Benito Mussolini

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Benito Mussolini
Mussolini mezzobusto.jpg

Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia e Duce del Fascismo
Durata mandato 31 ottobre 1922 –
25 luglio 1943
Capo di Stato Vittorio Emanuele III
Predecessore Luigi Facta
Successore Pietro Badoglio

Primo maresciallo dell'Impero
titolo condiviso con il re d'Italia Vittorio Emanuele III
Durata mandato 30 marzo 1938 –
25 luglio 1943
Predecessore carica creata
Successore carica abolita

Ministro dell'Interno
Durata mandato 31 ottobre 1922 –
17 giugno 1924
Presidente Benito Mussolini
Predecessore Paolino Taddei
Successore Luigi Federzoni

Durata mandato 6 novembre 1926 –
25 luglio 1943
Presidente Benito Mussolini
Predecessore Luigi Federzoni
Successore Bruno Fornaciari

Duce e capo del governo della Repubblica Sociale Italiana
Durata mandato 23 settembre 1943 –
28 aprile 1945
Predecessore carica creata
Successore nessuno

Ministro degli Esteri della Repubblica Sociale Italiana
Durata mandato 23 settembre 1943 –
28 aprile 1945
Predecessore carica creata
Successore nessuno

Duce del Partito fascista
dal 1936 "Duce Fondatore dell'Impero"
Durata mandato 23 marzo 1919 –
28 aprile 1945
Predecessore carica creata
Successore carica abolita

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano (1912-1919)
Fasci italiani di combattimento (1919-1921)
Partito Nazionale Fascista (1921-43)
Partito Fascista Repubblicano (1943-45)
Firma Firma di Benito Mussolini
Stemma del Regno d'Italia Parlamento del Regno d'Italia
Camera del Regno d'Italia
Partito
Fasci italiani di combattimento (1921)
Partito Nazionale Fascista (1921-1943)
Legislatura XXVI, XXVII, XXVIII, XXIX, XXX

Benito Amilcare Andrea Mussolini, noto semplicemente come Benito Mussolini e con l'appellativo duce (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945), è stato un uomo politico, giornalista e dittatore italiano.

Fondatore del fascismo, salì al potere con la forza dopo la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922, diventando Presidente del Consiglio del Regno d'Italia il 31 ottobre 1922, carica che mantenne fino al 25 luglio 1943. Nel gennaio 1925 assunse de facto poteri dittatoriali e dal dicembre dello stesso anno acquisì il titolo di Capo del governo primo ministro segretario di Stato. Dopo la guerra d'Etiopia, aggiunse, al titolo di Duce, quello di "Fondatore dell'Impero". Divenne Primo Maresciallo dell'Impero il 30 marzo 1938 e fu capo della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 al 27 aprile 1945.

Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, e direttore del quotidiano socialista Avanti! dal 1912. Convinto anti-interventista negli anni della guerra italo-turca e in quelli precedenti la prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò radicalmente opinione, dichiarandosi a favore dell'intervento in guerra. Trovatosi in netto contrasto con la linea del partito, si dimise dalla direzione dell'Avanti! e fondò Il Popolo d'Italia,[1] schierato su posizioni interventiste, venendo quindi espulso dal PSI. Nell'immediato dopoguerra, cavalcando lo scontento per la "vittoria mutilata", fondò i Fasci italiani di combattimento (1919), poi divenuti Partito Nazionale Fascista nel 1921, e si presentò al Paese con un programma politico nazionalista e radicale.

Nel contesto di forte instabilità politica e sociale successivo alla Grande Guerra, puntò alla presa del potere; forzando la mano alle istituzioni, con l'aiuto di atti di squadrismo e d'intimidazione politica che culminarono il 28 ottobre 1922 con la Marcia su Roma, Mussolini ottenne l'incarico di costituire il Governo (30 ottobre), a soli 39 anni. Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaurò nel gennaio 1925 la dittatura, risolvendo con forza la delicata situazione venutasi a creare dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti. Negli anni successivi consolidò il regime, affermando la supremazia del potere esecutivo, trasformando il sistema amministrativo e inquadrando le masse nelle organizzazioni di partito.

Nel 1935, Mussolini decise di occupare l'Etiopia, provocando l'isolamento internazionale dell'Italia. Appoggiò quindi i franchisti nella Guerra civile spagnola e si avvicinò alla Germania Nazista di Adolf Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con il Patto d'Acciaio nel 1939. È in questo periodo che furono approvate in Italia le leggi razziali.

Nel 1940, ritenendo ormai prossima la vittoria della Germania, fece entrare l'Italia nella seconda guerra mondiale al fianco di quest'ultima. In seguito alle disfatte subite dalle Forze Armate italiane e alla messa in minoranza durante il Gran consiglio del fascismo (ordine del giorno Grandi del 24 luglio 1943), fu arrestato per ordine del Re (25 luglio) e successivamente tradotto a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler, instaurò nell'Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. In seguito alla definitiva sconfitta delle forze italotedesche, abbandonò Milano la sera del 25 aprile 1945, dopo aver invano cercato di trattare la resa. Il tentativo di fuga si concluse il 27 aprile con la cattura da parte dei partigiani a Dongo, sul Lago di Como.[2][3][4][5][6] Fu fucilato il giorno seguente insieme alla sua amante Claretta Petacci.

Biografia

La gioventù, la prima attività politica e la Grande Guerra

Alessandro, padre di Benito Mussolini
Rosa Maltoni, madre di Benito Mussolini

La nascita e la famiglia

Figlio del fabbro Alessandro (Montemaggiore di Predappio, 11 novembre 1854- Forlì, 19 novembre 1910) e della maestra elementare Rosa Maltoni (San Martino in Strada, 22 aprile 1858- Predappio, 19 febbraio 1905), nasce il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione del comune di Predappio, nell'attuale via Varano Costa.[7]

Il nome "Benito Amilcare Andrea" fu deciso dal padre,[8] socialista dell'ala anarchica, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano (nell'agosto 1881 aveva fondato a Rimini il «Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna»). Contrariamente al marito, la madre Rosa era credente e fece battezzare il figlio.[9]

L'istruzione e l'adolescenza

Mussolini frequenta le prime due classi elementari prima a Dovia e poi a Predappio (1889-1891); entra quindi per volontà della madre nel collegio salesiano di Faenza (1892-ottobre 1894), ma viene trasferito in seguito a una punizione (comprensiva della retrocessione dalla classe quarta alla seconda) per una rissa nella quale ferisce un suo compagno più anziano con un coltello.[10] A Faenza, Benito passa un periodo infelice: oltre alle punizioni corporali subite dai salesiani per la sua scarsa osservanza delle regole del collegio, vive con rabbia e frustrazione la sua condizione sociale.[11] La famiglia è di modeste condizioni: il padre, pur avendo una propria attività, vive ai margini della comunità locale a causa delle sue idee politiche; la madre, che insegna ai bambini delle elementari presso Palazzo Varano, guadagna uno stipendio insufficiente a compensare le mancate entrate del marito.[12]

I luoghi e le cose

Con il consolidamento del potere, si sviluppò una sorta di iconografia popolare del personaggio che rese di pubblica notorietà aspetti singolari della figura del Duce, riferimenti sino ad allora inusuali per i politici. Ad esempio, divenne famosa la casa natale di Predappio, tuttora mèta di visite.

La casa natale di Benito Mussolini

Le visite erano completate dall'invio di cartoline, per le quali fu creato uno speciale annullo filatelico.

Il timbro (annullo postale), che testimoniava della visita effettuata

E fra i temi delle cartoline addirittura il letto in cui il Duce del Fascismo sarebbe stato partorito (all'epoca si partoriva in casa).

Il letto natale di Benito Mussolini, da una cartolina d'epoca
Mussolini in una fotografia del 1897, all'età di 14 anni, all'epoca studente delle scuole magistrali di Forlimpopoli

Aiutato dalla madre, prosegue gli studi nella laica Regia Scuola Magistrale maschile Carducci di Forlimpopoli, diretta da Valfredo Carducci, fratello di Giosuè Carducci, dove consegue nel settembre 1898 la licenza tecnica inferiore. A partire dall'ottobre di quell'anno, per via di uno scontro con un altro alunno, è costretto a frequentare come esterno (solo nel 1901 è riammesso come convittore).[13] A Forlimpopoli, anche per l'influsso paterno, Mussolini si avvicina al socialismo militante, facendosi notare in comizi serali nei paesi limitrofi, e nel 1900 si iscrive al Partito Socialista Italiano, dove fa amicizia con Olindo Vernocchi.[14] Dopo aver ottenuto sempre nello stesso istituto di Forlimpopoli il diploma di Maestro elementare l'8 luglio 1901, avanza domanda d'insegnamento per concorso o per incarico in diversi comuni: Predappio, Legnano, Tolentino, Ancona, Castelnuovo Scrivia.

Non essendo riuscito a ottenere la cattedra e non avendo nemmeno avuto il posto di "sostituto aiutante" del segretario comunale di Predappio (la sua domanda fu respinta dal gruppo clerico-moderato con 10 voti su 14),[15] dopo una supplenza di pochi mesi nella scuola elementare di Pieve Saliceto (frazione di Gualtieri), emigra il 9 luglio 1902 in Svizzera per sfuggire al servizio militare obbligatorio,[16] stabilendosi a Losanna. Lì s'iscrive al sindacato muratori e manovali, di cui poi diverrà segretario, e il 2 agosto 1902 pubblica il suo primo articolo su L'Avvenire del lavoratore, il giornale dei socialisti svizzeri;[17] l'attività giornalistica vera e propria comincia nel 1904.

La Svizzera e la prima militanza

Fino a novembre vive in Svizzera, spostandosi di città in città e svolgendo lavori occasionali, tra cui il garzone di una bottega di vini a Losanna. È espulso due volte dal paese: il 18 giugno 1903 è arrestato a Berna come agitatore socialista, trattenuto in carcere per 12 giorni, e poi espulso il 30 giugno dal Canton Berna, mentre il 9 aprile 1904 viene incarcerato per 7 giorni a Ginevra a causa del permesso di soggiorno falsificato, per poi essere espulso una settimana dopo dal Canton Ginevra.[18] Nel frattempo riceve anche una condanna a un anno di carcere per renitenza alla leva militare. Viene protetto da alcuni socialisti e anarchici del Canton Ticino, tra cui Giacinto Menotti Serrati e Angelica Balabanoff, con la quale avvia una relazione sentimentale.[19] Nel periodo in cui Mussolini risiedeva in Svizzera, ha abitato a Savosa, comune periferico a nord di Lugano, ed ha partecipato al consolidamento dei muri sulla strada di Trevano, sulla Cassarate-Monte Brè e soprattutto nella costruzione della ferrovia Lugano-Tesserete.

Foto segnaletica di Mussolini nel periodo svizzero (1903), quando fu arrestato dalla polizia elvetica perché sprovvisto di documento d'identità. Il cartello riporta l'erronea dicitura Mussolini Benedetto

In Svizzera Mussolini ha la possibilità di avvicinarsi a Vilfredo Pareto, frequentandone le lezioni all'Università di Losanna, dove l'economista italo-francese insegna per alcuni anni. Pareto (che definirà Mussolini "un grande statista")[20] inciterà il suo allievo a prendere il potere e organizzare la Marcia su Roma (inviando un telegramma dalla Svizzera in cui si diceva «ora o mai più»).[21][22] Mussolini utilizzò le idee di Pareto per rivedere la sua adesione al socialismo.

Sempre in Svizzera Mussolini collabora con periodici locali d'ispirazione socialista (tra cui il Proletario) e invia corrispondenze al giornale milanese l'Avanguardia socialista. L'attività di giornalista rende evidente sin dai suoi primi scritti l'avversione ideologica al positivismo, allora predominante nel socialismo italiano; Mussolini prende subito posizione contro questo orientamento e si schiera con l'ala rivoluzionaria del partito socialista, capeggiata da Arturo Labriola. Con il passare degli anni Mussolini sviluppa una sempre più aspra avversione verso i riformisti, tentando di diffondere e di imporre all'intero movimento socialista la propria concezione rivoluzionaria.[23] È in questo periodo che mostra le maggiori affinità ideologiche con il sindacalismo rivoluzionario. Dalle discussioni con il pastore evangelico Alfredo Taglialatela, Mussolini trarrà una conclusione negativa sul problema dell'esistenza di Dio, sul quale tornerà a riflettere molti anni dopo. Le sue opinioni saranno in seguito raccolte nell'opuscolo L'uomo e la divinità, una breve dissertazione sui motivi per i quali bisognerebbe negare l'esistenza di Dio.

Mussolini in questo periodo studia assiduamente il francese e cerca di imparare il tedesco, avvalendosi in quest'ultimo caso dell'aiuto della Balabanoff.[24]

Mussolini giornalista e agitatore politico

Nel novembre 1904, caduta la condanna per renitenza alla leva in seguito all'amnistia concessa in occasione della nascita dell'erede al trono Umberto, Mussolini torna in Italia. Deve tuttavia presentarsi al Distretto militare di Forlì e adempie ai suoi doveri di leva venendo assegnato il 30 dicembre 1904 al 10º Reggimento bersaglieri di Verona. Può tornare a casa con una licenza per assistere la madre morente (19 gennaio 1905). Poi riprende il servizio militare; al termine ottiene una dichiarazione di buona condotta per il contegno disciplinato.[25]

Congedato, Mussolini rientra a Dovia di Predappio il 4 settembre 1906. Poco dopo si reca a insegnare a Tolmezzo, dove ha ottenuto un posto da supplente dal 15 novembre sino al termine dell'anno scolastico. Il periodo nel comune friulano è difficile: con gli studenti si dimostra incapace di mantenere l'ordine e l'anticlericalismo e il linguaggio sboccato gli attirano le antipatie della popolazione locale, tanto che le ragazze del paese lo chiamano "tiranno".[26][27]

Nel novembre del 1907 ottiene l'abilitazione all'insegnamento della lingua francese e nel marzo 1908 gli viene assegnato un incarico come professore di francese presso il Collegio Civico di Oneglia, dove insegnerà anche Italiano, Storia e Geografia. A Oneglia ottiene la sua prima direzione di un giornale, il settimanale socialista La Lima. Nei suoi articoli il neo direttore attacca le istituzioni sia politiche sia religiose, accusando il governo Giolitti e la Chiesa di difendere gli interessi del capitalismo ai danni del proletariato. Per evitare problemi si firma con lo pseudonimo di "Vero Eretico". Il giornale suscita grande interesse e Mussolini comprende che il giornalismo d'eversione può essere uno strumento politico.[28]

Tornato a Predappio, si mette a capo dello sciopero dei braccianti agricoli. Il 18 luglio 1908 è arrestato per minacce a un dirigente delle organizzazioni padronali. Processato per direttissima è condannato a tre mesi di carcere, ma il 30 luglio è rilasciato in libertà provvisoria su cauzione.[29] Nel settembre dello stesso anno è di nuovo incarcerato per dieci giorni per aver tenuto a Meldola un comizio non autorizzato.

In novembre si trasferisce a Forlì, dove vive in una stanza affittata, assieme al padre che nel frattempo ha aperto la trattoria Il bersagliere con la compagna Anna Lombardi. In questo periodo, Mussolini pubblica su Pagine libere (rivista del sindacalismo rivoluzionario edita a Lugano e diretta da Angelo Oliviero Olivetti) l'articolo La filosofia della forza, in cui fa riferimento al pensiero di Nietzsche. Il 6 febbraio 1909 si trasferisce a Trento, capitale dell'irredentismo italiano,[30] dove è eletto segretario della Camera del Lavoro e dirige il suo primo quotidiano, L'avvenire del lavoratore.

Mussolini nella veste di direttore dell'Avanti! (1912-1914), quotidiano del Partito Socialista Italiano

Il 7 marzo di quell'anno si rende protagonista di un breve scontro giornalistico con Alcide De Gasperi, direttore del periodico cattolico Il Trentino. Mussolini collabora anche con il quotidiano Il Popolo, diretto da Cesare Battisti, sulle cui pagine scrive della "santa di Susà", una contadina di nome Rosa Broll che era stata adescata da un sacerdote del luogo.[31] L'articolo ha un tale successo che la direzione del Partito Socialista trentino decide di farne una pubblicazione a sé stante, al prezzo di 6 centesimi.

Il 10 settembre dello stesso anno Mussolini è incarcerato a Rovereto con l'accusa, da cui poi fu assolto, di diffusione di giornali già sequestrati e istigazione alla violenza verso l'Impero asburgico. Il giorno 26 è comunque espulso dall'Austria e fa ritorno a Forlì.[32] Il caso del "professor Mussolini" diventa di interesse nazionale tanto che durante un'interrogazione parlamentare alla Camera del deputato socialista Elia Musatti viene interpellato il ministro degli Esteri Francesco Guicciardini il quale risponde che "per quanto possa essere dispiacevole che l'espulsione di cittadini italiani dall'Austria si rinnovi con una certa frequenza, pure io non credo in nessun modo di intervenire nella faccenda trattandosi di questione interna dell'Austria".[33] I fatti trentini comunque procurarono a Mussolini una notevole notorietà in Italia, lo spinsero ulteriormente verso l'azione politica e segnano infine l'inizio del passaggio da una concezione socialista e internazionalista a posizioni marcatamente nazionaliste.[34]

Nel Partito Socialista

A partire dal gennaio 1910, è segretario della Federazione socialista forlivese e dirige il suo periodico ufficiale L'idea socialista, settimanale di quattro pagine (ribattezzato da Mussolini stesso Lotta di classe). Il 17 gennaio Mussolini inizia a convivere con Rachele Guidi, sua futura moglie, in un appartamento ammobiliato di Via Merenda n° 1. Comincia inoltre a collaborare con la rivista socialista Soffitta. In questi anni forlivesi, decide anche di prendere lezioni di violino dal Maestro Archimede Montanelli.[35] Fra le opere preferite di Mussolini si ricordano: La Follia di Corelli, le sonate di Beethoven, le composizioni di Veracini, Vivaldi, Bach, Granados, Fauré e Ranzato.[36]

Dal punto di vista giornalistico, continua anche il rapporto con Il popolo di Trento. Cesare Battisti gli chiede di scrivere un romanzo a puntate. Il compenso è di 15 lire a puntata. Mussolini sceglie uno dei suoi argomenti preferiti, la critica sociale anticlericale. Ispirandosi a una storia realmente avvenuta a Trento nel Seicento (lo scandaloso amore tra il vescovo-principe di Trento, Carlo Emanuele Madruzzo, e una cortigiana) scrive L'amante del cardinale. Claudia Particella.[37] Il romanzo esce a puntate, dal 20 gennaio all'11 maggio 1910.

Un solo "Duce", molti miti

Lo svilupparsi, il consolidarsi e la successiva e definitiva decadenza del mito di Mussolini - o, meglio, dei diversi tipi di mito mussoliniano - sono stati analizzati dallo storico Emilio Gentile nel suo saggio Fascismo. Storia e interpretazione.[38]
Nel capitolo intitolato Mussolini: i volti di un mito, l'autore passa in rassegna ed esamina con l'ausilio di diverse testimonianze ampiamente documentate, i diversi momenti di colui che fu - appunto come mito - una componente fondamentale del fascismo e sicuramente uno dei miti più popolari nell'epoca fra le due guerre mondiali.
A essere tracciati sono quindi i profili dei diversi Mussolini: quello socialista, capo rivoluzionario e astro nascente del quadro politico nazionale al congresso di Reggio Emilia del 1912, il quale, in virtù anche della giovane età e della indubbia capacità oratoria, si proponeva come mito di una società che voleva essere moderna in maniera oltre e comunque differente rispetto alle spinte che venivano dalla corrente riformista del partito, in aperto antagonismo con la denunciata abulìa della politica giolittiana dell'epoca; quello nazionalradicale e interventista, mentre era alle porte la prima guerra mondiale; quello del Capo e Duce che seppe coagulare attorno al movimento da lui creato, dopo la sua uscita dall'orbita del socialismo, una vera e propria fabbrica del consenso (il Mussolini della gente comune e giustiziere [per conto] del popolo); per giungere infine a quello della catastrofe e della caduta (della fiducia popolare, ma non solo) che, sfumata l'onda della macchina propagandistica e raccolti gli insuccessi in campo politico, diplomatico e militare, non poté che confidare nella visione degli irriducibili che da mitica non poteva che trasformarsi - inevitabilmente, si direbbe - in mistica.[39]
Scrive Gentile:

« Come altri miti politici del nostro tempo, anche questo [di Mussolini] è stato il prodotto di una situazione storica, cioè di condizioni sociali e psicologiche, culturali e politiche; ma, a sua volta, il mito ha operato nella realtà, ha influito sullo svolgimento della situazione storica condizionando l'atteggiamento di molte persone verso di essa. Nella moderna politica di massa, il mito ha un ruolo e un'attività che non possono essere trascurati nell'analisi dei movimenti collettivi senza compiere una sensibile mutilazione nella loro realtà storica. E questo vale soprattutto per il fascismo, che è stato il primo movimento politico di massa che ha portato il mito al potere.[40] »

Come rappresentante della federazione di Forlì, Mussolini partecipa al congresso socialista di Milano (1910). L'11 aprile 1911 la sezione socialista di Forlì guidata da Mussolini vota l'autonomia dal PSI. Nel maggio dello stesso anno la prestigiosa rivista letteraria La Voce, diretta da Giuseppe Prezzolini, pubblica il suo saggio Il Trentino veduto da un socialista, costituito dagli appunti stesi da Mussolini durante il 1909.[41]

Il 25 settembre, assieme all'amico repubblicano Pietro Nenni, Mussolini partecipa a una manifestazione contro la guerra con l'impero ottomano per il possesso di Cirenaica e Tripolitania, che si conclude con scontri violenti con la polizia. Mussolini aveva definito l'impresa coloniale africana di Giovanni Giolitti un "atto di brigantaggio internazionale"; aveva inoltre definito il tricolore "uno straccio da piantare su un mucchio di letame"[42][43]. Arrestato il 14 ottobre, è processato e condannato a un anno di reclusione (23 novembre). Il 19 febbraio 1912 la Corte d'Appello di Bologna riduce la pena a cinque mesi e mezzo e il successivo 12 marzo Mussolini viene rilasciato.[44]

L'8 luglio 1912, al congresso del PSI di Reggio Emilia, avanza una mozione di espulsione (definita da lui anche lista di proscrizione) nei confronti dei riformisti Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini e Guido Podrecca,[45] che viene accolta. L'accusa era di "gravissima offesa allo spirito della dottrina e alla tradizione socialista".[46] Quindi entra nella direzione nazionale del partito. Collabora poi con Folla, giornale di Paolo Valera, firmandosi con lo pseudonimo "L'homme qui cherche". Grazie agli eventi del 1912 e alle sue qualità di brillante oratore, nel novembre 1912 diviene esponente di spicco dell'ala massimalista del socialismo italiano e giunge alla direzione dell'Avanti!, organo ufficiale del partito, succedendo a Claudio Treves (Angelica Balabanoff è scelta per il ruolo di viceredattore capo).[47] Nello stesso periodo (novembre 1913) fonda un proprio giornale, Utopia, che dirigerà fino allo scoppio della guerra e sul quale potrà esprimere tutte le proprie opinioni, anche quelle in contrasto con la linea ufficiale del partito. Sempre nel 1913, Mussolini si presenta, nel collegio di Forlì, come candidato socialista alle elezioni per la Camera dei Deputati, ma viene sconfitto da Giuseppe Gaudenzi, repubblicano (tradizionalmente, i repubblicani sono molto forti nel forlivese).

Al congresso del Partito Socialista di Ancona del 1914, presenta con Giovanni Zibordi una mozione (accolta) con la quale si riconosce esser incompatibile l'appartenenza alla massoneria per un socialista.[48] Il 9 giugno è eletto consigliere comunale a Milano ed è protagonista della Settimana Rossa.

Allo scoppio della grande guerra interpreta con fermezza la linea non interventista dell'Internazionale Socialista. Mussolini è del parere che il conflitto non potrà giovare agli interessi dei proletari italiani bensì solo a quelli dei capitalisti.[49] Nello stesso periodo, all'insaputa dell'opinione pubblica, il Ministero degli Esteri avvia un'operazione di persuasione negli ambienti socialisti e cattolici per ottenere un atteggiamento favorevole verso un possibile intervento dell'Italia in guerra.[50] Riguardo agli ambienti socialisti, individua nel quotidiano del partito uno strumento per portare i socialisti dalla propria parte. È Filippo Naldi, "faccendiere" con numerosi agganci tra gli ambienti finanziari e il giornalismo (è direttore del bolognese Resto del Carlino), a prendere contatti con il direttore dell'Avanti.[51]

Il 26 luglio Mussolini pubblica un editoriale intitolato Abbasso la guerra, a favore della scelta antibellicista; ma negli stessi giorni compaiono altri articoli, a firme di noti esponenti del partito, che pur mantenendo fermo l'atteggiamento di fondo contro la guerra cominciano a discutere sull'alleato che avrebbe potuto giovare alla causa italiana.[senza fonte] Già nei primi mesi del conflitto appare quindi tutta l'incertezza del Partito Socialista, che non sa risolversi tra la sua inclinazione antimilitarista e la propensione verso la guerra come mezzo per rinnovare la lotta politica e smuovere gli equilibri consolidati nel Paese.[52]
Uno dei primi a porre dubbi sulla neutralità assoluta fu Bissolati, a cui seguirono Prezzolini, Salvemini, i repubblicani, i radicali, i massoni, i socialisti riformisti e i sincadalisti rivoluzionari[53] I primi attacchi a Mussolini relativi ad un suo possibile cambio d'opinione si ebbero il 28 agosto 1914 in un articolo de "Il giornale d'Italia" e continuarono nei successivi settembre e ottobre in altri quotidiani. È in questo contesto che Naldi pubblica un polemico articolo sul Resto del Carlino (7 ottobre 1914, scritto da Libero Tancredi, in cui accusa Mussolini di doppiogiochismo, ottenendo l'irata reazione del direttore dell'Avanti!. Cogliendo l'occasione per un chiarimento, Naldi si reca a Milano nella sede del quotidiano e conosce personalmente Mussolini.[senza fonte] Sfruttando forse la sua insofferenza per la posizione ambigua del partito, ottiene da Mussolini una prima "conversione", da posizioni antibelliciste a un neutralismo condizionato.[senza fonte]

Mussolini socialista interventista

Il 18 ottobre, mutando esplicitamente la propria originaria posizione, Mussolini pubblica sulla Terza pagina dell'Avanti! un lungo articolo intitolato «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante», in cui rivolge un appello ai socialisti sul pericolo che una neutralità avrebbe comportato per il partito, cioè la condanna all'isolamento politico. Secondo Mussolini, le organizzazioni socialiste avrebbero dovuto appoggiare la guerra fra le nazioni, con la conseguente distribuzione delle armi al popolo, per poi trasformarla in una rivoluzione armata contro il potere borghese.[54]

La sua nuova linea non è accettata dal partito; nel giro di due giorni Mussolini rassegna le dimissioni (20 ottobre). Nel periodo di direzione Mussolini, il giornale era salito da 30-45.000 copie nel 1913 a 60-75.000 copie nei primi mesi del 1914.[55] Grazie all'aiuto finanziario di alcuni gruppi industriali (ancora con la mediazione di Filippo Naldi),[56] Mussolini riesce rapidamente a fondare un suo giornale. Il nuovo quotidiano è Il Popolo d'Italia, il cui primo numero esce il 15 novembre 1914.[57] Dalle colonne del suo giornale Mussolini attacca senza remore i suoi vecchi compagni. Col partito è rottura: il 29 novembre Mussolini è espulso dal PSI.

