Presa di Roma

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Presa di Roma
parte del Risorgimento
La breccia, qualche decina di metri sulla destra della porta Pia, in una foto dell'epoca.
La breccia, qualche decina di metri sulla destra della porta Pia, in una foto dell'epoca.
Data 20 settembre 1870
Luogo Stato Pontificio
Esito Vittoria italiana
Modifiche territoriali Annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
65.000 uomini 13.624 uomini
(8.300 pontifici e 5.324 volontari)
Perdite
32 morti
143 feriti
15 morti
68 feriti
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« La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico. »
(Camillo Benso, conte di Cavour, discorso al Parlamento del Regno di Sardegna 11 ottobre 1860[1])

La presa di Roma (20 settembre 1870), nota anche come breccia di porta Pia, fu l'episodio del Risorgimento che sancì l'annessione di Roma al Regno d'Italia, decretando la fine dello Stato Pontificio quale entità storico-politica e un momento di profonda rivoluzione nella gestione del potere temporale da parte dei papi. L'anno successivo la capitale d'Italia fu trasferita da Firenze a Roma (legge 3 febbraio 1871, n. 33). L'anniversario del 20 settembre è stato festività nazionale fino alla sua abolizione dopo i Patti Lateranensi nel 1929.

Le premesse[modifica | modifica sorgente]

Il desiderio di porre Roma a capitale del nuovo regno d'Italia era già stato esplicitato da Cavour nel suo discorso al parlamento italiano nel 1860.[non chiaro] Cavour prese poco dopo i contatti a Roma con Diomede Pantaleoni, che aveva ampie conoscenze nell'ambiente ecclesiastico, per cercare una soluzione che assicurasse l'indipendenza del papa.

Il principio era quello della "libertà assoluta della chiesa" cioè la libertà di coscienza, assicurando ai cattolici l'indipendenza del pontefice dal potere civile.[2] Inizialmente si ebbe l'impressione che questa trattativa non dispiacesse completamente a Pio IX e al cardinale Giacomo Antonelli, ma questi dopo poco, già nei primi mesi del 1861, cambiarono atteggiamento e le trattative non ebbero seguito.[2]

Il comandante delle truppe pontificie, il badese Hermann Kanzler

Poco dopo Cavour affermò in parlamento che riteneva «necessaria Roma all'Italia», e che prima o poi Roma sarebbe stata la capitale, ma che per far questo era necessario il consenso della Francia. Sperava che l'Europa tutta sarebbe stata convinta dell'importanza della separazione tra potere spirituale e potere temporale, e quindi riaffermò il principio di «libera Chiesa in libero Stato».[2]

Cavour già nell'aprile scrisse al principe Napoleone per convincere l'Imperatore a togliere da Roma il presidio francese che lì si trovava. Ricevette anche dal principe un abbozzo di convenzione:

« Fra l'Italia e la Francia, senza l'intervento della corte di Roma, si verrebbe a stipulare quanto segue:

1º La Francia, avendo messo il Santo Padre al coperto d'ogni intervento straniero, ritirerebbe da Roma le sue truppe, in uno spazio di tempo determinato, di 15 giorni o al più di un mese.
2º L'Italia prenderebbe impegno di non assalire ed eziandio di impedire in ogni modo a chicchessia, ogni aggressione contro il territorio rimasto in possesso del Santo Padre.
3º Il governo italiano s'interdirebbe qualunque reclamo contro l'organamento di un esercito pontificio, anche costituito di volontari cattolici stranieri, purché non oltrepassasse l'effettivo di 10 mila soldati, e non degenerasse in un mezzo di offesa a danno del regno d'Italia.
4° L'Italia si dichiarerebbe pronta ad entrare in trattative dirette con il governo romano, per prendere a suo carico la parte proporzionale che le spetterebbe nella passività degli antichi stati della chiesa »

(in Cadorna, La liberazione[2])

Il conte di Cavour vi acconsentiva in linea di massima, perché sperava che la stessa popolazione romana avrebbe risolto i problemi senza bisogno di repressioni da parte di governi stranieri, e che il Papa avrebbe infine ceduto alle spinte unitarie. Le uniche riserve espresse riguardavano la presenza di truppe straniere. La convenzione però non arrivò a conclusione per la morte di Cavour, il 6 giugno del 1861.

Bettino Ricasoli, successore di Cavour, cercò di riaprire i contatti con il cardinale Antonelli già il 10 settembre 1861, con una nota in cui faceva appello «alla mente ed al cuore del Santo Padre, perché colla sua sapienza e bontà, consenta ad un accordo che lasciando intatti i diritti della nazione, provvederebbe efficacemente alla dignità e grandezza della chiesa».[2] Ancora una volta Antonelli e Pio IX si mostrarono contrari. L'ambasciatore francese a Roma scrisse al suo ministro che il cardinale gli aveva detto:

(FR)
« Quant à pactiser avec les spoliateurs, nous ne le ferons jamais. »
(IT)
« Quanto a fare accordi con gli espropriatori, noi non lo faremo mai »
(Card. Antonelli[2])

Da quel momento ci fu uno stallo nelle attività diplomatiche, mentre rimaneva viva la spinta all'azione di Garibaldi e dei mazziniani. Ci furono una serie di tentativi tra cui quello più noto si concluse all'Aspromonte ove i bersaglieri fermarono, dopo un breve conflitto a fuoco, Garibaldi che stava risalendo la penisola con una banda di volontari diretto a Roma.

