Stato

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Lo Stato[1] è un ordinamento giuridico politico che a fini generali esercita il potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti a esso appartenenti. Esso comanda anche mediante l'uso della forza armata, della quale detiene il monopolio legale.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Alla parola Stato afferiscono due concetti teoretici distinti:

  • Stato-comunità è formato dal popolo, stanziato su un territorio definito, che è organizzato attorno a un potere centrale (comunemente chiamato "Stato-nazione"); questo concetto è largamente impiegato nel campo delle Relazioni Internazionali;
  • Stato-apparato (o Stato-organizzazione): quel potere centrale sovrano, stabile nel tempo e impersonale (poiché esiste indipendentemente dalle singole persone che lo fanno funzionare), organizzato in possibili differenti modi, che detiene il monopolio della forza e impone il rispetto di determinate norme nell'ambito di un territorio ben definito; il termine è usato soprattutto nell'ambito del diritto internazionale.

Stato sovrano: dal latino superanus, colui che sta al di sopra; lo Stato è superiore a ogni altro soggetto entro i suoi confini. Per essere tale, la sovranità deve manifestarsi come "indipendenza" nei rapporti reciproci; per tale ragione, allora, lo Stato è indipendente e sovrano; sovrano al suo interno, indipendente nei confronti degli altri stati.

Lo Stato è spesso considerato dalla scienza politica originario poiché i suoi poteri derivano solo da sé stesso e da nessun'altra entità statuale. Con ciò si sostiene che esso non è subordinato ad altri soggetti e quindi è indipendente e sovrano in un ambito definito. Esso si organizza e si gerarchizza ai fini del miglior esercizio del potere. Tuttavia questa concezione entra in crisi sia in tutti quei casi di stati solo formali o comunque fortemente dipendenti da altri stati, sia soprattutto più in generale tenendo conto dell'economia globalizzata che lega economicamente in modo indissolubile tutti gli stati non solo tra loro, ma anche a organismi sovrastatali quali il Fondo monetario internazionale, la Banca centrale europea, ecc. Pertanto, in un tale contesto, la pretesa "indipendenza" degli stati è, anche se non sempre totalmente, solo formale e teoretica.

Tipicamente uno Stato è regolato da una Costituzione e da un ordinamento giuridico che definiscono i limiti dell'agire dei componenti dello Stato stesso nonché dei suoi cittadini.

Definizioni[modifica | modifica sorgente]

Numerosi studiosi di politica hanno cercato di dare definizioni più precise del concetto di Stato, cercando di enunciare anche le condizioni necessarie affinché esso possa essere considerato tale.

Per Max Weber per Stato si deve intendere «un'impresa istituzionale di carattere politico in cui l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione della forza legittima in vista dell’attuazione degli ordinamenti».

Un'altra definizione è tentata da Charles Tilly: «Un’organizzazione che controlla la popolazione occupante un determinato territorio costituisce uno Stato se e in quanto

  • si differenzia rispetto ad altre organizzazioni che operino sul medesimo territorio;
  • è autonoma;
  • è centralizzata;
  • le sue parti componenti sono formalmente coordinate le une con le altre».

Hobbes: «Lo Stato rappresenta l'istanza unitaria e sovrana di neutralizzazione dei conflitti sociali e religiosi attraverso l'esercizio di una summa potestas, espressa attraverso la forma astratta e universale della legge che si legittima in base al mandato di autorizzazione degli individui, in cui si realizza il meccanismo della rappresentanza politica; i cittadini si trovano infatti in quella fase pre-politica che è definita come stato di natura e il sovrano svolge un ruolo "rappresentativo" unificando in sé la "moltitudine dispersa"».[2]

Concetto di Stato moderno e concetto di organizzazione[modifica | modifica sorgente]

Forma di organizzazione del potere affermatasi storicamente in Europa agli inizi del XIII, XIV secolo. I tratti dello Stato moderno sono:

  1. sovranità: Concentrazione di tutti i rapporti politici in un'unica istanza indipendente e sovrana su un determinato territorio;
  2. spersonalizzazione del comando politico;
  3. costituzione e utilizzo di un apparato burocratico (dunque professionale) centralizzato[3]

Dinamiche che portano alla visione di un concetto di Stato[modifica | modifica sorgente]

Lo Stato moderno si definisce come il processo storico di accentramento del potere a partire da quella dispersione territoriale dei differenti centri di potere indipendenti che rappresentavano le signorie dell'Europa medievale. Questo processo si accompagna a quello dell'emergere della borghesia e delle sue esigenze di sicurezza e protezione commerciale e di proprietà.

Una delle dinamiche fondamentali che portarono alla formazione dei moderni stati è certamente quella delle «guerre civili di religione» prodotte dalla perdita di universalità della repubblica cristiana medievale, operata dalla riforma protestante.[senza fonte]

Il risultato di queste dinamiche è la visione tecnica e mondana del potere del principe, che si serve di un apparato amministrativo professionale per l'esercizio concreto del potere secondo procedure sempre più precise.Questa forma del potere rappresenta la garanzia di una maggiore stabilità del potere politico, sempre più svincolato dalla religione (processo di secolarizzazione).

Lo Stato moderno[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Stato assoluto.

Lo Stato moderno si afferma in Europa tra il XV e il XIX secolo. La sua formazione avviene attraverso un progressivo accentramento del potere e della territorialità dell’obbligazione politica. Infatti scompaiono le frammentazioni del sistema feudale in favore di un potere centrale o omogeneo in un determinato territorio, e anche la Chiesa si subordina allo Stato. Lo Stato detiene il monopolio legittimo dell'uso della forza tramite burocrazia, la polizia e l'esercito, gli organi con cui esso può imporre la sua volontà legale. Infine lo Stato moderno si basa sull'impersonalità del potere politico.

Dallo Stato assoluto allo Stato sociale[modifica | modifica sorgente]

Fondamentale per la nascita dello Stato moderno fu l’affermarsi di un’economia monetaria: chi opera in uno Stato veniva ricompensato con salari più alti e non più in natura, come accadeva nel sistema feudale. Questo porta alla nascita di una burocrazia efficiente e legata allo Stato.[senza fonte] Attraverso la tassazione, inoltre, lo Stato può mantenere la sua burocrazia. La prima forma di Stato fu lo Stato assoluto. Esso nacque grazie ai conflitti militari: è una "macchina da guerra" perché nasce da esigenze di carattere militari. Tale esigenza comporta la crescita esponenziale del prelievo fiscale e dell’amministrazione statale, l'accumulo di debiti e, spesso, l’intervento statale nell’economia (dirigismo). Tuttavia al termine del conflitto è necessario assicurare ai cittadini dei diritti che erano stati loro promessi in tempo di guerra per ottenere consenso. Di qui si passa dunque allo Stato democratico, che poggia le sue basi originarie sullo Stato di diritto[4], poiché il bisogno di legittimazione del potere centrale necessita lo sviluppo di un consenso possibile solo trasformando i sudditi in cittadini.[senza fonte] L'ulteriore evoluzione vede lo Stato democratico diventare stato del benessere o stato sociale , sempre più teso a garantire il benessere dei cittadini da cui gli deriva il consenso e la legittimazione mediante strumenti di assistenza economica e politiche tese al raggiungimento dell'eguaglianza sostanziale. Le ultime trasformazioni nel mondo occidentale, guidate dal crescente turbo-capitalismo, stanno disgregando i vecchi fondamenti dello stato sociale, portando alla formazione di uno stato in cui è il mercato (riprendendo la teoria della mano invisibile smithiana) a guidarne scelte politiche, economiche, amministrative e militari, con la creazione di cittadini sempre meno tali ma sempre più "consumatori globali". Alcuni economisti, come Carlo Pelanda, hanno teorizzato e auspicato la nascita di uno "Stato della Crescita" in cui le garanzie passive del welfare state vengano sostituite in investimenti sulla persona, intesa come formazione del capitale umano.

Concezione comunista dello Stato[modifica | modifica sorgente]

Per la teoria marxista lo Stato è destinato a estinguersi, quando sarà completato il passaggio alla nuova società comunista[5][6], strumento superfluo di oppressione di classe in una società dove le classi sociali stesse si sono estinte.

Anche nel periodo di transizione lo Stato è, per il comunismo, sempre classista, strumento autoritario per esercitare il potere politico di una classe dominante[7]. Nel caso del periodo post-rivoluzionario, tale classe è il proletariato che esercitò il suo potere politico contro la classe borghese e i residui delle altre classi reazionarie[8].

Dalla natura strettamente classista dello Stato deriva, secondo il comunismo, la inevitabilità di spezzare lo Stato borghese con la violenza e l'autorità della rivoluzione e delle sue conseguenze (sempre Lenin affermava: «Lo Stato borghese non muore, ma è annientato dal proletariato nel corso della rivoluzione...»)[senza fonte] e la necessità della dittatura del proletariato, di uno Stato ancora più forte per annientare la borghesia resistente («...tra la società capitalistica e la società comunista, si pone il periodo rivoluzionario di trasformazione dalla prima nella seconda, cui corrisponde un periodo di transizione nel quale lo Stato non potrebbe essere altro se non la dittatura rivoluzionaria del proletariato» secondo Karl Marx[9]).

Circa la natura del nuovo Stato proletario o semi-stato (in quanto strumento di oppressione di una esigua minoranza ad opera della stragrande maggioranza, già ha perso grande parte delle sue elefantiache dimensioni e ha già così cominciato a estinguersi parzialmente), ecco cosa ha scritto Lenin: ...«In realtà, questo periodo è inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un'asprezza inaudita, un periodo in cui le forme di questa lotta diventano quanto mai acute, e quindi anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo nuovo (per i proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in modo nuovo (contro la borghesia).

La Sinistra Comunista Italiana teorizzò negli anni della sua esistenza anche la prospettiva di una forma intermedia tra Stato capitalista e dittatura del proletariato: il regime di controllo operaio[10]. Tale fase si caratterizza per l'avvenuta conquista del potere politico da parte del proletariato (dunque della vittoria della guerra di classe rivoluzionaria contro la borghesia), ma contestualmente per il permanere di caratteri capitalistici nella società a causa della loro insostituibilità nell'immediato (permanenza in alcune situazioni della forma di azienda, della moneta e del salario in denaro, di un certo livello di parlamentarismo e di dualismo di potere, ecc.). Gradualmente la società però si sarebbe sempre di più impadronita direttamente di tutta la produzione, avrebbe superato ogni forma di parlamentarismo e ideologia borghese e la classe operaia si sarebbe polarizzata e unificata nella sua interezza nel programma comunista, preparando così la fase della dittatura del proletariato vera e propria, ad opera del suo partito comunista.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ In questo caso Stato è scritto in maiuscolo per distinguerlo da altre accezioni comuni del sostantivo:
  2. ^ Thomas Hobbes, Leviatano, 1651.
  3. ^ Bin ePitruzzella, Diritto Pubblico, Giappichelli.
  4. ^ stato di diritto
  5. ^ Marx-Engels, Manifesto del Partito Comunista
  6. ^ Lenin, Stato e Rivoluzione
  7. ^ Diceva Lenin: «Lo Stato è il prodotto e la manifestazione dell'antagonismo inconciliabile delle classi...» (Lenin, Stato e rivoluzione). Per Engels inoltre: «Lo Stato è, per principio, lo stato della classe più potente, della classe economicamente e politicamente dominante...» (Friedrich Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato).
  8. ^ Marx-Engels, Manifesto del Partito Comunista, ma più in generale tutta la teoria marxista ortodossa (es. tutta la Sinistra comunista).
  9. ^ Karl Marx, Critica del programma di Gotha.
  10. ^ "Il Soviet", 1920. Reperibile nell'archivio di n+1 [1].

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]