigente delle Brigate Internazionali in Spagna, partì per il nord per affiancare Secchia nella organizzazione e direzione del movimento di resistenza[12]. Fin dal novembre 1943 i comunisti poterono quindi costituire a Milano la prima struttura organizzativa unificata: il comando generale delle Brigate Garibaldi con Luigi Longo come responsabile militare e Pietro Secchia come commissario politico; i componenti iniziali del comando furono, oltre a Longo e Secchia, Antonio Roasio, Francesco Scotti, Umberto Massola, Antonio Cicalini e Antonio Carini[13].

I militanti comunisti costituirono il nerbo dei gruppi clandestini della resistenza italiana, organizzati nelle Brigate Garibaldi (se ne contarono fino a 575 gruppi) sulle montagne e nei GAP e nelle SAP nelle città. Oltre alla lotta armata, il PCI continuò il suo lavoro politico continuando nell'organizzazione degli operai e promuovendo scioperi e agitazioni soprattutto nei primi mesi del 1944. La dichiarazione di guerra del Governo Badoglio ai danni della Germania pose il PCI dinnanzi ad un bivio: continuare nella linea, richiesta dalla base, di contrapposizione frontale a Badoglio e alla Monarchia o l'assunzione di responsabilità di governo.

Nel marzo del 1944 Togliatti, dopo aver avuto un incontro con Stalin, tornò in Italia e praticò quella che rimase famosa come la svolta di Salerno con la quale il PCI, anteponendo la lotta antifascista alla deposizione della Monarchia, sancì il proprio ingresso nel Governo. L'ingresso del PCI nei Governi formati da Badoglio e dal socialista riformista Ivanoe Bonomi andava letto, nell'intenzione di Togliatti, come il tentativo di accreditarsi come forza responsabile e fondatrice della democrazia italiana. La decisione politica di Togliatti di abbandonare, almeno per il momento, la volontà di rimanere estranei ad un arco costituzionale democratico, specialmente se monarchico, ebbe delle conseguenze pesanti anche all'interno del PCI e, più in generale, in senso alla sinistra italiana. Nel dopoguerra, infatti, nel dibattito storico inerente ai rapporti (o addirittura all'eventuale fusione, di cui si ebbe molto a parlare) tra i due massimi partiti di sinistra, vale a dire il PCI ed il PSI, non pochi furono gli esponenti sociali che si opposero fermamente ad ogni alleanza, fusione e comunanza con i comunisti del partito togliattiano, reo di aver tradito, sia pur con il benestare di Stalin, la linea internazionalista che, con gradazioni alterne a seconda del periodo storico, impediva ogni sorta di alleanza con le forze democratiche e liberali degli stati borghesi, non di rado definite - insieme ai socialdemocratici - come forze socialfasciste.

La scelta di Togliatti, da un punto di vista meno ideologico e più pratico, è invece considerata come di alto profilo politico. Il segretario, così come i dirigenti sovietici, sapeva infatti che il suo partito, per quanto risultasse, sulla carta, come la realtà politica clandestina meglio organizzata nel Paese, se non si fosse schierato con le forze liberatrici, allineate in un supporto anglo-americano, non avrebbe potuto avere un ruolo determinante nella costruzione del nuovo Paese. Per quanto i sovietici stessero, all'epoca, avanzando nella pianura polacca e fossero in procinto di entrare in Germania, dando una svolta decisiva al fronte orientale, non si poteva ragionevolmente credere che essi sarebbero giunti in Italia prima che le forze alleate l'avessero già liberata. Non allinearsi e non scendere a patti con queste ultime, aspettando l'arrivo dei sovietici, avrebbe comportato l'alienarsi del PCI nella lotta per la liberazione d'Italia. Non solo: nel momento in cui la monarchia, le forze democratiche e persino gli anglo-americani, in un'ottica pre-guerra fredda, avessero iniziato a percepire una certa ostilità da parte dei comunisti italiani, questi si sarebbero certamente ritrovati isolati e senza messi per salvaguardasi, perdendo la partita.[14]

In seno alla svolta di Salerno, era necessario dare un volto nuovo al partito, e per ottenere questo era necessario che il PCI ricostruito su basi diverse e diventasse un partito nuovo, ovvero un moderno partito di massa con profonde radici nei luoghi di lavoro e aderente alla società. Il Partito cominciò pertanto una crescita costante data sia dal punto di vista dell'organizzazione, che si sviluppò ormai capillarmente in tutte le città italiane, che in termini di numero di iscritti, passati dai 500.000 del 1944 al 1.700.000 del 1945, che lo portarono a diventare il più importante e grande partito comunista europeo a ovest della cortina di ferro.

Nel corso della guerra ebbero luogo alcune delle pagine più controverse della storia del PCI, come l'eccidio di Porzûs, ai danni di formazioni resistenziali "bianche", commesso da un gruppo di partigiani, in massima parte gappisti (i GAP erano formati dal comando generale delle Brigate Garibaldi)[15].[16] Le formazioni partigiane comuniste furono inoltre coinvolte nelle vendette post-belliche contro fascisti (o presunti tali) in varie zone del nord Italia, quali il cosiddetto triangolo della morte.

L'Italia repubblicana e i rapporti con l'URSS[modifica | modifica sorgente]

Via delle Botteghe Oscure, da cui il nome popolare attribuito al palazzo storico che ha ospitato, dal secondo dopoguerra allo scioglimento, la sede centrale del PCI.

A seguito della Liberazione, Palmiro Togliatti diede vita ad una politica, che tenne insieme l'esigenza di consolidamento della democrazia italiana e il sentimento rivoluzionario e il mito dell'URSS della base del partito, concretizzato nell'adesione, fino al suo scioglimento, al Cominform, l'organizzazione dei partiti comunisti filosovietici. Tuttavia nonostante nel maggio 1947 Alcide De Gasperi avesse formato un governo senza il PCI e il PSI, il contributo costruttivo dei comunisti nell'Assemblea costituente non mutò al punto che il 1º gennaio 1948 entrò in vigore, dopo essere stata approvata da tutti i maggiori partiti, la Costituzione italiana.

L'apparato paramilitare del PCI[modifica | modifica sorgente]

Secondo alcune fonti e atti ufficiali, il partito avrebbe mantenuto un'organizzazione paramilitare segreta, denominata giornalisticamente, da alcune testate, Gladio Rossa (locuzione in contrapposizione alla coeva e acclarata Organizzazione Gladio nata in chiave anticomunista); lo storico Gianni Donno sostiene che «fino alle elezioni del 18 aprile 1948 un'insurrezione comunista in Italia era possibilità reale, e sarebbe stata sorretta da un apparato militare, incardinato nella struttura organizzativa del PCI»; quest'organizzazione avrebbe seguito la storia del partito estrinsecandosi in due fasi distinte: dal 1948 al 1954 in cui vennero poste le basi dell'organizzazione raccogliendo materiali bellici e creando una rete di contatti e logistica in preparazione di una possibile insurrezione armata; alla seconda fase dal 1955 al suo scioglimento nel 1974 nella quale l'organizzazione avrebbe dovuto costituire un supporto attivo ad una eventuale invasione dell'Italia da parte del Patto di Varsavia[17]. Insieme a questa organizzazione il partito ne mantenne un'altra, destinata alla protezione ed alla fuga dei dirigenti nel caso che il partito stesso venisse dichiarato illegale in Italia[18]. In un rapporto del SIFAR, l'apparato paramilitare del PCI viene descritto come diviso in due gruppi: uno operativo in tempo di pace, con il compito di «sostenere le agitazioni e mantenere l'economia nazionale sotto pressione, affinché la gente appoggi un cambiamento politico attraverso le riforme sociali di cui il Pci si fa promotore»; l'altro, pronto a intervenire in caso di guerra con opere di sabotaggio.[19]

Il S.O.I., Servizio Ordine Informazioni Ordine, era la struttura informativa che si affiancava alla struttura paramilitare, e svolgeva attività spionistica nei settori militare, industriale e politico[20][21]; questa struttura operava in stretto collegamento col Kgb e con il Gru (il servizio informazioni militare sovietico) e aveva tra i suoi compiti anche la "disinformazione", quindi la costruzione di informazioni false o dossier atti a creare scandali nei momenti opportuni[21]. Riguardo alla Gladio Rossa, anche Giovanni Fasanella, giornalista, dichiara:

« Del resto, sul versante opposto, un doppio livello si era formato sin dal dopoguerra anche all'ombra del Pci, con la cosiddetta Gladio rossa, una struttura paramilitare clandestina composta da ex partigiani, spesso non del tutto controllata dallo stesso gruppo dirigente del partito e ancora legata al mito della rivoluzione proletaria.[22] »

In merito il senatore Giovanni Pellegrino nelle vesti di presidente della commissione parlamentare sulle stragi dichiarò proprio a Fasanella che "[nel dopoguerra] ... mentre gli ex partigiani bianchi tendevano progressivamente a istituzionalizzarsi finendo per confluire nelle strutture di Stay-behind, gli ex partigiani rossi tendevano a riorganizzarsi in una struttura interna del Pci, la cosiddetta Gladio rossa, in cui continuava ad agire una sorta di inerzia rivoluzionaria.[23]" Anche per Pellegrino la struttura si evolse col tempo in chiave di protezione nei confronti dei dirigenti in caso di golpe o che il PCI fosse dichiarato fuori legge. A credito dei dirigenti del PCI dell'epoca Pellegrino ascrive anche il merito "di essere riusciti in qualche modo a imbrigliare all'interno di organizzazioni forze altrimenti centrifughe."[23].

