Teologia

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Platone in una copia romana dell'opera originale esposta nell'Accademia dopo la morte del filosofo nel 348 a.C. (Gliptoteca di Monaco, sala 10). Platone fu il primo autore ad utilizzare il termine "teologia".

La teologia (dal greco antico θεός, theos, Dio [1] e λόγος, logos, "parola", "discorso", o "indagine") è la disciplina che studia il Divino, ovvero la o le divinità nei caratteri che le varie religioni riconoscono come propri del divino in quanto tale; accessoriamente, e in alcune religioni, si occupa di sviluppare elaborazioni teoretiche circa materie dogmatiche, oggetto della fede dei credenti.

Il termine "teologia" (θεολογία, theología) compare per la prima volta nel IV secolo a.C. nell'opera di Platone la Repubblica (II, 379 A):

«  "Va bene- disse -, ma tali direttive inerenti alla teologia quali potrebbero essere?".
"Più o meno queste - risposi - come Dio si trova ad essere, così andrebbe sempre raffigurato, sia che lo si faccia in versi epici, o lirici, o nel testo di una tragedia." »
(Platone Repubblica (II, 379 A) [2])

Indice

[modifica] La teologia classica

Busto di Senofane.
Platone e Aristotele, particolare della formella del Campanile di Giotto di Luca della Robbia, 1437-1439, Firenze
Epicuro, copia romana dell'originale greco (conservata al Museo Nazionale Romano.
Zenone di Cizio, fondatore dello Stoicismo.
Plutarco di Cheronea, filosofo medioplatonico, in una statua conservata al Museo di Delfi.
Plotino, fondatore del Neoplatonismo, in una antica scultura conservata nel Museo di Ostia antica.

Nel contesto della cultura greca la "teologia" è propria della fisica (nel significato greco antico del termine), della metafisica e della ontologia.
Già la Fisica presocratica fu "teologia" in quanto il principio ricercato da questi autori, e alla base di ogni cosa, era considerato come il "Divino" immortale" e "indistruttibile". L'acqua, l'aria, il fuoco indagati dai filosofi "presocratici" non corrispondono quindi agli elementi fisici della concezione moderna ma a veri e propri principi teologici. Allo stesso modo la "Fisica" greco-antica non ha nulla a che vedere con la Fisica moderna[3].

Con Senofane (570 a.C.–475 a.C.), già nel VI secolo a.C. la teologia presocratica conduce una critica precisa all'antropomorfismo della mitologia:

«  Me se i buoi, i cavalli e i leoni avessero mani o potessero dipingere e compiere quelle opere che gli uomini compiono, con le mani i cavalli dipingerebbero immagini degli Dèi simili ai cavalli, i buoi simili ai buoi, e plasmerebbero i corpi degli degli Dei simili all'aspetto che ha ciascuno di essi . »
(H. Diels e W. Kranz Die Fragmente der Vorsokratiker Vol.1 Berlino, 1951, pagg. 113-39, 21 B16)

ma anche l'attribuire agli Dèi le nefandezze proprie di alcune condotte umane [4] o il fatto che essi possano risultare mortali [5], infine il fatto che si identifichino con la divinità i fenomeni naturali[6].

Con Protagora (486 a.C.–411 a.C.) si affaccia il primo agnosticismo teologico,

«  Riguardo agli Dei io non ho modo di sapere né che sono né che non sono, perché si oppongono molte cose a questa conoscenza, quali l'oscurità dell'argomento e la brevità della vita. »
(Protagora in H. Diels e W. Kranz. Fragm. 4)

Ma anche, con Crizia (460 a.C.-403 a.C.), la denuncia delle divinità come 'invenzione' allo scopo di far rispettare le leggi imposte dal potere politico

«  Allora io credo che un qualche uomo saggio e ingegnoso per primo abbia inventato per gli uomini il timore degli Dei, in modo che ci fosse un spauracchio per i malvagi, anche per le azioni, le parole e pensieri nascosti. Per queste ragioni introdusse la nozione di Divino, sotto forma di demone sempre di vita imperitura, che ascolta e vede con la sua mente, che col pensiero sorveglia le azioni umane e che ha in sé la natura divina »
(Crizia in H. Diels e W. Kranz. Fragm. 25)

Socrate (469 a.C.-399 a.C.), come riporta Senofonte nei Memorabili, fu particolarmente votato all'indagine sul "Divino" volendolo svincolare da ogni interpretazione precedente lo volle caratterizzare come "bene", "intelligenza" e "provvidenza" per l'uomo[7].

