Censura fascista

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La censura fascista in Italia, consistente nella forte limitazione della libertà di stampa, radiodiffusione, assemblea e della semplice libertà di espressione in pubblico, durante il ventennio (1922-1944), non venne creata dal regime fascista, e non termina con la fine di questo, ma ebbe una grande influenza nella vita degli italiani durante il regime.

I principali scopi di questa attività erano, in breve:

  • Controllo sull'immagine pubblica del regime, ottenuto anche con la cancellazione immediata di qualsiasi contenuto che potesse suscitare opposizione, sospetto, o dubbi sul fascismo.
  • Controllo costante dell'opinione pubblica come strumento di misurazione del consenso.
  • Creazione di archivi nazionali e locali (schedatura) nei quali ogni cittadino veniva catalogato e classificato a seconda delle sue idee, le sue abitudini, le sue relazioni d'amicizia e sessuali, e le sue eventuali situazioni e atti percepiti come vergognosi; in questo senso, la censura veniva usata come strumento per la creazione di uno stato di polizia.

La censura fascista combatteva ogni contenuto ideologico alieno al fascismo o disfattista dell'immagine nazionale, ed ogni altro lavoro o contenuto che potesse incoraggiare temi culturali considerati disturbanti.

Indice

[modifica] Censura nelle comunicazioni pubbliche

Questa branca dell'attività censoria veniva principalmente condotta dal Ministero della Cultura Popolare, comunemente abbreviato come Min.Cul.Pop.. Questa struttura governativa aveva competenza su tutti i contenuti che potessero apparire in giornali, radio, letteratura, teatro, cinema, ed in genere qualsiasi altra forma di comunicazione o arte.

Nell'industria libraria, gli editori avevano i loro propri controllori, che solertemente prestavano opera nella stessa struttura privata, ma spesso poteva capitare che alcuni testi raggiungessero le librerie ed in questo caso un'organizzazione capillare riusciva spesso a sequestrare tutte le copie dell'opera bandita in un tempo molto breve.

Da segnalare la questione dell'italianizzazione di parole provenienti da altre lingue: con l'"Autarchia" (la manovra d'indirizzo generale verso l'auto-sufficienza e l'italianità) erano state bandite, ed ogni tentativo per utilizzare una parola non-italiana risultava in un'azione censoria formale.

La censura comunque non imponeva grossi limiti sulla letteratura straniera, e molti tra gli autori stranieri potevano essere letti liberamente. Questi autori potevano liberamente visitare l'Italia e scrivere di essa, senza che si possano registrare particolari situazioni problematiche.

[modifica] Censura dell'ideologia marxista

Nel 1930 venne proibita la distribuzione di libri che contenevano ideologia marxista o simili, ma questi libri potevano essere raccolti nelle biblioteche pubbliche in sezioni speciali non aperte al vasto pubblico. Lo stesso capitava per i libri che venivano sottoposti a sequestro. Tutti questi testi potevano essere letti dietro autorizzazione governativa ricevuta in seguito alla manifestazione di validi e chiari propositi scientifici o culturali, ma si dice che ottenere questi permessi fosse una faccenda alquanto facile[senza fonte]..

[modifica] Roghi di libri nel 1938

Grandi falò di libri si verificarono sin dal 1938[1] le opere contenenti temi sulla cultura ebraica, la massoneria, l'ideologia comunista, vennero rimosse dagli occulti scaffali delle sezioni riservate delle librerie (ma si dice che in effetti l'ordine non sia stato eseguito con grande zelo, dal momento che questa politica rese molto impopolare il Regime). Per poter evitare le ispezioni e i sequestri fatti dalla polizia fascista, molti bibliotecari preferirono nascondere le opere incriminate, che in effetti in molti casi vennero ritrovate alla fine della guerra.

