Legge Acerbo
La legge elettorale italiana del 1923 fu adottata dal Regno d'Italia nelle elezioni del 1924. Essa è usualmente indicata come legge Acerbo dal nome dell'omonimo deputato che ne redasse il testo[1].
La legge (approvata il 18 novembre 1923 con il n. 2444) fu voluta da Benito Mussolini allo scopo di assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare.
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[modifica] L'iter parlamentare
Il disegno di legge, redatto dall'allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Giacomo Acerbo, fu approvato il 4 giugno 1923 dal Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini; il successivo 9 giugno venne presentato alla Camera dei Deputati e sottoposto all’esame di una commissione – detta dei “diciotto” – nominata dal presidente Enrico De Nicola, secondo il criterio della rappresentanza dei gruppi.
La commissione fu composta da Giovanni Giolitti con funzioni di presidente, da Vittorio Emanuele Orlando per il gruppo della "Democrazia" e da Antonio Salandra per i liberali di destra (entrambi con funzioni di vicepresidente), da Ivanoe Bonomi per il gruppo riformista, Giuseppe Grassi per i demoliberali, Luigi Fera e Antonio Casertano per i demosociali, Alfredo Falcioni per la “Democrazia Italiana” (nittiani e amendoliani), Pietro Lanza di Scalea per gli agrari, Alcide De Gasperi e Giuseppe Micheli per i popolari, Giuseppe Chiesa per i repubblicani, Costantino Lazzari per i socialisti, Filippo Turati per i socialisti unitari, Antonio Graziadei per i comunisti, Raffaele Paolucci e Michele Terzaghi per i fascisti e Paolo Orano (in realtà anche lui fascista) per il gruppo misto[2].
Il sistema delineato dal ddl Acerbo andava a modificare il sistema proporzionale in vigore da 4 anni, integrandolo con un premio di maggioranza, che sarebbe scattato in favore del partito più votato che avesse anche superato il quorum del 25%, aggiudicandosi in tal modo i 2/3 dei seggi. Durante la discussione in commissione i popolari avanzarono numerose proposte di modifica, prima cercando di ottenere l'innalzamento del quorum al 40% dei votanti e poi l'abbassamento del premio ai 3/5 dei seggi; ogni tentativo di mediazione fu però vano e la commissione licenziò l'atto nel suo impianto originale, esprimendo parere favorevole a seguito di una votazione terminata 10 a 8.[3][4].
Il ddl venne quindi rimesso al giudizio dell'aula, dove le opposizioni tentarono di modificarlo nuovamente: esse confluirono attorno ad un emendamento presentato da Bonomi, che proponeva ancora di alzare il quorum per lo scatto del premio di maggioranza, dal 25% al 33% dei voti espressi. Il tentativo fallì, anche per la rigida posizione assunta dal governo, che opponendo la fiducia riuscì a prevalere (seppur di stretta misura): su 336 presenti in 178 votarono a favore della fiducia e contro l'emendamento, 157 a favore dell'innalzamento della soglia e contro il governo; decisivo risultò il numero degli assenti - ben 53 - che avrebbero potuto orientare in modo diverso l'esito del voto[5][6].
Il 21 luglio del 1923 il ddl Acerbo venne infine approvato con 223 sì e 123 no: a favore si schierarono il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare Italiano[7], la stragrande maggioranza dei componenti i gruppi parlamentari di tendenze liberali e la quasi totalità degli esponenti della destra, fra i quali Antonio Salandra; negarono il loro appoggio i deputati dei gruppi socialisti, i comunisti, la sinistra liberale e quei popolari che facevano riferimento a don Sturzo. La riforma entrò in vigore con l'approvazione del Senato del Regno, avvenuta il 18 novembre[8] con 165 sì e 41 no. Nella discussione del disegno di legge presso il Senato ebbe un ruolo di primo piano il senatore Gaetano Mosca.
[modifica] Il meccanismo elettorale
Tale legge prevedeva l'adozione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, all'interno di un collegio unico nazionale suddiviso in 16 circoscrizioni elettorali. A livello circoscrizionale ogni lista poteva presentare un numero di candidati che oscillava da un minimo di 3 a un massimo dei due terzi di quelli eleggibili (non più di 356 su 535, quindi); oltre al voto di lista era ammesso il voto di preferenza. Il risultato nel collegio unico era decisivo per determinare il modo di distribuzione dei seggi: nel caso in cui la lista più votata a livello nazionale avesse superato il 25% dei voti validi, avrebbe automaticamente ottenuto i 2/3 dei seggi della Camera dei Deputati, eleggendo in blocco tutti i suoi candidati; in questo caso tutte le altre liste si sarebbero divise il restante terzo dei seggi, sulla base di criteri simili a quelli della legge elettorale del 1919. Ai principi di quest'ultima ci si richiamava anche in un altro caso, per l'attribuzione di tutti i seggi, se nessuna delle liste concorrenti avesse superato il 25% dei voti.
