Battaglia di Mentana

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Battaglia di Mentana
T. Rodella - battaglia di Mentana - litografia acquerellata su carta - 1870s.jpg

Data 3 novembre 1867
Luogo Mentana, Italia
Esito Vittoria Franco-Papale
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Incerti: 4.000[1]; 8.100[2]; 10.000[3] Incerti: 5.000[1][3]; 5.500[4]; 22.000[5]
Perdite
1.100 tra morti e feriti[3]
tra 800 e 1000 prigionieri[1]
182 tra morti e feriti (144 papali, 38 francesi)[3]
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La battaglia di Mentana fu uno scontro a fuoco avvenuto presso la cittadina di Mentana, nel Lazio, combattuta il 3 novembre 1867, quando le truppe franco-pontificie si scontrarono con i volontari di Giuseppe Garibaldi, diretti a Tivoli per sciogliere la Legione essendo fallita la presa di Roma per la mancata insurrezione dei romani.

Premesse[modifica | modifica sorgente]

Quando Vittorio Emanuele II di Savoia divenne re d'Italia il 17 marzo 1861, il nuovo Regno ancora non controllava né Venezia, né Roma. La situazione delle terre irredente (come si sarebbe detto alcuni decenni più tardi) costituiva una fonte di tensione costante per la politica interna italiana e la principale priorità della sua politica estera.

A volte le tensioni assumevano particolare gravità, come accadde nel 1862 quando Garibaldi, in marcia dalla Sicilia verso Roma, venne fermato dall'esercito italiano alla giornata dell'Aspromonte: ferito, venne fatto prigioniero e messo agli arresti domiciliari a Caprera. La decisa azione italiana contro un eroe nazionale permise al governo di negoziare un favorevole accordo con la potenza protettrice del Papa, la Francia: con la convenzione di settembre del 15 settembre 1864, il Regno d'Italia si impegnava a rispettare l'indipendenza del residuo Patrimonio di San Pietro e di difenderla, anche con la forza, da ogni attacco dall'esterno (ma non dall'interno) e la Francia a ritirare le sue truppe entro due anni, in modo da lasciare all'esercito pontificio il tempo di organizzarsi in una credibile forza di combattimento.

L'obiettivo della annessione di Roma rimaneva comunque assai popolare, né il Regno rinunciò al proposito di fare della città la sua nuova capitale, come sancito, a suo tempo, dal Cavour in persona. Diverse furono, in effetti, gli scontri e le azioni dei garibaldini sui confini o nella stessa città eterna.

L'organizzazione della spedizione garibaldina[modifica | modifica sorgente]

Il 12 agosto 1866, terminata la cosiddetta Terza guerra di indipendenza italiana (un segmento della Guerra Austro Prussiana) con l'Armistizio di Cormons, il Regno di Italia aveva guadagnato Mantova, Venezia ed un'adeguata sistemazione dei confini orientali. Rimaneva aperta la questione di Roma e del Lazio, nucleo dello Stato Pontificio. Era rinviata a tempi migliori la questione di Trento e Trieste.
A ciò si aggiunga che nel dicembre 1866, le ultime unità del corpo di spedizione francese si erano imbarcate a Civitavecchia per la Francia, in applicazione della convenzione del 1864.

Particolarmente impegnato sulla "questione romana", ormai da due decenni Garibaldi andava dichiarando come fosse venuto il tempo di «far crollare la baracca pontificia» e, il 9 settembre 1867 ad un Congresso della Pace ospitato dalla protestantissima città di Ginevra, definiva il Papato «negazione di Dio ... vergogna e piaga d'Italia».
Da tenere ben presente, in questo contesto, è la rinnovata popolarità che Garibaldi aveva conquistato alla guerra del 1866, quale unico generale italiano che avesse saputo battere gli Austriaci alla battaglia di Bezzecca (mentre l'esercito e la marina del re avevano dovuto subire le duplici sconfitte alla battaglia di Custoza ed alla battaglia di Lissa). Ciò gli lasciava un rinnovato margine di manovra e rendeva assai più difficile al governo regio (comunque impegnato al rispetto della convenzione del 1864) fermare l'agitazione o i preparativi delle camicie rosse.