[modifica] Autocensura della stampa

Viene sostenuto che la stampa italiana si sia auto-censurata da sola prima che la commissione censoria potesse farlo. In effetti le azioni contro la stampa formalmente furono molto poche, ma è stato fatto notare che a causa dell'organizzazione altamente gerarchizzata dei giornali (in mano a persone spesso amiche del regime o indifferenti ma timorose di esso), il regime poteva sentirsi abbastanza sicuro, controllando molto spesso la nomina dei direttori e dei responsabili per la censura nelle singole testate.

La maggior parte degli intellettuali che prima e durante le prime fasi dell'instaurarsi del fascismo, avevano chiaramente e liberamente espresso il loro antifascismo (ad esempio Indro Montanelli), conservarono comunque il ruolo di giornalista (con poche eccezioni come Antonio Gramsci), e molto confortevolmente trovarono il modo di lavorare in un sistema dove le notizie arrivavano direttamente dal governo (in bollettini di notizie noti come "veline", per il tipo di carta-velina che si impiegava per fare molteplici copie nella macchina per scrivere meccanica) ed era necessario soltanto adattarle alle forme, stile e cultura media del proprio pubblico prevalente di lettori o ascoltatori.

I nuovi revisionisti parlano di un servilismo dei giornalisti, e in questo sono sorprendentemente seguiti da molti altri autori, tra cui anche alcuni di sinistra, dato che questo sospetto è sempre stato attribuito alla stampa italiana, prima, durante e dopo il "Ventennio", e anche in tempi recenti la categoria non ha ancora dimostrato completamente la sua indipendenza dai "poteri forti". Un noto scrittore e giornalista italiano, Ennio Flaiano, notoriamente antifascista, era solito dire che i giornalisti non devono preoccuparsi di "quella irrilevante maggioranza di italiani".

[modifica] Stampa clandestina

La stampa indipendente (illegale) usava attrezzature e distribuzione clandestine, ed era collegata principalmente alle attività di gruppi politici.

Il controllo sulle pubblicazioni lecite era condotto in pratica, alle rotative, da fedeli funzionari civili, e ciò diede vita alla comune battuta secondo cui qualsiasi testo che poteva raggiungere un lettore era stato "scritto dal Duce e approvato dal caporeparto".

Come in qualsiasi sistema forte, la censura fascista suggeriva di comporre i giornali con una più ampia attenzione alla cronaca nei momenti politicamente più delicati, in modo da distrarre l'opinione pubblica dai passaggi pericolosi per il governo. La stampa creava allora dei "mostri" o si concentrava su figure terrorizzanti (assassini, serial killer, terroristi, pedofili, ecc.). Quando necessario, veniva evidenziata l'immagine di uno stato sicuro e ordinato, dove la polizia era in grado di catturare tutti i criminali e, come vuole il luogo comune, i treni erano sempre in orario. Tutte queste manovre erano solitamente gestite direttamente dal MinCulPop.

Per completezza si deve ricordare che dopo il fascismo, la repubblica democratica non cambiò la sostanza della legge fascista sulla stampa, che oggi è organizzata come in precedenza. Ad esempio la legge sull'accesso alla professione di giornalista è rimasta inalterata.

[modifica] La satira: il Marc'Aurelio

Riguardo alla satira e alla stampa ad essa associata, il fascismo non fu più severo, e infatti una famosa rivista, il Marc'Aurelio, ebbe modo di essere stampata e distribuita con pochi problemi. Nel 1924-1925, durante il periodo più violento del fascismo (quando le squadre usarono la brutalità contro gli oppositori), riferendosi alla morte di Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti, il Marc'Aurelio pubblicò una serie di pesanti barzellette e vignette, descrivendo un Mussolini che distribuiva la pace, eterna in questo caso. Il Marc'Aurelio comunque assunse un tono più integrato negli anni successivi e nel 1938 (l'anno delle leggi razziali) pubblicava spesso articoli e disegni di volgare contenuto antisemita.

[modifica] La censura nelle comunicazioni private

Abbastanza ovviamente, qualsiasi telefonata era a rischio di essere intercettata e, talvolta, interrotta dai censori.