Agli inizi del 1863, il governo Minghetti riprese le trattative con Napoleone III, ma dopo questi avvenimenti Napoleone pretese maggiori garanzie. Si arrivò quindi alla convenzione di settembre, un accordo con Napoleone che prevedeva il ritiro delle truppe francesi, in cambio di un impegno da parte dell'Italia a non invadere lo Stato Pontificio. A garanzia dell'impegno da parte italiana, la Francia chiese il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. Entrambe le parti espressero comunque una serie di riserve, e l'Italia si riservava completa libertà d'azione nel caso che una rivoluzione scoppiasse a Roma, condizioni che furono accettate dalla Francia, che riconobbe in questo modo i diritti dell'Italia su Roma.[2]

Nel 1867 Garibaldi fece un nuovo tentativo sbarcando nel Lazio, conclusosi con la sua sconfitta nella Battaglia di Mentana. Il 3 novembre i francesi sbarcarono a Civitavecchia e si unirono alle truppe pontificie scontrandosi con i garibaldini. Le truppe italiane, che in base alla convenzione avevano varcato i confini dello stato pontificio, lo abbandonarono; ma i soldati francesi, nonostante quanto previsto nella convenzione di settembre, rimasero a Roma e il ministro francese Eugène Rouher dichiarò al parlamento francese

(FR)
« que l'Italie peut faire sans Rome; nous déclarons qu'elle ne s'emparera jamais de cette ville. La France ne supportera jamais cette violence faite à son honneur et au catholicisme. »
(IT)
« che l'Italia può fare a meno di Roma; noi dichiariamo che non si impadronirà mai di questa città. La Francia non sopporterà mai questa violenza fatta al suo onore ed al cattolicesimo. »
(Rouher.[2])

Il 9 dicembre Giovanni Lanza, nel discorso di insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati, dichiarò che «siamo unanimi a volere il compimento dell'unità nazionale; e Roma, tardi o tosto, per la necessità delle cose e per la ragione dei tempi, dovrà essere capitale d'Italia».[2]

Alla fine del 1869 lo stesso Lanza, alla caduta del terzo gabinetto Menabrea, si insediò come nuovo capo del Governo. Nel frattempo continuava l'occupazione francese di Roma, "non rimanendo più traccia della oramai conculcata convenzione del 15 settembre 1864".[2]

Intanto, Mazzini, nel suo ultimo tentativo di battere sul tempo la monarchia, partì per la Sicilia tentando di sollevare un'insurrezione ma verrà arrestato il 13 agosto 1870 e condotto a Gaeta. Inoltre, si propagarono nella penisola altre insurrezioni di matrice mazziniana. Tra le più note vi fu quella di Pavia, in cui un gruppo di repubblicani assaltò una caserma il 24 marzo 1870. Il caporale Pietro Barsanti, in servizio nella caserma ed anch'egli mazziniano, rifiutò di reprimere i rivoltosi, contribuendo anzi a fomentare la rivolta. Arrestato e negatagli la grazia sovrana, Barsanti verrà giustiziato il 26 agosto tra numerose polemiche.

Il 14 luglio 1870 il governo di Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia.

L'occupazione di Roma fu una delle cause che impedì accordi di alleanza militare fra Francia e Italia. Girolamo Napoleone II in un discorso all'Assemblea Nazionale francese dichiarò il 24 novembre 1876 che la conservazione del potere temporale era costato alla Francia la perdita dell'Alsazia e della Lorena.[2] Il Papa lo stesso anno indisse a Roma un concilio ecumenico, che doveva anche risolvere il problema dell'infallibilità papale. Questa posizione destò preoccupazione per il timore che servisse al Papa per intromettersi negli affari politici.[2]

Il 2 agosto la Francia, cercando di recuperare un rapporto amichevole con l'Italia, avvertì il governo italiano che era disponibile a ripristinare la convenzione del 1864 e a ritirare le truppe da Roma.

Il 20 agosto alla Camera ci furono interpellanze di vari deputati tra cui Cairoli e Nicotera che chiedevano di denunciare definitivamente la convenzione del 15 settembre e di muovere su Roma.[2] La risposta governativa ricordava che la convenzione escludeva i casi straordinari e proprio questa clausola aveva permesso a Napoleone III di intervenire a Mentana. Nel frattempo comunque i francesi abbandonarono Roma. Di nuovo si mosse la diplomazia italiana chiedendo una soluzione della questione romana. L'imperatrice Eugenia, che aveva in quel momento le funzioni di reggente, spedì la nave da guerra Orénoque a stazionare davanti a Civitavecchia. Ma le vicende della guerra franco-prussiana peggiorarono per i francesi, e Napoleone III cercò soccorsi in Italia che, visto lo stato dei rapporti, gli furono negati.[2]

Il 4 settembre 1870 cadeva il Secondo Impero, e in Francia veniva proclamata la Terza Repubblica. Questo stravolgimento politico aprì di fatto all'Italia la strada per Roma.