Mussolini mentre viene arrestato a Roma l'11 aprile 1915 dopo un comizio a favore dell'intervento dell'Italia nella guerra

I tempi dell'operazione e la provenienza dei finanziamenti insospettiscono gli ex compagni, che accusano Mussolini di indegnità morale. Secondo il Partito Socialista egli avrebbe ricevuto fondi occulti da agenti francesi in Italia, che lo avrebbero corrotto per farlo aderire alla causa dell'interventismo pro-Intesa. La questione finisce davanti alla commissione d'inchiesta del collegio dei probiviri dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti, che esclude ogni ipotesi di corruzione giungendo alla conclusione che la nascita del giornale era da collegarsi esclusivamente al rapporto di simpatia personale fra Mussolini e il direttore del Carlino Naldi.[58]

Solo negli ultimi anni stanno uscendo documenti che proverebbero invece il diretto intervento del governo francese nell'aiutare Mussolini, che comunque sappiamo aver incontrato in Svizzera rappresentanti dell'Intesa, i quali gli assicurano il loro appoggio.[59]

In particolare secondo una nota scritta nel novembre 1922 dai servizi segreti francesi a Roma, Mussolini - che viene dichiarato in un'altra nota degli stessi servizi «un agente del Ministero francese a Roma» - avrebbe incassato nel 1914 dal deputato francese Charles Dumas, capo di gabinetto del ministro francese Jules Guesde, socialista, dieci milioni di franchi "per caldeggiare sul suo Popolo d'Italia l'entrata in guerra dell'Italia al fianco delle potenze alleate".[60]

In dicembre prende parte a Milano alla fondazione dei "Fasci di azione rivoluzionaria" di Filippo Corridoni, partecipando poi al loro primo congresso il 24 e il 25 gennaio 1915.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fasci d'azione internazionalista.

In seguito il suo interventismo si fa sempre più acceso, accompagnato dalla veemenza contro le istituzioni parlamentari, che nella sua idea di guerra come anticamera della rivoluzione avrebbero dovuto essere spazzate via dalla novità della guerra mondiale, grazie alla quale le masse rivoluzionarie si sarebbero affacciate armate alla storia:[61]

« Questi deputati che minacciano pronunciamenti alla maniera delle republichette sud-americane, questi deputati che diffondono – con le più inverosimili esagerazioni – il panico nella fedele mandria elettorale; questi deputati pusillanimi, ciarlatani… questi deputati andrebbero consegnati ai tribunali di guerra! La disciplina deve cominciare dall'alto se si vuole che sia rispettata in basso. Quanto a me, sono sempre più fermamente convinto che per la salute dell'Italia bisognerebbe fucilare, dico fucilare, nella schiena, qualche dozzina di deputati, e mandare all'ergastolo un paio almeno di ex ministri. Non solo, ma io credo con fede sempre più profonda, che il Parlamento in Italia sia un bubbone pestifero. Occorre estirparlo. »
(discorso interventista del 15 maggio 1915.[62])

Mussolini soldato nella Grande Guerra

Con l'uniforme dei Bersaglieri (1915) combatte nella prima guerra mondiale.

Alla dichiarazione di guerra all'Austria-Ungheria (23 maggio 1915), Mussolini fa domanda per arruolarsi volontario, che come nella maggioranza dei casi viene respinta dagli uffici di leva.[63] Viene chiamato come coscritto il 31 agosto 1915, ed è assegnato come soldato semplice al 12º Reggimento bersaglieri; il 13 settembre parte per il fronte con l'11º Reggimento bersaglieri. Tiene un diario di guerra, pubblicato sul Popolo d'Italia (fine dicembre 1915 - 13 febbraio 1917), nel quale racconta la vita in trincea e prefigura se stesso come eroe carismatico di una comunità nazionale, socialmente gerarchica e obbediente.[64]

Mussolini convalescente all'ospedale militare dopo un incidente occorso durante un'esercitazione (1917).

Il 1º marzo 1916 è promosso caporale per meriti di guerra. Nel "Rapporto Gasti" si legge, tra l'altro, «Attività esemplare, qualità battagliere, serenità di mente, incuranza ai disagi, zelo, regolarità nell'adempimento dei suoi doveri, primo in ogni impresa di lavoro e ardimento». Il 31 agosto successivo è caporal maggiore.

Il 23 febbraio 1917 è ferito gravemente dallo scoppio di un lanciabombe durante un'esercitazione sul Carso.[65] Durante la convalescenza viene visitato nel sanatorio da Vittorio Emanuele III.[66] In questo periodo fece circolare due leggende: che aveva rifiutato l'anestetico mentre gli estraevano le schegge dal corpo[67] e che gli austriaci, considerandolo il nemico più potente, bombardarono l'ospedale in cui si trovava allo scopo di ucciderlo.[68][69][70] Dopo la prima convalescenza in ospedale militare è inviato in licenza nelle retrovie per 18 mesi, poi viene congedato illimitatamente nel 1919.[71]

Mussolini tornò alla direzione de Il Popolo d'Italia nel giugno 1917.[72] Il 1º agosto 1918 modifica il sottotitolo da "Quotidiano socialista" a "Quotidiano dei combattenti e dei produttori", indicando chiaramente la strada da intraprendere.[73] In dicembre pubblica sul giornale l'articolo Trincerocrazia, in cui rivendica per i reduci dalle trincee il diritto di governare l'Italia post-bellica e prefigura i combattenti della Grande Guerra come l'aristocrazia di domani e il nucleo centrale di una nuova classe dirigente.[74]

Stando a documenti resi pubblici nel 2009, è in questo periodo che l'allora tenente colonnello del servizio segreto militare britannico Samuel Hoare (futuro Segretario per gli Affari Esteri e successivamente Segretario degli Interni) prende accordi con Mussolini, fornendogli una retribuzione settimanale di 100 sterline in cambio dell'impegno a sostenere la linea bellica anche dopo la sconfitta di Caporetto.[75][76] Mussolini in questo periodo ricevette per il suo giornale anche, secondo una relazione della Polizia del 10 aprile 1917, finanziamenti da parte di ricchi industriali milanesi, da Banche per la pubblicità dei prestiti di guerra, da singoli sovvenzionatori come Cesare Goldmann e probabilmente Filippo Naldi, dalla Banca Italiana di Sconto e dalla massoneria.[77] Ci furono probabilmente anche legami con i gruppi industriali Ansaldo e Toeplitz (e legata a quest'ultimo la Banca Commerciale Italiana).[78]

Il Fascismo e la rivoluzione fascista

Mussolini e D'Annunzio
Incontro tra Mussolini e D'Annunzio

La fondazione dei Fasci italiani di combattimento avviene a Milano il 23 marzo 1919 in Piazza San Sepolcro; stando allo stesso Mussolini non erano presenti che una cinquantina di aderenti,[79][80] ma negli anni successivi, quando la qualifica di sansepolcrista dava automaticamente diritto a vantaggi cospicui in termini economici e di prestigio sociale, furono centinaia coloro che riuscirono a far aggiungere alla lista il loro nome.[79]

Tra marzo e giugno i futuristi di Filippo Tommaso Marinetti divennero la componente principale del Fascio milanese e fecero sentire la loro influenza ideologica;[81] tuttavia Mussolini ebbe modo di affermare: "Noi siamo, soprattutto, dei libertari cioè della gente che ama la libertà per tutti, anche per avversari. (...) Faremo tutto il possibile per impedire la censura e preservare la libertà di pensiero di parola, la quale costituisce una delle più alte conquiste ed espressioni della civiltà umana".[82]

Dall'esperienza dei Freikorps tedeschi trasse la conclusione che squadre di uomini armati potevano essere utilissime per intimidire l'opposizione: il 15 aprile 1919, subito dopo un comizio della Camera del Lavoro all'Arena Civica, fascisti, arditi, nazionalisti e allievi ufficiali, guidati da Marinetti e Ferruccio Vecchi si lanciarono contro la sede dell'Avanti!, attaccandola e devastandola, dopo una serie di colluttazioni stradali con gruppi socialisti e dopo che dalla sede del giornale venne sparato un colpo di pistola che uccise un soldato, Martino Speroni.[83] Mussolini si tenne in disparte, credendo che i suoi uomini non fossero ancora pronti per combattere una "battaglia di strada", ma difese il fatto compiuto.[84] Procedette quindi a reclutare un esercito di arditi pronti a vari assalti frontali e trasportò nella sede del Popolo d'Italia una grande quantità di materiali bellici, per prevenire un possibile "contrattacco rosso".[85]

In giugno Mussolini si schierò contro il governo guidato da Francesco Saverio Nitti; per i fascisti il neopresidente del consiglio era il rappresentante di quella vecchia classe politica che essi intendevano soppiantare.[86] Dalla debolezza dell'esecutivo Mussolini voleva trarre la forza per attuare una rivoluzione,[87] e per tutta l'estate il suo nome fu associato a complotti volti a realizzare un colpo di Stato.[88]

Il 12 settembre, Mussolini promuove davanti alla sede de Il Popolo d'Italia una sottoscrizione a favore dell'impresa fiumana di Gabriele D'Annunzio, dopo aver incontrato quest'ultimo per la prima volta a Roma il 23 giugno.[89] Il 7 ottobre è a Fiume, dove ha colloqui con D'Annunzio. I rapporti con il Vate sono comunque estremamente fugaci, e condizionati da reciproca diffidenza e rivalità: Mussolini mal sopporta l'idea che D'Annunzio possa relegarlo in secondo piano; D'Annunzio gli scrive una lettera tacciandolo di codardia, ma quando la missiva è pubblicata dal Popolo d'Italia questo passaggio è censurato.[90]

Il 9 ottobre si tiene a Firenze il primo Congresso dei Fasci di Combattimento: viene deciso di presentarsi alle imminenti elezioni politiche senza aderire a nessuna alleanza. Alle elezioni politiche del 16 novembre 1919 i fascisti, nonostante le candidature "eccellenti" dello stesso Mussolini e di Marinetti a Milano, non ottengono neanche un seggio, e nella provincia di Milano prendono soltanto 4675 voti.[91] Inoltre, il 18 novembre Mussolini è arrestato per poche ore con l'accusa di detenzione di armi ed esplosivi, ed è rilasciato grazie anche all'intervento del senatore liberale Luigi Albertini.[92]

Dall'infelice esperienza Mussolini trae la conclusione che il fascismo è guardato con diffidenza dall'elettorato conservatore ed è troppo simile ai socialisti per l'elettorato progressista; pertanto, se il fascismo ha fallito come movimento di sinistra, può trovare un suo spazio come aggregazione di destra.[93] All'inizio del 1920 Mussolini s'impegna per aumentare i propri consensi nel nord-est, e in particolare a Trieste, città di frontiera dove convivono non senza attriti italiani e slavi.[94]

Il 24 e il 25 maggio 1920 Mussolini partecipa al secondo Congresso dei Fasci di combattimento, che si tiene al teatro lirico di Milano. I Fasci di combattimento, grazie alla progressiva svolta a destra, iniziano ad avere finanziamenti da parte di industriali, i quali venivano in cambio protetti da squadre di arditi.[95] In giugno si schiera a favore di Giolitti, con il quale in ottobre s'incontra per la risoluzione della questione di Fiume: pur biasimandolo per aver ritirato le truppe dall'Albania, gli fa capire che un accordo con i liberalconservatori è possibile.[senza fonte] Il 12 novembre, con il fondo L'accordo di Rapallo, commenta abbastanza favorevolmente il trattato italo-jugoslavo firmato da Giolitti, con cui Fiume diviene una città libera. Successivamente ad una discussione del Comitato Centrale dei Fasci del 15 novembre Mussolini modifica la propria opinione sulla bontà del trattato.[96]

Nel gennaio del 1921 la minoranza comunista esce dal PSI per fondare il Partito Comunista d'Italia; ciò mette in allarme Mussolini perché i socialisti, ricollocatisi su posizioni più moderate, potrebbero essere interpellati da Giolitti per una collaborazione governativa, escludendo in questo modo i fascisti dagli scenari politici principali. Il 2 aprile, dopo aver sfilato con gli squadristi in camicia nera in occasione dei solenni funerali delle vittime del terrorismo anarchico del teatro Diana[senza fonte], Mussolini accetta la richiesta di Giolitti di far parte dei Blocchi Nazionali,[97] contando di poter addomesticare i fascisti alle sue posizioni politiche e utilizzarli per indebolire le opposizioni.

Il futuro Duce si presenta quindi come alleato dello statista di Mondovì, dei nazionalisti e di una serie di altre associazioni e partiti,[98] alle elezioni del 15 maggio 1921, nelle liste dei "Blocchi Nazionali" antisocialisti: la lista ottiene 105 seggi, di cui 35 per i fascisti e anche Mussolini è eletto deputato. Grazie all'immunità parlamentare può quindi evitare il processo relativo ai fatti del 1919 (cospirazione e detenzione illegale di armi).[99] Le consultazioni si svolgono in un clima di violenza: i morti sono un centinaio[100] e in molte zone, approfittando del tacito favore della Polizia, i fascisti impediscono ai partiti di sinistra di tenere comizi.[fonte non chiara][101]

Verso il potere

A partire da questo momento le camicie nere moltiplicano i numerosi episodi di violenza e aggressione fisica e verbale contro gli avversari politici del fascismo; bersagli preferiti sono soprattutto socialisti, comunisti e popolari: il fenomeno prende il nome di squadrismo. Il 2 luglio, con un articolo (In tema di pace) sul Popolo d'Italia, invita i socialisti e i popolari ad aderire a un patto di pacificazione per la cessazione delle violenze squadriste. L'accordo venne siglato il 2 agosto e firmato il giorno successivo grazie alla mediazione del presidente della Camera Enrico De Nicola; tuttavia, le violenze non cessano perché l'esecuzione dell'accordo viene contestata dai singoli ras e perché ne sono esclusi i comunisti, che non aderirono per estraneità del patto ai loro principii politici[102]: fra costoro e gli squadristi le violenze continuano rendendo vuoto di significato il patto; d'altro canto a Mussolini non conveniva recitare più di tanto la parte del pacificatore perché i ras minacciavano di scavalcarlo e destituirne l'autorità sui Fasci.

A proposito della notevole autonomia di cui godevano i singoli gruppi squadristi, Renzo De Felice riporta che il futuro duce entrò in contrasto con alcuni esponenti che mettevano in dubbio la sua posizione di guida del movimento (su tutti, Dino Grandi) e che non accettavano la volontà mussoliniana di presentare quest'ultimo come "normalizzatore" dell'ordine sociale. Emblematico da questo punto di vista, sempre secondo De Felice, quanto scrisse Mussolini: «Il fascismo può fare a meno di me? Certo, ma anch'io posso fare a meno del fascismo.»[103]

Tuttavia, le divergenze vengono superate, e il 7 novembre si tiene a Roma il terzo congresso dei Fasci di Combattimento, che vengono trasformati nel Partito Nazionale Fascista, con Michele Bianchi primo segretario. Il 1º gennaio 1922 Mussolini fonda il mensile Gerarchia, cui collabora l'intellettuale (e amante di Mussolini) Margherita Sarfatti, ma già nell'agosto precedente si era affrettato a creare una scuola di cultura fascista che aveva il compito di esporre la dottrina.[104]

Nel febbraio del 1922 divenne primo ministro Luigi Facta, l'ultimo liberale prima di Mussolini, personaggio di modesto spessore. La sua nomina fece il gioco dei fascisti poiché dava l'ennesima dimostrazione dell'incapacità del sistema parlamentare democratico di produrre un governo stabile e di mantenere l'ordine. Sotto il suo governo le incursioni delle squadre fasciste si moltiplicarono, soprattutto nelle province di Ferrara e Ravenna (si distinse in questi attacchi Italo Balbo).

Il 2 agosto le sinistre indicono uno sciopero, definito da Turati "legalitario" ed organizzato fin dal 28 luglio,[105] contro le violenze delle camicie nere, che intervengono determinandone il fallimento[106]: a Milano, per esempio, gli squadristi disperdono i picchetti degli scioperanti e conquistano i depositi dei tram, facendo circolare regolarmente i mezzi pubblici con la scritta "gratis - offerto dal Fascio".[Fonte non chiara.][107] Nel frattempo, tra il 31 agosto e il 5 settembre, le squadre fasciste occupano i municipi di Ancona, Milano, Genova, Livorno, Parma, Bolzano e Trento, acquisendone il controllo, dopo violenti scontri armati.

Si tratta del crescendo della "rivoluzione fascista", con cui Mussolini tenta un ambizioso colpo di mano per impadronirsi del potere, sfruttando il consenso acquisito presso gli ambienti sociali più influenti del regno. Il 24 ottobre egli passa in rassegna a Napoli le 40.000 camicie nere lì radunate, affermando il diritto del Fascismo a governare l'Italia.

La marcia su Roma

Ritratto d'autore di un duce in posa
24 ottobre 1922, Congresso di Napoli, Mussolini e i Quadrumviri

Nel suo libro Alla corte del duce, il giornalista e storico esperto del fascismo Antonio Spinosa riferisce di come lo scrittore Ugo Ojetti descrisse in un suo lungo articolo la fisiognomica di colui che "non era più un semplice capopartito, ma il duce":

« Il capo dei fascisti ha due volti in uno: il volto di sopra, dal naso in su; quello di sotto, bocca, mento e mascelle. Gli occhi tondi e vicini; la fronte nuda ed aperta, il naso breve e fremente, formano il suo volto mobile e romantico; l'altro, labbra dritte, mandibole prominenti, mento quadrato, è il suo volto fisso, volontario, diciamo classico. Spesso egli gestisce solo con la destra, tenendo la mano sinistra in tasca o il braccio sinistro al fianco. Talvolta si pone in tasca tutte e due le mani: è il momento del riassunto, il finale.[108] »
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marcia su Roma.

In molti si convinsero che ormai dialogare con Mussolini fosse diventato inevitabile: Giovanni Amendola e Vittorio Emanuele Orlando teorizzarono una coalizione di governo che includesse anche i fascisti[109] e Nitti, che sperava nella presidenza del Consiglio, riteneva ora un'alleanza con Mussolini il mezzo migliore per scalzare il suo avversario Giolitti.[110]

Proprio Giolitti, secondo lo stesso Mussolini, era l'unico uomo che poteva evitare il successo del fascismo: Facta lo sollecitò più volte a intervenire ma il grande vecchio della politica italiana comunicò che non si sarebbe scomodato se non per prendere direttamente in mano le redini del governo (fu questo un errore di cui si sarebbe pentito).[111] I fascisti lo blandirono promettendogli la presidenza del Consiglio ed egli li accreditò presso il mondo industriale milanese.[112]

Tra il 27 e il 31 ottobre 1922, la "rivoluzione fascista" ha il suo culmine con la "marcia su Roma", opera di gruppi di camicie nere provenienti da diverse zone d'Italia e guidate dai "quadrumviri" (Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi). Il loro numero non è mai stato stabilito con certezza; tuttavia, a seconda della fonte di riferimento, la cifra considerata oscilla tra le 30.000 e le 300.000 persone.[senza fonte][113]

Mussolini non prende parte direttamente alla marcia, temendo un intervento repressivo dell'esercito che ne avrebbe determinato l'insuccesso.[114] Rimane a Milano (dove una telefonata del prefetto lo avrebbe informato dell'esito positivo) in attesa di sviluppi e si reca a Roma solo in seguito, quando viene a sapere del buon esito dell'azione. A Milano, la sera del 26 ottobre, Mussolini ostenta tranquillità nei confronti dell'opinione pubblica assistendo al Cigno di Molnár al Teatro Manzoni.[115] In quei giorni, stava in realtà trattando direttamente col governo di Roma sulle concessioni che questo era disposto a fare al Fascismo, e il futuro Duce nutriva incertezza sul risultato che la manovra avrebbe avuto.

Il Re, per l'opposizione di Mussolini a qualsiasi compromesso (il 28 ottobre rifiuta il Ministero degli Esteri) e per il sostegno di cui il fascismo gode presso gli alti ufficiali e gli industriali, che vedevano in Mussolini l'uomo forte che poteva riportare ordine nel paese "normalizzando" la situazione sociale italiana, non proclama lo Stato d'assedio proposto dal presidente del Consiglio Facta e dal generale Pietro Badoglio, e dà invece l'incarico a Mussolini di formare un nuovo governo di coalizione (29 ottobre). Se il re avesse accettato il consiglio dei due uomini, non ci sarebbero state speranze per le camicie nere: lo stesso Cesare Maria De Vecchi e la destra fascista di ispirazione monarchica[116] avrebbero optato per la fedeltà al Re.[117]

Mussolini presidente del consiglio

Il 16 novembre Mussolini si presenta alla Camera e tiene il suo primo discorso come presidente del consiglio (il "discorso del bivacco"), nel quale dichiara:

« Signori! Quello che io compio oggi, in quest'aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza. Da molti anni, anzi, da troppi anni, le crisi di governo erano poste e risolte dalla camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata un assalto ed il ministero rappresentato da una traballante diligenza postale. Ora è accaduto per la seconda volta nel breve volgere di un decennio che il popolo italiano - nella sua parte migliore- ha scavalcato un ministero e si è dato un governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del parlamento. Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l'ottobre del 1922. Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle "camicie nere", inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della nazione. Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ti abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto. »
Mussolini fotografato nel 1923.

Nella Camera dei deputati Mussolini ottiene la fiducia con 306 voti a favore, 116 contrari (socialisti, comunisti e qualche isolato) e 7 astenuti (rappresentanti delle minoranze nazionali), nel Senato con 19 voti contrari.[118] Tra i favorevoli risultarono Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando, Luigi Facta e Antonio Salandra mentre Francesco Saverio Nitti abbandonò l'aula per protesta.[119] Il 25 novembre ottiene dalla Camera i pieni poteri in ambito tributario ed amministrativo[120] sino al 31 dicembre 1923, al fine di "ristabilire l'ordine". Il 15 dicembre 1922 si istituisce, il Gran Consiglio del Fascismo. Il 14 gennaio 1923 le camicie nere vengono istituzionalizzate attraverso la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Il 9 giugno, dopo esser riuscito, con minacce, a far dimettere il principale antagonista parlamentare, Don Sturzo, ed a far frazionare il gruppo dei popolari con il suo pacato discorso del 15 luglio,[121] presenta alla Camera la nuova legge Acerbo in materia elettorale, approvata dalla stessa il 21 luglio ed il 13 novembre dal Senato,[122] divenendo poi la legge 18 novembre 1923, n. 2444.[123] Mussolini ebbe un successivo voto di fiducia il 15 luglio con 303 voti a favore, 140 contro e 7 astensioni.[124] Sempre in luglio, grazie all'appoggio britannico, nella conferenza di Losanna è riconosciuto il dominio italiano sul Dodecaneso, occupato dal 1912.

Il 27 agosto si verifica l'eccidio di Giannina: la spedizione militare Tellini, col compito di definire la linea di confine tra Grecia e Albania viene massacrata. Mussolini invia un ultimatum alla Grecia per chiedere riparazioni, scuse ed onori ai morti e, in seguito al parziale rifiuto del governo greco, ordina alla marina italiana di occupare Corfù.[125] Con questa azione, il nuovo presidente del consiglio dimostra di voler perseguire una politica estera forte e ottiene, grazie alla Società delle Nazioni, le riparazioni richieste (dietro l'abbandono dell'isola occupata).

Il 19 dicembre presiede alla firma dell'accordo tra Confindustria e la Confederazione delle Corporazioni fasciste (il cosiddetto "patto di Palazzo Chigi").[126] Il regio decreto 30 dicembre 1923 n. 2841 stabilisce la creazione degli Enti Comunali di Assistenza (ECA) con compito di «coordinamento di tutte le attività, pubbliche o private, volte al soccorso degli indigenti, provvedendo, se necessario, alle loro cure, o promuovendo ove possibile l'educazione, l'istruzione e l'avviamento alle professioni, arti e mestieri». Essi verranno unificati in due enti territoriali deputati all'assistenza sanitaria e materiale dei poveri e dell'infanzia abbandonata col regio decreto del 3 marzo 1933 n. 383.[Il R.D. non parla di ECA, che sono nati nel '37.]

Il 27 gennaio 1924 si ha la firma del trattato di Roma tra Italia e Jugoslavia, col quale quest'ultima riconosce all'Italia Fiume,[127] annessa il 22 febbraio.[128] In seguito a questo, il 26 marzo il re conferisce a Mussolini l'onorificenza dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata. A partire dalla marcia su Roma il governo italiano stabilisce rapporti diplomatici con l'Unione Sovietica, che vengono migliorati nel corso del febbraio 1923, giungendo al riconoscimento dell'URSS ed alla stipulazione di un trattato di commercio e navigazione il 7 febbraio 1924.[129] Un accordo con il Regno Unito permette all'Italia di acquisire l'Oltregiuba, regione che viene annessa alla Somalia italiana. Il 24 marzo si ha il primo tentativo di radiotrasmissione di un discorso politico.

Alle elezioni del 6 aprile 1924, la "Lista Nazionale" (nota con il nome di "Listone") ottiene il 60,1% dei voti e 356 deputati (poi ridotti a 355 per la morte di Giuseppe De Nava, non sostituito); ad essi si aggiungono il 4,8% di voti e i 19 seggi conseguiti dalla "lista bis". Nel complesso le due liste governative raccolgono il 64,9% dei voti validi, eleggendo 375 parlamentari, di cui 275 iscritti al Partito Nazionale Fascista. Oltre al PNF erano entrati nel "Listone" la maggioranza degli esponenti liberali e democratici (tra cui Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra, ed Enrico De Nicola, che però ritirò la sua candidatura prima delle elezioni), ex popolari espulsi dal partito, demosociali e sardisti filofascisti, e numerose personalità della destra italiana.

Le consultazioni si svolgono in un clima generale di violenza e intimidazioni,[130][131] nonostante Mussolini avesse inviato reiterati appelli all'ordine ai fascisti e telegrammi ai prefetti affinché impedissero a chiunque intimidazioni, provocazioni e aggressioni,[132] che avrebbero potuto portare le forze di minoranza a chiedere l'annullamento delle elezioni (che vedevano comunque favorito il "Listone").[133] Allo stesso tempo, Mussolini aveva impegnato telegraficamente i prefetti[134] affinché ogni sforzo fosse effettuato per assicurare la vittoria alla Lista Nazionale, attraverso l'opera di convincimento degli incerti e la lotta all'astensionismo, l'opera di propaganda sulla corretta compilazione della scheda elettorale,[135] e soprattutto attraverso manifestazioni e celebrazioni pubbliche patriottiche e religiose, nelle quali i Fasci locali avrebbero potuto presentarsi come gli unici detentori della legittimità a rappresentare la nazione.

