Legge delle Guarentigie

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La legge delle Guarentigie fu un provvedimento legislativo del Regno d'Italia. Approvata il 13 maggio 1871, regolò i rapporti tra Stato italiano e Santa Sede fino al 1929, quando furono conclusi i Patti Lateranensi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Genesi della legge[modifica | modifica wikitesto]

All'indomani della Presa di Roma (1870) e dell'insediamento del Governo Italiano nell'Urbe, il Ministro di Grazia, Giustizia e Culti del Governo Lanza, Matteo Raeli, ebbe l'incarico di redigere una legge per disciplinare i rapporti tra il Regno d'Italia e la Santa Sede, che prese nome di «legge delle Guarentigie» e che venne licenziata dal Parlamento il 13 maggio 1871.

La legge constava di venti articoli e si divideva in due parti:

  1. La prima riguardava le prerogative del Pontefice a cui veniva garantite: l'inviolabilità della persona, gli onori sovrani, il diritto di avere al proprio servizio guardie armate a difesa dei palazzi Vaticano, Laterano, Cancelleria e villa di Castel Gandolfo. Tali immobili erano sottoposti a regime di extraterritorialità che li esentava dalle leggi italiane e assicurava libertà di comunicazioni postali e telegrafiche ed il diritto di rappresentanza diplomatica. Infine si garantiva, all'articolo 4 della legge, un introito annuo di 3.225.000 lire (pari a circa 14,5 milioni di euro del 2012)[1] per il mantenimento del Pontefice, del Sacro Collegio e dei palazzi apostolici;
  2. La seconda parte regolava i rapporti fra Stato e Chiesa Cattolica, garantendo ad entrambi la massima pacifica indipendenza. Inoltre al clero veniva riconosciuta illimitata libertà di riunione e i vescovi erano esentati dal giuramento al Re.

Reazione della Santa Sede[modifica | modifica wikitesto]

Al momento dell'approvazione della legge, lo Stato italiano e la Santa Sede non avevano rapporti bilaterali.
Pio IX, che si era chiuso nei palazzi vaticani dichiarandosi prigioniero politico in seguito alla Breccia di Porta Pia, la considerò un atto unilaterale dello Stato italiano e pertanto la dichiarò inaccettabile. Il 15 maggio 1871, ovvero due giorni dopo l'emanazione della legge, il pontefice emanò l'enciclica "Ubi nos", con la quale veniva ribadito che il potere spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da quello temporale.

La legge, inoltre, incontrò l'opposizione tanto dei clericali quanto dei giurisdizionalisti. Questi ultimi riuscirono però a strappare qualche concessione, giacché nella legge i beni riconosciuti in godimento al Pontefice rimanevano comunque parte dei beni indisponibili dello Stato italiano. In secondo luogo, la presente legge conservò il placet governativo sulle nomine dei vescovi e dei parroci e in genere di tutti gli uffici ecclesiastici, eccetto quelli delle diocesi di Roma e delle sedi suburbicarie.

All'intransigenza di Pio IX, che definì la legge un "mostruoso prodotto della giurisprudenza rivoluzionaria", lo Stato rispose con altrettanta intransigenza, sollecitato dalla sinistra ispirata ai principi dell'anticlericalismo, la quale ottenne che fossero soppresse tutte le facoltà di teologia dalle università italiane e che i seminari fossero sottoposti a controllo statale.

I rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano andarono peggiorando quando, nel 1874, la Curia romana giunse a vietare esplicitamente ai cattolici, con la formula del "non expedit" ("non conviene"), la partecipazione alla vita politica. Soltanto nell'età giolittiana tale divieto sarebbe stato eliminato progressivamente, fino al completo rientro dei cattolici "come elettori e come eletti" nella vita politica italiana con il Patto Gentiloni del 1913.

In questo senso il Parlamento intese fare concessioni che però potevano essere revocate in qualsiasi momento[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'introito annuo, rivalutato secondo i coefficienti dell'Istituto nazionale di statistica per il periodo 1871-2012 (ultimo anno disponibile, coefficiente 8.705,709) risulta pari a 28,076 miliardi di lire, 14,5 milioni di euro. Vedi: Coefficienti per tradurre valori monetari dei periodi sottoindicati in valori del 2012 - Istat.it.
  2. ^ Fausto Fonzi, I cattolici e la società italiana dopo l'Unità, Roma, Studium, 1953.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]