Giovanni Giolitti
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| Giovanni Giolitti | ||||
| Luogo di nascita | Mondovì | |||
| Data di nascita | 27 ottobre 1842 | |||
| Luogo di morte | Cavour | |||
| Data di morte | 17 luglio 1928 | |||
| Mandato | I. maggio 1892 - dicembre 1893 II. novembre 1903 - marzo 1905 III. maggio 1906 - dicembre 1909 IV. marzo 1911 - marzo 1914 V. giugno 1920 - luglio 1921 |
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| Professione | Politico | |||
| Predecessore | I. Antonio Starrabba II. Giuseppe Zanardelli III. Sidney Sonnino IV. Luigi Luzzatti V. Francesco Saverio Nitti |
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| Successore | I. Francesco Crispi II. Tommaso Tittoni III. Sidney Sonnino IV. Antonio Salandra V. Ivanoe Bonomi |
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| « La libertà, se è indispensabile al progresso di un popolo civile, non è fine a se stessa. » | |
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(Giovanni Giolitti)
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| « Il Governo ha due doveri, quello di mantenere l'ordine pubblico a qualunque costo ed in qualunque occasione, e quello di garantire nel modo più assoluto la libertà di lavoro. » | |
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(Giovanni Giolitti)
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| « Il governo quando interviene per tener bassi i salari commette un'ingiustizia, un errore economico e un errore politico. Commette un'ingiustizia perché manca al suo dovere di assoluta imparzialita tra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe. Commette un errore economico perché turba il funzionamento economico della legge della domanda e dell'offerta, la quale è la sola legittima regolatrice della misura salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Il Governo commette infine un errore politico perché rende nemiche dello stato quelle classi le quali costituiscono in realtà la maggioranza del Paese. » | |
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(Giovanni Giolitti)
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| « Uomo di molta accortezza e di grande sapienza parlamentare ... di profonda perizia amministrativa, di concetti semplici o, meglio, ridotti nella sua mente e nella sua parola alla loro semplice e sostanziosa espressione la quale vinceva le opposizioni con l’evidenza del buon senso » | |
Giovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour, 17 luglio 1928) è stato un politico italiano, più volte presidente del Consiglio dei ministri.
È considerato uno dei pochi statisti della storia dell'Italia contemporanea e - nonostante feroci critiche di alcuni contemporanei come, in particolare, quelle di Salvemini - uno dei politici più efficacemente impegnati nell'estensione della base democratica del giovane Stato euro-mediterraneo e nella modernizzazione economica, industriale e politico-culturale della società italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento.
[modifica] L'ascesa
Politico privo di un passato impegnato nel risorgimento e portatore di idee liberali moderate, entra nel governo già nel 1882 come collaboratore del Ministero di Grazia e Giustizia; dopo essere passato, con la Destra storica di Quintino Sella, al Ministero del Tesoro (dove, fra l'altro, contribuì a quell'opera tributaria volta tutta al pareggio del bilancio), diventa Ministro del Tesoro del governo di Francesco Crispi e quindi, Ministro dell'Interno nel governo di Zanardelli, prima di giungere alla nomina di primo ministro nel 1892.
[modifica] I cinque governi di Giolitti
| Per approfondire, vedi la voce Età giolittiana. |
[modifica] Giolitti I (maggio 1892 - dicembre 1893)
L'inizio dell'avventura giolittiana come primo ministro coincise sostanzialmente con la prima vera disfatta del governo di Crispi, messo in minoranza nel febbraio del 1891 su una proposta di legge di inasprimento fiscale. Dopo Crispi, e dopo una breve parentesi (6 febbraio 1891 - 15 maggio 1892) durante la quale il paese fu affidato al governo liberal-conservatore del marchese Di Rudinì, il 15 maggio 1892 fu nominato Primo Ministro Giovanni Giolitti, allora ancora facente parte del gruppo crispino.
