Totalitarismo

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Il concetto di totalitarismo è un idealtipo usato da alcuni scienziati politici e storici per enucleare le caratteristiche di alcuni regimi nati nel XX secolo, che mobilitarono intere popolazioni nel nome di un'ideologia o di una nazione.

Il termine totalitarismo, inoltre, è usato nel linguaggio politico, storico e filosofico [1] per indicare "la dottrina o la prassi dello Stato totalitario", cioè di qualsiasi stato intenda ingerirsi nell'intera vita anche privata dei suoi cittadini, al punto da identificarsi in essi o da far identificare essi nello Stato.


Indice

[modifica] Definizioni

Storicamente il termine è stato creato per indicare la dottrina politica del fascismo italiano e, successivamente, del nazismo tedesco. Simona Forti attribuisce [2] la primogenitura del termine a Giovanni Amendola, il quale lo usò a partire dal 1923 sulle pagine de Il Mondo [3]. In esse Amendola definì il sistema totalitario come «promessa del dominio assoluto e dello spadroneggiamento completo ed incontrollato nel campo della vita politica ed amministrativa». Su La Rivoluzione Liberale, nel 1924 Don Sturzo commentò la «nuova concezione di stato-partito» come causa di una «trasformazione totalitaria di ogni e qualsiasi forza morale, culturale, politica e religiosa»[4], mentre Lelio Basso [5] ebbe a dire che «il totalitarismo fascista ha posto tutti i suoi principi: soppressione di ogni contrasto per il bene superiore della Nazione identificata con lo Stato, il quale si identifica a sua volta con gli uomini che detengono il potere»[6]. Giovanni Gentile menzionò il totalitarismo nella voce "Fascismo (dottrina del)" che scrisse per l'Enciclopedia Italiana ed in cui affermò che «... per il fascista tutto è nello Stato e nulla di umano e spirituale esiste e tantomeno ha valore fuori dallo Stato. In tal senso il fascismo è totalitario...»[7].

In filosofia il totalitarismo ha avuto molti teorici di rilievo, ma anche altrettanti eccellenti critici. In generale a volte viene usato anche in altri campi per indicare qualsiasi specie di dottrina assolutistica. Per analogia viene usato anche per indicare qualunque tipo o forma di assolutismo, sia in campo politico che dottrinale. Il termine è stato usato in questo senso anche dallo statunitense G.H. Sabine nella sua Storia delle dottrine politiche.

«Il totalitarismo», come ha osservato Sergio Romano, «è uno dei tratti caratteristici della storia del Novecento». Infatti il periodo storico che va dal 1917 (Rivoluzione d'Ottobre) al 1989 (crollo del Muro di Berlino) è stato a posteriori definito l'età dei totalitarismi. Inoltre alcuni filosofi della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse,...), autori della teoria critica della società, hanno definito totalitarismo lo stesso capitalismo perché, in quanto sistema economico sociale, utilizza la cultura di massa (non la cultura prodotta dalle masse, bensì quella prodotta dai mezzi di comunicazione di massa) e l'industria culturale per massificare gli individui e controllarli psicologicamente e politicamente in ogni momento della loro vita e in ogni aspetto del loro pensiero. «L'industria culturale», scrivono Horkeimer e Adorno, «è uno degli aspetti più caratteristici e vistosi dell'odierna società tecnologica; essa è il più subdolo strumento di manipolazione delle coscienze impiegate dal sistema per conservare sé stesso e tenere sottomessi gli individui». Perciò, se l'800 è passato alla storia come il secolo delle rivoluzioni, il '900 passerà come il secolo dei totalitarismi. Si definisce totalitarismo quando il potere politico invade la società soffocandone ogni autonomia

[modifica] Definizione alternativa di John Keegan

Una definizione alternativa del totalitarismo è stata data da John Keegan nel suo volume La grande storia della guerra. Secondo questa visione è impossibile definire il totalitarismo senza capire come è nato il reggimento.