Le elezioni si concludono con una schiacciante vittoria della Lista Nazionale, tale da superare le aspettative dello stesso Mussolini, che sulla base delle informative ricevute dai prefetti si aspettava una percentuale di consensi di poco superiore al 50%.[136] Il "Listone" ottenne invece il 64,9% su base nazionale, tale da raggiungere da solo il premio di maggioranza del 65% previsto dalla Legge Acerbo per il partito di maggioranza relativa. La sconfitta delle opposizioni porta la stampa antifascista e anche quella afascista ad un serrato attacco contro le violenze e le illegalità commesse dai fascisti e dagli organi dello Stato allineati al fascismo.[137] Solo pochi giornali riconoscono la vittoria elettorale del blocco nazionale. Gli abusi, i brogli e le violenze perpetrate dai fascisti vengono infine denunciate il 30 maggio dal deputato socialista unitario Giacomo Matteotti con un duro ma circostanziato discorso alla Camera col quale chiede di annullare il risultato delle elezioni. L'intervento provoca una seduta concitata, in cui Matteotti viene interrotto a più riprese, in particolare da Farinacci, il quale a sua volta rinfaccia all'opposizione le illegalità commesse dai movimenti antifascisti, mentre maggioranza e opposizione si scambiano accuse reciproche. Alcuni esponenti della Lista Nazionale abbandonano l'Aula per protesta contro le accuse lanciate da Matteotti.[138]

Il 10 giugno 1924 Matteotti è sequestrato per mano di squadristi fascisti e di lui, per settimane, non c'è più traccia. L'evento provoca grande turbamento in tutta la nazione e numerosi sono gli iscritti del partito nazionale fascista che stracciano la tessera; la reazione più clamorosa è tuttavia quella passata alla storia come «secessione dell'Aventino»,[139] ovvero l'abbandono del parlamento da parte dei deputati d'opposizione per protesta nei confronti del rapimento. Indicato dalla stampa e dall'opposizione ma anche da alcuni suoi alleati come mandante,[140] Mussolini non viene però imputato nel processo, che porta alla condanna a sei anni per omicidio preterintenzionale[141] di tre militanti fascisti (Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo) che secondo la sentenza avrebbero agito di propria iniziativa nell'assassinare Matteotti (il quale risulterà essere stato accoltellato a morte pochi istanti dopo essere stato rapito).

Nonostante la responsabilità politica, se non fattiva, fosse con tutta evidenza di Mussolini e del PNF[142], anche il processo all'Alta Corte Senato del Regno contro Emilio De Bono non coinvolge Mussolini. La responsabilità di Mussolini come mandante dell'omicidio Matteotti è contestata da Renzo De Felice, che opina come egli in quel periodo fosse il più danneggiato nella sua politica e nella sua persona da quel delitto.[143] Lo stress dovuto ai fatti produsse in Mussolini i primi sintomi di un'ulcera duodenale che lo accompagnò per tutto il resto della sua vita.[144]

L'autunno 1924 è denso di tensioni per Mussolini: alcuni fascisti prendono le distanze da lui, e molti chiedono le sue dimissioni, affinché il "fascismo" potesse "ritemprarsi libero dalle responsabilità dei supremi poteri" (così il ministro delle Finanze De Stefani, presentò il 5 gennaio 1925 le proprie dimissioni - respinte - a Mussolini).[145] La pubblicazione del "memoriale Rossi"[146] (forse voluta dallo stesso Mussolini)[147] porta altre accuse, ma per le sue incoerenze interne Mussolini riesce con un'abile campagna di stampa a ritorcerle a suo vantaggio. Mussolini si limita a cedere l'interim degli Interni a Federzoni, il quale viene incaricato di reprimere innanzitutto ogni moto spontaneista sia delle opposizioni che degli squadristi[148] (i quali, soprattutto dopo l'assassinio come vendetta per Matteotti dell'onorevole Armando Casalini che tornava a casa con la figlia, il 12 settembre 1924 ricostituiscono alcune "squadracce" e riprendono le violenze arbitrarie, anche verbali nei confronti di Federzoni stesso).[149]

Mentre la situazione si fa sempre più tesa si agitano anche voci che sostengono che Mussolini pensasse ad un colpo di Stato per risolvere la questione: una tesi che De Felice smentisce:[150] proprio l'iniziale volontà di Mussolini di risolvere politicamente e nei limiti della legalità costituzionale la crisi[151] spingerà invece i ras a metterlo spalle al muro. Dopo una durissima campagna di stampa portata avanti dalle testate dell'estremismo fascista, la sera del 31 dicembre un gruppo di consoli della Milizia capitanato da Aldo Tarabella ed Enzo Galbiati si reca a Palazzo Chigi.[152] Lo scontro verbale è violentissimo: gli squadristi accusano Mussolini di volersi disfare della Milizia e del partito e lo minacciano di un "pronunciamiento". A Firenze, nel frattempo, si erano radunati oltre diecimila squadristi, pronti all'azione violenta: fu incendiata la sede del Giornale nuovo e altre sedi antifasciste, e dato l'assalto alle carceri delle Murate, dalle quali furono tratti i fascisti ivi detenuti.[153] In tutta questa situazione, il re taceva e l'Esercito non si muoveva. Mussolini, a questo punto "decise di giocare grosso: approfittare dell'atteggiamento del re per mettere fuori giuoco le opposizioni, rassodando così il proprio traballante potere e dando soddisfazione agli intransigenti, ma al tempo stesso tirare anche a questi un colpo mortale".[154]

Forte dell'indecisione delle opposizioni e premuto dai suoi compagni più radicali (Balbo, Farinacci e Bianchi soprattutto), il 3 gennaio 1925 Mussolini tiene alla Camera dei deputati un discorso sul delitto Matteotti[155] col quale sfida chiunque a trascinarlo davanti ad una corte speciale per giudicarlo,[156] se davvero lo si fosse ritenuto correo al crimine commesso contro Matteotti. Inoltre, dopo aver respinto ogni addebito e ogni accusa in merito all'omicidio di Matteotti, espone le vicende della rivoluzione fascista, delle lotte interne e dell'ascesa al potere del fascismo, arrivando a sfidare l'aula sostenendo che se il fascismo non fosse stato altro che "un'associazione a delinquere", si procedesse immediatamente a preparare "il palo e la corda" per impiccarlo seduta stante e quindi concludendo, per riaffermare il proprio potere anche sul fascismo, Mussolini proclama di volersi assumere "la responsabilità politica, morale, storica" del clima nel quale l'assassinio si era verificato, e dunque anche il comando delle frange più estreme del movimento e del partito che proprio in quei giorni l'avevano brutalmente premuto verso la svolta dittatoriale.[157]

Il giorno dopo Mussolini fa diramare a Federzoni una serie di telegrammi ai prefetti coi quali chiede la repressione più stringente di ogni sommossa o tumulto di ogni fazione in particolare però sui "comunisti e sovversivi", il controllo della stampa (quella dell'opposizione tramite la censura, quella fascista tramite un richiamo all'ordine perentorio) e poi - direttamente ai dirigenti delle federazioni fasciste un richiamo all'ordine con minaccia diretta nei confronti dei dirigenti che avessero permesso disordini da parte dei propri gregari.[158]

Nel gennaio iniziano le azioni poliziesche di sequestro di giornali (il primo dei quali fu La conquista dello stato, della sinistra fascista) di chiusura di sedi e circoli dell'opposizione (95 sedi e 150 esercizi pubblici di ritrovo, in particolare contro i comunisti e i circoli di "Italia libera") e di arresto di elementi "sospetti" (111 "pericolosi sovversivi" erano stati arrestati).[159]

Alle dimissioni di alcuni elementi liberal moderati dal governo Mussolini, questi rispose con un rapido "giro di poltrone", portando all'interno dei ministeri personalità fondamentali per il fascismo come il giurista Rocco e Giovanni Giuriati. Questi uomini - diretti da Mussolini - avrebbero nel giro di un anno costruito l'intelaiatura giuridica e funzionale dello Stato dittatoriale fascista.[160]

Attentati a Mussolini

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Attentati a Benito Mussolini.
Benito Mussolini durante un discorso

Già il giorno della «marcia su Roma», il 28 ottobre 1922, Mussolini rischia la vita: a Milano uno squadrista troppo euforico inciampa e fa partire un colpo di fucile che sfiora Mussolini ad un orecchio.[senza fonte] Dopo essere divenuto capo del governo Mussolini è poi oggetto di una serie di attentati, questa volta premeditati.

Il primo è ideato il 4 novembre 1925 dal deputato socialista e aderente alla massoneria[senza fonte] Tito Zaniboni, appostatosi con un fucile alla finestra di una stanza dell'albergo Dragoni, di fronte al balcone di palazzo Chigi dove è previsto che Mussolini si affacci per il settimo anniversario della vittoria alle ore 10. La Polizia, che lo sorvegliava da più di un anno, fa però irruzione nella stanza di Zaniboni, alle ore 9.[161] Il processo fu celebrato nell'aprile 1927 e Zaniboni fu condannato a 30 anni di reclusione, che, grazie ad amnistie, scontò per minor tempo.[162] L'attentato creò notevole agitazione nel Paese: molti deputati aventiniani tornarono filo-fascisti - anche opportunisticamente - in Parlamento e la stampa liberale e cattolica, così come la Confindustria, iniziò a sostenere implicitamente od esplicitamente il Governo.[163] Infine, oltre alle molte violenze fasciste vendicatrici,[164] furono messe a soqquadro sedi di giornali ed alcune testate furono soppresse.[165]

La mattina del 7 aprile 1926 Mussolini esce dal palazzo del Campidoglio, dove ha inaugurato un congresso di chirurgia; Violet Gibson, una nobildonna inglese, gli spara da distanza ravvicinata, ferendolo lievemente al naso. Non appena medicato Mussolini è già in grado di presenziare alla cerimonia d'insediamento del nuovo direttorio fascista e, il giorno dopo, prima di recarsi in Libia, commenta: «Le pallottole passano e Mussolini resta»[senza fonte].

Il terzo attentato è opera di Gino Lucetti, un giovane marmista anarchico di Carrara che ha combattuto negli Arditi e che poi, aggredito dai fascisti, è emigrato a Marsiglia. L'11 settembre 1926 attende che Mussolini esca dalla sua abitazione e gli lancia una bomba a mano che colpisce il tetto dell'auto del duce e scoppia a terra ferendo otto persone. Nell'interrogatorio dice di aver voluto vendicare i massacri effettuati dagli squadristi a Torino nel dicembre del 1922[senza fonte].

Il quarto attentato è il più misterioso. La sera del 31 ottobre 1926 a Bologna, il duce ha inaugurato il nuovo stadio sportivo il Littoriale nell'ambito della commemorazione della "marcia su Roma"; su una macchina scoperta sta andando alla stazione quando un colpo di pistola gli lacera la sciarpa dell'ordine mauriziano. Dietro alla macchina di Mussolini, che prosegue, un gruppo di squadristi di Leandro Arpinati (tra cui anche Balbo) si butta sul presunto attentatore e lo lincia: il cadavere mostrerà 14 pugnalate, un colpo di rivoltella e tracce di strangolamento.[166] Si tratta di Anteo Zamboni, un ragazzo quindicenne di famiglia anarchica. Secondo alcune recenti ricostruzioni, da alcuni storici ritenute poco documentate e probanti, l'attentato sarebbe stato il risultato di una cospirazione maturata all'interno degli ambienti fascisti emiliani (si sospettano a turno Farinacci, Balbo, Arpinati e Federzoni), contrari alla «normalizzazione» inaugurata da Mussolini, ostile ad ulteriori eccessi rivoluzionari e allo strapotere delle formazioni squadriste.

I rapporti di polizia dell'epoca dimostrano come si svolsero inizialmente delle indagini negli ambienti squadristi bolognesi ipotizzando in un primo tempo un coinvolgimento di ras locali come Farinacci e Arpinati, ma che non diedero alcun risultato. A quel punto si concluse che l'attentato non poteva che essere opera di un elemento isolato.[167] Una ulteriore indagine sollecitata dal Ministero degli Interni fu svolta ancora dai magistrati del Tribunale Speciale ma anch'essa approdò alle medesime conclusioni conseguite dalla polizia.[168]

L'attentato di Bologna fornisce il pretesto per le leggi fascistissime del novembre 1926. Il 5 novembre si registrano: l'annullamento dei passaporti; sanzioni contro gli espatri clandestini; soppressione dei giornali antifascisti; scioglimento dei partiti; istituzione del confino e la creazione di una polizia politica segreta (che affidata a Arturo Bocchini assumerà poi il nome di OVRA); il 9 v'è la dichiarazione di decadenza dal mandato parlamentare di 120 deputati; il 25 viene istituita la pena di morte per chiunque commetta un fatto diretto contro la vita, l'integrità o la libertà personale del re, della regina, del principe ereditario e del capo del governo, nonché per gli altri delitti contro lo Stato; nella stessa data viene inoltre creato il Tribunale speciale, che entra subito in azione contro la "centrale comunista" (Gramsci, Terracini e altri).[169]

Mussolini primo ministro: la dittatura fascista

« Dopo la Roma dei Cesari, dopo quella dei Papi, c'è oggi una Roma, quella fascista, la quale con la simultaneità dell'antico e del moderno si impone all'ammirazione del mondo. »
(Dal discorso del 18 aprile 1934; citato in Francesco Saverio Nitti, La disgregazione dell'Europa, Faro, Roma 1946)

Con la legge 17 aprile 1925 n. 473 vengono sancite le nuove norme igieniche per le imprese, con l'obbligo di provvedere al servizio sanitario nell'azienda, di non gravare donne e minorenni con carichi eccessivi e di segnalare come tali e custodire le sostanze nocive. I contratti nazionali di lavoro assumevano forza di legge e i «padroni» («datori di lavoro») potevano stipulare contratti individuali difformi dai collettivi di categoria solo se erano previste condizioni migliori per i lavoratori. Sull'osservanza dell'atto vigilava il neo-costituito Ispettorato Corporativo. Col regio decreto 1º maggio 1925 n. 582 nasce l'Opera Nazionale Dopolavoro ("OND") allo scopo di "promuovere il sano e proficuo impiego delle ore libere dei lavoratori intellettuali e manuali con istituzioni dirette a sviluppare le loro capacità fisiche, intellettuali e morali".

Il 14 giugno 1925 il Presidente del Consiglio annuncia l'inizio della battaglia del grano. La campagna aveva lo scopo di far raggiungere l'autosufficienza dell'Italia dall'estero per quanto riguardava la produzione del frumento (la cui importazione era causa diretta del 50% del deficit della bilancia dei pagamenti) e, più in generale, di tutti i prodotti agricoli. Benché l'obiettivo della completa autosufficienza non fu raggiunto, in termini d'incremento della produzione il successo fu cospicuo. L'agricoltura tuttavia perse redditività e si registrò una perdita di mercati d'esportazione per i prodotti agricoli più pregiati, dovuta al fatto che molte superfici destinate ad altre colture furono coltivate a cereali.[170]

Maggior fortuna ebbe il progetto della bonifica dei territori paludosi ancora presenti nella penisola italiana (tra cui l'Agro Pontino) realizzato tra il 1928 e il 1932. I nuovi comuni nacquero spesso in connessione con una particolare destinazione economica prestabilita (Carbonia, ad esempio, fu fondata per lo sfruttamento dei limitrofi giacimenti di carbone). Le bonifiche permisero anche l'attuazione di un'efficace programma sanitario che consentì di debellare la malaria, con risultati significativi anche contro la tubercolosi, il vaiolo, la pellagra e la rabbia.

Il 21 giugno del 1925 si tiene il quarto e ultimo congresso del PNF, in cui Mussolini invita le camicie nere ad abbandonare definitivamente la violenza.[171] Molti elementi squadristi furono resi impotenti entro la fine dell'anno grazie alla riforma del sistema di polizia (e ciò permise il rafforzamento del potere dell'esecutivo) ma le vicende di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, conclusesi tragicamente nel principio del 1926, dimostrarono che le squadracce erano ancora attive.[172][173]

Il 18 luglio Italia e Jugoslavia firmano il trattato di Nettuno per la definizione dei rispettivi confini in area dalmata; nello stesso periodo, a seguito della decisione di "italianizzare" l'Alto Adige, attuata spesso in maniera brutale (lo stesso Mussolini parlò di deportazione di massa delle minoranze linguistiche),[174] il governo italiano pregiudicò per qualche tempo i rapporti diplomatici con l'Austria. Dopo una serie di alti contrasti fra il sindacato fascista e gli industriali, Mussolini giunge il 2 ottobre 1925 al Patto di Palazzo Vidoni, che rende la Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali l'unico organo riconosciuto dalla Confindustria.[175]

Il 20 ottobre Mussolini nomina Cesare Mori prefetto di Palermo, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di porre un freno al fenomeno mafioso nell'isola. Il «prefetto di ferro», anche attraverso metodi extralegali (fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i civili e il ricatto), con l'esplicito appoggio di Mussolini, otterrà significativi risultati e la sua azione continuerà per tutto il biennio 1926-27. Fra le "vittime eccellenti" iniziano a figurare anche personalità del calibro del generale di corpo d'armata Antonio di Giorgio, il quale riesce ad ottenere un colloquio riservato con Mussolini, cosa che non impedirà né il processo né il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale.[176] Ben presto però circoli politico-affaristici di area fascista collusi con la mafia[177][178] riescono a indirizzare, tramite attività di dossieraggio, le indagini di Mori e del procuratore generale Luigi Giampietro sull'ala radicale del fascismo siciliano, coinvolgendo anche il federale Alfredo Cucco, uno dei massimi esponenti del fascio dell'isola. Cucco nel 1927 viene espulso dal PNF "per indegnità morale" e sottoposto a processo con l'accusa di aver ricevuto denaro e favori dalla mafia,[179][180] venendo assolto in appello quattro anni dopo,[181] ma nel frattempo il fascio siciliano è stato decapitato dei suoi elementi radicali. L'eliminazione di Cucco dalla vita politica dell'isola favorisce l'insediamento nel PNF siciliano dei latifondisti dell'Isola, essi stessi affiliati, collusi o quantomeno contigui alla mafia.

A questa azione si aggiunge quella delle "lettere anonime"[182] tempestano le scrivanie di Mussolini e del ministro della Giustizia Alfredo Rocco, avvisando dell'esasperazione dei palermitani e minacciando rivolte se l'operato eccessivamente moralistico di Giampietro[183] non si fosse moderato. Contestualmente il processo a Cucco si rivela uno scandalo, nel quale Mori viene dipinto dagli avvocati di Cucco come un persecutore politico[184] e nel 1929 Mussolini decide di porre a riposo il prefetto Mori facendolo cooptare dal Senato del Regno. La propaganda fascista dichiara orgogliosa che la mafia è stata sconfitta: tuttavia l'attività di Mori e Giampietro aveva avuto drastici effetti soltanto su figure di secondo piano, lasciando in parte intatta la cosiddetta "cupola" (composta da notabili, latifondisti e politici), la quale riuscì a reagire attraverso l'eliminazione di Cucco, e così addirittura installarsi all'interno delle federazioni del fascio siciliane.

Alcuni autori sostengono che Mussolini avesse rimosso Mori perché nelle sue indagini si sarebbe spinto eccessivamente in alto, andando a colpire interessi e collusioni fra Stato e mafia.[185] Questa tesi viene recisamente respinta da altri, come Alfio Caruso.[186]

Tra il 1925 e il 1926 sono varate le leggi fascistissime, ispirate dal giurista Alfredo Rocco. La legge 26 novembre 1925, n. 2029, sancisce che i corpi collettivi operanti in Italia (associazioni, istituti ed enti) sono tenuti, su richiesta dell'autorità di pubblica sicurezza, a dichiarare statuti, atti costitutivi, regolamenti interni ed elenchi di soci e di dirigenti, pena, in caso di dichiarazione omessa o infedele, lo scioglimento del corpo medesimo, sanzioni detentive indeterminate e sanzioni pecuniarie da un minimo di 2.000 ad un massimo di 30.000 lire. In tal modo, il governo arriva a disporre di una chiara mappa del tipo e del numero di associazioni non governative presenti.

Mussolini in tenuta da aviatore; nell'iconografia ufficiale, il Duce era spesso ritratto alla guida di veicoli o in pose da "conduttore"
Mussolini al volante di un'Alfa Romeo da competizione

La legge 24 dicembre 1925, n. 2300, stabilisce che tutti i funzionari pubblici che rifiutano di giurare fedeltà allo Stato italiano debbano essere destituiti. La legge 24 dicembre 1925, n. 2263, prevede che la dizione «presidente del consiglio» sia mutata in «Capo del governo primo ministro segretario di Stato»; il «capo del governo» è nominato e revocato solo dal re ed è responsabile solo nei suoi confronti. I ministri diventano responsabili sia verso il monarca che Mussolini. La legge sulla stampa del 31 dicembre 1925 riconosce come illegali tutti i giornali privi di un responsabile riconosciuto dal prefetto (e, quindi, indirettamente da Mussolini). La legge 31 gennaio 1926, n. 100, attribuisce a Mussolini, in quanto capo del governo, la facoltà di emanare norme giuridiche.

Con la legge 4 febbraio 1926, n. 237, sono eliminati dall'ordinamento municipale il consiglio comunale e il sindaco, quest'ultimo sostituito dalla figura del podestà, che esercita le funzioni del sindaco, della giunta e del consiglio comunale ed è nominato con decreto reale dal potere esecutivo. Il 3 aprile 1926 viene abolito il diritto di sciopero e si stabilisce che i contratti collettivi possano essere stipulati solo dai sindacati legalmente riconosciuti dallo Stato; in tale contesto, l'8 luglio 1926 viene costituito il Ministero delle Corporazioni, di cui Mussolini assume la direzione.

Nel frattempo, Mussolini impone all'Albania di Ahmet Zogu una forma non ufficiale di protettorato. Inoltre, l'Italia aderisce al Patto di Locarno per la garanzia delle frontiere e la sicurezza generale. Nell'aprile 1926, con un discorso a Tripoli, Mussolini avanza l'idea del mare nostrum (ovvero di una talassocrazia italiana sul Mar Mediterraneo) e contrappone, per la prima volta, fascismo e democrazia. Sempre nel 1926, i confini della Libia vengono ridefiniti a favore dell'Italia, che acquista, tra l'altro, il Fezzan.

Sempre il 3 aprile viene fondata L'Opera Nazionale Balilla ("ONB"), col compito di «riorganizzare la gioventù dal punto di vista morale e fisico», ovvero all'educazione spirituale e culturale e all'istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica dei giovani italiani tra gli 8 e i 18 anni. Nel 1927 tutte le altre organizzazioni giovanili sono sciolte per legge, ad eccezione della Gioventù Italiana Cattolica. Nel 1937 la ONB sarà sostituita dalla Gioventù Italiana del Littorio ("GIL").

Il 18 agosto il duce tiene a Pesaro un discorso in cui proclama che, per combattere la svalutazione, il cambio lira-sterlina sarà fissato alla fatidica «quota 90»: nel periodo conseguente a questa sua dichiarazione la lira continuò a cadere toccando quota 150 lire per una sterlina ma egli insisté che il cambio a 90 doveva essere conquistato a qualsiasi costo, per il prestigio personale e politico che ne avrebbero tratto lui, il fascismo e l'Italia; le conseguenze economiche per i cittadini non gli importavano.[187][188] Il ministro delle Finanze Giuseppe Volpi era conscio che ci si era spinti troppo in là (e in effetti i titoli borsistici caddero mentre i costi di produzione e i costi della vita aumentarono) ma Mussolini tenne duro e non volle ammettere di essersi sbagliato. Qualche anno dopo fu costretto ad accettare una massiccia svalutazione, ma a nessuno fu permesso di dire in pubblico che "quota 90" fu un errore.[189] Intanto Mussolini rinuncia a qualsiasi forma di remunerazione pubblica per l'incarico di governo svolto. Giornali internazionali si contendono la sua firma e sono pronti a pagare in maniera rilevanti i suoi articoli che, particolarmente negli Stati Uniti d'America, vengono considerati di sommo interesse. Nel dopoguerra la vedova Mussolini proverà a chiedere la reversibilità della pensione per l'attività svolta dal marito come capo del governo; gli enti previdenziali del dopoguerra risponderanno a Rachele Mussolini che non le spetta alcuna pensione di reversibilità: non a causa di un giudizio morale sull'azione dittatoriale svolta dal marito, ma per la semplice questione tecnica che Mussolini non aveva mai accettato alcuno stipendio pubblico.

L'8 ottobre il Gran Consiglio vara il nuovo statuto del PNF, col quale sono abolite le elezioni interne dei membri del partito. Inoltre, il 12 ottobre Mussolini assume il comando della MVSN. Il 5 novembre sono sciolti tutti i partiti al di fuori del PNF e si stabilisce che la stampa è sottoponibile a censura. Sono introdotti il confino di polizia[190] e la pena di morte[191] per attentati perpetrati od organizzati a danno delle massime figure dello Stato[192] e viene istituito il Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato. Il 30 dicembre il fascio littorio è dichiarato simbolo dello Stato.

Il 15 gennaio 1927 Winston Churchill, allora Cancelliere dello Scacchiere, è accolto a Roma da Mussolini. Nel frattempo Mussolini lancia la campagna a sostegno della crescita demografica: gli scapoli sono tenuti a pagare una tassa speciale, in occasione dei matrimoni lo Stato elargisce un premio in danaro agli sposi, e si prevedono prestiti, agevolazioni economiche (anche nel campo dell'educazione scolastica dei figli) ed esenzioni dalle tasse per le famiglie numerose (premi di natalità).

Sono istituiti i Gruppi Universitari Fascisti ("GUF"), per la formazione della futura classe dirigente. Il 21 aprile il Gran Consiglio approva la Carta del Lavoro per la riforma dell'economia italiana in senso corporativo. Il 5 giugno, parlando al Senato, Mussolini afferma la linea del revisionismo in politica estera, dichiarando che i trattati stipulati dopo la prima guerra mondiale sono validi, ma non sono da considerare eterni ed immutabili.

Con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693, si ha l'istituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, ovvero del massimo organo del PNF (presieduto dal duce in persona), che è riconosciuto come organo costituzionale supremo dello Stato. Il 15 gennaio 1928 viene fondato l'Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche ("EIAR") ente statale cui competeva in esclusiva la gestione del servizio pubblico radiofonico sul territorio nazionale. Nel 1944 verrà ribattezzato RAI ("Radio Audizioni Italiane").

Il 14 marzo Mussolini presenta alla Camera un disegno di legge di riforma (poi approvato), col quale propone la riduzione a 400 del numero complessivo dei deputati, i quali sarebbero stati eletti in un unico collegio nazionale; la confederazione nazionale dei sindacati fascisti e le associazioni culturali abilitate si occupano della presentazione delle candidature.

Mussolini durante un discorso

L'11 febbraio 1929 Mussolini pone termine alla decennale questione romana, firmando col cardinale Pietro Gasparri i patti lateranensi, ratificati alla Camera in maggio.

Le elezioni del 24 marzo 1929, per il rinnovo della Camera dei Deputati, si risolvono in un plebiscito a favore di Mussolini. Gli elettori sono chiamati a votare "sì" o "no" per approvare un "listone" di deputati deciso dal Gran Consiglio del Fascismo. La consultazione si tiene in un clima intimidatorio; la scheda con il "sì" è tricolore, e quella con il "no" semplicemente bianca, rendendo così riconoscibile il voto espresso. La partecipazione al voto è del 90% e i voti favorevoli al "listone" sono pari al 98,4%.

