Prima guerra mondiale

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Prima guerra mondiale
Da in alto a sinistra: fanti britannici a Ypres, ossario di Douaumont, moti rivoluzionari in Russia, fanti britannici in trincea sul fronte occidentale, serventi tedeschi di una mitragliatrice Vickers con maschera antigas, aerei Albatros DIII tedeschi.
Da in alto a sinistra: fanti britannici a Ypres, ossario di Douaumont, moti rivoluzionari in Russia, fanti britannici in trincea sul fronte occidentale, serventi tedeschi di una mitragliatrice Vickers con maschera antigas, aerei Albatros DIII tedeschi.
Data 28 luglio 1914 - 11 novembre 1918
Luogo Europa, Africa, Medio Oriente, isole del Pacifico, Oceano Atlantico e Indiano
Casus belli Attentato di Sarajevo
Esito Vittoria degli stati Alleati
Modifiche territoriali Crollo degli imperi tedesco, austro-ungarico, ottomano e russo
  • Nascita di diversi stati in Europa e Medio Oriente conseguente alla spartizione dell'Austria-Ungheria e dell'Impero ottomano
  • Spartizione delle colonie tedesche e delle regioni ottomane tra le potenze vincitrici
  • Creazione della Società delle Nazioni.
Schieramenti
Comandanti
Perdite
Militari morti
5.525.000
Militari feriti
12.990.000
Militari dispersi
4.121.000
Civili morti
3.155.000
Perdite effettive
12.801.000
Militari morti
4.387.000
Militari feriti
8.390.000
Militari dispersi
3.629.000
Civili morti
3.585.000
Perdite effettive
11.601.000
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La prima guerra mondiale fu un grande conflitto armato che coinvolse le principali potenze mondiali e molte di quelle minori tra l'estate del 1914 e la fine del 1918. Chiamata inizialmente dai contemporanei "guerra europea", con il coinvolgimento successivo delle nazioni del Commonwealth e di altre nazioni extraeuropee tra cui gli Stati Uniti d'America e il Giappone, prese il nome di "guerra mondiale" o anche "Grande Guerra": fu infatti il più grande conflitto armato mai combattuto fino alla seconda guerra mondiale[1].

Il conflitto ebbe inizio il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell'Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este il 28 giugno 1914 a Sarajevo e si concluse oltre quattro anni dopo, l'11 novembre 1918. A causa del gioco delle alleanze formatesi negli ultimi decenni dell'Ottocento, il conflitto vide schierarsi le maggiori potenze mondiali, e rispettive colonie, in due blocchi contrapposti: da una parte gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, Impero ottomano) e la Bulgaria e dall'altra le potenze Alleate rappresentate principalmente da Francia, Regno Unito, Impero russo e Italia (questa dal 1915). Oltre 70 milioni di uomini furono mobilitati in tutto il mondo (60 milioni solo in Europa) di cui oltre 9 milioni caddero sui campi di battaglia. Si dovettero registrare anche circa 7 milioni di vittime civili, non solo per i diretti effetti delle operazioni di guerra ma anche per le conseguenti carestie ed epidemie[2].

Le prime operazioni militari del conflitto furono l'invasione austro-ungarica della Serbia e la fulminea avanzata dell'esercito tedesco in Belgio, Lussemburgo e nel nord della Francia, dove giunse a 40 chilometri da Parigi. La sconfitta patita sulla Marna nel settembre 1914 infranse le speranze della Germania di una guerra breve e vittoriosa, che invece degenerò in una logorante guerra di trincea, replicandosi su tutti i fronti e perdurando fino al termine del conflitto. Man mano che procedeva, la guerra raggiunse una scala mondiale con la partecipazione di molte altre nazioni, come il Regno di Romania e il Regno di Grecia. Determinante per l'esito finale fu nel 1917 l'ingresso degli Stati Uniti d'America a fianco degli Alleati. Diverse altre nazioni si schierarono contro gli Imperi centrali, spesso non entrando nel conflitto armato, ma dispensando importanti aiuti economici.

La guerra si concluse definitivamente l'11 novembre 1918 quando la Germania, ultimo degli Imperi centrali a deporre le armi, firmò l'armistizio imposto dagli Alleati. I maggiori imperi esistenti al mondo - tedesco, austro-ungarico, ottomano e russo - cessarono di esistere e da questi nacquero diversi stati nazionali che ridisegnarono completamente la geografia politica dell'Europa.

Indice

Origini della guerra[modifica | modifica sorgente]

Lo scoppio della guerra nel 1914 segnò la fine di un lungo periodo di pace nella storia europea, iniziato nel 1815 con la sconfitta definitiva della Francia napoleonica. La pace europea dell'inizio del XX secolo tuttavia non aveva basi solide: nel corso del XIX secolo in Europa vi furono diversi conflitti a carattere limitato[GruppoNota 1] che minarono e inasprirono i rapporti diplomatici tra le potenze europee e i relativi giochi di alleanze[3].

Per individuare però le cause fondamentali del conflitto bisogna risalire innanzitutto al ruolo preponderante della Prussia nella creazione dell'Impero tedesco, alle concezioni politiche di Otto von Bismarck, alle tendenze filosofiche prevalenti in Germania e alla sua situazione economica; un insieme di fattori eterogenei che concorsero a trasformare il desiderio della Germania di assicurarsi sbocchi commerciali nel mondo. Dovremo quindi analizzare i problemi etnici interni all'Impero austro-ungarico e alle ambizioni indipendentiste dei popoli di cui si formava, il timore che la Russia generava oltre frontiera soprattutto nei tedeschi, la paura che tormentava la Francia fin dal 1870 di una nuova aggressione che aveva lasciato una forte animosità verso la Germania[4], e infine dovremo tener conto dell'evoluzione diplomatica del Regno Unito da una politica di isolamento a una politica di attiva presenza in Europa[5].

Sotto la guida politica del suo primo cancelliere Bismarck, la Germania si assicurò una forte presenza in Europa tramite l'alleanza con l'Impero austro-ungarico e l'Italia e un'intesa diplomatica con la Russia. L'ascesa al trono nel 1888 dell'imperatore Guglielmo II portò sul trono tedesco un giovane governante determinato a dirigere da sé la politica, nonostante i suoi dirompenti giudizi diplomatici. Dopo le elezioni del 1890, nelle quali i partiti del centro e della sinistra ottennero un grosso successo, a causa della disaffezione nei confronti del cancelliere, Guglielmo II fece in modo di ottenere le dimissioni di Bismarck[6]. Gran parte del lavoro dell'ex cancelliere venne disfatto negli anni seguenti, quando Guglielmo II mancò di rinnovare il trattato di controassicurazione con la Russia, permettendo invece alla Francia l'opportunità di concludere nel 1894 un'alleanza con la Russia[7].

Altro passaggio fondamentale nel percorso verso la guerra mondiale fu la corsa al riarmo navale: il Kaiser riteneva che solo un massiccio incremento della Kaiserliche Marine avrebbe reso la Germania una potenza mondiale. Nel 1897 fu nominato alla guida della marina l'ammiraglio Alfred von Tirpitz e la Germania iniziò una politica di riarmo che risultò una vera e propria sfida aperta al secolare predominio navale britannico[8], favorendo un accordo anglo-francese nel 1904 e uno tra Russia e Regno Unito, che chiudeva un secolo di rivalità fra le due potenze nello scacchiere asiatico. Il Regno Unito tentò inoltre di rafforzare la propria posizione in altre direzioni, alleandosi con l'impero giapponese nel 1902, e nonostante la proposta di Joseph Chamberlain di un trattato fra con Germania e Giappone per avvantaggiarsi congiuntamente nel Pacifico, la Germania continuò nella sua politica bellicosa aumentando l'attrito con le potenze europee[9]. Da quel momento in poi le grandi potenze europee furono di fatto, anche se non ufficialmente, divise in due gruppi rivali. Negli anni seguenti la Germania, la cui politica aggressiva e poco diplomatica aveva dato il via a una coalizione avversaria, intensificò i rapporti con l'Austria-Ungheria e l'Italia[10].

La nuova divisione in blocchi dell'Europa non era una riedizione del vecchio equilibrio di potenza, ma una semplice barriera tra potenze. I diversi paesi si affrettarono ad aumentare i loro armamenti, che nel timore di una deflagrazione improvvisa vennero messi a completa disposizione dei militari[10]. Il Regno Unito aveva dato il via libera alle pretese della Francia sul Marocco, in cambio del riconoscimento dei propri diritti sull'Egitto, tuttavia questo accordo fra le due principali potenze coloniali violava la precedente convenzione di Madrid del 1880, firmata anche dalla Germania. Ne derivò la crisi di Tangeri del 1905 dove il Kaiser ribadì il ruolo fondamentale della Germania nella politica extra-europea[11].

Una prima crisi si aprì nella penisola balcanica nel 1908: a seguito della rivoluzione nell'impero ottomano la Bulgaria si sganciò dall'influenza turca e l'Austria si annetté le provincie di Bosnia ed Erzegovina che già amministrava dal 1879. L'Austria e la Russia si accordarono a cambio dell'apertura alla Russia dei Dardanelli, ma l'Italia considerò tale azione un affronto e la Serbia una minaccia. In Russia poi la perentoria richiesta tedesca di riconoscere la legittimità dell'annessione sotto pena di un attacco austro-tedesco facilitò la mossa austriaca ma creò non pochi dissapori tra la Russia e le potenze germaniche[12].

Altro motivo di attrito fu la crisi di Agadir, quando nel giugno 1911, per indurre la Francia a fare concessioni in Africa, i tedeschi inviarono una cannoniera nel porto di Agadir. Il Cancelliere dello Scacchiere David Lloyd George ammonì la Germania ad astenersi da simili minacce alla pace e dichiarò il Regno Unito pronto a supportare la Francia: le velleità del Kaiser furono spente ma si acuì il risentimento dell'opinione pubblica tedesca, che ben vide un ulteriore ampliamento della marina da guerra; il successivo accordo sul Marocco allentò i motivi di frizione, ma proprio in quel momento la situazione politica dei Balcani tornò a essere burrascosa[13]. La debolezza dell'Impero ottomano, palesata dall'occupazione italiana di Tripoli, incoraggiò Bulgaria, Serbia e Grecia a rivendicare l'egemonia della Macedonia come primo passo per estrometterlo dall'Europa: con la prima guerra balcanica i turchi furono rapidamente sconfitti. Alla Serbia fu assegnata l'Albania settentrionale, ma l'Austria, che già ne temeva le ambizioni, mobilitò l'esercito e alla sua minaccia alla Serbia la Russia rispose con la stessa misura; stavolta la Germania si schierò con Regno Unito e Francia scongiurando pericolosi sviluppi. Quando la crisi cessò, la Serbia conservò buona parte dei guadagni territoriali, mentre la Bulgaria dovette cedere quasi tutte le conquiste effettuate; questo non piacque all'Austria che nell'estate del 1913 propose di attaccare immediatamente la Serbia. La Germania frenò i propositi austriaci ma allo stesso tempo estese il proprio controllo all'esercito turco, impedendo così il rafforzamento dell'influenza russa nei Dardanelli[14].

Negli ultimi anni in tutti i paesi europei si moltiplicarono gli incitamenti alla guerra, discorsi e articoli bellicosi, dicerie, incidenti di frontiera; la Francia promulgò una legge (detta "dei tre anni") che, per sopperire all'inferiorità numerica rispetto all'esercito tedesco, allungava di un anno la ferma militare, fino ad allora della durata di due anni; ciò aggravò i rapporti con la Germania. A scatenare le tensioni latenti fu l'attentato di Sarajevo avvenuto il 28 giugno 1914, la cui vittima, Francesco Ferdinando d'Asburgo-Este erede al trono d'Austria-Ungheria, fu forse l'unico austriaco autorevole che fosse amico dei nazionalisti serbi, perché sognava un impero unito da un legame federativo e non dall'oppressione[15].

La crisi di luglio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi attentato di Sarajevo e crisi di luglio.

Il 28 giugno 1914, giorno di solenni celebrazioni e festa nazionale serba, l'Arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, recatisi a Sarajevo in visita ufficiale, furono uccisi da alcuni colpi di pistola sparati dal nazionalista diciannovenne serbo Gavrilo Princip. Da questo avvenimento scaturì una drammatica crisi diplomatica che precedette e segnò l'inizio della guerra in Europa[16].

Nei giorni che seguirono la Germania, convinta di poter localizzare il conflitto, pressò l'alleato austro-ungarico affinché aggredisse al più presto la Serbia. Solo il Regno Unito avanzò una proposta di conferenza internazionale che non ebbe seguito, mentre le altre nazioni europee si preparavano lentamente al conflitto. Quasi un mese dopo l'assassinio di Francesco Ferdinando, l'Austria-Ungheria inviò un duro ultimatum alla Serbia, che accettò solo una parte delle richieste: il 28 luglio 1914 l'Austria-Ungheria dichiarò quindi guerra alla Serbia determinando l'irrimediabile acuirsi della crisi e la progressiva mobilitazione delle potenze europee, cagionata dal sistema di alleanze tra i vari stati.

L'Italia, il Portogallo, la Grecia, la Bulgaria, la Romania e l'Impero Ottomano inizialmente rimasero neutrali, ma pronti a scendere in campo non appena avessero intravisto qualche vantaggio. Alla mezzanotte del 4 agosto erano cinque gli imperi che ormai erano entrati in guerra (Austria-Ungheria, Germania, Russia, Regno Unito e Francia)[GruppoNota 2], ciascuno convinto di poter battere gli avversari in pochi mesi; era opinione diffusa che la guerra sarebbe finita a Natale, o tuttalpiù a Pasqua del 1915[17].

La guerra[modifica | modifica sorgente]

« Tornerete nelle vostre case prima che siano cadute le foglie dagli alberi »
(Frase rivolta da Guglielmo II alle truppe tedesche in partenza per il fronte nella prima settimana di agosto 1914[18])
« Vasilij Fëdorovič (Guglielmo II) ha commesso un sbaglio; non ce la farà assolutamente »
(Affermazione del ministro della Giustizia russo allo scoppio della guerra[18])

Le prime fasi della guerra (1914)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi piano Schlieffen e piano XVII.
Soldati tedeschi partono verso il fronte, agosto 1914.

Il 31 luglio, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Austria-Ungheria e Serbia, il governo tedesco dichiarò guerra alla Russia che aveva mobilitato l'esercito e anche alla Francia. La Germania da una parte temeva di ritrovarsi in gravi difficoltà se la Francia, anticipando la sua dichiarazione di guerra e confidando nelle sue concezioni strategiche prettamente aggressive, avesse attaccato lungo il comune confine usando tutto il potenziale bellico. Dall'altra, la duplice dichiarazione di guerra era il necessario primo passo in vista dell'attuazione del piano Schlieffen, che prevedeva la sconfitta della Francia con una "guerra lampo" di sole 6 settimane e una contemporanea strategia di contenimento a est.[19].

Il piano, ideato dal generale Alfred von Schlieffen e completato nel 1905, prevedeva di attaccare la Francia da nord attraverso il Belgio e i Paesi Bassi, così da evitare la lunga linea fortificata alla frontiera e consentire all'esercito tedesco di calare su Parigi con un'unica grande offensiva. Von Schlieffen continuò a lavorare al piano anche dopo essersi ritirato dall'esercito e lo sottopose a un'ultima revisione nel dicembre 1912, poco prima di morire. Il generale Helmuth Johann Ludwig von Moltke, suo successore come Capo di Stato maggiore dell'esercito, decise di accorciare il fronte ed escluse i Paesi Bassi dalla manovra; confidando nella lenta mobilitazione russa[20], von Moltke previde di lasciare sul fronte est una forza di dieci divisioni, considerata più che sufficiente. Una volta neutralizzata la Francia, l'esercito tedesco avrebbe potuto rivolgere tutte le forze contro la Russia[21].

L'invasione di Belgio e Francia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasione tedesca del Belgio (1914) e fronte occidentale (1914-1918).
Truppe tedesche in marcia all'ovest nell'agosto 1914.

Il Lussemburgo fu occupato dai tedeschi senza opposizione il 2 agosto e più a nord, alla frontiera con il Belgio, i tedeschi avanzarono a gran velocità dando corpo all'invasione. Il Regno Unito non aveva truppe sul continente europeo e il suo corpo di spedizione al comando di Sir John French doveva ancora essere radunato, armato e inviato al fronte al di là della Manica. In ottemperanza al piano XVII, il 14 agosto le truppe francesi sconfinarono in Alsazia e Lorena convinte di riscattare le umiliazioni del passato[21].