Situazioni pre-insurrezionali e attentato a Togliatti[modifica | modifica sorgente]

Nel novembre del 1947, dopo la notizia che il prefetto di Milano Ettore Troilo, esponente della Resistenza, era stato destituito dal ministro degli Interni Mario Scelba, Giancarlo Pajetta, capo del partito in Lombardia, prese l'iniziativa di mobilitare le formazioni armate di ex partigiani che bloccarono corso Monforte sede della Prefettura. Si vissero momenti di grande tensione, Pajetta entrò in prefettura, il sindaco socialista Greppi ed altri sindaci di dimisero per protesta contro la rimozione di Troilo e venne organizzato un Comitato di agitazione. Ben presto il governo riprese in mano la situazione; senza azioni violente e dopo trattative condotte da Marrazza, i militanti comunisti evacuarono la prefettura e accettarono la nomina di un nuovo prefetto di Milano. Togliatti ebbe parole di sarcastica critica per l'avventatezza di Pajetta e colse l'occasione per bloccare l'estremismo di una parte del partito[24].

Il 14 luglio 1948 Palmiro Togliatti fu gravemente ferito alla nuca e alla schiena, all'uscita dalla Camera dei Deputati a Roma, da Antonio Pallante, un estremista anticomunista. Le condizioni di Togliatti apparvero subito molto gravi e, nonostante i suoi inviti a mantenere la calma, si diffuse subito grande agitazione tra i militanti comunisti. Il capo del partito venne sottoposto ad un difficile intervento chirurgico che si concluse con successo nel pomeriggio ma nel frattempo in molte regioni d'Italia si era instaurata una situazione pre-insurrezionale[25].

Senza attendere le indicazioni del partito, i militanti comunisti e la base operaia diedero inizio ad un impressionante sciopero generale con occupazione della fabbriche; ricomparvero formazioni di ex partigiani armati nel Biellese, in Valsesia, a Casale Monferrato. I militanti comunisti assaltarono la FIAT e alcuni dirigenti tra cui lo stesso Vittorio Valletta, vennero presi in ostaggio, comparvero le armi all'interno della fabbrica. Ufficialmente il partito non aveva ancora dato alcuna direttiva insurrezionale ma corsero voci che Cino Moscatelli e Pietro Secchia fossero favorevoli ad un'azione rivoluzionaria. A Torino e Milano, in parte presidiate dai militanti comunisti, si svolsero grandi manifestazioni di piazza in cui si parlò di "armi pronte". Scontri armati nel capoluogo lombardo tra comunisti e polizia terminarono con numerosi feriti e l'occupazione di altre fabbriche. A Genova il movimento insurrezionale fu ancora più esteso; si verificarono scontri tra militati e forze dell'ordine con feriti, alcuni carabinieri e poliziotti furono presi prigionieri; nella notte si eressero le barricate; il prefetto decretò lo stato d'assedio[26].

Gli episodi più gravi si verificarono sul Monte Amiata, dove i minatori si asserragliarono sulla vetta, ed a Abbadia San Salvatore dove militanti comunisti, presero la centrale telefonica, assaltarono la sede della Democrazia Cristiana e respinsero il primo attacco della polizia uccidendo due agenti. A Siena, Piombino, Taranto, Ferrara, Modena, Cagliari, La Spezia si verificarono altri scontri, a Venezia vennero occupate le fabbriche, la RAI e i ponti sulla laguna; a Livorno ci furono combattimenti durante i quali un poliziotto fu ucciso e altri quattro feriti, a Bologna gli ex partigiani bloccarono la via Emilia. Roma fu invasa dagli operai e dai militanti della periferia; davanti a Montecitorio furono lanciati sassi contro gli agenti di guardia, durante un grande comizio a Piazza Esedra con la presenza di Luigi Longo e Edoardo D'Onofrio, i manifestanti espressero propositi rivoluzionari nonostante la prudenza ufficiale dei dirigenti[27].

Tra i dirigenti del partito l'attentato a Togliatti provocò grande emozione; dopo le prime notizie confuse, arrivarono le informazioni sullo sciopero e sulle azioni pre-insurrezionali spontanee dei militanti; i capi comunisti nelle loro memorie hanno riferito di una scelta unitaria di controllare il movimento ed evitare di uscire "in modo irreparabile dalla legalità". All'epoca di diffuse la voce che Secchia e Longo avessero avuto contatti segreti con i sovietici durante i quali quest'ultimi avrebbero escluso la possibilità di fornire aiuto in caso di insurrezione. In realtà in un primo tempo i dirigenti comunisti preferirono attendere gli eventi senza sostenere esplicitamente l'insurrezione ma polemizzando aspramente contro il governo e il ministro Scelba, la stampa comunista tuttavia non diramò alcuna parola d'ordine rivoluzionaria. Una analisi realistica della situazione rendeva del resto impossibile un'alternativa rivoluzionaria: l'Unione Sovietica era contraria ad avventure insurrezionali, le forze dell'ordine, supportate eventualmente dall'esercito, disponevano di una schiacciante superiorità militare, era prevedibile un intervento diretto americano. Inoltre i comunisti erano forti solo in alcune aree del paese e soprattutto nelle fabbriche e nelle grandi città del nord, ma le campagne e il sud non avevano affatto partecipato al moto insurrezionale[28].

La mattina del 16 luglio i dirigenti comunisti presero la decisione di bloccare l'evoluzione rivoluzionaria e arrestare lo sciopero; il ministro Scelba mostrò grande decisione e le forze dell'ordine intervennero a Livorno, Bologna, Napoli, Castellamare; ci furono scontri a fuoco e morti tra i manifestanti. Le occupazioni delle fabbriche furono progressivamente interrotte e Vittorio Valletta venne liberato. Il 17 luglio il Comitato Centrale del partito approvò ufficialmente la cessazione dello sciopero. Nelle loro memorie i capi comunisti in maggioranza hanno escluso che l'insurrezione potesse avere successo, solo Giancarlo Pajetta ha affermato che al nord l'insurrezione sarebbe stata possibile, Pietro Secchia ha scritto che solo a Torino, Genova e Venezia i militanti comunisti avevano il pieno controllo della situazione, mentre Giorgio Amendola ritiene che l'insurrezione non avrebbe avuto alcuna possibilità di vittoria neppure al nord[29].

La politica di Togliatti[modifica | modifica sorgente]

Il PCI si consolidò, dopo la scissione socialista del 1947, come la seconda forza della democrazia italiana dopo la Democrazia cristiana. Da allora e per circa 30 anni il PCI, pur rimanendo sempre all'opposizione, conseguì una crescita elettorale costante che si interruppe solo verso la fine degli anni settanta al termine della stagione della solidarietà nazionale.

Negli anni successivi, pur continuando ad appoggiare l'URSS anche nella drammatica crisi d'Ungheria durante la rivoluzione ungherese del 1956, il PCI di Togliatti diede inizio ad una nuova politica di partito nazionale imboccando la via italiana al socialismo, dopo che personaggi significativi, in maggioranza intellettuali, avevano abbandonato il partito protestando contro l'adesione del PCI alla repressione sovietica o avevano espresso dissenso nel cosiddetto Manifesto dei 101. Tra coloro che, in quella situazione, manifestarono una posizione di dissenso, pur senza abbandonare il partito, va ricordato il leader della CGIL Giuseppe Di Vittorio, mentre vari intellettuali tra cui lo storico Renzo De Felice ne uscirono per protesta e in aperto dissenso; soltanto una ventina, tra i firmatari del Manifesto, ritireranno a posteriori la loro adesione mentre altri come Lucio Colletti ne usciranno comunque in seguito[30]. Il manifesto, che doveva inizialmente essere solo una forma di dissenso interno secondo parte dei suoi partecipanti ed essere pubblicato sull'Unità, venne invece integralmente diffuso dall'ANSA quasi immediatamente e provocò fortissimi dissensi tra la base, che si arroccò attorno al suo gruppo dirigente, e una gran parte degli intellettuali, che finirono per uscire dal partito[31]. La principale conseguenza politica degli avvenimenti del 1956 fu il definitivo tramonto del Patto d'unità d'azione tra il PCI e il PSI. Il PSI di Pietro Nenni, che negli anni precedenti aveva pur accettato forme di subordinazione all'Unione Sovietica di Stalin, ripensò, prendendone completamente le distanze, la sua posizione riguardo a quello che i comunisti consideravano il più importante Stato socialista, ma che per i socialisti autonomisti non aveva mai rappresentato una società socialista. Nel cambiamento della linea del PSI ebbe un grande peso la riemersione delle tendenze autonomiste interne, sempre presenti anche nel periodo "frontista", che guardavano con sospetto ai comunisti e ai regimi dittatoriali formatisi nell'Europa dell'Est. Ciò consentì la nascita del centro-sinistra, basato sull'alleanza tra Partito Socialista Italiano e DC. Nel 1960 il PCI partecipò attivamente all'organizzazione delle proteste contro il congresso missino di Genova, giudicato come una provocazione per il fatto di svolgersi in una città medaglia d'oro della guerra di Liberazione. Le proteste si indirizzano contro il governo Tambroni, appoggiato esternamente dallo stesso MSI, tale appoggio provocò anche una frattura interna alla DC. Il governo, di converso, accusò il PCI dell'esistenza di un attivo coinvolgimento sovietico nell'organizzazione degli scioperi, tale ipotesi venne ritenuta non attendibile dalla stessa CIA in un documento dell'8 luglio 1969[32]. Gli eventi legati alle proteste allontanarono ulteriormente Nenni che scrisse nel suo diario, il 3 luglio 1960, che i fatti di Genova vennero usati dai comunisti "in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria di piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919"[33].