La preparazione diplomatica[modifica | modifica sorgente]

Il 29 agosto 1870 il ministro degli affari esteri, il marchese Emilio Visconti Venosta inviò al ministro del Re a Parigi una lettera con cui espose i punti di vista del governo italiano da rappresentare al governo francese.

Visconti Venosta rileva come le condizioni che hanno a suo tempo portato alla convenzione di settembre tra Italia e Francia siano completamente cadute.

(FR)
« Florence, 29 août 1870.
Il Ministro degli Affari Esteri al Ministro del Re a Parigi
… Le but que le Gouvernement impérial poursuivait, celui de faciliter une conciliation entre le Saint-Père, les Romains et l'Italie, dans un sens conforme aux vues exprimées par l'Empereur dans sa lettre à M. de Thouvenel du 26 mai 1862, a été non seulement manqué, mais même complètement perdu par suite de circonstances sur lesquelles il serait inutile d'appuyer… »
(IT)
« Firenze, 29 agosto 1870.
… L'obiettivo che il Governo imperiale ha perseguito, cioè di facilitare una conciliazione tra il Santo Padre, i Romani e l'Italia, conformemente ai punti di vista espressi dall'Imperatore nella sua lettera a M. de Thouvenel del 26 maggio 1862, è stato non solo mancato, ma è addirittura completamente fallito a causa di circostanze sulle quali è inutile insistere… »
(Visconti Venosta, in R. Cadorna, La liberazione di Roma, p. 331)

Lo stesso giorno Visconti Venosta diramò a tutti i rappresentanti di Sua Maestà all'estero una lettera circolare con la quale si esponevano alle potenze europee le garanzie che venivano offerte al Pontefice a tutela della sua libertà; contemporaneamente si sottolineava l'urgenza di risolvere un problema che, secondo l'opinione del governo italiano, non poteva essere rimandato[3]. Il 7 settembre inviò un'altra lettera in cui le intenzioni del governo vengono nuovamente esplicitate e le motivazioni rafforzate.[4] L'8 settembre il ministro del Re a Monaco, il genovese Giovanni Antonio Migliorati, risponde a Visconti Venosta esponendo i risultati del colloquio con il conte di Bray: «Il Ministro degli Affari Esteri mi disse che le basi che porrebbe l'Italia alla Santa Sede ... gli sembrerebbero tali da dover essere accettate da Roma...».[4]

Simili considerazioni arrivano da Berna spedite da Luigi Melegari. Anche i rappresentanti a Vienna, a Karlsruhe, presso il governo del Baden e a Londra esprimono opinioni simili. L'unico governo che esita in qualche modo a prendere posizione è quello di Bismarck che si trova a Parigi assieme al suo re, che in questi giorni sta per essere incoronato imperatore. Solo il 20 settembre da Berlino esprime una posizione di stretta non ingerenza.[4] Jules Favre ministro del nuovo governo francese invia il 10 settembre all'incaricato di Francia a Roma un'indicazione in cui afferma che il governo francese «ne peut approuver ni reconnaître le pouvoir temporel du Saint-Siège».[4]

Il 20 agosto il cardinale Antonelli a sua volta aveva inviato una richiesta ai governi stranieri onde si opponessero «alle violenze dal governo sardo minacciate». La maggior parte dei governi si limitò a non rispondere, altri invece espressero l'opinione che la cosa non li riguardava.[4]

Preparativi militari[modifica | modifica sorgente]

Il governo procedette alla costituzione di un Corpo d'osservazione dell'Italia centrale. In questo contesto furono chiamate sotto le armi anche le classi 1842-45. Il 10 agosto il ministro della guerra Giuseppe Govone convocò il generale Raffaele Cadorna cui assegnò il comando del corpo con le seguenti disposizioni:[5]

« 1° Mantenere inviolata la frontiera degli stati pontifici da qualunque tentativo d'irruzione di bande armate che tentassero di penetrarvi;

2° Mantenere l'ordine e reprimere ogni moto insurrezionale che fosse per manifestarsi nelle provincie occupate dalle divisioni poste sotto a' di Lei ordini;

3° Nel caso in cui moti insurrezionali avessero luogo negli stati pontifici, impedire che si estendano al di qua del confine. »

Il dispaccio concludeva con:

« La prudenza e l'energia altra volta da Lei dimostrata in non meno gravi circostanze[6], danno sicuro affidamento, che lo scopo che il governo si propone, sarà pienamente raggiunto. »

Oltre a Cadorna il governo nominò anche i comandanti delle tre divisioni che costituivano il corpo nelle persone dei generali Emilio Ferrero, Gustavo Mazè de la Roche e Nino Bixio. Cadorna sollevò subito i suoi dubbi sulla presenza di Bixio, considerato troppo impetuoso e quindi inadatto ad una missione che «richiedeva somma prudenza». Govone, che si ritirerà pochi giorni dopo dal governo, accettò le opinioni di Cadorna e nominò al posto di Bixio il generale Cosenz.[5]

Alla fine di agosto le tre divisioni furono portate a cinque ed il comando di questi nuovi reparti fu affidato al generale Diego Angioletti e Bixio, che non riscuoteva le simpatie del comandante del Corpo. Il totale dei militari del Corpo arrivò a superare le 50.000 unità.