Quel giorno le forze tedesche andarono all'assalto del primo vero ostacolo sul loro cammino: il campo fortificato di Liegi con la sua guarnigione di 35.000 soldati. L'attacco durò più del previsto e solo il 7 agosto la fortezza centrale capitolò[22]. Il 12 agosto l'Austria-Ungheria invase la Serbia, mentre sul fronte occidentale continuavano furiosi i combattimenti sul confine franco-tedesco e soprattutto in Belgio. Dopo la caduta di Liegi la maggioranza dell'esercito belga si mise in ritirata verso ovest, mentre il 25 più a nord i tedeschi bombardarono Anversa con uno Zeppelin, durante le fasi preliminari dell'assedio della città che durò fino al 28 settembre e comportò enormi devastazioni[23]. Sempre il 12 le avanguardie del corpo di spedizione britannico attraversarono la Manica scortate da diciannove navi da guerra: in dieci giorni furono sbarcati 120.000 uomini senza che una sola vita o una sola nave andassero perdute, non avendo la Kaiserliche Marine mai ostacolato le operazioni[24].

Fanteria francese mentre si appresta a combattere il nemico in avanzata sulla Marna.

Il 20 agosto le truppe tedesche entrarono a Bruxelles. All'estremità meridionale del fronte i francesi, penetrati in Alsazia e vicini alla città di Mulhouse, giunsero a sedici chilometri dal Reno, ma non sarebbero mai andati oltre. Più a nord invece le truppe penetrate in Lorena furono sconfitte a Morhange e iniziarono a ritirarsi verso Nancy. La città, nonostante la pressione tedesca, resse l'urto grazie ai sacrifici della 2ª armata francese guidata dal generale Édouard de Castelnau[25].

Il 22 agosto iniziò l'avanzata tedesca lungo tutto il fronte; la 5ª armata francese fu cacciata da Charleroi e cominciò furiosa la battaglia di Mons, battesimo del fuoco per il corpo di spedizione britannico, che resistette con inaspettata tenacia[26]. I tedeschi riuscirono comunque a rompere la resistenza di French e il 23 iniziarono ad avanzare; quello stesso giorno sia i francesi da Charleroi che i belgi da Namur cedettero alla pressione tedesca e iniziarono a ripiegare. Il 2 settembre il governo francese si rifugiò a Bordeaux[27] e le truppe anglo-francesi, avendo appreso che i tedeschi non avrebbero attaccato Parigi puntando verso sud, ma si sarebbero diretti verso sud-ovest contro i britannici, si attestarono sulla Marna, facendone saltare tutti i ponti[28]. Il giorno dopo l'esercito tedesco era a soli 40 chilometri da Parigi[29]. In questa situazione di grande panico – un milione di parigini aveva abbandonato la città[27] - il generale Joseph Simon Gallieni quale governatore militare di Parigi ne approntava le difese, avendo a disposizione una nuova armata appena costituita da schierare nel sistema di trincee e fortificazioni che attorniavano la capitale[29]. Tuttavia il 12 settembre, i francesi, con l'aiuto della BEF, bloccarono l'avanzata tedesca a est di Parigi durante la prima battaglia della Marna. Gli ultimi giorni di questa battaglia decisiva segnarono la fine della guerra di movimento a occidente in favore di una logorante guerra di trincea lungo solide postazioni[30].

Il fronte orientale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi fronte orientale (1914-1918).
Fanteria tedesca a Tannenberg.

Gli scontri iniziali a est erano stati contrassegnati più da rapidi mutamenti di fortuna che da vantaggi decisivi per una delle due parti. Il comando austriaco aveva impiegato parte delle sue forze nel vano tentativo di mettere fuori combattimento le forze serbe e inoltre il suo piano per un'offensiva iniziale diretta a tagliar alla radice la "striscia" polacca era stato paralizzato dal cattivo funzionamento della parte tedesca della tenaglia. Anzi era la Germania, che schierava la sola 8ª armata con il compito di difendere la Prussia Orientale, a rischiare di essere sopraffatta dalle truppe di Nicola II che mobilitò anzitempo la 1ª e la 2ª armata contro la Prussia, nel tentativo di allentare la pressione tedesca in Francia nei primissimi mesi del conflitto[31]. Dopo una prima serie di sconfitte, il comandante tedesco Maximilian von Prittwitz venne sostituito dal generale in pensione Paul von Hindenburg che nominò suo Capo di Stato maggiore Erich Ludendorff. I due annientarono a Tannenberg la 2ª armata del generale Aleksandr Vasil'evič Samsonov (26-30 agosto) e respinsero la 1ª armata del generale Paul von Rennenkampf nella battaglia dei laghi Masuri (9-14 settembre). I russi non si fecero però sorprendere dalle armate austro-ungariche in Polonia, che dovettero essere soccorse dai tedeschi: questi con la neonata 9ª armata iniziarono il contrattacco in direzione di Varsavia[32].

Nuove forze provenienti da occidente permisero a Ludendorff, il 15 dicembre 1914, di respingere i russi fino alla linea dei fiumi Bzura e Ravka davanti a Varsavia, ma la diminuzione delle provviste e delle munizioni indussero lo zar a ritirare ulteriormente le truppe sulle linee trincerate lungo i fiumi Nida e Dunajec, lasciando ai tedeschi l'estremità della striscia polacca. Anche a est le ostilità si arenarono su lunghi e saldi sistemi trincerati; ma da questa parte l'inadeguatezza delle industrie russe non permetteva alla Russia di sopperire alla guerra allo stesso modo di quelle delle forze alleate occidentali[33].

Le invasioni della Serbia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi campagna di Serbia.
Un gruppo di soldati serbi sulla linea del fronte.

Benché fosse tecnicamente il luogo dove la guerra aveva preso avvio, il fronte serbo fu relegato ben presto a teatro secondario di un conflitto divenuto ormai mondiale. Con il grosso delle sue forze concentrato in Galizia contro i russi, l'Austria-Ungheria diede avvio all'invasione del territorio serbo il 12 agosto 1914: guidate dal generale Radomir Putnik e supportate anche dalle forze del Regno del Montenegro, le truppe serbe opposero un'ostinata resistenza, infliggendo agli austro-ungarici una sconfitta nella battaglia del Cer (16-19 agosto) e obbligandoli a ritirarsi oltre frontiera[34]. Dopo una controffensiva serba al confine con la Bosnia, sfociata nell'inconcludente battaglia della Drina (6 settembre-4 ottobre), gli austro-ungarici del generale Oskar Potiorek lanciarono una nuova invasione il 5 novembre, riuscendo a occupare la capitale Belgrado: Putnik fece arretrare lentamente le sue forze fino al fiume Kolubara, dove inflisse una disastrosa sconfitta alle truppe di Potiorek obbligandole ancora una volta alla ritirata; il 15 dicembre 1914 i serbi ripresero Belgrado, riportando la linea del fronte ai confini prebellici[35].

Le offensive austro-ungariche erano costate all'Impero la perdita di 227.000 uomini tra morti, feriti e dispersi, oltre a un ampio bottino di armi e munizioni di vitale importanza per il mal equipaggiato esercito serbo; nonostante la vittoria la Serbia ebbe 170.000 caduti durante la campagna, perdite enormi per il suo piccolo esercito ulteriormente aggravate dallo scoppio di una violenta epidemia di febbre tifoide (che fece 150.000 vittime tra i civili) e dalla grave carenza di generi alimentari[35].

L'impero ottomano[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi teatro del Medio Oriente della prima guerra mondiale.

Nel 1914 l'Impero ottomano era ormai in solidi rapporti con la Germania, che da tempo investiva capitali nello sviluppo economico dell'Impero e curava l'addestramento delle sue forze armate[36]. L'influente ministro della guerra Ismail Enver era un filo-tedesco ma il governo ottomano era ancora diviso sulla scelta di unirsi agli Imperi centrali, nonostante la firma il 1º agosto 1914 di un trattato segreto di natura militare ed economica con la Germania; il sequestro, all'inizio della guerra, da parte dei britannici di due navi da battaglia ottomane in costruzione nei cantieri inglesi provocò forte indignazione a Istanbul e i tedeschi ne approfittarono cedendo agli ottomani i due incrociatori Goeben e Breslau sfuggiti alla caccia nemica nel Mediterraneo[36]. Il 29 ottobre 1914 le due navi, ora battenti bandiera turca, bombardarono i porti russi sul Mar Nero e posarono mine all'imboccatura; gli Alleati replicarono con una dichiarazione di guerra: il 1º novembre navi britanniche attaccarono un posamine turco nel porto di Smirne e il giorno seguente un incrociatore leggero bombardò il porto di Aqaba sul Mar Rosso, mentre il 3 novembre vennero presi di mira i forti sui Dardanelli[37].

L'entrata in guerra dell'Impero ottomano aprì nuovi scenari di conflitto in teatri molto distanti l'uno dall'altro: nel Caucaso la Russia si ritrovò a sostenere un difficile secondo fronte in un territorio impervio, mentre la presenza ottomana in Mesopotamia e Palestina minacciava due cardini dell'impero coloniale britannico, la raffineria petrolifera persiana di Abadan (vitale per i rifornimenti di carburante della Royal Navy) e il canale di Suez; fin dall'inizio però le attenzioni britanniche si rivolsero al forzamento dello stretto dei Dardanelli, al fine di portare la guerra direttamente nella capitale ottomana[38].

Il fronte del Caucaso[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi campagna del Caucaso.
Truppe russe in trincea durante la battaglia di Sarıkamış.

Le operazioni sul fronte del Caucaso iniziarono fin dai primi giorni di guerra, a dispetto del terreno impervio e del rigido clima invernale: dopo aver facilmente respinto un'offensiva russa in direzione di Köprüköy tra il 2 e il 16 novembre, le forze della 3ª armata ottomana, guidate dal ministro della guerra Enver, lanciarono un massiccio attacco oltre il confine russo in direzione di Kars; la sconfitta patita a opera dei russi nella seguente battaglia di Sarıkamış (22 dicembre 1914-17 gennaio 1915) si trasformò in una disfatta per gli ottomani quando la 3ª Armata cercò di ritirarsi attraverso le montagne innevate, perdendo 90.000 uomini su un totale di 130.000[39].

Alle prese con l'impegnativa situazione del fronte orientale, i russi non furono immediatamente in grado di sfruttare la vittoria e fino a marzo il fronte caucasico rimase stazionario, con solo poche schermaglie tra le due parti; alla ricerca di un capro espiatorio per la disfatta invernale, gli ottomani accusarono la minoranza armena che viveva nelle regioni di confine di connivenza con i russi, vittima a partire dal febbraio 1915 di deportazioni e massacri[39]. Gli attacchi ottomani provocarono ben presto un'aperta rivolta e il 19 aprile 1915 i "fedayyin" armeni si impossessarono dell'importante città di Van, resistendo poi all'assedio da parte delle forze ottomane; approfittando dell'occasione i russi lanciarono una massiccia offensiva nel settore orientale del fronte, liberando Van dall'assedio il 17 maggio ma venendo infine bloccati agli ottomani nel corso della battaglia di Malazgirt (10-26 luglio 1915). La controffensiva ottomana portò alla rioccupazione di Van (evacuata dal grosso della popolazione armena) e degli altri territori perduti entro la fine di agosto; la linea del fronte tornò alla situazione di partenza per la fine dell'anno, con entrambe le forze impegnate a riorganizzarsi[40].

All'inizio del gennaio 1916 i russi lanciarono l'offensiva di Erzurum nel settore occidentale del fronte, cogliendo completamente di sorpresa la 3ª armata ottomana che non si aspettava un attacco in pieno inverno: la vittoria russa nella battaglia di Köprüköy (10-19 gennaio 1916) obbligò gli ottomani ad abbandonare la strategica fortezza di Erzurum e a ritirarsi verso ovest dopo aver subito pesanti perdite[40]. Appoggiate anche da sbarchi di truppe lungo la costa del Mar Nero, le truppe russe dilagarono nell'Anatolia orientale prendendo l'importante porto di Trebisonda il 15 aprile e spingendosi nell'interno fino alle città di Muş ed Erzincan, dove ottennero una nuova vittoria sugli ottomani tra il 2 e il 25 luglio 1916; lo sfondamento fu contenuto solo con l'arrivo al fronte della 2ª armata ottomana del generale Mustafa Kemal, composta da truppe richiamate dal settore di Gallipoli, che il 25 agosto riuscì a infliggere ai russi una sconfitta nella battaglia di Bitlis[40].

Il grosso dei combattimenti cessò alla fine di settembre 1916, con entrambe le parti alle prese con i disagi causati da un inverno particolarmente duro; la situazione non subì grandi mutamenti nel corso del 1917, con i russi immobilizzati dai disordini in corso in patria e gli ottomani concentrati sul fronte del Medio Oriente contro i britannici[41]; l'armistizio di Erzincan del 5 dicembre 1917 e il ritiro della Russia dal conflitto posero infine termine alle operazioni nel Caucaso.

La guerra in Medio Oriente[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi teatro del Medio Oriente della prima guerra mondiale.
Truppe britanniche in Mesopotamia nel 1916.

Il 6 novembre 1914 truppe anglo-indiane sbarcarono nella penisola di Al-Faw dando avvio alla campagna della Mesopotamia; la spedizione era stata voluta per allontanare qualsiasi minaccia ottomana ai possedimenti britannici nella regione del Golfo Persico e ben presto ottenne diversi risultati: il 21 novembre le forze britanniche presero l'importante porto di Bàssora, spingendosi ai primi di dicembre fino a Al-Qurna, il luogo dove il Tigri e l'Eufrate confluivano in un unico fiume, dove sconfissero una forza ottomana[42]. L'occupazione di una solida testa di ponte a Bassora rendeva praticamente inutile continuare la campagna: la minaccia turca al Golfo Persico era sventata e la Mesopotamia era troppo lontana dalle regioni chiave dell'impero perché fosse vantaggiosa una sua completa occupazione; tuttavia la debole resistenza offerta dagli ottomani, ulteriormente confermata dal completo fallimento di una loro controffensiva in direzione di Bassora a metà aprile 1915, spinse l'alto comando britannico a continuare l'azione, convinto di poter ottenere altri facili successi[43].

Truppe cammellate ottomane a Be'er Sheva, nel sud della Palestina, nel 1915

Nel settembre 1915 un contingente anglo-indiano sotto il generale Charles Vere Ferrers Townshend risalì il Tigri fino a prendere l'importante città di al-Kut; benché le linee di rifornimento fossero molto estese, l'alto comando spinse Townshend a proseguire l'avanzata verso la vicina Baghdad, un obiettivo molto più ambito, ma tra il 22 e il 25 novembre le unità britanniche subirono un arresto nella battaglia di Ctesifonte a opera delle rafforzate truppe ottomane[43]. Townshend si ritirò dentro Kut, dove ben presto rimase tagliato fuori e assediato; quattro distinti tentativi di soccorrere la guarnigione fallirono miseramente e dopo cinque mesi di assedio le forze anglo-indiane, ormai alla fame, capitolarono il 29 aprile 1916, lasciando 12.000 prigionieri in mano ai turchi[43].

Un nuovo fronte fu aperto nel sud della Palestina: l'Egitto era ufficialmente un vassallo ottomano, sebbene ormai fosse politicamente controllato dal Regno Unito fin dal 1880, e allo scoppio delle ostilità era stato rapidamente occupato da una forza di spedizione britannica, australiana e neozelandese; il canale di Suez rappresentava un punto vitale per gli Alleati e i tedeschi fecero pressione sugli ottomani perché ne progettassero l'occupazione[42]. L'offensiva di Suez iniziò il 28 gennaio 1915 ma dopo una settimana di scontri le forze ottomane furono respinte, anche per via della difficoltà a mantenere i collegamenti logistici attraverso l'inospitale Penisola del Sinai[42]; le forze Alleate si mantennero rigorosamente sulla difensiva fin verso la metà del 1916, quando le continue incursioni ottomane su piccola scala contro il canale convinsero il comandante britannico Archibald Murray a passare all'offensiva: avanzando metodicamente e costruendo strada facendo una ferrovia e un acquedotto, le forze britanniche si spinsero attraverso la costa settentrionale del Sinai e sconfissero gli ottomani nella battaglia di Romani (3–5 agosto 1916), respingendoli definitivamente oltre la frontiera con la Palestina.

La guerra in Africa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi teatro africano della prima guerra mondiale.
Ascari indigeni e artiglieri tedeschi delle Schutztruppe in Africa orientale.