Il 2 aprile il duce incontra il ministro degli esteri inglese Neville Chamberlain e, verso la fine dell'anno, la sede del Governo è trasferita da Palazzo Chigi a Palazzo Venezia. Nel 1930 l'Italia sigla un trattato di amicizia con l'Austria. Nel gennaio 1931 Mussolini, in un'intervista al Daily Mail, afferma la necessità di una revisione dei trattati di pace della grande guerra. Il 9 luglio riceve il segretario di Stato statunitense Henry Lewis Stimson, mentre in dicembre accoglie il Mahatma Gandhi a Palazzo Venezia. Dopo l'incontro, durato venti minuti,[193] dice del Mahatma: «È un santone, un genio, che, cosa rara, usa la bontà come arma».[194] Di ritorno in India, Gandhi ricambia a suo modo la stima, scrivendo a Romain Rolland:

« Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attirano. Sembra aver fatto molto per i contadini. In verità, il guanto di ferro c'è. Ma poiché la forza (la violenza) è la base della società occidentale, le riforme di Mussolini sono degne di uno studio imparziale. La sua attenzione per i poveri, la sua opposizione alla superurbanizzazione, il suo sforzo per attuare una coordinazione tra il capitale e il lavoro, mi sembrano richiedere un'attenzione speciale. [...] Il mio dubbio fondamentale riguarda il fatto che queste riforme sono attuate mediante la costrizione. Ma accade anche nelle istituzioni democratiche. Ciò che mi colpisce è che, dietro l'implacabilità di Mussolini, c'è il disegno di servire il proprio popolo. Anche dietro i suoi discorsi enfatici c'è un nocciolo di sincerità e di amore appassionato per il suo popolo. Mi sembra anche che la massa degli italiani ami il governo di ferro di Mussolini.[195] »

Tra il 23 marzo e il 4 aprile 1932, il duce incontra più volte Emil Ludwig, che ne scriverà in Colloqui con Mussolini. Dopo tredici ore di faccia a faccia (un'ora per ogni sera) Ludwig, che l'anno precedente aveva intervistato Stalin, definisce Mussolini «un grande uomo, molto più grande di Stalin».[196]

In questo periodo iniziano ad allentarsi i suoi rapporti amorosi con Margherita Sarfatti, cui tuttavia continua ad essere legato. D'altra parte, agli inizi del 1932, aveva incontrato per la prima volta Claretta Petacci.

Il 12 aprile viene presentata, al salone internazionale dell'automobile di Milano, la nuova FIAT Balilla, che nelle intenzioni di Mussolini avrebbe dovuto essere l'automobile di tutti gli Italiani; a partire da quest'anno ne sarà infatti favorita la diffusione, che tuttavia non raggiungerà mai i risultati sperati (una simile iniziativa sarà poi adottata anche da Adolf Hitler con la Volkswagen).

In giugno, sull'Enciclopedia Treccani viene pubblicata la voce Fascismo, firmata da Mussolini e scritta con la collaborazione di Giovanni Gentile; vi si spiega la dottrina propria del partito fascista. In occasione del decennale della rivoluzione fascista, è inaugurata 28 ottobre la via dell'Impero (attuale via dei Fori Imperiali) e sono riaperte le iscrizioni al PNF, chiuse dal 1928. Il 18 dicembre Mussolini inaugura Littoria (futura Latina), la prima delle "città nuove" costruite nell'Agro Pontino, bonificato negli anni precedenti.

Il 29 marzo 1933 Mussolini incontra a Roma il Ministro della Propaganda tedesco Joseph Goebbels. Per iniziativa di Mussolini il 7 giugno viene firmato a Roma il patto a quattro tra Italia, Francia, Regno Unito e Germania, col quale questi stati si assumono la responsabilità del mantenimento della pace e della riorganizzazione dell'Europa nel rispetto dei principi e delle procedure previste dallo statuto della SdN.

Sempre nel 1933 viene creato l'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (INFPS), che assumerà dal 1943 la denominazione di INPS, un ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e a gestione autonoma con lo scopo di garantire la previdenza sociale ai lavoratori. In quegli anni ebbe origine del primo vero sistema pensionistico italiano: a carico dell'INFPS fu l'assicurazione (obbligatoria) contro la vecchiaia, estesa dai soli dipendenti pubblici (per i quali aveva il nome di pensione) a quelli privati. Nel medesimo anno la pluralità di Casse infortuni cui era deputata la tutela dei lavoratori contro gli infortuni sul lavoro (obbligatoria a partire dal 1898, seppur limitatamente ad alcuni settori) vengono unificate nell'Istituto Nazionale Fascista per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro ("INFAIL"), ribattezzato INAIL nel 1943. Scopo dell'ente statale era quello di «esercitare l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (parte delle quali vennero equiparate giuridicamente agli infortuni sul lavoro), la riassicurazione di altri Enti autorizzati e assumere particolari funzioni e servizi per conto di essi».

Il 5 febbraio 1934 vengono istituite le 22 corporazioni. Nel 1934 si tengono inoltre i primi littoriali della cultura e dell'arte e viene istituita, nell'ambito della terza edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, la Coppa Mussolini, premio antesignano del Leone d'oro.

Il 14 marzo Mussolini incontra a Roma il cancelliere austriaco Dollfuss e il Capo del Governo ungherese Gyula Gömbös per discutere una revisione degli assetti territoriali nei Balcani. Il 17 marzo viene concluso un "patto a tre" con Ungheria e Austria in funzione anti-tedesca e anti-francese (Protocolli di Roma).

Le elezioni del 25 marzo 1934, per il rinnovo della Camera dei Deputati - tenute con lo stesso schema del "listone" unico già adottato nel '24, con scheda tricolore per il "sì" e bianca per il "no" - si risolvono in un nuovo plebiscito: aumenta il numero dei partecipanti, e i voti contrari risultano 15.201 (lo 0,15%).

La legge 22 marzo 1934 n. 654 per la tutela della maternità delle lavoratrici e la legge 26 aprile 1934 n. 653 per la tutela del lavoro della donna e del fanciullo stabiliscono il diritto alla conservazione del posto di lavoro per le lavoratrici incinte, un periodo di licenza prima e dopo il parto, e permessi obbligatori per l'allattamento (per le aziende con più di 50 operaie vi era l'obbligo di predisporre un locale per tale scopo).

La legge 24 dicembre 1934 n. 2316 stabiliva la creazione dell'ONMI ("Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia"); l'ente poteva anche finanziare istituzioni private operanti nei medesimi campi. Nel 1935 si ha l'istituzione del sabato fascista.

Il 14 e 15 giugno Mussolini e Hitler si incontrano a Stra e a Venezia, i colloqui vertono principalmente sulla questione austriaca (il cancelliere tedesco puntava all'annessione dell'Austria). Tuttavia, i rapporti tra i due restano tesi: il 25 luglio, in seguito al fallito colpo di Stato in Austria (col quale la Germania nazionalsocialista intendeva procedere all'annessione del paese) che portò alla morte di Dollfuss.[197] La situazione si risolve dopo che Hitler desiste dal suo proposito. Il 21 agosto Mussolini incontra Kurt Alois von Schuschnigg, successore di Dollfuss. Il 6 settembre, a Bari, prende posizione nei confronti della politica estera nazionalsocialista e dalle dottrina razzista hitleriana, proclamando che «trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà a talune dottrine d'Oltralpe».

La guerra di Etiopia e l'avvicinamento alla Germania nazionalsocialista

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra d'Etiopia.
Benito Mussolini in un'immagine tipica della propaganda fascista
« L'Italia ha finalmente il suo impero! »
(dalla costituzione della colonia dell'Africa Orientale Italiana)

Il trattato tra Italia ed Etiopia del 1928, sottoscritto con il placet della Gran Bretagna, fissa la frontiera tra la Somalia italiana e l'Etiopia lungo una linea distante 21 miglia dalla costa del Benadir e parallela alla stessa. Pretendendo di agire sulla base di detto accordo (mentre gli etiopi ritenevano che nell'accordo si intendessero "miglia imperiali", più corte delle miglia nautiche),[198] gli italiani costruiscono nel 1930 un forte nell'oasi di Ual-Ual, nel deserto di Ogaden, e lo fanno presidiare da truppe somale, comandate da ufficiali italiani. L'oasi è scelta dai militari italiani quale luogo da presidiare in mancanza di altre posizioni idonee in pieno deserto. Nel novembre 1934 truppe regolari etiopi, di scorta a una commissione mista inglese-etiope per la delimitazione delle frontiere, contestano alle truppe italiane lo sconfinamento. I britannici, per evitare incidenti internazionali, abbandonano la commissione e le truppe italiane ed etiopi rimangono accampate a poca distanza le une dalle altre. Nei primi giorni di dicembre, in circostanze mai chiarite, un combattimento tra italiani ed etiopi costa la vita a 150 soldati etiopi e a 50 soldati italiani (somali).

Mussolini chiede delle scuse ufficiali nonché il pagamento di un'indennità da parte del governo etiope, conformemente a quanto stabilito in un trattato siglato tra Italia ed Etiopia nel 1928. Il negus Hailé Selassié, avendone la possibilità in virtù del medesimo accordo, decide di rimettersi alla Società delle nazioni (2 gennaio). Per far luce sulla vicenda, questa si impegna in un arbitrato, temporeggiando; tuttavia, i rapporti italo-etiopi sono irrimediabilmente compromessi e Mussolini si appella all'episodio come motivo per minacciare la guerra e con questo far pressione su francesi e britannici.[199] Sconfinamenti di reparti militari abissini si erano già verificati precedentemente: ad esempio, il 4 novembre 1934 quando il consolato italiano a Gondar era stato attaccato da gruppi armati etiopici. Del pari erano stati frequenti i deliberati sconfinamenti di truppe italiane. Le tensioni italo-etiopiche erano dovute al disegno italiano di unificare territorialmente Eritrea e Somalia, a spese dell'Etiopia, e al desiderio etiopico di conquistare uno sbocco sul mare. Deve inoltre tenersi presente che l'Etiopia era uno dei pochissimi stati africani indipendenti, ossia non controllato da una delle potenze coloniali europee: uno Stato ideale per le mire espansionistiche di Mussolini.

Tra il 4 e il 7 gennaio 1935 Mussolini incontra a Roma il ministro degli esteri francese Pierre Laval: vengono firmati accordi in virtù dei quali la Francia si impegna a cedere all'Italia la Somalia francese (attuale Gibuti), a riconoscere le consistenti minoranze italiane presenti in Tunisia (che era stata oggetto di rivendicazione da parte italiana) e ad appoggiare diplomaticamente l'Italia in caso di una guerra contro l'Etiopia.[200] Laval e Mussolini speravano così in un reciproco avvicinamento fra Italia e Francia, al fine di dar vita ad un'alleanza in funzione anti-nazista.[201]

Il 16 gennaio Mussolini assume la direzione del Ministero delle Colonie. Il 19 gennaio la Società delle Nazioni riconosce «la buona fede» di Italia ed Etiopia nell'incidente di Ual Ual e decide che il caso debba essere trattato tra le due parti interessate; tuttavia, il 17 marzo gli abissini presentano un altro ricorso, appellandosi all'articolo XV dell'organizzazione. Nella conferenza di Stresa (vedi Fronte di Stresa), svoltasi tra l'11 e il 14 aprile, Italia, Regno Unito e Francia condannano congiuntamente le violazioni del trattato di Versailles da parte della Germania. L'8 giugno a Cagliari, di fronte all'ostilità mostrata in tal senso dalla Gran Bretagna, Mussolini rivendica il diritto dell'Italia ad attuare una propria politica coloniale. Il 18 settembre, in un articolo pubblicato sul Morning Post, garantisce che non verranno colpiti gli interessi francesi e inglesi nell'Africa orientale.

Benito Mussolini durante il discorso di inaugurazione della città di Guidonia (1937)

Il 2 ottobre annuncia la dichiarazione di guerra all'Etiopia dal balcone di Palazzo Venezia.

Attaccando il paese africano, membro della Società delle Nazioni, Mussolini aveva violato l'articolo XVI dell'organizzazione medesima: «se un membro della Lega ricorre alla guerra, infrangendo quanto stipulato negli articoli XII, XIII e XV, sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega, che qui prendono impegno di sottoporlo alla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie, alle proibizioni di relazioni tra i cittadini propri e quelli della nazione che infrange il patto, e all'astensione di ogni relazione finanziaria, commerciale o personale tra i cittadini della nazione violatrice del patto e i cittadini di qualsiasi altro paese, membro della Lega o no». Per questo motivo, la Società delle Nazioni, espressione principalmente della volontà della Francia e del Regno Unito (i due stati più forti e influenti), condannò l'attacco italiano il 7 ottobre. Gli Stati Uniti d'America invece, pur condannando l'operazione italiana condannano anche che le sanzioni imposte siano votate anche da Francia e Gran Bretagna, a loro volta possessori di imperi coloniali.

Il 31 ottobre 1937 inaugura la nuova città di Guidonia, importante polo strategico di ricerche aeronautiche con il DSSE, e Pontinia il 13 novembre.

Il 18 novembre l'Italia è colpita dalle sanzioni economiche (nonostante queste non fossero state applicate contro il Giappone nel 1931 in occasione dell'invasione della Manciuria e contro la Germania nel 1934 per la tentata annessione dell'Austria) imposte dalla Società delle Nazioni - approvate da 52 stati con i soli voti contrari di Austria, Ungheria e Albania - in risposta alle quali vengono promossi i programmi economici autarchici. Le sanzioni risultano comunque inefficaci, poiché numerosi paesi, pur avendole votate ufficialmente, mantengono comunque buoni rapporti con l'Italia rifornendola di materie prime. La Germania nazista è uno di questi e la guerra d'Etiopia rappresenta l'inizio dell'avvicinamento tra Mussolini e Hitler. Già del 1935 le sanzioni non vengono applicate completamente da tutti gli stati membri della società delle nazioni, il 15 luglio 1936 sono abolite.

La guerra in Etiopia sarebbe stata ostacolata nel caso in cui la Gran Bretagna avesse avuto un atteggiamento più risoluto, atteggiamento che non ebbe poiché consapevole di avere concesso all'Italia fascista, con l'Accordo navale anglo-tedesco, il pretesto per la guerra in Etiopia, e perché forse avrebbe voluto salvaguardare il fronte di Stresa. Le linee di rifornimento italiane passavano di fatti per Suez, e un blocco del Canale da parte britannica avrebbe reso proibitiva la logistica italiana attraverso il periplo dell'Africa.

La conduzione del conflitto e i crimini di guerra

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Crimini di guerra italiani.
Mussolini nel 1933

Memore della bruciante sconfitta subita ad Adua dalle truppe italiane, e consapevole della forza e degli armamenti (forniti per anni anche dalla Germania) a disposizione degli abissini, Mussolini segue in prima persona sia la preparazione, sia lo svolgimento delle operazioni militari, che in soli sette mesi condurranno alla distruzione delle forze armate di uno degli ultimi Stati indipendenti d'Africa, erede dell'antico Impero etiopico.[202]

Per assicurarsi una rapida vittoria, Mussolini, esaminate le richieste dei vertici militari, arriva a triplicare l'entità di uomini e mezzi: nel maggio del 1936 si troveranno così schierati sul teatro di guerra quasi mezzo milione di uomini (inclusi 87.000 àscari), 492 carri armati, 18.932 automezzi e 350 aerei. Dell'arsenale a disposizione degli italiani fanno parte anche ingenti quantità di armi chimiche, proibite dalla Convenzione di Ginevra e sbarcate in gran segreto a Massaua: 60.000 granate all'arsina per artiglieria, 1.000 tonnellate di bombe all'iprite per aeronautica, e 270 tonnellate di aggressivi chimici per impiego tattico.[203]

Sin dall'inizio dei combattimenti, il 3 ottobre, Mussolini assume la direzione delle operazioni e invia frequenti ordini radiotelegrafati ai suoi generali impegnati sul campo (Rodolfo Graziani sul fronte Sud, Emilio De Bono e poi Pietro Badoglio su quello Nord), dettando loro linee e ordini operativi, fra cui quelli relativi all'uso delle armi chimiche, sul cui impiego egli ha avocato a sé ogni decisione.[204][205]

Il primo ordine che contempla l'impiego delle armi chimiche giunge da Mussolini a Graziani il 27 ottobre 1935, per preparare l'assalto alla piazzaforte abissina di Gorrahei, tuttavia sono sufficienti sei tonnellate di granate convenzionali per avere ragione dei suoi difensori il successivo 29. Graziani richiede poi a Mussolini l'autorizzazione all'uso delle armi chimiche per "operazioni difensive" (volte a fermare l'assalto dell'armata di ras Destà Damteu alle linee italiane a Dolo, a fine dicembre 1935) e l'ottiene prontamente e con ampio mandato, sino all'eliminazione dell'intera formazione nemica.[206]

Nello stesso periodo (tra il 22 dicembre 1935 e i primi di gennaio 1936), Badoglio riceve l'ordine di impiegare sul fronte Nord le bombe d'aviazione contro gli abissini, passati all'offensiva nello Scirè. L'ordine, già in corso d'esecuzione (sono sottoposti alla micidiale pioggia di gas vescicanti anche i civili, il bestiame e i raccolti), viene sospeso per motivi politici in vista di una riunione della Società delle Nazioni prevista a Ginevra il 5 gennaio. Badoglio tuttavia ignora l'ordine di sospensione e prosegue nei bombardamenti chimici sino al 7, e poi nuovamente il 12 e 18 gennaio.[207]

Il 19 gennaio Mussolini torna ad autorizzare la guerra chimica, con queste parole:

« Autorizzo Vostra Eccellenza a impiegare tutti i mezzi di guerra, dico tutti, sia dall'alto, come da terra. Massima decisione. »
(Telegramma segreto di Benito Mussolini a Pietro Badoglio[208])

I bombardamenti chimici d'artiglieria e aerei proseguono sia sul fronte Nord (sino al 29 marzo 1936) che su quello Sud (sino al 27 aprile), arrivando ad impiegare in totale circa 350 tonnellate di armi chimiche. In questo contesto, a fine gennaio, quando nonostante il largo impiego di armi e mezzi le armate italiane del fronte Nord sono in grave difficoltà (tanto che Badoglio, premuto dalle forze di ras Cassa è sul punto di ordinare l'evacuazione di Macallè), Mussolini non esita a prospettare al suo generale l'impiego di ulteriori armi chimiche. Badoglio esprime la propria netta contrarietà, facendo presente a Mussolini le reazioni internazionali che questa scelta avrebbe provocato e il proprio timore circa le conseguenze incontrollabili dell'uso di un'arma mai sperimentata prima; il duce recepisce tali obiezioni e il 20 febbraio ritira la proposta.[209]

L'uso delle armi chimiche è nascosto all'opinione pubblica italiana, e il duce ordina di smentire come animate da sentimenti "anti-italiani" le poche denunce sul loro impiego che appaiono sulla stampa internazionale.[210] Il crimine verrà a lungo negato con decisione, anche dopo la fine del fascismo, persino da partecipanti alla guerra come Indro Montanelli, restando ai margini dell'immensa storiografia prodotta sulla figura di Mussolini. Il 7 febbraio 1996 l'allora Ministro della Difesa, generale Domenico Corcione, sostenne davanti al Parlamento l'uso delle armi chimiche da parte italiana durante la guerra d'Etiopia.[211]

La conduzione della guerra nei confronti degli etiopici non si limitò all'impiego delle armi chimiche, ma fu condotta anche con altri strumenti, come l'ordine di non rispettare i contrassegni della Croce Rossa del nemico, che portarono alla distruzione di almeno 17 tra ospedali da campo (tra i quali uno svedese, ciò che causò il disappunto del duce per il danno politico che ne conseguì) e installazioni mediche abissine, o l'impiego di truppe di ascari libici di fede musulmana contro le armate e la popolazione cristiano-copta abissina. Le truppe libiche - appartenenti a tribù memori delle violenze subite dagli Àscari eritrei utilizzate contro i ribelli libici durante la guerra di Libia - si resero colpevoli di massacri sia nei confronti dei civili, sia dei prigionieri, tanto da spingere il generale Guglielmo Nasi ad istituire un premio di cento lire per ogni prigioniero vivo che gli fosse stato consegnato.[212]

I crimini proseguirono anche a guerra finita e almeno sino al 1940 nei confronti dei ribelli, contro la popolazione e anche contro i monaci abissini nei santuari cristiano-copti, che furono trucidati a centinaia a Debra Libanos e altrove.[213]

La vittoria in Etiopia, l'apogeo di Mussolini e del fascismo

Benito Mussolini alle porte di Tripoli (Libia), il 20 marzo 1937, innalza la "spada dell'Islam", la cui elsa è in oro massiccio, e si proclama "protettore dell'Islam", prima di entrare in città alla testa di 2600 cavalieri.

Il 7 maggio 1936 Mussolini riceve da Vittorio Emanuele III la Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia. Il sovrano, nell'insignire il duce della massima decorazione militare del regno, riconosce con parole altisonanti il ruolo diretto di guida svolto da Mussolini: «Ministro delle Forze armate, preparò, condusse e vinse la più grande guerra coloniale che la storia ricordi.».

Il 6 maggio, sempre dal balcone di Palazzo Venezia, annuncia la fine della guerra d'Etiopia e proclama la rinascita dell'impero (il re d'Italia assume il titolo di imperatore d'Etiopia). Nel suo discorso proclama che «il popolo italiano ha creato col suo sangue l'impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.». Contestualmente in Etiopia, che nel 1935 era indicata dalla Società delle Nazioni come uno degli stati in cui ancora si trovavano schiavi in gran numero, viene abolita ufficialmente la schiavitù.

La campagna abissina rappresenta il momento di massimo consenso del popolo italiano verso il fascismo. Mussolini stabilisce che, nell'indicare la data sui documenti ufficiali e sui giornali, occorra scrivere l'anno a cominciare dal 28 ottobre 1922 (tale disposizione era già in uso dal 31 dicembre 1926) affiancato da quello dalla fondazione dell'impero (ad esempio, il '36 era indicato come «anno 1936, XIV dell'Era Fascista, I dell'Impero»).

Il 4 luglio la Società delle Nazioni decreta terminata l'applicazione dell'articolo XVI e le sanzioni cadono il 15 dello stesso mese (l'unico stato che si oppose fu il Sudafrica); Mussolini ottiene, per la guerra vittoriosa, il titolo di Primo maresciallo dell'Impero (30 marzo 1938).

Il 9 giugno affida al genero Galeazzo Ciano il Ministero degli Esteri.

Monaco, 28 settembre 1938: Mussolini in parata seduto in automobile al fianco di Hitler, durante il tempo della conferenza di Monaco.

Il 24 luglio 1936 si accorda con Hitler per l'invio di contingenti militari in Spagna a sostegno di Francisco Franco, il cui colpo di Stato del 18 luglio aveva scatenato la guerra civile spagnola. Il figlio di Mussolini, Bruno, partecipa alla guerra come capo di una squadriglia aerea. Il 1º novembre annuncia con un discorso la creazione (sancita il 24 ottobre) dell'Asse Roma-Berlino (non si tratta ancora di una vera alleanza militare, che sarà stipulata solo col patto d'acciaio).

Il 2 gennaio 1937 viene siglato un gentlemen's agreement tra Italia e Regno Unito, col quale si definiscono i diritti di entrata, uscita e transito nel Mediterraneo e si stabilisce di evitare la modifica dello «status quo relativo alla sovranità nazionale dei territori del bacino del Mediterraneo», Spagna inclusa. Tale accordo sarà confermato dal Patto di Pasqua del 16 aprile 1938.

Il 20 marzo, nell'oasi di Bugàra vicino a Tripoli, riceve dal capo berbero Iusuf Kerbisc, la "spada dell'islam", un manufatto dorato, simbolo dell'approvazione di una parte della società libica verso il regime mussoliniano. Il 21 aprile inaugura Cinecittà, concepita come sede dell'industria cinematografica italiana, consistentemente finanziata dal governo in quegli anni (risale al 1937 il primo colossal italiano: Scipione l'Africano).

Il 22 aprile incontra a Venezia il cancelliere austriaco Schuschnigg e si dichiara non contrario all'Anschluss dell'Austria con la Germania. Sempre in aprile incontra il ministro dell'aeronautica tedesco Hermann Göring e il ministro degli esteri tedesco Von Neurath. Il 25 e il 29 settembre, incontra Hitler, prima a Monaco e poi a Berlino. Il 6 novembre l'Italia aderisce al Patto Anticomintern, siglato precedentemente tra Germania e Giappone in funzione anti-sovietica. Il 3 dicembre 1937 viene stipulato a Bangkok un trattato di amicizia, commercio e navigazione col Siam (attuale Thailandia). L'11 dicembre annuncia l'uscita dell'Italia dalla Società delle Nazioni. Accoglie, tra il 3 e il 9 maggio 1938, Hitler, il quale è in visita in Italia.

Grazie alla mediazione mussoliniana, di fronte all'eventualità dello scoppio di un conflitto tra il blocco anglo-francese e la Germania, il 29 e 30 settembre si tiene la Conferenza di Monaco. Ad essa sono presenti Mussolini, Hitler, Daladier per la Francia e Chamberlain per la Gran Bretagna: viene riconosciuta alla Germania la legittimità della sua politica in Cecoslovacchia. Mussolini viene festeggiato come «il salvatore della pace» per aver scongiurato il conflitto.

Tra l'11 e il 14 gennaio 1939, a Roma, incontra Chamberlain e il ministro degli esteri inglese Frederik Halifax. Il 19 gennaio 1939 la Camera dei deputati viene soppressa e sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In aprile il duce ordina l'occupazione e l'annessione dell'Albania; l'Italia già godeva di una forma non ufficiale di protettorato sul paese da molti anni, e l'«invasione» fu presumibilmente dovuta alla volontà mussoliniana di dimostrare all'alleato tedesco la propria forza.

L'edificazione del consenso

Mussolini durante la battaglia del grano
Attorniato dai gerarchi fascisti, in visita a Milano nel maggio 1930

La stabilità della dittatura fascista è in gran parte da ascriversi alla capacità di Mussolini di generare attorno alla propria figura un forte consenso. L'abilità mostrata nel rendere la sua personalità oggetto di vero e proprio culto si rifletté non solo nell'approvazione che la società italiana a lungo gli mostrò, ma anche nell'ammirazione che riuscì a guadagnarsi presso numerosi capi di Stato stranieri, intellettuali e, più in generale, presso l'opinione pubblica internazionale, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Da questo punto di vista Mussolini divenne un modello di ispirazione per molti futuri dittatori, soprattutto Hitler, ma anche per molti politici di spicco di importanti stati democratici.

La popolarità di Mussolini trova probabilmente la sua origine nell'insoddisfazione del popolo italiano nei confronti delle classi dirigenti liberali per via dei trattati di pace, ritenute dai più sfavorevoli, che l'Italia aveva dovuto accettare alla fine della prima guerra mondiale, nonostante gli oltre 650.000 morti e i sacrifici enormi sopportati dal paese. Non a caso, Gabriele D'Annunzio parlò di «Vittoria mutilata». L'Italia guadagnò territorialmente solo parte di ciò che le era stato promesso col patto di Londra e ciò, unito al generale malcontento post-bellico e alla terribile crisi economica dell'immediato dopoguerra, fece crescere il desiderio di un governo forte.