Non tutta la corrispondenza veniva ispezionata, ma non tutta quella che veniva letta dai censori riportava il regolare bollo che registrava l'avvenuto controllo. Gran parte della censura, molto probabilmente, non veniva dichiarata, in modo da poter segretamente consentire ulteriori investigazioni di polizia.

Chiacchierare sulla pubblica via era in effetti molto rischioso, in quanto una speciale sezione di investigatori si occupava di quello che la gente diceva per strada; un'eventuale accusa da parte di un poliziotto in incognito era molto difficile da confutare e molte persone riportarono di essere state falsamente accusate di sentimenti anti-nazionali, solo per l'interesse personale della spia. Di conseguenza, dopo i primi casi, la gente solitamente evitava di chiacchierare in pubblico.

[modifica] Censura militare

La maggior parte dei documenti sulla censura fascista proviene dalle commissioni militari per la censura.

Ciò è dovuto ad alcuni fatti: in primo luogo la guerra aveva portato molti italiani lontani dalle loro case, creando un bisogno di scrivere alla propria famiglia che prima non esisteva. Secondariamente, in una situazione critica come può essere quella di una guerra, le autorità militari erano ovviamente costrette ad una maggiore attività, allo scopo di controllare eventuali oppositori interni, spie o (soprattutto) disfattisti. Infine, l'esito della guerra non permise ai fascisti di nascondere o eliminare questi documenti (cosa che si suppone sia avvenuta per altri documenti prima della guerra), che rimasero negli uffici pubblici dove vennero trovati dalle truppe di occupazione. Quindi è oggi possibile leggere migliaia di queste lettere che i soldati inviavano alle loro famiglie, e questi documenti si sono rivelati una risorsa unica per la sociologia (e per la conoscenza generale di quei tempi).

Questo lavoro era organizzato quotidianamente, riassunto e composto in una nota che veniva ricevuta giornalmente da Mussolini o dal suo apparato, e dalla altre principali autorità. Queste note riportavano ad esempio, cosa pensavano i soldati di alcuni eventi importanti, qual era l'opinione in Italia e argomenti simili.

[modifica] La censura teatrale

L'intervento dello Stato fascista nella vita pubblica italiana, agli inizi modesto, divenne rilevante solo dopo il 1922 con il contemporaneo consolidarsi del regime. Negli anni Venti il teatro italiano attraversava una profonda crisi dovuta alla concorrenza del cinema ed è solo dagli anni Trenta che il governo fascista prende atto dell'importanza dell'influenza culturale rappresentata dallo spettacolo teatrale decidendo di prendere in mano la guida delle attività teatrali con una serie d'interventi come il finanziamento pubblico, la nuova organizzazione delle filodrammatiche, il controllo delle compagnie nelle loro tournée in Italia e all'estero e soprattutto con l'organizzazione di una nuova efficiente censura teatrale.

[modifica] L'organizzazione della nuova censura

Prima del 1930 il fascismo non ebbe una apposita organizzazione di controllo della produzione teatrale. Di osservare quanto accadeva nel mondo dello spettacolo e, se del caso, d'intervenirvi era compito delle locali prefetture. Solo nel 1931 il regime credette opportuno creare un organo di controllo nazionale istituendo un ufficio nell'ambito del Ministero dell'interno retto dal funzionario Leopoldo Zurlo, rimasto in carica sino al 1943, che prese complessivamente in esame ben 18000 testi di autori italiani.

Nel 1935 questo ufficio di controllo fu spostato sotto le direttive del Ministero della Stampa e Propaganda divenuto poi nel 1937 Ministero della Cultura Popolare. Oltre agli uffici appositamente creati il regime si serviva per i suoi interventi censori anche di altre fonti indirette ed estemporanee quali corrispondenze e critiche giornalistiche o anche generiche voci sugli spettacoli ad opera degli stessi spettatori.[2]

L'azione censoria non era uguale per tutti gli autori ma si differenziava di volta in volta con esiti diversi anche per lo stesso autore o per lo stesso spettacolo a secondo del contesto in cui si svolgeva.