Garibaldi ebbe così la libertà di organizzare, sostanzialmente indisturbato, un piccolo esercito di circa 10.000 volontari[6], predisponendo, al contempo, un piano per la sollevazione di Roma.

La mobilitazione, tuttavia, era decisamente scoperta, ciò che permise all'Imperatore di Francia Napoleone III di programmare con congruo anticipo una spedizione di soccorso al pontefice, che sarebbe, infatti, giunta a Civitavecchia solo alcuni giorni dopo l'inizio dell'invasione del Lazio. Vennero inoltre messe in allarme le truppe a disposizione del Papa, costituite, per due terzi da italiani e poi da volontari francesi (specie la cosiddetta legione di Antibes, mentre degli Zuavi pontifici facevano parte anche volontari belgi, svizzeri, irlandesi e olandesi, oltre che francesi e perfino canadesi).

L'invasione del Lazio[modifica | modifica sorgente]

L'invasione degli Stati Pontifici scattò, come programmato, alla fine di settembre 1867 nel viterbese con la colonna Acerbi.

Fotografia dell'esecuzione di Monti e Tognetti
Gerolamo Induno: Il garibaldino. Il dipinto raffigura un volontario assieme ad una ragazza della campagna romagna

Il 22 ottobre a Roma avvenne un attentato alla caserma Serristori, causando la morte di venticinque zuavi pontifici che lì avevano quartiere, quasi tutti italiani e francesi[7] [8] e di due cittadini romani (Francesco Ferri e la figlia di sei anni, Rosa). L'attentato doveva dare il via ad una sollevazione che non ci fu, e portò, il 24 novembre 1868, alla decapitazione sottoscritta da Papa Pio IX dei patrioti Giuseppe Monti (muratore di Fermo) e del romano Gaetano Tognetti a Roma in largo dei Cerchi (vicino al Circo Massimo). Una ghigliottina in scala è esposta nel Museo.

Il 23 ottobre 1867, ebbe luogo lo scontro di villa Glori, quando un drappello di settantasei volontari guidati da Enrico e Giovanni Cairoli (Fratelli Cairoli), giunti a prendere contatto con i rivoluzionari romani, non trovarono nessuno ad attenderli e vennero sopraffatti dai Carabinieri Esteri del Papa. Garibaldi paragonò il loro sacrificio a quello di Leonida alle Termopili in Grecia ed infatti l'architetto De Angelis che ha realizzato i disegni del Museo ne ha fatto un tempio greco-romano.[9] Numerosi sono i cimeli dei Cairoli nel Museo di Mentana.

Il 25 ottobre gli zuavi papalini assaltarono, non senza perdite, il lanificio Aiani, a Trastevere, centro clandestino del moto insurrezionale, dove erano raccolti patrioti e si preparavano armi e bombe per gli insorti, uccidendo nove dei patrioti presenti.

Il 26 ottobre Garibaldi, con il suo piccolo esercito di volontari circa 8'000 uomini, decise di occupare Monterotondo dove si fermò prima nella locanda Frosi e poi nel Castello Orsini ospite del principe, un garibaldino don Ignazio Boncompagni.[10]. Qui, tuttavia, Garibaldi decise di arrestare la marcia, nella inutile attesa della sperata insurrezione in Roma. Solo alcuni reparti vennero inviati avanti verso Roma. Lo stesso generale il 29 ottobre avanzò sino a villa Spada ed al Ponte Nomentano, nella speranza di suscitare, con la sua presenza, una ribellione in Roma. La quale, in effetti, si limitò ad alcuni scontri a fuoco: il 30 Garibaldi tornava sui propri passi a Monterotondo.

Lo stesso 26 ottobre un reparto isolato alla retroguardia, guidato dal maggiore siciliano Raffaele de Benedetto, venne agganciato da quattrocento papalini al Colle San Giovanni, rifiutò di cedere le armi e venne interamente massacrato.