Mussolini fu abile a sfruttare tale situazione nonché la paura del cosiddetto "pericolo rosso", accresciutasi durante il biennio rosso: si presentò come il restauratore dell'ordine e della pace sociale, teso alla «normalizzazione» della situazione politica. Da questo punto di vista, molti squadristi fascisti intransigenti criticarono la collaborazione (nel 1922-1924) del PNF a livello governativo con i vecchi partiti, nonché il fatto che fossero rimasti in carica molti dei questori e dei prefetti che erano stati estranei - se non ostili[214] - al fascismo. A partire dal 1925, con la promulgazione delle cosiddette leggi fascistissime e l'inizio della dittatura, ogni forma di collaborazione coi vecchi partiti fu abbandonata e gli stessi sciolti.

Il consenso fu poi alimentato grazie al controllo sulla stampa e sul mondo culturale italiano. Mussolini, in quanto giornalista, conosceva bene il potere della stampa, e di conseguenza fece in modo di poterlo controllare. Nei suoi Colloqui con Emil Ludwig giustificò la censura imposta ai giornali con il fatto che nelle liberaldemocrazie i giornali non sarebbero più liberi, ma obbedirebbero solo ad un'oligarchia di padroni, differenti dallo Stato: partiti e finanziatori plutocratici.

Inoltre ogni forma di dissenso sgradita a Mussolini venne repressa attraverso l'OVRA, il Tribunale speciale per la sicurezza dello Stato, e l'uso massiccio del confino politico. Tuttavia Mussolini tollerò - e costrinse i suoi a tollerare - alcune "voci fuori dal coro" (come ad esempio Salvemini, Croce, Bombacci) tanto per alimentare la propria immagine di uomo forte ma non di tiranno, quanto per mantenere aperti canali di dialogo anche con l'antifascismo militante.

Mussolini dimostrò di avere una personalità carismatica, come testimoniano i discorsi tenuti di fronte a «folle oceaniche», e una notevole abilità oratoria, che attinse in parte dall'esempio dannunziano. Egli incrementò la sua popolarità presentandosi come «il figlio del popolo», ricorrendo all'organizzazione e all'irreggimentazione delle masse, chiamate di continuo a partecipare ad iniziative di varia natura, ma anche grazie all'appoggio di molteplici intellettuali di spicco (Gabriele D'Annunzio, Mario Sironi, Ezra Pound, i futuristi, Giovanni Gentile) e di uomini di grandi capacità di governo.

Mussolini in feluca

Mussolini seppe sfruttare abilmente, come mai prima era stato fatto in Italia, i nuovi mezzi di comunicazione (la radio, il cinema e i cinegiornali) nonché i successi sportivi conseguiti dall'Italia fascista (come i Mondiali di calcio del 1934 e del 1938, e il titolo mondiale dei pesi massimi conquistato da Primo Carnera), che furono entrambi ampiamente utilizzati in funzione propagandistica. A questi Mussolini unì i primati aeronautici conquistati dall'Italia (le trasvolate atlantiche, la conquista del Polo Nord, i primati di velocità per idrocorsa) e quelli navali (il transatlantico Rex).

Mussolini riuscì spesso a interpretare correttamente la volontà della maggioranza del popolo italiano, attuando importanti interventi di tipo sociale, sanitario, previdenziale, economico e culturale.

Occorre inoltre sottolineare come la politica di potenza inaugurata dall'Italia fascista fosse vista con favore da gran parte della popolazione. Mussolini mirava a fare dell'Italia un paese temuto e rispettato, restaurando i fasti dell'Impero romano, recuperando i territori irredenti e realizzando il controllo italiano sul mediterraneo (il mare nostro). Questa politica - troncata dallo scoppio della seconda guerra mondiale - non produsse i risultati sperati, e ottenne solo di isolare l'Italia dai suoi ex alleati dell'Intesa, spingendola ad una sempre più stretta - e definitiva - alleanza con la Germania.

Hitler considerò Mussolini suo maestro:

« [...] concepii profonda ammirazione per il grand'uomo a sud delle Alpi che, pieno di fervido amore per il suo popolo, non venne a patti col nemico interno dell'Italia ma volle annientarlo con ogni mezzo. Ciò che farà annoverare Mussolini fra i grandi di questa Terra è la decisione di non spartirsi l'Italia col marxismo ma di salvare dal marxismo, distruggendolo, la sua patria. A petto di lui, quanto appaiono meschini i nostri statisti tedeschi! E da quale nausea si è colti al vedere queste nullità osar criticare chi è mille volte più grande di loro! »
(Adolf Hitler, Mein Kampf, cap. XV. trad. Andrea Irace)

Churchill, nel 1933, lo definì «il più grande legislatore vivente»[215] (soprattutto in relazione alla promulgazione del nuovo codice penale, varato nel 1930 dal ministro Alfredo Rocco e tuttora vigente) e «un grande uomo» ancora nel 1940.

Il 13 febbraio 1929, Pio XI, a due giorni dai Patti Lateranensi, tenne un discorso a Milano ad un'udienza concessa a professori e studenti dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, che fece passare alla storia la definizione di Benito Mussolini come «uomo della Provvidenza» (mentre invece il Pontefice aveva indicato nel Capo del governo italiano un più neutrale "l'uomo che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare") :

« Le condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di averCela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri. La soluzione era di far camminare le due cose di pari passo. E così, insieme al Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è dovuto consultarne molti. Dobbiamo dire che siamo stati anche dall'altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l'incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti « tamquam per medium profundam eundo » a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all'Italia e l'Italia a Dio. »
(Pio XI, allocuzione Vogliamo anzitutto[216])

Pio XI gli conferì l'Ordine dello Speron d'oro nel 1932;[217][218] molti in Europa, nel 1933, lo chiamarono «il salvatore della pace»;[219][220] lo stesso Franklin Delano Roosevelt gli riservò commenti lusinghieri;[215] Pio XII lo definì «il più grande uomo da me conosciuto e tra i più profondamente buoni».[221] Lo scrittore americano Ezra Pound, che incontrò di persona Mussolini nel 1933, lo celebrò nel libro "Jefferson and/or Mussolini".

A proposito della capacità del duce di edificare attorno a sé un notevole consenso, significativa tra le altre è l'opinione espressa dal giornalista Enzo Biagi in "Lui, Mussolini": «Mussolini è stato un gigante; considero la sua carriera politica un capolavoro. Se non si fosse avventurato nella guerra al fianco di Hitler, sarebbe morto osannato nel suo letto. Il popolo italiano era soddisfatto di essere governato da lui: un consenso sincero».

Le leggi razziali

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Leggi razziali fasciste.

Mussolini inizialmente aveva espresso disapprovazione nei confronti della politica razzista espressa dal nazionalsocialismo. Tuttavia, a partire dal 1938, in concomitanza dell'alleanza con la Germania, il regime fascista promulgò una serie di decreti il cui insieme è noto come leggi razziali, che introducevano provvedimenti segregazionisti nei confronti degli ebrei italiani e dei sudditi di colore dell'Impero.

Furono letti per la prima volta il 18 settembre 1938 a Trieste da Mussolini dal balcone del Municipio in occasione della sua visita alla città.

Fra i diversi documenti e provvedimenti legislativi che costituiscono il corpus delle cosiddette leggi razziali figura il Manifesto della razza, o più esattamente il Manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato una prima volta in forma anonima sul Giornale d'Italia il 15 luglio 1938 con il titolo Il Fascismo e i problemi della razza, e ripubblicato sul numero 1 de La difesa della razza il 5 agosto 1938.

Il 25 luglio - dopo un incontro tra i dieci redattori della tesi, il ministro della cultura popolare Dino Alfieri e il segretario del PNF Achille Starace - dalla segreteria politica del partito viene comunicato il testo definitivo del lavoro, completo dell'elenco dei firmatari e delle adesioni, aderenti e simpatizzanti del PNF.

Al regio decreto legge del 5 settembre 1938 - che fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» - e a quello del 7 settembre - che fissava «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri» - fece seguito (6 ottobre) una «dichiarazione sulla razza» emessa dal Gran Consiglio del Fascismo; tale dichiarazione venne successivamente adottata dallo stato sempre con un regio decreto legge che porta la data del 17 novembre.

Fra il '43 e il '45, il governo della Repubblica Sociale Italiana dichiarò gli ebrei «stranieri appartenenti per la durata della guerra a nazionalità ostile» e procedette al concentramento di numerose persone di religione ebraica, in particolare nel campo di prigionia di Fossoli. In territorio italiano sotto controllo tedesco, nella Risiera di San Sabba, vicino Trieste, sorse un campo prigionia che funse anche da luogo di raccolta per il trasporto degli ebrei nei campi di concentramento tedeschi. Nel campo le autorità tedesche compirono uccisioni di antifascisti locali e al suo interno fu anche installato un forno crematorio per eliminare i corpi dei prigionieri deceduti o giustiziati.[222]

Il secondo conflitto mondiale

Dalla «non belligeranza» alla «guerra parallela»

« Combattenti di terra, di mare, e dell'aria! Camicie Nere della Rivoluzione e delle Legioni, uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del Regno di Albania. Ascoltate! [...] La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia [...] La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo. »
(Dall'annuncio della dichiarazione di guerra, 10 giugno 1940)

Il 22 maggio 1939 Galeazzo Ciano, ministro degli esteri italiano, firma il Patto d'Acciaio con la Germania, che sancisce ufficialmente la nascita di un'alleanza vincolante italo-tedesca.

Il 30 maggio Mussolini incarica il generale Ugo Cavallero di recapitare ad Hitler un memoriale, in cui afferma che la guerra è inevitabile, ma che l'Italia non sarà pronta ad intraprenderla prima di 3 anni. Nonostante le iniziali rassicurazioni in merito, la Germania invade la Polonia il 1º settembre, determinando l'inizio del conflitto. Mussolini dichiara la «non belligeranza», grazie alla quale lo Stato italiano si manterrà momentaneamente fuori dalla guerra.

Il 10 marzo 1940 Mussolini accoglie a Roma il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop e il successivo 18 marzo incontra Hitler al Brennero, ricevendo da entrambi forti pressioni ad entrare in guerra al fianco della Germania. Il 16, il 22, il 24 e il 26 aprile riceve messaggi da Winston Churchill, da Paul Reynaud, da Pio XII e da Roosevelt, i quali gli chiedono di rimanere neutrale. Addirittura Churchill, rimasto grande ammiratore di Mussolini, gli garantisce che, in caso avesse mantenuto l'Italia neutrale, la Gran Bretagna avrebbe sostenuto al termine del conflitto tutte le aspirazioni territoriali italiane, come la Tunisia e Nizza.

Di fronte agli straordinari e inaspettati successi della Germania nazista tra l'aprile e il maggio del 1940, Mussolini ritiene che gli esiti della guerra siano oramai decisi, e, sia per poter ottenere eventuali compensi territoriali, sia per timore di un'eventuale invasione nazista dell'Italia se quest'ultima non si fosse schierata apertamente al fianco della Germania (come ebbe poi a spiegare lo stesso Mussolini[senza fonte]), il 10 giugno dichiara guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Alla contrarietà e alle rimostranze di alcuni importanti collaboratori e militari (fra cui Pietro Badoglio, Dino Grandi, Galeazzo Ciano e il generale Enrico Caviglia) Mussolini avrebbe risposto:

« Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative.[223] »

Sul fronte con la Francia, le truppe italiane assunsero inizialmente un atteggiamento difensivo, sia per la mancanza di un'adeguata artiglieria e contraerea (non vi era stato il tempo di mobilitare tutti i reparti necessari all'avanzata), sia per la riluttanza ad attaccare i cugini d'oltralpe. Conseguentemente, i primi a prendere l'iniziativa furono gli avversari: aerei britannici, decollati da aeroporti francesi, bombardano Torino nella notte tra l'11 e il 12 giugno. Come ritorsione, aerei italiani bombardano le basi militari francese di Hyères e Tolone. Il 14 la zona industriale di Genova venne bombardata e, di conseguenza, l'esercito italiano ricevette l'ordine di passare decisamente alla contro-offensiva, programmata per il 18. Gli Italiani attaccano quindi Biserta, Bastia e Calvi.

Copertina di un numero del 13 maggio 1940 di Newsweek (3 settimane prima dell'entrata in guerra dell'Italia), che ritrae Mussolini con il titolo: "Il Duce: uomo-chiave del Mediterraneo".

Il 22 giugno la Francia firma l'armistizio con la Germania. Il 18, dopo che in territorio alpino si erano avuti solo marginali scontri tra truppe anglo-francesi e italiane, Mussolini partecipa ad un vertice a Monaco di Baviera con Hitler per discutere dell'inaspettata e improvvisa resa: le condizioni di pace richieste dal duce (ossia l'occupazione e amministrazione di Corsica, Tunisia, Somalia francese e del territorio francese sino al Rodano, la concessione di basi militari a Orano, Algeri e Casablanca, la consegna della flotta e dell'armata aerea e la denuncia dell'alleanza col Regno Unito) vengono solo parzialmente accolte, in quanto furono riconosciute all'Italia solo le richieste di occupazione.

Il 24 giugno la Francia firma l'armistizio con l'Italia, riconoscendole, oltre alla richieste di occupazione, anche la cessione di una porzione di territorio francese di confine e la smilitarizzazione di una fascia larga 50 miglia lungo il confine franco-italiano e libico-tunisino.

Di fronte alla notizia di un imminente sbarco in Inghilterra dei tedeschi (Operazione Leone Marino), Italo Balbo, governatore della Libia, riceve l'ordine di avanzare verso l'Egitto, protettorato inglese (25 giugno). Ma il 28, mentre sorvola Tobruch bombardata dagli inglesi, venne abbattuto dalle batterie antiaeree italiane, che lo avevano scambiato per un nemico.

Le iniziali parziali vittorie si rivelano tuttavia effimere, poiché la guerra si prolunga oltre il previsto, rivelando l'impreparazione, la disorganizzazione e le deficienze dell'esercito italiano. In Africa, nel dicembre 1940 gli inglesi danno vita ad una vigorosa contro-offensiva che porterà, tra l'altro, alla conquista dell'Africa Orientale Italiana entro il giugno 1941. Le ultime truppe italiane si arrenderanno a Gondar il 21 novembre. La superiorità numerica e tecnologica degli inglesi[224] e la progressiva perdita d'iniziativa della marina italiana[225] non possono che condurre alla disfatta.

In seguito, gli scontri tra le due marine nemiche si limiteranno, da parte italiana, alla guerra sottomarina, alla protezione delle rotte di rifornimento tra la Sicilia e la Libia, a sporadici tentativi di intercettazione di convogli inglesi sulla rotta Gibilterra-Alessandria d'Egitto e ad operazioni temerarie compiute da mezzi d'assalto (quali i MAS, i «barchini» - piccole barche dotate di siluri e mitragliatrice che causarono l'affondamento di molte navi inglesi- e i «maiali» ossia piccoli sommergibili).

Il 27 settembre 1940 Italia, Germania e Giappone si uniscono nel Patto Tripartito, cui aderiranno anche nell'ordine, nel corso della guerra, Ungheria (20 novembre 1940), Romania (23 novembre), Slovacchia (24 novembre), Bulgaria (1º marzo 1941) e Jugoslavia (27 marzo).

Il 4 ottobre 1940 Mussolini incontra Hitler al Brennero per stabilire di comune accordo una strategia militare; tuttavia, il 12 ottobre i tedeschi prendono controllo della Romania, sita nella zona di influenza italiana e ricca di giacimenti petroliferi, senza avvisare gli Italiani. Conseguentemente, Mussolini decide di imbarcarsi in una «guerra parallela» a fianco dell'alleato tedesco, al fine di non dipendere troppo dall'iniziativa militare e politica di Hitler; sempre convinto che la Gran Bretagna sarebbe scesa presto a patti col führer e che il principale fronte di guerra sarebbe così stato chiuso. Il 19 ottobre il duce gli invia una lettera in cui comunica la sua intenzione di attaccare la Grecia. Hitler si reca a Firenze il 28 ottobre, per dissuadere Mussolini dall'impresa, ma questi lo avvertirà, assumendo un atteggiamento simile a quello avuto dall'alleato con l'aggressione alla Romania, che l'attacco era già iniziato da alcune ore.

L'attacco alla Grecia si conclude in un disastro: la stagione invernale e il territorio montuoso ostacolano ogni tentativo d'avanzata, anche a causa dell'equipaggiamento del tutto inadeguato in dotazione alle truppe italiane. L'esercito greco, rafforzato dall'arrivo di oltre 70.000 militari inglesi, si rivela inoltre più agguerrito e organizzato del previsto; anche l'appoggio di numerose squadriglie aeree e navali britanniche risulta determinante. Gli Italiani sono costretti a ripiegare in territorio albanese, dove solo nel dicembre 1940 riescono a bloccare la contro-offensiva degli avversari, trasformando così il conflitto in una guerra di posizione.

La guerra «tedesca»

Mussolini in una foto a colori, con la divisa da Comandante in capo e le insegne di Primo Maresciallo dell'Impero sul cappello

Il 19 e il 20 gennaio 1941, a Berchtesgaden, Mussolini incontra Hitler, il quale gli promette l'invio di contingenti tedeschi in Grecia e in Africa del Nord a sostegno delle truppe italiane lì presenti, che d'ora in poi dipenderanno sempre più dall'aiuto del potente alleato. L'incontro rappresenta il definitivo abbandono da parte italiana della strategia della «guerra parallela» (rivelatasi insostenibile e fallimentare), e si traduce in una conduzione del conflitto sempre più conforme alle direttive e agli interessi nazionalsocialisti, ovvero in una sorta di «guerra tedesca».

Il 9 febbraio la marina britannica bombarda Genova. L'11 febbraio il duce incontra Francisco Franco a Bordighera per convincerlo ad entrare in guerra a fianco delle forze dell'Asse, ma fallisce nel suo intento. A partire dal 12 febbraio giungono in Libia gli aiuti militari promessi dal Fuehrer: i Deutsche Afrikakorps, composti principalmente di mezzi corazzati ("panzer") e da rinforzi aerei, sotto il comando di Erwin Rommel.

Rivestendo de facto il ruolo di comandante supremo delle truppe italiane nella regione (seppur ufficialmente fosse un sottoposto del comandante superiore delle Forze Armate in Africa generale Italo Gariboldi), la «volpe del deserto» riesce rapidamente a riorganizzarle e a guidare un'efficace offensiva (cominciata il 24 marzo) contro le armate britanniche del generale maggiore Richard O'Connor, che nel frattempo avevano conquistato la Cirenaica (Operazione Compass). Entro maggio le truppe dell'Asse riacquisiscono il controllo della Libia (eccettuata Tobruch, che resiste al lungo assedio - cominciato il 10 aprile - grazie alla presenza di una forza di occupazione inglese), respingono un tentativo di contro-offensiva (l'Operazione Brevity) e conquistano una porzione di territorio egiziano di confine. In conseguenza delle sconfitte subite, il comando delle truppe del Regno Unito verrà affidato al generale Claude Auchinleck; questi comanderà, nel novembre e nel dicembre, una grande offensiva (l'Operazione Battleaxe) con lo scopo di alleviare l'assedio di Tobruch, ma fallirà nel suo intento.

Il 27 marzo in Jugoslavia, che solo due giorni prima aveva aderito al Patto Tripartito, gli inglesi organizzano con successo il colpo di Stato del generale nazionalista serbo Dušan Simović (il reggente Paolo viene esiliato e il Ministro degli Esteri e il Primo Ministro vengono destituiti). Il nuovo governo jugoslavo firma un trattato di amicizia con l'Unione Sovietica (5 aprile). Di fronte al rischio portato dall'eccessivo rafforzamento della presenza inglese nei Balcani e da un'eventuale alleanza in funzione anti-Asse della Jugoslavia con l'Unione Sovietica, la Germania, l'Ungheria e la Bulgaria attaccano la Jugoslavia. Nel medesimo giorno anche l'Italia le dichiara guerra. L'avanzata italiana si rivela un successo in area slovena e in Dalmazia e la Jugoslavia capitola rapidamente (17 aprile). Pietro II fugge a Londra. L'Italia ottiene la maggior parte della costa dalmata e la provincia di Lubiana, mentre il Kosovo viene annesso all'Albania italiana.

Nel frattempo, le truppe italiane, dopo mesi di stallo, riprendono ad avanzare in Albania (13 aprile), che viene totalmente riconquistata in pochi giorni, e in Epiro. Sempre nel mese di aprile le armate italiane e tedesche sferrano congiuntamente un nuovo attacco alla Grecia, che ben presto firma la resa con la Germania (21 aprile). Mussolini, che si sente umiliato a causa dell'esclusione dell'Italia dal trattato di pace, pretende di essere rispettato. Per ordine di Hitler, la cerimonia della firma viene quindi ripetuta due giorni dopo anche in presenza di autorità italiane (23 aprile). Il 3 maggio truppe italo-tedesche sfilano ad Atene e il 1º giugno cade Creta, ultimo avamposto nemico rimasto nella regione. Nonostante la conquista dei Balcani fosse dovuta esclusivamente all'intervento delle forze germaniche, Mussolini ottenne il diritto di occupare le isole Ionie e la maggior parte della Grecia, che non rientravano nella zona d'influenza tedesca.

Il 2 giugno del 1941 Mussolini incontra nuovamente Hitler, che il 22 ordina l'attacco all'Unione Sovietica (operazione Barbarossa). In luglio viene inviato in Russia il CSIR (composto di 58.800 soldati al comando del generale di corpo d'armata Giovanni Messe), come sostegno dell'alleato tedesco. Il 25 agosto, nel Quartier generale tedesco a Rastenburg, nella Prussia orientale, il Duce passa in rassegna le truppe accanto a Hitler.

Il 7 dicembre la flotta giapponese attacca Pearl Harbor, base militare statunitense, determinando l'entrata in guerra degli Stati Uniti. Il 12 dicembre l'Italia dichiara guerra agli Stati Uniti, seguendo l'iniziativa dell'alleato tedesco che aveva assunto lo stesso provvedimento il giorno precedente. Il 18 dicembre un'incursione italiana nel porto di Alessandria d'Egitto causa ingenti danni alla marina britannica.

L'inversione di tendenza nella guerra: l'inizio della fine

A partire dal 15 febbraio 1942 giungono in Russia numerosi rinforzi italiani a sostegno dell'avanzata tedesca: entro 5 mesi vengono inviati oltre 160.000 soldati. Il 9 luglio il CSIR viene affidato alla guida del generale Italo Gariboldi (che sostituisce il precedente comandante, il generale Giovanni Messe) e muta il proprio nome in ARMIR ("ARMata Italiana in Russia"), che arriverà a contare più di 200.000 uomini. L'esercito italiano si distingue per coraggio sul fronte sovietico, in particolar modo a Stalino, tuttavia appare in tutta la sua evidenza l'inadeguatezza e l'arretratezza dell'equipaggiamento in dotazione alle truppe. La battaglia di Stalingrado si rivela decisiva per il destino della campagna di Russia e, più in generale, per le sorti della guerra: il 2 febbraio 1943 le forze tedesche accerchiate nella città sul Volga si arrendono. Il corpo di spedizione italiano viene sconfitto a partire dal 16 dicembre 1942 nella seconda battaglia difensiva del Don; costretto ad una sfibrante ritirata nella neve subisce perdite ingenti di uomini e materiali costringendo i comandi italo-tedeschi a ordinarne il ritiro dal fronte. I superstiti faranno rientro in patria tra l'aprile e il maggio 1943: oltre 60.000 saranno i soldati ufficialmente dispersi, in gran parte prigionieri che moriranno negli anni seguenti nei campi di detenzione sovietici.

Il 29 aprile 1942 Mussolini incontra Hitler a Salisburgo: durante questo colloquio i due capi di governo si accordano per scatenare a breve una grande offensiva in Africa settentrionale. Tra il 26 maggio e il 21 giugno le truppe dell'Asse si rendono protagoniste di una vittoriosa avanzata in Libia (battaglia di Ain el-Gazala), che porta, tra l'altro, alla caduta di Tobruch (20 giugno), assediata da oltre un anno. Le armate di Erwin Rommel si trovano a soli 100 chilometri circa da Alessandria d'Egitto, che, secondo le previsioni dei plenipotenziari italiani e tedeschi, avrebbe dovuto esser raggiunta in poco tempo. Il 29 giugno Mussolini parte per la Libia, dove si trattiene sino al 20 luglio. Tra l'1 e il 29 luglio si combatte la Prima battaglia di El Alamein: le truppe italo-tedesche tentano invano di sfondare le linee difensive inglesi. Fra il 31 agosto e il 5 settembre fallisce, nella battaglia di Alam Halfa, l'ultimo tentativo di sfondamento delle armate del Patto Tripartito. Nella Seconda battaglia di El Alamein (combattuta tra il 23 ottobre e il 3 novembre) le truppe del Commonwealth del generale Bernard Law Montgomery (che in agosto aveva sostituito al comando il generale Claude Auchinleck) sconfiggono gli avversari, costringendoli a un disastroso ripiegamento.

L'avanzata inglese si rivela incontenibile: l'8 novembre 1942 con l'Operazione Torch le truppe anglo-americane sbarcano in Marocco e in Algeria (amministrate fino ad allora dalla Francia di Vichy, stato teoricamente neutrale), la Libia viene rapidamente perduta (il 23 gennaio 1943 cade Tripoli), e tra il 19 e il 25 febbraio 1943 le forze italo-tedesche vengono nuovamente sconfitte nelle battaglia del passo di Kasserine, combattuta in Tunisia (che l'Asse aveva fatto occupare in gennaio). Il 13 maggio le ultime truppe dell'Asse, al comando del generale Messe, si arrendono. Mussolini stesso dà l'ordine a Messe di accettare la resa, e contestualmente nomina Messe maresciallo.

Nel novembre e nel dicembre 1942, Mussolini, abbattuto e depresso, si lascia sostituire da Ciano in due colloqui con Hitler. Il 2 dicembre, dopo 18 mesi di silenzio e conscio dei recenti rivolgimenti, torna a parlare al popolo italiano da Palazzo Venezia.

Dal 7 al 10 aprile 1943 Mussolini incontra Hitler a Klessheim (nei dintorni di Salisburgo). Sempre più pessimista sull'esito della guerra, gli propone di giungere ad un armistizio coi sovietici, al fine di concentrare gli sforzi sugli altri fronti di guerra. Il Führer rimane irremovibile sulle sue posizioni. Hitler ha capito che Mussolini vuole tirare fuori l'Italia dal conflitto, ma se acconsentisse creerebbe un precedente cui si appellerebbero tutte le nazioni dell'Asse.[226]

Intanto in Italia si diffondono pressioni sul Re affinché licenzi Mussolini e si rivolga agli anglo-americani, anche attraverso la mediazione della Santa Sede. Tali richieste provengono soprattutto da ambienti militari, per i quali la guerra è ormai perduta. Ma sta maturando anche nelle alte sfere del regime il convincimento che se il Re allontanasse Mussolini dal governo, al popolo italiano sarebbe risparmiata una catastrofe maggiore. Berlino viene messa a conoscenza di questi tentativi di fronda dagli informatori dislocati sulla penisola.[227]

La notte tra il 9 luglio e il 10 luglio gli anglo-americani sbarcano in Sicilia, avanzando nell'isola.[228] Gli eserciti alleati sviluppano una doppia azione: cominciano a risalire il Paese dal Sud e lo bombardano al Nord.

Il 13 luglio un gruppo di gerarchi guidato da Roberto Farinacci si riunisce per decidere il da farsi. In una seconda riunione il 16 luglio, essi chiedono la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo, non più riunitosi dal 1939.[229]

La caduta e l'arresto

L'Italia è stata da poco invasa dalle truppe alleate e Mussolini decide di scrivere a Hitler per manifestare all'alleato l'impossibilità per l'Italia di continuare il conflitto. Ma il Führer lo prende in contropiede annunciandogli la sua venuta in Italia per incontrarlo di persona.[230] Il vertice è previsto dal 19 luglio al 21 luglio 1943 nei pressi di Feltre (BL), nella villa del senatore Achille Gaggia. L'intenzione di Mussolini è dire a Hitler che l'Italia è «costretta a cercare una via d'uscita dall'alleanza e dalla guerra». Tuttavia, di fronte al Führer, che mette chiaramente le carte in tavola e lo inchioda alle sue responsabilità, rimane in silenzio. Il vertice, che doveva durare tre giorni, si risolve in tre ore e mezzo.[231]

Mussolini spiega così il suo stato d'animo dopo il fallimento del vertice di Villa Gaggia, replicando alle voci che lo sollecitavano a portare l'Italia fuori dal conflitto:

« Credete forse che questo problema io non lo senta agitarsi da tempo nel mio spirito travagliato? Ammetto l'ipotesi di sganciarsi dalla Germania: la cosa è semplice, si lancia un [messaggio via] radio al nemico. Quali saranno le conseguenze? Eppoi, si fa presto a dire sganciarsi dalla Germania. Credete forse che Hitler ci lascerebbe libertà d'azione?[232] »

Di ritorno dall'incontro con Hitler, è sconvolto dal bombardamento su Roma, avvenuto proprio durante l'incontro e di cui è stato informato immediatamente assieme ad Hitler. La capitale è stata attaccata da una flotta di circa 200 aeroplani, che ha colpito soprattutto la zona di San Lorenzo.

Il 21 luglio Mussolini concede la convocazione del Gran Consiglio per sabato 24, e ordina di non divulgare la notizia agli organi di stampa. Il 22 (giovedì) si reca in mattinata dal Re per il consueto colloquio,[233] durante il quale gli riferisce dell'incontro con Hitler e della convocazione del G.C. Si esaminano i pro e i contro di un eventuale mutamento di alleanze. Viene paventata l'ipotesi che la Germania voglia annettersi i territori conquistati dall'Italia in seguito alla prima guerra mondiale (Alto Adige, Istria, Fiume e Dalmazia).[234]

I due convergono sulla decisione di trarre l'Italia fuori dal conflitto, lasciando l'Asse alla sua sorte, ma il presupposto indispensabile è che il Duce lasci il potere. Il Re ricorda infatti a Mussolini che dopo la conferenza di Casablanca la sua presenza al governo è considerata un ostacolo a qualsiasi trattativa con gli anglo-americani.[235] Nel primo pomeriggio dello stesso giorno riceve e prende in esame l'ordine del giorno (corredato dalle firme dei gerarchi che lo sostengono) che Dino Grandi intende presentare alla seduta del Gran Consiglio. Lo definisce "inammissibile e vile".[234] Poi riceve in udienza Grandi in persona. I due discutono gli ultimi avvenimenti politici, poi l'ordine del giorno. Grandi esorta Mussolini a rassegnare volontariamente le dimissioni. Il Duce lo ascolta senza lasciar trasparire nessuna emozione.

Nel pomeriggio di sabato 24 luglio, in segreto, si apre una lunga seduta del Gran Consiglio che si concluderà alle prime ore del giorno successivo (25 luglio), con l'approvazione dell'ordine del giorno presentato da Dino Grandi.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ordine del giorno Grandi.

Viene di fatto approvata l'esautorazione di Mussolini dai suoi incarichi di governo. La votazione, seppur significativa (in quanto votata dai massimi rappresentanti del Partito), non aveva de iure alcun valore, poiché per legge il Capo del Governo era responsabile del proprio operato solo dinanzi al Sovrano, il quale era l'unico a poterlo destituire.

La mattina di domenica 25 luglio, dopo essersi recato regolarmente nel suo studio di Palazzo Venezia per occuparsi degli affari correnti, Mussolini chiede al sovrano di poter anticipare l'abituale colloquio del lunedì, e accetta di presentarsi da questi, giungendo insieme al suo segretario Nicola De Cesare alle ore 17 a Villa Savoia (oggi Villa Ada). Vittorio Emanuele III comunica a Mussolini la sua sostituzione con Pietro Badoglio, garantendogli l'incolumità. Mussolini non era però al corrente delle reali intenzioni del monarca, che aveva posto sotto scorta il Capo del Governo e aveva fatto circondare l'edificio da duecento carabinieri.

Il tenente colonnello Giovanni Frignani,[236] che coordinava l'operazione, espone telefonicamente ai capitani Paolo Vigneri e Raffaele Aversa gli ordini del re. I carabinieri fanno salire Mussolini e De Cesare in un'autoambulanza della Croce Rossa Italiana, senza specificargli la destinazione ma rassicurandolo sulla necessità di tutelare la sua incolumità (pomeriggio del 25 luglio). In realtà, Vittorio Emanuele III aveva ordinato di arrestare Mussolini.[237]

L'armistizio fra l'Italia e gli Alleati firmato il 3 settembre e reso noto la sera dell'8 senza delle precise istruzioni per le truppe italiane, lascia nella confusione più totale un Paese già allo sbando. L'Italia si spacca, in quella che è stata poi definita una guerra civile, tra coloro che si schierano con gli Alleati (che controllano parte del Meridione e la Sicilia), e coloro che invece accettano di proseguire il conflitto a fianco dei tedeschi (che hanno intanto occupato gran parte della penisola, incontrando una debole resistenza da parte delle truppe italiane dislocate alle frontiere e nei pressi di Roma e di altre località).

Frattanto il re, con parte della famiglia, Badoglio e i suoi principali collaboratori, fugge in Puglia, ponendosi sotto la protezione degli ex nemici: lì costituisce un governo sotto supervisione alleata, che dichiarerà guerra alla Germania il 13 ottobre.

Mussolini, subito dopo il suo arresto, è dapprima trattenuto in una caserma dei carabinieri a Roma. Su sua richiesta, Badoglio pensa di trasferirlo alla Rocca delle Caminate, ma il prefetto di Forlì, Marcello Bofondi, fascista della prima ora, sentito telegraficamente, si oppone recisamente, sostenendo, in un tal caso, di non poter garantire l'ordine pubblico.[238] Così, Mussolini viene invece trasportato nell'isola di Ponza (dal 27 luglio). Ma i tedeschi sono sulle sue tracce. Per depistarli, viene portato sull'isola della Maddalena (7 agosto - 27 agosto 1943) e infine a Campo Imperatore sul Gran Sasso, in un luogo ritenuto inattaccabile dall'esterno. Mussolini, che si sente ormai finito, tenta di uccidersi tagliandosi le vene, ma si procura solo ferite superficiali e viene medicato.[239] Il 12 settembre venne liberato da un commando di paracadutisti tedeschi (Fallschirmjäger-Lehrbataillon) guidati dal capitano delle SS Otto Skorzeny.

Gran Sasso: Mussolini appena liberato, al centro della fotografia, con cappotto e cappello nero
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione Quercia.

Mussolini venne tradotto in Germania, dove il 14 settembre incontra Hitler a Rastenburg. Questi lo invita a formare una repubblica protetta dai tedeschi. Il 18 settembre, da Monaco Mussolini pronuncia alla radio il suo primo discorso dopo l'arresto del 25 luglio:

« … Dopo un lungo silenzio ecco che nuovamente vi giunge la mia voce, e sono certo che la riconoscerete… »

Dopo aver fatto un'ampia esposizione su ciò che stava avvenendo in Italia, addossa la responsabilità della sua destituzione al Re, ai generali e ai gerarchi fascisti, che accusò di alto tradimento. Alla fine del discorso annuncia la ricostituzione dello Stato, delle sue Forze armate e del partito fascista, con la nuova denominazione di Partito Fascista Repubblicano ("PFR").

Mussolini ritorna in Italia il 23 settembre e costituisce un nuovo governo, che si riunisce per la prima volta il 27 settembre alla Rocca delle Caminate (residenza di Mussolini a Predappio, dal 1927).

La Repubblica Sociale Italiana

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica Sociale Italiana.

Di fatto la neonata Repubblica Sociale Italiana è uno stato controllato soprattutto dai tedeschi e a Mussolini viene concessa poca libertà di azione. Solo sull'ambito economico e sull'organizzazione militare dei soldati italiani aderenti alla RSI, Mussolini e i suoi gerarchi hanno una certa autonomia. Hitler intanto aveva posto sotto il diretto controllo del Reich l'intera area nord-orientale dello stato italiano (ovvero le province di Trento, Bolzano, Belluno, Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Lubiana[240] e Zara) nonché i territori precedentemente italiani o sotto il controllo italiano al di fuori della penisola (le truppe tedesche nei giorni immediatamente successivi all'armistizio di Cassibile occuparono l'Albania, che essendo unita all'Italia tramite la corona dei Savoia fu dichiarata "indipendente" e gli ustascia si annessero d'arbitrio alla Dalmazia, esclusa Zara).

Tra il 23 e il 27 settembre 1943 Mussolini si insedia a Gargnano, sul lago di Garda (tuttavia la maggior parte degli uffici governativi è distribuita in località limitrofe, fino a Brescia). L'agenzia di stampa ufficiale si installa a Salò, da cui il nome non ufficiale di "Repubblica di Salò", a causa dell'intestazione dei comunicati radiostampa.

Il 14 novembre si tiene a Verona la prima assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano, durante la quale viene redatto il Manifesto di Verona, ovvero il programma di governo del PFR. Mussolini (che ricopre la carica di "duce, capo del governo" della repubblica de facto, essendo tale carica prevista nel manifesto ma non essendo stata da lui assunta in forza di elezioni) annuncia che verrà rimandata al termine del conflitto la convocazione di un'assemblea costituzionale per la redazione della costituzione della RSI, della quale si era prefigurata la convocazione il 13 ottobre.

L'8 dicembre viene costituita con decreto la Guardia Nazionale Repubblicana ("GNR"), posta al comando di Renato Ricci. In essa confluiscono parte degli effettivi dei Reali Carabinieri (corpo che viene disciolto), della Polizia dell'Africa Italiana e della MSVN (mai ufficialmente disciolta sino a tale data). Inoltre alcune migliaia di reclute italiane sono inviate in Germania per essere addestrate e formare quattro divisioni (Divisione Alpina Monterosa, San Marco, Littorio e Italia).

Tra l'8 e il 10 gennaio 1944 si tiene il processo di Verona, nel quale vengono giudicati i gerarchi "traditori" che si erano schierati contro Mussolini il 25 luglio 1943: tra questi, viene condannato a morte il genero del duce, Galeazzo Ciano. Non è noto se Mussolini non avesse voluto salvare la vita al marito di sua figlia (nonché dei suoi ex collaboratori) oppure se non avesse effettivamente potuto influire sui verdetti del tribunale giudicante, data la pesante ingerenza tedesca. È invece quasi certo che le istanze di grazia presentate dai condannati non furono inoltrate direttamente a Mussolini per volontà di Alessandro Pavolini, il quale da un lato voleva impedire un eventuale "cedimento sentimentale" del duce e il conseguente placet alla grazia, e dall'altro intendeva risparmiare al duce l'angoscia della scelta, per lui "obbligata".[241]

Il 21 aprile il duce si incontra con Hitler a Klessheim, e il 15 luglio si reca in Germania per ispezionare le quattro divisioni italiane che gli ufficiali tedeschi stanno addestrando. Il 20, giorno dell'attentato di von Stauffenberg rivede Hitler per l'ultima volta.

Mussolini durante il discorso del Lirico

Il 16 dicembre, al Teatro Lirico di Milano,[242] pronuncia il suo primo e ultimo discorso pubblico dalla costituzione della RSI. Parla delle "armi segrete" tedesche, di cui Hitler gli avrebbe dato prova, e della possibilità di mantenere "la valle del Po" con le unghie e coi denti. Inoltre afferma la volontà della RSI di procedere alla socializzazione dell'Italia.

Nell'aprile, sempre più isolato e impotente, dopo che il fronte della Linea Gotica ha ceduto e le forze tedesche in Italia sono ormai in rotta, Mussolini si trasferisce a Milano. Il 25 aprile, ottiene un incontro con il cardinale Ildefonso Schuster, che sta tentando di mediare con il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) la resa delle forze fasciste, nella speranza di evitare ulteriori spargimenti di sangue. Tuttavia l'indecisione di Mussolini e l'intransigenza delle parti rendono impossibile qualsiasi accordo. I comandi delle SS tedesche (generale Wolff), poco prima dell'arrivo del duce, fanno sapere al cardinale di non aver più bisogno di lui, avendo essi nel frattempo stretto un patto separato con gli Alleati (all'oscuro di Hitler, ovviamente) e con uomini vicini al CLN.[243] Appresa da Schuster la notizia, Mussolini si sente tradito e definitivamente abbandonato anche dai tedeschi, interrompe la discussione e lascia precipitosamente l'arcivescovado.[244]

Nonostante il parere contrario di parte del suo seguito, Mussolini decide quindi di lasciare Milano. I motivi della decisione non sono del tutto chiari (nei giorni precedenti si era parlato di un'ultima resistenza in un possibile "ridotto della Valtellina"). Vi è chi ritiene che fosse stato concordato un incontro segreto con emissari alleati provenienti dalla Svizzera, ai quali Mussolini si sarebbe dovuto consegnare portando con sé importanti documenti.[senza fonte] Alcuni sostengono che se l'intento fosse stato solo quello della fuga, Mussolini avrebbe potuto utilizzare il trimotore SM79 pronto all'aeroporto di Bresso, con il quale alcuni personaggi minori della RSI e parte della famiglia Petacci ripararono in Spagna il 26 aprile.[245] Si è anche supposto che Mussolini, nell'improbabilità di uscirne indenne, volesse a tutti i costi evitare di cadere nelle mani degli Alleati,[246] pur nella consapevolezza che se fosse finito in mano ai partigiani sarebbe stato certamente giustiziato.[247]

Nel tardo pomeriggio del 25 aprile, la colonna di Mussolini parte dalla Prefettura alla volta di Como, per poi proseguire quasi subito verso Menaggio, lungo la sponda occidentale del lago (anziché verso la più sicura sponda orientale, come proposto dal capo del Partito Fascista Repubblicano Alessandro Pavolini).[248] Mussolini trascorre l'ultima notte da uomo libero pernottando in un albergo del piccolo comune di Grandola, a pochi chilometri dal confine svizzero. Il giorno dopo Mussolini, insieme a pochi fedeli e a Claretta Petacci, che lo aveva frattanto raggiunto, ridiscende verso il lago. Sulla statale Regina si unisce ad una colonna della contraerea tedesca in ritirata e alla colonna di Pavolini, che arrivato a Como in mattinata aveva subito proseguito lungo il lago.

Croce che marca il luogo, presso Giulino di Mezzegra, dove Mussolini venne fucilato

La colonna viene fermata a Musso alle ore 6:30 dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" al comando di Pier Luigi Bellini delle Stelle "Pedro". Dopo lunghe trattative, si giunge all'accordo che i tedeschi possono proseguire dopo una perquisizione, mentre gli italiani devono essere consegnati. Mussolini viene convinto dal tenente SS Birzer, incaricato di custodirlo dal suo comando poco prima della partenza da Gargnano, a nascondersi su un camion tedesco indossando un cappotto da sottufficiale e un elmetto. Dopo pochi chilometri la colonna viene fermata a Dongo e, durante l'ispezione, Mussolini viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri "Biondino" e subito arrestato dal vice commissario Urbano Lazzaro "Bill".[249]
Nel municipio di Dongo viene interrogato e in serata, per sicurezza, viene trasferito a Germasino, nella caserma della Guardia di Finanza. Durante la notte viene ricongiunto con Claretta Petacci e insieme si pensa di trasferirli a Brunate per poi condurli in un secondo tempo a Milano, ma durante il percorso numerosi posti di blocco convincono gli accompagnatori Luigi Canali "Neri", Michele Moretti "Pietro" e Giuseppina Tuissi "Gianna" a desistere e a trovare una diversa destinazione. Per questo vengono portati a Bonzanigo e ospitati presso amici.

La morte di Mussolini

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Morte di Benito Mussolini.
« Qui Radio Milano liberata! »
(Comunicato di Radio Milano, che in seguito annuncerà la cattura e la successiva esecuzione di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti.)
I corpi di Mussolini (secondo da sinistra) e di Claretta Petacci (riconoscibile dalla gonna) esposti a Piazzale Loreto. Il primo corpo a sinistra è di Bombacci. Gli ultimi a destra sono Pavolini e Starace.

Pochi giorni prima era stato emesso un comunicato del CLN[250] nel quale si esprimeva la necessità di una rinascita sociale e politica dell'Italia, attuabile solo attraverso l'uccisione di Mussolini e la distruzione di ogni simbolo del partito fascista. Il documento era a firma di tutti i componenti del CLN (Partito comunista, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Democrazia del Lavoro, il Partito d'Azione, la Democrazia Cristiana, il Partito Liberale Italiano).

La decisione di dar corso pratico al comunicato fu presa da coloro che detenevano Mussolini nell'arco di poche ore, in un contesto in cui era molto difficile mettersi in contatto con Roma e far riunire il Comitato di Liberazione Nazionale. I partigiani che lo avevano catturato informarono (usando il telefono di una centrale idroelettrica) il comando di Milano, che mandò subito un reparto di partigiani appena arrivati dall'Oltrepò Pavese e alcuni emissari politici (Aldo Lampredi, Pietro Vergani e Walter Audisio).

Secondo Raffaele Cadorna,[251] nell'impossibilità di contattare il CLN venne presa la decisione che facesse il miglior interesse dell'Italia. Cadorna sosteneva che se Mussolini fosse stato consegnato agli Alleati ne sarebbe scaturito un processo a un intero ventennio di politica italiana, nel quale sarebbe stato difficile separare le responsabilità di un popolo da quelle del suo condottiero. Nel conseguente discredito, l'eventuale sopravvivenza di Mussolini non avrebbe avuto nessuna utilità. La mattina del 28 aprile Leo Valiani portò a Cadorna un ordine di esecuzione a firma del CLNAI, riferendogli che si trattava della decisione raggiunta da Valiani medesimo insieme con Luigi Longo, Emilio Sereni e Sandro Pertini la sera precedente: uccidere Mussolini senza processo, data l'urgenza.[252]

La sua tomba nella Cripta della famiglia Mussolini nel cimitero di Predappio

L'esecuzione avvenne il 28 aprile 1945. Mussolini fu fucilato assieme a Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra in via XXIV maggio, in corrispondenza del muretto del cancello di Villa Belmonte, a 21 km da Dongo.[253] I tempi e i modi dell'esecuzione furono dettati anche dalla volontà di evitare interferenze da parte degli alleati, che avrebbero preferito catturare Mussolini e processarlo davanti ad una corte internazionale.

Cinegiornale americano sulla morte di Mussolini nel 1945

Nel frattempo a Dongo, un altro gruppo del reparto di partigiani delle Brigate Garibaldi sopraggiunti dall'Oltrepò Pavese fucilava i gerarchi del seguito di Mussolini, tra i quali il filologo Goffredo Coppola (allora rettore dell'Università di Bologna), Alessandro Pavolini (segretario del PFR), Nicola Bombacci (che era stato uno dei fondatori del Partito Comunista d'Italia e aveva successivamente aderito alla RSI), il Ministro dell'economia Paolo Zerbino, il Ministro della cultura popolare Ferdinando Mezzasoma e Marcello Petacci (fratello di Claretta) che si era unito alla colonna a Como nel tentativo di dissuadere la sorella dal seguire Mussolini.

I corpi di Mussolini e degli altri giustiziati furono poi trasportati a Milano, dove arrivarono in serata. In via Fabio Filzi quando da poco erano superate le 22 Walter Audisio e i suoi uomini vennero fermati a un posto di blocco da sappisti della Pirelli Brusada appartenenti alla 110ª Brigata Garibaldi che volevano ispezionare l'autofurgone in cui erano contenuti i corpi. Al rifiuto di Walter Audisio seguirono lunghi momenti di tensione, risolti solo con l'intervento del Comando generale.[254] I corpi arrivarono così in piazzale Loreto verso le 3 della notte.[255] Vennero scaricati nello stesso luogo in cui il 10 agosto 1944 erano stati fucilati e lasciati esposti al pubblico quindici partigiani (come rappresaglia per un attentato non rivendicato).[256] Sappisti della 110ª Brigata Garibaldi montarono la guardia fino alle 7 del mattino.[255]

La gente accorsa ben presto in piazza prese ad insultare i cadaveri, infierendo su di loro con sputi, calci, spari e altri oltraggi, accanendosi in particolare sul corpo di Mussolini. Il servizio d'ordine, composto di pochi partigiani e vigili del fuoco, decise quindi di appendere i corpi a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina. Ai cadaveri si aggiunse poco dopo quello di Achille Starace (già segretario del PNF ma caduto in disgrazia e privo di cariche nella RSI) fermato per le strade di Milano mentre faceva jogging e fucilato alla schiena dopo un processo sommario.[257][258] Passate alcune ore, su pressione delle autorità militari alleate preoccupate per la tutela dell'ordine pubblico, i corpi furono trasportati all'obitorio.[259] Il cadavere di Mussolini fu sottoposto ad un'approfondita ricognizione; quello della Petacci fu solo composto in una bara.[260]

L'uccisione di Mussolini e della Petacci, e la decisione di esporre i corpi al pubblico ludibrio, ricevettero successivamente numerose critiche anche da parte di esponenti della Resistenza antifascista.[261] Lo stesso Ferruccio Parri, capo del CLN, definì la vicenda "uno spettacolo da macelleria messicana" e Pertini dichiarò: «A Piazzale Loreto l'insurrezione si è disonorata». Ancora oggi alcuni si interrogano sulla legittimità dell'accaduto e sulle motivazioni che vi condussero. Non è possibile tuttavia esprimere una valutazione univoca e oggettiva, che non tenga conto delle circostanze e del contesto storico. Il solo dato di fatto che si può osservare è che in Italia non fu celebrato un processo giudiziario nei confronti dei gerarchi fascisti paragonabile a quello tenutosi a Norimberga contro il nazismo.

Tumulazione di Mussolini nel cimitero di Predappio

Nell'aprile del 1946 la salma di Mussolini fu trafugata dal Cimitero di Musocco da un gruppo di fascisti del Partito Democratico Fascista, capitanati da Domenico Leccisi. Il corpo fu portato a Madesimo e successivamente alla Certosa di Pavia.[262] Dopo la restituzione alla famiglia, nel 1956, la salma fu traslata nella cappella di Predappio.[263]

La caduta di Mussolini e il timore del risorgere nell'immediato dopoguerra di tendenze neofasciste determinò l'introduzione del reato di apologia del fascismo.

Altre ricostruzioni sulla morte

La ricostruzione della morte di Mussolini si basa sul racconto del "comandante Valerio" (al secolo Walter Audisio) il comandante partigiano che ebbe l'incarico di eseguire la decisione del CLN, e che fu sempre confermata dagli storici resistenzialisti. È una ricostruzione contestata da più parti e in più punti (responsabili, tempi, luoghi, modalità),[264] da chi la considera un resoconto inattendibile avanzando ricostruzioni alternative. Secondo una di queste, la cosiddetta "pista inglese", l'uccisione sarebbe stato eseguita dal partigiano Bruno Giovanni Lonati sotto la direzione di un agente segreto britannico: "il capitano John", che desiderava impossessarsi di un misterioso carteggio che il Duce avrebbe avuto con Churchill, compromettente per quest'ultimo. La ricerca di questo carteggio costituirebbe il reale motivo del soggiorno del Primo ministro del Regno Unito sul lago di Como, nel settembre 1945, durante il suo tour turistico per l'area mediterranea dopo la sua sconfitta nelle elezioni inglesi del luglio.

Secondo un'altra versione, l'esecuzione avvenne sempre per disposizione del CNL, ma direttamente eseguita da importanti dirigenti politici del CLN ai quali Walter Audisio avrebbe fornito la necessaria copertura. La presenza di Luigi Longo a Dongo e a Giulino di Mezzegra viene indicata dalle testimonianze di alcuni partigiani e di alcuni abitanti delle due località, che in alcune foto affermano di riconoscere nell'uomo "dall'impermeabile bianco" Longo e non Audisio. L'ipotesi della "pista inglese" non sarebbe incompatibile con la presenza di Longo.

Pensiero politico

« La libertà senza ordine e disciplina significa dissoluzione e catastrofe. »
(Da un discorso pronunciato nell'atrio del municipio di Torino da Mussolini, 24 ottobre 1923)

Nel 1932, presumibilmente insieme a Giovanni Gentile (o comunque sotto la sua influenza), Mussolini scrisse la voce fascismo per l'enciclopedia Treccani, in cui precisava la dottrina del suo partito.

L'ultima intervista

Il 20 aprile 1945, pochi giorni prima dell'ultimo disperato e vano tentativo di fuga verso la Germania, e tre giorni prima del suo ultimo discorso pubblico tenuto davanti ai fedelissimi raccolti nel cortile della Prefettura di Milano, Mussolini concesse la sua ultima intervista. Interlocutore era il direttore del Popolo di Alessandria, Gian Gaetano Cabella. In realtà, più che di un'intervista si trattò di un monologo del Duce del fascismo, quasi un suo atto testamentario. Di questa intervista dà conto il libro Mussolini. Duce si diventa, pubblicato a firma di Remigio Zizzo.[265]

L'esordio, lapidario, di Mussolini fu un Intervista o testamento?.

Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania; mandai - affermava Mussolini - le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. [...] Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode.

Mussolini voleva la pace e questo gli fu impedito, è la conclusione a cui il capo del fascismo, ormai avviato al declino, giunse.

Lasciate passare questi anni di bufera - proseguiva poi Mussolini -. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del Fascismo. [...] Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e degli speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere. Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all'Asse, io avrei proposto al Führer, a vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale [...] Mi hanno rinfacciato la forma tirannica di disciplina che imponevo agli Italiani. Come la rimpiangeranno. E dovrà tornare se gli Italiani vorranno essere ancora un popolo e non un agglomerato di schiavi.

Mussolini ammise che non vi fu un principio ispiratore preciso che portò alla nascita del movimento, che originò da un bisogno d'azione e fu azione. Proprio per questo motivo, durante tutto il ventennio, il Fascismo si caratterizzò per la coesistenza al suo interno di istanze e correnti di pensiero minoritarie fortemente differenti e apparentemente poco conciliabili tra loro.