Raramente l'opera di un autore veniva censurata del tutto ma molto più spesso l'intervento del censore si limitava a togliere alcune battute o un intero atto del copione o singoli particolari riguardanti le scene o i costumi giudicate lesive politicamente dal regime.

Il prefetto Zurlo fu molto accurato nell'eseguire il suo lavoro: ogni suo intervento censorio era infatti accompagnato da note esplicative. Questi interventi così precisi richiedevano naturalmente del tempo e questo spiega perché era previsto che ogni opera dovesse passare il vaglio della censura presentandola all'ufficio apposito almeno due mesi prima del debutto sulla scena.

Ciò fa anche capire perché gli stessi autori spesso si autocensurassero e, per non correre rischi di dannosi ritardi per l'esordio delle loro opere, introducessero nel copione surrettizie lodi al fascismo, adombrandone i meriti e i valori nello stesso racconto teatrale. In definitiva non vi furono particolari resistenze degli autori nei confronti della censura che anzi preferivano che intervenisse prima della rappresentazione, richiedendone essi stessi l'intervento piuttosto che nel corso della stessa quando avrebbe potuto portare alla sospensione dello spettacolo.

Un effetto collaterale dell'intervento censorio su i copioni teatrali è quello che è stato visto come un revival del canovaccio e della commedia dell'arte, dato che tutte le storie da rappresentare dovevano ottenere un permesso prima di essere messe in scena, le sceneggiature venivano sommariamente riassunte così che ufficialmente assumevano l'aspetto di improvvisazioni su un dato tema.

[modifica] Il caso di Sem Benelli

Clamorose eccezioni a questa situazione furono i casi di Roberto Bracco e Sem Benelli.[3]

Dal momento che Benelli ruppe con il regime dopo il delitto Matteotti la censura fascista si accanì sulle sue rappresentazioni teatrali di quest'autore che pure aveva apostrofato il Duce come genio in cima a una piramide, Dio in terra.

Il Ministero della Cultura Popolare nel maggio del 1933 ordinava all'Opera Nazionale Dopolavoro di proibire «a tutte le compagnie filodrammatiche di rappresentare lavori di Roberto Bracco e di Sem Benelli», sospetto antifascista e comunque «contrarie ai criteri educativi e morali» del fascismo.

Sorvegliato dall'OVRA, impossibilitato a pagare i suoi debiti, Benelli, a cui era stato espressamente vietato di comporre altre opere, attraversava un difficile momento anche se l'ambiguo atteggiamento del regime nei confronti dell'arte gli permette a sprazzi di continuare il suo lavoro non senza clamorosi incidenti.

Significativo quanto accadde con il dramma l'Orchidea, rappresentato all'"Eliseo" di Roma il 20 maggio del 1938.

Scriveva Arturo Bocchini, il capo della polizia, a Francesco Peruzzi, ispettore responsabile dell'OVRA: «Com'è noto la sera del 20 maggio u.s., al teatro Eliseo di Roma, la commedia Orchidea di Sem Benelli ebbe un'accoglienza talmente ostile da parte degli spettatori che se ne dovette sospendere la rappresentazione. Il lavoro è stato poi definitivamente tolto dal cartellone.»

In realtà l'Orchidea al suo debutto aveva avuto una buona accoglienza dal pubblico e se ora invece ne subiva i fischi e le urla di dissenso questo era dovuto alla gazzarra organizzata da una cinquantina di squadristi fascisti mandati appositamente da Starace, segretario nazionale del Partito nazionale fascista e da Andrea Ippolito, federale di Roma.

Precedentemente a questi fatti la censura fascista si era maldestramente esercitata anche su un altro dramma di Benelli L'elefante, rappresentato nel 1937. Per un qualche equivoco i tagli imposti al copione non erano stati riportati nel testo che era stato pubblicato e distribuito in teatro, per cui il pubblico poté constatare, seguendo la recitazione degli attori, l'insensatezza delle frasi censurate come quella che diceva «il matrimonio è diventato la fissazione della civiltà moderna».

[modifica] Gli argomenti censurati

La censura fascista aggiunse ai temi che già in epoca liberale venivano tenuti sotto sorveglianza come la morale, la magistratura, la casa reale e le forze armate, una quantità di argomenti che variavano a seconda dell'evolversi dell'ideologia fascista e dei suoi atti politici. In questo modo fu dapprima tagliata dalle forbici del censore quanto riguardava ogni considerazione ritenuta lesiva del regime a proposito del Duce, della guerra, della patria, del sentimento nazionale, e in seguito ogni accenno ritenuto negativo nei confronti della maternità, della battaglia demografica, dell'autarchia ecc. In modo particolare la censura fascista era attenta quando nei copioni si rintracciava una qualche considerazione celebrante l'individualismo che mettesse in discussione la supremazia dello Stato, principio supremo della ideologia fascista.

[modifica] Gli italiani e la censura

Il fatto che gli italiani fossero consci che qualsiasi comunicazione potesse essere intercettata, registrata, analizzata e eventualmente usata contro di loro, fece sì che con il tempo la censura divenisse una cosa da tenere normalmente in considerazione, e ben presto la gente iniziò a usare termini gergali o altri sistemi convenzionali per aggirare la regola. L'opposizione veniva espressa in maniera satirica o con ingegnosi trucchetti legali, uno dei quali era quello di cantare in pubblico l'inno della Sardegna, che avrebbe dovuto essere vietato in quanto non in lingua italiana, ma che non poteva esserlo essendo uno dei simboli di Casa Savoia.

Va detto che nella gran parte dei piccoli paesi la vita continuò come prima, dato che le autorità locali usavano uno stile molto familiare nell'eseguire tali ordini. Anche in molte realtà urbane i funzionari civili usavano poco zelo e molta umanità, ma l'effetto generale fu comunque rilevante.

[modifica] Note

  1. ^ Cfr.Jonathan Rose, Il libro nella Shoah, ed. Sylvestre Bonnard, Milano 2003
  2. ^ P. Iaccio, "La censura teatrale durante il fascismo", in Storia contemporanea, n. 4, 1956, p. 570
  3. ^ Scarpellini, E. : Organizzazione teatrale e politica del teatro nell’Italia fascista. Firenze, La Nuova Italia, 1989, p. 125; Iaccio ivi, p. 599-601


[modifica] Bibliografia

  • Emilio Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Editori Laterza, 2002, ISBN 8842075442
  • J.Rose, Il libro nella Shoah, ed. Sylvestre Bonnard, Milano 2003 ISBN 8886842600
  • Archivio Centrale dello Stato, MinCulPop, DG teatro e musica, fondo censura teatrale, b. 654, f. 12483; b. 426, f.8054.
  • Alfieri, D., "Il teatro italiano", in: Scenario, n. 6, giugno 1939, p. 247.
  • Benelli, S., L’Elefante. Commedia in tre atti, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1946.
  • Benelli, S., L’Orchidea. Commedia in tre atti, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1946.
  • Critica fascista, 1, gennaio 1935.
  • D’Amico, S., Il teatro non deve morire, Roma, Edizioni dell’Era Nuova, 1945.
  • Iaccio, P., "La censura teatrale durante il fascismo", in: Storia contemporanea, n. 4, agosto 1986, pp. 567-614.
  • Scarpellini, E., Organizzazione teatrale e politica del teatro nell’Italia fascista, Firenze, La Nuova Italia, 1989.
  • Zurlo, L., Memorie inutili. La censura teatrale nel ventennio, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1952.

[modifica] Voci correlate

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