Esistenzialismo

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I precursori dell'esistenzialismo (in senso orario, da sinistra in alto): Kierkegaard, Nietzsche, Kafka e Dostoevskij.

L'esistenzialismo è una corrente di pensiero che si è espressa nella filosofia, nella letteratura, nelle arti e nel costume. Nato tra il XVIII e il XIX secolo, trovando ampio sviluppo nel XX secolo diffondendosi e affermandosi principalmente tra la fine degli anni venti e i cinquanta, esso insiste sul valore specifico dell'esistenza umana individuale e sul suo carattere precario e finito, in opposizione all'idealismo e al razionalismo, assumendo in alcuni rappresentanti un'accentuazione religiosa, in altri un carattere umanistico e mondano.

Tra il 1928 e il 1940 Martin Heidegger è stato il più importante rappresentante dell'esistenzialismo su base fenomenologica e il suo Essere e tempo può essere considerato una pietra miliare dell'esistenzialismo moderno. Verso il 1936 egli opera nel suo pensiero quella che può essere definita una "svolta" in senso nettamente spiritualistico e da quel momento la sua filosofia assume nette connotazioni teologiche in senso panenteistico.

Altra figura importante è Karl Jaspers, che partendo da basi psicologistiche nelle prime opere approda a una speculazione specificamente filosofica tra il 1946 e il 1962, su una linea che ripropone alcuni temi che erano già di Kierkegaard.

Un momento importante nell'evoluzione del pensiero esistenzialistico è rappresentato dalla presa di coscienza degli orrori della Prima guerra mondiale e dalla crisi della coscienza intellettuale che si ebbe nell'immediato dopoguerra. A cominciare dagli anni 1944-1945 è stato l'esistenzialismo ateo di Sartre a ricevere le maggiori attenzioni, anche in rapporto al marxismo da lui abbracciato e sostenuto, mentre la compromissione con il regime nazista da parte di Heidegger ha pesato notevolmente sulla sua immagine, facendo sì che ritrovasse maggiore attenzione solo negli anni sessanta.

Problemi di definizione[modifica | modifica sorgente]

Non c’è mai stato un accordo generale sulla definizione di Esistenzialismo. Il termine viene spesso usato come convenzione storica dato che in primo luogo fu applicato a molti filosofi con il senno di poi, in effetti molto tempo dopo che essi erano morti. Mentre l'Esistenzialismo è generalmente considerato abbia avuto origine con Kierkegaard, il primo illustre filosofo esistenzialista ad adottare il termine come auto-descrizione fu Jean-Paul Sartre. Secondo il filosofo Steven Crowell, definire l’Esistenzialismo è relativamente difficile, ed egli sostiene che è meglio intenderlo come un approccio generale utilizzato per respingere alcune correnti filosofiche sistematiche piuttosto che una filosofia sistematica essa stessa.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Il termine "esistenzialismo" è stato coniato dal filosofo francese Gabriel Marcel verso la metà degli anni ’40. Venne adottato da Jean-Paul Sartre il quale, il 29 ottobre 1945, discusse la propria posizione esistenzialista durante una conferenza al Club Maintenant di Parigi. La lezione fu pubblicata come L’existentialisme est un humanisme (L'esistenzialismo è un umanismo), un piccolo libro che contribuì molto a diffondere il pensiero esistenzialista.

Alcuni studiosi sostengono che il termine dovrebbe essere utilizzato solo per riferirsi al movimento culturale europeo tra gli anni ’40 e ’50 associato con le opere dei filosofi Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Maurice Merleau-Ponty e Albert Camus. Altri studiosi estendono il termine a Kierkegaard e altri ancora lo estendono lontano nel tempo fino a Socrate. Tuttavia, il termine è spesso identificato con la visione filosofica di Jean-Paul Sartre.