Nel frattempo, giunse conferma che truppe regolari italiane avevano anch’esse traversato il confine, con la missione ufficiale di arrestare Garibaldi: si sperò, forse, in qualche complicazione fra queste e la guarnigione di Roma. Nulla di tutto questo accadde.

L'inazione del Garibaldi diede, al contrario, il tempo ad un nutrito corpo di spedizione francese, sotto il comando del Pierre Louis Charles de Failly, di prendere terra a Civitavecchia il 29 ottobre e di ricongiungersi a Roma con l'esercito del Papa al comando del generale Kanzler (granatieri, carabinieri esteri o svizzeri, zuavi pontifici, dragoni e cavalleria pontificia, legione di Antibes ed altri volontari cattolici provenienti da tutta Europa). Appariva ormai chiaro che l'invasione non si sarebbe tradotta in una marcia trionfale, e la vittoria italiana non fosse per nulla certa. A causa di ciò, parte degli effettivi meno motivati a disposizione del Garibaldi approfittando di un proclama del Re Vittorio Emanuele II, disertarono, grandemente facilitati dalla prossimità del confine italiano.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Il 3 novembre, alle 2:00 del mattino, al comando del generale Hermann Kanzler, l'esercito del Papa con anticipo e poi le truppe regolari francesi del generale de Polhes uscirono da Roma in ordine di marcia verso le posizioni garibaldine a Monterotondo.

Garibaldi disponeva di truppe ridotte dalle diserzioni, male equipaggiate e sostanzialmente prive di cavalleria ed artiglieria. Egli aveva deciso di raggiungere Tivoli dove avrebbe sciolto la legione garibaldina. Erano state costituite sei brigate, ognuna composta da tre o quattro battaglioni, guidate rispettivamente dal Salomone, dal colonnello Frigyesi, dal maggiore Valzania, dal colonnello Elia e dal maggiore Achille Cantoni, il patriota forlivese che, avendo salvato la vita al Generale presso Velletri ed essendo poi caduto a Mentana, Garibaldi erse a protagonista del romanzo storico Cantoni, il volontario.

Si aggiungeva uno squadrone di Guide a Cavallo, forte di circa 100 unità, guidato dal Ricciotti Garibaldi (l'ultimo figlio del generale con Anita Garibaldi defunta proprio mentre fuggiva da Roma e dai francesi nel 1849) ed una singola batteria con due cannoni. L'armamento era costituito, probabilmente, per due terzi da fucili ad avancarica e per un terzo, addirittura, da moschetti a pietra focaia. Circa metà degli effettivi erano veterani di altre campagne risorgimentali, mentre la restante metà erano volontari privi di esperienza bellica anche se supportati da ufficiali piemontesi.

I pontifici erano rappresentati da truppe anch’esse volontarie, ma veterane, molto motivate e di più prolungato inquadramento. L'Esercito pontificio era composto da circa 3000 uomini, oltre ai circa 2500 del corpo di spedizione francese, truppe regolari in parte mercenarie (il "soldo" era di 50 centesimi al giorno + minestra, pane e caffè). Quest’ultimo era equipaggiato con il nuovo fucile chassepot modello 1866 a retrocarica, munito di un otturatore e caricato a cartuccia di cartone: esso permetteva di caricare 12 colpi al minuto, un'enormità per l'epoca e che mostrò le sue qualità durante la Guerra Franco-Prussiana. La cavalleria era costituita da circa 150 dragoni e 50 cacciatori a cavallo; l'artiglieria di circa 10 pezzi.

Proseguendo lungo l'antica Via Nomentana in direzione Monterotondo, pontifici prima e francesi poi giunsero in prossimità della tappa intermedia di Mentana nel primo pomeriggio. Di fronte a loro il villaggio si presentava sull'alto di una collina a forma di promontorio, cinto da un muraglione con in fronte un antico castello medioevale, volto proprio verso la Nomentana.

