Assoluto
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Per Assoluto si intende in filosofia una realtà la cui esistenza non dipende da nessun'altra, ma sussiste in sé e per sé.
Etimologicamente il termine assoluto deriva infatti dal composto latino ab + solutus, che significa sciolto da. Platone ad esempio considerava il mondo delle idee o Iperuranio come una realtà indipendente e autonoma, appunto perché "sciolta da" ogni altra, non relativa ad altro da sé. Viceversa il mondo sensibile esiste solo in relazione alle idee, in quanto cioè dipende ontologicamente da quest'ultime. Alle Idee egli attribuiva così l'Essere di cui già parlava Parmenide. L'assoluto è infatti ciò che ha l'essere in sé e per sé, essendo causa sui (causa di sè). Relativo è invece ciò che secondo Platone non ha l'essere, bensì soltanto l'esistenza, ovvero è unicamente a partire da qualcos'altro; esistenza vuol dire infatti propriamente, in senso etimologico, "essere da", cioè ricevere l'essere da un altro (dal latino ex + sistentia).
In Aristotele, assoluto è l'atto puro, cioè Dio, in quanto pienamente realizzato; esso non è mosso da altro da sé, ma è piuttosto un motore che attrae verso di sé pur restando perfettamente immobile. La teologia cristiana identificherà poi l'Assoluto con il Dio della Rivelazione biblica.
Il tema filosofico dell'Assoluto trova quindi uno sviluppo limitato ma fulmineo e di eccezionale rilevanza nella storia del pensiero europeo a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Nel 1781 esce la prima edizione della Critica della ragion pura, di Immanuel Kant. L'intenzione del filosofo è di inserirsi nel dibattito sulla scienza e sui fondamenti della conoscenza, che vedeva schierati da un lato i sostenitori dell'empirismo scientifico, dall'altro quelli del razionalismo dogmatico. Il problema che egli pone è quello di unificare le due posizioni attraverso uno spostamento dell'indagine dall'ambito dell'oggetto (la natura, l'ente, l'essere dell'ente) a quello del soggetto. La sua "rivoluzione copernicana" consiste infatti nell'indagine critica sulle proprietà e le possibilità dell'intelletto, per stabilire una differenza non più discutibile tra ciò che è conoscibile (fenomeno) e ciò che non lo è (noumeno). Con la separazione fra fenomeno e "cosa in sé", Kant dà fondamento alla sua gnoseologia, ma pone un problema che diventerà la ragione determinante del successivo dibattito che si aprirà in Germania.
Nel 1783 il filosofo di Königsberg pubblica i Prolegomeni ad ogni metafisica futura, che potremmo intendere come il vero inizio del dibattito sull'Assoluto, in quanto la dottrina della Prima Critica vi è esposta in forma più breve ed accessibile. L'insistenza con cui Kant separa la funzione teoretica della filosofia da quella pratica (o etica), senza tuttavia affrontare la questione con la dovuta profondità, è l'elemento "deviante" che aggrega l'attenzione dei critici e dei lettori verso esiti completamente diversi da quelli che egli aveva immaginato. Il problema è infatti diventato quello dell'unità della coscienza (termine con cui si cerca di superare la dicotomia kantiana tra intelletto e ragione), e della natura "ingiustificabile" della "cosa in sé" sia da un punto di vista teoretico che pratico.
Nel 1787 Friedrich H. Jacobi risponde alla tesi dell'autonomia della ragione e dell'inconoscibilità del Noumeno pubblicando David Hume sulla fede. Contemporaneamente Kant fa uscire una seconda edizione, riveduta e corretta, della Critica, proprio allo scopo di chiarire le difficoltà di interpretazione sorte attorno al Noumeno e all'ipotesi dell'intuizione pura. Sempre nel '87, esce anche la Critica della ragion pratica, con la quale Kant approfondisce e risolve la sua posizione in merito alla separazione tra filosofia pratica e teoretica, pur nell'esigenza di individuare per entrambe una fondazione trascendentale, cioè basata su principi rigorosamente intrinseci alla razionalità umana.