Il suo rifiuto di reprimere con la forza le proteste che, nel frattempo, attraversavano estesamente il paese e che, il più delle volte, si riversavano nelle piazze (vedi il paragrafo L'ideologia politica) a causa di una generale crisi economica che faceva salire, fra l'altro, il costo dei beni di prima necessità; le voci che lo indicavano come propositore di una tassa progressiva sul reddito (motivi, entrambi, che gli alienarono il consenso dei ceti dirigenti borghese-imprenditoriale e dei proprietari terrieri, che vedevano in lui una minaccia ai propri interessi economici) e, infine, lo scandalo della Banca Romana che gli valse accuse di aver "coperto" irregolarità fiscali (prima con il suo dicastero delle finanze e poi con una costante riluttanza all'apertura di inchieste parlamentari) lo travolsero in pieno facendogli crollare la base del consenso su cui poggiava la sua ancora giovane politica e lo costrinsero a dimettersi poco più di un anno e mezzo dalla nomina, il 15 dicembre 1893.
[modifica] Tra il Giolitti I ed il Giolitti II
Di fronte alle debolezze mostrate da Giolitti, appena dimessosi, gli elettori (ancora relativamente pochi, a causa del suffragio ristretto) vollero di nuovo affidarsi al governo repressivo di Crispi, per tentare di porre fine ai continui disordini causati dai lavoratori. La politica estera di Crispi, aggressiva e colonialista, lo portò in Eritrea, ma una serie di sconfitte culminate con quella di Adua (1° marzo 1896) ne causarono le dimissioni. Il periodo che va da questo momento sino al 1903, quando Giolitti ritornò Primo Ministro, è comunemente indicato come la "crisi di fine secolo": un periodo di recessione economica contribuì infatti all'aumento della tensione sociale e politica, che si tradusse nella successione di 11 governi in appena 10 anni.
Il 4 febbraio 1901 il pronunciamento di Giolitti alla Camera, emblematico della sua ideologia, contribuì alla caduta del governo allora in carica, il Governo Saracco, responsabile di aver ordinato lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova.
Già a partire dal governo Zanardelli (15 febbraio 1901 - 3 novembre 1903), Giolitti ebbe una notevole influenza che andava oltre quella propria della sua carica di Ministro degli Interni, anche a causa dell'avanzata età del presidente del consiglio.
[modifica] Giolitti II (novembre 1903 - marzo 1905)
Il 3 novembre 1903 Giolitti ritornò al governo, ma questa volta si risolse per una svolta radicale: si oppose, come prima, alla ventata reazionaria di fine secolo, ma lo fece dalle file della Sinistra e non più del gruppo crispino come fino ad allora aveva fatto.
Questo cambiamento gli consentì di seguire un po' più agevolmente quella politica che si era proposta già all'epoca del suo primo mandato: conciliare gli interessi della borghesia con quelli dell'emergente proletariato (sia agricolo che industriale); a questo proposito è notevole come Giolitti fu il primo a rivolgersi direttamente ad un "consigliere" socialista, Filippo Turati, che avrebbe voluto persino come suo ministro (quest'ultimo rifiutò in seguito alle pressioni della corrente massimalista).
In questo contesto furono varate norme a tutela del lavoro (in particolare infantile e femminile), sulla vecchiaia, sull'invalidità e sugli infortuni; i prefetti furono invitati ad usare maggiore tolleranza nei confronti degli scioperi apolitici; nelle gare d'appalto furono ammesse le cooperative cattoliche e socialiste.
L'apertura nei confronti dei socialisti, insomma, fu una vera e propria costante di questa fase di governo: Giolitti programmava, infatti, di estendere il consenso nei riguardi del governo presso queste aree popolari, e in particolare presso quelle aristocrazie operaie che, grazie ad una migliore retribuzione salariale e, quindi, a un migliore tenore di vita, avevano il diritto di voto. Giolitti era infatti convinto che non fosse utile a nessuno tenere bassi i salari perché da un lato non avrebbe consentito ai lavoratori di condurre una vita dignitosa, dall'altro avrebbe strozzato il mercato provocando una sovrapproduzione.
A questo proposito la critica storiografica nota come, da queste migliori condizioni sociali, rimanessero esclusi i lavoratori meno qualificati (in particolare quelli meridionali), di fatto spesso e volentieri emarginati dai progetti politici di Giolitti (e che andarono a confluire nei partiti massimalisti).
Altri importanti provvedimenti furono attuati dal monregalese in campo economico: su tutti, la nazionalizzazione delle ferrovie e la promozione dello sviluppo economico attraverso la stabilità monetaria ed i lavori pubblici (ad esempio il traforo del Sempione).