Platone (427 a.C.-347 a.C.), come ricorda Werner Jaeger, non è solo il coniatore stesso del termine theología, ma anche il primo grande "teologo" dell'antichità classica:

«  Il punto centrale della sua teoria, la teoria del bene, non può essere giustamente apprezzata che su questo sfondo religioso[8]. Senza di lui non esisterebbe, della teologia né il nome né la cosa. »
(Werner Jaeger. Paideia. Milano, Bompiani, 2003 pag.1181)

Il principale contributo di Platone alla "teologia" è la scoperta della trascendenza attraverso la «seconda navigazione» [9]:

« Mi accingo infatti a mostrarti quale sia quella forma di causa su cui mi sono a fondo impegnato e, perciò, torno su quelle cose di cui molte volte si è parlato, e da esse incomincio, partendo dal postulato che esista un bello in sé e per sé, un buono in sé e per sé, un grande in sé e per sé, e cosi via. »
(Platone Fedone (100 C) [10])

All'origine del nostro mondo sensibile Platone pone il Demiurgo (δημιουργός) il quale plasma la realtà caotica materiale guardando il mondo delle idee. Ciò che spinge il Demiurgo ad agire in questo modo è il "bene" che egli rappresenta. Il Demiurgo è inferiore al mondo delle idee ma superiore all'anima del mondo e alle altre anime che produce insieme agli Dèi inferiori. Il Demiurgo media tra il mondo delle idee e il mondo sensibile. Le idee sono il Divino impersonale mentre il Demiurgo è il Dio personale, egli è "buono":

« Egli era buono e in un buono non nasce mai nessuna invidia per nessuna cosa. Egli volle che tutte le cose diventassero più possibile simili a lui. E chi ammettesse questo principio della generazione del mondo come principale, accettandolo da uomini saggi, l'ammetterebbero assai rettamente. Infatti Dio volendo che tutte le cose fossero buone, e che nulla, nella misura del possibile, fosse cattivo, prendendolo quanto era visibile e che non stava in quiete, ma si muoveva confusamente disordinatamente, lo portò dal disordine all'ordine, giudicando questo totalmente migliore di quello.  »
(Platone Timeo (29 E, 30 A) [11])

Aristotele (384 a.C.-322 a.C.) indica la sua ricerca "metafisica"[12] come "teologia", ovvero come "filosofia prima", la filosofia più elevata che si occupa dell' "essere in quanto essere" ovvero dell' Ousìa (Οὐσία) nel suo significato più stretto, ovvero nel significato Dio:

«  Infatti la fisica si occupa di enti che esistono separatamente ma non sono immobili, e dal canto suo, la matematica si occupa di enti che sono sì, immobili, ma che forse non esistono separatamente e sono come presenti in una materia, invece la "scienza prima" si occupa di cose che esistono separatamente e che sono immobili. E se tutte le cause sono necessariamente eterne, a maggior ragione lo sono quelle di cui si occupa questa scienza, giacché esse sono cause di quelle cose divine che si manifestano ai sensi nostri. Quindi ci saranno tre specie di filosofie teoretiche, cioè la matematica, la fisica e la teologia, essendo abbastanza chiaro che, se la divinità è presente in qualche luogo, essa è presente in una natura siffatta, ed è indispensabile che la scienza più veneranda si occupi del genere più venerando. »
( Aristotele. Metafisica. VI (Ε), 1026, a 18-21)

E nel suo percorso speculativo egli identifica la "divinità prima" come il "primo motore" correlato con il Bene e separato dal Mondo:

«  Il primo motore dunque è un essere necessariamente esistente e in quanto la sua esistenza è necessaria si identifica col bene, e sotto tale profilo è principio. [...] Se, pertanto, Dio è sempre in uno stato di beatitudine, che noi conosciamo solo qualche volta, un tale stato è meraviglioso; e se la beatitudine di Dio è ancora maggiore essa deve essere oggetto di meraviglia ancora più grande. Ma Dio, è appunto, in tale stato! »
( Aristotele. Metafisica. XII (Λ), 1072, b 9-30)

Anche Epicuro (341 a.C.-271 a.C.) ammette l'esistenza del Divino anche se nega decisamente la sua interpretazione "popolare":

« Per prima cosa devi ritenere che la divinità sia un essere vivente immortale e felice, così come suggerito dalla comune nozione del divino, e non attribuirle niente che sia estraneo all'immortalità e discorde alla beatitudine [...] Gli dèi esistono: abbiamo di essi conoscenza evidente. Ma non esistono nella forma in cui li concepisce il volgo; e questo toglie loro ogni fondamento reale nella forma in cui è uso concepirli. Empio non è colui che rinnega gli dèi del volgo, ma colui che applica le nozioni del volgo agli dèi: infatti i giudizi di questo circa gli dèi non sono prenozioni, ma supposizioni false; e in base a tali supposizioni si usa ricondurre agli dèi i più grandi danni e i più grandi benefizi. Non avendo intimità con la propria virtù, essi accolgono quelli che sono loro simili, considerando straniero chi non è tale. »
( Epicuro. Epistola III. A Meneceo)

Con la Stoa si affaccia il pensiero panteista monista. Ricorda Diogene Laerzio:

« Zenone[13] sostiene che il cosmo intero e il cielo consistono di sostanza divina. »

Così anche Ario Didimo

« Per loro Dio non è altro che l'intero cosmo con tutte le sue parti. »
( Riportato da Eusebio Praeparatio evangelica. XV, 15)

Il Neostoicismo con Marco Aurelio Antonino riafferma il monismo panteistico:

« Il fatto è che l'armonia è unica; e a quella guisa che l'universo forma e fa completo un corpo così grande per mezzo di tutti i corpi; così da tutte le cause è formato e fatto completo un destino, causa immensa del tutto. »

Così anche gli Scettici con Pirrone rispondono all'argomento teologico:

« Io ti dirò in verità come mi sembra che sia, prendendo come retto canone questa parola di verità: che viva eternamente una natura del divino e del bene, da cui deriva all'uomo la vita più eguale. »
(Da Sesto Empirico Adversus mathematicos XI, 20)

Il Neopitagorismo con Nicomaco di Gerasa riconduce, in modo allegorico, la "teologia" alla matematica. Così Giamblico:

« I Pitagorici dunque chiamano l'Uno non solo Dio, ma anche intelligenza, e maschio-femmina: l'intelligenza perché il potere egemonico di Dio, si trova sia nella sua capacità di creare il mondo che in generale in ogni sua attività creativa e in ogni suo potere razionale, anche se non manifesta nella materia individuale, è intelligenza nell'agire [...] È per questo che l'1 viene chiamato "Demiurgo" e "Plasmatore", poiché con le sue progessioni e regressioni delinea le nature matematiche, da cui derivano i processi di corporizzazione e di generazione di esseri viventi e di strutturazione del mondo. »
(Da Giamblico Theologumena arithmeticae, in Francesco Romano Giamblico, il numero e il divino. Milano, Rusconi, 1995 pag.394)

Il Medioplatonismo recupera l'idea platonica della trascendenza di Dio, messa in discussione dagli stoici che identificavano tutto il mondo fisico con la divinità stessa. Osserva Plutarco di Cheronea:

« Non è verosimile, né opportuno, come sostengono alcuni filosofi, che Dio si trovi mescolato ad una materia soggetta a tutte le affezioni e a cose che subiscono innumerevoli forme di necessità, casualità, e mutamento? »
(Da Plutarco di Cheronea Ad principem ineruditum. 781 e)

Con il Neoplatonismo la "teologia" diviene l'elemento centrale dell'indagine filosofica. Plotino, fondatore del Neoplatonismo, che pure si considera erede di Platone, colloca Dio al di sopra dell'Essere, inaugurandone così una nuova concezione, del tutto originale nel panorama della filosofia greca: Dio, utilizzato in vari punti come sinonimo di Uno,[14] è ora una realtà dinamica che genera continuamente se stessa, e il suo generarsi è al contempo un produrre il molteplice:

« …vogliamo dire che nell'atto di autocreazione l'Uno e il suo creare sono contemporanei, oppure che l'Uno coincide con il suo creare e con quella che sarebbe lecito chiamare la sua eterna generazione; … è il Primo, e non il primo di una serie, ma nel senso della forza e della potenza frutto di autodeterminazione e di purezza. »
(Enneadi, VI, 8, 20)

Proprio perché l'Uno non è una realtà statica e definita, non può essere compreso una volta per tutte; a Lui si può arrivare solo indirettamente, tramite quel modo peculiare di argomentare che sarà definito come teologia negativa:

