Platone

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Platone, particolare della Scuola di Atene di Raffaello, che lo ha ritratto con il viso di Leonardo da Vinci.

Platone (in greco Πλάτων, Pláton) (Atene, 427 a.C.Atene, 347 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Assieme al suo maestro Socrate ed al suo allievo Aristotele ha posto le basi del pensiero filosofico occidentale.

Indice

[modifica] Biografia

Nacque ad Atene da genitori aristocratici, Aristone, che gli impose il nome del nonno, Aristocle, e Perittione, la quale, secondo Diogene Laerzio (Vite, III, 1, 1), discendeva da Solone. La sua data di nascita viene fissata da Apollodoro di Atene, nella sua Cronologia, all'ottantottesima Olimpiade, nel settimo giorno del mese di Targellione, ossia alla fine di maggio del 428 a.C. Ebbe due fratelli, Adimanto e Glaucone, citati nella sua Repubblica, e una sorella, Potone, madre di Speusippo, futuro allievo e successore, alla sua morte, alla direzione dell'Accademia di Atene.

Fu un altro Aristone, un lottatore di Argo, suo maestro di ginnastica, a chiamarlo Platone, (da platos, ampio) date le ampie spalle; altri danno del nome un'altra derivazione, come l'ampiezza della fronte o la maestà dello stile letterario. Diogene Laerzio, riferendosi ad Apuleio (Platone e la sua dottrina, I, 2), a Olimpiodoro (Vita di Platone, 2, 3) e a Eliano (Storia varia, II, 30), informa che avrebbe coltivato la pittura e la poesia, scrivendo ditirambi, liriche e tragedie, che avrebbero avuto in seguito, insieme ai mimi, un' importanza fondamentale per la scrittura dei suoi dialoghi.

Avrebbe partecipato a tre spedizioni militari, durante la guerra del Peloponneso, a Tanagra, a Corinto e a Delio, dal 409 a.C. al 407 a.C., anno in cui, conosciuto Socrate, avrebbe distrutto tutte le sue composizioni poetiche per dedicarsi completamente alla filosofia. Dopo la parentesi del governo, oligarchico e filo-spartano, dei Trenta tiranni, del quale fece parte suo zio Crizia, il nuovo governo democratico accusò di empietà e di corruzione dei giovani Socrate, condannandolo a morte nel 399 a.C. - alla cui esecuzione Platone non assistette perché malato.

Frequentò allora l'eracliteo Cratilo e il parmenideo Ermogene, ma non è certo se la notizia sia reale o se voglia giustificare la sua successiva dottrina, influenzata sotto diversi aspetti dal pensiero dei suoi due grandi predecessori, Eraclito e Parmenide, da lui considerati gli autentici fondatori della filosofia. Sempre verso il 399 a.C. sarebbe andato a Megara insieme con altri allievi di Socrate, poi a Cirene, frequentando il matematico Teodoro di Cirene e ancora in Italia, dai pitagorici Filolao ed Eurito. Di qui, si sarebbe recato in Egitto, dove i sacerdoti l'avrebbero guarito da una malattia. Ma la fondatezza della notizia di questi viaggi è molto dubbia.

Certo è invece che Platone sia stato a Siracusa, intorno al 388 a.C., governata da Dionigi I, dove strinse amicizia col cognato del tiranno, Dione, che guardò con favore ai programmi politici di Platone. Ma opposto fu l'atteggiamento di Dionigi, che costrinse Platone ad abbandonare Siracusa per Atene; fatto sbarcare nell'isola di Egina, nemica di Atene, vi venne fatto prigioniero e reso schiavo; per sua fortuna, il socratico Anniceride di Cirene lo riscattò. Ma anche quest'episodio, narrato con varianti da Diogene Larzio (Vite, III, 19, 20), è molto dubbio.

[modifica] I primi dialoghi

« I primi dialoghi platonici sono concordi nell'attribuire una valutazione sostanzialmente positiva alle tecniche »
(G. Cambiano, Platone e le tecniche, Roma-Bari, Laterza, 1991)

A partire dal 395 a.C. dovrebbe aver iniziato a scrivere i primi dialoghi, nei quali affronta il problema culturale rappresentato dalla figura di Socrate e la funzione dei sofisti: nascono così, in un possibile ordine cronologico, l' Apologia (il suo primo dialogo), il Critone, in cui Socrate discute la legittimità delle leggi, lo Ione, parodia ironica di poeti, l' Eutifrone, il Carmide, il Lachete, il Liside, l' Alcibiade I, l' Alcibiade II (queste due attribuzioni a Platone sono tuttavia discusse), l' Ippia Maggiore, l' Ippia Minore, il Trasimaco (che confluirà nella Repubblica come primo libro), il Menesseno, il Protagora e il Gorgia.