L'elezione di Longo[modifica | modifica sorgente]

Con la fine del centrismo e con l'inizio dei governi di centro-sinistra il PCI di Togliatti non mutò la sua posizione di opposizione al governo. Il 21 agosto del 1964 morì a Jalta Palmiro Togliatti. I suoi funerali, che videro la partecipazione di oltre un milione di persone, costituirono il più imponente momento di partecipazione popolare che la giovane Repubblica Italiana aveva conosciuto fino a quel momento. L'ultimo documento di Togliatti, che ne costituiva il testamento politico e che fu ricordato come il memoriale di Jalta, ribadiva l'originalità e la diversità di vie che avrebbero consentito la costruzione di società socialiste, "unità nella diversità" del movimento comunista internazionale. Il PCI lasciato da Togliatti era un Partito che, pur continuando a rimanere ancorato al "centralismo democratico", cominciava a sentire l'esigenza di rendere visibili quelle che, al suo interno, erano le diverse sensibilità e opzioni politiche. Il primo Congresso dopo la morte di Togliatti, l'XI svoltosi nel gennaio del 1966, fu il teatro del primo scontro svoltosi "alla luce del sole" dalla nascita del Partito nuovo. Le due linee politiche che si fronteggiarono furono quella di "destra" di Giorgio Amendola e quella di "sinistra" di Pietro Ingrao. Sebbene la posizione della sinistra di Ingrao si rivelò in minoranza, in particolare sul tema della "pubblicità del dissenso" (che, si riteneva, avrebbe aperto le porte alla divisione del partito in correnti organizzate), molte delle sue istanze (messa all'ordine del giorno del tema del "modello di sviluppo", necessità di una programmazione economica globale che si contrapponesse alla inefficace programmazione del governo, attenzione al dissenso cattolico e ai movimenti giovanili) furono accolte nelle Tesi congressuali. Il lavoro di sintesi, rivolto al "rinnovamento nella continuità", tra le diverse anime del Partito suggellò la leadership di Luigi Longo, eletto Segretario generale dopo la morte di Togliatti e degno continuatore delle politiche del defunto leader.

Nel ruolo di successore di Togliatti i due candidati più forti erano proprio Amendola e Ingrao, ma Longo, per le garanzie di unità e continuità che dava la sua figura, che aveva ricoperto con Togliatti la carica di vicesegretario e aveva sempre con lealtà ed efficacia coadiuvato il Segretario, costituiva la soluzione migliore per la segreteria del Partito. Longo continuò nella definizione di una politica nazionale del PCI e infatti a differenza del 1956, nel 1968 il partito si schierò contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia.

La segreteria di Berlinguer[modifica | modifica sorgente]

Nel 1972 divenne segretario Enrico Berlinguer, che, sulla suggestione della crisi cilena, propose un compromesso storico tra comunisti e cattolici democratici, che avrebbe dovuto spostare a sinistra l'asse governativo, trovando qualche sponda nella corrente democristiana guidata da Aldo Moro.

I rapporti con l'Unione Sovietica si allentarono ulteriormente quando, a opera dello stesso Berlinguer, iniziò la linea euro-comunista, basata su un'alleanza tra i principali partiti comunisti dell'Europa occidentale, il PCI, il PCF - Partito Comunista Francese, guidato da Georges Marchais ed il PCE - Partito Comunista spagnolo, guidato da Santiago Carrillo, che cercò una qualche indipendenza dai sovietici. Questi ultimi, in realtà, mal digerirono la corrente di pensiero berlingueriana che, seguendo la tradizione della via italiana al socialismo già consolidata anni prima da Togliatti, affermava la costruzione di un comunismo non pienamente allineato con quello sovietico, gettando le basi - anche in senno alla nascitura Comunità europea - di un comunismo proprio dei paesi occidentali, non aderenti al Patto di Varsavia. La linea sovietica, infatti, era volta all'affermazione di una sola linea di principio: il comunismo russo come unico e solo punto di riferimento. Il che, nelle varie fasi storiche della Guerra fredda, si tradusse in un continuo e costante contrasto con tutti quei paesi, europei e non, che non ne adottavano pienamente la linea (Cina, Albania, Jugoslavia ed infine anche Italia). Nel momento in cui Enrico Berlinguer ebbe a promuovere una linea di pensiero dottrinale distante da quella di Mosca, le conseguenze non si fecero attendere: oltre a richiami e moniti, ci fu una sostanziosa riduzione dei finanziamenti sovietici alle casse del PCI.[14]

L'Eurocomunismo però durò poco a causa del riallineamento del Partito Comunista Francese alla tradizionale dipendenza dalla linea del PCUS, il calo del peso elettorale dei comunisti spagnoli e l'acuirsi delle differenze interne nello stesso PCI. Nonostante le critiche rivolte al PCUS, Berlinguer continuava ad elogiare il regime sovietico, sostenendo nel 1975 che lì esisteva «un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e di valori etici e da processi sempre più ampi di corruzione e di disgregazione», contrapponendo il «forte sviluppo produttivo» dell'URSS alla «crisi del sistema imperialistico e capitalistico mondiale».[34] Ancora nel 1977 Berlinguer parlava di «grandi conquiste» realizzate dai paesi comunisti, ammettendo però l'esistenza di «lati negativi» che «consistono essenzialmente nei loro tratti autoritari o negli ordinamenti limitativi di certe libertà»; aggiungeva tuttavia che «quei paesi rappresentano una grande realtà sociale, una grande realtà nella vita del mondo di oggi».[35]

Nel novembre di quell'anno Berlinguer pronunciò a Mosca, dove si era recato per le celebrazioni comuniste dei sessant'anni dalla Rivoluzione d'Ottobre dei bolscevichi, un discorso che spinse alcuni, come Ugo La Malfa e Eugenio Scalfari, a ritenere ormai prossima la rottura del PCI con l'Unione Sovietica; altri però, in particolare gli intellettuali della rivista socialista Mondoperaio, non vedevano nessuna rottura, se non una generica presa di distanza dallo stalinismo che non conduceva però ad un effettivo ripudio dell'ideologia marxista-leninista, né all'ammissione di come la repressione del dissenso in URSS fosse una diretta conseguenza di quell'ideologia.[36] In occasione della Biennale di Venezia, tra la fine del 1977 e il 1978, quando il suo Presidente, l'allora socialista Carlo Ripa di Meana, intese dar voce al dissenso degli intellettuali perseguitati dall'Unione Sovietica, il PCI reagì duramente all'iniziativa parlando di provocazione, e sollecitando il governo italiano a ritardare il finanziamento della Biennale; diversi artisti e intellettuali vicini al partito comunista, come Vittorio Gregotti e Luca Ronconi, si dimisero in segno di protesta dal Comitato della rassegna.[37] Il tema dei rapporti del PCI con l'URSS sarà al centro di aspri dibattiti e scontri politici, tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80, tra Berlinguer e l'emergente leader socialista Bettino Craxi, che rimproverava ai comunisti italiani di mantenere intatti i legami col regime sovietico e di non sposare fino in fondo i valori della socialdemocrazia europea.[38]

L'ambiguità dei rapporti del PCI con l'URSS si protrasse per tutti gli anni Ottanta. Se nel 1981, in seguito al golpe polacco di Jaruzelski che si ribellò a Mosca, Berlinguer giunse a dichiarare conclusa la spinta propulsiva della Rivoluzione d'ottobre,[39] il PCI tuttavia si oppose duramente all'installazione di una base euromissilistica in Italia come risposta ai missili di nuova generazione puntati dall'URSS contro l'Italia e l'Europa occidentale. Ancora nel 1984, in risposta al documento dell'allora cardinale Ratzinger che condannava le teologie della liberazione, sia per l'ideologia materialista di stampo marxista ad esse sottesa, ritenuta inconciliabile col cristianesimo, sia per il loro carattere totalizzante derivante da quella stessa ideologia, il mensile Rinascita, da sempre strumento di elaborazione e diffusione della politica culturale del PCI, attaccò duramente le posizioni espresse da Ratzinger, sostenendo che i suoi giudizi sul socialismo in generale e sulle sue applicazioni concrete in Unione Sovietica sarebbero stati "schematici", "grossolani", e privi di "considerazione storica". Solidarizzò col futuro pontefice un ex-membro del PCI, Lucio Colletti, fuoriuscito dal partito in seguito ad una profonda revisione delle proprie convinzioni ideologiche: «Il giudizio del Pci sull'Unione Sovietica è il frutto, tuttora, di un avvilente compromesso intellettuale e morale. Decine di milioni di vittime sotto Stalin; il totalitarismo; il Gulag; un sistema che tuttora procede utilizzando il lavoro forzato dei lager; la mortificazione politica dei cittadini; la giustizia asservita al partito unico: tutti questi non sono ancora argomenti sufficienti perché il Pci possa trovarsi d'accordo con l'elementare verità espressa nel documento di Ratzinger: cioè, che in quei paesi, "milioni di nostri contemporanei aspirano legittimamente a ritrovare le libertà fondamentali di cui sono privati da parte dei regimi totalitari"; che questa è una vergogna del nostro tempo; "che si mantengono intere nazioni in condizioni di schiavitù indegne dell'uomo"; e che a questa vergogna si è giunti, "con la pretesa di portare loro la libertà"».[40]

Il KGB sovietico fu spesso tramite di trasferimenti illegali di valuta e finanziamento illecito al PCI durante gli anni sessanta e settanta come sostenuto a seguito della diffusione di vari rapporti detti Impedian, contenuti nel dossier Mitrokhin, secondo il rapporto n. 100 del dossier solo nel 1971 un agente italiano al servizio del KGB, Anelito Barontini (nome in codice "Klaudio") consegnò cifre in contanti per complessivi due milioni seicentomila dollari. Nel rapporto n. 122 del 6 ottobre 1995 segue un elenco dettagliato delle cifre, dal 1970 al 1977, con elencati i nomi dei vari dirigenti coinvolti, tra cui Armando Cossutta. I rapporti tra PCI e KGB non si limitarono al solo inoltro dei finanziamenti, ma anche nell'utilizzo delle competenze del servizio segreto sovietico per rilevare eventuali apparati di ascolto posti nella sede del Comitato Centrale italiano (rapporto n. 131)[41], e nell'addestramento alla cifratura e alle comunicazioni radio di personale del Partito, come ad esempio dell'agente Andrea, noto come Kekkini (traslitterazione del nome Cecchini), membro del Comitato centrale del PCI, inviato con passaporto straniero falso a nome di Ettore Morandi via Australia a Mosca dal giugno all'agosto 1972, anche per prendere accordi sull'instaurazione di una rete di comunicazione bidirezionale, fabbricazione di documenti falsi e altre attività illegali (rapporto n. 197).