I precursori[modifica | modifica sorgente]

Nell'ambito dell'esistenzialismo del '900 sono state individuate delle figure anticipatrici, chiamate anche "esistenzialisti in retrospettiva", che sono Tito Lucrezio Caro, Michel de Montaigne, Arthur Schopenhauer, Søren Kierkegaard, Max Stirner, Giacomo Leopardi, Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau, Fëdor Dostoevskij, il Marchese de Sade, Blaise Pascal, Jean-Jacques Rousseau e Friedrich Nietzsche.

Nicola Abbagnano indica anche Platone, Giambattista Vico, Niccolò Machiavelli, Agostino d'Ippona, Immanuel Kant.[1]

Concetti generali[modifica | modifica sorgente]

Per la sua natura complessa, più che di una corrente filosofica unitaria, si può parlare di un insieme di posizioni filosofiche singole, anche molto differenziate, variamente coinvolte nell'atmosfera di crisi e malessere individuali delle epoche e dei contesti in cui si manifesta. L'esistenzialismo quindi risponde solo in parte a una coscienza panica, universalistica o solidaristica, prevalendo in esso piuttosto la riflessione sull'individualità, la solitudine (ma anche l'unicità e infinità interiori) dell'io di fronte al mondo, l'inutilità, la precarietà, la finitudine, il fallimento, l'assurdo dell'esistere.

Malgrado ciò anche elementi di crisi implicati di origine economica, culturale e di costume, sociale e politica presenti tra le due guerre in molte nazioni europee, a cominciare dalla Francia e dalla Germania, diventano motivi di angoscia esistenziale e concorrono a determinare l'atteggiamento degli esistenzialisti in generale, reali o sedicenti.

Si consideri anche che non tutti gli autori solitamente classificati come esistenzialisti accettarono tale classificazione, ritenendola riduttiva o deformante rispetto all'originalità della loro riflessione. Tra questi è noto il caso di Heidegger, soprattutto dopo la kehre (la svolta) del 1935-1936.

L'esistenzialismo rifletteva sulla problematicità del senso della vita, in particolare in relazione al nichilismo, sui limiti e le possibilità della libertà individuale, incentrando queste riflessioni intorno alle domande: "che cos'è l'essere?" e "che cosa vuol dire esistere?", che dominano il pensiero dei filosofi e letterati a vario titolo inquadrabili nella corrente. Ciò, ovviamente, riguarda anche i filosofi Martin Heidegger, Jean-Paul Sartre, Karl Jaspers e Maurice Merleau-Ponty, ma non Edmund Husserl, pur essendo colui che ha posto con la epoché fenomenologica e la intuizione eidetica le basi concettuali su cui l'esistenzialismo novecentesco sarebbe nato.

Le domande sull'essere e sull'esistere, pur essendo distanti dalla realtà del singolo nella sua quotidianità, lo riguardano nella sua interiorità, nel suo sentirsi un "ego" rispetto al mondo. Queste domande sono quindi avvertite e poste come fondamentali nel momento in cui l'io è in crisi rispetto al vivere e all'"essere nel mondo", e si chiede la ragione del proprio esistere come sua parte e del suo rapporto con esso. L'individuo, percependosi come ente particolare, ovvero unico fra tutti gli enti, si interroga sul senso della parola essere, ma fallisce la risposta. È da questo problema, che assilla, impegna e talvolta tormenta la coscienza dei pensatori esistenzialisti, che occorre partire per capire l'esistenzialismo.

Va notato che Heidegger prese le distanze dall'esistenzialismo, anche se alcuni inclusero (in particolare Abbagnano) la sua opera principale (Essere e tempo) in tale filone, sulla base del fatto che essa si interrompe bruscamente proprio dove termina la cosiddetta analisi esistenziale, preparatoria. La seconda parte, che doveva essere scritta nella forma sistematica della prima, non ebbe mai la luce in quanto tale. Heidegger trattò in modo meno sistematico e molto frammentario il seguito di Essere e tempo, costituito da scritti vari, che mettono in luce il tentativo di individuare un linguaggio diverso, meno compromesso con la metafisica, per affrontare in modo più diretto il tentativo di pensare il senso dell'essere e la sua verità (di qui l'avvicinarsi di Heidegger al pensiero dei mistici, ma anche alla scrittura poetica e all'arte). È noto come per lui fosse proprio questa seconda parte del suo percorso, quella in cui si espresse il suo più autentico pensiero. L'indagine speculativa di Heidegger si realizza in definitiva come una ricerca ontologica sull'"essere" rispetto alla quale l'analisi dell'esistenza, relativa all'esserci (l'individualità umana), ha solo carattere introduttivo.

L'esistenzialismo cristiano[modifica | modifica sorgente]

Una variante cristiana dell'esistenzialismo è quella del filosofo russo Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev (1874-1948), ispirata alla sua profonda fede ortodossa e alla narrativa di Dostoevskij, al quale fa riferimento il suo saggio del 1923 La concezione del mondo di Dostoevskij. Per Berdjaev la figura di Gesù Cristo è al centro di ogni speculazione sull'essenza del vivere in rapporto all'immanenza e alla trascendenza. L'esistenzialismo cristiano ha continuato ad avere sviluppi interessanti nel Novecento in figure come Gabriel Marcel, che ha i suoi punti di riferimento in Heidegger e Jaspers, e in Karl Barth, che si riallaccia piuttosto a Dostojevskij e Kierkegaard.

L'esistenzialismo ateo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esistenzialismo ateo.

La variante atea dell'esistenzialismo, che risente anche dell'ideologia marxista, è rappresentata specialmente da Jean-Paul Sartre (1905-1980). L'opera teorica fondamentale dell'esistenzialismo ateo di Sartre, L'essere e il nulla, del 1943, è un trattato che traduce in linguaggio filosofico ciò che, più autenticamente e spontaneamente, egli esprime nella drammaturgia e nella letteratura.

Differente da quello di Sartre, almeno dal 1950, è l'esistenzialismo ateo di Albert Camus. Egli, alla fine del saggio Il mito di Sisifo, precisa il suo esistenzialismo ateo, che nega il divino e lo sostituisce col rapporto dell'uomo con la natura:

« Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. »
(Il mito di Sisifo, cit., p.121)

In un orizzonte umano che non sa che farsene di Dio perché ha solo sé stesso su cui fondarsi per realizzare un senso dell'esistenza, Camus rifiuta però il buio del nichilismo per la solarità di una lotta indefessa al non-senso. Bisogna ribellarsi al non-senso in nome della solarità e della "misura", le caratteristiche migliori dei popoli mediterranei pre-cristiani. Si legge nel 5º capitolo dell'Uomo in rivolta (sottotitolo: Il pensiero meridiano):

« La rivolta è essa stessa misura: essa la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini. L'origine di questo valore ci garantisce che esso non può non essere intimamente lacerato. La misura, nata dalla rivolta, non può viversi se non mediante la rivolta. È costante conflitto, perpetualmente suscitato e signoreggiato dall'intelligenza. Non trionfa dell'impossibile né dell'abisso. Si adegua ad essi. Qualunque cosa facciamo la dismisura serberà sempre il suo posto entro il cuore dell'uomo, nel luogo della solitudine. Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri »
(L'uomo in rivolta, Bompiani, Milano 1951, p.329)

L'esistenzialismo ateo ha avuto nel Novecento qualche nuovo sviluppo in senso edonistico in Michel Onfray. In qualche misura si rifà all'atomismo antico, in questo è l'elemento etico a prevalere.

Dall'essere all'esistere[modifica | modifica sorgente]

L'esistenzialismo si ricollega alla questione ontologica fondamentale, ovvero "che cos'è l'essere?". Essa può essere posta in altri modi: cos'è che determina la nostra esistenza? Come si chiese Heidegger, riprendendo una questione posta da Leibniz: "Perché l'ente e non piuttosto il niente?" ("Warum ist überhaupt Seiendes und nicht vielmehr Nichts?" in Was ist Metaphysik?, 1929). L'essere è il fondamento da cui deriva tutto ciò che è, ovvero l'ente e dunque anche l'uomo, in quanto unico ente che esiste? Heidegger, che per primo si pose compiutamente la domanda, intuì che in tutta la storia della metafisica l'essere era stato sempre più completamente identificato con l'ente, subendo l'irreparabile cancellazione della cosiddetta differenza ontologica: in altre parole, l'essere non è Dio o le Idee platoniche, concetti ontologici, manifestazioni fisiche più che metafisiche. L'essere è trascendente e conserva una differenza irriducibile con qualsiasi ente, compreso l'Ente supremo se identificato in Dio o in un valore astratto.

Il filosofo Gabriel Marcel pose l'accento sul fatto che l'esistenza non è un problema, bensì un mistero. Un problema è infatti un qualcosa che si pone davanti a noi come un ostacolo (in tedesco gegen-stand, latino ob-jectum, nel senso di "stare contro", "obbiettare") e di cui noi possiamo perlomeno delimitarne la portata e quindi comprenderlo in via di massima. L'esistenza non si pone di fronte a noi, è anche in noi stessi, ci penetra, e dunque noi siamo sia soggetti che oggetti della domanda "che cos'è l'essere?". Heidegger spiegava questo concetto in questo modo: di ogni cosa noi possiamo dire cos'è categorizzandola, possiamo farla rientrare tassonomicamente in un insieme (ad esempio il cane è parte dell'insieme 'animali'). Invece il concetto di essere non può venire categorizzato, perché esso stesso è l'insieme più ampio di tutti, di cui tutti gli altri insiemi fanno parte. Il fatto quindi che l'essere è sia in noi che fuori di noi non ci permette di dare mai una risposta definitiva al problema (o, meglio, al mistero).

Questa questione è meglio marcata nelle riflessioni di Sartre, il quale alla domanda dà tre risposte:

  • la prima, la più evidente, è che l'essere sia costituito dall'insieme di tutti gli esseri - cose e persone - presenti nel contesto spazio-temporale in cui viviamo;
  • la seconda è che l'essere sia quello che Sartre chiama il per-sé, cioè la nostra coscienza, il nostro io che si pone come altro rispetto al resto del mondo, è soggetto e non oggetto;
  • infine può essere in-sé, ossia l'essere nelle cose e nei fenomeni che ci appaiono, negli oggetti che ci circondano, a cui però diamo un senso noi, e quindi in qualche modo derivano da noi.
    Nessuna di queste tre è una risposta completa: l'essere, per Sartre, è come se si manifestasse in parte in ogni cosa ma si cela sempre nella sua compiutezza.

Heidegger e Jaspers indicarono tuttavia una parziale risposta al quesito. Il fatto che noi ci poniamo la domanda "che cos'è l'essere?", il fatto che andiamo in cerca di una risposta e riflettiamo per raggiungerla, comporta necessariamente l'essere già in possesso di una risposta. Si può dire, quindi, che si è, si esiste nel momento in cui ci si pone la domanda "perché esisto?", "che cosa significa esistere?". In questo modo, infatti, noi esistiamo perché il significato etimologico di esistere è ex-sistere, cioè in latino "essere fuori da": in qualche modo cerchiamo di uscire fuori da noi stessi e guardare l'essere come qualcosa di altro, che non ci appartiene, lo analizziamo "fuori da noi" e questo è già un primo passo. Concetto comunque che si avvicina molto al "Cogito ergo sum" ("Penso dunque sono") concepito da Cartesio, nonostante fosse un razionalista e non un esistenzialista.