[modifica] Tra il Giolitti II ed il Giolitti III
In questo periodo invitò l'amico Alessandro Fortis a creare un governo (come di fatto avvenne).
[modifica] Giolitti III (maggio 1906 - dicembre 1909)
Alla caduta del secondo Governo Fortis (24 dicembre 1905 - 8 febbraio 1906) Giolitti insediò il suo terzo governo.
Durante questo mandato continuò, essenzialmente, la politica economica già avviata nel suo secondo governo. Aiutato dalla congiuntura economica positiva dei primi anni del Novecento, poté contare su un'affidabile stabilità monetaria garantita da un processo, l'emigrazione, a cui lui stesso non si oppose e che venne sicuramente incentivato dai numerosi dissesti economici causati da grandi disastri naturali (si ricordi l'eruzione del Vesuvio del 1906 ed il terremoto che devastò Messina e Reggio Calabria nel 1908).
In questo periodo, inoltre, favorì l'industria pesante (che risultava ancora arretrata a causa della mancanza, da parte degli industriali, dei grandi capitali che sarebbero stati necessari a svecchiarla) per mezzo di un ingegnoso stratagemma: la conversione della rendita nazionale dal 5% al 3,5%. Questa era, in realtà, un'operazione rischiosa perché, per quanto si potesse prevedere un certo panico tra i creditori dello Stato, le richieste di rimborso non erano facilmente prevedibili. Di fatto, comunque, ebbe successo perché queste furono assai limitate e la possibilità della bancarotta fu ampiamente sventata. Ciò fu possibile perché la conversione della rendita provocò una generale diminuzione del costo del denaro che consentì di ottenere crediti ad un saggio di interesse più favorevole e, quindi, incontrò un nutrito consenso. Oltre a ciò, la conversione della rendita centrò il suo scopo primario: far "guadagnare" virtualmente allo stato la differenza sui suoi debiti che, con l'abbassamento del tasso, non era più tenuto a pagare. I proventi di questa manovra poterono, così, essere impiegati nell'industria.
Accanto all'ormai completata nazionalizzazione delle Ferrovie, infine, andò a collocarsi la proposta di nazionalizzazione delle assicurazioni (portata a compimento nel quarto mandato).
Per ciascuna di queste azioni la critica storiografica non ha mancato di evidenziare anche i risvolti negativi: non ostacolare l'emigrazione significa anche servirsene, un po' cinicamente, senza tenere in conto il disagio arrecato a interi strati sociali costretti a sradicarsi dalla propria terra (specie dal Sud, dove il cosmopolitismo era certamente ben lontano dal diffondersi); favorire unicamente l'industria pesante a discapito di quella agro-manifatturiera è, poi, una tipica visione industrialista che non tiene in debito conto l'economia del Mezzogiorno, che avrebbe necessitato di trasformazioni più profonde del solo acquedotto pugliese; infine la nazionalizzazione delle assicurazioni consentì abnormi speculazioni da parte di chi ne deteneva le azioni.
Innegabile è invece, la bontà del miglioramento della legislazione sul lavoro femminile e infantile con nuovi limiti di orario (12 ore) e di età (12 anni).
[modifica] Tra il Giolitti III ed il Giolitti IV
Nel dicembre 1909 divenne presidente del consiglio Sidney Sonnino, di tendenze conservatrici. A lui successe Luigi Luzzatti.
[modifica] Giolitti IV (marzo 1911 - marzo 1914)
Il quarto governo Giolitti durò dal 30 marzo 1911 al 21 marzo 1914. Nacque come il tentativo probabilmente più vicino al successo di coinvolgere al governo il Partito Socialista, che comunque votò a favore. Il programma prevedeva la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita e l'introduzione del suffragio universale , progetti di considerevole valenza "sociale" e entrambi immediatamente realizzati (dal suffragio erano comunque ancora escluse le donne). Nel settembre del 1911 Giolitti, premuto dalle spinte nazionaliste (il movimento nazionalista si era costituito come partito organizzato nel primo congresso di Firenze nel 1910) diede tuttavia inizio alla guerra di Libia; il conflitto ebbe notevoli ripercussioni anche in politica interna, dividendo il Partito Socialista e allontanandolo dal governo in maniera irrimediabile.
[modifica] Dopo il Giolitti IV
L'inizio della fine della cosiddetta età giolittiana fu l'arrivo al governo di Antonio Salandra nel 1914. Questi successe a Giolitti accordandosi con lui, ma presto riuscì a rendersi politicamente autonomo. Quando nel maggio 1915 Salandra vincolò la sua prosecuzione al governo ad un'adesione della Camera dei deputati alla sua linea interventista contro le Potenze centrali, a Giolitti - che pure aveva rifiutato l'incarico del re appena aveva saputo che la politica estera era già stata pregiudicata con la firma del Patto di Londra - fece capo la maggioranza neutralista della Camera, con un gesto di grande valenza simbolica anche se di scarsi effetti pratici: un numero di deputati superiore alla maggioranza dell'Assemblea lasciò il suo biglietto da visita nell'anticamera dell'abitazione romana dell'ex primo ministro. Il giorno dopo la stessa Camera votò la fiducia a Salandra, reincaricato dal re, facendo uscire l'Italia dalla neutralità, per cui Giolitti si batteva, e portandola nella Prima guerra mondiale.
[modifica] Giolitti V (giugno 1920 - luglio 1921)
L'ultima permanenza al governo di Giolitti iniziò nel giugno 1920, durante il cosiddetto biennio rosso (1919-1920). Per porre freno alle frequenti agitazioni socialiste, Giolitti non esitò ad appoggiare le azioni delle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse essere in seguito riassorbita all'interno del sistema democratico.
[modifica] L'ideologia politica
Come neo-presidente del Consiglio si trovò a dover affrontare, prima di tutto, l'ondata di diffuso malcontento che la politica crispina aveva provocato con l' aumento dei prezzi. Ed è questo primo confronto con le parti sociali che evidenzia la ventata di novità che Giolitti porta nel panorama politico dei cosiddetti "anni roventi": non più repressione autoritaria, bensì accettazione delle proteste e, quindi, degli scioperi purché non violenti né politici (possibilità, fra l'altro, secondo lui ancora piuttosto remota in quanto le agitazioni nascevano tutte da disagi di tipo economico). Come da lui stesso sottolineato in un discorso in Parlamento in merito allo scioglimento, in seguito ad uno sciopero, della Camera del lavoro di Genova, sono da temere massimamente le proteste violente e disorganiche, effetto di naturale degenerazione di pacifiche manifestazioni represse con la forza: «Io poi non temo mai le forze organizzate, temo assai più le forze disorganiche perché se su di quelle l'azione del governo si può esercitare legittimamente e utilmente, contro i moti inorganici non vi può essere che l'uso della forza». Contro questa sua apparente coerenza si scagliarono critici come Gaetano Salvemini che sottolinearono come invece nel Mezzogiorno d'Italia gli scioperi venissero sistematicamente repressi. L'intellettuale meridionale definì Giolitti un "ministro della malavita" proprio per questa sua disattenzione riguardo ai problemi sociali del Sud,[1] che avrebbe provocato un' estensione del fenomeno del clientelismo di tipo mafioso e camorristico.
In ogni caso resta innegabile la tendenza, sfondo di tutta la sua attività politica, di spingere il parlamento ad occuparsi dei conflitti sociali al fine di comporli tramite opportune leggi.
Per Giolitti infatti, le classi lavoratrici non vanno considerate come pura opposizione allo stato - come fino ad allora era avvenuto - ma occorre riconoscere la loro legittimazione giuridica ed economica. Compito dello stato quindi è quello di porsi come mediatore neutrale tra le parti, poiché lo stato rappresenta le minoranze ma soprattutto la moltitudine di quei lavoratori vessati fino alla miseria dalla legislazione fiscale e dello strapotere degli imprenditori nell'industria.
Un aspetto della sua attenzione alle classi popolari può essere considerata anche la innovazione della corresponsione di una indennità ai parlamentari che sino ad allora avevano svolto la loro funzione a titolo gratuito. Questo avrebbe consentito, almeno in linea teorica, una maggiore partecipazione dei meno abbienti alla carica di rappresentante del popolo.