L'esercito pontificio era costituito da circa 17.000 militari, di cui 13.000 regolari e 3.500 volontari. I Reggimenti erano:[7]

  • 3.000 Zuavi (il reggimento più numeroso), al comando del francese colonnello Athanase de Charette;
  • 1.200 uomini della Legione di Antibes (francesi);
  • 1.200 Cacciatori, in maggioranza tedeschi, agli ordini dello svizzero Jeannerat;
  • 1.700 Fanteria di Linea, composto da romani e abitanti delle province laziali, al comando del colonnello Azzanesi.
  • 570 Dragoni, agli ordini del colonnello Lepri.

Completavano la forza militare:

  • 1.000 Artiglieri, comandati dal colonnello Caimi;
  • 1.900 Gendarmi pontifici, agli ordini del generale Evangelisi;
  • 160 Genieri;
  • 1.000 Squadriglieri di Provincia;
  • La Guardia nazionale (formata da 550 Guardie palatine e 3.500 volontari);
  • 100 Guardie svizzere.

Con lo scoppio della guerra Franco-Prussiana parte dei militari francesi fu richiamata in patria. Il comandante era il generale Hermann Kanzler (badese), coadiuvato dai generali De Courten e Zappi.[8]

I fatti[modifica | modifica sorgente]

La Breccia di Porta Pia, che consentì l'annessione di Roma al Regno d'Italia - fotografia del 21 settembre 1870

L'8 settembre, alcuni giorni prima dell'attacco una lettera autografa del re Vittorio Emanuele II venne consegnata a papa Pio IX dal conte Gustavo Ponza di San Martino, senatore del Regno. Nell'epistola al "Beatissimo Padre" Vittorio Emanuele, dopo aver paventato le minacce del «partito della rivoluzione cosmopolita», esplicitava «l'indeclinabile necessità per la sicurezza dell'Italia e della Santa Sede, che le mie truppe, già poste a guardia del confine, inoltrinsi per occupare le posizioni indispensabili per la sicurezza di Vostra Santità e pel mantenimento dell'ordine».[9]

Il 10 settembre il conte San Martino scrivendo da Roma al capo del governo, Giovanni Lanza, descrive i suoi incontri con il cardinale Antonelli del giorno precedente e in particolare l'incontro con il Papa. Scrive il conte:

« … che sono stato dal Santo Padre, che gli ho consegnato la lettera di Sua Maestà e la nota rimessami da V. Eccellenza.... Il Papa era profondamente addolorato, ma non mi parve disconoscere che gli ultimi avvenimenti rendono inevitabile per l'Italia l'azione su Roma… Esso [il Papa] non la riconoscerà legittima, protesterà in faccia al mondo, ma espresse troppo raccapriccio per le carneficine francesi e prussiane, per non darmi a sperare che non siano i modelli che vuol prendere … fui fermo nel dirgli che l'Italia trova il suo proposito di avere Roma, buono e morale… Il Papa mi disse, leggendo la lettera, che erano inutili tante parole, che avrebbe amato di meglio gli si dicesse a dirittura che il governo era costretto di entrare nel suo Stato »
(Ponza di San Martino[10])

La risposta del Papa fu succinta:[10]

« Maestà,

Il conte Ponza di San Martino mi ha consegnato una lettera, che a V.M. piacque dirigermi; ma essa non è degna di un figlio affettuoso che si vanta di professare la fede cattolica, e si gloria di regia lealtà. Io non entrerò nei particolari della lettera, per non rinnovellare il dolore che una prima scorsa mi ha cagionato. Io benedico Iddio, il quale ha sofferto che V.M. empia di amarezza l'ultimo periodo della mia vita. Quanto al resto, io non posso ammettere le domande espresse nella sua lettera, né aderire ai principii che contiene. Faccio di nuovo ricorso a Dio, e pongo nelle mani di Lui la mia causa, che è interamente la Sua. Lo prego a concedere abbondanti grazie a V.M. per liberarla da ogni pericolo, renderla partecipe delle misericordie onde Ella ha bisogno.

Dal Vaticano, 11 settembre 1870 »

Il conte di San Martino riferì verbalmente la frase pronunciata da Pio IX: «Io non sono profeta, né figlio di profeta, ma in realtà vi dico che non entrerete in Roma».[10]

Quello stesso giorno il corpo di spedizione italiano stanziato in Umbria entrò nello Stato Pontificio marciando verso Roma, si trattava di circa 50000 uomini, agli ordini del generale Raffaele Cadorna mentre l'esercito pontificio contava 13000 unità, comandate dal generale Hermann Kanzler. Al generale Cadorna fu ordinato di portarsi in prossimità delle mura romane ma evitare momentaneamente qualsiasi scontro con le truppe pontificie, e attendere la negoziazione della resa. In caso di trattative infruttuose, avrebbe fatto ricorso alla forza, evitando, tuttavia, di penetrare nella Città Leonina[11].