[modifica] La fondazione dell'Accademia

Nel 387 a.C. è ad Atene; acquistato un parco dedicato ad Academo, vi fonda una scuola che intitola Accademia in onore dell'eroe e la consacra ad Apollo e alle Muse. Sull'esempio opposto a quello della scuola fondata da Isocrate nel 391 a.C. e basata sull'insegnamento della retorica, la scuola di Platone ha le sue radici nella scienza e nel metodo da quella derivato, la dialettica; per questo motivo, l'insegnamento si svolge attraverso dibattiti, a cui partecipano gli stessi allievi, diretti da Platone o dagli allievi più anziani, e conferenze tenute da illustri personaggi di passaggio ad Atene.

In vent'anni, dalla creazione dell'Accademia al 367 a.C., Platone scrive i dialoghi in cui si sforza di determinare le condizioni che permettono la fondazione della scienza: tali sono il Clitofonte (tuttavia di incerta attribuzione), il Menone, il Fedone, l' Eutidemo, il Convito, la Repubblica, il Cratilo e il Fedro.

Nel 367 a.C., poco prima dell'arrivo di Aristotele nell'Accademia, Platone è a Siracusa, invitato da Dione che, con la morte di Dionigi il Vecchio e la successione al potere di suo nipote Dionigi il Giovane, conta di poter attuare le riforme impedite dal precedente tiranno. Ma i contrasti con Dionigi, che sospetta nello zio intenzioni di ribellione, portano all'esilio di Dione: Platone può tuttavia rimanere a Siracusa come consigliere di Dionigi e coltivare i suoi progetti di trasformazione istituzionale dello Stato siracusano.

Nel 365 a.C. Siracusa è in guerra e Platone torna ad Atene, con la promessa di poter tornare a Siracusa alla fine della guerra insieme con Dione. Ad Atene scrive il Parmenide, il Teeteto, e il Sofista.

Nel 361 a.C. Platone compie il suo terzo e ultimo viaggio in Sicilia. Non c'è però Dione, verso il quale Dionigi manifesta un'aperta ostilità; i tentativi di Platone di difendere l'amico portano alla rottura dei rapporti con il tiranno siracusano che arriva a imprigionare il filosofo. Liberato grazie all'intervento di Archita, il pitagorico tiranno di Taranto, amico di entrambi, nel 360 a.C. Platone può ripartire per Atene; durante il viaggio sbarca a Olimpia per incontrare per l'ultima volta Dione. Questi progettava una guerra contro Dionigi, dalla quale Platone cercò invano di dissuaderlo: nel 357 a.C. riuscirà a impadronirsi del potere a Siracusa ma vi sarà ucciso tre anni dopo.

Ad Atene Platone scrisse le ultime opere, il Timeo, il Crizia, il Politico, il Filebo e le Leggi. Morì nel 347 a.C. e la guida dell'Accademia venne assunta dal nipote Speusippo. La scuola sopravviverà fino al 529 d.C., anno in cui venne definitivamente chiusa da Giustiniano, in quanto scuola di libera ricerca, incompatibile con l'imperante dogmatismo cristiano.

[modifica] Opere

Di Platone sono pervenute tutte le opere, che comprendono 34 dialoghi, 13 lettere e un'opera scritta in forma non dialogica: "Apologia di Socrate". Platone si avvale del dialogo, infatti, quest’ultimo è l’unico che riesce a mantenere una concretezza storica di un dibattito di persone, facendo così, inoltre, mette in luce il carattere di ricerca( elemento chiave della filosofia). Platone vuole evidenziare con i suoi dialoghi le differenze tra la parola e lo scritto. In genere, si suole riunire i sui dialoghi in vari gruppi, secondo che risalgano ai primi anni della sua attività letteraria, sotto la viva influenza di Socrate (primo gruppo); o alla maturità, quando compose e sviluppò la teoria delle idee(secondo gruppo) o all’ultimo periodo, quando sentì l’urgenza di difendere la propria concezione contro gli attacchi di origine Eleatico megarica e quando, nello sviluppare questa difesa, egli attuò una profonda autocritica della teoria delle idee(terzo gruppo) . Lo stile muta notevolmente da un periodo all’altro, nei periodi giovanili, si hanno interventi brevi e briosi che danno vivacità al dibattito; negli ultimi, invece, vi sono interventi lunghi, che danno all’opera il carattere di un trattato e non di un dialogo. In genere il protagonista principale è Socrate, solo negli ultimi dialoghi, assume una parte secondaria. La caratteristica di questi dialoghi è che il soggetto principale in questione è solito parlare indiscutibilmente di più della persona con cui dialoga, che si limita solamente ad affermare o non affermare quello che il soggetto espone.