Agli albori dell'era moderna, al momento cioè dell'affermazione degli stati nazionali, i monarchi assoluti liquidavano le strutture feudali della società. Lo scopo era quello di prendere un controllo diretto del territorio da parte del sovrano, controllo che il feudalesimo rendeva prettamente formale (è noto, infatti, che il re di Francia in epoca medievale al massimo controllava Parigi). I castelli venivano abbattuti e i nobili forzatamente inurbati nelle capitali. I sovrani si trovarono nella duplice necessità di dare loro un ruolo e di sfruttarne le capacità militari: nacquero così i reggimenti, dove i soldati veniva inquadrati da ufficiali superiori, di provenienza nobiliare.

Dalla rivoluzione francese in poi gli eserciti si erano enormente ampliati con la coscrizione generale ed obbligatoria: l'apice fu toccato dalla prima guerra mondiale, che vide la necessità di una vera e propria militarizzazione delle società civili (la cosiddetta "economia di guerra").

In quest'ottica, è possibile definire il totalitarismo come quel processo che punta all'irregimentazione dell'intera società. I cittadini diventano dei soldati, con la libertà limitata di cui godono i soldati. Il loro compito è quello di servire la nazione potenzialmente in lotta contro i nemici interni ed esterni.

Questo tipo di organizzazione della società fu sperimentato per la prima volta in Unione Sovietica da Lenin e poi radicalizzato da Stalin. Mussolini e Hitler ne copiano le caratteristiche, adattando i loro totalitarismi alle esigenze dei propri movimenti. D'altra parte lo stesso Hitler, nel "Mein Kampf" afferma ripetutamente che il partito nazionalsocialista deve darsi una disciplina simile a quella dei movimenti comunisti.

[modifica] Caratteristiche e differenze con l'autoritarismo

In un regime totalitario lo stato controlla quasi ogni aspetto della vita di un individuo, attraverso il massiccio uso della propaganda, che cerca di plagiare le menti di tutti i cittadini con una ideologia di stato. Un ruolo fondamentale in tal senso è svolto dalla scuola e dai mass media. Il partito unico totalitario controlla tutti i gangli della vita politica e sociale, infatti i governi totalitari non accettano le attività di individui o gruppi che non siano indirizzate al bene dello stato, mentre negli autoritarismi è presente un limitato pluralismo socio-culturale.

Gianni Oliva, indicando in Hannah Arendt, Raymond Aron, Carl Friedrich e Zbigniew Brzezinski alcuni dei maggiori apporti allo studio del totalitarismo, delinea cinque punti in presenza dei quali - secondo ciò che dichiara registrare un sostanziale consenso - si può affermare di essere dinanzi a questo genere di modello [8]:

  1. concentrazione del potere in capo ad un'oligarchia inamovibile e politicamente irresponsabile [9]
  2. imposizione di una ideologia ufficiale
  3. presenza di un partito unico di massa
  4. controllo delle forze operanti nello Stato (polizia) ed uso del terrore
  5. completo controllo della comunicazione e dell'informazione.

Per Oliva il totalitarismo «distrugge ogni confine fra Stato e Società»[10].

Un'altra differenza con lo stato autoritario è che quest'ultimo ha limiti prevedibili all'esercizio del potere, cioè è possibile "vivere tranquilli", è possibile non incorrere nella vendetta dello stato se si seguono alcune regole di comportamento; nello stato totalitario invece i limiti all'esercizio del potere sono mal definiti, incerti, si rischia di essere arrestati dalla polizia segreta, comunque presente anche negli autoritarismi, e venire puniti, attraverso un processo sommario o con il carcere o con la morte.

Una delle caratteristiche invece che accomunano il totalitarismo e l'autoritarismo è che spesso vengono create artatamente minacce interne ed esterne per consolidarne il potere attraverso la paura, come è stato fatto in Germania, additando gli ebrei come responsabili di molti mali che avevano afflitto o affiggevano la nazione.

Secondo altri studiosi come il Santomassimo, il fascismo italiano «si differenziava nettamente da un puro e semplice regime autoritario di tipo ottocentesco che si limitasse a impedire l'espressione delle opposizioni. Non cercava solo l'obbedienza passiva, ma una mobilitazione attiva, che venne organizzata dall'alto. [...] accettando il dato di fatto della partecipazione delle masse popolari alla vita della nazione, ma inquadrandone le forme subalterne di partecipazione in maniera capillare e cercando da esse un consenso attivo alla politica del regime»[11].

Anche Renzo De Felice è sulla stessa linea, quando nel 1983 scrive «Per non parlare delle dittature militari di questi ultimi due decenni in Grecia, Cile, Argentina, che pure tanto spesso sono state e vengono definite fasciste. Oggi, in sede scientifica, pressoché nessuno ha più dubbi sul fatto che tali regimi non debbano essere annoverati tra quelli fascisti, ma considerati classici regimi conservatori e autoritari»[12]

[modifica] Il totalitarismo nella storia

« Sì, siamo totalitari! Siamo totalitari e vogliamo esser tali dal mattino alla sera! »

Fra gli statisti direttamente interessati, Benito Mussolini usò per primo il termine per definire il proprio regime[13], Leon Trotsky lo usava per indicare sia il fascismo che lo stalinismo come "fenomeni simmetrici" nel suo libro del 1936 La rivoluzione tradita. Hannah Arendt rese popolare il termine "totalitarismo" nel suo libro del 1951 Le origini del totalitarismo, in cui si esponevano le similitudini e le differenze esistenti tra la Germania nazista e l'Unione Sovietica stalinista.

Durante la guerra fredda il termine divenne molto popolare come modo di screditare l'Unione Sovietica e di tracciare una linea di continuità tra la lotta per la libertà della seconda guerra mondiale e la lotta contro il comunismo della guerra fredda. Per questo divenne di uso comune negli Stati Uniti e anche altrove, specialmente nella NATO, e fu usato per definire ogni governo nazionalista, imperialista, fascista o comunista. Questo significato è rimasto molto comune anche oggi.

Pur tuttavia alcuni regimi fascisti, come la Spagna di Francisco Franco o l'Italia di Mussolini e alcuni regimi di socialismo reale, come la Jugoslavia di Josip Broz Tito o la Repubblica popolare cinese di Deng Xiaoping, sono considerati dagli storici odierni (su ispirazione dei lavori di Hannah Arendt) autoritarismi e non totalitarismi (in quest'ottica gli unici regimi totalitari storicamente concretizzatisi sarebbero il Terzo Reich di Hitler e l'Unione Sovietica di Stalin).

[modifica] Totalitarismo nella Germania nazista

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Totalitarismo nella Germania nazista.

Il Totalitarismo nella Germania nazista ebbe un carattere di pervasività ed efficacia tali da costituire l'idealtipo[14] di trasformazione totale della realtà sociale[15] tedesca.

Il totalitarismo nazista, alla cui base stavano la ripresa dell'economia e il riscatto della Germania dalle umiliazioni e frustrazioni imposte dalla pace di Versailles, raggiunse una intensità e conseguì risultati così importanti da superare il modello fascista italiano nella costruzione dello stato totalitario[16].

[modifica] Nazifascismo e stalinismo: due identici totalitarismi?

Anche l'uso della categoria di totalitarismo per accomunare nazismo e alcune forme di comunismo all'interno degli stati socialisti è controversa. Questo paragone infatti si fa con governi presieduti da un partito unico e dittatoriale (come in URSS e Cina), e non con governi comunisti in una democrazia (come nel Nicaragua sandinista). Per questo alcuni preferiscono parlare di stalinismo o socialismo reale per sottolineare una differenza con l'ideologia comunista.

Il movimento comunista internazionale, vivente Stalin, contestava largamente la supremazia di Stalin, ad esempio tramite i movimenti anarco-comunisti e quarta internazionalisti quindi di ispirazione trotzkista, mentre i partiti comunisti di stampo strettamente marxista e legati in qualche modo ideologicamente o politicamente all'Unione Sovietica, erano o più accomodanti o silenziosi riguardo al totalitarismo d'oltre cortina, nonostante l'evidente contraddizione con i concetti teorici propugnati,.

Entrambi i regimi, tedesco e sovietico, si basavano su un unico partito fortemente legato, centralizzato e guidato da un capo carismatico, entrambi facevano ricorso al terrore e alla propaganda così come alla polizia politica. Ma sembrano esserci anche forti differenze storiche. Le due ideologie non sono infatti identiche (nessun fenomeno storico è infatti identico ad un altro), ma per molti aspetti paragonabili e, in un certo senso, ognuna ha tratto vantaggio dall'altra. Il nazismo ha spesso usato lo spauracchio del bolscevismo per legittimarsi sia all'interno che all'esterno, salvo poi allearsi con Stalin nel 1939 per suddividersi l'Europa dell'Est. Dopo la rottura del patto nel 1941 da parte di Hitler e la vittoria degli alleati, l'Urss si è presentata come il maggior paladino dell'antifascismo, vedendo nella lotta antifascista la più importante legittimazione morale dei sistemi comunisti dell'est.

Alcuni affermano che, mentre il nazismo indicava all'esterno il proprio nemico e rivolgeva all'esterno le proprie forze distruttive (verso i popoli slavi e gli ebrei in primo luogo), lo stalinismo vedeva il nemico (potente forza di compattezza ideologica) all'interno e lo combatteva dentro i propri confini (ad esempio nello sterminio dei kulaki). Se queste premesse sono vere, allora deriva una differente natura del consenso nei due regimi: spontaneo quello al nazismo da parte dei tedeschi, imposto e formale quello dei russi nei confronti del partito bolscevico, perlomeno fino alla vittoria nella seconda guerra mondiale. Tuttavia le premesse non sono vere. Il nazismo si è affermato dopo avere eliminato o ridotto al silenzio, con la violenza, gli oppositori interni.

Le differenze tra nazismo e comunismo sono altre: il nazismo si basa su una teoria razziale: i tedeschi sono destinati ad essere i padroni dell'Europa, sottomettendo gli slavi ed eliminando gli ebrei con la soluzione finale. Il comunismo vede come nemici non dei gruppi razziali ma sociali: il nemico di classe, cioè i borghesi, che sfruttano i proletari, oppure i piccoli proprietari contrari alla collettivizzazione della terra, i kulaki, che verranno eliminati come controrivoluzionari attraverso le carestie organizzate da Stalin negli anni 30. Il nazismo è un'ideologia più confusa e nazionalistica, quindi più difficilmente esportabile. Per questo motivo il comunismo eserciterà una maggiore attrazione nei confronti degli intellettuali e, dopo la seconda guerra mondiale, diffondersi su scala mondiale.

Inoltre alcuni ritengono che per poter definire un fenomeno con un termine bisognerebbe che questo fosse "monolitico". Se questo fosse vero per il nazismo, non potrebbe esserlo per lo Stalinismo, che, in 30 anni di storia cambiò volto più volte (una fra tutte dopo la Grande guerra patriottica).

[modifica] Note

  1. ^ Ad esempio da Nicola Abbagnano.
  2. ^ Simona Forti, Il totalitarismo, Laterza, Bari, 2001.
  3. ^ Giovanni Amendola, Maggiornanza e minoranza, Il Mondo, 12 maggio 1923.
  4. ^ Luigi Sturzo, Spirito e realtà, La Rivoluzione Liberale, 22 gennaio 1924.
  5. ^ Sotto lo pseudonimo di Prometeo Filodemo.
  6. ^ Prometeo Filodemo (Lelio Basso), La Rivoluzione Liberale, 2 gennaio 1925.
  7. ^ Giovanni Gentile, Enciclopedia Italiana, voce "Fascismo (dottrina del)", Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, 1932, vol. XIV, pp. 835-840.
  8. ^ Gianni Oliva, Le tre Italie del 1943, Mondadori, 2004.
  9. ^ Nel senso di "non responsabile" dinanzi ad un elettorato.
  10. ^ Id.
  11. ^ Gianpasquale Santomassimo, Consenso, in Dizionario del fascismo, Eiunaudi, 2002.
  12. ^ De Felice, Renzo, Le interpretazioni del fascismo, Ed. Laterza, pag. XIII (prefazione del 1983)
  13. ^ In occasione del suo intervento al IV Congresso del Partito Nazionale Fascista, giugno 1925.
  14. ^ G. Pasquino, L. Morlino, Scienza della politica, p. 142.
  15. ^ D. Fisichella, Analisi del totalitarismo, p. 209.
  16. ^ M. Salvadori, op. cit. in bibliografia, p. 732.

[modifica] Bibliografia[1]

  1. ^ Della sterminata bibliografia sul totalitarismo e sul nazismo in particolare si segnalano solo alcune opere particolarmente significative, la cui elencazione tuttavia non vuole essere, né è, esaustiva.

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