Il maggiore Giacomo Pagliari, comandante del 34º Bersaglieri, colpito a morte durante la presa di Porta Pia[nell'elenco dei caduti (sezione sotto) non compare]

Dopo tre giorni di inutile attesa (durante i quali si aspettò invano la dichiarazione di resa), la mattina del 20 settembre l'artiglieria[12] dell'esercito italiano, guidata dal generale Cadorna, aprì una breccia di circa trenta metri nelle mura della città, accanto a Porta Pia, che consentì di occupare la città a due battaglioni: uno di fanteria[13] l'altro di bersaglieri, accompagnati da alcuni carabinieri[14].

Furono le batterie 2° (cap.Buttafuochi) ) e 8° (cap.Malpassuti) del 7º reggimento di artiglieria di Pisa ad aprire il fuoco alle 5.10 su Porta Pia. Una descrizione dettagliata (i colpi italiani sparati furono 888) e corredata da numerosi testi di dispacci sia italiani che pontifici si trova a pag. 1075 nel libro del Gen.Carlo Montù "Storia dell'artiglieria Italiana" (Ed.Arti Grafiche Santa Barbara, Roma). Il 7º Reggimento di Artiglieria del Regno d'Italia (attuale Reggimento NBC Cremona) era erede della Artiglieria Guardacosta dell'Esercito Granducale di Toscana, che fu la prima ad aprire il fuoco a Curtatone nella 1ª Guerra d'Indipendenza e ha avuto la sua sede agli Arsenali di Pisa fino alla fine della 2ª Guerra Mondiale.

Dopo l'irruzione dentro la cinta muraria delle truppe italiane vi furono ancora scontri qua è là che si spensero in poche ore con la resa chiesta dal Gen. Kanzler. La sera del 20 le truppe pontificie si concentrarono nella Città Leonina che lasciarono poi l'indomani mattina per andare a consegnarsi ai vincitori dai quali ricevettero l'onore delle armi. Una curiosità è che tra i partecipanti all'evento vi fu anche lo scrittore e giornalista Edmondo De Amicis, all'epoca ufficiale dell'esercito italiano che ha lasciato una particolareggiata descrizione dell'evento nel libro Le tre capitali:

« [...] La porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materasse fumanti, di berretti di Zuavi, d'armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti. [...] »

Sullo scontro, invece, ci offre alcune informazioni Attilio Vigevano che riferisce che mentre gli Zuavi pontifici combattevano, prima della resa, molti di essi intonarono il loro canto preferito quello dei Crociati di Cathelineau:

« Intonato dal sergente Hue, e cantato da trecento e più uomini, l'inno echeggiò distinto per alcuni minuti; il capitano Berger ne cantò una strofa ritto sulle rovine della breccia colla spada tenuta per la lame e l'impugnatura rivolta al cielo quasi a significare che ne faceva omaggio a Dio; presto però illanguidì e si spense nel ricominciato stridore della fucilata, nel raddoppiato urlio, nel tumulto delle invettive »
(Attilio Vigevano, La fine dell'Esercito Pontificio, Albertelli, p. 571.)

Secondo la descrizione di Antonio Maria Bonetti (1849-1896), caporale dei Cacciatori Pontifici:

« Stavamo sulle righe, quando alcune voci sulla Piazza di San Pietro gridarono: "Il Papa, il Papa!". In un momento, cavalieri e pedoni, ufficiali e soldati, rompono le righe e corrono verso l'obelisco, prorompendo nel grido turbinoso e immenso di: "Viva Pio IX, viva il Papa Re!", misto a singhiozzi, gemiti e sospiri. Quando poi il venerato Pontefice, alzate le mani al cielo, ci benedisse, e riabbassatele, facendo come un gesto di stringerci tutti al suo cuore paterno, e quindi, sciogliendosi in lacrime dirotte, si fuggì da quel balcone per non poter sostenere la nostra vista, allora sì veruno più poté far altro che ferire le stelle con urla, con fremiti ed esecrazioni contro coloro che erano stati causa di tanto cordoglio all'anima di un sì buon Padre e Sovrano »

Pio IX condannò aspramente l'atto, con cui la Santa Sede vide sottrarsi il secolare dominio su Roma. Si ritirò in Vaticano, dichiarandosi "prigioniero" fino alla morte, non riconoscendo la sovranità italiana su Roma. Il parlamento italiano, per cercare di risolvere la questione, promulgò nel 1871 la Legge delle Guarentigie, ma il Papa non accettò la soluzione unilaterale di riappacificazione proposta dal governo e non mutò il suo atteggiamento. Questa situazione, indicata come "Questione Romana", perdurò fino ai Patti Lateranensi del 1929.

Il primo francobollo a portare per il mondo la notizia dell'unificazione della nazione fu il Vittorio Riquadrato, di cui è giunto perfettamente conservato un esemplare su lettera timbrata proprio il 20 settembre 1870 a Roma.[15]

Considerazioni belliche[modifica | modifica sorgente]

Nonostante l'importanza storica dei fatti (la riunione di Roma all'Italia e la fine dello Stato Pontificio), dal punto di vista militare l'operazione non fu di particolare rilievo: infatti la assai debole resistenza opposta dall'esercito pontificio (complessivamente 15.000 uomini, tra cui dragoni pontifici, guardie svizzere, volontari provenienti per lo più da Francia, Austria, Baviera, Paesi Bassi, Irlanda, Spagna, ma soprattutto Zuavi, al comando dal generale Kanzler) ebbe soprattutto valore simbolico.