[modifica] La filosofia di Platone

[modifica] La genesi dell'idealismo dal problema della giustizia

Quella che in termini storici possiamo chiamare "filosofia platonica" - ovvero il corpus di idee e di testi che definiscono la tradizione storica del pensiero platonico - è sorta dalla riflessione sulla politica. Come scrive Alexandre Koyré: "tutta la vita filosofica di Platone è stata determinata da un avvenimento eminentemente politico, la condanna a morte di Socrate".

Occorre tuttavia distinguere la "riflessione sulla politica" dall'"attività politica". Non è certo in quest'ultima accezione che dobbiamo intendere la centralità della politica nel pensiero di Platone. Come egli scrisse, in tarda età, nella Lettera VII del suo epistolario, proprio la rinuncia alla politica attiva segna la scelta per la filosofia, intesa però come impegno "civile". La riflessione sulla politica diventa, in altre parole, riflessione sul concetto di giustizia, e dalla riflessione su questo concetto sorge un'idea di filosofia intesa come processo di crescita dell'Uomo come membro della polis.

Fin dalle prime fasi di questa riflessione, appare chiaro che per il filosofo ateniese risolvere il problema della giustizia significa affrontare il problema della conoscenza. Da qui la necessità di intendere la genesi del "mondo delle idee" come frutto di un impegno "politico" più complessivo e profondo.

[modifica] La dottrina della conoscenza

Messa a punto da Platone in vari dialoghi come il Menone, il Fedone, ed il Teeteto, deve combattere, metaforicamente parlando, contro l’idea che la ricerca della conoscenza sia impossibile. La tesi era stata sostenuta dagli eristi, i quali basavano questo loro insegnamento sulla base di due assunti: 1) se non si conosce ciò che si cerca, qualora lo si sia trovato, non lo si riconoscerà come l’obiettivo da raggiungere; 2) se si conosce ciò di cui si è in cerca la ricerca è inutile.

Tuttavia, Platone ha ben presente la figura di Socrate, che aveva fatto della ricerca la componente di base della filosofia vera e propria. Per rendere possibile la ricerca socratica, Platone elabora la famosa dottrina della reminiscenza, secondo la quale l’apprendere è un ricordare (anàmnesis). Tale dottrina si rifà alla credenza religiosa propria dell'orfismo e del pitagorismo secondo la quale quando il corpo muore, l'anima si reincarna in un altro corpo, poiché è immortale. Platone sfrutta tale mito fondendolo con l'assunto fondamentale che esistano delle Idee che hanno caratteristiche opposte agli enti fenomenici: sono incorruttibili, ingenerate, eterne, non soggette a mutamento. Queste Idee albergano nell'iperuranio, mondo soprasensibile e che è parzialmente visibile alle anime slegate dai loro corpi.

Per essere più chiari (come viene spiegato nel Fedro) le anime sono come cocchi alati che procedono in schiere dietro ai carri degli dèi: in questa loro processione riescono, più distintamente di altre, a scorgere le Idee che appaiono attraverso uno squarcio tra le nuvole, diaframma obbligato tra il mondo sensibile e quello soprasensibile. Quando queste anime precipitano nei corpi, reincarnandosi, dimenticano la loro visione delle idee e, usando i sensi, identificano la realtà col mondo sensibile. L’opera del filosofo dialettico (la cui anima ha visto e conosciuto le idee meglio delle altre) è quella di riportare all’anima la memoria del mondo delle idee, attraverso il dare e ricevere discorso, dialogando con l’anima e persuadendola della verità. Questa idea dell’apprendere come ricordare riconduce immediatamente alla cura dell’anima professata da Socrate: la conoscenza è, di fatto, un conoscere meglio se stessi, riportando alla luce dell’intelletto ciò che l’anima ha dimenticato nel momento della reincarnazione.