Emblematico, da questo punto di vista, è il programma di San Sepolcro, col quale il movimento dei Fasci di Combattimento si presentò alle elezioni del 1919. In esso erano espresse proposte fortemente progressiste, molte delle quali furono poi man mano abbandonate dal movimento entro l'ottobre 1922 (tra queste l'originale carattere antimonarchico e anticlericale del fascismo, che avrebbe pregiudicato ogni compromesso con la monarchia italiana e col clero), per essere poi riaffermate, anche se prevalentemente solo a livello propagandistico, dal Partito Fascista Repubblicano. Il fascismo sansepolcrista chiese la concessione del suffragio universale, una riforma elettorale in senso proporzionale, la riduzione dell'età di voto a 18 anni e dell'orario di lavoro a otto ore giornaliere, i salari minimi garantiti, la gestione statale (o meglio da parte di cooperative di lavoratori) dei servizi pubblici, la progressività della tassazione, la nazionalizzazione delle fabbriche d'armi, l'eliminazione della nomina regia del Senato e la convocazione di un'assemblea che permettesse ai cittadini di scegliere se l'Italia dovesse essere una monarchia o una repubblica.

Riprendendo quanto accennato sopra, la nota dominante del pensiero mussoliniano fu l'attivismo (questo fu uno dei principali motivi per i quali il fascismo esaltò l'intraprendenza e la vitalità della gioventù - facendo di "Giovinezza" il proprio inno - e l'idea di un uomo agonisticamente attivo e preparato): non conta ciò che si è fatto, ma ciò che vi è ancora da fare.

A tal proposito, le principali ambizioni del fascismo furono:

  • la rifondazione dell'Impero romano, attraverso una politica aggressiva di potenza (la guerra è «positiva» perché «imprime un sigillo di nobiltà al popolo che l'affronta»), per mezzo della quale l'Italia avrebbe dovuto assurgere al ruolo di guida e modello per le altre nazioni a livello politico, economico e spirituale. A tale scopo si insistette sulla necessità di un esercito forte e ben strutturato (pur non riuscendo a raggiungere in tal senso un risultato concreto). Emblematica, sotto questo punto di vista, è la volontà mussoliniana, ampiamente propagandata;[266][267]
  • la creazione di un «italiano nuovo», eroico, dotato di senso di appartenenza alla nazione, in grado con la propria azione di forgiare la storia, inserito in uno Stato che ne riassume le aspirazioni (fu Mussolini a definire gli italiani «un popolo di santi, di eroi e di navigatori»[268]). Ciò si sarebbe dovuto realizzare attraverso il completo superamento dell'individualismo e della connessa concezione individualista della libertà: l'individuo deve esplicare la propria libertà non in modo egoistico, in una prospettiva concorrenziale con gli altri soggetti, ma in modo ordinato e disciplinato, concependosi come parte di una collettività (la nazione italiana incarnata dallo stato fascista) indirizzata verso un fine comune e non divisa dall'odio classista (fu abbandonato il concetto socialista di «lotta di classe»). A tal fine, si affermò la necessità di rinsaldare il sentimento di appartenenza nazionale attraverso l'esaltazione dello spirito patriottico italiano e della storia d'Italia. Dunque, l'interesse dello stato prevale su quello dei singoli in nome del raggiungimento del bene comune; esso ha una propria missione e consapevolezza: esaltare l'essenza nazionale. Il fascismo si doveva esaurire non nello Stato fascista, ma nello Stato di tutti gli italiani. Il superuomo, ecco la grande creazione nietzscheana, scrisse Mussolini su «Il Pensiero Romagnolo» nel 1905. Nietzsche fu l'unico filosofo che Mussolini studiò veramente. Ne fu ammaliato in gioventù e dalla sua dottrina del superuomo trasse il senso da dare alla rivoluzione fascista;[269]
Friedrich Nietzsche
  • l'unificazione di tutte le terre considerate "italiane" in un'unica nazione italiana, proponendo il movimento fascista come soluzione della questione dell'Irredentismo e della Vittoria mutilata (mediante l'annessione anche violenta delle terre irredente) e conseguentemente (essendo l'obiettivo originario del Risorgimento l'unificazione dei territori italiani in un unico stato) come il "coronamento del risorgimento".[270][271]

Emerge quindi come il fascismo si sia caratterizzato, nella sua concreta realizzazione storica, come un movimento autoritario, nazionalista e antidemocratico. Nel 1931 Mussolini esplicitò il proprio rifiuto della democrazia, definendo la disuguaglianza come «feconda e benefica» e in "Dottrina del Fascismo" scrisse che «regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete».[272]

Da ultimo, è importante sottolineare come il fascismo fu sempre considerato dai suoi aderenti un movimento rivoluzionario, trasgressivo e ribelle (emblematico in tal senso il motto «me ne frego») in radicale contrasto col liberalismo dell'Italia pre-fascista. Pur avendo all'inizio tutelato gli interessi della borghesia industriale, Mussolini respinse ogni ipotesi di collusione con essa.

La famiglia

Mussolini aveva due fratelli minori: Arnaldo ed Edvige.

Nel 1915, con rito civile, sposò a Treviglio Rachele Guidi, figlia della nuova compagna di suo padre. Mussolini e Rachele si unirono successivamente con rito cattolico il 28 dicembre 1925.

Rachele e Benito Mussolini ebbero cinque figli: Edda (1910-1995), sposatasi con Galeazzo Ciano il 24 aprile 1930; Vittorio (1916-1997); Bruno (1918-1941), ufficiale pilota, morto il 7 agosto 1941 in un incidente aereo; Romano (1927-2006), noto pianista jazz; e Anna Maria (1929-1968).

Alessandra Mussolini, figlia di Anna Maria Scicolone, sorella minore dell'attrice Sophia Loren, e di Romano Mussolini, è una nipote del Duce.

Asse familiare

Mussolini con i figli Bruno (a sinistra nella foto) e Vittorio, a Villa Torlonia
 
 
 
Alessandro Mussolini
 
 
 
Rosa Maltoni
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Rachele Guidi
 
Benito Mussolini
 
Edvige Mussolini
 
Arnaldo Mussolini
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Edda Ciano
 
Vittorio Mussolini
 
Bruno Mussolini
 
Romano Mussolini
 
Anna Maria Mussolini
 
 
 

Le amanti e i figli illegittimi

Mussolini e i cartoni animati

Benito Mussolini amava i cartoni animati, sebbene non sempre ne afferrasse il senso in maniera compiuta. Lo si desume da quanto riportato da Claretta Petacci, amante storica del duce del fascismo, nel suo diario dato alle stampe postumo nel 2009 (Mussolini segreto. Diari 1932-1938, a cura di Mauro Suttora, Rizzoli).
Riporta Petacci, in data 3 febbraio 1938, riferendo di una telefonata ricevuta dal duce:

« Alle 8 e 3/4: "Ho già mangiato. Adesso vado a vedere un cartone animato e poi ti chiamo [...]".

Alle 9 e 1/2: "Ho fatto presto? Si trattava ... (pensa) ... di certi uccelli, non ho ben capito. [I cartoni animati] mi piacciono, ma non capisco la trama. Forse i bambini la comprendono meglio dei grandi, non so mai che vogliono dire". »

E ancora, pochi giorni dopo, il 7 febbraio:

« Alle 8 e 35 di sera: "Amore, ho mangiato. Adesso vado a vedere il giornale Luce dell'Impero, le cronache dell'impero. Poi c'è un cartone animato, Cappuccetto Rosso. Ho dato ordine di fare prima le cronache". »

A Mussolini vengono attribuite diverse amanti, particolarmente durante il periodo giovanile.[273] Tra le amanti accertate, le più conosciute rimangono Margherita Sarfatti, scrittrice e intellettuale ebrea che nel 1925 pubblicò in Inghilterra una famosa biografia di Mussolini,[274] e, per ultima, Claretta Petacci, che volle condividere la sua sorte durante gli ultimi giorni della Repubblica Sociale Italiana e che venne fucilata con lui.

Anche se il numero effettivo delle donne con cui intrattenne relazioni non è certo, si ipotizza che ebbe almeno quattro figli illegittimi: un maschio sarebbe nato a Trento nel 1909 da una giovane socialista, Fernanda Oss Facchinelli, e il bambino non sarebbe vissuto che pochi mesi. Di lui, col tempo, si sarebbe perso anche il nome. Un secondo figlio illegittimo, di nome Benito Albino, lo avrebbe avuto da un'altra ragazza trentina, Ida Dalser, che egli avrebbe sposato, e Mussolini lo avrebbe riconosciuto come figlio naturale dandogli il proprio cognome.[275][276][277] Tuttavia né l'atto del presunto matrimonio né quello del presunto riconoscimento sono noti.

Una terza figlia, di nome Elena Curti, sarebbe nata negli anni venti a Milano da Angela Curti Cucciati. Elena divenne la segretaria di Alessandro Pavolini e assistette Mussolini fino alla sua cattura a Dongo. Un quarto figlio, maschio, sarebbe nato nel 1929 da Romilda Ruspi, presunta rivale di Claretta Petacci nel ruolo di amante, ma di questo bambino non si sono mai avute notizie precise, così come lui stesso, se è vero che è stato concepito ed è nato, non ha forse mai saputo chi fosse suo padre. Romilda era già coniugata e sono invece note le vicende di suo marito, esiliato in Francia.[278][279] Anche il conduttore televisivo Bruno Vespa venne indicato come figlio illegittimo di Mussolini e tale indiscrezione giornalistica venne confermata da Alessandra Mussolini[280] e dallo storico Giordano Bruno Guerri - che in seguito ritrattò la sua posizione in merito.[281] Vespa ha tuttavia smentito ogni possibile parentela.[281]

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1924
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1924
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
— 1924
Cavaliere di gran croce dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine Militare di Savoia
— 7 maggio 1936[282] R.D. n. 177
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Coloniale della Stella d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Coloniale della Stella d'Italia
Cavaliere di Gran Croce con Placca dell'Ordine della Besa - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce con Placca dell'Ordine della Besa
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Scanderbeg - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Scanderbeg
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Civile e Militare dell'Aquila Romana - classe militare (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Civile e Militare dell'Aquila Romana - classe militare (Regno d'Italia)
Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra
Medaglia Commemorativa della Guerra Italo-Austriaca 1915 – 18 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Commemorativa della Guerra Italo-Austriaca 1915 – 18
Medaglia Commemorativa Italiana della Vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Commemorativa Italiana della Vittoria
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
Medaglia Commemorativa della Marcia su Roma in oro - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Commemorativa della Marcia su Roma in oro
Croce di Anzianità di Servizio nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (20 anni) - nastrino per uniforme ordinaria Croce di Anzianità di Servizio nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (20 anni)
Capo e Gran Cancelliere dell'Ordine Civile e Militare dell'Aquila romana (R.S.I.) - nastrino per uniforme ordinaria Capo e Gran Cancelliere dell'Ordine Civile e Militare dell'Aquila romana (R.S.I.)
— 2 marzo 1944
Capo e Gran Cancelliere dell'Ordine dei Santi Patroni d'Italia (R.S.I.) - nastrino per uniforme ordinaria Capo e Gran Cancelliere dell'Ordine dei Santi Patroni d'Italia (R.S.I.)
— 11 febbraio 1945

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila bianca (Polonia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila bianca (Polonia)
— 1923
Cavaliere dell'Ordine dello Speron d'Oro (Vaticano) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dello Speron d'Oro (Vaticano)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Piano (Vaticano) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Piano (Vaticano)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (sub-collazione Vaticana) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (sub-collazione Vaticana)
Balì Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta (Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi, detto di Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Balì Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta (Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi, detto di Malta)
— 2 aprile 1923
Cavaliere di Gran Croce in oro e diamanti dell'Ordine dell'Aquila Tedesca (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce in oro e diamanti dell'Ordine dell'Aquila Tedesca (Germania)
— 25 settembre 1937
Gran Croce della Croce Rossa Tedesca (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce della Croce Rossa Tedesca (Germania)
— 1934
Gran Croce della Croce Rossa Tedesca, Classe Speciale in oro e diamanti (Germania, unico insignito) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce della Croce Rossa Tedesca, Classe Speciale in oro e diamanti (Germania, unico insignito)
— 1937
Ordine di Lāčplēsis (Lettonia) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Lāčplēsis (Lettonia)
Cavaliere di Gran Croce del Molto Onorevole Ordine del Bagno (Gran Bretagna) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce del Molto Onorevole Ordine del Bagno (Gran Bretagna)
«Espulso nel 1940.»
— 1923
Croce della Libertà (Estonia) - nastrino per uniforme ordinaria Croce della Libertà (Estonia)
Gran Croce dell'Ordine Nazionale della Croce del Sud (Brasile) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce dell'Ordine Nazionale della Croce del Sud (Brasile)
— 12 gennaio 1934/XII
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia)
Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca)
Gran Cordone dell'Ordine del Crisantemo (Giappone) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Cordone dell'Ordine del Crisantemo (Giappone)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Stella di Romania (Romania) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Stella di Romania (Romania)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Sigillo di Salomone (Etiopia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Sigillo di Salomone (Etiopia)

Opere

Le opere di Mussolini

Tra gli scritti di Mussolini figurano, in ordine di pubblicazione:

  • Dio e patria nel pensiero dei rinnegati, New York, s.n., 1904.
  • L'Uomo e la Divinità. Contraddittorio avuto col pastore evangelista Alfredo Taglialatela la sera del 26 marzo 1904 alla "Maison du peuple" di Losanna, Lugano, Cooperativa tipografica sociale, 1904.
  • Pio Battistini, 7 settembre 1891. Discorso commemorativo, pronunciato nel diciannovesimo anniversario dell'assassinio, Forlì, Lotta di Classe, 1910.
  • Il Trentino veduto da un socialista. Note e notizie, Firenze, La rinascita del libro, 1911.
  • Giovanni Huss. Il veridico, Roma, Podrecca e Galantara, 1913. [pubblicato nella collana de «I martiri del libero pensiero» col dichiarato intento di suscitare nei lettori «l'odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana», fu dall'autore censurato nel 1921 e, dopo la stipula del Concordato del 1929, scomparve dalle biblioteche e dalle librerie]
  • La guerra per la libertà e per la fine della guerra. Lettera ai socialisti d'Italia di Benito Mussolini con l'aggiunta delle sue ultime dichiarazioni dopo le dimissioni da direttore dell'Avanti, Firenze, Nerbini, 1914.
  • La mia vita (1911-12), Roma, Editrice Faro, 1947.
  • Vita di Arnaldo, Milano, Il Popolo d'Italia, 1932.
  • Scritti e discorsi di Benito Mussolini, 12 voll., Milano, Hoepli, 1934-1940.
  • Parlo con Bruno, Milano, Il Popolo d'Italia, 1941.
  • Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota, Milano, Mondadori, 1944.
  • Opera omnia di Benito Mussolini, 44 voll., a cura di Edoardo e Duilio Susmel, La Fenice Firenze 1951-1963, poi Volpe Roma 1978-1980.

Mussolini nella cultura di massa

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Benito Mussolini nella cultura popolare.