Alcune miglia a sud tre compagnie di Zuavi pontifici vennero inviate lungo il Tevere verso Monterotondo ed il fianco destro del fronte garibaldino. La colonna principale, invece, con i dragoni all'avanguardia e i francesi in retroguardia proseguiva, sempre verso Monterotondo, lungo la Nomentana. Essi presero un primo, inaspettato, contatto con gli avamposti di Garibaldi già a sud di Mentana mentre era in corso il trasferimento dei Volontari in direzione di Tivoli. Li sospinsero verso la località Vigna Santucci, circa 1,5 km a sud-est del villaggio. Qui la posizione era difesa da tre battaglioni di camicie rosse, schierate a sinistra sul Monte Guarnieri ed a destra nell fattoria di Vigna Santucci.
Entro le due del pomeriggio gli assalitori sloggiarono entrambe le posizioni e piazzarono l'artiglieria sul Monte Guarneri, in vista del villaggio e del vicino altopiano.

Garibaldi schierò la modestissima artiglieria su un'altura a nord, il Monte San Lorenzo e la gran parte delle truppe (Frigyesi, Valzania, Cantoni ed Elia) all'interno ed intorno al villaggio murato ed al castello, in posizioni fortificate. Contro queste difese si infransero ripetuti assalti pontifici e francesi, con relativi contrattacchi, continuati sino all'inizio della notte. A questo punto venne programmato un contrattacco di aggiramento su entrambi i fianchi dello schieramento papalino, che non ebbe successo.

Nel frattempo le tre compagnie di Zuavi che avevano marciato lungo il Tevere occuparono la strada fra Mentana e Monterotondo, inducendo Garibaldi a recarsi personalmente sul luogo, lasciando l'esercito a difendere Mentana.

A questo punto il corpo francese attaccò le camicie rosse sul loro fronte sinistro, e sfondarono le linee. I difensori fuggirono verso Monterotondo o si rifugiarono asserragliandosi nel castello.

Esito[modifica | modifica sorgente]

Garibaldino ferito. Dal Monumento ai caduti di Mentana a Milano.

I difensori del castello si arresero ai papalini la mattina successiva. Garibaldi stesso ripiegò nel Regno d'Italia con 5.000 uomini, inseguito sino al confine dai Dragoni Pontifici. Al termine della giornata i franco-pontifici avevano registrato 32 morti e 140 feriti. I garibaldini 150 morti e 220 feriti più 1700 prigionieri.

Sin dall'indomani della battaglia il merito della vittoria venne attribuito ai regolari francesi (secondo lo storico cattolico Innocenti fu più una mossa di propaganda che una situazione reale[11]) ed ai loro fucili chassepot. Ad esempio, quando il 6 novembre i vincitori rientrarono in Roma per la sfilata trionfale la folla li acclamava come i veri vincitori della giornata e gridava «viva la Francia».

Tra i sostenitori della teoria secondo la quale la vittoria dei Pontifici e dei Francesi non fu dovuta solo dal Fucile Chassepot possiamo annoverare il garibaldino Mombello che nella sua testimonianza riportò:

« ...Il Diritto riportava pure senza commenti il dispaccio di De Failly a Parigi nel quale parlando di Mentana diceva: "Les Chassepots ont fait merveilles" - "Ah bugiardo!" - esclamammo ad una voce Bonanni ed io. "In tutto il tempo della battaglia non si udì un colpo di Chassepots.[quindi secondo Mombelli i francesi non spararono durante il combattimento?] »
(Augusto Mombello[12])

Il Mombello non solo riporta la sua testimonianza ma spiega anche militarmente per quale motivo, a suo dire, gli Chassepots non furono l'unico motivo della vittoria dei pontifici:

« Nel mio racconto ho dimostrato che il fucile francese a Mentana non ha fatto meraviglia alcuna. Il pregio maggiore del Chassepot era la lunga portata, quasi doppia del fucile ad ago dei prussiani; ma in terreno frastagliato di piccoli poggi e di avvallamenti la lunga portata vale molto meno della giustezza del tiro. Ora, volendo fare molti colpi al minuto, come facevano i francesi, la giustezza del tiro non può ottenersi con nessuna arma.[Perché i nordisti ottennero l'effetto opposto usando i winchester? ] »
(Augusto Mombello[13])

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Mentana assicurò allo Stato Pontificio tre ulteriori anni di vita, dei quali il sovrano pontefice profittò per tenere l'allora tanto discusso Concilio Vaticano I (giugno 1868 - luglio 1870). Lì Pio IX ottenne, fra l'altro, la sanzione dei princìpi già espressi nel Sillabo del 1864 e la costituzione apostolica Pastor Aeternus, che impone l'infallibilità del vescovo di Roma quando definisce solennemente un dogma.

Mentana sancì, inoltre, il definitivo allontanamento di Napoleone III dalle simpatie del movimento nazionale italiano, ad esito di un processo già iniziato con l'Armistizio di Villafranca. Era facile, in quei giorni, ricordarlo come l'uomo che mise fine alla Repubblica Romana (1849). La storiografia contemporanea tende, con maggiore gratitudine, a ricordarlo come colui che permise ai Piemontesi di cacciare gli Austriaci dalla Lombardia, il vero alleato del Camillo Benso Conte di Cavour.

Garibaldi, anche se ormai vecchio (era nato il 4 luglio 1807), ebbe la insperata fortuna di regolare i propri personali conti con Napoleone III a seguito della sconfitta di quest’ultimo alla battaglia di Sedan, nel corso della guerra franco-prussiana: raggiunta la Francia nell'ottobre del 1870, ottenne uno dei rari successi della campagna in difesa della neonata Repubblica Francese (battaglia di Digione).

Anche Vittorio Emanuele II di Savoia aveva saputo attendere: il 20 settembre 1870 (18 giorni dopo la resa dell'imperatore a Sedan e pochi giorni prima della partenza di Garibaldi per la Francia) il regio esercito italiano aprì una breccia nelle mura aureliane nei pressi di Porta Pia, segnando la fine dello Stato Pontificio.

Fotografi sul campo di battaglia di Mentana[modifica | modifica sorgente]

Sul campo di battaglia di Mentana furono presenti e operarono alcuni fotografi, il più noto dei quali è senz'altro Antonio D'Alessandri (L'Aquila, 1818 - Roma, 1895), titolare insieme al fratello Francesco Paolo dello studio fotografico Fratelli D'Alessandri. Nella mostra della fotografia romana del 1953 furono esposte le seguenti foto: Veduta del paese, I pagliai, Il campo di battaglia verso Monterotondo, Morti sulla strada, Vigna Santucci, (foto del 3 novembre 1867); Trofei presi ai garibaldini di Mentana (fotografia con la scritta Porta inferi non prevalebunt);

Racconta Silvio Negro, storico della fotografia romana, che

« sono del D'Alessandri le rarissime fotografie del campo di battaglia di Mentana … Don Antonio [D'Alessandri], recandosi a Mentana, portò con sé anche un nipotino, Alessandro, il quale mentre lo zio faceva il compito suo, badò a raccogliere le pallottole del fucile, che gli venivano sottomano e ne portò a Roma una collezione. »
(Silvio Negro, Seconda Roma, p. 395)

Caduti di Mentana[modifica | modifica sorgente]

Nell'elenco dei Caduti in quella che una legge del 1899 riconobbe come "Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma" ci sono tutti i morti dai fratelli Cairoli alla Tavani Arquati nel 1867, caduti a Bagnoregio, Subiaco, Monte S. Giovanni Campano, ecc. L'Ara-Ossario inaugurata nel 1877 fu chiusa dalla Società Patrie Battaglie nel 1937 proprio per raccogliere tutti i caduti ovunque deceduti nel 1867.