Questa dottrina è spesso, però, oggetto di fraintendimenti. Di fatto, come Platone stesso suggerisce in numerosi passi, è impossibile recuperare completamente la conoscenza del mondo delle Idee anche per il filosofo. La conoscenza perfetta di queste è propria solo degli dèi, che le osservano sempre. La conoscenza umana, nella sua forma migliore, è sempre filosofia, amore del sapere ed inesausta ricerca della verità. Ciò suggerisce una frattura "sofistica" all’interno del pensiero platonico: per quanto l’uomo si sforzi il raggiungimento della verità è impossibile, perché confinata nel mondo iperuranio e dunque assolutamente inconoscibile. La parola, che è lo strumento utilizzato dal filosofo dialettico per persuadere le anime della verità e dell’esistenza delle idee, non rispecchia che parzialmente la realtà ultrasensibile, che è irriproducibile e non è presentabile.

Per fare un esempio, è come se un insegnante, che pure ha presente come è fatto un triangolo, cercasse di spiegarlo ai suoi allievi senza poter loro esibire e dunque far vedere un triangolo alla lavagna. Può forse persuadere gli alunni di com’è fatto all’incirca un triangolo, ma la conoscenza degli alunni è comunque lontana da coloro che sanno rappresentare correttamente un triangolo. La conoscenza intuitiva, dunque, è inapplicabile al mondo delle idee, e ci si può basare, per conoscere queste in modo meno confutabile possibile, sull’uso dei lògoi, ossia dei discorsi che si fanno attorno a queste.

L’opera di ricerca filosofica è un persuadere le anime (Fedone); Platone fa esplicito riferimento alla metafora della seconda navigazione. Con questo termine i greci indicavano la navigazione a remi, più faticosa di quella a vela (prima navigazione) e utilizzata in caso di necessità (come la mancanza di vento). La seconda navigazione è proprio l’uso dei lògoi, che pongono una sostanziale differenza e frattura tra pensiero-parola e realtà. Platone, ben lungi dall’essere il filosofo della scienza forte e dottrinaria che per molti anni gli è stata erroneamente attribuita, ha scoperto, di fatto, l’impossibilità di raggiungere una verità piena ed incontrovertibile.

L'uomo giusto è, innanzitutto, cultore della vera scienza e della verità di tutte le cose.
In questo senso, ogni tecnica particolare - che è il luogo della praxis - deve essere fondata su una conoscenza teorica fondata universalmente - il luogo della noesis. L'errore contro cui Platone combatte, rappresentato dalla cultura sofista - consiste nel basare la conoscenza sulla sensazione - Teeteto -. Al contrario, solo l'anima, e non i sensi, può conoscere l'aspetto "vero" delle cose.
Il modo in cui l'anima esprime la sua facoltà conoscitiva è la reminiscenza (anamnesis) [reminiscenza: nella filosofia platonica, è specificatamente la teoria per cui la conoscenza consiste nel ricordo delle idee contemplate dall'anima nell'iperuranio prima di incarnarsi nel corpo]. Conoscere è ricordare: l'anima possiede in sé i concetti fondamentali che danno forma al sapere - Menone -. La più compiuta teoria della conoscenza (teoria della linea) è quella esposta nel dialogo su La Repubblica rappresentabile col seguente schema:

conoscenza sensibile o opinione (δόξα)
immaginazione (εικασία) credenza (πίστις)
conoscenza intellegibile o scienza (επιστήμη)
pensiero discorsivo (διάνοια) intellezione (νόησις)

Solo la conoscenza intelligibile assicura un sapere vero e universale; affidarsi a immaginazione e credenza significa confondere la verità con la sua immagine.

[modifica] Il concetto di Eros-philosophos e l'iper-uranio

Platone spiega l'umano desiderio di conoscenza con il mito di Eros. Eros, dio greco dell'amore e della forza, figlio di Poros e Penia, ossia di Espediente e Povertà; il filosofo con la stessa forza di amore che lega due esseri umani, tende alla verità.

Si desidera soltanto quello che non si ha, e l'uomo tende ad una conoscenza della quale è in realtà povero. La ricerca di questa verità muove appunto dalla consapevolezza socratica del sapere di non sapere.

Platone aggiunge che l'uomo non desidererebbe con tanta forza questa verità se non l'avesse mai vista, se non fosse certo che esiste. In questo senso, non solo si desidera quella che non si ha, ma di più si può affermare: si desidera soltanto quello che non si ha più, che si è perso.

Per Platone vale il concetto di "kalokagathia" (da "kalos", "kai", "agathos"), ossia bellezza e bontà. Tutto ciò che è bello ("kalos") è anche vero e buono ("agathos"), e viceversa. Perciò, la bellezza delle idee che attira l'amore intellettuale del filosofo, è anche il bene dell'uomo. Il fine della vita umana diventa la visione delle idee e la contemplazione di Dio.