« In realtà, noi possediamo l'Uno in modo tale che possiamo parlare di Lui, pur senza poterlo definire: e infatti diciamo quello che non è, e non quello che è; così parliamo di Lui a partire da quello che viene dopo di Lui. Nulla vieta però di possederlo, anche senza parlarne. »
(Enneadi, V, 3, 14)

Il Dio di Plotino assume così due valenze, che sono il riflesso del suo procedere dialettico nelle ipostasi a lui inferiori (l'Intelletto e l'Anima): una negativa, per cui Egli ci appare totalmente trascendente e ineffabile, l'altra positiva, che lo vede immanente alle realtà da Lui generate:

« In Lui si trova la vita, tutto si trova in Lui. »
(Enneadi V, 4, 2)
« Gli esseri generati per ultimi si trovano in quelli che immediatamente vengono prima, e questi in quelli che il precedono, e così via fino a giungere al primo che è il principio. Il principio, non avendo nulla che sia anteriore a Lui, non ha nessun altro posto in cui stare. Ma se esso non ha un posto in cui stare e gli altri esseri stanno in quelli che li precedono, allora il principio comprende tutti gli esseri, e nella misura in cui li comprende non si diffonde in essi, ma li possiede senza esserne posseduto. E se possiede senza essere posseduto vuol dire che non c'è luogo dove non sia, perché, in tal caso, questo non l'avrebbe. … È tutto dovunque, nulla lo possiede, ma, d’altra parte, nulla non lo possiede: in verità, ogni cosa è in suo possesso. »
(Enneadi V, 5, 9)

Si può notare come Plotino riprenda il tema della gerarchia ontologica presente già in Platone, ma mentre quest'ultimo poneva il Bene al più alto livello dell'Essere, Plotino lo pone al di sopra dell'essere stesso:

« Proprio perché nulla era in Lui, tutto può derivare da Lui, affinché l'Essere possa esistere. Egli stesso non è Essere, semmai è il padre dell'Essere: e questa è, per così dire, la prima generazione. »
(Enneadi V, 2, 1)

[modifica] La teologia nell'Ebraismo

Parlare di teologia nell'Ebraismo è argomento piuttosto spinoso. Come fa notare Louis Jacobs[15] per molti ebrei gli insegnamenti biblici e del Talmud sono centrati sui comportamenti pratici piuttosto che sulle speculazioni astratte. L'Ebraismo si è quindi sempre preoccupato di ciò che Dio vuole che gli uomini compiano piuttosto di cosa egli sia. L'indagine sulla natura di Dio è sempre stata vista con sospetto in quanto dannosa per la fede religiosa che chiede sempre il rispetto della Legge che non può essere disturbata da un'analisi sulle sue radici. Ciononostante, ricorda Jacobs, esiste una teologia ebraica ancor prima dei suoi pensatori medievali in quanto la Bibbia (con la sola eccezione del libro di Ester) non si occupa altro che di Dio.

[modifica] Il concetto di teologia

Mentre nel mondo ebraico la divinità è indicata con le espressioni Eloim e Jahvè, nel mondo indiano il divino assume le due forme del brahman e dello atman. In quello cinese il tao è un dio-natura panico che si esprime nella realtà nei due aspetti yin e yang. Nel mondo occidentale il concetto di Dio ha trovato espressioni e concetti svariati, e viene nominato indifferentemente come essere, logos, spirito, ragione, verità, assoluto, intelletto, sommo bene, uno, natura, tutto, necessità e così via.

La prima teologia metafisica definita ed espressa in termini esaustivi può essere considerata la speculazione di Platone nella sua generalità. L'oggetto della dialettica colloquiale platonica è infatti sempre il divino nelle sue varie forme ed aspetti, come bello, 'buono, vero e così via. Platone però analizza il divino in maniera "circolare", offrendolo sotto diverse forme, dandone tutta una serie di elementi e attributi che permettono di circoscrivere il contorno entro il quale opera la teologia, ma senza fissarla. Aristotele definisce invece bene la teologia, ponendola al vertice delle attività umane e ponendovi in subordine la matematica e la fisica come scienze di più basso profilo. Una teologia metafisica particolarmente interessante è quella stoica, perché ipostatizza un Dio che è insieme Ragione e Necessità, con la quale si descrive una realtà sostanzialmente di tipo materialistico. Al contrario Plotino immagina una realtà totalmente spiritualizzata, dove l'Uno emana da sè l Intelletto e l Anima del mondo, da cui derivano gli aspetti del reale percepibili all'uomo come suoi effetti degradati.

Un caso di teologia tangente al cristianesimo ma tendenzialmente panteistica è il deismo, che nasce nel '600 e si sviluppa nel '700 come forma dotta e intellettualistica di teologia. Religione razionalistica per eccellenza il deismo si proponeva come religione alternativa al cristianesimo non tanto nei contenuti e nell'oggetto teologico, Dio, ma nel sostituire alla fede per rivelazione una fede "della ragione". Il procedimento razionalistico e logico per definire il concetto di Dio, non in quanto rivelato, ma in quanto "razionalizzato e capito", ha visto aderirvi anche personaggi come Voltaire e Rousseau. Nella prospettiva deista il cristianesimo viene considerato soltanto una forma rozza di religione "superstiziosa" e popolare. Come già aveva pensato Spinoza e spiegato nel suo Tractatus Theologico-Politicus, superandolo nell'esposizione data nella Ethica di un panteismo acosmistico e spiritualistico, dove tutta la realtà "è in Dio".

[modifica] Aspetti storici

Il termine teologia quale "scienza" nel greco comune significa la discussione dei filosofi sulle questioni divine. Platone fa riferimento ai racconti dei poeti sugli dèi come a "teologie", e Aristotele insegnava (Metafisica), una triplice suddivisione delle scienze: (1) fisica, lo studio della natura; (2) matematica, lo studio dei numeri e delle quantità; e (3) teologia, come la più eccelsa delle scienze dato che il suo argomento, Dio, è la più alta fra le realtà, più tardi associata approssimativamente alla metafisica, con la quale Aristotele include la discussione della natura del divino. Per lui solo il "divino" è "vero" in quanto "fisso e immutabile" e la parola filosofia nel senso più alto va infatti intesa come "scienza del divino", mentre la filosofia naturalistica (come quella di Talete e Anassimandro, di Leucippo e di Democrito) è solo una forma di sotto-conoscenza dell'accidentale, del precario e dell'insostanziale.

Su questa base Aristotele afferma che la metafisica è la "scienza dell'essere in quanto essere" (Metafisica, IV, 1, 2-21), necessario ed eterno, che va distinto dall'"essere per accidente" (ivi, 30-32) che è tutto ciò che concerne la banale realtà naturale e percepibile. L'essere vero per Aristotele, com'era per Parmenide e per Platone, è ciò che è "necessario", perfetto, quindi fissato e non soggetto a mutamenti di nessun genere. Il divenire è quindi una forma inferiore di realtà che si può anche studiare, ma che non rivela alcuna verità.

Nella Metafisica (Filosofia "prima") dopo aver detto che (VI, 1, 1026 a, 18-22) "la teologia è la scienza più vera, alta e nobile, poiché studia l'essere più alto e degno di venerazione", dice di Dio:

«  Il Primo Motore dunque è un essere necessariamente esistente e in quanto la sua esistenza è necessaria si identifica col Bene, e sotto tale profilo è Principio assoluto ..... Se perciò Dio è sempre in uno stato di beatitudine, che noi conosciamo solo qualche volta, un tale stato è meraviglioso, e se la beatitudine di Dio è ancora maggiore essa deve essere oggetto di meraviglia maggiore. Ma Dio è appunto in tale stato [16]  »

Secondo Plotino (Enneadi, V, 9, 7) la teologia è l'unica scienza degna di questo nome, e questo principio resta in tutti i suoi numerosi epigoni che giungono sino al V secolo prima che il neoplatonismo venisse proibito. Tra essi è importante Proclo, che risistema il neoplatonismo in forme che riceveranno notevole attenzione da parte di Hegel. Gli influssi neoplatonici sono notevoli già anche in Nicola Cusano e specialmente nella teologia di Giordano Bruno. Questi ipostatizza un Dio-Natura sotto le spoglie dell'Infinito, essendo l'infinitezza la caratteristica fondamentale del divino. Dio per Bruno è insieme materiale e spirituale e l'Intelligenza divina pilota tutto l'essere. Egli fa dire nel dialogo De l'infinito, universo e mondia Filoteo:

«  Io dico Dio tutto Infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno e infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de l'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito, possono esse chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello [17]  »

[modifica] Monoteismo

Nel mondo giudaico-cristiano la teologia assume un'importanza fondamentale per gli sviluppi di tutte le forme di cultura ad esso relative. Il termine teologia non compare come tale nelle Sacre Scritture, sebbene l'idea vi sia ampiamente presente. L'idea di teologia nel senso di "organizzazione della dottrina" e almeno nelle forme evolute posteriori richiedeva l'indispensabile apporto della metafisica idealistica greca, che avrebbe cominciato a nutrire l'Ebraismo all'inizio del I secolo attraverso Filone di Alessandria e un secolo dopo la Patristica cristiana soprattutto con Clemente Alessandrino (150-215) e Origene (185-254).

Il teologo presbiteriano di Princeton Warfield (1851-1921), grande biblista e studioso del pensiero cristiano, ha proposto una definizione poi diventata classica: "La teologia è la scienza di Dio e del Suo rapporto con l'uomo e con il mondo".

[modifica] L'Ebraismo

Nell'Ebraismo l'assenza storica di autorità politiche significò che la maggior parte delle riflessioni teologiche si concentrarono (anzi, si limitarono) all'interno delle varie Comunità e delle sinagoghe, piuttosto che all'interno di Istituzioni accademiche specializzate. Nonostante questo la teologia ebraica è stata storicamente molto attiva. L'analogo ebraico della discussione teologica cristiana è la discussione rabbinica sulle Leggi e sui commenti ebraici biblici

[modifica] Il Cristianesimo

Sant'Alberto Magno, patrono dei teologi cattolici

La teologia cristiana è l'esercizio della ragione sul messaggio della rivelazione accolto dalla fede. Alla base c'è, dunque, il rapporto tra fede e ragione che la tradizione cattolica, ma non solo, concepisce all'insegna della complementarità. Gli apologeti cristiani definivano, infatti, la propria fede come "vera filosofia", cioè come autentica risposta alle domande filosofiche.

La teologia cristiana in quanto dottrina ufficiale del cristianesimo si forma attraverso l'opera della Patristica (III-VI secolo) con forti influenze della teologia di Platone e poi e soprattutto della Scolastica (IX -XIV secolo) dove a prevalere è invece quella di Aristotele (perlopiù letta attraverso Averroè che trova in San Tommaso d'Aquino la sua migliore espressione).

Nel mondo contemporaneo il termine teologia viene variamente qualificato con aggettivi che ne definiscono l'indirizzo. Per esempio con Teologia della liberazione si indica una corrente del pensiero cristiano tipica dell'America Latina della fine degli anni Settanta che implica un forte elemento politico-sociologico di tipo populistico e comunistico.
Nel mondo cristiano, abolita ogni altra forma di conoscenza profana dal IV secolo in poi, la teologia diventa la scienza per eccellenza. È soprattutto con gli autori cristiani, quindi, che essa riceve un nuovo senso, esclusivo e totalitario. È la storia seguente del termine, usato specialmente nel contesto della chiesa latina, che si cela dietro il suo attuale uso contemporaneo. Ma il termine a rigore può essere usato in molteplici realtà religiose differenti, e nella fattispecie in quelle orientali, tutte o quasi panteistiche e simili alle teologie di Giordano Bruno e Spinoza.

Tutte le religioni (politeistiche, monoteistiche, panteistiche (Dio nel Tutto) e panteneistiche (il Tutto in Dio), hanno sviluppato ciascuna la propria teologia o su base rivelativa o su base ragionativa (logica o dialettica). È discusso se possa parlarsi di teologia a proposito degli studi relativi alle religioni politeistiche, in quanto "false", mentre la teologia vera e propria dovrebbe riguardare solo la religione presunta "vera": la cristiana. Va da se che ciò che è vero per un buddhista o un taoista non lo è per un cristiano, e viceversa.

Il termine θεολογια è usato nella letteratura greca classica con il senso di "discorso riguardo gli dei o alla cosmologia". Seguendo la scia greca, lo scrittore latino Varrone in Antiquitates rerum humanarum et divinarum, in 41 libri, espone uno schema della scienza del profano e dl divino che sarà mantenuta anche da Sant'Agostino nel De civitate Dei. L Antiquitates si suddivide in due sezioni, la I concernente e antichità profane (libri 1-25) o Res humanae, la II le sacre (libri 26-41) Res divinae. Varrone distingue tre forme teologiche: la "mitica" (relativa al politeismo greco), la "naturale" e "razionale", tipica degli intellettuali della classe dirigente romana, infine la "civile" come teologia ufficiale dello stato e della politica, quella che concerne la ritualità ufficiale dell'osservanza religiosa pubblica, indipendentemente dalle credenze personali di ogni individuo della comunità.

Scrittori cristiani, lavorando sulla scia di quelli ellenistici, iniziano ad usare il termine per i loro studi. Il termine appare in alcuni manoscritti all'inizio del libro dell'Apocalisse: apokalupsis ioannou tou theologou, Apocalisse di Giovanni il teologo. Negli autori Scolastici, il termine denota la razionalizzazione su base logica delle dottrine della religione cristiana, o (più precisamente) la disciplina accademica che investiga la correttezza e le conseguenze del linguaggio e dei richiami alla Bibbia e alla tradizione teologica.

È l'ultimo di questi sensi (teologia come studio razionale degli insegnamenti di una o più religioni) che si nasconde dietro l'utilizzo attuale di questa parola, che ha finito impropriamente di indicare il corpus delle dottrine monoteistiche che riconoscono in Abramo il lo padre fondatore: la ebraica, la cristiana e l'islamica.

La teologia cristiana assume un'importanza fondamentale nella cultura dell'Occidente dal III secolo in poi, imponendosi come il credo unico dell'impero romano e degli stati che si formano dopo il suo collasso, nel VI secolo. La teologia cristiana va così a costituire un background riscontrabile anche in forme teologiche che cristiane non sono e persino in talune forme di ateismo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Teologia cristiana.

[modifica] L'Islam

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Kalam.

La teologia nell'Islam è indicata dal termine arabo ‘ilm al-kalām (arabo: علم الكلام ), anche se la parola si riferisce più appropriatamente alla cosiddetta teologia dogmatica.

In senso stretto le conoscenze teologiche possono essere acquisite solo per graziosa Rivelazione divina, che può avvenire solo per il tramite l'opera di un Profeta (nabī) e di un Inviati (rasūl), non essendo minimamente in grado l'essere umano di concepire una realtà soprannaturale infinita come quella di Dio (Allāh).

Ciò nonostante l'azione interpretativa dei dotti musulmani (ulamā’ ) o, più appropriatamente, mufassirūn, ha condotto a identificare taluni attributi divini (sifāt ) che sono stati pomo di profonda discordia fra i credenti, originando ad esempio la non conciliata dissidenza del mutazilismo (che peraltro riuscì ad affermarsi nel corso dei califfati di al-Ma’mūn, di al-Mu‘taṣim e di al-Wāthiq.


[modifica] Aspetti antropologici

Un modo particolare di considerare la teologia è quello di tipo antropologico; in questo caso non si guarda più al suo oggetto ma alle sue motivazioni, che possono essere di carattere psichico o politico, individuale (dell'intimo) o collettivo (del sociale). La "scienza del divino" si presenta allora con un vasto ventaglio di cause ed origini del suo porsi, in rapporto al tipo di cultura, al tipo di situazione o al livello di sviluppo di un certo contesto. Il suffisso <-logia> viene allora a riguardare non il divino in senso definito, ma le forme mentali con cui l homo sapiens nelle varie culture si rapporta al "trascendentale" in generale, cioè alla sfera del sacro. A qualificare in questo caso il suffisso <-logia>, rispetto alla pura ritualità o cultualità, diventa la forma con cui viene posto il divino e affrontato teoricamente.

È da motivazioni di questo tipo che nascerebbe quella metafisica "scienza del sacro" che si contrappone a una "scienza del profano" che si esprima nelle forme della scienza e della filosofia. Genericamente una teologia può quindi nascere o da una "rivelazione" del divino stesso o da una "ricerca" su di esso a partire da suggestione o da utilità. È indifferente che la rivelazione sia verbale o scritturale, ma che si generi un atteggiamento fideistico abbastanza forte da indurre ad accompagnarlo con una dottrina appropriata. È questo il caso di ebraismo, cristianesimo ed islamismo, ma anche del buddhismo e di una miriade di fedi locali sparse per il mondo.