Garibaldini[modifica | modifica sorgente]

Tutti o quasi (salvo i caduti sepolti nelle tombe di famiglia dei paesi d'origine) sono tumulati nell'Ara-Ossario di Mentana realizzata nel 1877 e chiusa nel 1937. Attiguo il Museo nazionale inaugurato nel 1905 (vedi www.museomentana.it)

Soldati pontifici e francesi[modifica | modifica sorgente]

Luigi Belli, Monumento ai caduti di Mentana, a Milano (1880).
  • Pascal Henry, zuavo pontificio.
  • Veaux, capitano degli Zuavi.
  • Il Conte Ildebrando Pulvano Guelfi di Scansano, Ufficiale Volontario.
  • Conte Carlo Bernardini di Lucca

L'elenco completo dei morti e rispettive località di provenienza sono nell'ala nuova del Museo inaugurata nel 2005 e gemellata con il Museo militare degli Alpini in Antrodoco (Ri).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Dupuy R.E. & Dupuy T.N. (1993) The Collins Encyclopedia of Military History (4th. edition) Harper Collins, NY: 1654 pp.
  2. ^ Rosi, Michele (1929) I Cairoli, L. Capelli Ed., Bologna
  3. ^ a b c d Bruce, George (1979) Harbottle's dictionary of Battles (2nd. revised edition) Granada, London: 303 pp. ISBN 0-246-11103-8
  4. ^ Du Picq A.C.J. (1868) Etudes sur les combats: Combat antique et moderne Translated as Battle Studies by J.N. Greeley & R.C. Cotton, 1902; BiblioBazaar, Charleston SC, 2006: 238 pp. ISBN 1-4264-2276-8
  5. ^ Cronologia: Leonardo.it (Storia - anno 1867)
  6. ^ Benché vi sia generale incertezza in merito all'effettiva consistenza, in assenza di registri.
  7. ^ Nella Relazione pubblicata dalla Civiltà Cattolica e disponibile online (vedi nota relativa) sono elencati 15 zuavi italiani, in gran parte cittadini dello Stato pontificio, 9 francesi e un tirolese, oltre a "due borghesi romani".
  8. ^ Il numero delle vittime e la ripartizione tra militari e civili, differisce tra le varie fonti. Nell'articolo del Corriere della Sera, citato nei Collegamenti esterni, Vittorio Messori scrive di "ventitré zuavi francesi e quattro inermi popolani romani". La scheda pubblicata sul sito del Museo criminologico, elencata anch'essa nei Collegamenti esterni, parla di "venticinque soldati zuavi" ma non fa cenno a vittime civili. Arrigo Petacco, a pagina 120 del volume già citato, scrive: "Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, aiutati da due ex emigrati, riuscirono a piazzare una mina che fece rovinare una parte dell'edificio, ma nel frattempo gli zuavi pontifici si erano messi in salvo e l'azione perse di importanza pratica". Sembrerebbe, dunque, secondo quest'ultima fonte, un attentato senza vittime. La Relazione della Civiltà Cattolica, pubblicata a ridosso del fatto, elencando i nomi e la città di origine di tutte le vittime, può considerarsi la più attendibile.
  9. ^ "Giulio De Angelis Architetto, di Enza Zullo, Gangemi Editore, 2005
  10. ^ vedi G. Adamoli, Da S. Martino a Mentana, Treves, 1892 e F.Guidotti, "l'occupazione di Monterotondo, atti e documenti, 2006, Ed.Stampa Sabina
  11. ^ Lorenzo Innocenti, Per il Papa Re, Esperia Editrice, pp. 82-84
  12. ^ Augusto Mombello, Mentana. Ricordi di un veterano, Mondadori, p. 142
  13. ^ Augusto Mombello, Mentana. Ricordi di un veterano, Mondadori, p. 233

Il Conte Ildebrando Pulvano Guelfi di Scansano, Ufficiale Volontario dell'Esercito Pontificio, a tutti gli effetti viene annoverato fra i caduti di Mentana, in quanto deceduto a causa delle complicazioni e delle ferite riportate durante il combattimento.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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