Compromesso storico

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Il compromesso storico fu il nome comune con cui si indica la proposta fatta dal neo-segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer alla Democrazia Cristiana per una proficua collaborazione di governo (aperta anche alle altre forze democratiche) e interrompere così la cosiddetta conventio ad excludendum del secondo partito italiano dal governo e mettere al riparo la democrazia italiana da pericoli di involuzione autoritaria e dalla strategia della tensione che insanguinava il paese dal 1969.

Il compromesso venne lanciato da Berlinguer con quattro articoli su Rinascita a commento del golpe cileno che aveva portato le forze reazionarie in collaborazione con gli Usa a rovesciare il governo del socialista Salvador Allende (11 settembre 1973).

Il compromesso trovò una sponda nell'area di sinistra della Dc che aveva come riferimento il presidente della DC Aldo Moro e il segretario Benigno Zaccagnini, ma non ebbe mai l'avallo degli Usa, nè dell'ala "di destra", conservatrice, della DC, rappresentata da Giulio Andreotti. Lo stesso Andreotti in un'intervista dichiarò: "secondo me, il compromesso storico è il frutto di una profonda confusione ideologica, culturale, programmatica, storica. E, all’atto pratico, risulterebbe la somma di due guai: il clericalismo e il collettivismo comunista."[1]. Per i morotei l'operazione prese il nome di terza fase.

Un compromesso minimo si raggiunge mediante l'appoggio esterno assicurato dal PCI al governo monocolore di Solidarietà Nazionale, costituito da Giulio Andreotti nel 1976.

L'incontro comunque problematico fra PCI e DC spinge l'estrema sinistra a boicottare il PCI e spingerà i terroristi delle Brigate Rosse a rapire e uccidere Aldo Moro proprio nel giorno del primo dibattito sulla fiducia al nuovo governo Andreotti IV (16 marzo 1978).

Caduto quest'ultimo governo per il ritiro del PCI, e senza il prezioso aiuto di Moro, la DC archivia definitivamente la linea della terza fase col XIV congresso del febbraio 1980, quando prevarrà con il 57,7% l'alleanza tra dorotei, fanfaniani, Proposta e Forze nuove che approva il cosiddetto «preambolo» al documento finale che esclude alleanze con il PCI. L'opposizione, composta dall'area Zaccagnini e dagli andreottiani, ottiene il 42,3%.

Berlinguer e il PCI tenteranno ancora di riproporre il compromesso storico alla nuova DC di Flaminio Piccoli, ma vanamente.

Con quella che Macaluso definisce la seconda svolta di Salerno[2], il 28 novembre 1980, Berlinguer annuncia, dopo 8 anni, di voler abbandonare la linea del compromesso storico per abbracciare quella dell'«alternativa democratica», cioè l'obiettivo diventa quello di ricercare governi di solidarietà nazionale dove però la guida non sia più democristiana. Decisivo per il mutamento tattico è stato il terremoto in Irpinia della sera del 23 novembre precedente e la conseguente denuncia del pessimo modo di operare dello Stato da parte del presidente dell Repubblica Sandro Pertini in diretta Tv il 26 novembre.

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