Questione romana

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1leftarrow.pngVoce principale: Risorgimento.

La "questione romana" è la controversia che fu dibattuta durante il Risorgimento relativamente al ruolo di Roma, sede del potere temporale del papa ma, al tempo stesso, capitale d'Italia.

Il neonato Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Stampa satirica e anticlericale sulla questione romana: con Roma sullo sfondo, Garibaldi e Vittorio Emanuele sparano a pipistrelli "clericali", Napoleone III, nelle vesti di un gendarme, difende Pio IX e Francesco II (abbigliato come pazzariello napoletano) mentre due inglesi in tenuta da caccia osservano e esclamano: "Lasciate che Vittorio faccia quel bel tiro e siamo più che contenti"

Il 17 marzo 1861 il primo Parlamento unitario proclamò il Regno d'Italia. Il nuovo regno non comprendeva Roma ed il Lazio, che costituivano lo Stato Pontificio. Nello stesso giorno Camillo Cavour tenne un famoso discorso alla Camera dei deputati[1]. Concluse il suo intervento dichiarando che Roma “è la necessaria capitale d'Italia, che senza che Roma sia riunita all'Italia come sua capitale, l'Italia non potrebbe avere un assetto definitivo”.[2]

Roma era tuttavia protetta dalla Francia di Napoleone III che era, al contempo, il principale alleato e protettore del giovane Regno d'Italia. Il 15 settembre 1864 la Francia e l'Italia stipularono una convenzione con la quale l'Italia si impegnava a non attaccare i territori del Santo Padre; in cambio la Francia ritirava le proprie truppe dai medesimi territori[3]. In mancanza del consenso francese, le uniche azioni volte alla conquista dell'Urbe furono condotte da Garibaldi, e si conclusero con le tragiche giornate dell'Aspromonte (1862) e di Mentana (1867).

La "questione romana", comunque, non si limitava al solo problema dell'annessione territoriale di Roma, ma chiamava in causa il complesso tema delle relazioni tra Chiesa cattolica e Regno d'Italia, già gravemente compromesse dalla permanente opposizione al Risorgimento, manifestata da Pio IX a partire dal 1849.

L'insistenza papale nell'affermare l'autonomia e l'indipendenza dello Stato della Chiesa ebbe come conseguenze:

  • in Italia: un forte incremento dell'anticlericalismo; la proibizione per i cattolici di partecipare alla vita politica nazionale (non expedit) con conseguente laicizzazione della politica di governo; spaccatura di fatto del Paese ("storico steccato") che portò la Chiesa a valutare negativamente tutto quanto avvenisse nel campo non confessionale;
  • fuori dall'Italia: tutta la vita della Chiesa fu condizionata nella seconda metà dell'Ottocento dalla "questione romana" e dalla necessità di trovare modi e strumenti che garantissero piena libertà al papa.

D'altra parte, lo Stato perseguì una politica particolarmente restrittiva che incideva soprattutto sui beni ecclesiastici. In particolare, con l'emanazione delle cosiddette leggi eversive (legge n. 3036 del 7 luglio 1866 e legge n. 3848 del 19 agosto 1867), fu negato il riconoscimento e disposta la soppressione di diversi enti ecclesiastici che, a parere dello Stato, erano ritenuti non necessari al soddisfacimento dei bisogni religiosi della popolazione, con la conseguente devoluzione al demanio del relativo patrimonio.

Dopo porta Pia[modifica | modifica wikitesto]

Breccia di Porta Pia
Monumento ad Arnaldo da Brescia. Una lapide alla base recita: Ad Arnaldo - al precursore - al martire del libero italico pensiero Brescia sua decretava tosto rivendicata libertà - MDCCCLX

Nel 1870, alcune settimane dopo la caduta di Napoleone III (battaglia di Sedan del 1º settembre), l'esercito italiano si fece più ardito e, guidato dal generale Raffaele Cadorna, entrò in Roma, non più difesa dalle truppe francesi (Breccia di Porta Pia del 20 settembre), annettendo il millenario Stato della Chiesa al Regno d'Italia. Il 3 febbraio 1871 Roma è proclamata capitale del Regno d'Italia[4], il 13 maggio 1871 veniva approvata la Legge delle Guarentigie, la quale - come dice il suo nome - stabiliva precise garanzie per il Papa e la Santa Sede.

Il Papa (all'epoca Pio IX), secondo la suddetta legge, diventava suddito dello Stato Italiano, pur potendo godere di una serie di privilegi rispetto agli altri cittadini. Tuttavia il Pontefice non volle mai accettare una legge unilaterale (fu compilata, infatti, su iniziativa del solo Stato italiano) e, a suo parere, eversiva. Rinunciò, inoltre, alla dotazione annua, fissata in lire 3.225.000. [5]

Dal 1871, sia Pio IX sia i suoi successori, non uscirono dai Palazzi Vaticani in segno di protesta, che si protrasse per quasi sessant'anni, fino alla stipula dei Patti Lateranensi nel 1929.

