Riformismo

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Il riformismo è un metodo d'azione politica che, ripudiando sia la rivoluzione sia la mera conservazione dell'esistente, tende a modificare gradualmente l'ordinamento politico, giuridico, sociale ed economico tramite riforme al sistema paese, spesso allineadolo alle inevitabili trasformazioni o evoluzioni.[1] Dagli anni cinquanta del XX secolo, si definiscono riformisti i partiti socialdemocratici o socialisti che ripudiando il marxismo si propongono di correggere (con vari strumenti come le proposte di legge in parlamento e i referendum) i difetti dell'economia capitalista[2]. Quando è di area socialista può anche prendere il nome di socialismo riformista, una forma politica simile al socialismo democratico e al socialismo liberale, di ispirazione non marxista o marxista revisionista.

Storia del termine[modifica | modifica sorgente]

In origine il termine riformismo nacque per distinguere all'interno del movimento socialista coloro che sostenevano graduali riforme anziché la rivoluzione (precedentemente queste posizioni erano rappresentate dal socialismo utopico e dal socialismo scientifico) propugnata dai massimalisti, dai socialisti rivoluzionari e dai comunisti. Per decenni poi il termine è stato sinonimo di socialdemocrazia o socialismo democratico, anche se solo nel corso della metà degli anni '80, si può dire che i socialdemocratici riformisti abbiano prevalso sui più radicali comunisti, nella lunga battaglia all'interno della sinistra europea. A questo punto essere riformisti ha significato più che altro proporre riforme graduali, di fronte alla sfida posta dai liberali e dai conservatori, guidati da leader come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i quali si sono proposti come sostenitori delle riforme più radicali, tanto che, di fatto, essi sono conservatori solo nei valori, ma non certo nelle politiche pratiche.

Se ciò ha inizialmente arroccato la sinistra riformista in difesa dello stato sociale contro quella che veniva definita una controriforma, ben presto questa, spinta da leader innovatori e centristi come Tony Blair e Gerhard Schröder, ha sposato l'assunto secondo cui se si vuole conservare lo stato sociale lo si deve riformare più o meno gradualmente.

In base a questi assunti, l'essere "riformisti" ha preso nuova linfa nel nuovo dibattito interno alla sinistra, a parti rovesciate, tanto che i radicali di oggi chiedono sempre riforme radicali, ma più che altro si pongono a difesa incondizionata dello stato sociale, che i riformisti credono di dover riformare. In questo senso il termine "riformista" continua ad avere senso all'interno della sinistra, meno che mai nel confronto tra destra e sinistra, visto che, spesso, i conservatori e i liberali spingono per riforme più radicali ma nel senso opposto da quelle proposte dalla sinistra estrema. [senza fonte] Alcuni propongono perciò di usare il termine "riformatore" per la destra e quello "riformista" per la sinistra, laddove la prima è più radicale e la seconda più moderata e graduale, in vista della conservazione dello stato sociale. In questo senso i liberali progressisti e i cristiano-sociali vengono definiti "riformisti" perché sostenitori di riforme più graduali dei loro colleghi liberali conservatori e dei liberisti e democristiani, tanto da portare i primi a forti convergenze con la socialdemocrazia, come è accaduto in Italia (DL alleata con i DS), Irlanda (Fine Gael alleata con i Laburisti) e Francia (convergenze tra UDF e PS), per fare solo tre esempi.

Il riformismo socialista in Italia[modifica | modifica sorgente]

Nella storia italiana della fine del XIX secolo il riformismo ha influenzato l'evoluzione del movimento socialdemocratico e socialista, di cui ha rappresentato la corrente più moderata, e i cui sostenitori ritenevano possibile una collaborazione fra i ceti proletari e la borghesia nell'ambito delle istituzioni parlamentari, allo scopo di favorire un rapido miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, ed in particolare degli operai salariati. Fra gli esponenti di spicco del riformismo italiano del primo novecento si annoverano, sia pure talvolta in polemica tra loro, Filippo Turati, Claudio Treves, Giacomo Matteotti, Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli. Leonida Bissolati ed Ivanoe Bonomi vennero espulsi dal Partito Socialista per l'appoggio dato alla guerra italo-turca, fondarono un piccolo Partito Socialista Riformista e ricoprirono in seguito cariche ministeriali, cosa che invece Turati rifiutò sempre di fare.

Il Partito Socialista Italiano abbracciò invece la socialdemocrazia riformista soltanto agli inizi degli anni '60,[senza fonte] quando cioè ruppe il "patto di unità d'azione" con il PCI e prese parte ai governi di centro-sinistra (governi Moro). Dal 1972 in poi anche i settori più moderati del PCI hanno abbracciato sempre più idee riformiste (corrente "Migliorista"). Sotto la guida di Bettino Craxi invece, il PSI ha deciso di continuare l'esperienza di governo con la DC, il PRI, il PSDI e, questa volta, anche con il PLI.

Dopo lo scioglimento del PCI, che nel 1991 ha dato luogo alla nascita del Partito Democratico della Sinistra e dal 1998 al partito dei Democratici di Sinistra (DS) (nato dall'unione di PDS, Federazione Laburista, Cristiano Sociali, Sinistra Repubblicana, Riformatori per l'Europa e Comunisti Unitari), l'evoluzione in senso riformista del partito che fu di Palmiro Togliatti, si è pienamente compiuta, non tutti accettarono però la svolta riformista, infatti la componente di sinistra del PCI, ha dato vita al Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Secondo alcuni, sebbene il PDS-DS abbia fin dai primi anni '90 una linea riformista, esso è più vicino ad una cultura di tipo genericamente socialista più che ad una moderna socialdemocrazia sul modello del Partito Laburista britannico di cui sopra o di tanti altri partiti di centro-sinistra europei.

Inoltre, dopo il 1993-94, non si è mai avuta una vera "riconciliazione" tra le due maggiori famiglie della sinistra italiana, quella di origine comunista e quella socialista, tanto che, dopo la morte di PSI e PSDI, la maggior parte dei membri e degli elettori di questi due partiti hanno trovato rifugio, se non nei diretti successori come il partito dei Socialisti Democratici Italiani e il Nuovo Partito Socialista Italiano, in Democrazia è Libertà - La Margherita e in Forza Italia (la quale ha avuto tra i suoi maggiori esponenti Giulio Tremonti, Franco Frattini, Fabrizio Cicchitto, Renato Brunetta, Chiara Moroni e Stefania Craxi: tutti provenienti dalla storia del riformismo socialista del PSI).

La tradizione "riformista" italiana è stata a lungo rappresentata dal PSDI e poi abbracciata anche dal PSI in opposizione al PCI; i suoi uomini sono oggi confluiti prevalentemente in tre partiti: Il Popolo della Libertà (dove, attraverso Forza Italia, sono confluiti molti ex-PSI), il Partito Democratico e il ricostituito Partito Socialista Italiano (sostanzialmente ex Socialisti Democratici Italiani).

Critiche[modifica | modifica sorgente]

Da parte della critica marxista ortodossa, il riformismo può anche assumere la connotazione di una linea politica che si limita all'attuazione spicciola e di contenute riforme e miglioramenti settoriali nell'ambito del sistema capitalistico, senza prevederne la trasformazione in senso socialista.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Riformismo: Definizione e significato di Riformismo – Dizionario italiano – Corriere.it
  2. ^ riformismo da Enciclopedie on line Treccani

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