Imre Nagy

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Imre Nagy

Imre Nagy (Kaposvár7 giugno 1896 – ?16 giugno 1958) è stato un politico ungherese, primo ministro in due occasioni.

Punto di riferimento di un movimento che - all'interno stesso del Partito comunista ungherese - mirava all'apertura del paese all'Occidente (con la proposta uscita dal patto di Varsavia) e ad alcuni principi tipici della liberaldemocrazia, culminato nella rivolta del 1956, fu giustiziato - a seguito del fallimento della rivolta dovuto all'intervento delle Forze armate sovietiche - il 16 giugno 1958.

[modifica] Note biografiche

Nagy (IPA: /naɟʝ/) nacque da famiglia contadina e fu anche un apprezzato fabbro, prima di essere arruolato nell'esercito austroungarico durante la prima guerra mondiale sul fronte est. Fatto prigioniero nel 1915 dall'esercito russo, scoprì il comunismo nel 1918 e venne quindi arruolato nell'Armata Rossa. Servì in Siberia, dove, sotto il comando del commissario Jakov Jurovskij, fece parte del commando che trucidò l'ex-zar Nicola II, la sua famiglia e altri prigionieri del seguito. Nel 1921 tornò in Ungheria, dove prestò servizio nel breve governo di Béla Kun. Nel 1927 ritornò in Ungheria per aiutare il locale partito comunista clandestino, ma dovette presto scappare a Mosca, dove studiò agricoltura nell'Istituto della capitale e lavorò nella sezione ungherese del Comintern.

Durante la permanenza di Nagy in Unione Sovietica, molti comunisti non originari della Russia vennero arrestati, imprigionati e condannati a morte dal governo sovietico. In particolare, Béla Kun che guidava la repubblica sovietica ungherese, scomparso nella metà degli anni '30. Questa tragedia provocò il panico tra gli emigrati ungheresi, come testimoniato da Julius Háy in Born 1900. In questo periodo Nagy divenne un agente dell'apparato di sicurezza dell'Unione Sovietica. Era una pratica comune ed il fatto che sopravvisse alle purghe staliniane degli anni '30 e '40 rafforza questa tesi. Sembra che Nagy abbia smesso di lavorare per lo spionaggio verso la fine degli anni '40, dato che in questo periodo gli vennero affidate posizioni ministeriali nel suo Paese natale, inclusa quella di Ministro dell'Agricoltura e di Ministro degli Interni. Nel 1949 criticò numerose posizioni della politica agricola dell'Unione Sovietica e come conseguenza venne espulso del Politburo. Venne riammesso nel 1951, solo dopo aver fatto "autocritica", e fu costretto a realizzare le idee che aveva tanto osteggiato. Divenne vice primo ministro sotto Mátyás Rákosi, ma fu promosso primo ministro dopo la morte di Stalin, quando Georgij Malenkov, successore di Stalin alla guida del governo dell'URSS, lo preferì agli altri membri del partito.

Nagy cercò di creare un "nuovo corso" nel sistema comunista, moderando il ritmo dell'industrializzazione, permettendo ai contadini di abbandonare la collettivizazione delle fattorie e limitando il regime del terrore. Ma quando, nel 1955, Khruščёv, il vero detentore del potere, spodestò Malenkov, Nagy fu costretto a dimettersi dal suo incarico e fu espulso dal partito comunista.

La rielezione di Rákosi, uno stalinista, ed il "discorso segreto" di Khruščёv al ventesimo Congresso del Partito Comunista Sovietico, contribuì all'inquietudine dell'Ungheria. Per ammansire la diffusa scontentezza popolare, un altro comunista ungherese, Ernő Gerő, fu nominato primo segretario. Ma gli eventi in Polonia, così come quelli in Ungheria, inclusa la riabilitazione delle vittime ungheresi delle purghe staliniste condussero ad agitazioni molto estese. Il 23 ottobre, dimostrazioni studentesche nel centro di Budapest e gli spari, non autorizzati, sulla folla, portarono al caos. Il Comitato Centrale, riunitosi in emergenza la notte del 23 ottobre, nominò Nagy primo ministro, una posizione che detenne poco meno di 10 giorni.

Durante il suo breve mandato come il primo ministro durante la rivoluzione ungherese, Nagy tentò di tenere gli eventi sotto controllo, cercando di mediare le condizioni imposte dai sovietici con i desideri del suo popolo. Propose l'amnistia per i dimostranti, abolì il sistema monopartitico e iniziò a negoziare il ritiro delle truppe sovietiche dall'Ungheria.
Il primo novembre Nagy sfidò ulteriormente il Cremlino dichiarando la neutralità del proprio Paese e domandando alle Nazioni Unite di prenderne atto, richiesta che non venne mai considerata.

Nagy era consapevole di aver giocato il tutto per tutto: già dal giorno precedente, in numerose parti del Paese era stata segnalata la presenza di truppe sovietiche e la capitale era accerchiata. Nonostante questo, il generale Pál Maléter, Comandante in capo dell'esercito magiaro, continuava a negoziare il ritiro dell'Armata Rossa, finché nella notte tra il 3 ed il 4 novembre 1956 venne arrestato da un commando del generale Serov durante le trattative nella caserma Kilián con la delegazione sovietica guidate dal generale Malinin.
All'alba del 4 novembre la radio trasmise un comunicato di un ministro filosovietico, János Kádár, il quale dichiarava che, non essendo possibile combattere i "sussulti controrivoluzionari" del governo in carica, proponeva di crearne uno nuovo, sotto la propria presidenza, con l'aiuto di Mosca. Kádár aveva dichiarato a Jurij Andropov, appena due giorni prima: «Se i vostri carri armati entrano a Budapest, scenderò in strada e a mani nude mi batterò contro di voi» (T. Meray, Imre Nagy).

I sovietici invasero Budapest il 4 novembre 1956 e Nagy si rifugiò nell'ambasciata jugoslava, dove gli era stata offerta protezione. Khruščёv sapeva di correre pochi rischi assaltando Budapest, era certo dell'appoggio del mondo comunista, in particolare di Mao e Tito, e sapeva che il mondo occidentale era alle prese con la crisi di Suez e con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.
Il 22 novembre 1956, dopo diciotto giorni di permanenza nell'ambasciata jugoslava di Budapest, Nagy e numerosi suoi collaboratori, assieme alle famiglie, ne furono fatti uscire dal regime filosovietico di Kádár con la promessa scritta, consegnata al viceministro jugoslavo Vidić, che sarebbero potuti tornare alle loro case. Appena fuori, però, furono tutti costretti a salire su un autobus e trasportati nel quartier generale del KGB, alla periferia della città. Da lì il giorno dopo furono caricati su due aerei e fatti proseguire per Snagov, una località vicino a Bucarest, in Romania, dove vennero accolti in un complesso riservato ai dirigenti di partito; furono sistemati e trattati con cura, ma fin dal primo istante fu chiaro che erano prigionieri.

Tomba di Imre Nagy
Tomba di Imre Nagy

Le autorità comuniste romene, sempre in contatto con i sovietici e gli ungheresi, ebbero cura di separarli in gruppi e di isolare Nagy dagli altri, per poi esercitare pressioni continue, tese a convincerli a firmare dimissioni retrodatate a prima dell'invasione sovietica, e dichiarazioni di condanna della "controrivoluzione" di ottobre-novembre. Dopo qualche settimana, divenne sempre più chiaro a tutti i reclusi che le strade erano due: o si faceva quello che veniva richiesto, e prima o poi si sarebbe tornati a casa, oppure si teneva duro e si andava incontro a guai seri.

Nel corso del vertice dei «Paesi socialisti» tenutosi a Budapest dall'1 al 4 gennaio 1957, infatti, si parlò per la prima volta ufficialmente di "tradimento" di Imre Nagy. Nel corso dell'anno tre reclusi - tra cui il filosofo György Lukács - decisero di cedere al ricatto dei loro carcerieri: scrissero lettere in cui approvavano l'intervento sovietico e l'operato del governo Kádár, rinunciando a fare politica, e poterono, chi prima chi poi, tornare a casa indisturbati. Nagy e gli altri invece decisero di tenere duro, guadagnando così l'equivalenza morale con gli eroici combattenti morti sulle barricate.

Il 17 giugno del 1958 un comunicato del ministro ungherese della giustizia informava che Nagy, Maléter e due collaboratori erano stati condannati a morte e immediatamente giustiziati, per "aver complottato contro la Repubblica Popolare". I capi di tutti i partiti comunisti del mondo erano stati invitati a pronunciarsi sul verdetto e soltanto Gomułka aveva avuto il coraggio di astenersi, mentre Maurice Thorez e Palmiro Togliatti - cui Nagy aveva scritto una lettera, peraltro mai recapitata - avevano votato sì.


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