Nonostante l'offerta delle Legge delle Guarentigie, i segnali del governo non erano sempre di distensione e di pacificazione. Nel giugno del 1873 il governo estese anche a Roma le leggi sulla separazione tra Stato e Chiesa (leggi Siccardi e successive), osteggiate dai cattolici intransigenti e due anni dopo impose pure al clero l'obbligo del servizio militare.[6]

Pio IX nel 1874 e Leone XIII ingiunsero ai cattolici italiani di non recarsi alle urne e con il famoso non expedit (in italiano "non conviene", "non è opportuno") prescrissero (per più di trent'anni) di evitare la partecipazione attiva alla vita politica del paese. Lo scontro tra i cattolici intransigenti ed i sostenitori della laicità dello stato divenne acceso, e ricco di gesti simbolici, come l'erezione del Monumento a Arnaldo da Brescia nella sua città natale e un busto al Pincio, e il monumento a Giordano Bruno a Campo de' Fiori, sul luogo dove mori' bruciato dal rogo.

I pontificati di Pio X, di Benedetto XV e di Pio XI (nei primi tre decenni del XX secolo) videro, invece, una lenta distensione di rapporti ed un graduale riavvicinamento con lo stato italiano. L'affermazione dei socialisti favorì, inoltre, l'alleanza tra cattolici e liberali moderati (Giolitti) in molte elezioni amministrative, alleanza detta clerico-moderatismo. Segno di questi mutamenti è la lettera enciclica del 1904 Il fermo proposito[7], che, se da un lato conservava il non expedit, ne permetteva tuttavia larghe eccezioni, che poi si moltiplicarono: vari cattolici entrarono, in questo modo, in parlamento, sia pure a titolo personale.

La lenta risoluzione dei contrasti[modifica | modifica wikitesto]

Breccia di Porta Pia

Immediatamente dopo la fine della Prima guerra mondiale vi furono i primi contatti fra Santa Sede e Regno d'Italia per porre fine all'annosa controversia con una presa di contatto fra monsignor Bonaventura Ceretti e il primo ministro Vittorio Emanuele Orlando. Alla morte di Benedetto XV per la prima volta in tutta Italia le bandiere sono poste a mezz'asta.

Una decisa apertura nei confronti della Chiesa avvenne all'indomani della Marcia su Roma con l'introduzione della religione cattolica nelle scuole, con funzione di ancella della filosofia (1923) e l'autorizzazione ad appendere il crocifisso nelle aule. Già nel gennaio 1923 si aprirono delle trattative segrete con un incontro tra Benito Mussolini e il cardinal Segretario di Stato Pietro Gasparri.

A partire dall'agosto 1926 una serie di incontri riservati, inizialmente ufficiosi, tra il consigliere di Stato Domenico Barone, negoziatore per lo stato italiano, e l'avvocato Francesco Pacelli (fratello maggiore di Eugenio, futuro Pio XII) delegato per la Chiesa cattolica, portarono agli accordi che sarebbero stati formalizzati con i Patti Lateranensi. Alla morte prematura di Barone (4 gennaio 1929), lo stesso Mussolini assunse in prima persona le trattative finali incontrando più volte Pacelli. [8]

La "questione romana" si poté dire definitivamente conclusa, quindi, nel 1929 con la stipula dei Patti Lateranensi, sottoscritti l'11 febbraio di quell'anno da Benito Mussolini e da papa Pio XI rappresentato dal cardinale Gasparri ed entrati in vigore con lo scambio degli strumenti di ratifica il 7 giugno dello stesso anno.

I Patti Lateranensi sono richiamati anche nell'articolo 7 [9] della Costituzione della Repubblica Italiana, approvato in sede costituente grazie al voto favorevole espresso dai rappresentanti del PCI a seguito di una precisa scelta politica di Palmiro Togliatti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fu il discorso della famosa frase: "Noi siamo pronti a proclamare nell'Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato" e dell'avvertimento lanciato al Papa: "Santo Padre, il potere temporale per voi non è più garanzia d'indipendenza" [1]
  2. ^ Il discorso di Cavour e il voto della Camera, riportati dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
  3. ^ Convenzione stipulata a Parigi tra il Governo francese e quello italiano per la cessazione della occupazione francese in Roma, e per il trasferimento della Metropoli da Torino in altra Città del Regno. Parigi le 15 Septembre 1864., MantuaLex. URL consultato il 15 agosto 2010.
  4. ^ Legge n.33 del 3 febbraio 1871(Gazzetta Ufficiale n.168 del 4 febbraio 1871). Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno N.33 (Serie seconda). Roma capitale del Regno, MantuaLex. URL consultato il 15 agosto 2010.
  5. ^ La somma indicata, rivalutata secondo i coefficienti Istat per il periodo 1871-2009 (ultimo anno disponibile, coefficiente 8103,0334) risulta pari a 26,132 miliardi di lire, 13,496 milioni di euro. Vedi: Istat, Indice dei prezzi per le rivalutazioni monetarie, Coefficienti annuali per rivalutare somme di denaro da un determinato anno all'ultimo disponibile. Sito Istat.
  6. ^ M. Guasco, Storia del clero in Italia dall'Ottocento a oggi, Bari 1997, p. 79
  7. ^ Il testo in Magistero Pontificio
  8. ^ Vedi: Giacomo de Antonellis, La diplomazia segreta del Concordato in Storia Illustrata, Numero speciale 1929 : 50 anni fa nel mondo, n. 262, Settembre 1979, pp. 30-38.
  9. ^ «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.»

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]