Nel 1789 Karl Leonhard Reinhold scrive il Saggio su una nuova teoria della facoltà umana della rappresentazione; con quest'opera l'autore, che si considera un fedele seguace di Kant, cerca di formalizzare logicamente quel principio trascendentale unitario di tutte le facoltà - che chiama "principio di coscienza" - in grado di annullare la contraddizione che si apre con la dicotomia tra fenomeno e noumeno. Ma con questa operazione Reinhold dà il primo colpo mortale al criticismo e indirizza decisamente il dibattito verso il problema dell'assoluto che poi non verrà più abbandonato. Nel 1790, contemporaneamente all'uscita della Critica del giudizio - ultima delle tre opere massime di Kant, con la quale entra nel dibattito il concetto di libertà intesa come realtà noumenica immanente all'interiorità razionale dell'uomo - Salomon Maimon, con le sue Ricerche sulla filosofia trascendentale, compie il passo decisivo per l'acquisizione del Noumeno tra i fattori della coscienza.
Nel 1792 Gottlob Schulze, ponendosi, col suo pamphlet intitolato Enesidemo, nell'ottica di una revisione scettica delle teorie kantiane, ottiene l'effetto di dissolvere i fondamenti del criticismo, aprendo però la strada all'idealismo. Proprio per rispondere alle obiezioni di Schulze e difendere le ragioni del criticismo, Fichte infatti elabora, tra il '93 e il '97, i fondamenti della sua Dottrina della scienza, opera con cui si gettano le basi definitive dell'idealismo. In questo percorso - che rappresenta solo la prima fase del dibattito - l'assoluto, che appariva in Kant come il limite invalicabile dalla conoscenza umana, si trasforma nella sostanza immanente dell'Uomo, venendo a coincidere con la coscienza stessa. L'intenzione di Fichte è duplice: da un lato, conservare l'orientamento kantiano verso la costruzione di un sistema organico della filosofia, comprendente teoretica e pratica; dall'altro, fondare questo sistema su un atto trascendentale, e non più su un fatto logico, facendo cioè della libertà il principio costitutivo della coscienza.
La comparsa di Idee per una filosofia della natura di Schelling - siamo ancora nel '97, a soli 14 anni dai Prolegomeni ad ogni metafisica futura di Kant - sposta ulteriormente l'orizzonte tematico del Criticismo, coinvolgendo nello scenario le figure maggiori della cultura romantica tedesca, e si parla di nomi quali Schiller, Goethe, Hölderlin. E non solo. Molto, se non moltissimo, contarono nella stagione schellinghiana le ricerche naturalistiche di scienziati e medici gravitanti attorno alle nuove frontiere della fisica e della chimica (le scoperte legate al magnetismo e alla funzione dell'ossigeno), e, appunto, l'impegno intellettuale di uno scrittore come Goethe attorno al nuovo filone della Filosofia della natura. Con Schelling dunque la ricerca kantiana dell'unità della filosofia si espande fino al limite estremo di un idealismo spinoziano di impronta panteistica, di cui sono elementi centrali l'arte e la religione.
Con Hegel la conversazione raggiunge il suo punto più alto ma anche storicamente definitivo: il compito che egli si assume è infatti quello di sanare le contraddizioni intrinseche all'atteggiamento stesso del Criticismo e dell'Idealismo, e ciò gli riesce facendo rientrare la filosofia nella Storia, facendone l'esito della vita reale, e non l'antagonista, a prezzo però dell'abbandono della logica formale di non-contraddizione che aveva guidato il pensiero filosofico sin dai tempi di Parmenide e Aristotele. Con la sua rappresentazione dell'assoluto come conciliazione, Hegel pone fine definitivamente a quella separazione tra soggetto e oggetto che era stata la croce di tutta la filosofia post-kantiana. In questo senso, l'itinerario testuale di Hegel è quasi il segno esteriore di quell'unità di cui il suo pensiero vuol essere la più alta rappresentazione: dal primo saggio sulla Differenza tra il sistema di Fichte e quello di Schelling, passando per la Fenomenologia dello spirito, la Scienza della logica e l'Enciclopedia delle scienze filosofiche, l'opera hegeliana si pone come la completa e sistematica rappresentazione ideale della realtà - ovvero dell'assoluto.
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