Sulle ragioni per cui papa Pio IX non oppose una ferma resistenza sono state fatte varie ipotesi: la più accreditata è quella della rassegnazione della Santa Sede all'impossibilità di evitare la conquista dell'Urbe da parte del contingente italiano. La volontà del papa fu quindi di mettere da parte ogni ipotesi di risposta militare all'attacco italiano. È infatti noto che l'allora segretario di stato, il cardinale Giacomo Antonelli, abbia dato ordine al generale Kanzler di ritirare le truppe entro le mura e di limitarsi ad un puro atto di resistenza formale, quale poi fu quello opposto alle truppe di Cadorna.

Giunta di governo[modifica | modifica sorgente]

Subito dopo la presa di Roma il generale Alfonso La Marmora, già presidente del consiglio, era stato nominato primo luogotenente del Re d'Italia nei territori ex-pontifici.

Cadorna, che aveva «alta autorità conferitagli dal governo, anche all'effetto di promuovere la formazione della giunta della città di Roma», il 25 settembre decise di riconoscere la Giunta di Governo che si era formata ed era costituita sotto la presidenza di Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta.[16] L'organismo, che aveva le funzioni simili a quelle dell'attuale giunta comunale, prese il nome di Giunta provvisoria di governo di Roma e sua provincia.

I componenti della Giunta, oltre a Michelangelo Caetani, erano i seguenti:[16]

Plebiscito di annessione[modifica | modifica sorgente]

Il governo del Regno aveva "nei memorandum diramati all'estero", "proclamato il diritto dei romani di scegliersi il governo che desideravano".[17] Così come era stato fatto per le altre provincie italiane, anche a Roma fu quindi indetto un referendum per sancire l'avvenuta riunificazione della città con il Regno d'Italia.

La formula inizialmente proposta vedeva all'inizio del quesito proposto la formula «Colla certezza che il governo italiano assicurerà l'indipendenza dell'autorità spirituale del Papa, ...».[17] Questa premessa fu poi giudicata inutile e la domanda posta fu:

« Vogliamo la nostra unione al Regno d'Italia, sotto il governo del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori »

Inizialmente il governo a Firenze aveva esclusa dalla votazione la città Leonina, che si voleva lasciare sotto il controllo del Papa, ma le rimostranze di parte della popolazione e la mancanza di interesse da parte del governo pontificio spinsero le autorità locali a permettere anche agli abitanti di quel rione di partecipare alla consultazione, seppure con un seggio posto oltre ponte Sant'Angelo.[17]

Il plebiscito si svolse il 2 ottobre 1870. I risultati videro ufficialmente la schiacciante vittoria dei , 40.785, a fronte dei no che furono solo 46. Il risultato complessivo nella provincia di Roma fu di 77.520 "sì" contro 857 "no". In tutto il territorio annesso i risultati furono 133.681 "sì" contro 1.507 "no".[17][18] Tuttavia i dati non appaiono sorprendenti se si considera la spinta delle schiere cattoliche all'astensionismo, talvolta attuata anche con qualche escamotage (ad esempio a Veroli il vescovo sceglie proprio il 2 ottobre per dispensare con solennità la Cresima). Ma l'invito all'estensione non fu lungimirante: permise al governo italiano di ostentare la schiacciante maggioranza dei sì, mentre il numero dei non votanti, per non parlare dei non iscritti, rimase nell'ombra.[19][20]

A ricordo dell'inizio del moderno Stato d'Italia come lo conosciamo oggi, il XX Settembre è riportato nella toponomastica di molte città italiane, talvolta dando il nome alla strada che porta al duomo, a rimarcare implicitamente la vittoria dello Stato laico del 1870.

L'importanza del 20 settembre 1870 come data di preteso vero inizio dell'Unità d'Italia è sottolineata dal fatto che il filosofo Benedetto Croce fece iniziare dal 1870 la sua Storia d'Italia.

Elezioni generali[modifica | modifica sorgente]

Effettuato il plebiscito, il governo italiano si mosse con celerità per liquidare lo Stato Pontificio. Il regio decreto 9 ottobre 1870, n°5903, proclamò l'annessione del Lazio all'Italia, e altri tre decreti di pari data istituirono una luogotenenza generale affidandola al senatore e generale Alfonso La Marmora, e accordarono le prime guarentige per la persona del papa.[21] Sei giorni dopo il regio decreto 15 ottobre 1870, n°5929, introdusse la struttura amministrativa del Regno programmando la creazione della Provincia di Roma per il successivo 5 novembre.[22] Le elezioni amministrative furono indette per domenica 13 novembre, mentre nelle due domeniche successive vennero celebrate in tutta Italia le elezioni politiche anticipate dopo lo scioglimento della Camera dei deputati voluto dal governo Lanza appositimente per dare rappresentanza alla nuova provincia e far cogliere alla Destra storica il consenso generato dal completamento dell'unità nazionale; entrambi gli appuntamenti si posero in netto contrasto col precedente plebiscito, dato che la vigente normativa censitaria ammise al voto solo poco più di diecimila persone in tutto il Lazio.[23] Il quadro si completò col regio decreto 25 gennaio 1871, n°26, che concluse il periodo straordinario della luogotenenza comportando le nomine di Giuseppe Gadda a prefetto e di Francesco Pallavicini a sindaco di Roma, ed infine con la legge del 3 febbraio che deliberò lo spostamento della capitale da Firenze a Roma.

