Eurocomunismo

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Con eurocomunismo si indica il progetto politico-ideologico di un marxismo intermedio al leninismo e al socialismo. Fu un progetto che dal 1976 coinvolse i tre partiti comunisti (escludendo i partiti dell'Est Europa) più grandi d'Europa: Partito Comunista Italiano, Partito Comunista Francese e Partito Comunista di Spagna. Ebbe anche l'appoggio del Partito Comunista della Gran Bretagna.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Intorno alla metà degli anni Settanta era evidente come PCI, PCF e PCE avessero le capacità per mettere in discussione la gestione del potere e della governabilità nei rispettivi paesi (Italia, Francia e Spagna). Questo implicava modifiche ideologiche talmente profonde da incontrare la diffidenza del PCUS, al quale tutti i partiti comunisti filo-sovietici dovevano riservare una certa supremazia nell'elaborazione delle linee politiche. Non a caso dall'autunno 1974 si cercò di lavorare una conferenza dei partiti comunisti europei (poi svoltasi a Berlino il 29-30 giugno 1976) dove il PCUS sperava di riaffermare la propria supremazia anche in Occidente, mentre i comunisti occidentali intendevano affiancare alla supremazia riconosciuta al PCUS, il proprio diritto di elaborare delle proprie «vie nazionali» al socialismo.

Viste le premesse, lo scontro era inevitabile. L'occasione fu offerta dalla linea neostalinista del Partito Comunista Portoghese tanto benvoluta da Mosca, quanto osteggiata da PCI, PCF e PCE con comunicati congiunti. Il nodo principale era l'atteggiamento dei comunisti davanti al principio democratico che il leninismo condannava e che per i comunisti occidentali poteva diventare «l'aspetto originale dello sviluppo del socialismo nei paesi dell'Europa occidentale o latina»[1].

Intanto nel 1975 si rafforzano i legami eurocomunisti con gli incontri bilaterali PCI-PCE (9-11 luglio) e PCI-PCF (15 novembre).

La conferenza di Berlino[modifica | modifica wikitesto]

Sembrava che la conferenza di Berlino non avrebbe avuto mai luogo, stando le difficoltà, ma alla fine fu trovato un accordo di compromesso su un documento sottoscritto da tutti i 29 partiti comunisti e operai d'Europa. Nel suo discorso alla conferenza, Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI, chiarì come fosse «assai significativo che alcuni altri partiti comunisti e operai dell'Europa occidentale siano pervenuti, attraverso una loro autonoma ricerca, a elaborazioni analoghe circa la via da seguire per giungere al socialismo e circa i caratteri della società socialista da costruire nei loro paesi. Queste convergenze e questi tratti comuni si sono espressi recentemente nelle dichiarazioni che abbiamo concordato con i compagni del Partito Comunista di Spagna, del Partito Comunista Francese, del Partito Comunista di Gran Bretagna. È a queste elaborazioni e ricerche di tipo nuovo che taluni danno il nome di "eurocomunismo". Questo termine non è evidentemente di nostro conio, ma il fatto stesso che esso circoli così largamente sta a significare quanto profonda ed estesa sia l'aspirazione che nei paesi dell'Europa occidentale si affermino e avanzino soluzioni di tipo nuovo nella trasformazione della società in senso socialista».

Nel documento approvato[2], tuttavia, era l'URSS che di fatto cantava vittoria. Se infatti da un punto di vista teorico i cedimenti agli eurocomunisti erano stati notevoli, nella prassi veniva nuovamente giustificato il non rispetto del dissenso nelle società dell'Est e il diritto a penetrare politicamente in Africa. Veniva altresì rilanciata l'idea sovietica di una Europa neutrale fra i blocchi.

Di fatto dopo la conferenza l'eurocomunismo veniva già ridimensionato nelle sue ambizioni. Lo si capì quando Santiago Carrillo, segretario generale del PCE, pubblicando L'eurocomunismo e lo stato lanciava critiche al modello statale sovietico che portarono a una forte reazione di Mosca: Carrillo non ebbe diritto di parola nelle celebrazioni del 60º anniversario dell'Ottobre e nel PCE nacque una fronda filo-sovietica. Davanti alla tensione Spagna-URSS, i comunisti francesi e italiani preferirono non schierarsi.

I cardini della nuova strategia riguardavano tanto la politica interna ai singoli Paesi, quanto la collocazione internazionale dei partiti comunisti dell'Europa occidentale. Nel primo campo proposero forme di cooperazione politica che portassero al governo ampie coalizioni, superando le ristrette prospettive delle alleanze a sinistra. L'idea di non uscire dallo schema delle istituzioni democratiche, ma di portare le forze del lavoro al potere attraverso il gioco del pluralismo e del suffragio universale, informava tutta questa strategia.

Per il futuro prospettavano società in cui la democrazia venisse estesa in tutti i suoi aspetti e in cui la gestione dell'economia si basasse su forme di commistione pubblico-privato. A livello internazionale la questione fondamentale era guadagnare una posizione indipendente da Mosca, negando qualsiasi tipo di partito o stato guida e rivendicando l'autonomia di elaborazione politica di ciascun partito rispetto alla propria situazione nazionale di riferimento. A questo, negli ultimi anni, si assommò la sempre crescente critica rispetto alle condizioni della democrazia dei Paesi al di là della cortina di ferro.

Per i critici invece questa "svolta" fu un mero tatticismo per ampliare il proprio consenso popolare nei confronti soprattutto dei lavoratori appartenenti al ceto medio ed occupati nel pubblico impiego, dei nuovi movimenti sociali, come il femminismo e l'ecologismo.

Le realtà nazionali[modifica | modifica wikitesto]

Fu soprattutto nei partiti comunisti con un grande radicamento nel tessuto sociale, come il Partito Comunista Italiano ed il Partito Comunista Francese, che le idee eurocomuniste si affermarono rapidamente, mentre quelli più piccoli o con un ruolo marginale nelle rispettive compagini sociali mantennero più o meno la tradizionale linea di dipendenza da Mosca.

Il Partito Comunista di Spagna e il suo affiliato catalano, il Partito Socialista Unificato della Catalogna, avevano già manifestato tendenze politiche liberali all'interno del Fronte Popolare durante la Guerra Civile Spagnola, ed emersero dal periodo franchista seguendo una linea essenzialmente eurocomunista. Anche i partiti comunisti dei Paesi Bassi e dell'Austria mostrarono chiare tendenze eurocomuniste.

Le idee eurocomuniste si diffusero anche, in una certa misura, fuori dal continente, influenzando, ad esempio il Movimento Venezuelano per il Socialismo, il Partito Comunista Giapponese, il Partito Comunista Messicano ed il Partito Comunista Australiano.

I motivi del cambiamento[modifica | modifica wikitesto]

Se è vero che l'eurocomunismo fu il punto d'arrivo dell'evoluzione di molti partiti europei, è vero anche che i percorsi seguiti furono diversi. In qualche caso l'impulso venne da movimenti della società civile, come, ad esempio, il femminismo, in altri fu una reazione agli avvenimenti in Unione Sovietica, che in quegli anni si trovava nel pieno di quella che Michail Gorbačëv definirà in seguito come era della stagnazione brežneviana. Il processo ebbe un'accelerazione decisiva nel 1968 con la scioccante repressione della Primavera di Praga.

L'era della distensione fra i blocchi ha avuto un ruolo importante. Infatti la diminuzione del rischio di un nuovo conflitto mondiale consentì ai partiti comunisti dei paesi occidentali di sentirsi meno vincolati a seguire l'ortodossia sovietica, e di dedicarsi, invece, con maggior impegno alla militanza nelle battaglie civili in difesa dei diritti del proletariato, come avvenne in Italia, con l'autunno caldo, e in Inghilterra con il cosiddetto shop stewards' movement.

L'eurocomunismo dopo il 1989[modifica | modifica wikitesto]

In alcuni casi l'eurocomunismo fu superato, con la caduta del sistema socialista dei paesi dell'est europa. In Italia, con lo scioglimento del Partito Comunista Italiano e la creazione del Partito Democratico della Sinistra, i favorevoli a questa scelta si spostarono su posizioni vicine alla socialdemocrazia e i contrari portarono avanti la tradizione eurocomunista nel Partito della Rifondazione Comunista, aprendosi successivamente ai movimenti; in Olanda alcuni comunisti confluirono nel movimento dei Verdi, in Spagna il PCE costituì insieme ad altri la confederazione socialcomunista Izquierda Unida, mentre i Francesi, seguendo la direzione opposta, negli anni ottanta tornarono su posizioni filo-sovietiche, posizioni poi abbandonate per ritornare sui passi precedenti fino ad essere i fautori di un "comunismo di nuova generazione".

L'atto di nascita ufficiale dell'eurocomunismo viene di solito considerato l'incontro del 1977 fra Enrico Berlinguer (PCI), Santiago Carrillo (PCE) e Georges Marchais (PCF), tenutosi a Madrid, dove fu teorizzata la cosiddetta "nuova via". In particolare il PCI aveva già da molti anni sviluppato una linea di indipendenza da Mosca, a cominciare dal dissenso esplicitamente dichiarato sull'invasione della Cecoslovacchia nel 1968. Nel 1975 il PCI ed il PCE spagnolo avevano solennemente dichiarato di voler insieme "marciare verso il socialismo" in "pace e libertà". Nel 1976 a Mosca Enrico Berlinguer, davanti ad un'assemblea di 5.000 delegati comunisti, aveva chiaramente parlato di un "sistema pluralistico" (che l'interprete tradusse, prudentemente, con il termine "multiforme") e manifestò le intenzioni del PCI di costruire "un socialismo che noi pensiamo necessario e possibile soltanto in Italia".

Prima che la fine della Guerra fredda mettesse sulla difensiva quasi tutti i partiti della sinistra europea e spostasse il dibattito politico sul tema delle riforme neoliberali, molti partiti eurocomunisti subirono scissioni interne, con l'ala di destra (come i Democratici di Sinistra in Italia o l'Iniciativa per Catalunya in Spagna) che adottavano in modo convinto la linea socialdemocratica, mentre la sinistra si sforzava di attestarsi su posizioni in qualche modo chiaramente identificabili come "comuniste" (come Rifondazione Comunista in Italia o il PSUC viu/Partito Comunista di Spagna).

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Le critiche all'eurocomunismo sono state principalmente due:

  • La prima, proveniente dal mondo della socialdemocrazia europea, rimprovera agli eurocomunisti la mancanza di coraggio per non aver voluto rompere definitivamente i legami con l'Unione Sovietica (Il Partito Comunista Italiano, ad esempio, compì questo passo soltanto nel 1981, dopo la repressione in Polonia di Solidarnosc). Questa "timidezza" è stata giustificata da alcuni con il timore di perdere il sostegno dei vecchi militanti, molti dei quali continuavano ad ammirare l'URSS, oppure con l'opportunità di seguire una sorta di Realpolitik che garantisse un forte appoggio dall'estero da parte di un grande ed influente paese.
  • Un'altra critica è stata l'asserita incapacità dei partiti eurocomunisti di sviluppare una strategia politica chiara e riconoscibile. In altre parole si fa osservare che, mentre gli eurocomunisti dichiarano solennemente di essere "diversi" - non solo dall'ideologia comunista classica ma anche dalla socialdemocrazia - alla resa dei conti finiscono con l'esser molto simili all'uno o all'altro di questi due modelli ideologici. In definitiva questi critici arrivano alla conclusione che l'eurocomunismo non abbia un'identità ben definita e, quindi, non possa esser considerato, in senso stretto, un movimento nuovo.

Da un punto di vista generale si può dire che, per i movimenti comunisti rivoluzionari di estrema sinistra, l'eurocomunismo significò semplicemente l'abbandono dei princìpi-base del comunismo (come l'attuazione della rivoluzione proletaria), e la successiva rinuncia anche a statalizzare l'economia come vuole il modello socialista, essendo venuto a mancare l'impegno a eliminare il capitalismo.

I sostenitori di questo punto di vista si sentirono fortemente confermati nelle proprie convinzioni quando, in seguito alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, molti partiti eurocomunisti abbandonarono ogni collegamento con la dottrina comunista.ma non sempre. [senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Intervista a Jean Elleistein, in Bernardo Valli, Gli eurocomunisti, Bompiani, Milano 1976.
  2. ^ Pubblicato ne l'Unità del 2 luglio 1976.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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