Tale contemplazione non è perfetta nella dimensione degli enti, dominata dalla materia che è non-essere. Perciò, oltre il vero ha valore anche il verisimile, che almeno si avvicina il più possibile alla verità iper-uranica delle cose. Perciò ha valore di conoscenza anche il mito che precede ed è una forma di conoscenza inferiore alla filosofia, perché intuitiva, non necessaria né dimostrata. Pure le scienze sono un sapere inferiore perché anche se necessarie e dimostrate, vivono di ipotesi. Classico esempio è la costruzione dei teoremi di geometria (ipotesi e tesi), che Euclide raccolse e sistematizzò secoli dopo, e che erano parte di una tradizione tramandata oralmente.

Tuttavia, in mancanza di una conoscenza migliore, anche il mito e la scienza hanno una dignità per il filosofo che vuole contemplare le idee. L'unica forma di sapere che il filosofo non può mai accettare è la "doxa", il mondo dell'opinione.

Il non-essere, osserva Platone, esiste solo in senso relativo (relativo agli enti) e quindi può essere superato, ponendosi a vedere le idee al di sopra della dimensione degli enti. Il non-essere "corrode" la bellezza originaria delle idee iper-uraniche calate nella materia per dare forma alle cose, in un sinolo, un'unità di materia e forma, come dirà Aristotele. Anche per Aristotele quest'unione viene sciolta con la morte degli enti.

Da ciò deriva il disprezzo di un filosofo platonico per il corpo: Platone più volte nei dialoghi gioca con l'assonanza di parole "sèma"/"sòma", ossia "tomba/corpo": il corpo come tomba dell'anima.

Da questa separazione fra corpo e anima e dal concetto di Eros-Philosophos, Platone rielabora secondo le sue teorie il concetto di trasmigrazione dell'anima, che avrebbe visto la verità prima di incarnarsi nel corpo d'uomo e dopo la morte si staccherebbe dal corpo per iniziare a vivere in un'altra persona. La netta separazione fra un corpo finito e mortale, e l'anima eterna, avrà forti conseguenze in filosofia. L'idea della pre-esistenza dell'anima al corpo sarà aspramente criticata da Agostino di Ippona.

Questa verità non è a portata di mano nella dimensione degli enti, ma richiede una seconda navigazione al di là del sensibile. Le idee iperuraniche possono essere colte soltanto dall'intelletto, che opera appunto nel mondo dell'intellegibile, delle idee platoniche.

Platone porta l'esempio delle figure geometriche, dei solidi platonici da lui stesso scoperti e dei triangoli e cerchi. In natura non esiste un cerchio o un quadrato perfetto, che pur ogni individuo conosce, calcolandone area e perimetro. Questa capacità è dovuta al fatto che l'intelletto vede al di là sensibile un'idea di cerchio e quadrato che non è nella realtà fuori di noi.

Iperuranio in greco significa "al di là del cielo". Con il termine "cielo" s'intendeva quella che al tempo era la frontiera del mondo conosciuto: collocare le idee nell'iper-uranio significava porle in una dimensione diversa da quella del sensibile.

[modifica] La funzione del mito

Platone reintroduce con la sua opera il mito, quale forma di conoscenza tradizionale che, cronologicamente, precede di molto la filosofia. Platone afferma che non tutte le scienze hanno l'esattezza della filosofia e non sempre è possibile una conoscenza necessaria e incontrovertibile delle idee platoniche. Egli ha un atteggiamento diversificato nei confronti del mito che ritiene vada reinterpretato in quanto utile, anzi, necessario. Il mito va infatti inteso come esposizione di un pensiero ancora nella forma di racconto, non quindi come ragionamento puro e rigoroso. Esso ha una funzione allegorica e didascalica, presenta cioè una serie di concetti attraverso immagini che facilitano il significato di un discorso piuttosto complesso, cerca di rendere comprensibili i problemi, creando nel lettore una nuova tensione intellettuale, un atteggiamento positivo nei confronti dello sviluppo della riflessione. In Platone,dunque, il mito ha una doppia funzione: strumento e mezzo. Come strumento è una escogitazione didattico-espositiva in quanto Platone ne fa uso per comunicare in maniera più accessibile e intuitiva le sue dottrine. In qualità di mezzo,invece,il filosofo si serve del mito per superare i limiti che un'indagine razionale non può superare. In altre parole Platone fa uso del mito come "via alternativa" al solo pensiero filosofico.

