Vittorio Emanuele Orlando
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| Vittorio Emanuele Orlando | ||||
| Luogo di nascita | Palermo | |||
| Data di nascita | 18 maggio 1860 | |||
| Luogo di morte | Roma | |||
| Data di morte | 1 dicembre 1952 | |||
| Partito politico | Sinistra storica | |||
| Mandato | dal 30 ottobre 1917 al 23 giugno 1919 | |||
| Titolo di studio | laurea in giurisprudenza | |||
| Professione | avvocato, uomo politico | |||
| Predecessore | Paolo Boselli | |||
| Successore | Francesco Saverio Nitti | |||
Vittorio Emanuele Orlando (Palermo, 18 maggio 1860 – Roma, 1º dicembre 1952) è stato un politico e giurista italiano.
Indice |
[modifica] Biografia
[modifica] Il giurista
Nato pochi giorni dopo lo sbarco dei Mille a Marsala, figlio di un avvocato, si dedicò con passione agli studi giuridici. Nel 1880, non ancora laureato, vinse un concorso indetto dall'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere per uno studio sulla riforma elettorale, tema in quegli anni molto dibattuto, che fu pubblicato con il titolo Della riforma elettorale nel 1881; l'anno successivo la riforma elettorale fu approvata dal Parlamento.
In questo lavoro Orlando confutava i timori dei conservatori e anche di molti liberali che, dall'allargamento della base elettorale popolare, temevano un vantaggio per i partiti radicali e socialisti da una parte e di quello clericale dall'altro, oltre che un aumento dei fenomeni della corruzione e del voto di scambio. Per lui l'apporto di nuove idee nella vita pubblica avrebbe potuto avere solo conseguenze positive e giudicava che l'opposizione pregiudiziale a nuovi principi fosse indizio di una calcolata faziosità.
Egli si mostrò, in questa sua prima opera, di un liberalismo moderato ma aperto, che si spingeva fino al radicalismo, cui tuttavia non giunse mai ad aderire: negava che il diritto di voto fosse un diritto naturale, si opponeva pertanto al suffragio universale e non riteneva che i tempi fossero maturi per concederlo anche alle donne; riteneva tuttavia che le minoranze avessero pieno diritto di rappresentanza parlamentare.
Questo stesso studio gli permise, una volta laureato, di ottenere la libera docenza con la cattedra di diritto costituzionale all'Università di Palermo. Nel 1885 pubblicò Della resistenza politica individuale e collettiva, nel 1889 i suoi Principi di diritto costituzionale e nel 1890 i Principi di diritto amministrativo, assumendo nel 1891 la cattedra all'Università di Roma.
L'opera dell'Orlando nel campo del diritto costituzionale rimase di rilievo fino alla Costituzione della Repubblica. Sosteneva che il diritto risiedesse nel popolo, reale depositario della sovranità nazionale, e che il compito del Capo dello Stato fosse di garantire che la sovranità rimanesse nelle mani del popolo, anche se ad avere la funzione di esercitarla era il Parlamento, chiamato a controllare e giudicare l'attività del governo. Il Parlamento doveva farsi interprete dei sentimenti popolari e denunciare gli eventuali "arbitrii che in danno della popolare libertà si commettessero", ma se esso avesse tradito il suo compito, l'Orlando ammetteva il diritto alla resistenza, fino alla rivoluzione. Poiché le forme politiche devono sempre corrispondere alla coscienza giuridica del popolo, la rivoluzione è infatti per l'Orlando "uno dei modi onde la forza di quei sentimenti giuridici che si vengono formando nella coscienza popolare si manifesta e prevale". Ma prima di giungere all'estrema risorsa rivoluzionaria, esistono forme di resistenza quali si ottengono con l'esercizio dei diritti civili di opinione, di stampa, di associazione, di riunione e di protesta; alla minoranza parlamentare deve essere poi riconosciuto il diritto all'ostruzionismo. Vi sono dunque, nell'Orlando, evidenti echi della teoria settecentesca del diritto di ribellione popolare contro i sovrani che avessero violato il patto idealmente stipulato con i sudditi.
[modifica] L'uomo politico
Nel 1897 fu eletto deputato del collegio di Partinico, vicino Palermo, dove fu sempre rieletto fino al 1925. Schierato con Giolitti, dovette subito affrontare da parlamentare, nel periodo politico più agitato e pericoloso del Regno, prima dell'avvento del fascismo, il compito di sventare, insieme con socialisti, repubblicani, radicali e giolittiani, mediante il ricorso all'ostruzionismo parlamentare, il tentativo reazionario del Pelloux.
Nel 1903 fu ministro della Pubblica Istruzione nel governo Giolitti; dal 1907 resse il dicastero di Grazia e Giustizia, che allora aveva anche il compito - in mancanza di rapporti diplomatici - di tenere relazioni ufficiose con la Santa Sede. Alla caduta del governo Giolitti nel 1909 ottenne l'apprezzamento di Pio X, che egli aveva appoggiato nella sua opera di repressione del movimento modernista.
Tornò ad assumere un incarico ministeriale - quello di Grazia e Giustizia - nel novembre 1914, con il gabinetto Salandra, decisamente favorevole all'entrata in guerra dell'Italia a fianco delle potenze dell'Intesa. Orlando, già neutralista, dopo l'intervento si dichiarò apertamente favorevole alla guerra ed esaltò le violente manifestazioni di piazza del maggio 1915.
[modifica] A capo del governo
Caduto anche il governo Salandra, Orlando fu ministro dell'Interno nel successivo gabinetto Boselli; dopo il disastro di Caporetto, il 30 ottobre 1917 fu chiamato a sostituire il debole Boselli. Era all'apice della sua carriera politica, alla guida del Paese - e mantenne anche il dicastero degli Interni - nella drammatica situazione di guerra.
Una delle sue prime iniziative fu di telegrafare al maresciallo Cadorna, per riconfermargli la sua fiducia e la sua stima; in realtà aveva già deciso la sua sostituzione col maresciallo Diaz e si guadagnò così l'eterna inimicizia del Cadorna.
Con la pubblicazione nella fine del 1917, da parte del governo bolscevico, del testo, fino ad allora segreto, del Patto di Londra, ove si rivelavano gli accordi sulla spartizione dei territori delle potenze nemiche, si creò un ulteriore incidente con il Vaticano, dopo quello creato dal sequestro di Palazzo Venezia, già ambasciata austriaca presso la Santa Sede. La stampa inglese, traducendo malamente il testo dal russo, faceva erroneamente apparire che l'art. 15 del Patto escludesse il Vaticano dalle trattative di pace; l'Orlando voleva autorizzare la pubblicazione del testo di quell'articolo, ma il ministro degli Esteri Sidney Sonnino si rifiutò.
Il 4 novembre 1918 l'Impero austro - ungarico si arrese; la guerra, costata 650.000 morti e 148 miliardi di lire - il doppio di quanto complessivamente speso dallo Stato unitario dal 1861 al 1913 - era finita.
Nonostante l'esito delle trattative da lui condotte a Versailles fosse stato giudicato da larghi settori dell'opinione pubblica come una "vittoria mutilata", Orlando si considerò soddisfatto degli esiti politici della guerra: il 15 dicembre 1918 dichiarò al Senato che "l'Italia è oggi un grande Stato, non già per virtù di una indulgente concessione diplomatica, ma perché essa ha rivelato una capacità di azione e di volere che la pareggia effettivamente ai più grandi Stati storici e contemporanei. È questo, secondo me, il primo e principale ingrandimento...non vi sono solo questioni economiche e territoriali che senza dubbio hanno per l'Italia un'importanza incomparabile ma vi è altresì tutto l'assetto etico e politico del mondo...".
Sostenitore del riconoscimento delle nazionalità in opposizione alla politica decisamente imperialistica del Sonnino, alla conferenza di pace tenuta a Parigi nel 1919 con i rappresentanti di Francia, Inghilterra e Stati Uniti, il contrasto fra i due politici italiani fu fatale; se Orlando, disposto a rinunciare alla Dalmazia, richiedeva l'annessione di Fiume, Sonnino non intendeva cedere sulla Dalmazia, cosicché l'Italia finì col richiedere entrambi i territori, senza ottenere nessuno dei due.
Il presidente americano Woodrow Wilson lo umiliò pubblicamente in aprile, dichiarando di dubitare che egli avesse la fiducia del suo Paese e che ne interpretasse la volontà: Orlando reagì abbandonando la conferenza. La sua carriera di uomo politico di primo piano finì con le dimissioni date il 23 giugno 1919.
[modifica] L'avvento del fascismo
L'avvento del fascismo vide Orlando tra i suoi benevoli sostenitori: fece parte, con Antonio Salandra e Gaetano Mosca, della commissione incaricata di esaminare il progetto di legge Acerbo, che dava al partito o alla coalizione che avesse ottenuto alle elezioni almeno il 25% dei voti, i due terzi dei seggi parlamentari. Don Sturzo scrisse in seguito a questo proposito: "Vedi la strana sorte di questi illustrissimi uomini di diritto, professori e consiglieri di Stato, quali Salandra, Orlando, Perla e Mosca. Appartenenti alla più pura tradizione liberale e Orlando per di più democratico di razza, sono obbligati a cancellare il loro passato, a dichiarare la bancarotta del liberalismo, a forzare la storia del diritto pubblico, a proclamare il dogma del diritto delle minoranze soverchiatrici, per arrivare a costituire un governo che non è più il governo del Re, né il governo del popolo, ma il governo della fazione dominante vestita della legalità di pseudo - maggioranza...".
Fu candidato in Sicilia nel "listone" fascista per le elezioni del 1924, ma sostenne di essere rimasto il liberale democratico di sempre; neanche l'omicidio di Giacomo Matteotti lo spinse all'opposizione, alla quale aderì solo dopo il famoso discorso di Mussolini, il 3 gennaio 1925, "...se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di quest'associazione..." che segnò la formale instaurazione della dittatura, con la successiva messa fuori legge dei partiti e gli altri provvedimenti autoritari.
A questo discorso si rifece tuttavia il 28 giugno 1925 al Teatro Massimo di Palermo, nel comizio elettorale per la Unione palermitana per la libertà di cui era capolista e che competeva con le formazioni fasciste capeggiate da Alfredo Cucco. In quei frangenti era in piena attuazione la campagna di repressione della mafia guidata dal prefetto Cesare Mori, ed Orlando così argomentò alla platea:
- Or vi dico, signori, che se per mafia si intende il senso dell'onore portato fino all'esagerazione, l'insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se per mafia si intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell'anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo!
Dopo aver raccolto con la sua lista 16.616 voti, contro i 26.428 della lista fascista[1], nell'agosto successivo si dimise dall'incarico di parlamentare. La dichiarazione fu invece usata nella polemica politica come riscontro dell'inquinamento mafioso della vecchia classe politica[2].
Nel 1931 il collocamento a riposo dall'insegnamento universitario per raggiunti limiti d'età gli risparmiò di dover giurare fedeltà al regime, ma nel 1935 in una lettera testimoniò a Mussolini solidarietà per la sua guerra etiopica. Mussolini, che fece pubblicare dai giornali la lettera privata di Orlando, avrebbe voluto ricambiare l'inatteso riconoscimento con l'offerta della presidenza del Senato, ma Orlando rifiutò.
[modifica] Il ritorno della democrazia
Orlando, con altri esponenti del prefascismo, fu consultato in segreto nel luglio 1943 da Vittorio Emanuele III nel corso della preparazione della defenestrazione di Mussolini. Redasse di suo pugno il testo del proclama firmato da Badoglio che annunciava la caduta del fascismo e la continuazione della guerra; appoggiò i governi di unità nazionale, ma fu diffidente verso i successivi governi centristi, cui rimproverava di non porre in primo piano i motivi politici dell'indipendenza e della dignità nazionale. Fece clamore, nel 1947, il suo discorso in occasione del dibattito parlamentare per la ratifica del trattato di pace, in cui accusò De Gasperi di "cupidigia di servilismo".
Consultore nazionale dal 1945 al 1946, deputato alla Costituente dal 1946 al 1948, senatore di diritto dal 1948 al 1953, tenne il discorso d'apertura della prima legislatura della Repubblica italiana. Fece la sua ultima battaglia parlamentare a 92 anni, in opposizione alla riforma della legge elettorale maggioritaria, proposta dalla maggioranza centrista, nota come "legge truffa". Dal 1950 al 1953 fu anche presidente del Consiglio Nazionale Forense.
[modifica] Aneddoti
Con il ritorno alle istituzioni democratiche, tornarono in scena, sia pure indeboliti dall'età, i due più autorevoli esponenti politici del prefascismo: Orlando, appunto, e Francesco Saverio Nitti. I due non si potevano vedere, tanto che nel 1945, all'apertura dei lavori della Consulta Nazionale, Nitti indicando prima le sue ginocchia deformate dall'artrite e poi Orlando che saltellava in lungo e in largo per l'aula di Montecitorio, proferì ad alta voce la frase: «a qualcuno la vecchiaia offende le gambe, ad altri la testa».
Al termine della prima guerra mondiale, al tavolo di pace di Versailles, il vecchio Clemenceau, prostatico, guardando Orlando continuamente in lacrime per le umiliazioni che, a suo dire, gli Alleati infliggevano all'Italia, bofonchiava: «Ah, se io potessi pisciare come lui piange!»[3]
[modifica] Note
- ^ La lista comunista ottenne solo 211 voti.
- ^ Così in Arrigo Petacco, Il Prefetto di ferro, Mondadori, 1975
- ^ Indro Montanelli (1909-2001), - Dal CORRIERE DELLA SERA del 25 marzo 2001
[modifica] Voci correlate
[modifica] Onorificenze
[modifica] Opere
- Della riforma elettorale, Milano, 1881
- Le fratellanze artigiane in Italia, Firenze, 1884
- Della resistenza politica individuale e collettiva, Torino, 1885
- Principi di diritto costituzionale, Firenze, 1889
- Principi di diritto amministrativo, Firenze, 1890
- Teoria giuridica delle guarentigie della libertà, Torino, 1890
- La giustizia amministrativa, Milano, 1901
- Le régime parlamentaire en Italie, Parigi, 1907
- Lo Stato e la realtà, Milano, 1911
- Discorsi per la guerra, Roma, 1919
- Crispi, Palermo, 1923
- Discorsi per la guerra e per la pace, Foligno, 1923
- Diritto pubblico generale e diritto pubblico positivo, Milano, 1924
- Recenti indirizzi circa i rapporti fra diritto e Stato, Tivoli, 1926
- L'opera storica di Michele Amari, Milano, 1928
- Su alcuni miei rapporti di governo con la Santa Sede, Napoli, 1929
- Immunità parlamentari e organi sovrani, Tivoli, 1933
- Diritto pubblico generale, Milano, 1940
- Scritti vari di diritto pubblico e scienza politica, Milano, 1940
- Discorsi parlamentari, Bologna, 2002
[modifica] Bibliografia
- Francesco Parafava, Dieci anni di vita italiana, 1899 – 1909, Bari, 1913
- Luigi Albertini, Venti anni di vita politica, Bologna, 1952
- Paolo Alatri, Vittorio Emanuele Orlando, in Belfagor, Firenze, 3, 1953
- Giuseppe Capograssi, Il problema di Vittorio Emanuele Orlando, in Opere, Milano 1959
- Paolo Grossi, Scienza giuridica italiana. Un profilo storico: 1860 - 1950, Milano, 2000
[modifica] Collegamenti esterni
- giugno 1919 Cade il ministero Orlando
- IL PARTITO RADICALE TRA LA PRIMA GUERRA MONDIALE E IL FASCISMO
[modifica] Altri progetti
Wikiquote contiene citazioni di o su Vittorio Emanuele Orlando
| Predecessore: | Presidente della Camera dei Deputati | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Giuseppe Marcora | 1919 - 1920 | Enrico De Nicola |
| Predecessore: | Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Nunzio Nasi | 3 settembre 1903 - 27 marzo 1905 | Leonardo Bianchi |
| Predecessore: | Ministro degli Interni del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Antonio Salandra | 18 giugno 1916 - 23 giugno 1919 | Francesco Saverio Nitti |
| Predecessore: | Ministro della Giustizia del Regno d'Italia | Successore: | |
|---|---|---|---|
| Niccolò Gallo | 4 marzo 1907 - 11 dicembre 1909 | Vittorio Scialoja | I |
| Luigi Dari | 31 ottobre 1914 - 18 giugno 1916 | Ettore Sacchi | II |