Ripercussioni internazionali[modifica | modifica sorgente]

Gli Stati europei non riconobbero ma accettarono l'azione italiana. Già il 21 settembre il rappresentante del re a Monaco scriveva che il conte Otto von Bray-Steinburg, ministro bavarese, avvertito degli avvenimenti gli aveva espresso la sua soddisfazione che tutto si fosse svolto senza spargimento di sangue. Launay da Berlino riportava il 22 settembre la posizione di neutralità del governo di Otto von Bismarck.

Il 21 settembre da Tours il "Ministro del Re", cioè l'ambasciatore, in Francia, Costantino Nigra, inviava il seguente messaggio:

« Ho ricevuto stamane il telegramma col quale l'E. V. mi fece l'onore di annunziarmi che le regie truppe sono entrate ieri a Roma, dopo una lieve resistenza delle milizie straniere, che cessarono il fuoco dietro ordine del Papa.

Ho immediatamente comunicato questa notizia al signor Cremieux, membro del Governo della difesa nazionale, Guardasigilli e Presidente della Delegazione governativa stabilita in Tours.
Il signor Cremieux mi ha espresso le sue vive felicitazioni per fatto annunziatogli. »

(Costantino Nigra)

Carlo Cadorna, fratello maggiore del generale, era ambasciatore a Londra e nel dispaccio spedito il 22 settembre, parlò del lungo colloquio che ebbe con il conte di Granville, ministro degli Esteri del gabinetto Gladstone. Granville non fece commenti data la novità della notizia, ma secondo Cadorna «la notizia che gli aveva data gli era riuscita gradita». Questa impressione fu poi confermata in un altro telegramma spedito il 27, in cui l'ambasciatore esprimeva la soddisfazione del ministro sulle modalità con cui si erano svolti gli avvenimenti.

Reazioni del governo pontificio[modifica | modifica sorgente]

A pochi giorni dalla presa di Roma, il 1º novembre 1870 Pio IX emanò l'enciclica Respicientes ea nella quale dichiarava "ingiusta, violenta, nulla e invalida" l'occupazione dei domini della Santa Sede.[24]

Il cardinale Antonelli l'8 novembre diramò ai rappresentanti degli stati stranieri una nota che attaccava Visconti Venosta ed in cui affermava: «Quando con un cinismo senza esempio, si pone in ogni cale ogni principio di onestà e giustizia, si perde il diritto di essere creduti». Pio IX si dichiarò «prigioniero politico del Governo italiano». Lo Stato Italiano promulgò nel maggio del 1871 la Legge delle guarentigie, con la quale assegnava alla chiesa l'usufrutto dei beni che ora appartengono alla Città del Vaticano, e si conferivano al Papa una serie di garanzie circa la sua indipendenza. Tuttavia tale compromesso non venne mai accettato né da Pio IX né dai suoi successori.

Nel 1874 Pio IX emanò il Non expedit, con cui vietò ai cattolici italiani la partecipazione alla vita politica. Soltanto in età giolittiana tale divieto sarebbe stato eliminato progressivamente, fino al completo rientro dei cattolici "come elettori e come eletti" nella vita politica italiana: solo nel 1919, con la fondazione del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo, i cattolici furono presenti nel mondo politico italiano ufficialmente. La situazione venne sistemata nel 1929, in pieno Fascismo, con i Patti Lateranensi, mediante i quali si giunse ad una effettiva composizione bilaterale della vicenda.

Reazioni dei cattolici modernisti[modifica | modifica sorgente]

Tra i cattolici che salutarono favorevolmente o entusiasticamente la Liberazione di Roma del 20 settembre 1870 vi furono i "modernisti", tra cui Alessandro Manzoni e lord Acton, perché videro in ciò una molto maggiore libertà dei cattolici dal potere temporale del papato.[senza fonte]

Caduti[modifica | modifica sorgente]

Secondo i dati forniti dal Generale Raffaele Cadorna nel suo libro, l'intera campagna di occupazione del Lazio costò 49 morti e 141 feriti all'esercito italiano; e 20 morti e 49 feriti all'esercito pontificio. Questo è l'elenco dei caduti in seguito alla Presa di Roma[25]

Sergente Duchet Emile, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustave, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Jean-Baptiste, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel André, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Henri, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Jan, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
Altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.
Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Georg, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.
Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.
Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.