Il mito dunque presenta con un'unità armonica argomenti che non potrebbero essere esposti altrimenti e al contempo diventa strumento di verità. I racconti mitici platonici toccano le questioni fondamentali dell'esistenza umana, come la morte, l'immortalità dell'anima, la conoscenza, l'origine del mondo, e le collegano strettamente ai temi e ai discorsi logico-critici, a cui il filosofo affida il compito di produrre una conoscenza e una rappresentazione vere della realtà. Talvolta i miti appaiono con un approccio alla ricerca effettuato per vie differenti da quelle praticabili con la sola ragione e si sostituiscono ai discorsi razionali, quando questi risultano insufficienti. Il mito è pertanto un espediente narrativo e contemporaneamente il momento in cui Platone esprime la bellezza della verità filosofica, in cui essa si manifesta anche in immagini e figure sensibili.

I sedici miti che si riscontrano nell'opera platonica sono:

  1. Mito di Epimeteo e Prometeo
  2. Mito di Aristofane o dell'androgino
  3. Mito della nascita dell'amore
  4. Mito del carro e dell'auriga
  5. Mito della reminiscenza
  6. Mito della caverna
  7. Mistero dell'amore
  8. Mito della sentenza finale
  9. Mito della distribuzione delle pene
  10. Mito di Er il Panfilio
  11. Mito del Demiurgo
  12. Mito dei cicli inversi
  13. Mito di Atlantide
  14. Mito di Gige
  15. Mito delle cicale
  16. Mito di Theuth

[modifica] L'ontologia

Esemplificazione delle "idee" platoniche.

Su che cosa si fondano, e che rapporto hanno le idee con gli oggetti della conoscenza sensibile? La risposta a questa domanda costituisce la cosiddetta ontologia platonica.

Il testo fondativo di questo aspetto del pensiero platonico è senza dubbio il celebre "mito della caverna" del libro VII de La Repubblica. In esso, il mondo sensibile è dato come immagine evanescente e imperfetta del mondo delle idee, inteso invece come "mondo vero" e fondamento di tutto ciò che è. Platone stesso fornisce l'interpretazione dell'allegoria: lo schiavo che viene liberato dalla caverna rappresenta l'anima, che si libera dai vincoli corporei mediante la conoscenza. Le cose del mondo esterno rappresentano le idee, mentre gli oggetti nella caverna (e le immagini di essi proiettate sulla parete) non sono che le loro copie imperfette. Il sole, che permette di riconoscere l'aspetto vero della realtà, è simbolo dell'idea del bene, l'idea suprema in vista di cui l'intero mondo delle idee è costituito e al quale essa conferisce la sua unità.
Una conferma di tale impostazione ontologica del reale è data nel mito narrato nel dialogo Fedro, attraverso l'immagine della faticosa salita dell'anima al mondo iperuranio delle idee, così descritte: «essenze incolori, informi e intangibili, contemplabili solo dall'intelletto (...) essenze che sono scaturigine della vera scienza».

L'ontologia platonica si presenta dunque come "dualistica", comprensiva cioè di due piani concettuali, quello delle cose (gli enti) e quello delle idee, tra i quali tuttavia esiste una differenza ontologica, cioè incolmabile e costitutiva della loro stessa natura. L'unico rapporto possibile tra il piano delle cose e quello delle idee è quello "mimetico": ogni realtà sensibile (ente) ha il suo modello (eidos) nel mondo intelligibile. L'unico "salto" possibile tra i due livelli è quello che può compiere l'anima, elevandosi attraverso la conoscenza dall'esistenza materiale a quella intellettuale. Platone si rifà alla concezione orfica pitagorica dell'anima, ove questa infatti è scissa in due parti: la prima, mortale, che muore insieme al corpo, e la seconda, immortale, che secondo Pitagora si reincarna in altri corpi. Secondo Platone essa contempla le idee nella loro perfezione prima di ridiscendere e restare così "intrappolata" in un altro corpo.

[modifica] Ontologia e dialettica

Come conciliare la differenza tra mondo sensibile e intelligibile e tuttavia la loro corrispondenza? Come partecipano tra loro i due piani della realtà? A queste domande è chiamata a rispondere la dialettica.

Il problema è legato storicamente alla presenza nell'Accademia di Aristotele, durante gli anni della tarda maturità platonica. È infatti presumibile che da un certo momento la critica aristotelica all'"ontologia della differenza" abbia costretto il vecchio maestro a rivedere criticamente le sue originali concezioni in funzione di un maggior "realismo" logico della teoria delle idee. In sostanza, la domanda è: se il mondo delle idee e quello empirico si contrappongono - essere e non-essere - che senso ha porre l'idea come causa della realtà apparente? Non sarebbe più coerente concludere che esiste solo il mondo delle idee, riducendo il mondo delle cose a pura illusione?