La solidarietà nazionale[modifica | modifica sorgente]

Nella seconda metà degli anni settanta si acuirono le tensioni sociali e politiche. La crisi economica-energetica, la disoccupazione, gli scioperi, il terrorismo conversero verso quello che molti hanno definito l'annus horribilis delle rivolte: il 1977: echi sessantottini vibravano di nuovo fra gli studenti, riverberi della lotta di classe animavano il "confronto", cioè il conflitto, fra i sindacati e le imprese, e molti da molte classi sociali si rivoltavano in armi contro avversari politici e istituzioni.

Anche il PCI contestò sempre più fortemente la pregiudiziale che impediva al suo partito di accostarsi alla gestione del Paese. L'iniziativa fu lasciata a Giorgio Amendola, rappresentante prestigioso (anche per tradizione familiare) dell'ala moderata del partito e uomo capace di dialogare con i non comunisti, che proclamò che l'ora era suonata per "far parte a pieno titolo del governo". Nel febbraio del 1977 fu Ugo La Malfa a dichiarare per primo, pubblicamente, la necessità di un governo di emergenza comprendente i comunisti, ma la proposta fallì per il dissenso democristiano e socialdemocratico.

Il 1978 fu per il PCI l'anno del destino. Iniziò presto, con un incontro subito dopo Capodanno, fra Berlinguer e Bettino Craxi, al termine del quale fu rilasciata una nota indicativa di ufficiale "identità di vedute", espressione tradotta dagli analisti come una sorta di "via libera" (o di "non nocet") del PSI alle manovre del segretario comunista. Delle quali, già cominciate da molti mesi, si poteva ora parlare anche pubblicamente. Dopo una paziente opera di ricerca di possibili strategie di accesso pur parziale al governo, Berlinguer pareva aver individuato in Aldo Moro l'interlocutore più adatto alla costruzione di un progetto concreto.

Aldo Moro era il presidente della DC, e condivideva con il segretario del PCI Enrico Berlinguer alcune caratteristiche personali che sembravano predisporre al dialogo: erano entrambi sottili intellettuali, lungimiranti politici e abili nonché pazienti strateghi. Fu Moro a parlare per primo di possibili "convergenze parallele", sebbene non propriamente in relazione ai desiderata del politico sardo, ma fu lo stesso Moro a mobilitare l'apparato democristiano per verificare la possibilità di convertire ad utile accordo la sterile distanza che sino ad allora aveva diviso DC e PCI.

Dai clandestini iniziali contatti, sinché possibile per interposta persona, si passò in seguito ad una minima frequentazione diretta nella quale andava assumendo forma e contenuti il progetto del compromesso storico. Moro individuava nell'alleanza col PCI lo strumento che avrebbe consentito di superare il momento di gravissima crisi istituzionale e di credibilità dello stesso apparato democratico repubblicano (screditato anche dalle campagne comuniste sulla questione morale), coinvolgendo l'opposizione nel governo e dunque assicurando il minimo necessario di consenso perché il Paese potesse sopravvivere a sé stesso in simili ambasce.

Nella DC, Berlinguer vedeva invece primariamente (ma non solo semplicemente) quel possibile cavallo di Troia grazie al quale avrebbe potuto portare finalmente il suo partito alla responsabilità di governo. Entrambi, è stato sostenuto, potevano aver condiviso il timore che la crisi in cui versava il Paese potesse dar adito a soluzioni di tipo cileno, come già anni prima paventato dallo stesso Berlinguer. Il compromesso storico, in quest'ottica, poteva porre il paese al riparo da eventuali azioni dell'uno e dell'altro fronte.

Ad ogni buon conto, Berlinguer fu intanto ammesso, primo comunista italiano, a lavori para-governativi, come le riunioni dei segretari dei partiti della maggioranza, in qualità di esterno interessato.

Mentre Moro veniva definitivamente prosciolto dagli addebiti giudiziari in relazione allo scandalo Lockheed, che lo aveva infastidito sin da quando aveva cominciato a guardare ad una possibile intesa coi comunisti[senza fonte], si preparava nel marzo del 1978 una riedizione del governo Andreotti, cui il PCI avrebbe dovuto smettere di fornire appoggio esterno (nel precedente governo detto delle "non sfiducia", dal 1976, aveva garantito l'astensione, per la prima volta rinunciando al voto d'opposizione), offrendo il voto favorevole ad un monocolore DC, in attesa di una fase successiva nella quale ammetterlo definitivamente e a pieno titolo nella compagine governativa.

Nasceva, questo governo, con alcuni membri assolutamente sgraditi al PCI, come Antonio Bisaglia, Gaetano Stammati e Carlo Donat-Cattin, la cui inclusione nella compagine ministeriale era stata operata da Andreotti, nonostante le richieste di esclusione da parte del PCI; secondo una versione accreditata molti anni dopo, insieme con Alessandro Natta, capogruppo alla Camera, Berlinguer dovette sveltamente decidere se proporre alla Direzione del partito già convocata per il pomeriggio dello stesso giorno di ritirare l'appoggio al governo. Ma la stessa mattina del 16 marzo, giorno previsto per la presentazione parlamentare del governo tanto faticosamente messo insieme, Moro fu rapito (e sarebbe poi stato ucciso) dalle Brigate Rosse. Berlinguer intuì immediatamente la "calcolata determinazione" di un attacco che pareva studiato per mandare a monte tutto il lavoro occorso per raggiungere la solidarietà nazionale e propose di concedere a questo pur non accetto governo la fiducia nel più breve tempo possibile, per potergli assicurare pienezza di funzioni in un momento cruciale della democrazia italiana.

La fiducia fu dunque votata dal PCI insieme a DC, PSI, PSDI e PRI, ma non senza che Berlinguer precisasse che l'espediente di Andreotti, che suonava di repentina modifica unilaterale di accordi lungamente elaborati, costituisse "invece un Governo che, per il modo in cui è stato composto, ha suscitato e suscita, com'è noto (ma io non voglio insistere in questo particolare momento su questo punto), una nostra severa critica e seri interrogativi e riserve"[42].

Il ritorno all'opposizione[modifica | modifica sorgente]

Se Moro non fosse stato rapito, il PCI avrebbe dato battaglia ad Andreotti, ma "sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione", gli fu risparmiato. Durante il sequestro Moro, il PCI fu tra i più decisi sostenitori del cosiddetto "fronte della fermezza", del tutto contrario a qualsiasi tipo di trattativa con i terroristi, i quali avevano chiesto la liberazione di alcuni detenuti in cambio di quella dello statista democristiano.

In questa occasione si acuì la contrapposizione tra il PCI ed il PSI guidato da Bettino Craxi, che tentò di sostenere politicamente gli sforzi di coloro che tentavano di salvare la vita di Moro (la sua famiglia, alcuni esponenti della DC non direttamente impegnati nel governo, il papa Paolo VI), sia per un intento "umanitario" e di ripulsa verso una concezione eccessivamente "statalista" dell'azione politica, tipica del cosiddetto "umanesimo socialista", sia per marcare la distanza dei socialisti dai due maggiori partiti e dalla dottrina del "compromesso storico" che rischiava di confinare definitivamente il PSI in un ruolo marginale nel panorama politico italiano.

Dopo il tragico epilogo della vicenda di Moro, l'unico effetto di rilievo sulla DC parvero le dimissioni di Francesco Cossiga, che era ministro dell'interno. Il PCI restava fuori della compagine di governo, Berlinguer non partecipava più alle riunioni insieme ai segretari dell'arco costituzionale (anche se a livello parlamentare i contatti continuavano ad essere tenuti dal capogruppo Ugo Pecchioli), il governo Andreotti restava dov'era, sempre con Bisaglia e Stammati a bordo.

Fu nel giugno del 1978, un mese dopo la morte di Moro, che esplose con inaudita virulenza il caso del presidente della Repubblica Giovanni Leone, che grazie ad una campagna cui il PCI aveva già dato un contributo fondamentale (e che a questo punto omise di ritirare), fu costretto alle dimissioni. Oltre al rancore verso Andreotti, cui si doveva un governo diverso da quello concordato (e che avrebbe dovuto presentare dimissioni almeno di cortesia, in caso di elezione di un nuovo capo dello Stato), si è supposto che la campagna scandalistica sia stata ulteriormente indurita da Berlinguer per poter far salire al Quirinale qualcuno meno avvinto dalla pregiudiziale anticomunista di quanto non fossero stati i presidenti precedenti.

L'elezione di Sandro Pertini, oltre che gradita al PCI, piaceva a molti settori della politica. Da parte dei socialisti, nel cui partito militava, vi era ovviamente la soddisfazione per la nomina di una figura amica, che avrebbe potuto accrescere la capacità di influenza del partito craxiano. Da parte democristiana (dalla quale si era barattata la candidatura con la persistenza al governo), Pertini era ritenuto poco pericoloso, almeno fintantoché fossero proseguiti i buoni rapporti con il partito del Garofano. E anche i repubblicani guardavano a possibili riprese di prestigio (e di influenza politica) con un nuovo scenario che premiava con la carica uno degli storici partiti laici italiani.

L'entusiasmo di Berlinguer fu però di breve durata, poiché non solo Andreotti non si dimise, ma addirittura - dopo la caduta determinata dall'opposizione comunista all'ingresso nel primo sistema monetario europeo - successe a sé stesso, con l'Andreotti-quinquies, sul principio dell'anno successivo, per governare le inevitabili elezioni anticipate. Il PCI fu quindi escluso dalle relazioni fra i partiti della maggioranza, e si apprestò a tornare al suo ruolo di opposizione.

Il PCI si ritrovò di nuovo all'opposizione: nel decennio successivo si ritrovò completamente isolato in quanto il PSI di Bettino Craxi dopo avere a lungo oscillato, governando a livello locale sia con la DC che con il PCI, formulò stabilmente, a livello nazionale, un'alleanza di governo con la DC e con gli altri partiti laici, PSDI, PLI e PRI, denominata pentapartito, facendo pesare sempre di più, nelle richieste di posti di potere, il suo ruolo di partito di confine.

Berlinguer, per uscire dall'isolamento, provò a ricostruire delle alleanze nella base del Paese, cercando convergenze con le nuove forze sociali che chiedevano il rinnovamento della società italiana e riprendendo i rapporti con quello che era il tradizionale riferimento sociale del PCI: la classe operaia. In quest'ottica vanno lette le battaglie contro l'installazione degli Euromissili, per la pace e, soprattutto, nella vertenza degli operai della FIAT del 1980. Il PCI in quella lotta arrivò addirittura a scavalcare il ruolo della CGIL e la sconfitta finale e quella riportata anni dopo nel referendum sulla scala mobile segnarono in maniera indelebile il Partito.

In particolare il referendum del 1985, che era stato fortemente voluto da Berlinguer, per abrogare il c.d. decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984 del Governo Craxi, con il quale era stato recepito in una norma legislativa valida erga omnes l'accordo delle associazioni imprenditoriali con i soli sindacati Cisl e Uil, con l'opposione della CGIL, che tagliava 4 punti percentuali dell'indennità di contingenza, segnò il punto massimo dello scontro tra Berlinguer e Craxi.

L'opposizione comunista al primo governo a guida socialista della storia della Repubblica toccò punte di parossismo e Craxi venne indicato come un nemico della classe operaia; molti iscritti e sindacalisti socialisti della CGIL furono indotti dal clima di ostracismo determinatosi nei loro confronti ad aderire alla UIL, guidata da Giorgio Benvenuto che divenne di fatto il "sindacato socialista", pur se molti rimasero nella CGIL, grazie anche all'impegno del suo Segretario generale Luciano Lama, che non aveva condiviso fino in fondo la scelta di Berlinguer di raccogliere le firme per l'indizione del referendum.

L'11 giugno 1984 il segretario del PCI morì a Padova a causa di un ictus che l'aveva colpito il 7 giugno sul palco mentre stava pronunciando un discorso, trasmesso in diretta televisiva, in vista delle elezioni europee del successivo 17 giugno. La morte di Berlinguer destò un'enorme impressione in tutto il Paese, anche per la casuale presenza a Padova del Presidente della Repubblica Sandro Pertini che accorse al capezzale del segretario comunista e decise di riportarne la salma a Roma con l'aereo presidenziale. I funerali videro una grandissima partecipazione di popolo, non solo delle migliaia di militanti del PCI provenienti da tutt'Italia, ma di moltissimi cittadini romani, e l'omaggio alla salma di delegazioni di tutti i partiti italiani, compresa quella del MSI, e dei partiti socialisti e comunisti di tutto il mondo.

Alle elezioni europee il PCI raggiunse il suo massimo risultato (33,3% dei voti), sorpassando, sia pur di poco e per la prima e ultima volta, la Democrazia Cristiana (33,0% dei voti), per cui i commentatori parlarono di un "effetto Berlinguer".

La segreteria del PCI passò ad Alessandro Natta, ma il partito, nonostante il successo alle elezioni europee e pur mantenendo una consistente base di massa, aveva ormai iniziato un lento e graduale declino. Nell'aprile del 1986 fu tenuto, anticipatamente a causa della disfatta dell'anno precedente nelle elezioni regionali, il XVII Congresso nazionale del PCI. Come risposta alla crisi il gruppo dirigente del Partito tentò, grazie alla decisiva spinta dell'area "migliorista" di Giorgio Napolitano, un riposizionamento internazionale del PCI proponendo il totale distacco dal movimento comunista per entrare a far parte, a tutti gli effetti, del Partito Socialista Europeo. A questa linea si oppose duramente un piccolo gruppo organizzato da Cossutta che, in minoranza all'interno del Partito, aveva dato vita ad una vera e propria corrente stabile sin da quando, in occasione del golpe polacco di Jaruzelski, Berlinguer aveva proclamato esaurita la "spinta propulsiva della rivoluzione d'Ottobre".

Nel maggio 1988 Natta è colto da un leggero infarto[43]. Non è grave, ma gli vien fatto capire dagli alti dirigenti che non è più gradito come segretario. Natta si dimette e al suo posto viene messo il vice Achille Occhetto.

Nel marzo 1989 Occhetto lancia il "nuovo PCI" come uscirà dai lavori del XVIII Congresso nazionale, il primo a tesi contrapposte nella storia del partito (sebbene non fu garantita una piena ed effettiva parità di condizioni al documento della minoranza).

Il 19 luglio 1989 viene costituito un governo ombra ispirato al modello inglese dello Shadow Cabinet, per meglio esplicitare l'alternativa di governo che il PCI intendeva rappresentare.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Governo ombra del Partito Comunista Italiano.

La caduta del Muro di Berlino e lo scioglimento del PCI[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Svolta della Bolognina.

Il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, Achille Occhetto annunciò "grandi cambiamenti" a Bologna in una riunione di ex partigiani e militanti comunisti della sezione Bolognina. Fu questa la cosiddetta "Svolta della Bolognina" nella quale il leader del Partito propose, prendendo da solo la decisione, di aprire un nuovo corso politico che preludeva al superamento del PCI e alla nascita di un nuovo partito della sinistra italiana.

Nel Partito si accese una discussione e il dissenso, per la prima volta, fu notevole e coinvolse ampi settori della base. Dirigenti nazionali di primaria importanza quali Pietro Ingrao, Alessandro Natta e Aldo Tortorella, oltre che Armando Cossutta, si opposero in maniera convinta alla svolta.

Per decidere sulla proposta di Occhetto fu indetto un Congresso straordinario del Partito, il XIX, che si tenne a Bologna nel marzo del 1990. Tre furono le mozioni che si contrapposero:

  • la prima mozione, intitolata Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica era quella di Occhetto, che proponeva la costruzione di una nuova formazione politica democratica, riformatrice e aperta a componenti laiche e cattoliche, che superasse il centralismo democratico. Il 67% dei consensi ottenuti dalla mozione permise la rielezione di Occhetto alla carica di Segretario generale e la conferma della sua linea politica.
  • la seconda mozione, intitolata Per un vero rinnovamento del PCI e della sinistra fu sottoscritta da Ingrao e, tra gli altri, da Angius, Castellina, Chiarante e Tortorella. Il PCI, secondo i sostenitori di questa mozione, doveva sì rinnovarsi, nella politica e nella organizzazione, ma senza smarrire se stesso. Questa mozione uscì sconfitta ottenendo il 30% dei consensi.
  • la terza mozione, intitolata Per una democrazia socialista in Europa fu presentata dal gruppo di Cossutta. Costruita su un impianto profondamente ortodosso ottenne solo il 3% dei consensi.

Il XX Congresso, tenutosi a Rimini nel febbraio del 1991, fu l'ultimo del PCI. Le mozioni che si contrapposero a questo Congresso furono sempre tre, anche se con schieramenti leggermente diversi:

  • la mozione di Occhetto, D'Alema e molti altri dirigenti, Per il Partito Democratico della Sinistra, che ottenne il 67,46% dei voti eleggendo 848 delegati.
  • una mozione intermedia, Per un moderno partito antagonista e riformatore, capeggiata da Bassolino, che ottenne il 5,76% dei voti eleggendo 72 delegati.
  • la mozione contraria alla nascita del nuovo partito, Rifondazione comunista, nata dall'accorpamento delle mozioni di Ingrao e Cossutta, ottenne il 26,77% dei voti eleggendo 339 delegati, cioè meno rispetto alla somma dei voti delle due mozioni presentate al precedente Congresso.

Partito Democratico della Sinistra e Rifondazione Comunista[modifica | modifica sorgente]

Il 3 febbraio 1991, il PCI deliberò il proprio scioglimento, promuovendo contestualmente la costituzione del Partito Democratico della Sinistra (PDS) con 807 voti favorevoli, 75 contrari e 49 astenuti. Il cambiamento del nome intendeva sottolineare la differenziazione politica con il partito originario accentuando l'aspetto Democratico. Una novantina di delegati della mozione Rifondazione comunista non aderì alla nuova formazione e diede vita al Movimento per la Rifondazione Comunista, che poi inglobò Democrazia Proletaria e altre formazioni comuniste minori assumendo la denominazione di Partito della Rifondazione Comunista (PRC).

Correnti[modifica | modifica sorgente]

Fin dall'inizio il PCI non ha mai avuto componenti interne organizzate e riconosciute, peraltro vietate dallo statuto (c.d. "divieto di frazionismo", che proibiva l'organizzazione di minoranze interne) ma piuttosto delle tendenze più o meno individuabili (inizialmente, quelle di Amendola e di Ingrao). Le correnti si sono però via via caratterizzate, fino a divenire più individuabili negli anni ottanta.