[modifica] Cariche politiche
- Presidente del Consiglio
- 15 maggio 1892 / 27 settembre 1892
- 23 novembre 1892 / 15 dicembre 1893
- 3 novembre 1903 / 18 ottobre 1904
- 30 novembre1904 / 12 marzo 1905
- 29 maggio 1906 / 8 febbraio 1909
- 24 marzo 1909 / 11 dicembre 1909
- 30 marzo 1911 / 29 settembre 1913
- 27 novembre 1913 / 21 marzo 1914
- 15 giugno 1920 / 7 aprile 1921
- 11 giugno 1921 / 4 luglio 1921
- Ministro degli Affari Interni
- 15 maggio 1892 / 15 dicembre 1893
- 15 febbraio 1901 / 21 giugno 1903
- 3 novembre 1903 / 12 marzo 1905
- 29 maggio 1906 / 11 dicembre 1909
- 30 marzo 1911 / 21 marzo 1914
- 15 giugno 1920 / 4 luglio 1921
- Ministro delle Finanze (Tesoro)
- 9 marzo 1889 / 10 dicembre 1890
[modifica] Note
- ^ Per l' agricoltura era rimasto a vantaggio degli agrari latifondisti il rigido protezionismo voluto da Crispi, perpetuando nell'età giolittiana quel patto mostruoso (pactum sceleris), così lo definirà Antonio Gramsci, tra gli industriali liberali del Nord , pur danneggiati dalla tariffa protettiva sul grano, cioè sul pane, che manteneva alti i salari operai, e i reazionari agrari del Sud che trovavano un comune interesse nel mantenere le masse a loro subordinate.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Onorificenze
[modifica] Opere
- Giovanni Giolitti "Memorie della mia vita / Giovanni Giolitti" con uno studio di Olindo Malagodi. - Milano: F.lli Treves, 1922. - 2 v. (627 p. compl.)
[modifica] Bibliografia
- A.W. Salomone, L'età giolittiana, Torino, 1949
- G. Natale, Giolitti e gli italiani, Milano, 1949
- G. Ansaldo, Il ministro della buona vita, Milano, 1950
- P. Togliatti, Discorso su Giolitti, Roma, 1950
- G. De Rosa, Giolitti e il fascismo, Roma, 1957
- A. Frassati, Giolitti, Firenze, 1959
- G. Spadolini, Giolitti e i cattolici, 1960
- G. Carocci, Giolitti e l'età giolittiana, Torino, 1961
- S. F. Romano, L'Italia del Novecento. L'età giolittiana (1900-1914), Roma, 1965
- F. De Felice, Panorami storici. L'età giolittiana, in «Studi storici», fasc. I, 1969
- B. Vigezzi Da Giolitti a Salandra, Firenze, 1969
- A. Berselli, L'Italia dall'età giolittiana all'avvento del fascismo, Roma, 1970
- N. Valeri, Giolitti, Torino, 1971
- B. Vigezzi Giolitti e Turati, Milano-Napoli, 1976
- A. Acquarone, L'Italia giolittiana, Bologna (1896-1915), 1988
- G. Negri (a cura di), Giolitti e la nascita della Banca d'Italia nel 1893, Bari, 1989
- R. Romanelli, L'italia liberale, Bologna, 1990
- E. Gentile, L'Italia giolittiana, Bologna, 1990
- A. A. Mola, Giolitti. Lo statista della nuova Italia, Milano, 2003.
[modifica] Altri progetti
Wikiquote contiene citazioni di o su Giovanni Giolitti
| Predecessore: | Ministro delle Finanze del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Federico Seismit-Doda | 14 settembre 1890 - 10 dicembre 1890 | Bernardino Grimaldi |
| Predecessore: | Ministro del Tesoro del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Costantino Perazzi | 9 marzo 1889 - 10 dicembre 1890 | Bernardino Grimaldi |
| Predecessore: | Ministro dell'Interno del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Giovanni Nicotera | 15 maggio 1892 - 15 dicembre 1893 | Francesco Crispi | I |
| Giuseppe Saracco | 15 febbraio 1901 - 21 giugno 1903 | Giuseppe Zanardelli
ad interim |
II |
| Giuseppe Zanardelli | 3 novembre 1903 - 12 marzo 1905 | Tommaso Tittoni | III |
| Sidney Sonnino | 29 maggio 1906 - 11 dicembre 1909 | Sidney Sonnino | IV |
| Luigi Luzzatti | 30 marzo 1911 - 21 marzo 1914 | Antonio Salandra | V |
| Francesco Saverio Nitti | 15 giugno 1920 - 4 luglio 1921 | Ivanoe Bonomi | VI |