Esistenzialismo e nichilismo[modifica | modifica sorgente]

Sebbene l’esistenzialismo e il nichilismo siano due distinte correnti filosofiche, molto spesso vengono confuse tra loro. Una causa primaria della confusione è dovuta a Friedrich Nietzsche, il quale fu un importante filosofo in entrambi i campi, ma anche all’insistenza da parte dell’esistenzialismo sull’intrinseco non senso del mondo. Sovente i filosofi esistenzialisti sottolineano l’importanza dell’Angoscia a significare l’assoluta mancanza di alcun motivo oggettivo per l’azione, una mossa che è spesso ridotta a un nichilismo morale o esistenziale. Un tema pervasivo all’interno delle opere dei filosofi esistenzialisti è tuttavia il persistere di fronte agli incontri con l’assurdo, come si può vedere nel saggio di Camus, Il mito di Sisifo ("Bisogna immaginare Sisifo felice”)[2], ed è solo molto raramente che i filosofi esistenzialisti respingono la morale o il proprio senso della vita: Kierkegaard ritrovò una sorta di morale nel sentimento religioso (anche se non sarebbe stato d’accordo nel definirlo etico; il religioso sospende l’etica), e le ultime parole di Sartre in L'essere e il nulla sono “Tutti questi problemi che rinviano alla riflessione pura e non complice, non possono trovare la loro risposta che sul terreno morale. Vi dedicheremo un’altra opera.”[3]

L'esistenzialismo in letteratura[modifica | modifica sorgente]

In letteratura autori esistenzialisti furono Franz Kafka, il precursore Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Emil Cioran ed Albert Camus. I primi due sono da vedere principalmente come ispiratori o precursori, mentre Camus e Cioran appartengono al periodo storico in cui si sviluppa l'esistenzialismo. A Camus, insieme al già citato Sartre si attribuisce la variante dell'esistenzialismo ateo. Cioran fu invece una figura solitaria ed isolata, un agnostico nichilista per cui la letteratura filosofica è uno sfogo in prosa, una forma di terapia per lenire il proprio male di vivere, ma senza velleità politiche a differenza della forte politicizzazione che troviamo in Sartre.

Postilla su Albert Camus[modifica | modifica sorgente]

La figura di Camus è stata da alcuni resa esterna all'esistenzialismo, sulla base di un suo distacco da Sartre dopo il 1950 che però ha natura politica e non filosofica. Il carteggio con Sartre dimostra soltanto che la sua negazione del comunismo, specialmente nella forma stalinista, lo divide ormai radicalmente da lui. La domanda di Camus non è sull'essere perché questo poco gli interessa: gli interessa l'esistere dell'uomo alla ricerca di un senso dell'esistere stesso. Un esistere col mondo, con le cose, con la natura e con gli uomini che può essere vista anche come uno "stare" per lottare. Per questo leggendo molti romanzi di Camus ciò che si coglie è l'esaltazione della vita, attraverso un rapporto con il mondo libero da qualsiasi vincolo sociale che si può verificare attraverso:

  • i legami che i protagonisti dei romanzi hanno con le donne.
  • il legame con gli altri individui.
  • il particolarissimo legame materno.
  • il rapporto con la natura.

L'idea di poter separare Camus dall'esistenzialismo ateo solo per il fatto che egli neghi il pessimismo e il nichilismo è tendenzialmente sbagliata. Con una recente edizione delle opere complete di Camus della Pléiade è apparso un saggio di Jaqueline Lévi-Valensi[4] che vorrebbe ritentare quest'operazione. Per quanto la Lévi-Valensi sia una seria studiosa di Camus, nonché curatrice dei volumi della Pléiade dedicati a Camus da Gallimard, il suo tentativo può in effetti apparire nettamente strumentale.

Risvolti culturali[modifica | modifica sorgente]

A partire dagli anni trenta fino alla metà degli anni settanta questo vero e proprio stile di vita influenzò le scelte di numerosissimi gruppi culturali, band musicali e singoli individui, che ne diedero una personale interpretazione non solo attraverso le loro scelte artistiche, ma anche attraverso la propria biografia. Il climax del movimento si ha però negli anni cinquanta, a Parigi in particolare, grazie soprattutto a Jean Paul Sartre, che divenne una specie di profeta di questo tipo di esistenzialismo.

L'atteggiamento esistenzialistico ha indubitabili meriti culturali[5], ma è anche divenuto nel sentire comune, da fenomeno culturale, una sorta di estetismo decadente e nichilista, in cui l'abbigliamento nero, la malinconia di fondo, la ribellione alle convenzioni sociali, alle istituzioni, la professione di individualismo e immoralismo, e un comportamento estremo, spesso autodistruttivo, costituiscono la costellazione interiore ed esteriore di molti gruppi e individui per più generazioni. Si possono trovare elementi esistenzialisti nella musica punk, nella New wave e nel Goth. Importante è anche l'influenza sul cinema e sulla pittura.

Teatro[modifica | modifica sorgente]

Il Teatro dell'assurdo viene solitamente considerato un'articolazione artistica dei concetti filosofici dell'esistenzialismo. In questo filone, oltre all'universalmente riconosciuto maestro del genere, Eugène Ionesco, è da ricordare quantomeno Aspettando Godot di Samuel Beckett.

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Personaggi associati al movimento esistenzialista[modifica | modifica sorgente]

Scrittori e autori teatrali[modifica | modifica sorgente]

Filosofi[modifica | modifica sorgente]

Psicologi[modifica | modifica sorgente]

Cantanti[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giovanni Fornero, Recensione a "Le origini storiche dell'esistenzialismo" di Nicola Abbagnano
  2. ^ Albert Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani (2001).
  3. ^ Jean-Paul Sartre, L'essere e il nulla. La condizione umana secondo l'esistenzialismo, Il Saggiatore Tascabili (2008).
  4. ^ J. Lévi-Valensi, Albert Camus ou la naissance d'un romancier, Paris, Gallimard, 2006
  5. ^ I suoi concetti sono ancora oggetto di approfondimenti e sviluppi teorici: un tema è quel dell’ “individuo” e della sua presa di coscienza esistenziale: “La propria coscienza, e quindi “la presa di coscienza”, richiede il proprio essere sociale come “produttore” di essa; “la presa di coscienza”, (...), ha il suo nocciolo originario e fondatore nell’essere sociale, persona, soggetto, che ha maturato un livello di consapevolezza, del suo stesso “essere sociale”, tale che, da questa consapevolezza, si avvia il processo di coscientizzazione/consapevolezza/presa di coscienza che investe tutta l’esistenza della persona in ogni manifestazione del suo vivere, da quella direttamente sociale a quella più introspettiva e individuale.” (Cfr. Francesco Barba, Testo a fronte. Appunti per un percorso esistenziale. Antologia filosofica (e non solo), Firenze, 2012, pag. 21 in http://badabing-it.webnode.it/ )
  6. ^ Giuseppe Cirigliano, Fabrizio De André: hanno detto di lui
  7. ^ «Esistenzialismo», Dizionario di storia moderna e contemporanea

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Jean-Paul Sartre, L'essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano, 1984
  • Pietro Prini, Storia dell'esistenzialismo, Studium, Roma, 1989
  • Jean-Paul Sartre, L'esistenzialismo è un umanismo, Mursia, Milano, 1990
  • Giovanni Invitto, Esistenzialismo e dintorni, Angeli, Milano, 1992
  • Albert Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano, 1994
  • Nicola Abbagnano, Introduzione all'esistenzialismo, Mondadori, Milano, 1995
  • Eugenio De Caro, Esistenzialismo, Editrice Bibliografica, Milano, 1997
  • Andrea Gentile, Sulla soglia. Tra la linea-limite e la linea d'ombra, IF Press, 2012. ISBN 8895565967

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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