Giunta piuttosto in ritardo alla corsa per la spartizione dell'Africa, nel 1914 la Germania disponeva di un numero limitato di possedimenti nel continente: isolati dalla madrepatria dal blocco navale Alleato e circondati dai territori dei più ampi imperi coloniali britannico e francese, il loro destino era praticamente segnato fin dall'inizio delle ostilità[44]. La piccola colonia del Togoland (odierno Togo) fu rapidamente occupata dalle forze anglo-francesi già entro la fine dell'agosto 1914, mentre più impegnativa fu la lotta nel vicino Camerun Tedesco: la capitale Buéa fu occupata da truppe coloniali francesi e belghe il 27 settembre 1914, ma favorite dal terreno impervio e dalle piogge tropicali le ultime guarnigioni tedesche non furono costrette a capitolare prima del febbraio 1916. La guarnigione dell'Africa Tedesca del Sud-Ovest (odierna Namibia) dovette sostenere un'invasione da parte delle truppe sudafricane e benché appoggiata dall'insurrezione di alcuni ribelli boeri contro le autorità britanniche, fu infine costretta alla resa nel luglio 1915[44].

Molto più lunga fu la lotta nell'Africa Orientale Tedesca (odierna Tanzania): al comando di un miscuglio di coloni tedeschi e truppe arruolate tra gli indigeni locali (Schutztruppe), il colonnello Paul Emil von Lettow-Vorbeck intraprese una serie di azioni di guerriglia e attacchi mordi-e-fuggi ai danni delle colonie confinanti (il Kenya britannico, il Congo Belga e il Mozambico portoghese), infliggendo agli Alleati diverse sconfitte[44]. Fu necessario mettere in campo una vasta forza (arrivata a contare, tra soldati e personale ausiliario, quasi 400.000 uomini) per avere ragione delle elusive truppe di Vorbeck ed occupare la colonia: gli ultimi guerriglieri tedeschi, ancora capitanati dal loro comandante, si arresero solo il 26 novembre 1918, dopo essere stati informati dell'avvenuta capitolazione della Germania 15 giorni prima[44].

L'entrata in guerra dell'Impero ottomano provocò insurrezioni da parte delle popolazioni musulmane del Nordafrica contro le autorità coloniali europee: i francesi dovettero sostenere una lunga guerra contro le tribù berbere degli Zayani del Marocco, come pure una rivolta tra i Tuareg del nord del Niger; nella Libia orientale i guerriglieri della confraternita dei Senussi misero in seria difficoltà le guarnigioni italiane, confinandole in pratica al controllo dei soli centri costieri principali e conducendo anche una serie di attacchi contro le postazioni britanniche in Egitto ma venendo infine respinti[45].

Il dominio dei mari[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi operazioni navali nella prima guerra mondiale.
Uno squadrone della Grand Fleet britannica.
La sala macchine di un U-Boot tedesco.

Il 29 luglio 1914 la flotta britannica, senza dichiarare la mobilitazione, salpò dalla base di Portland verso la base di guerra a Scapa Flow nelle isole Orcadi che controllavano il passaggio tra la parte settentrionale della Gran Bretagna e la Norvegia. All'inizio delle ostilità la Germania, consapevole dell'inferiorità nei confronti della Grand Fleet britannica, mantenne un atteggiamento attendista, decidendo di evitare uno scontro diretto finché posamine e sommergibili non avessero indebolito la marina da guerra britannica e diminuito i commerci con le colonie[46]. La geografia della costa nord della Germania favoriva questo tipo di strategia, le coste frastagliate, gli estuari e la protezione assicurata dalle isole - quali Helgoland - costituivano un formidabile scudo per Wilhelmshaven, Bremerhaven e Cuxhaven e allo stesso tempo offriva una eccellente base per rapide incursioni nel mare del Nord[47]. Durante il primo anno di guerra il Regno Unito si preoccupò quindi di pattugliare il mare del Nord e permettere il trasferimento della forza di spedizione attraverso La Manica; l'unica azione di rilievo fu l'incursione nella baia di Helgoland dove l'ammiraglio David Beatty affondò parecchi incrociatori leggeri tedeschi, confermando alla marina imperiale la necessità di continuare una tattica difensiva e di accelerare l'attività dei sommergibili e dei posamine[48].

La guerra nel Mar Mediterraneo si aprì con un errore destinato ad avere forti conseguenze politiche da parte delle forze Alleate. In quelle acque navigavano due delle navi da guerra più veloci della Kaiserliche Marine, l'incrociatore da battaglia Goeben e l'incrociatore leggero Breslau; ricevuto l'ordine da Berlino di puntare verso Costantinopoli, furono inseguite dalla Royal Navy che però si fece sfuggire l'occasione. Il ministro della Guerra turco, consapevole che acconsentire il passaggio nei Dardanelli alle navi tedesche avrebbe rappresentato un atto ostile nei confronti del Regno Unito e avrebbe sospinto la Turchia nell'orbita tedesca, diede il suo assenso all'entrata nello stretto alle due navi. Per non pregiudicare la neutralità della Turchia, esse vennero cedute con un finto atto di vendita alla Turchia, ma a ciò non seguirono atti ostili e le unità furono ancorate al porto di Costantinopoli[49].

Negli oceani invece la caccia alle unità tedesche fu l'obiettivo principale per le flotte Alleate. La Germania non ebbe il tempo per far uscire le proprie navi da guerra per ostacolare il traffico commerciale degli Alleati, così allo scoppio della guerra i pochi incrociatori all'estero costituirono la spina nel fianco della marina britannica; non era facile conciliare l'esigenza di concentrare le forze nel mare del Nord in vista di un attacco a sorpresa della Germania con la necessità di pattugliare e difendere le rotte marittime dell'India e dei Dominions[50]. Con la distruzione dell'Emden avvenuta il 9 novembre, l'oceano Indiano fu libero dalla minaccia, ma questo successo fu neutralizzato dalla grave sconfitta subita con la battaglia di Coronel nell'oceano Pacifico, dove la divisione incrociatori dell'ammiraglio Cradock fu battuta dagli incrociatori corazzati dell'ammiraglio Maximilian von Spee (lo Scharnhorst e lo Gneisenau)[50]. Questo scacco fu prontamente riscattato dall'ammiraglio Doveton Sturdee che alla guida degli incrociatori Inflexible, Invincible e Australia, scendendo dalle Figi, l'8 dicembre 1914 prese alle spalle von Spee nei pressi delle Isole Falkland e ne affondò l'intera divisione tranne il Dresden, distruggendo l'ultimo strumento della potenza navale tedesca negli oceani[50].

Da quel momento in poi gli Alleati poterono contare sulla sicurezza delle vie di comunicazione oceaniche per i loro traffici di rifornimenti e truppe, ma poiché le rotte oceaniche devono per forza avere un capolinea sulla terra ferma, la logica mossa tedesca fu quella di incrementare lo sviluppo dell'arma sottomarina che rese gradualmente meno effettiva questa sicurezza[50].

Il Giappone e il teatro del Pacifico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi teatro dell'Asia e del Pacifico della prima guerra mondiale.

Da tempo alleato del Regno Unito, il 23 agosto 1914 il Giappone dichiarò guerra alla Germania, segnando il destino degli sparpagliati possedimenti tedeschi situati nell'area del Pacifico: ai primi di ottobre una squadra navale giapponese salpò alla volta della Micronesia, dove i tedeschi disponevano di una serie di piccole basi, occupando entro la fine del mese le isole Caroline, le isole Marshall e le isole Marianne praticamente senza combattere; il 31 ottobre una forza di spedizione nipponica, rinforzata poi anche da un contingente britannico proveniente da Tientsin, pose l'assedio al porto fortificato di Tsingtao, possedimento tedesco in Cina fin dal 1898, obbligando la guarnigione a capitolare il 7 novembre 1914[51]. Il resto delle colonie tedesche fu occupato dai dominion australi del Regno Unito: il 30 agosto 1914 una forza neozelandese conquistò senza spargimenti di sangue le Samoa, mentre la Nuova Guinea Tedesca fu occupata dagli australiani a settembre dopo una breve campagna contro la piccola guarnigione del possedimento; l'ultimo avamposto tedesco, Nauru, cadde in mano australiana il 14 novembre 1914.

La neutralizzazione delle colonie tedesche non esaurì la partecipazione giapponese al conflitto: nel 1917, su richiesta degli Alleati, la marina imperiale giapponese inviò una squadra di cacciatorpediniere nel Mediterraneo per contribuire alla lotta contro gli attacchi dei sommergibili tedeschi al traffico mercantile[52]. Il Giappone non fu la sola nazione asiatica a partecipare al conflitto: dopo un fallito tentativo di colpo di Stato sostenuto dalla Germania, la Cina dichiarò guerra agli Imperi centrali nel luglio 1917, anche se ciò non comportò alcun coinvolgimento militare; il Siam dichiarò guerra alla Germania il 22 luglio 1917 e inviò un piccolo contingente ad aggregarsi alle truppe britanniche in Francia nel 1918, ottenendo così alcune concessioni dalle potenze europee durante le trattative di pace finali[53].

Il conflitto si allarga (1915)[modifica | modifica sorgente]

I fronti dove si combatteva e quelli dove ci si aspettava di farlo erano ormai numerosi. Tutti i belligeranti iniziarono a impiegare ogni risorsa a disposizione e allo stesso tempo affiorarono le prime voci di opposizione alla guerra nel Regno Unito, in Germania (dove il 1º aprile ebbe luogo una manifestazione organizzata da Rosa Luxemburg), in Francia e in Russia[54]. L'Italia, pur restando neutrale, ricercava le migliori garanzie territoriali in cambio del proprio intervento. L'8 aprile 1915 offrì di allearsi con le potenze centrali in cambio del Trentino, le isole della Dalmazia, Gorizia, Gradisca e il "primato" sull'Albania. Una settimana dopo l'Austria-Ungheria rifiutò le condizioni e l'Italia fece richieste ancora più gravose con le potenze dell'Intesa, che si dissero disposte ad intavolare delle trattative[55].

Intanto sul fronte del Caucaso, l'avanzata russa provocò il risentimento dei turchi contro la popolazione armena, rea di aver favorito le truppe dello zar. L'8 aprile iniziarono i rastrellamenti e le fucilazioni, dando avvio a una vera e propria pulizia etnica. Massacri e deportazioni divennero sistematici e gli appelli rivolti agli Alleati e a Berlino, perché intervenisseo in qualche modo, rimasero inascoltati[56].

Lo stallo e la ricerca di una via d'uscita[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi guerra di trincea e armi chimiche.
Fuoco di sbarramento notturno tedesco durante la seconda offensiva su Ypres.

In seguito all'arretramento tedesco successivo alla Marna, le forze contrapposte tentarono di aggirarsi reciprocamente sul fianco nella cosiddetta "corsa al mare" e in breve estesero il proprio sistema trincerato dal canale della Manica alla frontiera con la Svizzera. I tedeschi puntarono decisi verso le coste e i relativi porti del Belgio e della Francia, i britannici mandarono rinforzi della Royal Naval Division a Ostenda mentre il 3 ottobre i tedeschi, proseguendo la loro avanzata verso il mare del Nord, occuparono Ypres e l'11 iniziarono l'assedio di Lilla[57]. Falliti tutti i tentativi di aggiramento i due schieramenti iniziarono a rafforzare e fortificare le proprie posizioni scavando trincee, camminamenti, rifugi e casematte. Dal mare del Nord alle Alpi, fra uno schieramento e l'altro, si estendeva la terra di nessuno, una fascia di terreno martoriata dalle granate e continuamente contesa da entrambi gli schieramenti che rappresenterà fino agli ultimi attacchi Alleati del 1918 la prerogativa del conflitto[58].

Il primo dei numerosi tentativi che gli eserciti contrapposti provarono per uscire da questo stallo avvenne il 22 aprile 1915, quando i tedeschi utilizzarono per la prima volta e su vasta scala le armi chimiche, durante il secondo attacco al saliente di Ypres, sperando in tal modo di riprendere quella guerra manovrata che erano stati addestrati a combattere[59]. Iniziò così anche la "guerra dei gas" che costò 78.198 vittime fra gli Alleati mettendone fuori combattimento per un periodo più o meno lungo almeno 908.645, mentre le stesse forze Alleate, nonostante avessero impiegato nel corso della guerra la stessa quantità di gas dei tedeschi, inflissero alla Germania circa 12.000 morti e 288.000 intossicati, a dimostrazione della maggiore efficacia nelle tattiche d'impiego tedesche[60].

Tra i mesi di gennaio e febbraio la Germania intensificò la guerra sottomarina dichiarando legittimo attaccare tutte le navi, incluse quelle neutrali, adibite al trasporto di viveri o rifornimenti alle potenze dell'Intesa, sostenendo che si trattava di una "rappresaglia" contro il blocco britannico (ossia la massiccia posa di mine nel mare del Nord a novembre 1914) che affamava il suo popolo[61]. Nel frattempo tutti gli eserciti si adoperavano per aumentare le proprie capacità aeree. In Polonia i russi bombardavano ininterrottamente le stazioni ferroviarie tedesche, senza però riuscire a rallentarne l'avanzata. Il 12 febbraio il Kaiser ordinò di condurre una guerra aerea contro l'Inghilterra con l'uso degli Zeppelin e nello stesso periodo iniziò una pratica che caratterizzò la guerra di trincea per tutto il conflitto, sia sul fronte occidentale che in seguito sul quello italiano: la guerra di mine. Il 17 febbraio i britannici arruolarono alcuni minatori che iniziarono gli studi e le modalità per creare le condizioni per portare la guerra sotto le postazioni tedesche[62].

Il forzamento dei Dardanelli[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi campagna di Gallipoli.

Sul fronte orientale, nel 1915 le armate russe erano in grossa difficoltà, sospinte dalle forze ottomane al di là dei confini che la Russia aveva tracciato a spese dei turchi nel 1878. Il granduca Nicola si appellò allora al Regno Unito perché compisse un'azione di disturbo contro la Turchia, costringendola a richiamare a est parte delle sue truppe: i britannici su suggerimento di Horatio Herbert Kitchener e con il vigoroso appoggio di Winston Churchill allora primo lord dell'Ammiragliato, proposero di attaccare dal mare i forti turchi nei Dardanelli[63]. L'attacco iniziò nel febbraio 1915 e doveva essere la spallata decisiva all'Impero ottomano, la cui marina non poteva contrastare in alcun modo quella Alleata; l'opinione britannica dominante era quella di una campagna breve e violenta che avrebbe portato le truppe di terra a Istanbul. Aprire lo stretto avrebbe portato probabilmente alla resa turca e sicuramente alla possibilità da parte russa di esportare il suo grano. L'unico vero rischio, peraltro ampiamente minimizzato dagli Alleati, erano i campi minati turchi, dei quali sottovalutavano l'estensione e la capacità avversaria di metterne rapidamente in opera di nuovi; anche gli armamenti dei forti, sebbene antiquati, si sarebbero dimostrati pericolosi per gli attaccanti. La prevista rapida campagna si trasformò in una guerra di posizione con elevatissime perdite umane e che fece emergere un importante leader come Mustafà Kemal, generale dell'esercito ottomano.

L'Italia entra in guerra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi fronte italiano (1915-1918) e guerra Bianca.

Dopo l'attentato di Sarajevo, Austria-Ungheria e Germania decisero di tenere all'oscuro delle loro decisioni l'Italia. Ciò in considerazione del fatto che l'articolo 7 della Triplice alleanza avrebbe previsto, in caso di attacco dell'Austria-Ungheria alla Serbia, compensi per l'Italia[64]. Il 24 luglio, Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano e ministro degli esteri italiano, prese visione dei particolari dell'ultimatum e protestò con l'ambasciatore tedesco a Roma, dichiarando che se fosse scoppiata la guerra austro-serba sarebbe derivata da un premeditato atto aggressivo di Vienna[65]. La decisione ufficiale e definitiva della neutralità italiana fu presa nel Consiglio dei ministri del 2 agosto 1914 e fu diramata la mattina del 3[66].

La neutralità ottenne inizialmente consenso unanime; tuttavia il brusco arresto dell'offensiva tedesca sulla Marna instillò i primi dubbi sulla invincibilità tedesca. Macule interventiste andarono formandosi nell'autunno 1914 fino a raggiungere una consistenza non trascurabile appena un anno dopo. Gli interventisti additavano la diminuzione della statura politica incombente sull'Italia se fosse rimasta spettatrice passiva: i vincitori non avrebbero dimenticato né perdonato e se a prevalere fossero stati gli Imperi centrali, si sarebbero vendicati della nazione vista come traditrice di un'alleanza trentennale[67]. Alla fine del 1914 il ministro degli esteri Sidney Sonnino iniziò le trattative con entrambe le parti per scucire i maggiori compensi possibili e il 26 aprile 1915 concluse le trattative segrete con l'Intesa mediante la firma del patto di Londra, con il quale l'Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese[68]. Il 3 maggio successivo fu rotta la Triplice Alleanza, fu avviata la mobilitazione e il 24 maggio fu dichiarata guerra all'Austria-Ungheria, ma non alla Germania, con cui Antonio Salandra sperava di non guastare del tutto i rapporti[69].

Il piano strategico dell'esercito italiano, sotto il comando del generale e Capo di Stato maggiore Luigi Cadorna, prevedeva di intraprendere un'azione offensiva/difensiva per contenere gli austro-ungarici nel loro saliente incentrato sulla città di Trento e sull' Adige, che si incunea nell'Italia settentrionale lungo il lago di Garda, nella regione tra Brescia e Verona; concentrando invece lo sforzo offensivo verso est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso l'Austria-Ungheria, poco a ovest del fiume Isonzo[70]. L'obiettivo a breve termine dell'Alto comando italiano era costituito dalla conquista di Gorizia, situata poco più a nord di Trieste, mentre quello a lungo termine, ben più ambizioso e di difficile attuazione, se non addirittura visionario, prevedeva di avanzare verso Vienna passando per Trieste[71]. Sul fronte italiano furono ammassati circa mezzo milione di uomini, a cui in un primo tempo gli austriaci seppero contrapporre soltanto 80.000 soldati, in parte inquadrati in milizie territoriali male armate e poco addestrate.

Il crollo della Serbia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi campagna dei Balcani (prima guerra mondiale).
Soldati bulgari in fase di mobilitazione

Il fronte serbo rimase sostanzialmente stazionario per gran parte del 1915, finché gli eventi non si svilupparono improvvisamente a favore degli Imperi centrali. Il 6 settembre 1915 lo zar Ferdinando I di Bulgaria portò il suo paese nel campo degli Imperi centrali sottoscrivendo un trattato di alleanza con la Germania: i bulgari avevano da tempo mire espansionistiche sui territori della Macedonia occupati da serbi e greci ed erano desiderosi di vendicare le sconfitte subite a opera di questi durante la precedente seconda guerra balcanica[72]. Dopo gli insuccessi del 1914 le forze austro-ungariche sul fronte serbo erano ora passate sotto il comando del generale tedesco August von Mackensen e l'11ª Armata tedesca fu ritirata dal fronte orientale per appoggiare il nuovo tentativo di invasione; la situazione della Serbia era aggravata anche dal fatto che gli Alleati non riuscivano a fornirle adeguati aiuti: nel tentativo di stabilire un collegamento diretto, il 5 ottobre 1915 truppe anglo-francesi sbarcarono a Salonicco in Grecia, paese formalmente neutrale ma lacerato dai dissidi tra la fazione pro-Germania del re Costantino I e quella pro-Alleati del primo ministro Eleftherios Venizelos)[72].

Il 6 ottobre 1915 von Mackensen diede avvio all'invasione e le forze austro-tedesche attraversarono la Sava penetrando nel nord della Serbia, mentre l'11 ottobre successivo le truppe bulgare attaccarono da est: i serbi opposero una dura resistenza nelle regioni montuose dell'interno ma si ritrovarono in forte inferiorità numerica e vennero progressivamente respinti verso sud-ovest; il 22 ottobre i bulgari presero il nodo ferroviario di Kumanovo, tagliando la via di ritirata serba verso sud e bloccando le truppe francesi che risalivano da Salonicco verso nord, poi sconfitte e obbligate alla ritirata nella successiva battaglia di Krivolak (17 ottobre-21 novembre)[72]. Le truppe serbe cercarono di arrestare l'avanzata degli Imperi centrali nella regione del Kosovo ma furono nuovamente battute e il 25 novembre 1915 il generale Putnik diede ordine alle sue truppe di ripiegare oltre in confine con l'Albania, nella speranza di evacuare ciò che rimaneva dell'esercito serbo dai porti sul mare Adriatico: dopo aver perso migliaia di uomini a causa degli stenti e degli attacchi degli irregolari albanesi, i 150.000 superstiti dell'esercito serbo raggiunsero il mare e furono evacuati da navi Alleate a Corfù da dove, dopo essere stati riorganizzati e riequipaggiati, furono poi destinati al nuovo fronte davanti Salonicco[73].

Si combatte su tutti i fronti (1916)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia dello Jutland.
Esplosione a bordo della HMS Queen Mary durante la battaglia dello Jutland, 31 maggio 1916.

Da un punto di vista strategico, durante il 1915 le armate tedesche erano rimaste sulla difensiva in occidente. Anche se i battaglioni, i reggimenti e talora anche le divisioni si impegnavano in attacchi con obiettivi limitati, in una più vasta concezione delle cose la Germania si accontentava di tenere il terreno conquistato in Francia e Belgio mentre concentrava le proprie attenzioni a oriente dove inviò il grosso delle truppe. Questa strategia si sarebbe capovolta nel 1916 quando le potenze centrali avrebbero mantenuto la difensiva a est e cercato di far uscire la Francia dalla guerra[74].

Lo stesso giorno in cui venne sferrato l'attacco al Montenegro, da Gallipoli le ultime truppe britanniche lasciarono capo Helles[75]. Sollevati dalla pressione nemica a Gallipoli i turchi trasferirono in Mesopotamia 36.000 uomini dove la pressione russa del generale Nikolaj Nikolaevič Judenič costrinse i turchi ad arretrare fino ad Erzurum a metà febbraio. Le truppe zariste fecero 5.000 prigionieri entrando nella città e continuarono a incalzare i turchi verso ovest. Erano vittorie in terre remote, ma almeno per il momento riuscirono a sollevare il morale delle truppe russe[76].

A febbraio 1916 erano allo studio due piani, uno tedesco e uno anglo-francese, che miravano entrambi alla vittoria sul fronte occidentale: quello tedesco, approntato dal Capo di Stato maggiore Erich von Falkenhayn, puntava a provocare una grande battaglia di logoramento attorno la piazzaforte di Verdun; quello anglo-francese si proponeva di sfondare in estate le linee tedesche sulla Somme per distruggerne le difese con una vera e propria "guerra d'attrito"[77]. I britannici avrebbero tentato di vincere la resistenza tedesca con il peso della propria industria bellica sotto forma di un incessante tiro di artiglieria seguito da un massiccio attacco di fanteria per aprire ampi varchi che sarebbero stati sfruttati dalla cavalleria per avanzare in profondità.[78].

Da Verdun alla Somme[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Verdun e battaglia della Somme.
Un carro armato britannico Mark I avanza verso Flers insieme a migliaia di uomini, 15 settembre 1915.

I tedeschi andarono all'assalto di Verdun il 21 febbraio 1916 con un bombardamento violento e preciso che martellò per nove ore le linee francesi, distruggendo trinceramenti e linee telefoniche, impedendo l'arrivo di qualsiasi rinforzo. Cessato l'intenso fuoco d'artiglieria, 140.000 soldati attaccarono le difese francesi[79], occupando il numero più alto possibile di posizioni in vista del massiccio attacco del giorno successivo. In alcuni casi le pattuglie riuscirono perfino a fare prigionieri mentre i ricognitori aerei riportarono di una distruzione di vaste proporzioni nelle linee francesi[80]. L'attacco tedesco non sortì gli effetti sperati: nonostante ciò il 25 febbraio cadde uno dei simboli di Verdun, Fort Douaumont, e il comandante supremo Joseph Joffre avallò l'immediato invio a Verdun, come deciso dal suo secondo generale Édouard de Castelnau, della 2ª armata del generale Philippe Pétain. De Castelnau ordinò a Pétain di difendere fino alla morte le due rive della Mosa, accettando la sfida di von Falkenhayn che in questo modo poté seguire il suo piano di "dissanguamento graduale" dell'esercito francese[81].

Malgrado l'iniziale impeto, l'attacco tedesco tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo rallentò per via del riassetto che Pétain dette alle linee del fronte. Venne deciso di condurre una vasta azione anche sulla riva sinistra della Mosa per alleggerire la riva destra. E proprio sulla riva sinistra, vi era un'altura che aveva una notevole visuale in ogni direzione, il Cumières-le-Mort-Homme, la cui conquista avrebbe consentito di dominare anche un'altura verso Verdun, il Bois Bourrus[82].

Nei successivi tre mesi le avanzate da entrambe le parti furono minime al costo di perdite gravissime; in maggio i tedeschi si prepararono a un nuovo assalto che comprendeva l'attacco alle future basi di partenza per l'assalto finale a Verdun, ossia la piazzaforte di Thiaumont, l'altura di Fleury-devant-Douaumont, il forte di Souville e Fort Vaux, ossia l'estremità nord-est della linea francese[83]. Il 7 giugno cadde Fort Vaux, ma quest'ultimo tentativo tedesco di conquistare Verdun fallì con perdite elevate, e da lì a pochi giorni von Falkenhayn dovette fronteggiare l'imponente offensiva anglo-francese sulla Somme[84].

Alle 07:30 del 1º luglio, dopo una settimana di bombardamento preliminare, le truppe anglo-francesi uscirono dalle trincee sulla Somme attaccando su un fronte di 40 chilometri. Il 12 luglio, per conseguenza dei combattimenti in Francia e dell'offensiva Brusilov a oriente, von Falkenhayn interruppe le operazioni offensive a Verdun e trasferì da quel settore alla Somme due divisioni e sessanta pezzi d'artiglieria pesante. Sebbene i combattimenti vi sarebbero continuati sino a dicembre, sarebbero stati i francesi a dettare il corso della battaglia sulle rive della Mosa e lo stato maggiore tedesco avrebbe perso ogni velleità sul fronte di Verdun[85].

Nelle prime due settimane di luglio la battaglia della Somme fu condotta con una serie di azioni su scala ridotta preparatorie per una spallata di maggiore rilievo, ma per l'inizio di agosto, il comandante generale Douglas Haig accettò l'idea che la possibilità di uno sfondamento era del tutto tramontata; i tedeschi "avevano posto rimedio in grande misura alla disorganizzazione" di luglio. Il 29 agosto von Falkenhayn fu sostituito da von Hindenburg e Ludendorff, che immediatamente introdussero una nuova dottrina difensiva: il 23 settembre iniziò la costruzione della linea Hindenburg. Impegnati in due teatri, i tedeschi oramai risentivano pesantemente della tattica logorante e caparbia dei britannici sulla Somme e dei contrattacchi del generale Robert Georges Nivelle a Verdun[86].

Fra il 15 luglio e il 14 settembre la 4ª armata britannica sulla Somme condusse circa novanta attacchi della forza da un battaglione in su, di cui solo quattro per tutti i nove chilometri del proprio fronte: perse 82.000 uomini per un'avanzata di meno di un chilometro[86]. Il 15 settembre i britannici si lanciarono nella battaglia di Flers-Courcelette, dove ci fu il debutto operativo del carro armato[86]. Haig continuava intanto a sollecitare una pressione "senza soste" e grazie a una serie di altri piccoli successi Alleati nella prima settimana di ottobre i tedeschi ripiegarono su nuove linee difensive più arretrate, non senza aver dimostrato una forte resistenza. I limitati successi Alleati non furono però tali da alimentare speranze di uno sfondamento[87]. Il 18 novembre con un ultimo attacco alle trincee verso Grandcourt, che si risolse con un modesto successo, Haig avrebbe "rafforzato la posizione dei rappresentanti britannici" nell'imminente conferenza militare alleata di Chantilly e l'offensiva della Somme poté così essere sospesa[87].

Nel complesso il guadagno territoriale alleato fu di circa 110 chilometri quadrati e cinquantuno villaggi riconquistati; i tedeschi erano arretrati di circa 7/8 chilometri con notevolissime perdite di uomini e materiali. Da un punto di vista puramente tattico si trattò quindi di una sconfitta tedesca, ma il guadagno alleato fu molto esiguo di fronte all'enorme dispendio di truppe e mezzi[88]. Il mediocre risultato tattico e strategico conseguito sulla Somme costò il siluramento del generale Joseph Joffre sostituito dal "vincitore" di Verdun, Robert Nivelle. Le stragi di Verdun e della Somme comunque non cambiarono le strategie inconcludenti dello Stato maggiore francese, che avrebbe ripetuto i medesimi errori l'anno seguente portando l'esercito a ribellarsi contro i propri superiori in quella serie di ammutinamenti di massa che caratterizzarono il 1917[89].

Combattimenti sull'Isonzo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Strafexpedition e Fronte italiano (1915-1918)#Le successive battaglie dell'Isonzo.
Asiago in fiamme, maggio 1916

Il 15 maggio ebbe inizio la Strafexpedition ("spedizione punitiva"), durante la quale l'esercito italiano venne attaccato tra la valle dell'Adige e la Valsugana. Nei venti giorni successivi, gli austro-ungarici conquistarono una posizione dopo l'altra, minacciando di tagliare fuori le truppe italiane sull'Isonzo. Utilizzando le divisioni di riserva, il generale Cadorna riuscì a fermare gli austriaci e riprendere alcune delle posizioni perse, rischiando però che un'ulteriore offensiva sull'Isonzo potesse far perdere ai suoi uomini le poche conquiste fino allora ottenute[90].

Non riuscendo a smuovere gli austriaci dal Trentino, Cadorna decise di concentrarsi nuovamente sull'Isonzo: il 6 agosto le truppe italiane passarono all'offensiva, dal Sabotino al mare, raggiungendo e superando l'Isonzo, conquistando Gorizia e costringendo parte della 5ª armata austro-ungarica a ripiegare di alcuni chilometri sul Carso, che però avevano ceduto terreno per posizionarsi su una nuova linea difensiva già pronta, contro la quale si infransero i nuovi assalti italiani.[91] A settembre e ottobre ebbero inizio altre due battaglie, la settima (14-16 settembre) e l'ottava (10-12 ottobre) battaglia dell'Isonzo, che causarono un ingente numero di vittime e portarono a grame conquiste territoriali: errori, condizioni meteorologiche avverse e scarsità di materiali impedirono agli italiani di sfondare le linee e raggiungere Trieste[92]. Il comando italiano, già dopo l'ottava offensiva, voleva dare il via a un ennesimo attacco prima che tutto il fronte fosse bloccato dalla cattiva stagione in arrivo. L'assalto ebbe inizio solo il 31 ottobre contro la linea passante per Colle Grande-Pecinca-bosco Malo, e possibilmente anche contro quella Dosso Faiti-Castagnevizza-Sella delle Trincee. Il 2 novembre Cadorna decise di sospendere l'attacco per mancanza di rifornimenti anche se gli scontri ripresero comunque il giorno seguente: nel complesso si avanzò solo di qualche chilometro e le perdite sofferte ammontarono a 39.000 soldati per gli italiani e a 33.000 per gli austro-ungarici.[93]

L'offensiva Brusilov[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi offensiva Brusilov.

Dopo la massiccia offensiva austro-ungarica sferrata a maggio contro le posizioni in Trentino, anche l'Italia si appellò allo zar per diminuire la pressione sul proprio settore. I comandi russi sapevano che non era possibile sferrare nuovi attacchi per assistere gli italiani, data la precaria situazione di truppe e materiali, che andavano radunati e preparati per una prossima decisiva offensiva da compiersi durante la stagione estiva[94]. Solamente il generale Aleksej Alekseevič Brusilov reagì positivamente alla richiesta e poiché stava organizzando di attaccare in luglio anticipò l'azione a giugno per cercare di allentare la pressione sull'Italia, costringendo gli austriaci a trasferire truppe a est. Il 4 giugno l'offensiva iniziò con un potente tiro d'artiglieria, condotto da 1.938 pezzi su un fronte di circa 350 chilometri, dalle paludi di Pryp'jat' fino alla Bucovina[94]. Dopo aver sfondato in vari punti le linee austro-ungariche, in otto giorni i russi catturarono 2.992 ufficiali, 190.000 soldati, 216 cannoni pesanti, 645 mitragliatrici e 196 obici; un terzo delle truppe austriache che avevano contrastato l'avanzata erano state fatte prigioniere. Cinque giorni dopo i russi erano a Czernowitz, la città più orientale dell'Austria-Ungheria[95].

Alla fine di luglio la città di Brody, alla frontiera galiziana, cadde in mano ai russi, che nelle due settimane precedenti avevano catturato altri 40.000 austriaci; ma anche le perdite russe erano state pesanti e nell'ultima settimana di luglio Hindenburg e Ludendorff assunsero la difesa dell'ampio settore austriaco[96]. Ai primi di settembre Brusilov raggiunse le pendici dei Carpazi, ma lì si arrestò per le evidenti difficoltà geografiche e soprattutto per l'arrivo di truppe tedesche da Verdun arrestò la ritirata austriaca e inflisse gravi perdite ai russi: l'offensiva volse al termine e anche se non assestò un colpo mortale agli austro-ungarici, raggiuse l'obiettivo principale di distogliere importanti forze tedesche da Verdun e di costringere l'Austria a dirottare truppe dal settore italiano. Per converso il potenziale russo calò vistosamente, mentre i problemi interni e le carenze di materiali stavano falcidiando le forze russe che alla fine dell'offensiva Brusilov non furono più capaci di sferrare attacchi apprezzabili contro gli Imperi centrali[97].

La campagna di Romania[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi campagna di Romania.

L'opportunità di scendere in campo con gli Alleati, l'amicizia che legava Nicolae Filipescu e Take Ionescu alle potenze occidentali e il desiderio di liberare i connazionali della Transilvania dal controllo austro-ungarico (ben più oppressivo di quello subito dai francesi in Alsazia e Lorena) convinsero l'opinione pubblica romena che l'entrata in guerra avrebbe portato notevoli vantaggi; i successi raccolti da Brusilov incoraggiarono la Romania a compiere il passo decisivo, che l'avrebbe portata nell'abisso. Qualche possibilità in più la Romania l'avrebbe avuta se fosse scesa in campo prima, quando la Serbia era ancora una forza attiva e la Russia non aveva ancora intaccato il proprio potenziale; i due anni in più di preparazione avevano raddoppiato il numero di soldati a scapito dell'addestramento, quando invece gli austro-tedeschi avevano ormai sviluppato tattiche e armi adatte alla guerra in corso. L'isolamento della Romania e l'incapacità dei suoi vertici militari avevano impedito la trasformazione di un esercito composto da uomini armati di baionetta in una forza moderna[98].

L'avventata iniziativa romena si risolse in un'enorme sconfitta: la lentezza delle divisioni che attraversarono i Carpazi consentì a von Falkenhayn (da poco sostituito al comando supremo da Hindenburg e Ludendorff) di ingrossare le file austro-ungariche con l'invio di divisioni tedesche e bulgare. Questo permise a Ludendorff di arginare i romeni sui Carpazi mentre il generale von Mackensen li attaccava da sud-ovest e il 23 novembre li aggirava superando il Danubio; nonostante la reazione romena, la forza congiunta di von Falkenhayn e von Mackensen si dimostrò insostenibile per un esercito antiquato e mal comandato: il 6 dicembre gli austro-tedeschi entrarono a Bucarest continuando l'inseguimento di un esercito ormai in rotta[99]. La maggior parte della Romania, con i suoi fertili campi di grano e i giacimenti petroliferi, fu conquistata dagli Imperi centrali, che ridussero l'esercito romeno ridotto all'impotenza e inflissero una seria sconfitta politico-strategica agli Alleati[100].

Stallo nei Balcani[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi fronte macedone.

Eliminata la Serbia, le forze austro-ungariche invasero il Montenegro ai primi di gennaio 1916 e nonostante la sconfitta patita nella battaglia di Mojkovac (6-7 gennaio) obbligarono la piccola nazione a capitolare entro la fine del mese[101]. Lanciate all'inseguimento dell'armata serba in ritirata, le forze degli Imperi centrali penetrarono anche in Albania, paese in preda all'anarchia dopo che una rivolta popolare nel settembre 1914 aveva portato alla dissoluzione del governo centrale[102]: le truppe austro-bulgare occuparono il nord e il centro del paese entro la fine dell'aprile 1916, ma un corpo di spedizione italiano fu in grado di prendere il controllo delle regioni meridionali, nel tentativo di mantenere il possesso dello strategico porto di Valona[103]. Davanti Salonicco la situazione si era ormai stabilizzata in una lunga guerra di posizione: dopo il fallimento della prima battaglia di Doiran (9-18 agosto 1916), l'armata alleata (comprendente truppe francesi, britanniche, serbe, italiane e russe) subì un'offensiva bulgaro-tedesca lungo il fiume Strimone tra il 17 e il 27 agosto, riuscendo a contenerla; passate al contrattacco a metà settembre, le forze alleate presero Monastir nel sud della Serbia il 19 novembre seguente, guadagnando un po' di terreno ma senza riuscire a spezzare il fronte bulgaro[101].

Gli eventi del 1917[modifica | modifica sorgente]

Il 1917 iniziò per gli Imperi centrali in modo molto favorevole. In ottobre gli austro-ungarici sfondarono sul fronte italiano arrivando alle porte di Venezia e i tedeschi si apprestavano a trasferire quarantadue divisioni (più di mezzo milione di uomini) dal fronte orientale a quello occidentale, dato che i russi avevano deposto le armi il 1º dicembre, quando una commissione bolscevica, lasciata Pietrogrado, aveva attraversato le linee tedesche a Dvinsk ed era giunta alla fortezza di Brest-Litovsk dove una delegazione di tedeschi, austriaci, bulgari e turchi li attendeva per intavolare trattative di pace[104].

Sul fronte occidentale la battaglia della Somme terminò con una grave sconfitta tattica per il Regno Unito e dopo le tre fallimentari offensive Alleate di aprile ad Arras, sul crinale di Vimy e sull'Aisne, l'esercito francese fu attraversato da una serie di massicci ammutinamenti e di diserzione; i disordini furono di tale portata che fecero capire all'Alto comando francese che i soldati non erano più disposti a sopportare i tormenti di una nuova offensiva: avrebbero tenuto la posizione, ma non sarebbero usciti dalle trincee. Tutto il peso dell'offensiva ricadde quindi sulle spalle delle forze britanniche, che si sarebbero di lì a poco trovate a sostenere l'onere dei combattimenti in Francia e nelle Fiandre[105].

La Russia in subbuglio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi rivoluzione russa.

Le enormi perdite della Russia, dovute ai difetti del suo apparato bellico, che pur tuttavia aveva evitato molti sacrifici agli Alleati, avevano minato alle fondamenta la resistenza morale e fisica del suo esercito e al fronte molti ufficiali russi non riuscivano più a mantenere la disciplina[106]. Su tutto il fronte i bolscevichi incitavano gli uomini a rifiutarsi di combattere e a partecipare ai comitati dei soldati per sostenere e diffondere le idee rivoluzionarie; dal fronte le agitazioni si trasmisero alle città e alla capitale. A Pietrogrado il 3 marzo 1917 scoppiò un violento sciopero negli stabilimenti Putilov, la principale fabbrica di armamenti e munizioni: l'8 marzo gli operai in sciopero erano circa 90.000, il 10 marzo a Pietrogrado fu proclamata la legge marziale e lo stesso giorno il potere della Duma fu messo in discussione dal Soviet cittadino del principe menscevico Cereteli. Il 12 marzo 17.000 soldati inviati a Pietrogrado si unirono alla folla che protestava contro lo zar e alle 11:00 del mattino furono date alle fiamme il tribunale sulla prospettiva Litejnyj e le stazioni di polizia, dando inizio alla prima rivoluzione russa[107].

Le offensive britanniche[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Arras (1917), battaglia di Passchendaele e battaglia di Cambrai.
Le forze britanniche entrano a Baghdad l'11 marzo 1917.

Per tutto maggio i britannici continuarono gli attacchi: in sei settimane di combattimenti i tedeschi arretrarono dai 3 agli 8 chilometri su un fronte lungo 35; a metà maggio le truppe di Haig avevano compiuto un'avanzata più consistente di quando, due anni e mezzo prima, era cominciata la guerra di trincea: in poco più di un mese avevano conquistato un centinaio di chilometri quadrati di terreno, catturando oltre 20.000 prigionieri e 252 cannoni pesanti grazie anche al carro armato, divenuto parte integrante degli attacchi della fanteria. Il 14 maggio, a Magonza, anche i tedeschi sperimentarono il carro armato, due giorni prima che terminasse la battaglia di Arras[108].

Il governo britannico desiderava un successo spettacolare per risollevare il morale alleato dopo la disastrosa "Offensiva Nivelle" e a seguito del caos rivoluzionario in Russia. In Mesopotamia le operazioni si erano praticamente fermate dopo la resa di Kut: i britannici erano intenti a migliorare la propria situazione logistica e gli ottomani erano troppo deboli per scacciarli dalla regione; il nuovo comandante britannico, generale Frederick Stanley Maude, iniziò un'offensiva il 13 dicembre 1916, risalendo il corso del Tigri con il supporto di una flottiglia di cannoniere fluviali[109]. Il 23 febbraio 1917 i britannici sconfissero gli ottomani nella seconda battaglia di Kut, obbligandoli alla ritirata: incoraggiato dal successo l'alto comando britannico autorizzò Maude a continuare l'avanzata e l'11 marzo seguente i britannici presero Baghdad, sgombrata dagli ottomani. L'azione britannica proseguì poi verso nord in direzione di Samarra (caduta il 23 aprile), concludendosi alla fine di settembre nei pressi di Ramadi dove gli ottomani subirono una nuova sconfitta; il fronte entrò quindi in un lungo periodo di stasi, con entrambi i contendenti concentrati sulla campagna di Palestina[109].

Truppe ottomane schierate nella zona di Gaza.

La vittoria britannica nella battaglia di Rafa il 9 gennaio 1917 aveva definitivamente allontanato la minaccia ottomana alla penisola del Sinai e i comandanti Alleati iniziarono a progettare l'invasione della Palestina. Dopo una lunga preparazione logistica le forze del generale Archibald Murray iniziarono l'offensiva ai primi di marzo, subendo però una sconfitta nella prima battaglia di Gaza (26 marzo); un secondo tentativo di sfondare la linea difensiva ottomana davanti alla città, anche con il contributo di gas tossici e qualche carro armato, fallì nuovamente il 19 aprile seguente con gravi perdite per i britannici[110]. Nel giugno del 1917 Murray fu rimpiazzato dal generale Edmund Allenby, mentre sul fronte opposto Erich von Falkenhayn giunse nel teatro con un piccolo contingente di specialisti tedeschi per rinforzare lo schieramento ottomano. Dopo lunghi preparativi, l'offensiva britannica iniziò alla fine di ottobre del 1917: una prima vittoria nella battaglia di Beersheba (31 ottobre) consentì ai britannici di aggirare la linea difensiva ottomana, poi crollata dopo la sconfitta nella terza battaglia di Gaza (31 ottobre-7 novembre)[111]; nonostante il clima invernale e i contrattacchi ottomani, Allenby proseguì l'avanzata e il 9 dicembre i reparti britannici occuparono Gerusalemme, un importante obiettivo simbolico, prima di arrestarsi per il peggiorare delle condizioni meteorologiche[112].

La Russia esce dal conflitto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi rivoluzione d'ottobre e trattato di Brest-Litovsk.

Dopo la forzosa abdicazione di Nicola II il 15 marzo 1917, il Governo Provvisorio Russo di tendenze moderate si mise alla guida del paese, ma senza successo: a maggio gli succedette un altro governo di tendenze più socialiste capeggiato da Aleksandr Fëdorovič Kerenskij che nonostante le sempre maggiori richieste di pace non ritirò le truppe dal fronte. Dopo la partenza di Hindenburg e Ludendorff, il comando del fronte orientale passò al generale Max Hoffmann, che unendo strategia militare e politica paralizzò le forze russe e liberò una parte delle truppe tedesche che furono inviate sul fronte occidentale e in minima parte su quello italiano[113].

La situazione in Russia precipitò il 7 novembre quando dopo poco le 22:00 l'incrociatore Aurora, alla fonda nella Neva, annunciò che avrebbe fatto fuoco sul palazzo d'Inverno e sparò alcuni colpi a salve a dimostrazione della propria determinazione: alle 01:00 il palazzo era stato occupato dai bolscevichi e il loro leader Lenin fu eletto presidente del consiglio dei commissari del popolo[114]; il governo Kerensky fu spazzato via dai bolscevichi, che imposero al popolo russo un regime comunista e in dicembre conclusero l'armistizio con la Germania[113]. Le trattative di pace furono complicate: Lenin intendeva chiudere il fronte per rivolgersi ai movimenti controrivoluzionari che già attaccavano i bolscevichi, mentre gli Imperi centrali reclamavano condizioni di resa durissime. La Germania in particolare, resasi conto che l'integrità territoriale della Russia si stava velocemente disgregando, impose condizioni umilianti dopo che il 21 febbraio i bolscevichi avevano accettato le prime richieste. Il 24 febbraio, dopo una tempestosa discussione, il comitato centrale accettò senza condizioni le richieste tedesche[115].

La guerra sottomarina indiscriminata[modifica | modifica sorgente]

Sebbene nel dicembre 1916 gli Imperi centrali fossero riusciti a impadronirsi di un importante canale di approvvigionamento con l'occupazione della Romania e l'acquisizione del controllo della regione danubiana, il nulla di fatto con cui si era conclusa la battaglia dello Jutland aveva lasciato ai britannici il dominio dei mari, permettendo loro di mantenere il blocco navale ai danni della Germania. Il gioco del blocco marittimo era ormai diventato un problema ineludibile, ma d'altro canto i vertici militari erano confidenti che, una volta annientato il blocco, avrebbero potuto risolvere la partita sul fronte occidentale nel giro di pochi mesi; i vertici tedeschi si risolsero quindi a estendere la guerra sottomarina, sebbene ciò aumentasse inevitabilmente il rischio di coinvolgere gli Stati Uniti d'America, già vicini politicamente all'Intesa. Il 1º febbraio 1917 la Germania formalizzò la cosiddetta guerra sottomarina indiscriminata: da quel momento in avanti ogni nave diretta ai porti dell'Intesa sarebbe stata considerata un bersaglio legittimo; pochi giorni dopo gli Stati Uniti ruppero le relazioni diplomatiche con la Germania[116].

Gli Stati Uniti entrano in guerra[modifica | modifica sorgente]

Nonostante le provocazioni susseguitesi incessantemente per due anni, a partire dall'incidente del Lusitania, il presidente Thomas Woodrow Wilson si era attenuto alla sua politica di neutralità. L'annuncio della campagna sottomarina indiscriminata fornì una prova sufficiente dell'infondatezza delle speranze di pace di Wilson e, quando a ciò seguì il deliberato affondamento di navi statunitensi e il tentativo di istigare il Messico ad attaccare gli Stati Uniti[GruppoNota 3], il presidente Wilson ruppe gli indugi[117]. Il 4 aprile 1917 presentò al Congresso la proposta di entrare in guerra: il 6 aprile gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania. Nessuno dubitava che l'impatto delle truppe statunitensi in Europa sarebbe stato potenzialmente enorme; gli Stati Uniti avrebbero addestrato circa un milione di soldati, che a poco a poco sarebbero saliti a tre milioni. Ma ci sarebbe voluto almeno un anno, o forse più, prima che le truppe fossero addestrate, trasportate via nave in Francia e rifornite adeguatamente[118].

Ad aprile le prospettive per gli Imperi centrali si fecero buie: gli Stati Uniti si apprestavano a diventare belligeranti attivi, la Russia nonostante i disordini interni all'esercito non si era ancora ritirata dalla guerra, le potenze Alleate erano ormai superiori per numero di soldati e risorse. Germania e Austria-Ungheria potevano contare sul solo vantaggio delle numerose linee di comunicazione interne; armate, città, fabbriche, reti ferroviarie, stradali e fluviali si diramavano in modo complesso all'interno dei due paesi e risultavano inattaccabili per gli Alleati, mentre le linee di comunicazioni tra Regno Unito e Francia con gli Stati Uniti erano continuamente minacciate dagli U-Boote[119].

L'Austria-Ungheria vicina alla vittoria[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Caporetto.
Truppe tedesche in marcia nella valle dell'Isonzo durante la battaglia di Caporetto.

Dopo la dura undicesima battaglia dell'Isonzo le posizioni austro-ungariche intorno a Gorizia erano state talmente logorate che i tedeschi decisero di intervenire in aiuto dell'alleato. Hindenburg e Ludendorff, comandanti supremi dell'esercito tedesco, si accordarono con Arthur Arz von Straussenburg per l'organizzazione dell'offensiva combinata[120]. Alle 02:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all'alta Bainsizza, alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l'Isonzo[121].

Subito dopo la fanteria sfondò le linee italiane sia sulle montagne sia nella valle dell'Isonzo, dove una divisione tedesca raggiunse il pomeriggio del 24 ottobre la città di Caporetto; quindi gli austro-tedeschi avanzarono per 150 chilometri in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni, mentre l'esercito italiano ripiegava disordinatamente con numerosi casi di disgregazione e collasso di reparti. Cadorna, venuto a sapere della caduta di Cornino il 2 novembre e di Codroipo il 4, ordinò all'intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, ove nel frattempo era stata rafforzata una linea difensiva grazie agli episodi di resistenza sul fiume Tagliamento. La disfatta di Caporetto, oltre al crollo del fronte italiano e alla caotica ritirata delle armate schierate dall'Adriatico fino alla Valsugana, comportò la perdita in due settimane di 350.000 uomini fra morti, feriti, dispersi e prigionieri; altri 400.000 si sbandarono verso l'interno del paese[122].

La svolta (1918)[modifica | modifica sorgente]

Nonostante fosse sempre stata superiore in termini numerici alle potenze centrali, l'Intesa, a causa dello spreco di forze e del collasso della Russia, all'inizio del 1918 vide ribaltarsi la situazione: sarebbero dovuti passare parecchi mesi prima che le forze statunitensi facessero pendere nuovamente l'ago della bilancia in suo favore. Alla conferenza di Rapallo del novembre 1917, fu decisa la costituzione di un consiglio supremo di guerra dove i maggiori esponenti dei governi Alleati sarebbero stati affiancati da rappresentanti militari[123].; di fatto questi ultimi non avevano però il potere esecutivo in quanto i Capi di Stato maggiore erano subordinati ai rispettivi governi che anteponevano nella conduzione della guerra interessi economici. Nel frattempo i tedeschi iniziarono a trasferire decine di divisioni sul fronte occidentale che per la fine di gennaio 1918 ammontavano a 177, con altre trenta in arrivo, mentre il potenziale alleato indebolito dalle enormi perdite nel pantano di Passchendaele, scese a 172 divisioni, formate ognuna da nove battaglioni invece che dai soliti dodici[124].

Il generale Ludendorff, cogliendo il momento favorevole e cercando di anticipare l'arrivo in forze delle truppe statunitensi, ripose le speranze di vittoria in una nuova, fulminea e imponente offensiva a occidente. Per poter utilizzare tutte le truppe disponibili riuscì a estorcere una pace definitiva con il governo bolscevico e analoga pace impose alla Romania; inoltre per assicurare nel possibile una base economica alla sua offensiva, fece occupare gli immensi campi di grano dell'Ucraina, incontrando solo una misera resistenze da truppe cecoslovacche ex-prigioniere dei russi[125].

L'ultimo grande assalto tedesco[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi offensiva di primavera.
Un reparto di truppe d'assalto tedesche (Stoßtrupp); le rapide infiltrazioni effettuate da queste formazioni ebbero un ruolo importante nelle ultime offensive tedesche.

Dal gennaio 1918 truppe statunitensi sbarcavano settimanalmente in Francia e il 23 febbraio, per la prima volta, presero parte a un'azione a Chevregny insieme ai francesi, con due ufficiali e ventiquattro soldati. Mentre le truppe tedesche dilagavano a oriente il 21 marzo Ludendorff lanciò la programmata offensiva che, in caso di successo, avrebbe consentito alla Germania di vincere la guerra[126].

I risultati conseguiti dai tedeschi durante l'offensiva furono impressionanti per gli standard del fronte occidentale: catturarono 90.000 prigionieri e 1.300 cannoni, inflissero agli anglo-francesi 212.000 tra morti e feriti, annientarono l'intera 5ª armata britannica; per contro dovettero registrare 239.000 perdite tra ufficiali e soldati, con alcune divisioni ridotte alla metà dei loro effettivi. Molte compagnie erano rimaste con appena quaranta o cinquanta uomini[127]. A inizio agosto lo slancio tedesco su tutto il fronte cessò, mentre quasi un milione di soldati statunitensi erano giunti in Francia a dar manforte agli Alleati. Le truppe tedesche erano a un soffio dalla vittoria ma esauste e dissanguate dalle enormi perdite smisero di avanzare, anzi, cominciarono lentamente a indietreggiare, in una lenta ritirata che terminò solo l'11 novembre 1918[128].

L'offensiva austro-ungarica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia del solstizio.

Gli austro-tedeschi chiusero il 1917 sul fronte italiano con le offensive sul Piave, sull'altipiano di Asiago e sul monte Grappa; la ritirata sul meno esteso fronte del Grappa-Piave consentì all'esercito italiano, ora guidato dal Capo di Stato maggiore Armando Diaz, di concentrare le proprie risorse e di attestarsi saldamente con un mutato atteggiamento tattico, dovuto al pericolo concreto di invasione dell'Italia settentrionale. Gli austro-ungarici fermarono gli attacchi in attesa della primavera 1918, preparando un'offensiva che li avrebbe dovuti portare a penetrare nella pianura veneta. La fine della guerra contro la Russia permise di ridislocare la maggior parte dell'esercito sul fronte italiano.

L'offensiva austro-ungarica fu lanciata il 15 giugno con sessantasei divisioni, che durante la battaglia del solstizio non riuscirono a piegare la forte opposizione italiana. Al termine dei combattimenti gli austro-ungarici avevano subito gravi perdite e logorato la loro già provata macchina bellica; fallita l'offensiva, che nei piani doveva dare il colpo di grazia all'Italia e dare una svolta al conflitto, l'Austria-Ungheria si avviò a un'irrimediabile crisi militare e politica[129].

Le controffensive Alleate[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi offensiva dei cento giorni e battaglia di Vittorio Veneto.

In luglio il comandante supremo Alleato Ferdinand Foch diede inizio alla prevista controffensiva sulla Marna prodottasi in seguito agli attacchi tedeschi. Il 6 agosto il saliente era stato sgomberato e grazie allo slancio e alla presenza ormai massiccia delle truppe fresche di Pershing, gli Alleati continuarono le controffensive. L'8 agosto iniziò un secondo attacco condotto da truppe franco-britanniche appoggiate da 600 carri armati e 800 aerei; il successo Alleato fu tale che Ludendorff definì l'8 agosto "il giorno nero dell'esercito tedesco"[130]. Fu uno dei primi "attacchi di liberazione" di Foch contro la nuova linea tedesca, che proseguirono il 15 agosto con un vigoroso contrattacco sulla Somme, mentre a Parigi si riuniva il neocostituito Consiglio Interalleato per gli approvvigionamenti, che gettò i piani per la continuazione della guerra almeno fino al 1919[131]. Su tutto il fronte gli Alleati continuavano ad avanzare cacciando i tedeschi da Compiègne, Antheuil-Portes, Lassigny; sulla Somme conquistarono Thiepval e bosco Mametz; il 27 l'esercito tedesco avviò l'evacuazione delle Fiandre, abbandonando i territori conquistati quattro mesi prima: Ludendorff aveva optato per una strategia difensiva cercando in tutti i modi di tenere la Linea Hindenburg, ma ormai il morale delle truppe era a terra. A fine agosto i tedeschi lasciarono l'Aisne sotto i colpi del generale Mangin e a inizio settembre i canadesi iniziarono i primi assalti alla Hindenburg; il 3 settembre Foch diede l'ordine perentorio di attaccare senza sosta su tutto il fronte. L'11 agosto gli statunitensi attaccarono Saint-Mihiel che venne conquistata il 13, elimindando il saliente tedesco dopo quattro anni[132]. Il 25 settembre poté quindi scattare l'offensiva della Mosa-Argonne a cui parteciparono dieci divisioni americane: le due operazioni insieme valsero la conquista di oltre 500 chilometri quadrati di territorio[133].

Truppe italiane superano il Piave durante la battaglia di Vittorio Veneto.

Sul fronte italiano l'impero asburgico era ormai a un passo dal baratro: assillata dall'impossibilità di continuare a sostenere lo sforzo bellico sul piano economico, la duplice monarchia era inoltre sempre meno in grado di tenere unito il vasto mosaico dei popoli sui cui governava, non riuscendo a proporre, se non tardivamente, delle valide alternative che ne risconoscessero l'identità; la rivoluzione delle varie etnie stava rapidamente maturando. Mentre l'Austria-Ungheria si dibatteva in simili problemi, l'Italia anticipò l'offensiva prevista per il 1919[134].

Il 23 ottobre cominciarono gli sbarramenti d'artiglieria e la costruzione di ponti di barche sul Piave, in condizioni climatiche pessime. Nonostante dure opposizioni, gli italiani avanzarono rapidamente in Veneto, Friuli e Cadore e il 29 ottobre l'Austria-Ungheria chiese l'armistizio: il 3 novembre, a Villa Giusti presso Padova, firmò l'armistizio. I soldati italiani entrarono a Trento mentre i bersaglieri sbarcarono a Trieste, chiamati dal locale comitato di salute pubblica, che però aveva richiesto lo sbarco di truppe dell'Intesa[135].

Il collasso degli Imperi centrali[modifica | modifica sorgente]

La Bulgaria fuori dal conflitto[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi storia della Bulgaria nella prima guerra mondiale.

Nei Balcani il 1917 si era chiuso con un'ulteriore situazione di stallo: un'offensiva lanciata tra aprile e maggio dal generale Maurice Paul Emmanuel Sarrail a capo dell'armata alleata di Salonicco, si era conclusa con due sconfitte nella seconda battaglia di Doiran e nella battaglia del Crna, obbligandolo a sospendere le operazioni lungo tutto il fronte; gli Alleati ottennero invece un successo sul piano diplomatico quando il 29 giugno 1917 la Grecia dichiarò guerra agli Imperi centrali, dopo che il filo-tedesco re Costantino I era stato costretto ad abdicare[136]. Entrambe le parti avevano poco interesse a portare avanti grosse operazioni su questo teatro: l'attenzione degli Alleati era diretta principalmente al fronte occidentale e la Bulgaria era riluttante a continuare la guerra, avendo già occupato tutti i territori cui era interessata e dovendo sopportare una profonda crisi economica che lasciò intere regioni praticamente alla fame[137].

A metà del 1918 il nuovo comandante delle forze alleate, generale Louis Franchet d'Espèrey, preparò i piani per una risolutiva offensiva lungo tutto il fronte macedone, convinto che la Bulgaria fosse sul punto di cedere[136]. Dopo lunghi preparativi l'offensiva del Vardar scattò il 14 settembre 1918: mentre i reparti greco-britannici attaccavano verso est ottenendo un successo nella terza battaglia di Doiran (18-19 settembre), le truppe francesi, serbe e italiane sfondarono il fronte bulgaro da ovest dopo la decisiva vittoria nella battaglia di Dobro Pole (15 settembre)[136]. Nella ritirata l'esercito bulgaro si disfece, mentre il paese era scosso da tumulti e manifestazioni contro la guerra: il 29 settembre, occupata dai francesi Skopje, la Bulgaria accettò l'offerta di un armistizio avanzata dagli Alleati, uscendo ufficialmente dal conflitto il 30 settembre seguente. Mentre le forze britanniche proseguivano la marcia verso est in Tracia alla volta di Istanbul, i franco-serbi mossero verso nord raggiungendo il Danubio il 19 ottobre e liberando Belgrado dall'occupazione austroungarica il 1º novembre[136].

La resa dell'Impero ottomano[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi rivolta araba e armistizio di Mudros.

Nel teatro del Medio Oriente le forze dell'Impero ottomano stavano ormai cedendo su tutti i fronti. Nella penisola araba, le litigiose tribù locali avevano infine trovato una certa guida unitaria sotto lo sharif Al-Husayn ibn Ali, insorgendo contro la dominazione ottomana; rifornite di armi e munizioni dagli Alleati e raggiunte da una missione di addestratori britannici capitanati dal colonnello Thomas Edward Lawrence (poi passato alla storia come "Lawrence d'Arabia"), le forze arabe iniziarono una massiccia campagna di guerriglia contro gli ottomani, prima interrompendo la ferrovia dell'Hegiaz e poi catturando l'importante porto di Aqaba sul Mar Rosso[109]. Gli irregolari arabi di Lawrence si spinsero poi verso nord per appoggiare gli sforzi finali dei britannici in Palestina.

La situazione sul fronte palestinese era rimasta sostanzialmente statica per gran parte del 1918, con l'attenzione degli Alleati concentrata sul fronte occidentale; l'offensiva finale poté iniziare solo il 19 settembre: mentre gli irregolari arabi mettevano in atto azioni diversive a est per attirare l'attenzione ottomana, le forze britanniche del generale Allenby attaccarono da ovest lungo la zona costiera, potendo contare su una netta superiorità numerica, una più efficace logistica e un assoluto dominio del cielo[138]. Le forze Alleate ottennero una decisiva vittoria nella battaglia di Megiddo (19 settembre–31 ottobre) con una perfetta azione combinata[138]: la fanteria sfondò il fronte e aprì un varco per la cavalleria che, appoggiata da unità di autoblindo e bombardieri, inseguì con decisione il nemico impedendogli di attestarsi su nuove posizioni; la ritirata ottomana si trasformò in rotta e le forze Alleate dilagarono verso nord, penetrarono in Siria e ocuuparono Damasco (2 ottobre) e Aleppo (25 ottobre).

In Mesopotamia, ormai un fronte secondario, le preponderanti forze britanniche iniziarono la loro offensiva sul finire di settembre, dilagando nella zona di Mossul-Kirkuk e ottenendo un'importante vittoria nella battaglia di Sharqat (23–30 ottobre 1918)[138]. Ormai in ritirata su tutti i fronti e con l'esercito ridotto a un sesto della forza originaria, all'Impero ottomano non restò altro che trattare la propria resa: il 30 ottobre i rappresentati dell'Impero siglarono l'armistizio di Mudros e il 13 novembre una forza d'occupazione Alleata si installò a Costantinopoli.

Il crollo dell'Austria-Ungheria[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi armistizio di Villa Giusti.

Il 28 ottobre l'Austria-Ungheria chiese agli Alleati di iniziare le trattative per l'armistizio: l'impero era giunto alla fine del suo percorso politico e militare. Quello stesso giorno gli italiani catturarono 3.000 austriaci sul Piave. In serata l'esercito asburgico ricevette l'ordine di ritirarsi[139]. A Praga la richiesta di armistizio provocò una decisa reazione dei cechi; il Consiglio nazionale cecoslovacco si riunì a palazzo Gregor, dove si era costituito tre mesi prima, e assunse le funzioni di un vero e proprio governo: ordinò agli ufficiali austriaci nel castello di Hradčany di trasferire i poteri, assunse il controllo della città e proclamò l'indipendenza dello stato ceco senza autorizzazione da parte di Vienna. A sera le truppe austriache nel castello deposero le armi[139]. Sempre quello stesso giorno, il Parlamento croato dichiarò che da quel momento Croazia e Dalmazia avrebbero fatto parte di uno "Stato nazionale sovrano di sloveni, croati e serbi". Analoghe dichiarazioni pronunciate a Lubiana e Sarajevo legarono le regioni occidentali dei Balcani all'emergente Jugoslavia[140].

Il 30 ottobre vennero fatti prigionieri più di 33.000 soldati austriaci, mentre a Vienna il governo austro-ungarico continuava ad adoperarsi per giungere all'armistizio con gli Alleati[140]. Il 1º novembre Sarajevo si dichiarò parte dello "Stato sovrano degli slavi meridionali". A Vienna e a Budapest era ormai scoppiata la rivoluzione; il giorno precedente il conte István Tisza fu ucciso dalle guardie rosse nella capitale ungherese[141]. Il 3 novembre l'Austria firmò l'armistizio che sarebbe entrato in vigore il 4, mentre a Vienna continuava la rivoluzione di stampo bolscevico; lo stesso giorno gli italiani entrarono a Trento e la Regia Marina sbarcò a Trieste, mentre sul fronte occidentale gli Alleati accolsero la richiesta formale di armistizio avanzata dal governo tedesco[135].

La fine a occidente[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi armistizio di Compiègne.
« La guerra è finita, certo in modo completamente diverso da quanto avevamo pensato »
(Affermazione fatta da Guglielmo II al suo seguito negli ultimi giorni della guerra[142])

La Germania aveva visto il proprio potenziale umano gravemente compromesso da quattro anni di guerra, trovandosi d'altronde in gravi difficoltà dal punto di vista economico e sociale. Il 1º ottobre i britannici si apprestavano a superare la Hindenburg lungo il canale di St. Quentin e gli statunitensi a sfondare nelle Argonne; Ludendorff si recò direttamente dal Kaiser per chiedergli di avanzare immediatamente una proposta di pace, dando la responsabilità della grave situazione "idee spartachiste e socialiste che avvelenavano l'esercito tedesco"[143]. Le battaglie infuriavano ancora quando il 2 ottobre la prima rivoluzione tedesca scoppiò. Il 4 ottobre il principe Maximilian di Baden telegrafò a Washington per richiedere l'armistizio[144]. La Germania pur essendo nello scompiglio non era precipitata nell'anarchia né aveva deciso di arrendersi: l'8 ottobre Wilson respinse la proposta e l'11 i tedeschi iniziarono a ritirarsi su tutto il fronte senza però rinunciare a combattere[145].

Ludendorff confidava nel continuare la lotta nella speranza che un'efficace difesa della frontiera tedesca potesse alla lunga smorzare la determinazione degli Alleati. Ma la capitolazione dell'Austria-Ungheria il 3 novembre scoprì il fronte sud-orientale della Germania, dove la rivoluzione dilagava alimentata anche alimentata dalla riluttanza del Kaiser ad abdicare. La sola via d'uscita poteva essere raggiunta con un accordo con i rivoluzionari, così il 9 novembre il principe di Baden lasciò il posto a Friedrich Ebert facedno così cadere, come voleva il popolo e aveva specificato Wilson, i capi che avevano portato la Germania alla rovina[146].

L'offensiva dei cento giorni inflisse una serie di sconfitte all'esangue esercito tedesco, le cui truppe iniziarono ad arrendersi in numero sempre crescente; quando finalmente gli Alleati ruppero il fronte, la monarchia imperiale si dissolse e i due comandanti supremi Hindenburg e Ludendorff, dopo aver tentato invano di convincere il Kaiser a combattere a oltranza, si fecero da parte[147]. Di fronte alla rivoluzione interna e alla minaccia delle forze Alleate ormai in vista del confine tedesco, i delegati tedeschi che si recarono a Compiègne già il 7 novembre non ebbero altra scelta che quella di accettare le gravose condizioni imposte dagli Alleati. L'armistizio entrò in vigore alle ore 11:00 dell'11 novembre 1918, ponendo fine alla guerra[148].

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi conseguenze della prima guerra mondiale.

Al termine della guerra l'impero austro-ungarico si era dissolto in nuove entità statali ancora instabili, con l'Austria ridotta a una piccola repubblica divisa da conflitti interni; l'impero tedesco era stato sostituito dalla repubblica di Weimar, che cercava di consolidarsi tra l'esplodere di ribellioni ispirate alla rivoluzione sovietica e le rabbiose repressioni condotte dai Freikorps, che riunivano soldati smobilitati, nazionalisti, conservatori e tutti coloro che ritenevano la resa una manovra di comunisti ed ebrei; entrambe le nazioni dovettero affrontare la rivitalizzazione dell'economia distrutta dalla guerra. Ma anche i vincitori erano gravati dalle perdite, dalle distruzioni, dalla promessa di una vita migliore fatta ai soldati che tornavano dai campi di battaglia e dalla complessa gestione delle controversie territoriali tra i nuovi stati sorti in Europa centro-orientale[149].

Perdite umane[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi conteggio delle vittime della prima guerra mondiale.

La prima guerra mondiale è stato uno dei conflitti più sanguinosi dell'umanità. Nei quattro anni e tre mesi del conflitto persero la vita circa 2 milioni di soldati tedesche insieme a 1.110.000 austro-ungarici, 770.000 turchi e 87.500 bulgari; dalla parte degli alleati ci furono all'incirca 2 milioni di morti tra i soldati russi, 1.400.000 francesi, 1.115.000 dell'Impero britannico, 650.000 italiani, 250.000 rumeni e 116.000 statunitensi. Considerando tutte le nazioni del mondo, si stima che durante il conflitto persero la vita poco meno di 9.722.000 di soldati con oltre 21 milioni di feriti, alcuni dei quali guarirono senza grosse complicazioni mentre molti altri rimasero più o meno gravemente segnati o menomati a vita. Queste cifre però non tengono conto di tutti coloro che rimasero traumatizzati dal punto di vista psicologico, colpiti da quello che oggi chiamiamo disturbo post-traumatico da stress. Questi dati non considerano nemmeno le vittime civili uccise dalla guerra; circa 950.000 persone morirono a causa delle operazioni militari e circa 5.893.000 civili perirono a seguito delle carestie, delle malattie provocate dal conflitto, quali l'influenza spagnola e dalle persecuzioni razziali scatenatesi durante il conflitto[150].

Crimini di guerra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi stupro del Belgio, crimini di guerra tedeschi nella prima guerra mondiale e occupazione russa della Galizia.

Moltissimi civili perirono a causa di crimini di guerra, rappresaglie e persecuzioni razziali all'interno dei diversi paesi entranti in guerra. Il diritto internazionale umanitario e la convenzione dell'Aia del 1907 furono ripetutamente violate durante il conflitto e solo la ridotta estensione delle regioni occupate pose un freno alle stragi[151]. I dettami di Carl von Clausewitz, che consigliava una certa pressione sulle popolazioni invase affinché si potesse ottenere la resa dell'avversario, vennero applicati dall'esercito tedesco quando questo irruppe nel Belgio e in Francia settentrionale nel primo anno di guerra. L'uccisione di parecchie centinaia di civili belgi si verificò in varie località belga come Sambreville, Seilles, Dinant e Lovanio, oltre che nei distretti francesi nord-orientali. I soldati tedeschi, colpiti dai franchi tiratori che già li avevano infastiditi durante la guerra franco-prussiana del 1870 e animati da presunte storie di loro commilitoni accoltellati alle spalle o torturati mentre erano feriti e inermi, si ostinarono a combattere con ferocia ogni atto da loro giudicato "illegale". In quasi un mese, vale a dire il tempo che durò l'avanzata in Belgio, i soldati del Reich fecero oltre 5.000 vittime tra i civili.[152][GruppoNota 4]

Alle città invase venne spiegato che la Germania non era in grado di fornire adeguate scorte alimentari per via del blocco navale attuato dall'Intesa e le popolazioni vennero salvate solo dalle derrate alimentari statunitensi distribuite dalla Committee for Relief in Belgium guidata dal futuro presidente Herbert Hoover, che si occupò anche dell'oltre mezzo milione di uomini rimasti disoccupati dopo lo spostamento delle fabbriche belga in Germania, dove vennero inviati anche oltre 60.000 lavoratori coatti e alcune decine di migliaia di loro colleghi volontari. Altri uomini, donne e ragazzi vennero obbligati ai lavori agricoli nelle vicinanze del luogo di coscrizione[153]. Per dividere ulteriormente la popolazione, i tedeschi fecero leva sugli antichi dissapori tra fiamminghi e valloni, arrivando a riconoscere il Governo provvisorio delle Fiandre guidato dal fiammingo August Borms[154].

Benché avessero meno occasioni per infierire sulle popolazioni, crimini di guerra furono compiuti anche dalle potenze dell'Intesa. Gli abitanti che abitavano le terre lungo l'Isonzo occupate dagli italiani nel 1915 manifestarono in più di un'occasione i loro sentimenti ostili all'Italia: a Dresenza venne compiuto un attentato, peraltro fallito, contro il generale Donato Etna e per rappresaglia gli italiani uccisero alcuni abitanti; a Villesse, dopo un attacco della popolazione contro i bersaglieri, vennero fucilati più di 100 civili. Da queste terre furono deportati nell'Italia meridionale circa 70.000 abitanti e lo stesso fece l'Austria-Ungheria con i civili italofili, rumeni o serbi. La Russia obbligò le popolazioni tedesche del Volga a trasferirsi in Siberia[155]. Circa 200.000 tedeschi che vivevano in Volinia e circa 600.000 ebrei furono deportati dalle autorità russe[156]. Nel 1916 fu inoltre emesso un ordine di espulsione per circa 650.000 tedeschi del Volga a est, ma la rivoluzione russa ne impedì l'attuazione[157]. Molti pogrom accompagnarono la rivoluzione del 1917 e la conseguente guerra civile russa: tra i 60.000 e i 200.000 civili ebrei vennero uccisi atrocemente in tutto l'Impero russo[158].

Genocidi etnici[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi genocidio armeno, genocidio degli Assiri e genocidio dei greci del Ponto.
Civili armeni giustiziati probabilmente nella primavera del 1915.

Nel biennio 1915-1916 l'Impero ottomano, una parte del cui esercito era impegnata nel Caucaso contro i russi, decise di deportare le locali popolazioni armene, ritenute infide e comunque di sentimenti anti-turchi, in Mesopotamia e Siria: centinaia di migliaia di armeni morirono durante le marce per fame, malattia o sfinimento. Il genocidio ebbe una breve e violenta ripresa una volta cessate le ostilità, quando Kemal sterminò altre decine di migliaia di armeni per rendere più compatto il ceppo razziale turco[159]. Tra il 1914 e il 1920 l'Impero ottomano, retto dal governo dei Giovani Turchi, intraprese un'azione di sterminio di massa nei confronti dei cristiani della Chiesa assira d'Oriente, della Chiesa ortodossa siriaca, della Chiesa cattolica sira e della Chiesa cattolica caldea: questa operazione passerà alla storia come "genocidio assiro". Sulla vetta di una montagna, il Ras-el Hadjar, centinaia di ragazzi tra i 6 e 15 anni vennero sgozzati brutalmente e poi buttati dal precipizio; fu solo uno dei tanti episodi che seguirono e che continuarono a prendere di mira i cristiani assiro-caldeo-siriaci. Nell'aprile 1915 la stessa sorte toccò agli abitanti del villaggio di Tel Mozilt e di altri trenta paesi in particolare della provincia di Van; nel marzo 1918 fu infine assassinato il patriarca Mar Shimun XXI Benyami, che era allora la somma autorità religiosa in Assiria. Si valuta che i morti non siano stati meno di 275.000: nonostante i numeri enormi, tale genocidio rimase ai margini del dibattito storiografico e se discusse per la prima volta al Parlamento europeo solo il 26 marzo 2007[160]. Ben più noto è il cosiddetto "genocidio greco" svoltosi dal 1914 al 1924 ai danni dei greci del Ponto. Poiché era una delle poche minoranze cristiane in Medio Oriente, questa popolazione soffrì un terribile massacro da parte degli ottomani; una strage che fu definita non senza polemiche "genocidio" e che ancora oggi è motivo di controversie tra Turchia e Grecia. A quest'ultima, che riconobbe i massacri come crimini di guerra e che nel 1994 dichiarò il 19 maggio giornata commemorativa, si sono associati vari stati americani. Le vittime cagionate da fucilazioni, maltrattamenti, malattie e fame sono state calcolate nel giro di sette anni a circa 350.000[161].

La pace e la memoria[modifica | modifica sorgente]

Al termine del conflitto in tutta Europa, su ogni campo di battaglia e in ogni città e paese in lutto, sorsero monumenti commemorativi; alcuni piccoli, alcuni grandi e altri di notevoli dimensioni, come a Vimy, a Thiepval, a Douaumont oppure a Redipuglia[162]. Parallelamente si alternavano in tutti i campi di battaglia cerimonie e commemorazioni: nell'autunno 1920 il capo della Commissione imperiale per le tombe di guerra britannica scelse cinque spoglie tra i caduti senza nome sul fronte occidentale, uno solo dei quali venne selezionato dal tenente colonnello Henry Williams per essere inumato a Londra e dare a centinaia di migliaia di parenti e amici un luogo dove ricordare e pregare i propri cari dispersi in battaglia. La salma fu scortata per tutto il nord della Francia, poi il feretro salpò per la Gran Bretagna a bordo del cacciatorpediniere Verdun e l'11 novembre 1920 ebbe luogo a Londra la solenne cerimonia funebre del Milite Ignoto[163].

Una dopo l'altra le tombe del Milite Ignoto vennero inaugurate in tutti i paesi partecipanti al conflitto appena concluso. I tedeschi ne eressero una a Tannenberg nel 1927 e una al Neue Wache di Berlino nel 1931; a Parigi venne posizionata la tomba del Milite Ignoto alla base dell'Arco di Trionfo[164]; in Italia venne affidata a Maria Bergamas, la madre del volontario irredento Antonio Bergamas disperso in combattimento, la scelta di una salma tra undici bare di soldati non identificati caduti in vari fronti di battaglia. La bara prescelta fu deposta in un carro ferroviario che sfilò in tutta Italia fino a Roma, dove il 4 novembre 1921 fu prima deposta nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, per poi essere traslata negli anni trenta al Vittoriano[165].

Su tutti i campi di battaglia nacquero cimiteri di guerra gestiti dalle commissioni di guerra dei diversi paesi, che diventarono meta di pellegrinaggio per chi era alla ricerca di un proprio caro o per commemorare un commilitone. Non passò anno senza che si celebrasse qualche toccante cerimonia o si inaugurasse un monumento. Le cerimonie conobbero una stasi durante il secondo conflitto mondiale, quando molti dei campi di battaglia vennero occupati dai tedeschi, ma dopo la fine del conflitto ripresero regolarmente[166].

Eredità culturale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi prima guerra mondiale nella cultura.

Politiche e sociali[modifica | modifica sorgente]

Con la fine del conflitto, vinti e vincitori si trovarono davanti una situazione disastrosa: i quattro imperi sconfitti si dissolsero in nuove nazioni e il presidente Wilson si prese la responsabilità di organizzare un nuovo sistema globale, fondato sulla risoluzione delle controversie per vie pacifiche e sull'autodeterminazione dei popoli. In un discorso che tenne davanti al Senato degli Stati Uniti l'8 gennaio 1919, riassunse i suoi propositi in quattordici punti, sui quali vigeva il pensiero che dovesse esserci una "pace senza vincitori", poiché a suo parere una pace imposta avrebbe contenuto il germe di una nuova guerra[167].

Il 18 gennaio 1919 iniziò la conferenza di Parigi che vide i quattro paesi vincitori impegnati nella costruzione del nuovo sistema geopolitico europeo; in base al principio di autodeterminazione dei popoli, sorsero direttamente dalle ceneri degli antichi imperi nuovi Stati indipendenti (quali la Cecoslovacchia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni), che si trascinarono dietro tensioni a causa dei loro confini e dell'eterogeneità della loro popolazione. In realtà il trattato di Versailles ebbe anche numerose ripercussioni negative; la Germania, costretta ad ammettere la propria colpevolezza, cominciò a convincersi che la disfatta fosse da imputare esclusivamente al cedimento del fronte interno, cagionato secondo i nazionalisti dai fautori della Repubblica di Weimar, dai comunisti e dalla comunità ebraica, accusati di non aver creduto o sostenuto il governo precedente. Lo scontento si diffuse anche tra i vincitori: ad esempio il Belgio si ritrovò negati i possedimenti in Africa e l'Italia fu informata che il patto di Londra del 1915 non era più valido, dando un potente strumento ai nazionalisti italiani che poterono parlare di "vittoria mutilata"[168].

L'Unione Sovietica, non più in guerra dal 1917, ebbe delle difficoltà nel far aderire gli stati confinanti (l'unico che riuscì ad annettere fu l'Ungheria, che aveva comunque resistito sino all'agosto del 1919)[non chiaro]. Inoltre minacciava la sicurezza interna la Polonia tornata indipendente, che voleva mantenere i propri confini: nel 1919 scoppiò la guerra sovietico-polacca che terminò con la pace di Riga. In seguito al trattato di Rapallo del 1922, l'Unione Sovietica venne ufficialmente riconosciuta.

Negli anni successivi alla guerra si presentò anche la prima crisi del colonialismo europeo. Alcuni stati, sotto il giogo delle grandi potenze da lungo tempo, cominciarono a rivendicare la propria indipendenza, causando non pochi problemi agli stati europei, specialmente riguardo al commercio di materie prime. Ancora una volta Wilson assunse il ruolo di mediatore e inaugurò una missione di civilizzazione volta a migliorare le nazioni più arretrate, in modo da concedere loro l'indipendenza, non prima di averle affidate alla guida di potenze quali la Francia o il Regno Unito. Questi movimenti nazionalistici riguardarono in particolar modo paesi dell'Oriente, del Medio Oriente (come la Cina, l'India, l'Iraq e il Libano) e anche africani (quali l'Egitto o la Cirenaica)[169]. La guerra ebbe effetti anche sul piano socio-economico di tutti i paesi. In particolare, le nazioni europee mancarono di spirito collaborativo e preferirono reggersi unicamente sulle loro forze e possibilità, scelta individualista che facilitò l'esplosione della crisi economica seguente alla caduta della borsa di Wall Street (1929) in Europa, facendo aumentare il livello di disoccupazione e povertà[170]. La vita sociale, in particolar modo, aveva subito enormi strappi: basti pensare che erano stati inviati al fronte 66 milioni di uomini, dei quali i superstiti, al loro ritorno, trovarono condizioni disastrose[171].

Trauma sociale[modifica | modifica sorgente]

Scontento in Germania[modifica | modifica sorgente]

Effetti economici[modifica | modifica sorgente]

Effetti sulle popolazioni[modifica | modifica sorgente]

L'avanzamento tecnologico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi evoluzione tecnologica nella prima guerra mondiale.
Paradossale immagine in cui si accosta la innovativa tecnologia del carro armato all'uso del piccione quale mezzo di comunicazione con le retrovie, Albert, agosto 1918.

Gli anni della prima guerra mondiale videro la più rapida accelerazione del progresso tecnologico della storia; se si eccettua l'invenzione della bomba atomica durante il secondo conflitto mondiale, le invenzioni tecnologiche si succedettero con ritmo molto più lento. Nel periodo 1939-1945 gli armamenti, le tattiche e l'organizzazione delle unità militari statunitensi, britanniche, tedesche e sovietiche non subirono sostanziali cambiamenti. Durante la Grande Guerra accadde invece che le compagnie di fanteria francesi, tedesche e britanniche nel 1918 fossero completamente diverse da quelle del 1914, sia per quanto riguarda la struttura organica, che per le tattiche e gli armamenti[172]. All'inizio della guerra nessun esercito intuiva ancora che la mitragliatrice leggera sarebbe diventata la principale arma della fanteria e che i fragili aeroplani, utilizzati esclusivamente per l'osservazione aerea, sarebbero diventati mezzi veloci e fortemente armati in grado di fornire appoggio tattico alle forze di terra. Nel 1918 i soldati indossavano elmetti d'acciaio, erano dotati di maschere antigas, combattevano muniti di una vasta gamma di armi e potevano contare sul supporto di carri armati e di forze aeree, cose del tutto impensabili solo quattro anni prima. Ancora, i soldati anglo-francesi nel 1918 avrebbero compiuto le loro più sensazionali avanzate dietro a un'ondata di carri armati[173].

L'esperienza dei soldati[modifica | modifica sorgente]

Guerra e ammutinamento[modifica | modifica sorgente]

Nel 1917, dopo quasi tre anni di scontri sanguinosi con risultati modesti, iniziò a serpeggiare nelle file di molti eserciti un forte malcontento che esplose nell'esercito francese il 27 maggio 1917 con l'ammutinamento di 30.000 soldati. Costoro lasciarono la prima linea lungo lo Chemin des Dames e tornarono nelle retrovie, rifiutandosi di obbedire agli ordini; il fenomeno si estese poi a circa metà dell'esercito francese, coinvolgendo circa 50 divisioni[174]. Il 1º giugno a Missy-aux-Bois un reggimento di fanteria francese si impadronì della città e nominò un "governo pacifista"; per una settimana regnò il caos in tutto il settore del fronte mentre gli ammutinati si rifiutavano di tornare a combattere. Le autorità militari agirono tempestivamente e sotto il pugno di ferro di Pétain cominciarono gli arresti di massa e si insediarono le corti marziali, che giudicarono colpevoli di ammutinamento 23.395 soldati, dei quali più di 400 furono condannati a morte (sentenza poi ridotta a 50 fucilati e lavori forzati nelle colonie penali per gli altri). Contemporaneamente Pétain, per ricondurre sotto controllo le truppe, concesse truppe periodi di riposo più lunghi, congedi più frequenti e rancio migliore: dopo sei settimane gli ammutinamenti erano cessati[175].

Sui campi di battaglia dei fronti occidentale e orientale, la ferocia dei combattimenti era affiancata da diserzioni di massa, ammutinamenti e fraternizzazione. A Pietrogrado il governo provvisorio si contrapponeva alla volontà dei Soviet per l'immediata cessazione di ogni ostilità: ai primi dell'aprile 1917 truppe russe fraternizzarono con i tedeschi ma un'unità di artiglieria fedele al governo sparò loro, il cui leader tenente Haust arrestò due ufficiali che avevano dato l'ordine di aprire il fuoco. Il 24 aprile i marinai di Kronštadt si schierarono con i bolscevichi, proclamando che non avrebbero rispettato gli ordini del governo; frattanto continuavano gli scioperi nell'industria che ridussero la produzione di carbone di un quarto rispetto al 1916[176]. Il comandante in capo russo Michail Vasil'evič Alekseev riferì al ministro della guerra che "l'esercito si sta sistematicamente sgretolando"; ai primi di maggio il numero dei disertori in seno all'esercito russo sfiorava i due milioni e nello stesso mese la 120ª divisione dette luogo a un'insubordinazione di massa[177].

Mentre nelle file russe gli episodi di diserzione si moltiplicarono in estate, all'inizio di settembre si verificarono scontri tra soldati britannici e la polizia militare del campo di Étaples, dove i convalescenti erano costretti a marce forzate e a un duro riaddestramento alla guerra coi gas: il 12 settembre però la breve sommossa si spense. Pochi giorni dopo, a La Courtine una brigata russa (inviata dallo zar in ragione dell'alleanza con gli anglo-francesi) issò la bandiera bolscevica e si rifiutò di andare in trincea[178]. Di lì a poco tempo, le sempre più numerose diserzioni tra le file russe riflessero l'avanzata della rivoluzione; il 3 novembre le truppe russe del fronte baltico gettarono le armi e fraternizzarono coi tedeschi e il 7 novembre diciotto bolscevichi circondarono il palazzo d'Inverno, sostituendo a quello di Kerenskj un governo bolscevico che avviò subito le trattative di pace con gli Imperi centrali[179].

Prigionia[modifica | modifica sorgente]

I prigionieri di guerra vissero generalmente in condizioni pietose. Nell'agosto 1915 i comandi austro-ungarici ebbero l'ordine di trattare i prigionieri italiani, appartenenti a una nazione traditrice, più duramente dei prigionieri russi o serbi, considerati avversari "leali". Dei 600.000 italiani caduti in mano austro-ungarica almeno 120.000 morirono, il 65% circa dei quali per tubercolosi, cachessia o inedia. Sovente i prigionieri italiani vennero mandati al fronte a scavare trincee[180].

L'Impero tedesco occupò i prigionieri "occidentali" nell'industria di guerra, elargendo piccole paghe e un trattamento discreto. Russi e rumeni continuarono invece a soffrire la fame nei campi di prigionia e forse non più della metà di essi sopravvissero alla guerra[181]. All'inizio del 1916 la Russia aveva catturato 100.000 tedeschi e 900.000 austro-ungarici: non furono sottoposti a particolari vessazioni, ma il freddo e privazioni varie ne avevano già uccisi 70.000 alla fine dell'anno[181].

Corrispondenza dal fronte[modifica | modifica sorgente]

Tra i documenti coevi sopravvivono oggi discrete quantità di lettere, che testimoniano la terribile situazione sofferta dai militari così come dai civili. I mittenti sono il più delle volte soldati semplici che tentano in ogni modo di tenersi in contatto con la famiglia; il momento della consegna della posta era sempre atteso con ansia e gioia e rappresentava forse uno dei pochi pensieri che sollevava il morale dei soldati. La scrittura utilizzata è spesso di difficile comprensione, poiché gli uomini si esprimevano in dialetto o per l'incerta calligrafia spesso dovuta alle condizioni improbe: gli errori di punteggiatura e ortografia erano inevitabili[182].

Inviare e ricevere lettere era difficile; non sempre era possibile procurarsi carta, penna, inchiostro e francobollo, mentre la scarsità di mezzi impediva a molti soldati di dare notizie per lunghi periodi; ma l'ostacolo più grande si rivelò essere la censura. Spesso inconsapevolmente, i soldati erano a conoscenza d'informazioni potenzialmente nocive per la sicurezza nazionale e per evitarne la divulgazione la censura apriva i documenti, controllava il contenuto e, se ritenuto innocuo, richiudeva le buste con le cosiddette "fascette di censura", che recavano la scritta "Verificato per censura": spesso le lettere venivano fatte passare con modifiche, ad esempio cancellazioni fatte con l'inchiostro di china. Era inoltre vietato inviare cartoline che potevano rivelare la posizione dei reparti o utilizzare sistemi criptati di comunicazione, quali la stenografia e il codice Morse. Sottostava ad ancora più rigidi controlli la posta dei prigionieri di guerra, che veniva controllata più volte dalle censure di entrambi i contendenti[183].

Traumi di guerra[modifica | modifica sorgente]

Supporto e opposizione alla guerra[modifica | modifica sorgente]

Coscrizione e volontari[modifica | modifica sorgente]

Dragoni algerini in Belgio nel 1915 durante una carica.

Le potenze entrate in guerra reclutarono anche le popolazioni indigene delle colonie per sostenere il proprio sforzo bellico. Mentre la Germania, subito privata del contatto dalle sue colonie, usò le popolazioni locali esclusivamente contro i britannici in Africa, l'Intesa non ebbe limiti nell'arruolare e trasportare al fronte gli uomini del suo vasto impero coloniale[184]. Durante il conflitto la Francia mobilitò 818.000 coloniali, 449.000 dei quali combatterono nel territorio metropolitano[185]; più consistente fu invece la risposta del Commonwealth all'appello del Regno Unito: Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa misero a disposizione soldati che vennero poi destinati al fronte occidentale o al Medio Oriente, mentre le truppe di colore, per ragioni climatiche, furono impiegate prevalentemente al di fuori dell'Europa. Nel complesso circa il 50% dei soldati britannici (2.747.000) appartenevano alle colonie[185].

Le colonie francesi non opposero molta resistenza alla coscrizione, eccetto alcuni tumulti nel Tonchino e a più gravi rivolte in Algeria nel 1916, mentre più turbolento fu il comportamento delle colonie britanniche. In Sud Africa scoppiò nel 1914 una ribellione dei boeri sedata dai boeri fedeli alla Corona mentre nell'Impero anglo-indiano lo scontento esplose dopo la guerra, nel 1919, con una rivolta nel Punjab che fu sedata nel sangue[186].

Pacifismo[modifica | modifica sorgente]

Il ruolo degli intellettuali e della stampa[modifica | modifica sorgente]

Dal 10 agosto 1914, con l'invocazione rivolta da Louis Gillet alla Francia perché "diradasse una volta per sempre le nebbie di germanesimo che l'avevano avvolta e che insozzavano il mondo con una patina di volgarità"[187], l'universo intellettuale francese (eccettuato il solo scrittore Romain Rolland) fu pressoché unanime nell'incitare alla guerra contro la Germania e a combattere per la civiltà e la vittoria finale contro quella che fu definita una razza inferiore (Edmond Perrier, al tempo direttore del Museo nazionale di storia naturale di Francia, affermò che "il cranio del principe di Bismarck richiama quelli degli uomini fossili di La Chapelle-aux-Saints"[187]); divenne imperativo arruolarsi, come invitarono a fare i Nobel per la letteratura Maurice Maeterlinck e Anatole France. Gli scienziati e le scoperte tedesche vennero screditate dal fisico Pierre Duhem, dallo zoologo Louis-Félix Henneguy e dal matematico Émile Picard[188]. Henri Bergson affermò che la guerra alla Germania equivaleva a combattere la barbarie; Frédéric Masson, uno studioso di Napoleone, propose addirittura di abolire la musica di Richard Wagner per evitare la contaminazione della cultura francese, mentre Action française auspicò la rimozione del tedesco dalle lingue studiate nelle scuole. Più di tutte spiccò la figura di Maurice Barrès, acceso nazionalista che arringò il popolo francese scrivendo che Guglielmo II praticava il culto di Odino e depositando al Parlamento un progetto di legge che istituiva una festa nazionale dedicata a Giovanna d'Arco. Vi fu anche chi asserì che la lettera "K" dovesse essere cancellata dai dizionari perché troppo tedesca e Ludwig van Beethoven non fu più suonato[189].

Anche i tedeschi, almeno fino al 1915, usarono toni simili: Wilhelm Wundt sostenne che la guerra della Germania contro la Russia era una guerra di civiltà. Nell'ottobre 1914 novantatré tra umanisti, scienziati e intellettuali tedeschi difesero l'operato dell'esercito pubblicando un appello rivolto "alle nazioni civili"[190]. Un mese dopo Thomas Mann scrisse un articolo in cui identificava il militarismo tedesco nella "Kultur", ossia l'organizzazione spirituale del mondo, sostenendo che la pace era un elemento che corrompeva la civiltà, a meno che non fosse stata raggiunta dopo la vittoria della Germania in Europa. Ernst Haeckel invocò sia la sconfitta della Russia che del Regno Unito ed Ernst Lissauer fu premiato per aver composto una "Canzone di odio contro l'Inghilterra" (Hassgesang gegen England). Ancora, il Nobel per la chimica Wilhelm Ostwald si disse convinto che la Germania avesse tutte le qualità per meritarsi il predominio in Europa[191].

Dal 1915 i chierici tedeschi, visti i lutti di guerra e influenzati dal gran numero di intellettuali ebrei presenti tra le loro fila, si accostarono a una maggiore pacatezza, mentre in Francia il nazionalismo intellettuale continuò per tutta la durata della guerra[192]. I diversi atteggiamenti sono verificabili anche guardando alla stampa dei due paesi: in Germania i giornali pubblicarono i comunicati dell'agenzia Havas nonché i bollettini di guerra francesi, che venivano pubblicati anche ne "La Gazette des Ardennes", unico giornale autorizzato di lingua francese nella zona occupata dai tedeschi. Il clima era in generale più rispettoso: le opere di Molière non vennero mai vietate e il Frankfurter Zeitung rese gli onori al compositore francese Claude Debussy morto nel marzo 1918, dedicandogli due colonne di giornale. La stampa francese era invece colma di roboanti quanto esagerati racconti di prima linea, pubblicava solo i comunicati tedeschi favorevoli alla Francia e, soprattutto, era limitata da una forte censura che calò d'intensità solo con la nomina di Clemenceau alla presidenza del consiglio (novembre 1917)[193]. Più libera era invece la stampa britannica, che tuttavia non ebbe il permesso di uscire fuori dalla nazione[188].

La propaganda e la censura[modifica | modifica sorgente]

Uno degli aspetti rilevanti della Grande Guerra fu il sistematico impiego della propaganda e della censura da parte di tutte le autorità civili, militari e perfino religiose di ogni nazione belligerante, per giustificare di fronte all'opinione pubblica e rendere accettabili ai combattenti scelte di ordine politico, economico, sociale e militare eticamente discutibili. Propaganda e censura furono istituzionalizzate quasi ovunque, creando appositi uffici dedicati al controllo delle informazioni circolanti e alla creazione di nuove secondo gli schemi prefissati dai governi e dagli Stati Maggiori.

In Italia l'attività di propaganda a favore dell'intervento e poi della guerra si diffuse pervasivamente, attraverso la costituzione capillare - presto controllata mediante decreti del ministero degli Interni, della Guerra e con circolari prefettizie - di innumerevoli Comitati nazionali e locali: quest'ultimi, promossi dai maggiorenti del posto o dallo stesso sindaco, presero vita praticamente in ogni comune e raccolsero l'adesione delle Pro-loco, delle associazioni, delle società cooperative, dei circoli e delle congregazioni. Ne orientarono quindi l'attività verso iniziative diverse, quali organizzare manifestazioni per la raccolta di fondi destinati alle famiglie dei richiamati, intrattenere i soldati in licenza, produrre o raccogliere generi alimentari e abbigliamento (specialmente in lana) destinati ai combattenti, assistere i convalescenti, onorare i caduti (le cui salme iniziavano a tornare dalle zone di guerra) e molte altre.

Soprattutto nei primi mesi fu fervida in ogni luogo la preparazione di concerti, recite, giochi di società, feste corredate da cortei, palchi o discorsi pubblici. Spesso tali intrattenimenti fecero uso di materiali omologati, generalmente banali e di qualità artistica relativa, presi sia dal repertorio più o meno classico (monologhi, romanze, commedie, arie classiche, inni, cori) variamente arrangiato a uso popolare in marcette, farse, scenette comiche e canzonette; sia dal nuovo repertorio iconografico e stereotipico che la guerra contribuì a formare: ad esempio l'Inno Interventista di Italo Compagni o il Soldato Belga morente di Palmabella[194]. Sebbene nata con lo scopo di alleviare le sofferenze dei soldati e delle rispettive famiglie, questa serie di iniziative pubbliche accelerarono il progressivo distacco tra chi la guerra la vedeva da lontano e chi la viveva sulla propria pelle.

Note[modifica | modifica sorgente]

Esplicative[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ La guerra di Crimea del 1854-56, la seconda guerra di indipendenza italiana del 1859, la guerra austro-prussiana del 1866, la guerra franco-prussiana del 1870 e la guerra russo-turca del 1877-'78.
  2. ^ Il 6 agosto, pressata dalla Germania, l'Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Russia; ciò portò, il 12 agosto, alla dichiarazione di guerra di Francia e Regno Unito all'Austria-Ungheria
  3. ^ All'inizio del 1917, nell'eventualità del coinvolgimento statunitense, i tedeschi contattarono il Messico per un'alleanza economico-militare contro gli Stati Uniti; ma il telegramma Zimmermann venne intercettato dai britannici, fatto pervenire il 21 febbraio al governo statunitense mediante canali diplomatici, quindi pubblicato dalla stampa. Una volta che la notizia ebbe a rivelarsi attendibile, l'opinione pubblica statunitense reagì con forte preoccupazione: gli Stati Uniti in quel momento avevano grossi interessi economici in Messico, per via degli ingenti investimenti effettuati e del delicato quadro geopolitico della regione conseguente alla rivoluzione messicana. Le promesse tedesche di ricompense territoriali a spese dell'Unione furono quindi considerate irritanti. Vedi: Gilbert, op. cit., pp. 377, 379.
  4. ^ Crimini di guerra vennero compiuti anche dalla marina tedesca. Rispetto alla seconda guerra mondiale, nell'ambito della quale il processo di Norimberga verificò un solo caso di violazione delle leggi umanitarie da parte di un U-Boot, nei mari dove venne combattuta la prima guerra mondiale vi furono frequenti mitragliamenti di naufraghi e siluramenti di navi ospedale. Vedi: Silvestri 2002, op. cit., p. 417.

Bibliografiche[modifica | modifica sorgente]

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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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