Apparizioni cinematografiche

Note

  1. ^ E. Bertoni, Aurelio Saffi. L'ultimo "vescovo" di Mazzini, Forlì, Cartacanta, 2010, pp. 109-112. ISBN 88-96629-28-4.
  2. ^ Sulla questione della meta finale di Mussolini la comunità scientifica è tuttora divisa fra sostenitori di una possibile "fuga in Svizzera" e coloro che invece ritengono che Mussolini avesse altri scopi immediati.
  3. ^ Per la tesi a favore di una fuga, vedi, per esempio Aurelio Lepre, La storia della repubblica di Mussolini; Salò: il tempo dell'odio e della violenza, 1ª, Mondadori, 1999, p. 300. ISBN 88-04-45898-4.
    «Svanita ogni speranza di trattare, cercò la salvezza personale nella fuga. In questo non si comportò diversamente da come si erano comportati Vittorio Emanuele III e Badoglio l'8 settembre, perché lasciò gli uomini che gli erano rimasti fedeli senza ordini e senza guida. Visto, infatti, dall'interno, con gli occhi degli uomini che gli erano più vicini, il comportamento di Mussolini non appare dissimile da quello di Vittorio Emanuele III così come è stato descritto da Paolo Puntoni.».
  4. ^ Per la tesi a favore di una fuga, vedi anche Franco Bandini, Vita e morte segreta di Mussolini, 3ª, 1981, Mondadori, 1978, p. 318.
    «(Dal capitolo "Il tiranno è morto", premettendo i seguenti fatti all'epilogo) Occorre cominciare appena un poco più indietro, nel momento in cui Mussolini - spinto da un cupo demone - si avvia con passi esitanti e già guidati da una sottile paura, a quella fuga che sarà, prima dell'altra, la sua vera morte. Dimentico di se stesso, di una vita pur sempre cominciata nelle battaglie e nel rischio, incurante dell'ancor possibile rispetto e dei suoi e della Storia, che non assolve, ma pesa ogni atto dell'uomo potente su bilance inesorabili, Mussolini sceglie di cadere da vile, ingannando, moralmente uccidendo coloro che gli sono ancora rimasti fedeli, pur nella certezza della fine imminente. Va stancamente, miserabilmente verso il nord, mezzo inclinato alla fuga in Svizzera, mezzo turbato dai fieri propositi che ode attorno a sé, per "l'ultima battaglia" in Valtellina: e rivolge nel pensiero non la forte accettazione del fato che si compie, ma i cavillosi punti della sua difesa di domani, quando - come spera - potrà ancora allineare fiumi di logore parole e giocare su vecchi e nuovi equivoci e forse galleggiare indefinitamente sullo scontro degli opposti giudizi, come il sargasso immobile tra il turbinare delle correnti. È disposto a tutto, anche al cappotto tedesco, anche a tradire chi vorrebbe ancora morire per lui, i vecchi fascisti, i suoi ministri, persino Claretta: e finge irresolutezza fin dal momento della Prefettura di Milano, la sera del 25 aprile, non perché sia davvero incerto tra la morte e la vita, ma perché - ancora una volta - è incapace di dire "andiamo", e preferisce che lo dicano altri, che la cosa "nasca da sola", perché ha forse già in mente altri articoli "del tempo del bastone e della carota", destinati ad illustrare come questi nuovi passi che sta facendo siano colpa di questo e di quello, di cardinali e militari, di traditori e servizi segreti, di tutti, meno che sua.».
  5. ^ Il colonnello statunitense Lada Mocarski, in un rapporto scritto per conto dell'Office of Strategic Services riguardo un'inchiesta da lui condotta sugli ultimi giorni del dittatore, afferma invece che «nessuna prova circa le intenzioni e i piani di Mussolini è stata raggiunta durante l'indagine e forse non esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i movimenti del Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano». Dino Messina, Ordine da Milano: eliminate il Duce in Corriere della Sera, 23-2-2009. URL consultato il 20-10-2011.
  6. ^ Antonio Spinosa, "Parte quarta: Il cappotto tedesco. Infauste sponde" in Mussolini. Il fascino di un dittatore, Milano, Mondadori, 1989, p. 367.
    «Imbruniva quando una colonna di automobili lasciava la prefettura e usciva da Milano, la città in cui ormai tutti gli tendevano una trappola, i partigiani, i tedeschi, gli alleati. Doveva fuggirne per evitare il peggio. [...] Già quella sera, a tarda ora, si apprese che le auto fuggitive avevano raggiunto Como [...]».
  7. ^ La sua casa natale è visitabile: si trova in via Varano Costa, oggi inglobata nel paese.
  8. ^ Fra i molti, da Renzo De Felice, in diverse opere, e Denis Mack Smith in Mussolini.
  9. ^ Palla, op. cit., p. 15
  10. ^ cit. D. Mack Smith, Storia d'Italia, Laterza, 1973, rectius Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, pp. 12 e 13
  11. ^ De Giorgi, op. cit., p. 22
  12. ^ De Giorgi, op. cit., p. 21
  13. ^ De Giorgi, op. cit., p. 24
  14. ^ De Giorgi, op. cit., p. 25
  15. ^ Storia Illustrata n. 271 giugno 1980 p. 6 "La Cattedra che Mussolini non ebbe" di U. Alfassio Grimaldi
  16. ^ [t ‘Mussolini, Benito' 2008, in The Columbia Encyclopedia, Columbia University Press, New York, NY, USA] . URL consultato il 13 maggio 2011.
  17. ^ B. Mussolini, Opera Omnia, vol. 1, pagg. 9-10.
  18. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 31 e 36.
  19. ^ L'esistenza di una relazione sentimentale non trova riscontri univoci. È invece accertata presso la maggior parte delle fonti la sua influenza nell'avvicinamento di Mussolini al marxismo.
  20. ^ La teoria dell'equilibrio economico in Vilfredo Pareto in Ztl Macerata. URL consultato il 19 luglio 2013 (archiviato il 19 luglio 2013).
  21. ^ Raffaello Uboldi, La presa del potere di Benito Mussolini, Arnoldo Mondadori Editore, 2010. URL consultato il 19 luglio 2013.
  22. ^ Mussolini più tardi dirà[senza fonte] di essersi iscritto alla Facoltà di Scienze sociali di Losanna, ma non vi è riscontro materiale
  23. ^ Emilio Gentile, Le origini dell'ideologia fascista 1918-1925, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 67. ISBN 88-15-08365-0.
  24. ^ Furono diffuse notizie inattendibili sul suo frequentare le università di Zurigo e di Ginevra (quest'ultima falsa notizia è riportata nella biografia ufficiale della Sarfatti), mentre è vero che nell'estate trascorse due mesi all'università di Losanna.
  25. ^ Mack Smith, 1981, op. cit., p. 23
  26. ^ Mack Smith, 1981, op. cit., p. 24
  27. ^ B. Mussolini, La mia vita, p. 136
  28. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., pagg. 49 n. 5 e 52.
  29. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., pag. 57.
  30. ^ Trento, italiana, si trova nel territorio dell'Impero austro-ungarico.
  31. ^ Rosa Broll, la «santa di Susà». Intervista di Mussolini. in LaValsugana.it.
  32. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., pagg. 74-5.
  33. ^ Lo sfratto di un italiano dall'Austria in La Stampa, 03-3-1910. URL consultato il 27-12-2012.
  34. ^ Questa l'interpretazione di (DE) Hans Woller, Ante portas. Mussolini in Trient 1909, in Regionale Zivilgeselllschaft in Bewegung - Cittadini innanzi tutto. Scritti in onore di Hans Heiss, a cura di Hannes Obermair, Stephanie Risse, Carlo Romeo, Vienna-Bolzano, Folio 2012, pp. 483-500, cfr. soprattutto p. 497. ISBN 978-3-85256-618-4
  35. ^ Antonio Mambelli, Archimede Montanelli nella vita e nell'arte. Un maestro del Duce, Valbonesi, Forlì 1938.
  36. ^ El violín de Mussolini (in spagnolo)
  37. ^ Benito Mussolini, L'amante del cardinale. Claudia Particella, Salerno Editrice, 2009, ISBN 978-88-8402-673-6
  38. ^ Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Editori Laterza, 2005, ISBN 88-420-7544-2.
  39. ^ Cit., pp. 114-144.
  40. ^ Cit., pp. 113-114.
  41. ^ (IT) Benito Mussolini in Giuseppe Prezzolini (a cura di), Il Trentino veduto da un socialista - note e notizie (PDF), Firenze, Casa Editrice Italiana, 28 febbraio 1911, p. 104. URL consultato il 26 marzo 2013.
  42. ^ A. Spinosa, Mussolini. Il fascino di un dittatore, Mondadori, Milano, 1989, pag. 33
  43. ^ cit. D. Mack Smith, Storia d'Italia, Laterza, 1973 [manca numero pag.]
  44. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., pagg. 108-110.
  45. ^ I quattro avrebbero poi dato vita al Partito Socialista Riformista Italiano.
  46. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., pagg. 126-7.
  47. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., pagg. 136-9.
  48. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., pagg. 190 sgg. In realtà il pensiero anti-massonico era già stato portato innanzi nel congresso del 1912 a Reggio Emilia (cfr. ibid. pag. 125), nel congresso regionale socialista romagnolo di Forlì, 16 giugno 1912, (ibid., pag. 674) e in varii altri ambienti fin dal 1904, compreso un attacco mussoliniano del 2 luglio 1910 (ibid., pagg. 89-91).
  49. ^ Mussolini propose il 27 luglio 1914 uno sciopero generale insurreazionale nel caso della discesa italiana nel conflitto, v. Leo Valiani, Il partito socialista italiano nel periodo della neutralità 1914-1915, Milano 1963 pag. 8.
  50. ^ Stando alle confessioni di Filippo Naldi del 1960, citate in Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 274-75 e 286-87.
  51. ^ Claudio Mussolini, «Grande guerra, la verità su Mussolini interventista», Corriere della Sera, 2 luglio 2002, p. 35
  52. ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, p. 248.
  53. ^ R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 229-236.
  54. ^ Cfr. Antonio Spinola, Mussolini.[manca il numero della pagina e l'edizione]
  55. ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, p. 212. Vd. anche Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pag. 188.
  56. ^ Scrive Renzo De Felice: «Secondo Filippo Naldi, direttore del Resto del Carlino, alle prime spese per il giornale fecero fronte alcuni industriali di orientamento più o meno interventista o, almeno, interessati ad un incremento delle forniture militari: Esterle (Edison), Bruzzone (Unione zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo), Parodi (armatori)». Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, p. 277.
  57. ^ Mussolini resterà alla direzione del Popolo d'Italia fino al novembre 1922, quando verrà nominato Presidente del Consiglio.
  58. ^ Vd. la relazione della Commissione d'inchiesta sul <<caso Mussolini>> in Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 684-88.
  59. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 276-77 e il "Rapporto Gasti" presentato alle pagg. 723-37, in particolare pagg. 732-33.
  60. ^ Massimo Novelli, Il giovane Mussolini al soldo della Francia, La Domenica di Repubblica, La Repubblica, 14 dicembre 2008, p. 31; http://download.repubblica.it/pdf/domenica/2008/14122008.pdf (consultato 15/8/2011)
  61. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit.
  62. ^ Si noti che questa frase è stata utilizzata in seguito dal giornalista Enzo Biagi nel suo Storia del fascismo (Mondadori), che la riporta erroneamente come pronunciata in occasione del discorso di denuncia di Giacomo Matteotti alla Camera.[senza fonte]
  63. ^ Renzo De Felice, Mussolini il Rivoluzionario cit., pagg. 321-22.
  64. ^ Da cui sarà tratto il libro Il mio diario di guerra.
  65. ^ Riceverà infatti un anno di licenza di convalescenza, seguito da altri sei mesi al suo rientro in ospedale allo scadere del primo permesso. Cfr. Foglio matricolare di Mussolini Benito di Alessandro, matricola 12467 D.M. di Forlì in Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 665-67.
  66. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Mondadori[manca la pagina]
  67. ^ Mack Smith, 1981, op. cit., p. 54
  68. ^ Ludwig, Colloqui (1932), pag. 50.
  69. ^ M. Sarfatti, Dux, pag. 158.
  70. ^ Pini, Mussolini (1939), pp. 80-81.
  71. ^ Sebbene alcuni abbiano recentemente sostenuto ipotesi differenti sulle cause del congedo, attribuendolo a condizioni generali di salute non buone legate a malattie infettive, la presenza di tali patologie è stata negata dal referto autoptico relativo al cadavere di Mussolini.
  72. ^ Renzo de Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pag. 353.
  73. ^ In una lettera dal fronte ad Ottavio Dinale dell'11 settembre 1916 Mussolini mostrava già di aver voglia di modificare il sottotitolo del giornale. Vd. Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 405-6, 687 e 734. La spiegazione del cambiamento venne data comunque in breve fondo del 1 agosto 1918 dal titolo Novità....
  74. ^ Grandi, Le origini, pag. 52.
  75. ^ Alessio Altichieri, Le cento sterline che Mussolini intascava dalla "perfida Albione", 6 ottobre 2009. Il tenente colonnello Hoare, nelle sue memorie, riporta le parole che Mussolini gli fa pervenire nonché le proprie conclusioni: «"Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la guerra". E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi.»
  76. ^ (EN) Benito Mussolini was MI5's man in Italy, articolo del The Times, del 14 ottobre 2009.
  77. ^ Renzo de Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 353-56.
  78. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 414-15.
  79. ^ a b Mack Smith, 1981, op. cit., p. 63
  80. ^ Un rapporto della stessa sera della Polizia di Milano indica circa 300 presenti, compresi giornalisti e curiosi. Vd. Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pag. 504.
  81. ^ Chiurco, vol. I, pag. 22
  82. ^ O.O., vol. XIV, pp. 88, 102-133
  83. ^ Vd. la relazione di Giovanni Gasti in Renzo de Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pag. 520-21.
  84. ^ O.O., vol. XVIII, pag. 201. In un fondo dal titolo Non subiamo violenze! del 18 aprile 1919 dice noi dei Fasci non abbiamo preparato l'attacco al giornale socialista, ma accettiamo tutta la responsabilità morale dell'episodio.
  85. ^ Mack Smith, 1981, op. cit., p. 65
  86. ^ O.O., vol. XIII, pag. 231
  87. ^ O.O., vol. XIII, pag. 26 e 252
  88. ^ De Felice, pag. 727[Non è chiaro di che libro si parli.]
  89. ^ La questione fiumana era già dibattuta da tempo. Erano stati deliberati, nelle riunioni dei Fasci di combattimento, gli invii di diverse centinaia di volontarii. Vd. Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 531 n. 1 e 533 n. 1.
  90. ^ Carteggio Arnaldo-Benito Mussolini, pp. 223-224 (16 settembre 1919)
  91. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pag. 572.
  92. ^ Per tutta la vicenda vedi Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 573-77.
  93. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pag. 544, pag. 590 e sgg.
  94. ^ O.O., vol. XV, pagg. 197-8
  95. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit., pagg. 592 e 658-59, Mussolini il fascista - La conquista del potere, Einaudi, Torino, 1995, pag. 29. A volte le richieste di denaro erano quasi esplicitamente ricattatorie, vd. Mussolini il rivoluzionario cit. pag. 354 e Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 45.
  96. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario cit. pagg. 645-47.
  97. ^ Giolitti aveva esplicitato la sua intenzione di avere con sé i "patrioti" e i "partiti nazionali" il 1º aprile 1921. Vd. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 64.
  98. ^ La lista di associazioni che aderirono al blocco è consultabile in Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 82 n. 4.
  99. ^ Dal Corriere della Sera del 1º gennaio 1922
  100. ^ Dall'8 aprile al 14 maggio risultano 105 morti e 431 feriti. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 87.
  101. ^ Camera, 11 marzo 1925, pag. 2438.
  102. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 111, 138
  103. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 151.
  104. ^ O.O., vol. XVI, pagg. 241 e 297
  105. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 222.
  106. ^ Se i treni, se le poste hanno funzionato non lo si deve alle misure preventive prese dal Governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato, entusiasta degli elementi nazionali. in Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 273. Per i pareri negativi riguardo allo sciopero vedi ibidem pagg. 222-24: Lo sciopero generale proclamato ed ordinato dall'Alleanza del Lavoro è stato la nostra Caporetto. Usciamo da questa prova clamorosamente battuti.
  107. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo cit.
  108. ^ Antonio Spinosa, Alla corte del duce, Le Scie, Mondadori, 2000, ISBN 88-04-47870-5, pag. 157
  109. ^ Amendola, Una battaglia, pag. 186
  110. ^ Nitti, Rivelazioni, pagg. 346-7
  111. ^ Mack Smith, 1981, op. cit., p. 87
  112. ^ Antonino Repaci, vol. II, pagg. 125 e 132
  113. ^ Mussolini stesso asserisce, nel discorso di insediamento in Parlamento, che le camicie nere sarebbero state ben 300.000.
  114. ^ Secondo Badoglio sarebbe bastato arrestare al massimo una dozzina di persone e i fascisti avrebbero perso al primo scontro[senza fonte], asserì, inoltre che "al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà". Renzo de Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 325.
  115. ^ Renzo de Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 358.
  116. ^ Secondo Renzo De Felice la parte destrorsa del fascismo era di tendenza o monarchica e conservatrice di ispirazione nazionalista, oppure revisionista, normalizzatrice e moderatamente parlamentarista. Vd. Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 365-66.
  117. ^ Paolucci, pag. 240
  118. ^ Rendo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit. pag. 479.
  119. ^ Gianfranco Bianchi, Da Piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero, Roma, 1978, p.264
  120. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 481 n. 4. La legge sarà la n. 1601 del 3 dicembre 1922 (G. U. 15 dicembre, num. 293), vd. qui.
  121. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 528-534.
  122. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 524 e 535.
  123. ^ Italo Scotti, Bollettino di informazioni costituzionali e parlamentari 1 (1984): Il fascismo e la Camera dei deputati: I - La Costituente fascista (1922-1928), pag. 109.
  124. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 534.
  125. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 561-62.
  126. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 557-570.
  127. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 563.
  128. ^ Regio Decreto Legge 22 febbraio 1924, n. 213.
  129. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 564, n. 3. Cfr. anche Prassi italiana di diritto internazionale - I casi della prassi - Parte V - Cap. I - C. - a - 411/3.
  130. ^ Alessandro Visani, La conquista della maggioranza, Mussolini, il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli Editori, 2004, in particolare nel cap. 4 l'elenco dei fatti di cronaca riguardanti risse, aggressioni, provocazioni raccolte dall'A. nelle carte dell'ACS provenienti da prefetture, questure, stazioni di RRCC e dalla stampa coeva, da p. 134 a p. 143
  131. ^ Nella fattispecie i fascisti uccisi durante la campagna elettorale furono 18 e i feriti 147: cfr. Fabio Andriola, Mussolini prassi politica e rivoluzione sociale, e.f.c. Le vittime della violenza fascista, invece, secondo Renzo De Felice, furono "centinaia di feriti e non pochi morti" (fra questi anche il deputato Antonio Piccinini), quasi tutti appartenenti a partiti d'opposizione, ma anche alle frange dissidenti del fascismo (come nel caso di Cesare Forni e Raimondo Sala) cfr. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 583.
  132. ^ Fin dalla presa del potere nell'ottobre 1922 Mussolini ed il Governo tentano di arginare la violenza squadristica non più necessaria, vd. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 406-07, 440-44, 481, 584.
  133. ^ Cfr. soprattutto Alessandro Visani, La conquista della maggioranza, Mussolini, il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli Editori, 2004, in particolare il capitolo 4 e 5 e la prefazione di Giovanni Sabatucci
  134. ^ Renzo De Felice, op. cit. nonché Alessandro Visani, op. cit.[Manca numero di pagina.]
  135. ^ Riferisce infatti A. Visani (op. cit.), p. 146, come particolare cura dovesse essere tenuta nell'esporre bene che sulla scheda elettorale non andasse apposto altro segno che la croce sul partito scelto, e soprattutto si dovessero evitare slogan e frasi d'ogni genere. Ci si riferiva infatti alla possibilità riferita dalle prefetture che agenti in incognito dei partiti di minoranza avessero volontariamente spinto i più ingenui elettori del blocco nazionale a scrivere sulle schede "Viva Mussolini!", una pratica che avrebbe portato all'annullamento della scheda stessa.
  136. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 563 n. 2.
  137. ^ ibidem
  138. ^ Si veda il resoconto stenografico della seduta del 30 maggio 1924, Camera dei Deputati
  139. ^ Così chiamata in richiamo alla secessione della plebe ai tempi della res publica romana i quali si riuniscono sull'Aventino.
  140. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 620 sgg.
  141. ^ La morte di Matteotti infatti sarebbe stata causata accidentalmente, durante la colluttazione seguita al prelevamento da parte degli squadristi.
  142. ^ Scheda biografica di Matteotti su treccani.it.
  143. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., p. 622.
  144. ^ Ibidem, pag. 646; Renzo De Felice, Mussolini il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista, Einaudi, 1995, pagg. 55, 158 n. 2.
  145. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag 703.
  146. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 686-87.
  147. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 701.
  148. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 650-51, 707-08 e 722-23.
  149. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 673-74, 676, 681, 707-08, 715.
  150. ^ Renzo De Felice, 'Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 705.
  151. ^ Indignatissimo il settimanale della sinistra fascista Impero scriverà un pezzo (dicembre 1924) intitolato Rivoluzione, non criminalità nel quale si accusava Mussolini di far "di tutto per portarsi sul terreno della non-rivoluzione". Vd. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 714.
  152. ^ Per i varii articoli giornalistici del fascismo intransigente contrario al moderatismo mussoliniano vd. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 711-15 e 723-26.
  153. ^ Ibidem, pag. 715.
  154. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 717-18.
  155. ^ Discorso alla Camera dei Deputati sul delitto Matteotti, testo integrale di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925 su Wikisource.
  156. ^ Dopo il delitto Matteotti, infatti, alcuni esponenti liberali e fascisti propendevano per l'idea secondo cui Mussolini doveesse "mettersi a disposizione della giustizia". Vd. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 701 e 704.
  157. ^ Col discorso del 3 gennaio ha inizio il regime dittatoriale fascista data confermata dallo stesso Mussolini nel libro "Storia di un anno: Il tempo del bastone e della carota", Mondadori, 1944, pag. 175 (in Opera Omnia, vol. XXXIV, pag. 411).
  158. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 722-23.
  159. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 726.
  160. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - La conquista del potere cit., pag. 729.
  161. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista cit., pagg. 139-40.
  162. ^ Ibidem, pag. 145.
  163. ^ Ibidem, pagg. 149-157.
  164. ^ Ibidem, pagg. 142 e 148 n. 2.
  165. ^ In particolare "La Giustizia", cfr. ibidem, pag. 142, "La Rivoluzione liberale" ed "Il Popolo", cfr. ibidem, pag. 150.
  166. ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata nº 8, Anno 1965, pag. 244: "Un gruppo di squadristi si lanciò sull'attentatore: più tardi sul suo cadavere furono contate quattordici pugnalate profonde, un colpo di pistola e tracce di strangolamento".
  167. ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata nº8 Anno 1965, pag. 244: "Lasciamo la parola all'ex capo dei servizi politici presso la Direzione generale della PS, Guido Leto. "Furono sospettati a turno" egli scrive "Farinacci, Balbo, Arpinati, quest'ultimo perché proveniente dalle file anarchiche e amico della famiglia Zamboni, e lo stesso Federzoni, ma le indagini accurate che furono eseguite dalla questura di Bologna, diretta allora da un eccellente funzionario, il questore Alcide Luciani, e da un altro espertissimo funzionario, perfetto conoscitore dell'ambiente bolognese, Michelangelo Di Stefano, giunsero alla conclusione che non v'era alcun elemento apprezzabile per sostenere la tesi di un complotto organizzato nei ranghi fascisti. Ve n'erano, invece moltissimi per convalidare quella di un gesto di un isolato".
  168. ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a Mussolini, Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata nº8 Anno 1965, pag. 244: "Un'inchiesta segreta fu anche compiuta, in seguito, per iniziativa del Sottosegretario all'Interno, conte Giacomo Suardo, dal magistrato Noseda del Tribunale Speciale; ma i risultati non differirono da quelli stabiliti dalle indagini della polizia".
  169. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista cit., pagg. 211-14.
  170. ^ Mack Smith, 1981, op. cit., p. 199
  171. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista cit., pag. 130.
  172. ^ Sebbene Federzoni avesse intimato lo scioglimento dopo la presa del Ministero e dopo il 3 gennaio 1925, molte squadre vennero ricreate dall'ambiente farinacciano provinciale e rimasero attive per diversi anni, pur con le minacce di ritorsioni da parte di Federzoni e dello stesso Mussolini. Cfr. Renzo De Felice, Mussolini il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista cit., pagg. 63-65, 68, 123 n. 1, 170-171, 184 n. 3, 209 n. 3, 210. In occasione delle violenze di Firenze dell'ottobre 1925 Mussolini, riunendo il Gran consiglio del fascismo il giorno 5, fece approvare un ordine del giorno in cui si ordina lo scioglimento immediato di qualsiasi formazione squadristica di qualsiasi specie perché esse non hanno più, a tre anni di distanza dalla Marcia su Roma, alcuna giustificazione storica e politica. Ibidem, pag. 134.
  173. ^ Aniante, pag. 71
  174. ^ Arpinati, pag. 256-7
  175. ^ Renzo De Felice, Mussolini il fascista - L'organizzazione dello Stato fascista cit., pagg. 91-98.
  176. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi &C.
  177. ^ Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979
  178. ^ G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, 1987
  179. ^ InStoria - Mafia e Fascismo
  180. ^ Non è da escludersi tuttavia che Cucco sia stato trascinato in una vera e propria trappola politica, poiché egli - essendo dell'area farinacciana - era notevolmente inviso a Mussolini, che proprio in quel periodo stava "epurando" i vertici del partito degli elementi vicini a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979
  181. ^ Sospetti di affiliazione mafiosa resteranno, tuttavia, come fa notare il biografo Matteo di Figlia in op. cit.
  182. ^ Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op. cit.
  183. ^ Ibidem. Giampietro aveva iniziato perfino una campagna contro le... gonne sopra al ginocchio, tanto da essere invano richiamato alla moderazione dallo stesso ministro Rocco. Cfr. Alfio Caruso, op. cit.
  184. ^ Ibidem.
  185. ^ La mafia e la crociata del prefetto Mori
  186. ^ op. cit. "Non è vero che la mafia dei salotti impone a Mussolini l'allontanamento di Mori. È vero viceversa che i suoi modi hanno allarmato Roma; che Mussolini ritiene il problema liquidato e che può ora liquidare il liquidatore".
  187. ^ DDI, VII Serie, vol. IV, pagg. 294-5
  188. ^ Graziotti, pagg. 77-8
  189. ^ Mack Smith, 1981, op. cit., p. 201
  190. ^ Regio decreto 6 novembre 1926, n. 1848.
  191. ^ Legge 25 novembre 1926, n. 2008.
  192. ^ Re, regina, reggente, principe ereditario e primo ministro.
  193. ^ Sergio Romano, Vademecum di storia dell'Italia unita, Rizzoli, Milano, 2009, p. 86. ISBN 978-88-586-0165-5
  194. ^ Citato in Storia del fascismo, dir. da Enzo Biagi, ed. Sadea, Firenze, 6 agosto 1964, fascicolo n. 23.
  195. ^ Citato in Gianni Sofri, Gandhi in Italia, Il Mulino, Bologna, 1988, pp. 90-91. ISBN 88-15-01768-2
    Sull'incontro con Mussolini, Gandhi dichiarerà anche: «Ha gli occhi di gatto. Alla sua presenza si viene storditi. Io non sono uno che si lascia stordire in quel modo, ma osservai che aveva sistemato le cose attorno a sé in modo che il visitatore fosse facilmente preda del terrore. I muri del corridoio attraverso il quale bisogna passare per raggiungerlo sono stracolmi di vari tipi di spade e altre armi. Anche nella sua stanza, non c'è neppure un quadro o qualcosa del genere sui muri, che sono invece coperti di armi. Non porta armi su di sé. Ma i suoi occhi si muovono intorno, in ogni direzione, come se fossero in rotazione costante. Il visitatore finisce per soccombere totalmente allo sgomento di fronte al suo sguardo come un topo che corra direttamente in bocca a un gatto solo perché è stato spinto dalla paura». (citato in Ernesto Balducci, Gandhi, Edizioni Cultura della Pace, Firenze, 1988, pp. 106-107)
  196. ^ Enzo Biagi, Amori, Rizzoli, 1988, p. 138. ISBN 88-17-85139-6
  197. ^ Nel momento dell'uccisione di Dollfuss, la moglie e i figli erano ospiti di Mussolini presso una sua residenza balneare.
  198. ^ All'origine dell'incidente di Ual Ual, Salvatore Minardi, 1990, S. Sciascia (Caltanissetta)
  199. ^ R. De Felice, Mussolini il Duce, tomo 1º pp. 526 e ss.
  200. ^ A tale accordo si fa riferimento in Langer, William L. (a cura di) An Encyclopaedia of World History, Houghton Mifflin Company, Boston, 1948, p. 990.
  201. ^ R. De Felice, Mussolini il duce, cit. pp. 395 e ss.
  202. ^ Del Boca, op. cit., p. 192.
  203. ^ Ministero per la Guerra, Relazione dell'attività svolta per l'esigenza A.O., Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1936, allegato n. 76.
  204. ^ Del Boca, op. cit., p. 193.
  205. ^ Per un quadro completo quadro sull'uso sistematico delle armi chimiche durante il periodo 1935-1940 sul fronte Etiopico si veda Angelo Del Boca, I gas id Mussolini, Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma, 1996.
  206. ^ Del Boca, op. cit., p. 194.
  207. ^ Del Boca, op. cit., pp. 194-195.
  208. ^ Del Boca, op. cit., p. 196.
  209. ^ Del Boca, op. cit., pp. 196-197.
  210. ^ Del Boca, op. cit., p. 197.
  211. ^ Del Boca, op. cit., pp. 197-198.
  212. ^ Del Boca, op. cit., pp. 198-200.
  213. ^ Del Boca, op. cit., pp. 200-201 e 205-224.
  214. ^ È il caso per esempio del prefetto Cesare Mori.
  215. ^ a b http://www.laltraverita.it/pagina_principale_43.htm
  216. ^ Allocuzione "Vogliamo anzitutto"
  217. ^ Mussolini e il papa (2)
  218. ^ http://www.anpi.it/cronol/1932.htm
  219. ^ http://www.ilmanifesto.it/25aprile/02_25Aprile/9502rs14.01.htm
  220. ^ Cap 3
  221. ^ Arrigo Petacco, L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Mondadori, Milano, 2004, p. 4; http://www.romacivica.net/ANPIROMA/fascismo/fascismo4.htm
  222. ^ A Trieste operarono alcuni dei principali responsabili della cosiddetta "Aktion Reinhardt", l'operazione che aveva portato allo sterminio di milioni di ebrei deportati nei campi della Polonia Orientale. Comandante delle SS e della SD nel settore adriatico (e quindi anche incaricato della caccia agli ebrei) era il generale delle SS Odilo Globocnik, già comandante del settore di Lublino e quindi responsabile dei campi di Belzec, Majdanek, Sobibor e Treblinka; a Trieste operavano con lui Franz Stangl, già comandante di Treblinka, e Christian Wirth uno degli ideatori delle camere a gas, poi ucciso dai partigiani.
  223. ^ Si veda Pietro Badoglio(L'Italia nella seconda guerra mondiale, p. 37) che riporta questa affermazione come ricevuta direttamente da Mussolini durante un loro colloquio avvenuto il 26 maggio 1940
  224. ^ Dalle colonie inglesi, e in particolar modo dall'India, giungono migliaia di soldati, che non era stato possibile mobilitare precedentemente.
  225. ^ Già a Capo Spada viene affondato un incrociatore italiano (19 luglio) e l'11 novembre 1940 alcune navi italiane sono affondate da un attacco aereo nel porto di Taranto. L'ultimo scontro di rilievo si ha a Capo Matapan, il 28 marzo 1941, una delle più gravi sconfitte nella storia della Marina
  226. ^ Ciabattini, op. cit., p. 69.
  227. ^ Ciabattini, op. cit., p. 68.
  228. ^ La conquista fu completata in poco più di un mese (17 agosto).
  229. ^ Renzo de Felice, Mussolini l'alleato, Einaudi, 1996, p. 1221-1228.
  230. ^ Ciabattini, op. cit., p. 101.
  231. ^ Ciabattini, op. cit., p. 102.
  232. ^ Ciabattini, op. cit., p. 105.
  233. ^ Mussolini e il re avevano un colloquio privato due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì. L'unica persona ammessa era il Ministro della Real Casa. Iniziati nel 1922, gli incontri proseguirono ininterrottamente fino al 1943, per ventuno anni.
  234. ^ a b Ciabattini, op. cit..
  235. ^ Ciabattini, op. cit., p. 110.
  236. ^ Poi arrestato dai tedeschi e trucidato alle Fosse Ardeatine).
  237. ^ Secondo alcuni autori il re fu spinto a questa decisione anche al fine di salvare il destino della propria dinastia, che rischiava di essere considerata definitivamente compromessa col fascismo
  238. ^ Benito Mussolini, Memoirs 1942-1943, Weidenfeld & Nicolson, London 1949, p. 218n (in inglese). Il testo si trova anche qui: [1].
  239. ^ La grande storia, Rai Tre, 3 settembre 2010.
  240. ^ La Provincia Autonoma di Lubiana era stata annessa all'Italia nel 1941. De iure continuerà ad essere considerata tale fra paesi dell'Asse fino alla fine del conflitto. Ovviamente tale annessione non era considerata legittima dagli Alleati.
  241. ^ Renzo De Felice, Mussolini l'Alleato, tomo II, Einaudi
  242. ^ Il Teatro Lirico aveva assunta la funzione della Scala, gravemente colpita dai bombardamenti alleati.
  243. ^ Elena Aga Rossi e Bradley F. Smith Operazione Sunrise, Mondadori
  244. ^ Mack Smith, 1981, op. cit. La ragione offerta (in cui è difficile scorgere un qualsiasi senso logico) fu lo shock subito nell'apprendere che i tedeschi erano scesi a patti senza informarlo.
  245. ^ Per l'intera vicenda, cfr. Fabio Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio Segreto Churchill Mussolini, SugarCo
  246. ^ Mack Smith, 1981, op. cit.
  247. ^ Secondo, fra gli altri, Raffaele Cadorna (La riscossa: dal 25 luglio alla liberazione, Milano, 1948), Leo Valiani (Tutte le strade conducono a Roma, Firenze, 1947) e Silvio Bertoldi(La guerra parallela, Milano 1996), Mussolini avrebbe appreso il 25 aprile della decisione del CLNAI di giustiziarlo. Secondo Silvestri (Turati l'ha detto: socialismo e democrazia cristiana, Milano, 1946), che però è fonte isolata, avrebbe proprio confidato questa valutazione.
  248. ^ Fabio Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio Segreto Churchill Mussolini, entrambi per i tipi della SugarCo
  249. ^ Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo: la fine di Mussolini, ed Mondadori, 1962, pag 117.
  250. ^ Che a seguito dell'armistizio aveva per decreto luogotenenziale assunto tutti i poteri costituzionali.
  251. ^ Comandante del Corpo Volontari della Libertà
  252. ^ Raffaele Cadorna (La riscossa: dal 25 luglio alla liberazione, Milano, 1948). Per la sintesi del vasto relato del generale, si è fatto riferimento a Ray Moseley (Mussolini, Taylor Trade Publications, 2004)
  253. ^ Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Edizioni Teti, 1975)
  254. ^ Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano 24-30 aprile 1945
  255. ^ a b Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano 24-30 aprile 1945
  256. ^ Vincenzo Costa L'ultimo federale, il Mulino 1999, p. 107. Sempre secondo Costa, nell'attentato partigiano erano morti 5 soldati tedeschi della Propaganda Staffel e due popolane milanesi. Una trentina fra civili e militari germanici erano i feriti.
  257. ^ Giorgio Pisanò, Storia della guerra civile in Italia, cfr. fotografie alle pp. 1586 e 1587
  258. ^ Ibidem, p. 1606
  259. ^ Fra i molti testimoni, era presente anche il giornalista Indro Montanelli.
  260. ^ L'autopsia effettuata sul corpo di Mussolini, Controstoria, 27 settembre 2010
  261. ^ Filmati e foto d'epoca girati a Piazzale Loreto - Milano e all'obitorio
  262. ^ 1946, commando a Musocco Rubata la salma del duce
  263. ^ Ex multis, recentemente, Pasquale Chessa "Guerra civile 1943-1945-1948
  264. ^ Un'inchiesta di Giorgio Pisanò mette in discussione la versione ufficiale. Secondo gli studi di Pisanò, Mussolini morì a Bonzanigo di Mezzegra, in seguito alle complicazioni sopraggiunte per una sparatoria avvenuta lo stesso giorno della sua morte. Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Il Saggiatore, 2004, pp. 206. ISBN 88-515-2174-3
  265. ^ Gherardo Casini Editore, Sant'Arcangelo di Romagna, 2003 e 2010, collana Frammenti di storia
  266. ^ Come ravvisabile ad esempio nel discorso pronunciato da Benito Mussolini il 2 aprile 1923 a Milano
  267. ^ Domenico Venturini con prefazione di Amilcare Rossi. Pubblicazioni d'Opere per l'incremento della Letteratura fascista. Dante Alighieri e Benito Mussolini. Roma, Casa Editrice Nuova Italia, 1932
  268. ^ Roberto Gervaso, Il dito nell'occhio, Rusconi, 1977, p. 25.
  269. ^ Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi 2004
  270. ^ http://www.cssem.org/appuntamento/baioni.htm
  271. ^ Massimo Baioni. Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell'Italia fascista. Roma, Carocci, 2006
  272. ^ Brano tratto da "La Dottrina del fascismo", di Giovanni Gentile e Benito Mussolini, (cfr.), sviluppata sin dal 1929, inserito nell'edizione de "L'Enciclopedia Italiana" del 1934, (Volume XIV, p. 849): Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno.[...] Il fascismo respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito della irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello stato, il fascismo poté da chi scrive essere definito una 'democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria'".
  273. ^ Fonte: Corriere della Sera, 18.04.1996, "Mussolini rubacuori. Ha avuto 15 amanti"
  274. ^ M. Sarfatti The Life Of Benito Mussolini (1925) scaricabile
  275. ^ Sergio Luzzatto, Così il Duce distrusse la famiglia segreta, Archivio storico del Corriere della Sera. URL consultato il 23/04/2009.
  276. ^ Alfredo Pieroni, La vera storia del bigamo Benito, Archivio storico del Corriere della Sera. URL consultato il 23/04/2009.
  277. ^ Marco Zeni, La moglie di Mussolini, Trento, Effe e Erre, 2005. ISBN 88-901945-0-2.
  278. ^ Roberto Festorazzi, La pianista del duce. Vita, passioni e misteri di Magda Brard, l'artista francese che strego Benito Mussolini, Milano, Simonelli, 2000, p. 41.
  279. ^ Antonio Spinosa, I figli del duce, Milano, Rizzoli, 1983.
  280. ^ Corriere della Sera - Alessandra Mussolini: «Vespa è mio zio»
  281. ^ a b Vespa: io figlio di Mussolini? Mia madre non lo conosceva
  282. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  283. ^ Il leone del deserto, terrelibere.org. URL consultato il 26-3-2008.

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