  • Elenco alfabetico dei caduti italiani il 20 settembre 1870

Agostinelli Pietro, Aloisio Valentino, Bertuccio Domenico, Bianchetti Martino, Bonezzi Tommaso, Bosco Antonio, Bosi Cesare, Calcaterra Antonio, Campagnolo Domenico, Canal Luigi, Cardillo Beniamino, Cascarella Emanuele, soldato Lorenzo Cavallo[26], Corsi Carlo, De Francisci Francesco, Gambini Angelo, Gianniti Luigi, Gioia Guglielmo, Iaccarino Luigi, Izzi Paolo, Leoni Andrea, Maddalena Domenico, Marabini Pio, Martini Domenico, Matricciani Achille, Mattesini Ferdinando, Mazzocchi Domenico, Morrara Serafino,:Maggiore Giacomo Pagliari, comandante 34º battaglione Bersaglieri, Palazzoni Michele, Paoletti Cesare, Perretto Pietro, Prillo Giacomo, Rambaldi Domenico, Renzi Antonio, Ripa Alarico, Risato Domenico, Romagnoli Giuseppe, Sangiorgi Paolo, Santurione Tommaso, Spagnolo Giuseppe, Theorisod Luigi David, Tumino Giuseppe, Turina Carlo, Valenzani Augusto, Xharra Luigi, Zanardi Pietro, Zoboli Gaetano.

La presa di Roma nel cinema[modifica | modifica sorgente]

  • Nel 1980 Luigi Magni cura la regia di Arrivano i bersaglieri, ritratto della Roma nei giorni subito seguenti la breccia di Porta Pia. Mentre dilaga il trasformismo, un aristocratico ostile ai conquistatori ospita in casa uno zuavo, senza sapere che quest'ultimo ha ucciso suo figlio bersagliere.

Galleria[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Targa al Senato della Repubblica
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n R. Cadorna: La liberazione, pp.1 sgg
  3. ^ Il testo in Cadorna, La liberazione..., p. 333.
  4. ^ a b c d e R. Cadorna: La liberazione, pp.33 e segg
  5. ^ a b R. Cadorna: La liberazione... pp.55 e segg.
  6. ^ Le repressioni del 1866 a Palermo e del 1869 in Emilia, che Cadorna aveva guidato
  7. ^ Marianna Borea, L'Italia che non si fece, Roma, Armando, 2013.
  8. ^ Marianna Borea, L'Italia che non si fece, Roma, Armando, 2013.
  9. ^ R. Cadorna: La liberazione.., pp. 36-38
  10. ^ a b c R. Cadorna: La liberazione.., pp. 40-44
  11. ^ Antonello Battaglia, La capitale contesa. Firenze, Roma e la Convenzione di Settembre (1864), Nuova Cultura, Roma, 2013, p. 168
  12. ^ Fu la 3ª batteria del 7º reggimento di artiglieria di stanza agli Arsenali di Pisa (la cosiddetta Cittadella fino alla fine della 2ª guerra mondiale), che aprì la breccia a Porta Pia il 20 settembre 1870. Il reggimento si venne costituendo - durante il risorgimento - con unità di artiglieria del ducato di Parma e di Toscana ed in particolare con l'artiglieria guardacoste del Granducato di Toscana. L'onore venne concesso perché la 3ª batteria dell'unità di artiglieria guardacoste del Granducato di Toscana fu la prima ad aprire il fuoco nella battaglia di Curtatone e Montanara il 29 maggio 1848.
  13. ^ L'Unità di Fanteria che entrò a Roma era il 39' Reggimento Fanteria del Regio Esercito
  14. ^ Roma Capitale, Carabinieri.it. URL consultato il 16 aprile 2012.
  15. ^ Cronaca filatelica n°314 – Pag. 66-Editoriale Olimpia -Febbraio 2005
  16. ^ a b Cadorna pp. 229 e sgg.
  17. ^ a b c d Cadorna pp. 265 e sgg.
  18. ^ The Encyclopædia Britannica, 1911, p. 60.
  19. ^ Risorgimento e Religione, C. Cardia, 2011, p. 185, note a margine
  20. ^ Gli inizi di Roma Capitale, C. Pavone, p. 34 e ss.
  21. ^ Roma Capitale
  22. ^ Wikisource
  23. ^ Archivio storico de La Stampa
  24. ^ Testo dell'enciclica in italiano
  25. ^ Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994, pagg. 672-673
  26. ^ Antonello Battaglia, Lorenzo Cavallo. Un piccolo "eroe" a Porta Pia, in Giovanna Motta (a cura di), Il Risorgimento italiano. La costruzione della nazione,Passigli, Firenze, 2012, pg.185

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Antonello Battaglia, La capitale contesa. Firenze, Roma e la Convenzione di settembre (1864), Nuova Cultura, Roma, 2013.
  • Antonello Battaglia, Lorenzo Cavallo un piccolo "eroe" a Porta Pia, in G. Motta (a cura di), Il Risorgimento italiano. Dibattito sulla costruzione di una nazione, Passigli, Firenze, 2012.
  • Raffaele Cadorna, La liberazione di Roma nell'anno 1870, 3ª ed. 1898, Torino
  • Hercule De Sauclières, Il Risorgimento contro la Chiesa e il Sud. Intrighi, crimini e menzogne dei piemontesi. Controcorrente, Napoli, 2003. ISBN 978-88-89015-03-2
  • Indro Montanelli, L'Italia dei Notabili, RCS, 1999.
  • Giovanni Di Benedetto, Claudio Rendina, Storia di Roma moderna e contemporanea, Newton Compton Editori, Roma. ISBN 88-541-0201-6

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]