  • Cossuttiani: Forse l'unica vera e propria corrente del PCI, presente perlopiù nell'apparato partitico, comprensiva però di alcuni ex-operaisti. L'area guidata da Cossutta non voleva rompere il legame internazionalista con l'Unione Sovietica, causa di uno "strappo" lacerante che avrebbe investito anche i connotati politico-ideali in favore di una pericolosa "mutazione genetica" del partito. Erano inoltre assertori di un legame da conservare e sviluppare con tutti gli altri paesi socialisti (come quello cubano). Nel partito, giunsero a criticare con asprezza l'azione politica intrapresa da Berlinguer durante la sua segreteria, combattendo al contempo sia contro l'allontanamento progressivo dall'URSS che i tentativi di compromesso con la DC. Nel congresso della "svolta" riuscirono a conquistare solo il 3% dei voti, con una mozione (la 3), sebbene più piccola, maggiormente organizzata e meno eterogenea della seconda. Cossuttiani erano, tra gli altri, Guido Cappelloni, Gian Mario Cazzaniga, Giulietto Chiesa, Aurelio Crippa, Oliviero Diliberto, Claudio Grassi, Marco Rizzo, Fausto Sorini, Graziella Mascia. Attualmente i cossuttiani, che vengono connotati come ex-cossuttiani per la divergente strada politica intrapresa dallo stesso Cossutta (tranne Chiesa che ha seguito un diverso percorso politico-culturale) sono presenti in larga parte nel PdCI (che Cossutta ha presieduto fino alle dimissioni avvenute nel 2006) ma anche in consistenti componenti interne del Prc ("Essere Comunisti" di Claudio Grassi e Alberto Burgio, "L'Ernesto" (dal nome dell'omonima rivista) di Fosco Giannini e Andrea Catone).

Struttura[modifica | modifica sorgente]

Segretari generali[modifica | modifica sorgente]

I primi due statuti del Pcd'I (1921 e 1922) non prevedevano la figura del «Segretario generale». Fino al gennaio 1926 il partito era retto da un Comitato Esecutivo ristretto che lavorava collegialmente e all'interno del quale era al massimo rintracciabile un «redattore capo» (art. 47 dello Statuto del 1921) o «segretario» (art. 51). Al III Congresso il CE mutò nome in Ufficio Politico e all'interno di questo fu individuata la figura del segretario generale[45].

Dopo l'arresto di Gramsci nel novembre 1926, la carica di segretario restò comunque formalmente ricoperta dal comunista sardo, ma di fatto l'organizzazione clandestina iniziò ad avere un capo a Mosca (il centro estero) e uno in Italia (centro interno).

Furono pertanto a capo del Partito:

Furono segretari generali:

Presidenti[modifica | modifica sorgente]

Organigrammi del vertice nazionale[modifica | modifica sorgente]

  • V congresso Comintern
    Comitato Centrale: Gramsci, Aladino Bibolotti, Gennari, Gnudi, Fabrizio Maffi, Mario Malatesta, Gustavo Mersù, Scoccimarro, Tasca, Terracini, Togliatti, Giuseppe Tonetti.
    Supplenti per cooptazione: Flecchia, Alfonso Leonetti, Camilla Ravera, Giovanni Roveda, Giacinto Menotti Serrati.
    Comitato Esecutivo: Gramsci, Maffi, Mersù, Scoccimarro, Togliatti.
    Supplenti:Bibolotti, Gennari, Malatesta, Tasca, Terracini, Tonetti.
    Ufficio di Segreteria: Gramsci, Giuseppe Di Vittorio, Grieco, Mersù, Ravera, Scoccimarro, Giovanni Srebnic, Togliatti.
  • VI congresso Comintern
    Comitato Centrale: Gennari, Gnudi, Grieco, Leonetti, Luigi Longo, Ravazzoli, Ravera, Silone, Tasca, Togliatti, Tresso; Candidati cooptati nell'ottobre 1928: Di Vittorio, Giuseppe Dozza, Giovanni Germanetto, Teresa Recchia, Pietro Secchia.
    Ufficio Politico: Grieco, Leonetti, Ravazzoli, Ravera, Silone, Tasca, Togliatti, Tresso, Secchia (Fgcd'I); Candidato: Luigi Longo (Fgcd'I a Mosca).
    Ufficio di Segreteria: Grieco, Ravera, Secchia, Togliatti.
  • «La svolta» del 1929
    Comitato Centrale: Di Vittorio, Dozza, Gennari, Germanetto, Gnudi, Grieco, Longo, Ravera, Togliatti; Candidati: Frausin, Antonio Vincenzo Gigante, Battista Santhià.
    Ufficio Politico: Grieco, Longo, Ravera, Secchia, Togliatti.
    Nel 1929 espulsione di Tasca; nel 1930 espulsione di Bordiga, Leonetti, Ravazzoli, Tresso; nel 1931 espulsione di Silone.
  • agosto 1938 (scioglimento del CC)
    Centro di riorganizzazione: Berti, Di Vittorio, Grieco, Antonio Roasio.
    Centro ideologico: Berti, Di Vittorio, Grieco, Umberto Massola, Negarville, Novella, Roasio.
  • V congresso
    Direzione: Togliatti Palmiro (Segr. Gen.), Longo Luigi (Vice Segr. Gen.), Amendola Giorgio, Colombi Arturo, Di Vittorio Giuseppe, Li Causi Girolamo, Massola Umberto, Negarville Celeste, Novella Agostino, Pajetta Giancarlo, Roasio Antonio, Roveda Giovanni, Scoccimarro Mauro, Secchia Pietro, Sereni Emilio, Spano Velio.
    Segreteria: Togliatti, Longo, Novella, Scoccimarro, Secchia, D'Onofrio[46], Terracini[47].
  • VI congresso[48]
    Direzione: Togliatti (Segr. Gen.), Longo (Vice Segr. Gen.), Amendola, Colombi, Di Vittorio, D'Onofrio Edoardo, Li Causi, Negarville, Noce Teresa, Novella, Pajetta Giancarlo, Roasio, Rossi Giuseppe, Roveda, Scoccimarro, Secchia (Vice Segr. Gen.), Sereni, Spano.
    Segreteria: Togliatti, Longo, Novella, Scoccimarro, Secchia.
    (17 febbraio 1948: Secchia designato vice segretario generale; agosto '48: muore Rossi; 3 novembre 1949: Novella esce dalla segreteria e gli subentra Edoardo D'Onofrio)
  • VII congresso[49]
    Direzione: Togliatti (Segr. Gen.), Longo (Vice Segr. Gen.), Secchia (Vice Segr. Gen.), Amendola, Colombi, Di Vittorio, D'Onofrio, Grieco, Li Causi, Negarville, Noce, Novella, Pajetta Giancarlo, Roasio, Roveda, Scoccimarro, Sereni, Spano.
    Segreteria: Togliatti, Longo, Secchia, D'Onofrio, Scoccimarro.
  • IV Conferenza di organizzazione
    Direzione: Togliatti (Segr. Gen.), Longo (Vice Segr. Gen.), Amendola, Colombi, Di Vittorio, D'Onofrio, Dozza Giuseppe, Grieco, Li Causi, Negarville, Novella, Pajetta Giancarlo, Roasio, Roveda, Scoccimarro, Secchia, Sereni, Spano, Terracini.
    Segreteria: Togliatti, Longo, Amendola, Colombi, D'Onofrio, Pajetta Giancarlo, Scoccimarro.
    (luglio '55: muore Grieco)
  • VIII congresso[50]
    Direzione: Togliatti, Longo, Alicata, Giorgio Amendola, Colombi, Di Vittorio, Dozza, Ingrao, Li Causi, Novella, G.C. Pajetta, Pellegrini, Roasio, Romagnoli, Scoccimarro (presidente Ccc), Sereni, Spano, Terracini, Trivelli (Fgci).
    (novembre '57: morte di Di Vittorio; luglio '58: cooptati Bufalini e Scheda).
    Segreteria: Togliatti, Longo, Amendola, Bonazzi, Bufalini, Ingrao, G.C. Pajetta.
    (luglio '58: esce Bufalini, entra E. Berlinguer).
  • IX congresso[51]
    Direzione: Togliatti, Longo, Alicata, Alinovi, Amendola, Berlinguer, Bufalini, Colombi, Cossutta, Ingrao, Macaluso, Novella, G.C. Pajetta, Roasio, Romagnoli, Scheda, Scoccimarro (presidente Ccc), Sereni, Terracini, Trivelli (Fgci).
    (ottobre '60: Serri sostituisce Trivelli (Fgci); ottobre '62: Occhetto sostituisce Serri (Fgci)).
    Segreteria: Togliatti, Longo, Amendola, Barontini, Ingrao, G.C. Pajetta.
    (marzo '60: entra Luciano Barca)
    Ufficio di segreteria: Longo, Barca, Barontini.
  • X congresso[52]
    Direzione: Togliatti, Longo, Alicata, Amendola, Berlinguer, Bufalini, Colombi, Cossutta, Ingrao, Nilde Jotti, Macaluso, Napolitano, Novella, G.C. Pajetta, Pecchioli, Romagnoli, Scheda, Scoccimarro (presidente Ccc), Sereni, Terracini, Occhetto (Fgci).
    (dicembre '63: cooptati galluzzi, Lama, Miana, Natta, Reichlin; agosto '64: muore Togliatti, Longo segretario).
    Segreteria: Togliatti, Longo, Amendola, Berlinguer, Ingrao, Natta, G.C. Pajetta.
    (dicembre '63: entrano Alicata e Macaluso; agosto '64: muore Togliatti, Longo segretario).
    Ufficio di segreteria: Berlinguer (responsabile), Natta, Calamandrei, Di Giulio, Flamigni.
    (febbraio '65: entra Luigi Pintor).
  • XI congresso
    Direzione:Longo, Alicata, Amendola, Berlinguer, Bufalini, Chiaromonte, Colombi, Cossutta, Di Giulio, Fanti, Lina Fibbi, Galluzzi, Ingrao, Jotti, Lama, La Torre, Macaluso, Miana, Napolitano, Natta, Novella, G.C. Pajetta, Pecchioli, Reichlin, Romagnoli, Scheda, Scoccimarro (presidente Ccc), Sereni, Terracini, Tortorella, Occhetto (Fgci).
    (febbraio '66: muore Romagnoli; luglio '66: entra Petruccioli (Fgci), esce Occhetto; ottobre '66: cooptati Alinovi e Occhetto).
    Ufficio politico: Longo, Alicata, Amendola, Berlinguer, Ingrao, Napolitano, Novella, G.C. Pajetta, Pecchioli.
    (dicembre '66: muore Alicata; luglio '67: entra Macaluso).
    Segreteria: Longo, Bufalini, Cossutta, Macaluso, Napolitano, Natta.
    (febbraio '66: entra Di Giulio; luglio '67: esce Macaluso, entra Occhetto).
  • XII congresso[53]
    Direzione: Longo, Berlinguer, Alinovi, Amendola, Bufalini, Cavina, Chiaromonte, Colombi (presidente Ccc), Cossutta, Di Giulio, Fanti, Galluzzi, Ingrao, Jotti, Lama, Macaluso, Minucci, Napolitano, Natta, Novella, Occhetto, G.C. Pajetta, Pecchioli, Reichlin, Romeo, Scheda, Scoccimarro, Sereni, Adriana Seroni, Terracini, Tortorella, Petruccioli (Fgci).
    (marzo '69: entra G.F. Borghini, Fgci, esce Petruccioli; aprile '70: dimissioni per incompatibilità di Lama e Scheda; gennaio '72: muore Scoccimarro).
    Ufficio politico: Longo, Berlinguer, Amendola, Ingrao, Macaluso, Napolitano, Novella, G.C. Pajetta, Tortorella.
    (luglio '69: dimissioni Novella dal sindacato; aprile '70: cooptato Novella; ottobre '70 cooptato Natta).
    Segreteria: Longo, Berlinguer, Bufalini, Cossutta, Di Giulio, Natta, Pecchioli.
    (ottobre '70: esce Natta, entra Galluzzi).
  • XIII congresso[54][55]
    Direzione (38 membri): Berlinguer, Longo, Alinovi, Amendola, Luciano Barca, Bufalini, Cavina, Chiaromonte, Colombi (presidente Ccc), Cossutta, Di Giulio, Fanti, Vincenzo Galetti, Galluzzi, Ingrao, Jotti, Macaluso, Minucci, Napolitano, Natta, Novella, Occhetto, G.C. Pajetta, Pecchioli, Edoardo Perna, Luigi Petroselli, Elio Quercioli, Reichlin, Romeo, Sereni, Seroni, Rino Serri, Terracini, Tortorella, Borghini (Fgci). (giugno '72: Renzo Imbeni, Fgci, sostituisce Borghini; luglio '72 cooptati per confluenza del Psiup: Domenico Ceravolo, Dario Valori, Tullio Vecchietti; settembre'74: muore Novella)
    Ufficio politico: Berlinguer, Longo, Amendola, Bufalini, Chiaromonte, Cossutta, Di Giulio, Galluzzi, Ingrao, Macaluso, Napolitano, Natta, Novella, Pajetta, Pecchioli, Reichlin, Tortorella. (luglio '72 cooptati: Valori, Vecchietti).
    Segreteria: Berlinguer, Bufalini, Cossutta, Di Giulio, Galluzzi, Pajetta, Pecchioli.
  • XVI congresso[60][61]
    Direzione (34 membri): Berlinguer Enrico (Segr. Gen.), Angius Gavino, Barca Luciano, Bassolino Antonio, Borghini Gianfranco, Bufalini Paolo, Cervetti Giovanni, Chiarante Giuseppe, Chiaromonte Gerardo, Colajanni Luigi (cooptato il 10 maggio 1982), Cossutta Armando, D'Alema Massimo, Fassino Piero, Guerzoni Luciano, Ingrao Pietro, Jotti Leonilde, Macaluso Emanuele, Minucci Adalberto, Napolitano Giorgio, Natta Alessandro (Pres. della CCC), Occhetto Achille, Pajetta Giancarlo, Pecchioli Ugo, Perna Edoardo, Quercini Giulio, Reichlin Alfredo, Seroni Adriana, Terracini Umberto, Tortorella Aldo, Trupia Lalla, Vecchietti Tullio, Ventura Michele, Zangheri Renato, Fumagalli Marco (invitato come Segr. Gen. FGCI).
    Segreteria: Berlinguer (Segr. Gen.), Chiaromonte, Minucci, Pajetta, Pecchioli, Reichlin, Seroni, Tortorella, Zangheri.
  • XVII congresso[62][63]
    Direzione (39 membri): Alessandro Natta, Antonio Bassolino, Giovanni Berlinguer, Gianfranco Borghini, Bufalini, Gianni Cervetti, Chiaromonte, Luigi Colajanni, Piero Fassino, Pietro Ingrao, Luciano Lama, Emanuele Macaluso, Adalberto Minucci, Fabio Mussi, Gianni Pellicani, Claudio Petruccioli, Giulio Quericin, Umberto Ranieri, Alfredo Reichlin, Roberto Speciale, Aldo Tortorella, Lalla Trupia, Livia Turco, Michele Ventura, ....
    Segreteria: Alessandro Natta, Gavino Angius, Giuseppe Chiarante, Massimo D'Alema, Giorgio Napolitano, Achille Occhetto, Alfredo Reichlin, Aldo Tortorella, Livia Turco
    (luglio '87: Occhetto vicesegretario; giugno '88: Occhetto sostituisce Natta)
  • XVIII congresso[64][65]
    Direzione (50 membri): Achille Occhetto, Silvano Andriani, Gavino Angius, Tiziana Arista, Antonio Bassolino, Luigi Berlinguer, Goffredo Bettini, Gianfranco Borghini, Claudio Burlando, Luciana Castellina, Gian Mario Cazzaniga, Cristina Cecchini, Giuseppe Chiarante, Gerardo Chiaromonte, Vannino Chiti, Luigi Colajanni, Massimo D'Alema, Silvana Dameri, Biagio De Giovanni, Piero Fassino, Pietro Folena, Francesco Ghirelli, Luciano Guerzoni, Renzo Imbeni, Nilde Jotti, Emanuele Macaluso, Lucio Magri, Fabio Mussi, Giorgio Napolitano, Ugo Pecchioli, Gianni Pellicani, Claudio Petruccioli, Barbara Pollastrini, Giulio Quercini, Umberto Ranieri, Alfredo Reichlin, Alfonsina Rinaldi, Antonio Rubbi, Ersilia Salvato, Mario Santostasi, Pino Soriero, Giglia Tedesco, Aldo Tortorella, Lalla Trupia, Lanfraco Turci, Livia Turco, Walter Veltroni, Davide Visani, Roberto Vitali, Renato Zangheri.
    Segreteria: Achille Occhetto, Antonio Bassolino, Massimo D'Alema, Piero Fassino, Fabio Mussi, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Walter Veltroni.
  • XIX congresso[66][67][68]
    Direzione (43 membri: 3 di diritto, 27 mozione 1, 12 mozione 2, 1 mozione 3): Achille Occhetto, Aldo Tortorella, Giglia Tedesco (presidente garanti), Massimo D'Alema, Antonio Bassolino, G.C. Pajetta, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Alfonsina Rinaldi, ..., Gavino Angius, Gianni Aresta, Alberto Asor Rosa, Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Luciana Castellina, Giuseppe Chiarante, Marco Fumagalli, Sergio Garavini, Lucio Magri, Adalberto Minucci, Ersilia Salvato, Armando Cossutta.
    Segreteria: Achille Occhetto, Massimo D'Alema, Antonio Bassolino, Claudio Petruccioli, Umberto Ranieri, Giulia Rodano, Cesare Salvi, Livia Turco.

Capigruppo alla Camera[modifica | modifica sorgente]

Capigruppo al Senato[modifica | modifica sorgente]

Congressi[modifica | modifica sorgente]

  • I Congresso - Livorno, 21 gennaio 1921 - Chiusura del diciassettesimo congresso del PSI
  • II Congresso - Roma, 20-24 marzo 1922
  • III Congresso - Lione, 20-26 gennaio 1926, in esilio
  • IV Congresso - Colonia, 14-21 aprile 1931, in esilio
  • V Congresso - Roma, 29 dicembre 1945 - 6 gennaio 1946
  • VI Congresso - Milano, 4-10 gennaio 1948
  • VII Congresso - Roma, 3-8 aprile 1951
  • VIII Congresso - Roma, 8-14 dicembre 1956
  • IX Congresso - Roma, 30 gennaio - 4 febbraio 1960
  • X Congresso - Roma, 2-8 dicembre 1962
  • XI Congresso - Roma, 25-31 gennaio 1966
  • XII Congresso - Bologna, 8-15 febbraio 1969
  • XIII Congresso - Milano, 13-17 marzo 1972
  • XIV Congresso - Roma, 18-23 marzo 1975 - Intesa e lotta di tutte le forze democratiche e popolari per la salvezza e la rinascita dell'Italia
  • XV Congresso - Roma, 30 marzo - 3 aprile 1979 - Avanzare verso il socialismo in Italia e in Europa. Nella pace e nella democrazia. Unità delle forze operaie, popolari e democratiche
  • XVI Congresso - Milano, 2-6 marzo 1983 - Un'alternativa democratica per rinnovare l'Italia
  • XVII Congresso - Firenze, 9-13 aprile 1986 - Un moderno partito riformatore. Un programma, una alternativa per l'Italia e per l'Europa
  • XVIII Congresso - Roma, 18-22 marzo 1989 - Il nuovo Pci in Italia e in Europa. È il tempo dell'alternativa
  • XIX Congresso - Bologna, 7-11 marzo 1990 - Una nuova fase per la sinistra
  • XX Congresso - Rimini, 31 gennaio - 3 febbraio 1991

Conferenze Nazionali[modifica | modifica sorgente]

  • I Conferenza Nazionale - Como, maggio 1924
  • II Conferenza Nazionale - Basilea, 22-26 gennaio 1928
    • Conferenza straordinaria - Parigi, 11-13 agosto 1939
  • III Conferenza Nazionale - Firenze, 6-10 gennaio 1947
  • IV Conferenza Nazionale - Roma, 9-14 gennaio 1955
  • V Conferenza Nazionale - Napoli, 12-15 marzo 1964

Consigli Nazionali[modifica | modifica sorgente]

  • I Consiglio Nazionale - Napoli, 30 marzo - 1º aprile 1944
  • II Consiglio Nazionale - Roma, 7-10 aprile 1945
  • III Consiglio Nazionale - Roma, 15-17 aprile 1953 - Per un governo di pace e di riforme sociali per un'Italia democratica e indipendente
  • IV Consiglio Nazionale - Roma, 3-5 aprile 1956
  • V Consiglio Nazionale - Roma, 9-10 aprile 1958
  • VI Consiglio Nazionale - Roma, 24 settembre 1960

Iscritti[modifica | modifica sorgente]

Andamento storico degli iscritti a DC, PCI e PSI

Nelle istituzioni[modifica | modifica sorgente]

Governi[modifica | modifica sorgente]

Regno d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Repubblica Italiana[modifica | modifica sorgente]

Presidente della Camera[modifica | modifica sorgente]

Collocazione parlamentare[modifica | modifica sorgente]

Repubblica Italiana[modifica | modifica sorgente]

Risultati elettorali[modifica | modifica sorgente]

Il Partito Comunista Italiano fu un caso straordinario nella politica europea. Dagli anni cinquanta fino alla fine ha ottenuto una percentuale di voti tale da configurarlo come il più grande partito comunista d'Europa ed eternamente seconda forza politica italiana, ruolo che in Europa spetta di solito ai partiti socialisti.