La prima soluzione che Platone aveva cercato a questa aporia era stata la teoria della partecipazione (mèthexis): le cose particolari parteciperebbero dell'idea corrispondente. In una seconda fase, il filosofo aveva proposto la teoria dell'imitazione (mimesis), secondo la quale le cose sono imitazioni della loro idea. Ma entrambe le risposte mantenevano aperte molte e complesse contraddizioni di carattere logico.
In una terza fase, Platone mette in discussione una delle basi parmenidee della sua ontologia, quella della immobilità dell'essere: il mondo delle idee assume l'aspetto di un sistema complesso, in cui trovano posto i concetti di diversità e molteplicità. Più che di una contrapposizione tra idea e realtà, entra in gioco il principio della divisione (diairesis) del mondo intelligibile, che consente di collegare dialetticamente ogni realtà empirica al suo principio sommo. Ciascuna idea si articola con quelle ad essa subordinate (più particolari) e sovraordinate (più generali), secondo regole dialettiche di somiglianza e comunanza (generi, specie). In questa ipotesi teorica entra in gioco la possibilità dell'errore: esso consiste nella determinazione di connessioni arbitrarie tra generi e specie. Inoltre, viene profondamente modificato il concetto stesso di "non-essere": esso non è più il "nulla", ma viene a costituirsi come il "diverso", un'altra modalità dell'essere. La diairesi non elimina, naturalmente, il carattere trascendente delle idee, ma avvicina maggiormente il metodo dialettico alle possibilità conoscitive del metodo scientifico.

Nel Sofista Platone colloca 5 generi sommi (essere, identico, diverso, stasi e movimento) a cui tutte le idee possono essere subordinate, e il conciliare unità, molteplicità, staticità e movimento è detto rapporto di comunanza (koinonìa)

Un problema piuttosto grande che s’incontra studiando gli ultimi dialoghi di Platone (Parmenide, Sofista, Teeteto) è la definizione di dialettica che Platone non dà mai. Nella Repubblica Platone ne parla come il metodo più efficace per raggiungere la verità. Nel Fedro si trova che la dialettica è un “processo di unificazione e moltiplicazione”: partendo cioè da un’analisi di certi fenomeni, si tratta di unificarli sotto un unico genere. All’opposto la dialettica si occupa anche di dividere un genere in tutte le specie che comprende sotto di sé. Possiamo forse dire che l’Idea è di fatto una unità del molteplice, che racchiude ed assume in sé la caratteristica principale propria di alcuni esseri (basta pensare all’idea del bello che unifica tutte le varie cose belle).

Nel Parmenide Platone dà una dimostrazione di come lavora la dialettica all’interno del discorso: si tratta di trovare tutte le risposte possibili ad una domanda; poi, con un procedimento falsificatorio, si procederà nel confutare ad una ad una le risposte date, sulla base di certi principi; la risposta che non è falsificata dal procedimento è meno confutabile delle altre e dunque è più vera della altre (mai vera in senso assoluto). Si potrebbe obiettare a questo punto che tale applicazione della dialettica non corrisponde alla pseudo-definizione datane da Platone nel Fedro. Tale obiezione si rafforza tenendo conto che nel Filebo, Platone mescola ancora una volta le carte in tavola. Nel dialogo infatti Socrate è impegnato a definire che cosa sia il piacere. Anzitutto i piaceri sono tanti oppure è solo uno? Filebo non sa rispondere, ed allora Socrate pronuncia la famosa frase secondo cui i molti sono uno e l’uno è molti.

Che cosa significa quest’asserzione? Semplicemente ribadisce un principio proprio delle Idee, ossia quella di essere uniche e perfette, eppure, nel contempo, di riflettersi nella molteplicità del sensibile. La metodologia più coerente dell’applicazione della dialettica è quella esposta nel Sofista: si tratta del metodo dicotomico. All’interno di una domanda si tratta di isolare il concetto che si vuole definire; nell’attribuire questo concetto ad una classe più ampia nella quale siamo certi sia compreso il concetto medesimo; quindi nel suddividere tale classe in due parti, più piccole, per vedere in quale delle due sottoclassi è ancora compreso il concetto da trovare, e così via, suddividendo finché non troviamo più nulla da dividere e, dunque, la definizione trovata è proprio quella del concetto che volevamo spiegare. Pur presentandosi come scienza (epistème), la dialettica, è bene ribadirlo, è solo un procedimento rigoroso, che però non riesce mai ad arrivare alla verità (sempre per il fatto che si serve dei lògoi). Si può dire allora che la scienza presentata da Platone non è certo quella di Aristotele, per mezzo della quale, secondo lo Stagirita, è possibile raggiungere con l’intelletto la realtà dei principi primi.