In sede di approvazione tale meccanismo fu spacciato per democratico, in quanto la propaganda fascista pretendeva che garantisse il diritto di tribuna alle minoranze, rappresentato da quel terzo dei seggi dell'assise parlamentare che sarebbe stato loro assegnato comunque, pure nel caso che fossero scese al di sotto del 33% dei suffragi.
[modifica] Ulteriori previsioni
Altre modifiche alla precedente legge elettorale consistettero nella riduzione dell'età minima per l'eleggibilità da 30 a 25 anni, nell'abolizione dell'incompatibilità per le cariche amministrative di sindaco e deputato provinciale e per i funzionari pubblici (ad eccezione di prefetti, viceprefetti ed agenti di pubblica sicurezza). Altra importante innovazione fu l'adozione della scheda elettorale al posto della busta.
[modifica] Gli effetti
Alle elezioni del 6 aprile 1924 il Listone Mussolini prese il 60,09% dei voti (il premio di maggioranza era scattato, come prevedibile, per il PNF): i fascisti trovarono il modo di limare anche il numero di seggi garantiti alle minoranze, alla cui spartizione riuscirono a partecipare mediante una lista civetta (la lista bis) presentata in varie regioni e che strappò ulteriori 19 scranni, mentre le opposizioni di centro e sinistra ottennero solo 161 seggi, nonostante al Nord fossero in maggioranza con 1.317.117 voti contro i 1.194.829 del Listone. Complessivamente, le opposizioni raccolsero 2.511.974 voti, pari al 35,1%.
Alessandro Visani scrisse sull'importanza politica della legge[9]:
| « L'approvazione di quella legge fu - questa la tesi sostenuta da Giovanni Sabbatucci, pienamente condivisibile - un classico caso di "suicidio di un'assemblea rappresentativa", accanto a quelli "del Reichstag che vota i pieni poteri a Hitler nel marzo del 1933 o a quello dell'Assemblea Nazionale francese che consegna il paese a Petain nel luglio del 1940". La riforma forni all'esecutivo "lo strumento principe – la maggioranza parlamentare – che gli avrebbe consentito di introdurre, senza violare la legalità formale, le innovazioni più traumatiche e più lesive della legalità statuaria sostanziale, compresa quella che consisteva nello svuotare di senso le procedure elettorali, trasformandole in rituali confirmatori da cui era esclusa ogni possibilità di scelta » |
[modifica] Note
- ^ Paul Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989, p.190
- ^ Prima pagina della Relazione della Commissione presieduta da Giovanni Giolitti sul disegno di legge Sito della Camera dei deputati/Album.
- ^ Tra decidere e rappresentare. La rappresentanza politica dal XIX secolo alla Legge Acerbo, di Igor Pellicciari, Soveria Mannelli, Rubettino, 2004, pag. 140 e 158
- ^ Atti Parlamentari, CdD, Sez. Dis., pag. 10624
- ^ Tra decidere e rappresentare. La rappresentanza politica dal XIX secolo alla Legge Acerbo, di Igor Pellicciari, Soveria Mannelli, Rubettino, 2004, pag. 158
- ^ In F. Turati, A. Kuliscioff Carteggio, a cura di Franco Pirrone, Torino, Einaudi 1977, Vol. VI pag. 122
- ^ Piero Craveri, De Gasperi, Il Mulino, Bologna 2006, pp. 85-86, ISBN 978-88-15-11418-1
- ^ Secondo AA.VV., Storia d'Italia, De Agostini, Novara 1991, l'approvazione da parte del Senato avvenne il 14 novembre
- ^ Cfr. A. Visani, 2004
[modifica] Bibliografia
- Giovanni Sabbatucci, "Il 'suicidio' della classe dirigente liberale. La legge Acerbo 1923-1924", in: Italia Contemporanea, n. 174, marzo 1989, pp. 57-80
- Alessandro Visani: "La conquista della maggioranza. Mussolini, il Pnf e le elezioni del 1924", 2004, Fratelli Frilli Editori, ISBN 88-7563-037-2.Prefazione online Primo capitolo online
- Alcide de Gasperi: "Le battaglie del Partito popolare". Raccolta di scritti e discorsi politici dal 1919 al 1926, a cura di Paolo Piccoli e Armando Vadagnini, prefazione di Francesco Malgeri, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1992.Informazione sul libro online
- Igor Pellicciari: "Tra decidere e rappresentare. La rappresentanza politica dal XIX secolo alla Legge Acerbo", 2004, Rubbettino, ISBN 88-498-0906-9. Capitolo IV La "trasformazione minimizzata": la riforma Acerbo online
[modifica] Collegamenti esterni
- Sito della Camera dei deputati
- Le dichiarazioni dell'on. De Gasperi nella commissione elettorale «il nuovo Trentino», 19 giugno 1923 / Testo dell'articolo
- Alla vigilia della battaglia parlamentare «il nuovo Trentino», 7 luglio 1923 / Testo dell' articolo di Alcide De Gasperi sulle conclusioni della commissione dei 18
- La Chiesa e la dittatura: le prime elezioni fasciste dell’aprile 1924