Se non c'è rivelazione una teologia cultuale può nascere dalle motivazioni più svariate come sogni, visioni, sensazioni, paure o altro, si da corso ad una "ricerca" sul sacro. Che il teologo ricercatore dica il vero o il falso circa le origini causali della sua attività teologica diventa irrilevante rispetto al fatto che egli elabori una teologia convincente o meno. Ciò che importa è che essa assuma una forma compiuta, sistemica e comunicabile. Anche in contesti primitivi gli antropologi, dal '700 al '900, hanno riscontrato e potuto studiare teologie raffinate e complicatissime, contenenti una cosmogonia, un'escatologia e un'etica esattamente come le religioni più evolute. All'interno di queste poi possono anche nascere sotto-teologie come quelle di Paracelso o di Swedenborg o più recentemente di Scientology o Rael, che vanno a sovrapposti alla teologia ufficiale, in questo caso quella cristiana. Esse possono essere tangenti alla religione ufficiale oppure no, e in questo caso procedono in direzioni affatto differenti proprio sotto il profilo di "scienze del divino" diversamente orientate in quanto avulse dalla rivelazione.

[modifica] Note

  1. ^ Occorre qui ricordare che il Dio dei greci non è in alcun modo sovrapponibile al Dio della Bibbia. Così Giovanni Reale:
    « Non è possibile intendere la concezione greca circa Dio, se non si comprende, prima di tutto, che il concetto di Dio è, in tutti i pensatori, un momento del più ampio concetto di Divino (neutro). Ciò significa che il Divino è sempre inteso dal Greco come una pluralità strutturale e che la nostra concezione monoteistica di genesi biblica è in netta antitesi con quella greca. »
    (Giovanni Reale Assi portanti del pensiero antico. "Storia della filosofia greca e romana", Vol. 9, pag. 148.)
  2. ^ Platone. Tutti gli scritti. Milano, Bompiani, 2008, pag.1127.
  3. ^ Cfr.Werner Jaeger. Die Theologie der frü griechieschen Denker Stoccarda, 1953. Trad.it. La teologia dei primi pensatori greci. Firenze, La Nuova Italia, 1961, pag. 47.
  4. ^ H. Diels e W. Kranz, 21 B11.
  5. ^ H. Diels e W. Kranz, 21 B26.
  6. ^ H. Diels e W. Kranz, 21 B32.
  7. ^ Cfr. Senofonte. Memorabili I, 4.
  8. ^ In questo punto Jaeger inserisce la seguente nota n°40:
    « Questo capì il più grande dei teologi dell'occidente cristiano, Agostino. E nessuno, si può dire, meglio di lui era in grado di capirlo. Nell'VIII libro del De Civitate Dei, di quell'opera che è, consapevolmente, il contrapposto cristiano della Repubblica platonica, egli assegna a Platone il trono della teologia prima di Cristo. La teologia cristiana è il prodotto dei problemi della religione cristiana trattati coi concetti e metodi della teologia platonica. »
  9. ^ Con "seconda navigazione" nell'antichità si indicava la navigazione per mezzo dei remi, utilizzata quando al calare dei venti le vele divenivano inutili e venivano ammainate. Con questa metafora Platone vuole suggerire il fatto che l'indagine empirica per mezzo dei sensi è inadatta, ad esempio, nella matematica a rendere la nozione di eguale. Per tale verso occorre procedere con l'intelletto che conduce verso le idee ovvero verso un mondo che non è quello empirico e che contiene le idee.
  10. ^ Platone. Tutti gli scritti. Milano, Bompiani, 2008, pag.107.
  11. ^ Platone. Tutti gli scritti. Milano, Bompiani, 2008, pag.1362.
  12. ^ Rispetto al termine "metafisica" occorre tener presente che Aristotele non ha mai scritto un libro denominato "Metafisica" in quanto peraltro egli non conosceva questo termine che, nel periodo storico in cui visse, non era ancora stato coniato. Il suo libro "Metafisica" fu così titolato successivamente dai curatori delle sue opere che assemblarono sotto tale titolo dei papiri autonomi di cui si sconosce la data di compilazione. L'attribuzione di tale nome è controverso. Esso potrebbe significare due cose: "ciò che va oltre la fisica" in senso assiologico, oppure ciò che nella collocazione dei libri andava inserito dopo la Fisica.
  13. ^ 333 a.C.-263 a.C.
  14. ^ Enneade VI, 5.
  15. ^ In Encyclopedia Judaica, vol. XIX pagg. 692 e segg. New York, MacMillan, 2007.
  16. ^ Aristotele, Metafisica, XII, 7, 10-12)Laterza, Roma-bari 1982, pp.356-358)
  17. ^ Giordano Bruno, De infinito, universo e mondi, nei Dialoghi Italiani, Firenze, Sansoni 1985, pp.382-385

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