Il suo massimo storico si ebbe nel 1976 (34,4%). Nel 1984, sull'onda emotiva per la morte di Enrico Berlinguer, il PCI operò il primo, e unico, storico sorpasso sulla Democrazia Cristiana alle Elezioni europee, diventando il primo partito italiano con il 33,33% contro il 32,97% della DC. In diverse occasioni, in particolare nel periodo della collaborazione a sinistra tra PCI e PSI (1975-1985), varie importanti città, specie quelle a vocazione industriale, furono amministrate da sindaci del PCI (Roma, Firenze, Genova, Torino, Napoli), oltre a Bologna che ebbe ininterrottamente sindaci comunisti dal 1946 al 1991.

Elezioni Lista Voti % Seggi
Politiche 1921 Camera Partito Comunista d'Italia 304.719 4,6 15
Politiche 1924 Camera Partito Comunista d'Italia 268.191 3,74 19
Politiche 1946 Assemblea Costituente Partito Comunista Italiano 4.356.686 18,93 104
Politiche 1948 Camera Fronte Democratico Popolare 8.136.637 30,98 183
Senato Fronte Democratico Popolare 7.015.092 31,08 72
Politiche 1953 Camera Partito Comunista Italiano 6.121.922 22,60 143
Senato Partito Comunista Italiano 4.912.093 20,21 51
Politiche 1958 Camera Partito Comunista Italiano 6.704.706 22,68 140
Senato Partito Comunista Italiano 5.701.019 21,80 59
Politiche 1963 Camera Partito Comunista Italiano 7.767.601 25,26 166
Senato Partito Comunista Italiano 6.461.616 23,52 78
Politiche 1968 Camera Partito Comunista Italiano 8.551.347 26,90 177
Senato PCI - PSIUP 8.577.473 30,00 101
Politiche 1972 Camera Partito Comunista Italiano 9.072.454 27,15 179
Senato PCI - PSIUP[69] 8.475.141 28,14 94[70]
Politiche 1976 Camera Partito Comunista Italiano 12.616.650 34,37 228
Senato Partito Comunista Italiano 10.637.772 33,83 116
Politiche 1979 Camera Partito Comunista Italiano 11.139.231 30,38 201
Senato Partito Comunista Italiano 9.859.044 31,45 109
Europee 1979 Partito Comunista Italiano 10.361.344 29,57 24
Politiche 1983 Camera Partito Comunista Italiano 11.032.318 29,89 198
Senato Partito Comunista Italiano 9.577.071 30,81 107
Europee 1984 Partito Comunista Italiano 11.714.428 33,33 27
Politiche 1987 Camera Partito Comunista Italiano 10.254.591 26,57 177
Senato Partito Comunista Italiano 9.181.579 28,33 101
Europee 1989 Partito Comunista Italiano 9.598.369 27,58 22

Giornali e riviste[modifica | modifica sorgente]

Galleria fotografica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Correnti interne al PCI | basileus88
  2. ^ Napolitano: il mio cammino verso il Quirinale "Mito dell'Urss fu anche una prigione per il Pci".
  3. ^ P. Togliatti, "I compiti del Partito nella situazione attuale", discorso pronunciato a Firenze il 3 ottobre 1944, Roma, Casa editrice l’Unità, 1945; A. Natta, "Togliatti e il partito nuovo", Roma, 1974; D. Sassoon, "Togliatti e la via italiana al socialismo. Il Pci dal 1944 al 1964", Torino, Einaudi, 1980, cap. II, "Il partito di massa"
  4. ^ Secondo i dati riportati in G. Amendola, "Fascismo e movimento operaio", Roma, Editori Riuniti, 1975, p. 182, "su 283.485 partigiani riconosciuti, 169.820 erano appartenenti alle brigate Garibaldi"
  5. ^ A. Lepre, C. Petraccone, Storia d'Italia dall'Unità a oggi, Il Mulino, 2012, pag. 267.
  6. ^ L. Longo, "I centri dirigenti del PCI nella Resistenza", Roma, Editori Riuniti, 1974.
  7. ^ «Se con strappo si intende un'interruzione, una lacerazione nei rapporti tra Pci e Pcus, per quello che ci riguarda e per quello che riguarda l'Unione Sovietica, non c'è mai stato» (da un'intervista ad Alessandro Natta, segretario del PCI, su La Repubblica).
  8. ^ «Praga è sola» fu il titolo emblematico di quella rivista in occasione dei fatti di Praga.
  9. ^ Comunismo e ironia. il manifesto fa quaranta, articolo di Fabio Martini su La Stampa, 28 aprile 2011.
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  67. ^ l'unità, 29/3/1990
  68. ^ l'Unità, 30/3/1990
  69. ^ In Sardegna fu presentata una lista autonomista, comunque monopolizzata da PCI e PSIUP.
  70. ^ I senatori si iscrissero in 74 al gruppo del PCI, in 11 a quello del PSIUP e in 9 a quello della Sinistra Indipendente. Il gruppo socialista unitario si sciolse poi dopo pochi mesi in quello comunista.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Libri[modifica | modifica sorgente]

  • Aldo Agosti, Storia del Partito comunista italiano 1921-1991, Roma-Bari, Laterza, 1999. ISBN 88-420-5965-X
  • Eva Paola Amendola, Storia fotografica del partito comunista italiano. 2 vol. Roma, Editori riuniti, 1986
  • Giorgio Amendola, Storia del Partito Comunista Italiano 1921-1943, Roma, Editori Riuniti, 1978
  • Luciano Barca, Cronache dall'interno del vertice del PCI. 3 vol. Soveria Mannelli, Rubbettino editore, 2005. ISBN 88-498-1257-4
  • Paolo Buchignani, Fascisti Rossi. Da Salò al PCI, la storia sconosciuta di una migrazione politica. 1943 -1945. Milano, Mondadori "Le scie", 1998, pp. 316.
  • Alberto Cecchi (a cura di), Storia del P.C.I. attraverso i congressi - dal dopoguerra a oggi, Roma, Newton Compton editori, 1977
  • Marcello Flores, Nicola Gallerano, Sul PCI. Un'interpretazione storica, Il Mulino, 1992.
  • Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, con Giovanni Pellegrino, SEGRETO DI STATO - La verità da Gladio al caso Moro, Einaudi, collana Gli Struzzi, 2000, p. 250, ISBN 978-88-06-15625-1.
  • Giorgio Galli, Storia del PCI: Livorno 1921, Rimini 1991, Milano, Kaos edizioni, 1993. ISBN 88-7953-030-5
  • Alexander Höbel, Il Pci di Luigi Longo (1964-1969), Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2010. ISBN 978-88-495-2037-8
  • Alexander Höbel (a cura di), Il Pci e il 1956. Testi e documenti, Napoli, La Città del Sole, 2006
  • Piero Ignazi, Dal PCI al PDS, Bologna, il Mulino, 1992. ISBN 88-15-03413-7
  • Lucio Magri, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, Milano, Il Saggiatore, 2009
  • Giuseppe Carlo Marino, Autoritratto del Pci staliniano 1946-1953, Roma, Editori Riuniti, 1991. ISBN 88-359-3434-6
  • Renzo Martinelli, Storia del Partito Comunista Italiano. 6: Il "partito nuovo" dalla Liberazione al 18 aprile, Torino, Einaudi, 1995. ISBN 88-06-13877-4
  • Renzo Martinelli, Giovanni Gozzini, Storia del Partito Comunista Italiano. 7: Dall'attentato a Togliatti all'VIII congresso, Torino, Einaudi, 1998. ISBN 88-06-14905-9
  • Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, 5 voll., Torino, Einaudi, 1967-1975
  • Umberto Terracini, Come nacque la Costituzione, Roma, Editori Riuniti, 1997. ISBN 88-359-4258-6
  • Albertina Vittoria, Storia del PCI 1921-1991, Roma, Carocci, 2006. ISBN 88-430-3894-X

Saggi e articoli[modifica | modifica sorgente]

  • Luciano Pellicani, Mondolfo e Gramsci di fronte alla Rivoluzione bolscevica, in "Mondoperaio", n. 2, 2001, pp. 105–110

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Partito alla Presidenza della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana Successore
Partito Socialista Democratico Italiano 1947 - 1948 (Assemblea Costituente) Democrazia Cristiana I
Partito Socialista Italiano 1976 - 1991 Partito Democratico della Sinistra II
Predecessore Partito alla Presidenza del Senato della Repubblica Italiana Successore
Partito Socialista Democratico Italiano 1947 - 1948 (Assemblea Costituente) Partito Socialista Democratico Italiano