[modifica] La fortuna di Platone

Parlare della fortuna di Platone equivale a parlare dell'intera storia della filosofia occidentale, perché si dice che sia interamente derivata dal suo pensiero o resti comunque in dialogo perenne con Platone. Come disse Ralph Waldo Emerson: "In lui trovate ciò che avete già trovato in Omero, ora maturato in pensiero, il poeta convertito in filosofo, con vene di saggezza musicale più elevate di quelle raggiunte da Omero; come se Omero fosse il giovane e Platone l'uomo finito; eppure con la non minore sicurezza di un canto ardito e perfetto, quando ha cura di avvalersene; e con alcune corde d'arpa prese da un più alto cielo. Egli contiene il futuro, pur essendo uscito dal passato. In Platone esplorate l'Europa moderna nelle sue cause e nella sua semente, il tutto in un pensiero che la storia d'Europa incarna o dovrà ancora incarnare." Sempre a questo proposito, Alfred North Whitehead ha detto che "tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone".

Nel considerare la fortuna di Platone va tenuto conto dell'ampiezza dei suoi interessi etici e metafisici, nonché del fatto di aver assunto i numeri e le forme geometriche come enti reali, cioè idee iperuranie. Molti matematici moderni condividono il realismo platonico relativo alla matematica e ai suoi oggetti. Si tratta della corrente chiamata "platonista" della matematica, che vede aderirvi anche matematici di indirizzo filosofico non platonico, come Bertrand Russell.

[modifica] Bibliografia

Per un quadro completo sulla bibliografia relativa a Platone si può consultare

  • L. Brisson, Plato bibliography (1992-2001), disponibile online a questo indirizzo

[modifica] Opere

  • Platonis Operae, 5 voll., a cura di J. Burnet, Oxford, 1892-1896, in ristampa
  • Platon Werke, 8 voll., Darmastadt, 1990

[modifica] Traduzioni italiane

[modifica] Studi

  • G. Compagnino, Metafisica dell'immagine. Platone e il linguaggio della poesia fra magia e retorica, in «Quaderni Catanesi di studi classici e medievali», 1, 1979, pp. 159-216; 2,1979, pp. 499-538; 3, 1980, pp. 137-176.
  • A. Bortolotti, La religione nel pensiero di Platone: dai primi dialoghi al Fedro, Firenze, 1986 ISBN 88-222-3664-5
  • O. Gigon, La teoria e i suoi problemi in Platone e Aristotele, Napoli, 1987
  • R. Velardi, "Enthousiasmòs". Possessione rituale e teoria della comunicazione poetica di Platone, Roma, 1989
  • D. Pesce, Il Platone di Tubinga, Brescia, 1990
  • G. Compagnino, La poesia e la città. Ethos e mimesis nella Repubblica di Platone, in «Siculorum Gymnasium», 1990, pp. 3-89.
  • A. Bortolotti, La religione nel pensiero di Platone: dalla Repubblica agli ultimi scritti, Firenze, 1991 ISBN 88-222-3834-6
  • C. Quarta, L'utopia platonica. Il progetto politico di un grande filosofo, Bari, 1993
  • V. Hösle, I fondamenti dell'aritmetica e della geometria di Platone, Milano, 1994
  • M. Isnardi Parente, Platone, Bari, 1996
  • F. Adorno, Due tipi di "discorso" in Platone: "mito" e "logos", Firenze, 1996
  • G. Casertano, Il nome della cosa. Linguaggio e realtà negli ultimi dialoghi di Platone, Napoli, 1996
  • F. Adorno, Introduzione a Platone, Bari, 2005 ISBN 88-420-1427-3
  • U. Pagallo, Plato’s Daoism and the Tübingen School, in “Journal of Chinese Philosophy”, ISSN 0301-8121, 32, 4, pp. 597-613
  • G. Compagnino, Metafisica dell'immagine. Platone e il linguaggio della poesia fra magia e retorica, in «Quaderni Catanesi di studi classici e medievali», 1, 1979, pp. 159-216; 2,1979, pp. 499-538; 3, 1980, pp. 137-176.
  • Alfred Edward Taylor, "Platone. L'uomo e l'opera" La Nuova Italia 1968

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali