Partito Liberale Italiano

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Partito Liberale Italiano
Partito politico italiano del passato
Leader storici Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giovanni Malagodi, Renato Altissimo
Periodo di attività 8 ottobre 1922 - 9 novembre 1926
-
17 aprile 1944 - 6 febbraio 1994
Sede Via Frattina, Roma
Coalizioni Lista Nazionale (1924), Unione Democratica Nazionale (1946), Blocco Nazionale (1948), Pentapartito (1980-1994)
Partito Europeo ELDR
Ideologia liberalismo
Numero massimo di seggi alla Camera 39 (nel 1963)
Numero massimo di seggi al Senato 18 (nel 1963)
Numero massimo di seggi all'Europarlamento 3 (nel 1979)
Organo ufficiale L'Opinione

Il Partito Liberale Italiano (PLI) era un partito politico italiano fondato nel 1922 da vari esponenti della classe politica che aveva governato il Regno d'Italia nel suo primo sessantennio di vita, e poi ricreato nel 1944 ad opera di Benedetto Croce dopo la chiusura della parentesi del Ventennio fascista.

Il partito partecipò alla formazione di molti governi della Repubblica Italiana, soprattutto in alleanza con la Democrazia Cristiana e fu protagonista dell'esperienza politica del cosiddetto Pentapartito. Si sciolse nel 1994, così come molti partiti della Prima Repubblica, travolto dalle inchieste di Mani Pulite sui finanziamenti illeciti ai partiti.

Indice

[modifica] Storia

[modifica] Le origini

Le forze politiche liberali furono le protagoniste del processo che si compì nel 1861 all'Unità d'Italia in alleanza con la monarchia di Casa Savoia. La natura estremamente elitaria del nuovo Stato italiano fece sì che praticamente l'intero Parlamento divenisse espressione di tale ideologia politica, seppur suddivisa fra una fazione rigidamente conservatrice, ed un'altra vagamente più progressista ed innovatrice. Questo assoluto predominio, unito ai fenomeni di trasformismo che ben presto attanagliarono la politica nazionale, impedirono la costituzione di un partito vero e proprio. La Breccia di Porta Pia nel 1870, e il conseguente insorgere della Questione romana, scavarono un solco profondissimo fra i liberali e il mondo cattolico, spingendo quest'ultimo all'opposizione del regime sabaudo e dell'ordine politico vigente. Fu così che, anche quando tra la fine Ottocento e l'inizio del Novecento il suffragio elettorale fu allargato ai ceti medi prima, e popolari poi, le forze politiche cattoliche occuparono lo spazio centrista dello schieramento politico italiano, chiudendo i liberali su posizioni conservatrici di destra.

[modifica] Il periodo fascista

L'introduzione del sistema proporzionale nel 1919 e il conseguente trionfo dei partiti di massa socialista e popolare, costrinse anche i liberali a cominciare a porsi il problema di più stabili forme organizzative. Il Partito Liberale Italiano fu fondato nel 1922 dagli eredi della classe dirigente liberale che, da Camillo Benso di Cavour a Giovanni Giolitti, aveva fino a quel momento guidato il governo statale.

Il nuovo soggetto fu tuttavia più un punto di riferimento aperto, che un partito che intendesse esaurire la rappresentanza politica liberale. Di fronte all'ascesa del fascismo, i liberali avanzarono sì critiche a difesa delle garanzie statutarie, ma in molti casi collaborarono all'instaurazione del nuovo regime autoritario, sia a livello centrale dove molti esponenti entrarono nel Governo Mussolini all'indomani della Marcia su Roma, sia a livello locale dove in molti casi fornirono al PNF il materiale umano per abbattere le esperienze amministrative socialiste e popolari. In vista delle elezioni del 1924 la maggioranza dei liberali accettò di entrare nel Listone Mussolini, seppur con rilevanti ed autorevoli eccezioni, prima fra tutte quella di Giovanni Giolitti. L'avvento della dittatura comportò lo scioglimento di tutti i partiti all'infuori del PNF, e un certo numero di liberali trovò un modus vivendi con il regime. Il più importante tra gli intellettuali liberali, Benedetto Croce, rappresentò per tutto il Ventennio una specie di opposizione morale e intellettuale tollerata dal fascismo.

[modifica] La costituzione del PLI

Benedetto Croce

Il Partito Liberale Italiano si ricostituì nell'inverno del 1944 grazie a Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando partecipando, seppur in maniera debole, sia alla Resistenza partigiana che ai governi di unità nazionale guidati da Ivanoe Bonomi e Ferruccio Parri. In questo periodo due liberali divennero presidenti della Repubblica: prima Enrico De Nicola (1946-1948) e poi Luigi Einaudi (1948-1955).

Nel referendum istituzionale per la scelta tra repubblica e monarchia, il PLI si schierò per la monarchia.[1]

Il PLI non svolse mai una funzione di grande rilevanza nel panorama politico italiano, non raggiungendo mai un ragguardevole consenso di voti, ma ebbe sempre grande prestigio intellettuale, svolgendo il ruolo di pungolo liberale verso tutti i partiti democratici, specialmente sui temi dell'economia. Faceva parte della cultura liberale, sia pure quella più laica ed europea, il settimanale, Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio (1910-1968), che a partire dal 1949 rappresentò un punto di riferimento per il laicismo e liberalismo italiani.

[modifica] L'ostilità al centrosinistra e la scissione radicale

Luigi Einaudi

Sotto la segreteria di Giovanni Malagodi il partito si orientò su posizioni più coerentemente liberiste, più vicine agli insegnamenti di Einaudi che di Croce, con una durissima e storica opposizione alla nazionalizzazione dell'energia elettrica e in generale alla formula del Centrosinistra che condusse il Partito ad un periodo felice che vide molto salire i consensi. Il Partito liberale fu uno dei più strenui oppositori della riforma urbanistica ideata dal Ministro Fiorentino Sullo e che cercava di limitare gli effetti negativi della speculazione edilizia, fenomeno che si protrae ancora oggi. Questa nuova strategia politica non fu apprezzata da alcuni giovani liberali (fra cui Eugenio Scalfari e Marco Pannella), ispirati soprattutto dalla redazione del Mondo di Mario Pannunzio. Essi si staccarono dal PLI e fondarono il Partito Radicale nel 1955, su posizioni più laiciste.

Rimasto all'opposizione per tutti gli anni sessanta, il PLI subì poi una crisi elettorale che lo portò a diventare un partito marginale nello scacchiere politico italiano. Nel 1972 Malagodi si dimise dall'incarico di segretario, e dopo il crollo del 1976 (quando il PLI ottenne solo l'1,6% dei voti alle elezioni politiche) fu scelto come segretario Valerio Zanone.

[modifica] L'adesione al Pentapartito

Negli anni ottanta il PLI fu parte del Pentapartito, una eterogenea coalizione di partiti che metteva insieme la Democrazia Cristiana (all'epoca dominata dalle frange di dorotee di destra), il Partito Socialista Italiano, il PSDI e il PRI uniti solamente dalla strenua volontà di escludere in ogni modo il PCI da qualunque ruolo di governo. La regione con i migliori risultati per il PLI fu il Piemonte, e in particolare la provincia di Cuneo, storico feudo elettorale di Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi e, nell'ultimo terzo del XX secolo, Raffaele Costa.

Neanche sotto la segreteria di Zanone il PLI aumentò i suoi consensi, e nel 1985, dopo un ennesimo insuccesso elettorale, il vertice nazionale cambiò ancora: si successero alla segreteria Alfredo Biondi, Renato Altissimo (che portò il partito al 2,8% dei voti durante le elezioni politiche del 1992) e Raffaele Costa.

[modifica] Lo scioglimento dopo Tangentopoli

Partendo da dati elettorali e di militanza così esigui, era inimmaginabile che il PLI avrebbe resistito al ciclone Tangentopoli. Renato Altissimo fu costretto a dimettersi e al suo posto divenne segretario Raffaele Costa. La situazione era ormai difficile ed un congresso furente sancì lo scioglimento del partito il 6 febbraio 1994.

In realtà si trattava di riconoscere la fine di un partito ormai ridotto al minimo. Già nel corso del 1993 alcuni esponenti liberali avevano tentato, pur mantenendo l'appartenenza al partito, di ricostituire una presenza liberale sotto nuovi simboli e nuove formule.

Nel giugno 1993, il presidente dimissionario Valerio Zanone aveva dato vita all'Unione Liberaldemocratica, un movimento di ispirazione liberal-democratica, di stampo non conservatore. Analogamente il segretario in carica Raffaele Costa, sempre nel giugno 1993, aveva fondato l'Unione di Centro inteso a raggruppare attorno a sé l'elettorato moderato di centrodestra, alternativo alla sinistra. Alcuni esponenti del PLI inoltre, come Paolo Battistuzzi e Gianfranco Passalacqua, aderirono sempre nel corso del 1993 al progetto di Alleanza Democratica, con una collocazione più decisamente di centrosinistra.

Il giorno dopo lo scioglimento, alcuni esponenti dell'ex-PLI scelsero di dare vita a un coordinamento dei liberali ormai sparsi in diversi movimenti nella prospettiva di riunificare in futuro le diverse esperienze dei liberali: Raffaello Morelli (su posizioni più progressiste) con l'appoggio di Alfredo Biondi (su posizioni più moderate-conservatrici) fondò così la Federazione dei Liberali Italiani.

Il simbolo della Federazione dei liberale italiani

In occasione delle elezioni politiche del 1994 la Federazione dei Liberali Italiani non si presentò unitariamente ma si limitò a stendere un documento di indirizzi politico-programmatici cui si invitavano ad aderire i diversi esponenti liberali candidati nei vari schieramenti: Costa e Biondi traghettarono la loro Unione di Centro (UdC), fondata l'anno prima – e da molti giudicata causa della presentazione da parte di Costa della mozione di scioglimento – verso il centrodestra, divenendo una forza del primo governo Berlusconi. Altri liberali come Zanone aderirono invece alla coalizione centrista del Patto per l'Italia e al progetto di Mario Segni, altri ancora scelsero di candidarsi autonomamente sotto le bandiere dei radicali (Lista Pannella e Riformatori).

Con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, molti ex esponenti del PLI migrarono verso Forza Italia (come il prof. Antonio Martino e il prof. Carlo Scognamiglio) o verso Alleanza Nazionale come Gabriele Pagliuzzi, Giuseppe Basini e Luciano Magnalbò.

Pochi mesi dopo alle elezioni europee del 1994 la Federazione dei Liberali Italiani di Morelli spinse affinché fosse possibile, dato anche il sistema elettorale proporzionale, ripresentare una lista che unisse tutti i liberali al di là degli schieramenti e in nome dell'appartenenza al Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (ELDR). Tuttavia ciò non fu possibile: i liberali erano ormai dispersi per strade diverse e si rivelò impossibile una lista unitaria. La FdL si presentò comunque in 2 circoscrizioni ma non raccolse risultati significativi (0,16%).

Nel 1996, dopo le elezioni politiche, terminò la breve esperienza dell'UdC dell'ultimo segretario Costa, che confluì definitivamente in Forza Italia.

[modifica] La diaspora liberale

Dopo lo scioglimento del PLI, uomini politici liberali si possono trovare in vari partiti italiani.

[modifica] Risultati elettorali

– Partito Liberale Italiano alle Elezioni politiche
Elezione Parlamento Voti % Seggi
1946 (nell'UDN)


1948 (nel BN)


1953


1958


1963


1968


1972


1976


1979


1983


1987


1992
Costituente

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato

Camera
Senato
1.560.638

1.003.727
1.216.934

816.287
695.985

1.046.939
1.008.830

2.143.954
2.028.379

1.851.060
1.936.943

1.297.105
1.316.058

478.335
436.751

712.646
691.464

1.066.980
834.228

810.216
700.330

1.121.264
937.709
6,78

3,82
5,37

3,01
2,86

3,54
3,86

6,97
7,38

5,82
6,77

3,88
4,37

1,3
1,4

1,94
2,21

2,89
2,68

2,1
2,16

2,86
2,82
41

18
7

13
3

17
4

39
18

31
16

20
8

5
2

9
2

16
6

11
3

17
4


– Partito Liberale Italiano alle Elezioni europee
Elezione Parlamento Voti % Seggi
1979

1984 (col PRI)

1989 (col PRI e PR)
Parl. Europeo

Parl. Europeo

Parl. Europeo
1.270.152

2.136.075

1.533.053
3,63

6,09

4,40
3

5

4

[modifica] Segretari


[modifica] Congressi

[modifica] Note

  1. ^ Partito Liberale Italiano - La storia - RaiNet - News

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali